BRCA: il “gene Jolie” non aumenta la mortalità per il tumore al seno

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Un nuovo studio

Un nuovo studio sembra però confermare che mutazione del BRCA, ormai soprannominato “gene Jolie”, non è la condanna a morte che prima si pensava, dato che se si ha un tumore al seno le probabilità di sopravvivenza sono le stesse rispetto alle pazienti che non hanno il DNA mutato. Lo studio è stato eseguito dall’università di Southampton e pubblicato dalla rivista Lancet Oncology, che ha anche trovato che la mastectomia dopo la diagnosi non ha effetti sulla speranza di sopravvivenza.

Mortalità uguale

Lo studio ha esaminato i dati di 2733 donne tra i 18 e i 40 anni che avevano avuto una diagnosi di tumore al seno, di cui il 12% aveva la mutazione. A dieci anni dalla diagnosi non erano sopravvissute al cancro 651 donne, e la mortalità è risultata uguale in entrambi i gruppi. Un terzo delle donne con la mutazione aveva optato per la doppia mastectomia, sottolineano gli autori, ma questo tipo di intervento non ha cambiato la probabilità di sopravvivenza. “Questo ci dice che l’intervento radicale non deve essere fatto subito, insieme agli altri trattamenti – sottolinea alla BBC Diane Eccles, l’autore principale -, anche se probabilmente la mastectomia può dare benefici a lungo termine, venti o trent’anni dopo la diagnosi iniziale”.

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Sindrome di Beals e padiglione auricolare “accartocciato”: sintomi e cure

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Micrognazia: la mandibola è di dimensioni ridotte

La sindrome di Beals (anche chiamata sindrome di Beals-Hecht artrogriposi distale tipo 9 aracnodattilia contrattuale congenita) è rara una sindrome che interessa il tessuto connettivo, caratterizzata da contratture multiple in flessione, aracnodattilia, cifoscoliosi grave, padiglioni auricolari abnormi e ipoplasia muscolare. Ricorda per molti versi Continua a leggere

Differenza tra acqua depurata e distillata

MEDICINA ONLINE LABORATORIO CHIMICA FISICA SANGUE ANALISI FECI URINA GLICEMIA AZOTEMIA DENSITA CHEMISTRY LAB VISCOSITA LIQUIDO GAS SOLIDO FLUIDO ACQUA PESO SPECIFICO SCUOLA RICERCA RESISTENZA ATTRITOAcqua distillata

L’acqua distillata è un’acqua non usata in ambito alimentare, priva non solo dei sali minerali (come avviene nell’acqua demineralizzata)  bensì quasi totalmente priva di impurità come gas disciolti, batteri ed altri microorganismi. L’acqua distillata si ottiene tramite un procedimento di distillazione, che consiste nel far bollire l’acqua, raccogliendo successivamente l’acqua condensata dal vapore acqueo per raffreddamento. I sali contenuti nell’acqua non evaporano per cui dalla raccolta del condensato si ottiene acqua con un contenuto di sali estremamente basso. Scartando la frazione iniziale di acqua evaporata, si ottiene inoltre un’acqua con un basso contenuto di gas volatili. L’acqua distillata presenta una conducibilità elettrica più bassa dell’acqua di partenza a causa di una più bassa concentrazione di ioni al suo interno, inoltre ha “meno sapore” rispetto all’acqua potabile e può essere definita insipida, dal gusto indefinito, metallico o amaro.
L’acqua distillata è utilizzata in laboratorio come reagente e per preparare soluzioni; in ambito domestico è usata, parimenti all’acqua demineralizzata, per alimentare i ferri da stiro a vapore, che con il calcare potrebbero a lungo andare danneggiarsi. In campo medico viene usata per le iniezioni e per la somministrazione di farmaci per via parenterale (per esempio, con l’utilizzo della flebloclisi), nonché per produrre la cosiddetta “soluzione fisiologica“, che è una soluzione di 9 grammi per litro di cloruro di sodio in acqua distillata, a sua volta usata nella produzione di soluzioni iniettabili e colliri. Un ulteriore requisito fondamentale per l’acqua distillata destinata a questi scopi è la completa sterilità, cioè la totale assenza di organismi viventi (batteri, protozoi, virus, spore). Tale sterilità è spesso ottenuta per esposizione dell’acqua già distillata ad una fonte di luce ultravioletta. L’acqua distillata per la preparazione degli iniettabili deve essere sterile ed apirogena e quindi sottoposta ad un processo di microfiltrazione atto ad eliminare il contenuto di residui di batteri e virus uccisi con la sterilizzazione in autoclave. Infatti, tali residui pur non risultando infettanti possono causare febbri anche alte a causa della reazione immunologica che comunque avverrebbe nei loro confronti.

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Acqua depurata

L’acqua depurata è un’acqua potabile destinata al consumo umano che ha subito dei trattamenti per migliorare le sue proprietà organolettiche (odore, colore, sapore). Tali trattamenti sono chiamati “depurazione” cioè un processo che permette di eliminare il cloro, di ridurre la concentrazione di calcio e magnesio e di eventualmente gassare l’acqua (aggiungere anidride carbonica). L’acqua depurata viene venduta in bottiglia o viene ottenuta a partire dall’acqua di rubinetto opportunamente trattata con apparecchi specifici chiamati “depuratori ad osmosi inversa” attrezzature piuttosto costose che alcuni esponenti della comunità scientifica temono possano depurare l’acqua così tanto da privarla anche dei sali minerali benefici per l’organismo in essa contenuti. Tale questione è tutt’oggi controversa e necessita di ulteriori studi per essere provata.

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Differenza tra acqua dolce e salata

MEDICINA ONLINE MARE SPIAGGIA SOLE ESTATE PISCINA MARE ACQUA NUOTO NUOTARE ABBRONZATURA FITNESS ESERCIZI DONNA COSTUME SENO SEXY SEA BEACH SUN POOL SWIMMING GIRL WOMAN SUMMER WALLPAPER SCos’è l’acqua salata?

L’acqua salata è un’acqua che contiene una determinata quantità di sali, il che aumenta la sua conducibilità elettrica e gli conferisce un gusto più o meno salato quando la si beve, in base alla quantità di sali in essa disciolti.

Bere l’acqua salata

L’acqua salata non è adatta per essere usata come acqua potabile, perché il sale prosciuga l’acqua contenuta nel corpo umano. Quando gli esseri umani bevono acqua salata rischiano la disidratazione: se vogliamo bere l’acqua di mare, esse deve essere precedentemente desalinizzata. A tal proposito leggi anche:

L’acqua salata si trova dappertutto sulla superficie della terra, negli oceani, in fiumi e negli stagni ad acqua salata. Circa il 71% della terra è coperto di acqua salata.

Cos’è l’acqua dolce?

L’acqua dolce è un’acqua che – al contrario dell’acqua salata – ha una bassa concentrazione di sali dissolti, inferiore all’1% ed è potenzialmente potabile. Ci sono due generi di riserve d’acqua dolce: corpi statici (naturali o artificiali) contenenti d’acqua dolce, quali i laghi, gli stagni e le paludi interne e corpi in movimento contenenti acqua dolce, quali corsi d’acqua e fiumi che originano da sorgenti naturali (l’acqua proviene dalla profondità della terra). Questi corpi d’acqua coprono soltanto una piccola parte della superficie terrestre e le loro posizioni sono indipendenti dal clima. Soltanto circa l’1% della superficie terrestre è coperta da acqua dolce, mentre il 41% di tutte le specie conosciute di pesci vivono in tale acqua. Le zone dell’acqua dolce sono solitamente collegate molto strettamente a terra; quindi sono spesso minacciate da un input costante di materia organica, nutrienti inorganici e sostanze inquinanti.

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Betadine 10% soluzione cutanea antisettica: foglio illustrativo

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICBetadine 10% soluzione cutanea è un antisettico a largo spettro di azione per uso esterno, usato in ambito ospedaliero e casalingo per una efficace disinfezione e pulizia della cute lesa da ferite, piaghe ed altre lesioni di varia natura.

Composizione di Betadine 10% soluzione cutanea

1 ml contiene:

  • Principio attivo: Iodopovidone (al 10% di iodio) g 0,1, pari a g 100 per flacone da 1000 ml.
  • Eccipienti: alcool isopropilico, acido citrico, sodio fosfato bibasico, acqua depurata.

Il principio attivo Iodopovidone è contenuto in vari prodotti disinfettanti equivalenti al Betadine, come ad esempio questo: http://amzn.to/2FfgqhL

Controindicazioni: quando non dev’essere usato Betadine

Ipersensibilità verso i componenti o altre sostanze strettamente correlate dal punto di vista chimico. Bambini di età inferiore ai 6 mesi.

Precauzioni per l’uso: cosa serve sapere prima di prendere Betadine?

In età pediatrica usare solo in caso di effettiva necessità e sotto controllo medico. In caso di impiego per periodi prolungati su estese superfici corporee, su mucoseo sotto bendaggio occlusivo (bendaggio effettuato con materiale impermeabile), in particolare nei bambini e nei pazienti con disordini tiroidei, praticare test di funzionalità tiroidea. Interrompere il trattamento almeno 10 giorni prima di effettuare una scintigrafia con iodio marcato (test di funzionalità tiroidea). L’ingestione o l’inalazione accidentale di alcuni disinfettanti può avere conseguenze gravi, talora fatali. Evitare il contatto con gli occhi.

Interazioni: quali farmaci o alimenti possono modificare l’effetto di Betadine?

Evitare l’uso contemporaneo di altri antisettici e detergenti. Non impiegare contemporaneamente sulla parte trattata prodotti contenenti sali di mercurio o composti del benzoino. Può manifestarsi incompatibilità con i sali di mercurio, carbonati, acido tannico, alcali, acqua ossigenata. Se state usando altri medicinali chiedete consiglio al vostro medico o farmacista.

Avvertenze in gravidanza/allattamento e bambini

Usare in bambini, gravidanza ed allattamento solo in caso di effettiva necessità e solo dopo avere consultato il medico. Tenere Betadine fuori dalla portata e dalla vista dei bambini.

Dose, modo e tempo di somministrazione: posologia

  • Applicare 2 volte al giorno direttamente su piccole ferite ed infezioni cutanee. Si può coprire la parte con garze e bende adesive. Una quantità di 5 ml di soluzione (contenente 50 mg di iodio) è sufficiente a trattare un’area di circa 15 cm di lato. La soluzione di colore marrone, applicata sulla cute, crea una pellicola superficiale protettiva che non macchia.
  • Attenzione: non superare le dosi indicate senza il consiglio del medico.
  • Attenzione: usare solo per brevi periodi di trattamento; in assenza di risultati apprezzabili si consiglia di consultare il medico.

Sovradosaggio: cosa fare se avete preso una dose eccessiva di Betadine?

Trattandosi di un impiego locale su cute e ferite, l’eventualità di un uso eccessivo di prodotto è improbabile. Tuttavia, in caso di impiego di dosi superiori a quelle consigliate, potrebbero manifestarsi gli effetti generali dello iodio: diminuzione o aumento della funzione della tiroide. Instaurare un trattamento dei sintomi o una terapia di supporto. In caso di uso di una dose eccessiva di Betadine® 10% soluzione cutanea avvertite immediatamente il medico o rivolgetevi al più vicino ospedale.

Effetti Indesiderati: quali sono gli effetti collaterali di Betadine?

In qualche caso l’uso di Betadine potrebbe dare origine a bruciore od irritazione. L’uso, specie se prolungato, può dare origine a fenomeni di sensibilizzazione. In tal caso interrompere il trattamento ed adottare idonee misure terapeutiche. La reazione dello iodio con i tessuti lesi può ritardarne la cicatrizzazione. Il rispetto delle istruzioni contenute nel foglio illustrativo riduce il rischio di effetti indesiderati. Questi effetti indesiderati sono generalmente transitori. Quando si presentano è tuttavia opportuno consultare il medico o il farmacista. È importante comunicare al medico o al farmacista la comparsa di effetti indesiderati non descritti nel foglio illustrativo.

Scadenza e conservazione

Attenzione: non utilizzare il medicinale dopo la data di scadenza indicata sulla confezione. Conservare al riparo dal calore, ben chiuso. È importante avere sempre a disposizione le informazioni sul medicinale: pertanto conservare il flacone.

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Differenza tra acqua ossigenata e disinfettante

MEDICINA ONLINE LABORATORIO CHIMICA FISICA SANGUE ANALISI FECI URINA GLICEMIA AZOTEMIA DENSITA CHEMISTRY LAB VISCOSITA LIQUIDO GAS SOLIDO FLUIDO ACQUA MIELE OLIO VINO RESISTENZA ATTRITO MOVIMENTO MATERIALE ESPERIMENTOPer cominciare bisogna chiarire il fatto che in medicina esiste una grande famiglia di farmaci chiamati “farmaci antinfettivi” la quale comprende un lungo elenco di sostanze naturali o artificiali in grado di eliminare diversi tipi di microrganismi potenzialmente nocivi per l’uomo. I farmaci antinfettivi si possono distinguere a seconda del loro campo di applicazione in:

  • farmaci disinfettanti: sono farmaci antinfettivi utilizzati per oggetti o su superfici;
  • farmaci antisettici: sono farmaci antinfettivi utilizzati su tessuti e mucose umani o animali, integri o danneggiati;
  • chemioterapici: sono farmaci antinfettivi utilizzati per uso interno, esercitano cioè un effetto antimicrobico sistemico, tra i chemioterapici più diffusi si annoverano gli antibiotici.

Ogni antinfettivo è dotato di un particolare spettro d’azione cioè un gruppo specifico di patogeni sui quali l’antinfettivo risulta efficace ed anche di una dose di efficacia specifica. La strategia moderna della terapia antibatterica per uso sistemico è quella di evitare, quando possibile, prodotti battericidi preferendo quelli batteriostatici per far sì che l’organismo riesca autonomamente ad eliminare i microrganismi patogeni una volta bloccata la loro crescita. Questa strategia ha come scopo principale l’evitare l’insorgenza di ceppi microbici resistenti, insensibili cioè all’antinfettivo utilizzato.

Esistono varie sostanze chimiche ad azione disinfettante, ad esempio:

  • La clorexidina è una sostanza antisettica, antibatteria e antimicotica, in grado quindi di eliminare attivamente una grande quantità di microrganismi potenzialmente dannosi per la salute. In pratica, la clorexidina scioglie letteralmente il corpo del batterio. Viene largamente usata anche in odontoiatria, all’interno dei colluttori, proprio per la sua azione antibatterica. Ad alte concentrazioni può danneggiare occhi e orecchie, quindi è meglio stare attenti a non avvicinarla agli occhi.
  • Il cloruro di benzalconio è un battericida, un microbicida e un conservante, ed è efficace anche contro alcuni virus. Agisce sui microrganismi come la clorexidina, sciogliendoli e bloccando delle funzioni vitali a livello cellulare. A differenza della clorexidina, non danneggia parti delicate come gli occhi, ed è anzi piuttosto usato nei gel per mani e nella disinfezione degli strumenti chirurgici.
  • Lo jodopovidone, invece, è un ottimo disinfettante a base di iodio e polivinilpirrolidone, da NON usare in combinazione con l’acqua ossigenata, dato che non sono compatibili. È un anitbatterico ad ampio spettro, e combatte anche lieviti, muffe, funghi, virus e protozoi. Sostituisce la vecchia tintura di iodio, dato che rispetto a questa è meno tossico. Si applica direttamente sulla ferita che poi viene coperta con una garza sterile. Oppure è ottimo come disinfettante prima di un prelievo o di un’iniezione.

Cos’è l’acqua ossigenata ed a che serve?

L’acqua ossigenata è un tipo particolare di disinfettante antisettico a base di perossido di idrogeno (H2O2), un composto altamente instabile che –  quando reagisce a contatto con altre sostanze – libera acqua e ossigeno. Ha diverse applicazioni, dallo sbiancamento dei tessuti al propellente per i razzi, a concentrazioni diverse. Come disinfettante, viene usata diluita al 3% o al 6% in acqua. Non appena viene a contatto con una ferita, reagisce immediatamente liberando ossigeno, e eliminando tutti i microrganismi che incontra e che potrebbero portare un’infezione. La sua azione disinfettante è breve, perché è una sostanza volatile, quindi si consiglia di usarla nelle ferite lacero-contuse come disinfezione preventiva, per poi passare a un disinfettante di altro tipo (non a base di potassio permanganato o ioduro, perché non è compatibile con l’acqua ossigenata). Non deve essere avvicinata agli occhi. L’acqua ossigenata, pur essendo utile e sufficiente nella maggioranza dei casi di piccoli traumi, non è un disinfettante “completo”: ad esempio se su una ferita sono presenti dei batteri che vivono senza problemi in presenza di ossigeno, l’acqua ossigenata fa ben poco ed in quel caso sarebbe preferibile usare un prodotto più efficace, come il Betadine 10% soluzione cutanea (o equivalente), che è un antisettico a largo spettro di azione.

  • Un’ottima acqua ossigenata è questa: http://amzn.to/2AIIiY0
  • Il principio attivo Iodopovidone contenuto nel Betadine, lo potete trovare in vari prodotti disinfettanti, come ad esempio questo: http://amzn.to/2FfgqhL

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Differenza tra acqua minerale, oligominerale e terapeutica

Varie bottiglie di plastica piene d'acqua di alcune marche famoseL’acqua minerale è un tipo di acqua proveniente da sorgente, solitamente commercializzata in bottiglia di plastica o di vetro. In Italia può essere venduta con la dicitura “acqua minerale” solo l’acqua che risponde ai criteri di legge stabiliti dal D.Lgs. nº 176 dell’8 ottobre 2011 (attuazione della direttiva 2009/54/CE):

«Sono considerate acque minerali naturali le acque che, avendo origine da una falda o giacimento sotterraneo, provengono da una o più sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche igieniche particolari e, eventualmente, proprietà favorevoli alla salute».

Differenza tra acqua potabile ed acqua minerale

Per le acque potabili, le ultime due specificazioni (caratteristiche igieniche e proprietà salutari) presenti nella legge appena riportata, non sono invece richieste, da ciò si potrebbe dedurre un fatto che in realtà è ancora scientificamente controverso, cioè che le acque minerali siano intrinsecamente superiori, già per previsione di legge, alle comuni acque potabili distribuite dalla rete idrica, avendo specifiche precise su igiene e proprietà che invece le acquee potabili non possiedono.

Classificazione in base al residuo fisso

Per la legge italiana le acque minerali commerciabili possono essere divise in varie categorie in base al residuo fisso, il quale indica la quantità di sostanza solida (sali minerali ad esempio) perfettamente secca che rimane dopo aver fatto evaporare in una capsula di platino, previamente tarata, una quantità nota di acqua precedentemente filtrata. In base al residuo fisso, la classificazione è la seguente:

  • acque minimamente mineralizzate: il residuo fisso a 180 °C è inferiore a 50 mg/l;
  • acque oligominerali (o leggermente mineralizzate): il residuo fisso è compreso tra 51 e 500 mg/l;
  • acque minerali: il residuo fisso è compreso tra 501 e 1500 mg/l;
  • acque ricche di sali minerali: il residuo fisso è pari o superiore a 1501 mg/l e per tale motivo prendono il nome di “acqua ad uso terapeutico” o “acque terapeutiche” e devono essere assunte con modalità particolari.

Un esempio di acqua terapeutica è l’acqua essenziale, a tal proposito leggi: Acqua essenziale: fa dimagrire, tiroide, stipsi, calcoli, gravidanza

Anidride carbonica nell’acqua minerale

In base al contenuto di anidride carbonica (il gas contenuto nell’acqua minerale), l’acqua prende la denominazione di

  • totalmente degassata se l’anidride carbonica libera presente alla sorgente è stata totalmente eliminata;
  • parzialmente degassata, se l’anidride carbonica libera presente alla sorgente è stata parzialmente eliminata;
  • rinforzata col gas della sorgente, se il tenore di anidride carbonica libera, proveniente dalla stessa falda o giacimento, è superiore a quello della sorgente;
  • aggiunta di anidride carbonica, se all’acqua minerale naturale è stata aggiunta anidride carbonica non prelevata dalla stessa falda o giacimento;
  • naturalmente gassata o effervescente naturale, se il tenore di anidride carbonica libera, superiore a 250 mg/l, è uguale a quello della sorgente.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra recettori adrenergici e colinergici

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MCon “recettore” in biochimica si intende una proteina che ha la capacità di legarsi con una molecola specifica, definita “ligando”. Il legame di un recettore col proprio ligando, causa nel recettore una variazione conformazionale in seguito alla quale si ha una cascata di reazioni (trasduzione del segnale) che portano all’insorgenza di una risposta cellulare o un effetto biologico specifici. Il farmacologia il recettore è una molecola che rappresenta il bersaglio specifico di un dato farmaco: la definizione di recettore assume quindi – in ambito farmacologico – un significato più ampio rispetto al campo biochimico, essendo definito “recettore” qualsiasi struttura biologica (proteine, enzimi, lipidi, acidi nucleici…) che diviene bersaglio del farmaco.

I recettori possono essere suddivisi in due grandi categorie, a seconda della loro localizzazione cellulare:

  • recettori transmembrana (o più semplicemente “recettori di membrana“): sono recettori che possiedono domini extracellulari, transmembrana ed intracellulari;
  • recettori intracellulari: sono localizzati all’interno della cellula, distinti in recettori citosolici o nucleari, in base alla loro localizzazione ripettivamente nel citosol o nel nucleo della cellula.

I recettori transmembrana sono suddivisibili in due differenti classi: ionotropi e metabotropici. I recettori ionotropi, definiti anche recettori-canale, sono recettori la cui apertura causa il flusso di ioni.  I recettori metabotropici sono una classe di recettori che, in seguito all’interazione con lo specifico ligando, inducono una cascata di reazioni cellulari. Sono riconducibili a quattro tipologie recettoriali principali:

  1. recettori tirosin chinasici;
  2. recettori per le citochine;
  3. recettori guanilil-ciclasi;
  4. recettori accoppiati a proteine G: strutture recettoriali transmembrana costituiti da sette domini transmembrana (TM) la cui risposta è modulata da una proteina G. Tra tali tipi di recettore possiamo trovare anche il recettore colinergico e quello adrenergico.
I recettori colinergici legano l’acetilcolina, un neurotrasmettitore importante sia nella risposta motrice (a livello del muscolo scheletrico), sia nella frequenza cardiaca, sia nelle sinapsi del sistema nervoso centrale (tipici delle fibre pre-gangliari del SNA post-gangliari parasimpatiche, si trovano anche nelle placche neuromuscolari). Sono suddivisi in recettori nicotinici (canali per cationi che si aprono con il legame dell’acetilcolina al recettore) e muscarinici (hanno una via di neurotrasmissione più lenta, poiché innescano una via di trasduzione del segnale, essendo anch’essi recettori accoppiati a proteine G).

I recettori adrenergici hanno un sito di legame per i neurotrasmettitori appartenenti alla famiglia delle catecolammine (adrenalina, noradrenalina ecc.). L’adrenalina è il cosiddetto ormone del combattimento e della fuga, per cui questi recettori hanno il compito di stimolare a livello neuronale una risposta motrice dettata da spavento e ansia. Sono recettori ACCOPPIATI A PROTEINE G, per cui il legame recettore-neurotrasmettitore determina una via di trasduzione del segnale. I recettori adrenergici sono tipici delle fibre post-gangliari ortosimpatiche,

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