Siamo nel 1968 in una piccola scuola di Randall, nello Iowa, USA, dove lavora Jane Elliott, una educatrice e un’attivista per i diritti civili. Quando Continua a leggere
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Soffri di picacismo? Scopri cos’è e cosa rischi
Con il termine “picacismo” (o “allotriofagia“, in inglese “pica disorder“) si intende in campo psichiatrico un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato dall’ingestione continuata nel tempo di sostanze non nutritive come ad esempio:
- sassi;
- sabbia;
- terra;
- carta;
- legno;
- tessuti;
- gesso;
- chiodi.
Un caso famoso è quello di Kerry Trebilcock, la 26enne che vedete in foto, che nella sua vita ha mangiato oltre 4000 spugne da cucina. Tale comportamento è tipico nei bimbi fino a circa i due anni di età; in questa fase ingerire oggetti non nutritive, non viene considerato una patologia dal momento che avvicinare qualsiasi cosa alla bocca rappresenta una normale esperienza con cui il bimbo esplora il mondo. Il picacismo viene diagnosticato quindi solo se il comportamento:
- si verifica in bambini più grandi di 24 mesi;
- se il soggetto continua ad ingerire oggetti nonostante gli sia detto che faccia male;
- se l’abitudine perdura per più di un mese.
Queste condizioni non sono applicabili a bambini o adulti affetti da ritardo mentale, né a individui appartenenti a culture che accettano tali pratiche per motivi sociali o religiosi. La sindrome interessa spesso anche le donne incinte dove si manifesta come desiderio di cibi nutritivi ma inappropriati, come per esempio la carne cruda.
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Sintomi del picacismo
Il picacismo appare di facile riconoscimento dal momento che l’ingestione di sostanze non alimentari, specie se molto piccole e non appuntite, può non dare sintomi per lungo tempo. Solitamente il picacismo si manifesta quando determina eventi acuti come una emorragia interna o una occlusione: i sintomi saranno quindi legati alla patologia causata dalla cronica ingestione di oggetti, quindi potranno essere variegati: stipsi, inappetenza, malessere generale, febbre, perdita di coscienza e coma.
Cause del picacismo
Alla base di questo pervertimento dell’appetito – tipico anche del mondo animale, come ad esempio tra i gatti – vi è quasi sempre un’anemia da carenza di ferro, e il disturbo regredisce con la correzione della carenza o, nel caso delle donne incinte, col termine della gravidanza. A volte nei bambini è il sintomo di una parassitosi intestinale o di una malattia celiaca, che hanno sempre come conseguenza un disturbo del metabolismo del ferro e di altri minerali. Il picacismo può essere ovviamente espressione di malattie psichiatriche come il disturbo ossessivo-compulsivo. Nella maggior parte dei casi, l’eziologia del picacismo rimane però sconosciuta (picacismo idiopatico).
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Picacismo: quali sono i rischi?
Sia nei bambini che tra gli adulti, il picacismo può determinare patologie anche gravi, tra cui:
- occlusioni del canale alimentare, specie a livello intestinale;
- intossicazioni nel caso d’ingestione di materiali tossici, come vernici (saturnismo);
- malnutrizione: nei casi più gravi lo stomaco del soggetto è talmente già pieno delle sostanze non alimentari da non lasciare spazio a quelle alimentari. Il soggetto in pratica smette di alimentarsi;
- infezioni, se gli oggetti sono contaminati;
- lesioni degli organi interni con emorragie, quando gli oggetti ingeriti sono appuntiti, come ad esempio chiodi o coltelli.
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Terapia del picacismo
Nel 75% dei casi risulta necessario l’intervento chirurgico che avrà l’obiettivo di estrarre, laddove possibile, gli oggetti o gli altri materiali ingeriti precedentemente. Il soggetto potrebbe giovare di psicoterapia per correggere l’abitudine malsana.
- Nel caso di psicoterapia sistemico-relazionale, il disturbo psicopatologico viene letto e interpretato alla luce della situazione familiare, come negli esempi sopra descritti, tale per cui sarà possibile dare un significato all’assunzione delle sostanze non alimentari e, sulla base di questo significato, si interverrà su tutto il sistema famiglia. I “significati” possibili sono infiniti, in alcuni casi, per esempio l’assunzione di sostanze non alimentari può essere visto come il tentativo di attirare l’attenzione dei genitori. In questo caso, il terapeuta familiare si occuperà di ristabilire la sana attenzione a ciascun membro della famiglia.
- Nel caso di soggetti più grandi potrà anche essere usato un approccio cognitivo-comportamentale in cui, dopo aver analizzato i pensieri sottostanti all’assunzione di sostanze non alimentari, si proverà a fare estinguere tali comportamenti attraverso esercizi e tecniche propri di questo approccio.
Tra le varie strategie cognitivo-comportamentali, molto efficace risulta essere l’utilizzo dei rinforzi e delle punizioni in seguito rispettivamente a comportamenti sani (come mangiare sostanze alimentari) e a comportamenti disfunzionali (come mangiare sostanze non alimentari). I rinforzi consistono nell’utilizzo di parole (come lodi e complimenti), oggetti (regalini di vario tipo) o comportamenti (come abbracci, sorrisi e concessioni) che, poiché valutati positivamente dal soggetto e associati al comportamento sano che li precede, servono ad incrementare l’assunzione di tali comportamenti sani. Al contrario, invece, le punizioni consistono in parole, oggetti o comportamenti che, valutati negativamente dal soggetto, servono ad estinguere il comportamento disfunzionale che li precede.
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Picacismo tra gli animali
Come già precedentemente accennato, il picacismo è noto anche come disturbo comportamentale diffuso tra gli animali, specie tra i gatti, nei quali si manifesta con una tendenza a succhiare abiti di lana, e in altri animali, come nel caso del cane, che può derivare da stress, vizi comportamentali, fino anche da processi neoplastici cerebrali, predispone a occlusioni esofagee, piloriche, intestinali o torsione gastrica, tutti quadri che necessitano di una terapia chirurgica a volte di estrema urgenza.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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A che età smette di crescere il seno nelle adolescenti?
Solitamente il seno comincia a crescere all’inizio della pubertà, quindi tra i 10 e i 13 anni; successivamente la crescita della mammella prosegue Continua a leggere
A che età inizia a crescere il seno nelle donne?

Solitamente il seno comincia a crescere all’inizio della pubertà, quindi tra i 10 e i 13 anni, tuttavia questo dato è molto variabile. Ricordiamo che lo sviluppo puberale è considerato nella norma quando inizia dopo gli otto anni (nelle femmine, nove nei maschi), mentre prima di questa età è definito precoce, circostanza che però si verifica con una frequenza di un caso ogni 5-10 mila. Detto questo quindi, si capisce che non è così raro vedere nella bambina già dagli otto anni i primi segni di una certa maturazione sessuale, fenomeno tra l’altro in aumento negli ultimi decenni. Se accade, però, non ci sarebbe di che preoccuparsi perché nella maggior parte dei casi si tratta di una variante comunque normale della crescita. Il bottone mammario, che corrisponde all’inizio dello sviluppo della ghiandola mammaria, rappresenta nella maggior parte dei casi il primo segno di pubertà nel sesso femminile e precede generalmente di circa due anni – due anni e mezzo il menarca (la prima mestruazione).
Pubertà precoce
Le ghiandole surrenali iniziano a produrre molto presto debolmente ormoni maschili e questo dà il via alla crescita dei primi peli pubici e ascellari e al cambiamento dell’odore emanato dalla pelle: sono trasformazioni di natura benigna, che non devono preoccupare i genitori, a meno che non siano accompagnate da un ingrossamento dei genitali e da un’importante crescita in altezza del bambino. Sarebbero infatti questi ultimi i veri segni di un’effettiva pubertà precoce alla cui base ci possono essere squilibri ormonali o patologie neurologiche più serie a carico di ipotalamo e ipofisi, anche di origine neoplastica. In questi casi sì, occorre consultare uno specialista per valutare la vera natura di uno sviluppo così anticipato. Dosaggi degli ormoni sessuali nel sangue, radiografia ossea ed ecografia degli organi genitali sono tutti esami che possono confermare una reale pubertà precoce, ed a questo punto gli endocrinologi potrebbero anche decidere di intervenire con una terapia farmacologica, per regolamentare una crescita che brucia le tappe e che potrebbe, per esempio, limitare la statura futura del ragazzo. Senza contare poi il supporto psicologico di cui chi entra troppo presto nella pubertà potrebbe aver bisogno, trovandosi bambino con un corpo che diventa adulto prima di quando accada ai suoi compagni di gioco.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Favole nei bambini: quando iniziare a raccontarle e quanto sono importanti?
È già qualche anno che vivo il ritorno piacevole di ascoltare e raccontare favole. Favole della buonanotte, favole africane, fiabe medioevali, fiabe giapponesi. Ogni volta è come entrare in contatto con qualcosa di speciale, e la cosa più speciale che ad ogni lettura, ascolto o visione, la magia si ripete. Vedere una favola rappresentata a teatro, al cinema o sui fogli di un libro non cambia di molto il risultato. Perché in ognuno di noi c’è ancora una parte bambina che con le fiabe è cresciuta e attraverso le quali ha imparato a conoscere se stesso, ad accettarsi e a vincere le proprie paure.
Le favole guidano i bambini nella scoperta del proprio mondo emotivo
Le favole danno la possibilità ai bambini, e non solo, di entrare alla scoperta del proprio mondo emotivo. È possibile attraverso le fiabe apprendere schemi nuovi di comportamento, imparare a rispondere più efficacemente a situazioni difficili o di disagio. In questo modo si impara a non rimanere vinti dalle emozioni che si vivono. Riconoscersi nei protagonisti, identificandosi, darà loro modo di entrare in contatto con quelle emozioni, impareranno a riconoscerle, a dargli un nome e quindi ad esprimerle. Spesso, quando si ascolta una fiaba si viene totalmente assorbiti da questa. Ancora di più nel caso dei bambini. Il bambino infatti entra totalmente nel mondo fatato, si veste degli abiti e delle azioni dei suoi protagonisti. Eccolo diventare allora una fata, un leone, un mago, una Winx, un principe o una principessa.
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Un momento speciale
Il momento delle storie raccontate e ascoltate dalla mamma e dal papà, magari accoccolati tra le loro braccia, prende un significato emotivo molto più grande del gesto in sé. È unico nel suo genere. Il tempo del racconto prima di andare a ninna è molto importante per la relazione tra genitori e figli. Il tempo che un genitore dedica al proprio figlio parla di generosità, istruisce circa il piacere del dare e del ricevere. È un tempo che manifesta affetto e pazienza. È un tempo ricco di presenza, in cui il solo “stare” è già di per sé un momento che dona sicurezza al bambino, lo aiuta nella crescita delle sue capacità emotive e cognitive. Questo spazio può essere riempito di domande, racconti su come è andata la propria giornata, riflessioni, fantasie e immagini. È uno spazio fecondo in cui possono crescere la fiducia verso se stessi, la capacità di superare piccole paure, insicurezze e conflitti. Per cui è molto meglio far addormentare i bimbi in questo modo, piuttosto che davanti alla tv o nella stanza da soli. Le favole possono essere utili a favorire la fiducia in se stessi, a comprendere meglio alcuni eventi che possono essere fonte di disagio, e in ultimo forniscono e lasciano traccia, nella memoria emotiva, di cosa vuol dire “sentirsi accuditi e accolti”, esperienza fondamentale per la crescita. Lavorando con gli adulti, mi capita di rilevare nel mio lavoro, come alcuni di questi non abbiano sviluppato nella loro vita uno spazio di accoglienza e di accudimento verso le loro sensazioni dolorose, risultando incapaci di reperire dentro loro stessi momenti in cui si siano sentiti accuditi, accolti, ascoltati. Pensate, quindi, come può essere importante il momento delle favole della buonanotte: 15 minuti a sera potrebbero aiutare vostro figlio nel futuro a far fronte a numerose esperienze dolorose. Perché attraverso le favole, attraverso l’uso della metafora, si aiutano i bambini a scoprire diversi modi di interpretare le situazioni e a migliorare le loro capacità di risolverle. Le favole insegnano ad avere pazienza, a essere empatici, ad osservarsi, ad avere coraggio, ad apprendere regole di comportamento, a capire cosa sono la bellezza e la generosità. In questo modo aiutiamo i bambini a sviluppare l’intelligenza emotiva. Questa è una grande risorsa che non in tutti è sviluppata, ma è di fondamentale importanza per la gestione delle emozioni (ansie, paure, ecc) e per migliorare le capacità relazionali con gli altri.
Da che età?
Ci sono favole per ogni età. Per quanto possa sembrare incredibile, già ad un anno, i bambini possono prestare attenzione a brevi e semplici racconti, per esempio piccoli libricini fatti di figure semplici. Poi crescendo, si noterà che i bimbi sono in grado di seguire racconti via via sempre più complessi. Intorno ai 3-4 anni il loro interesse sarà focalizzato attorno a quelle storie che rimandano alle loro attività quotidiane, come per esempio mangiare, dormire, vestirsi, giocare, lavarsi denti. Invece attorno ai 4-5 anni gli piacerà ascoltare e identificarsi con storie riguardanti fate, principesse, cavalieri, maghi, animali. È importante sviluppare il “muscolo” dell’immaginazione, sia per l’età bambina che, in futuro, per quella adulta. E’ utile per capire e superare i drammi della vita, come l’abbandono, la cattiveria, la paura. La lettura delle fiabe viene vissuta piacevolmente da entrambi i sessi. E così come abbiamo detto all’inizio di questo scritto le favole non sono ad uso esclusivo dei bambini. Se un adulto rifiuta o si trova in difficoltà rispetto al contatto con questo mondo, ci sarebbero da porsi diverse domande riguardo alle cause di tale posizione. Quindi sceglietevi una bella favola, che sia in un libro, a teatro, al cinema e…buona immersione!
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Arinia: la mancanza congenita del naso
L’arinia è una patologia caratterizzata dalla mancanza congenita del naso, spesso associata con altre malformazioni del cranio e dell’encefalo (aprosopia, ecc.). E’ una condizione rarissima: in letteratura si contano soltanto 29 casi. L’arinia congenita può essere parziale, qualora interessi soltanto le strutture nasali esterne, o totale, se coinvolge l’apparato olfattivo in toto (compresi nervi e bulbi olfattivi). Le cause possono essere molteplici: sono stati descritti casi associati ad inversione e trisomia del cromosoma 9, diabete materno, polidramnios. E’ molto difficile da trattare.
In foto potete vedere Eli Thompson, bambino nato in Alabama, affetto da arinia. Si può notare dalla foto che Eli sia stato sottoposto a tracheotomia, procedura chirurgica che prevede la perforazione della trachea e l’apertura di uno stoma per il passaggio di aria.
Questa malattia colpisce una persona ogni 197 milioni di persone. Quando pensate di essere sfortunati, ricordatevi di questo dolcissimo bimbo.
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Broncoscopia: come ci si prepara all’esame?
Prima di effettuare una broncoscopia non occorre alcuna particolare preparazione: è sufficiente essere a digiuno dalla sera precedente e non assumere liquidi per almeno 6 ore prima dell’esame. Se è in corso una terapia per via orale si può assumere il farmaco con poca acqua. Si consiglia chi si sottopone a broncoscopia di informare sempre preventivamente il medico sui farmaci che si stanno assumendo e/o sulla presenza di malattie o allergie di qualsiasi tipo. In particolare, occorre segnalare anche l’eventuale presenza di allergie agli anestetici locali.
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Perché un neonato piange sempre? 8 sistemi per calmarlo
Perché il neonato piange così spesso? Le principali ragioni sono:
- ha fame;
- il pannolino è sporco;
- è stanco;
- è malato;
- ha una colica;
- ha sete;
- ha caldo o freddo;
- si sente solo;
- sta crescendo un dentino attraverso la gengiva.
Cercare di capire il motivo del pianto da parte dei genitori nasconde un processo molto importante: vuol dire mettersi al posto del bambino e capire le sue necessità. Questo è fondamentale per rispondere correttamente ai segnali del bambino. Così egli sente di esistere e che mamma e papà tengono conto delle sue necessità. Dalla nascita il bambino capisce abbastanza velocemente che il suo pianto richiama la mamma o il papà, che vengono a soddisfare i suoi bisogni. Questa esperienza è necessaria alla sua sopravvivenza e lo segnerà per sempre. Inizierà ad avere fiducia in se stesso e nelle proprie competenze, perché riuscirà a esprimersi e ad agire sull’ambiente esterno. Per quanto piccolo possa essere.
1 Avvolgilo in una coperta. Non troppo caldo però
Avvolgi il bimbo in una coperta (occhio a non tenerlo troppo caldo però), meglio se in posizione fetale. Questo è un trucco che può aiutare a calmarlo purché il pianto non sia dovuto a frame, sete o dolore. Ci sono bambini però che non sopportano di essere fasciati troppo stretti. In questo caso allora meglio avvolgerlo in un cuscino da allattamento.
2 Tienilo vicino a te
Nei primi mesi di vita i bimbi soffrono spesso di problemi di digestione. Non esitare a tenere il piccolo stretto a te e a fargli fare un po’ di nanna in braccio. Ricordati però di trovare una posizione confortevole anche per te. Se dopo pranzo lo mettete nella culla dove dorme solo mezz’ora e poi ricomincia a piangere, può essere che tenendolo poggiato a voi dorma anche una o due ore consecutive e quando si risveglierà sarà di buon umore. Non preoccupatevi, non dovete farlo per molto tempo: verso il sesto mese riuscirà a fare il sonnellino nel suo lettino.
3 Vuoi uscire? Mettilo nel marsupio
Devi fare delle commissioni o uscire? Un buon trucco consiste nell’usare una fascia o un marsupio. Il bimbo cullato dal tuo passo farà un bel riposino.
4 Anche il papà può calmare il bambino. Ricordatelo
Chiedi a persone di fiducia (tuo marito, la nonna, una zia …) di aiutarti a calmare il bimbo. Quando si è stanchi è difficile essere calmi e rassicuranti; il bimbo percepirà il tuo stress e si agiterà a sua volta.
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5 Sei in difficoltà? Chiedi un aiuto concreto a chi ti sta vicino
Non aver paura a chiedere un aiuto concreto e a dire che sei in difficoltà. Ti stupirai della sensibilità delle persone attorno a te. “Spesso – dice Valentin – gli altri non si accorgono che siamo in difficoltà, proprio perché ci teniamo tutto dentro”.
6 Trova un piccolo rito. Lo rassicura
Prova a stabilire un metodo efficace per calmare tuo figlio e poi attieniti a questo metodo anche quando il bimbo non smette di piangere. “Sperimentando mezzi diversi, il piccolo percepirà la vostra insicurezza e non riuscirà a sentirsi rassicurato – dice Valentin – Un unico metodo può diventare quasi un rituale, cosa che lo calmerà”.
7 Togli carillon e peluche dal lettino
Controlla il letto del bimbo e togli tutto quello che potrebbe svegliarlo, come il carillon e i peluche nei quali i bambini sembrano affondare.
8 Non perdere la fiducia
Se le risposte del tuo pediatra non ti soddisfano, consulta una puericultrice o una specialista della prima infanzia. A volte basta poco per arrivare a una soluzione.
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