Cricotiroidotomia: urgenza, complicanze, procedura ed indicazioni

MEDICINA ONLINE Tracheotomy TRACHEOTOMIA TRACHEA ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE INTUBAZIONE ENDOTRACHEALE TRACHEA TUBO FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE.jpgCon “cricotiroidotomia” in medicina si intende una tecnica chirurgica di apertura delle vie aeree a livello della membrana cricotiroidea, nella regione anteriore del collo, utilizzato esclusivamente in situazioni di emergenza come nei casi di soffocamento o di trauma facciale. Questo intervento prevede di tagliare, con un’incisione verticale, lo spazio immediatamente sotto il pomo d’Adamo e quello al di sopra della cartilagine cricoidea e, con un’altra incisione, coinvolgere la membrana cricotiroidea (vedi immagine in alto).

Cricotiroidotomia: quando si esegue?

La cricotiroidotomia, solitamente, si mette in pratica quando un individuo non riesce più a respirare adeguatamente a causa di un’ostruzione delle vie aeree.

Cricotiroidotomia nei bambini

Nei bambini fare una tracheotomia d’urgenza è più complicato che nell’adulto, poiché la conformazione anatomica della trachea del bambino fino ai 12 anni presenta la parte alta molto più larga, per cui possono passare facilmente degli oggetti estranei, mentre a livello della cartilagine cricoide c’è un brusco restringimento che blocca un eventuale corpo estraneo; praticando una cricotirotomia, invece, il bambino si salva. Nell’adulto questo non succede vista la diversa conformazione anatomica per cui l’eventuale corpo estraneo va a bloccarsi più in basso, magari a livello di un bronco.

Come si esegue

Questa tecnica prevede che si vada a bucare la parete anteriore della laringe a livello del legamento cricotiroideo, ovvero la membrana situata nello spazio immediatamente sotto il pomo d’Adamo (cartilagine tiroidea) e la sottostante cricoide, lungo circa 1.5 cm. Tale foro permette di raggiungere l’interno della laringe al di sotto della piega vocale. Il taglio effettuato sulla superficie esterna deve essere ampliato con un’altra piccola incisione che coinvolge la membrana cricotiroidea, e ancora con un piccolo dilatatore o con il manico del bisturi stesso (tecnica Seldinger). Altra tecnica utilizzata è la DiGiacomo. Immediatamente si provvede a far penetrare l’ago cannula sottile (la misura utilizzata è solitamente la 15), il cui compito è quello di far ventilare il paziente: l’aria deve sia entrare che uscire dalle due estremità create. La durata dell’intervento va da pochissimi secondi a due minuti circa, in base alla tecnica impiegata (tecnica percutanea con ago, inserimento di microcannula o mini cricotiroidotomia, cricotiroidotomia chirurgica d’urgenza, ecc.). La natura elastica della membrana cricotiroidea contribuisce ad evitare che eventuali emorragie, peraltro rare, possano far entrare sangue nella trachea.

Cricotiroidotomia: quali sono i rischi?

Questa tecnica, specie se effettuata da personale non qualificato, comporta alcuni rischi precoci e tardivi:

  • lesioni ai grandi vasi sanguigni del collo;
  • lesioni ai nervi laringei;
  • disfonia (paralisi delle corde vocali e difficoltà a parlare);
  • spostamento della trachea;
  • arresto respiratorio;
  • infezioni del sito;
  • polmoniti;
  • edema polmonare post-ostruttivo;
  • disfagia a solidi o liquidi (difficoltà nel deglutire alimenti).

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Tracheostomia: complicanze, parlare, percutanea, cibo e gestione

MEDICINA ONLINE Tracheotomy TRACHEOTOMIA TRACHEA ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE INTUBAZIONE ENDOTRACHEALE TRACHEA TUBO FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE.jpgCon “tracheostomia” in campo medico si intende un procedura chirurgica utilizzata per creare un’apertura (o stoma) sul collo, a livello della trachea. Tale operazione si esegue congiungendo i margini di un’incisione cutanea, praticata sul collo, al tubo tracheale, anch’esso forato. Una volta collegate le due aperture, si infila un piccolo tubo, detto cannula tracheostomica, che consente di convogliare aria nei polmoni e di respirare. La tracheostomia è, solitamente, un rimedio a lunga permanenza.

Tracheostomia e ventilazione assistita

In determinate situazioni la tracheostomia non è sufficiente a garantire la respirazione del paziente: in caso di insufficienza respiratoria grave, o particolari patologie neurodegenerative che colpiscono i muscoli del torace, è richiesta una ventilazione assistita. Questa si esegue per mezzo di uno strumento che è collegato alla cannula tracheostomica e infonde, attraverso di essa, ossigeno ai polmoni. Questo strumento è una macchina trasportabile (non fisso), che si occupa di infondere ossigeno ai polmoni del paziente tracheostomizzato.

Tracheostomia: quando si esegue?

La tracheostomia, solitamente, si mette in pratica quando un individuo non riesce più a respirare adeguatamente, a causa di un disturbo di salute o di un’ostruzione delle vie aeree.
Le principali situazioni che richiedono la tracheostomia sono tre:

  • in caso di insufficienza respiratoria;
  • in caso di blocco/ostruzione delle vie aeree superiori;
  • in caso di accumulo di fluido all’interno delle vie aeree inferiori e nei polmoni.

Tracheostomia nell’insufficienza respiratoria

L’insufficienza respiratoria è una condizione in cui un individuo ha difficoltà a respirare o non respira affatto. I casi di insufficienza respiratoria, che necessitano di tracheostomia, sono provocati dalle seguenti circostanze:

  • Ictus o grave trauma cerebrale, che provocano, nel paziente, uno stato di coma o di incoscienza.
  • Paralisi, dovuta a un grave trauma del midollo spinale, a livello del collo.
  • Danno profondo dei polmoni, causato da una polmonite o dalla fibrosi cistica.
  • Malattie degenerative del sistema nervoso, come quelle che colpiscono i motoneuroni (per esempio, la SLA o sclerosi laterale amiotrofica) o la sclerosi multipla.

Tracheostomia in caso di ostruzione delle vie aeree superiori

Le vie aeree superiori possono bloccarsi per diverse ragioni. La tracheostomia diventa fondamentale quando l’ostruzione è permanente.
Ostruzioni permanenti sono provocate da traumi, infezioni gravi e reazioni allergiche severe, che restringono la gola; oppure da un tumore della bocca, della laringe o della ghiandola tiroide.
La cannula tracheostomica, in questi frangenti, serve a bypassare un ostacolo che si trova a monte.

Tracheostomia in caso di accumulo di fluido nelle vie aeree inferiori

Nelle vie aeree inferiori o nei polmoni, può accumularsi del liquido, il quale, oltre a ridurre le capacità respiratorie di un individuo, può dare il via a un’infezione.
Tramite la tracheostomia, si ristabilisce la respirazione e si ripuliscono le vie aeree che hanno accumulato il fluido. La raccolta di liquido può avvenire per i seguenti motivi:

  • Dopo una grave infezione ai polmoni (polmonite)
  • Dopo un trauma a carico delle vie aeree inferiori e dei polmoni. Il liquido, in questo caso, è soprattutto sangue.
  • Dopo una patologia neuromuscolare (per esempio, la SMA o atrofia muscolare spinale), che impedisce al paziente di muovere i muscoli toracici e di tossire. La tosse serve a espellere le secrezioni nasali, le quali, accumulandosi, sono terreno di coltura per i batteri.

Tracheostomia quando è permanente e quando non lo è?

La tracheostomia viene praticata, solitamente, come rimedio permanente, in tutte quelle situazioni (gravi o non gravi) in cui non è previsto un recupero delle normali capacità respiratorie. Tuttavia, se i disturbi respiratori sono curabili, può rappresentare una soluzione temporanea, ma di discreta durata, applicata in attesa che il paziente guarisca: quando la patologia è stata curata, la tracheostomia può essere rimossa.

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Tracheostomia: quali sono i rischi

Dal punto di vista chirurgico, la tracheostomia è un intervento abbastanza semplice e sicuro. Pertanto, è raro che insorgano complicazioni durante o dopo l’intervento. Queste, se compaiono, consistono in:

  • Emorragie
  • Danni accidentali alla trachea
  • Danni accidentali ai nervi, che controllano la laringe o l’esofago. Questi conducono a disturbi del linguaggio e della deglutizione
  • Pneumotorace, se dell’aria si accumula attorno a uno o a entrambi i polmoni
  • Formazione di un ematoma sul collo, che comprime la trachea e rende difficile la respirazione
  • Infezioni batteriche, da trattare immediatamente con antibiotici
  • Dislocamento della cannula tracheostomica, che provoca successivamente un collasso della trachea
  • Formazione di un punto di passaggio tra esofago e trachea (fistola), che potrebbe concludersi con l’entrata di cibo nelle vie respiratorie. È un disturbo che, per avvenire, richiede molto tempo
  • Ostruzione della cannula o delle vie aeree. Se avviene nelle vie aeree, serve uno stent per garantire la riapertura del passaggio per l’aria
  • Formazione di un fistola tra trachea e arteria anonima, passante nelle vicinanze. Questa possibilità è assai pericolosa

Incidono sicuramente sulla buona riuscita dell’intervento i seguenti fattori:

  • Età e stato di salute del paziente. Un paziente giovane e in discreta salute sopporta meglio l’intervento e si abitua più velocemente a convivere con una cannula in trachea
  • La ragione della tracheostomia. Un paziente, che soffre di una grave insufficienza respiratoria o di una malattia neurodegenerativa, è esposto maggiormente a più complicazioni post-intervento
  • Tracheostomia d’emergenza o programmata. Gli interventi d’emergenza, a differenza delle operazioni pianificate, sono assai più rischiosi.

Preparazione alla tracheostomia

La tracheostomia prevede, salvo eccezioni, l’anestesia generale; pertanto, nel giorno dell’intervento, bisogna presentarsi a digiuno da diverse ore (in genere, dalla sera precedente). Inoltre, è bene munirsi di tutto ciò che potrebbe servire durante il ricovero (che è di diversi giorni) e, in base ai consigli medici, interrompere l’assunzione di determinati farmaci (per esempio, gli anticoagulanti), in quanto questi potrebbero far insorgere delle complicazioni. Come ogni operazione chirurgica, anche la tracheostomia richiede un check-up preoperatorio, che serve a valutare lo stato di salute del paziente e se questo è in grado di sopportare l’operazione.

Procedura

La tracheostomia può essere svolta sia come intervento programmato sia come soluzione d’emergenza.  Quando è programmata, c’è il tempo per preparare l’operazione nei minimi dettagli e ricorrere all’anestesia generale; quando, invece, è un rimedio d’emergenza, il tempo a disposizione è poco, l’anestesia è locale e bisogna agire rapidamente, se si vuole salvare la vita del paziente.

Come si effettua l’anestesia generale?

L’anestesia generale prevede l’uso di anestetici e antidolorifici, che rendono il paziente incosciente e insensibile al dolore. La somministrazione di questi farmaci, effettuata per via endovenosa e/o tramite inalazione, avviene prima e per tutta la durata dell’intervento chirurgico. A operazione conclusa, infatti, si cessa il trattamento farmacologico, per consentire al paziente di riprendere i sensi. Al risveglio, è probabile che l’individuo operato si senta confuso: è un effetto normale degli anestetici, che nel giro di poche ore svanisce progressivamente.

Tracheostomia programmata

L’intervento programmato si può eseguire in due modi diversi: tramite una tracheostomia percutanea o tramite una tracheostomia a cielo aperto.

  • Tracheostomia percutanea (o tracheostomia minimamente invasiva). Durante la tracheostomia percutanea, il chirurgo incide la gola del paziente, in modo tale da avere una via d’ingresso per un set di dilatatori di dimensioni crescenti. Questi strumenti, utilizzati uno alla volta, creano un’apertura (o stoma), nella trachea e nella cute, via via sempre più grande. Una volta che le dimensioni dello stoma permettono l’ingresso della cannula tracheostomica, vengono congiunti i margini del foro cutaneo con il tubo tracheale.
  • Tracheostomia a cielo aperto (o tracheostomia tradizionale). Durante la tracheostomia a cielo aperto, il chirurgo pratica, per prima cosa, un’incisione orizzontale nella parte bassa del collo, tra pomo d’Adamo e sterno. Successivamente, seziona i muscoli e parte della ghiandola tiroide, presenti in quest’area e avvolgenti la faccia anteriore del tubo tracheale. Infine, perfora la trachea e la collega all’incisione cutanea, formando lo stoma per il passaggio del tubo tracheostomico.

L’intervento di tracheostomia a cielo aperto si svolge in sala operatoria. La tracheostomia percutanea ha il vantaggio, rispetto a quella a cielo aperto, di essere minimamente invasiva. Tuttavia, non è sempre sicura e attuabile in tutte le situazioni. Infatti, la tracheostomia a cielo aperto è l’unica soluzione quando:

  • Il paziente ha meno di 12 anni.
  • Il collo non presenta la classica anatomia, a causa di un tumore o di una raccolta di sangue.
  • Il paziente è notevolmente sovrappeso e ha molto tessuto adiposo attorno al collo.

Tracheostomia nelle emergenze

Le classiche situazioni che richiedono la tracheostomia d’emergenza, sono quelle in cui il paziente soffre di insufficienza respiratoria. Come detto, l’anestesia è (quasi sempre) locale, perché non c’è il tempo materiale per agire in altra maniera, e l’operazione può avvenire anche in un reparto ospedaliero ben attrezzato. L’esecuzione è del tutto analoga a quella prevista dalla tracheostomia a cielo aperto, con la sola differenza che va eseguita con estrema rapidità. A tal proposito, per velocizzare la procedura, si pone un asciugamano arrotolato dietro le spalle del paziente disteso, in modo tale da raddrizzare il collo e facilitare la perforazione della trachea.
In genere, i pazienti, che si sottopongono a una tracheostomia d’emergenza, necessitano di essere ventilati meccanicamente, perché soffrono di un’insufficienza respiratoria grave e permanente. Terminato l’intervento, il paziente viene sottoposto a un esame radiologico del collo, che serve, al medico, per vedere se il tubo tracheostomico è stato inserito correttamente. Se non ci sono anomalie, il personale medico esegue una sorta di bendaggio attorno alla ferita, per proteggerla dagli agenti esterni (batteri in particolare), e applica del nastro sulla cannula, per fissare quest’ultima. Il ricovero ospedaliero può durare diversi giorni. La durata precisa non è quantificabile, in quanto ogni paziente rappresenta un caso a sé stante. In ogni caso, lo scopo è quello di monitorare il paziente, seguendo il decorso post-operatorio, e insegnargli come prendersi cura di sé, una volta dimesso dall’ospedale.

Vivere con la tracheostomia

La qualità di vita dei pazienti, sottoposti a tracheostomia, può essere anche buona. Se, infatti, non si soffre di gravi patologie respiratorie o di qualche malattia neurodegenerativa, è possibile riprendere diverse attività quotidiane e condurre un’esistenza quasi normale. Chiaramente, serve un periodo di assestamento, per abituarsi nuovamente a parlare, a mangiare ecc con un tubo in trachea.
In condizioni gravi, le cose sono ben diverse: il malato dipende da una strumento per la ventilazione meccanica e, oltre a non respirare autonomamente, presenta altri disturbi. Il paziente tracheostomizzato può riprendere la maggior parte delle normali attività quotidiane, purché lo faccia in modo graduale. In genere, per almeno sei settimane, è bene evitare le mansioni più pensanti: questo lasso di tempo serve ad abituarsi alla presenza della cannula.
È fondamentale ricordarsi che ogni mansione va svolta con estrema cura e proteggendo il tubo tracheostomico dalla polvere, dall’acqua e da qualsiasi altra particella dell’ambiente esterno. Il modo migliore per impedire che qualcosa entri nel tubo, è usare un foulard attorno al collo.

Ci si sta riferendo a individui tracheostomizzati affetti da disturbi respiratori relativamente lievi. La precisazione è d’obbligo, in quanto, per tutti coloro che soffrono di gravi disturbi respiratori o di patologie neurodegenerative, il ritorno alle normali attività quotidiane è irrealizzabile ed è reso tale da altri fattori.

Tracheostomia: parlare e mangiare

Per poter parlare, bisogna che l’aria attraversi le corde vocali, poste a livello della laringe. In un individuo tracheostomizzato, questo passaggio d’aria non si verifica più, pertanto il paziente ha grosse difficoltà a parlare, specialmente dopo l’intervento.
Con determinati accorgimenti (per esempio, le valvole fonatorie), da applicare alla cannula, e con degli esercizi mirati, insegnati da un logopedista, è possibile riprendere a parlare in modo quasi normale.

Tracheostomia: pulizia del tubo tracheostomico

Il tubo tracheostomico va pulito almeno un paio di volte al giorno. Durante il ricovero ospedaliero, se ne occupa il personale medico, ma, una volta a casa dall’ospedale, deve essere il paziente a prendersene cura.
Tutte le informazioni, relative alla pulizia della cannula tracheostomica, vengono fornite al momento del ricovero.

Tracheostomia: rimozione della cannula

La tracheostomia, come si è detto, non è sempre un rimedio permanente.
Quando non è più necessaria, bisogna rimuovere il tubo, coprire la ferita con un foulard o una sciarpa e attendere che lo stoma si cicatrizzi. Possono volerci anche diverse settimane e il ricorso ad alcuni punti di sutura.

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Intubazione: rischi, anestesia, rianimazione, dolore alla gola

MEDICINA ONLINE CUORE ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE INTUBAZIONE ENDOTRACHEALE TRACHEA TUBO FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE ECG FIBRILLATORE.jpgIntubazione: cos’è?

Con “intubazione” in medicina si intende una tecnica che permette l’inserimento di un tubo nelle vie aeree – più precisamente nella trachea – attraverso le corde vocali del paziente con lo scopo principale di permettere la respirazione di una persona non in grado di respirare autonomamente. Il più comune metodo di intubazione è quello “endotracheale”, che può avvenire:

  • per via orotracheale: il tubo entra attraverso la bocca del paziente (metodo più diffuso);
  • per via rinotracheale: il tubo entra attraverso il naso del paziente (metodo meno diffuso).

Intubazione: quando viene usata?

Lo scopo principale di tutti i tipi di intubazione è quello di permettere la respirazione di un soggetto che, per vari motivi, non è in grado di respirare in modo autonomo, fatto questo che mette a rischio la vita del paziente. Un altro obiettivo dell’intubazione è quello di proteggere le vie aeree da eventuali inalazioni di materiale gastrico. L’intubazione viene eseguita in molte condizioni mediche, come ad esempio:

  • in pazienti in stato di coma;
  • nell’anestesia generale;
  • nella broncoscopia;
  • in procedure endoscopiche operative alle vie aeree come la terapia al laser o l’introduzione di uno stent nei bronchi;
  • in rianimazione su pazienti che necessitano di supporto respiratorio (ad esempio in caso di grave infezione da Covid 19);
  • in medicina d’urgenza, in particolare durante la rianimazione cardiopolmonare.

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Alternative all’intubazione

Esistono alcune alternative all’intubazione, ma sono senza dubbio più invasive e non certo esenti da rischi, ad esempio:

Tipi di tubi usati nell’intubazione

Esistono vari tipi di tubi endotracheali per intubazione orale o nasale, ne esistono di flessibili o di semirigidi, con una forma specifica e quindi relativamente più rigidi. La maggior parte dei tubi sono accomunati dal fatto di possedere un margine gonfiabile per sigillare le vie aeree inferiori, che non permette la fuoriuscita di aria o l’aspirazione di secrezioni.

Intubazione: perché viene fatta durante una anestesia?

L’intubazione viene fatta dal medico anestesista durante una anestesia generale, poiché – per determinare l’anestesia – al paziente vengono somministrati dei farmaci che inibiscono la sua respirazione: il paziente non è in grado di respirare autonomamente ed il tubo endotracheale, collegato a un respiratore automatico, permette la corretta respirazione del soggetto durante l’operazione chirurgica. In interventi di breve durata (fino a 15 minuti) la respirazione viene supportata con maschera facciale, il tubo tracheale viene usato se l’intervento ha una durata maggiore.

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Proverò dolore durante l’intubazione?

L’intubazione viene sempre praticata dopo che il paziente è stato addormentato, quindi non sentirà alcun dolore causato da essa. Dopo l’intervento non si ricorderà né del posizionamento del tubo né della sua rimozione (ossia l’estubazione) dalle vie aeree a intervento finito. Lievi fastidi alla gola sono possibili, ed abbastanza frequenti, dopo l’estubazione.

Dolore alla gola dopo intubazione: è normale?

Come appena accennato, dopo che il paziente è stato sottoposto ad una intubazione, può accusare alcuni sintomi spiacevoli, tra cui:

  • mal di gola;
  • sensazione di corpo estraneo in gola;
  • difficoltà nella deglutizione di solidi e liquidi;
  • fastidio durante l’emissione di suoni;
  • raucedine.

Questi sintomi, seppur fastidiosi, sono abbastanza frequenti e non gravi, inoltre tendono a scomparire velocemente, di solito nell’arco di massimo 2 giorni. Nel caso in cui i dolori persistano e siano francamente insopportabili, chiedete consiglio al vostro medico.

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Tecniche di intubazione

L’intubazione tracheale può essere eseguita attraverso varie tecniche.

  • Tecnica tradizionale: consiste in una laringoscopia diretta nella quale si usa un laringoscopio per visualizzare la glottide al di sotto dell’epiglottide. Viene quindi inserito un tubo con una visione diretta. Questa tecnica viene eseguita in pazienti in stato comatoso (svenuti) o sotto anestesia generale, o quando abbiano ricevuto anestesia locale o specifica delle strutture delle vie aeree superiori (es. usando un anestetico locale come la lidocaina).
  • L’induzione a sequenza rapida (RSI) (crash induction) è una variante della procedura standard su pazienti in anestesia. È eseguita quando è necessario un immediato e definitivo trattamento delle vie aeree attraverso l’intubazione, e in particolare quando c’è un rischio aumentato di inalazione delle secrezioni gastriche (aspirazione) che porterebbe quasi inevitabilmente a polmonite ab ingestis. Per l’RSI viene somministrato un sedativo a breve durata come etomidate, propofol, tiopentone o midazolam, seguito a breve da un farmaco paralizzante depolarizzante come la succinilcolina o il rocuronio.
  • Tecnica con endoscopio: una alternativa all’intubazione del paziente cosciente (o leggermente sedato) e in anestesia locale è l’uso di un endoscopio flessibile o simili (es. usando un video-laringoscopio). Questa tecnica è preferita quando si prevedono difficoltà, dato che permette al paziente di respirare spontaneamente, garantendo quindi ventilazione e ossigenazione anche in caso di una fallita intubazione.

L’intubazione presenta rischi e complicanze?

L’intubazione può causare danni ai denti, soprattutto in caso di dentatura precedentemente danneggiata o difficili rapporti anatomici. Oltre ai frequenti sintomi fastidiosi alla gola visti precedentemente, in casi più rari una intubazione può provocare danni più gravi ai tessuti che attraversa, determinando anche emorragie. L’intubazione può presentare qualche imprevisto, soprattutto nei casi di intubazione difficile imprevista, rara ma possibile, in cui le caratteristiche anatomiche del paziente rendono più problematico il corretto posizionamento del tubo nelle vie aeree. Fortunatamente in questi casi il medico dispone di strumenti che lo aiuta a limitare il più possibile i rischi per il paziente, come i videolaringoscopi ed i fibroscopi, che permettono di supplire alle difficoltà di intubazione impreviste o previste riscontrate.

Più schematicamente, i rischi precoci e tardivi di una intubazione sono i seguenti:

Rischi precoci

  • lesione dentaria;
  • dolori alla gola;
  • emorragia;
  • edema delle strutture glottiche;
  • pneumomediastino;
  • raucedine;
  • difficoltà fonatorie;
  • perforazione tracheale;
  • arresto cardiocircolatorio da stimolazione vagale.

Rischi tardivi

  • lesione tracheale;
  • decubito cordale;
  • decubito strutture buccali, faringe, ipofaringe;
  • polmoniti;
  • sinusiti.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Infarto, ischemia, necrosi, aterosclerosi, trombo, embolo, ictus, miocardio… Facciamo chiarezza

MEDICINA ONLINE INFARTO DEL MIOCARDIO POLMONARE RENALE CEREBRALE CORONARIE ARTERIE TROMBO EMBOLO OSTRUZIONE DIFFERENZA ICTUS EMORRAGICO EMORRAGIA ISCHEMICO ISCHEMIA NECROSI MORTE PERICOLO SANGUE CIRCOLAZIONEFacciamo oggi chiarezza su molti termini che si sentono spesso in campo medico, ma che spesso vengono confusi tra loro dai “non addetti ai lavori”.

Che significa “infarto”?
Cominciamo con lo spiegare che la parola “infarto” significa necrosi tissutale (cioè morte delle cellule che compongono un dato tessuto) causata da ischemia (cioè diminuzione o assenza del flusso di sangue in quel tessuto). La diminuzione o assenza del flusso sanguigno è a sua volta causata da vari fattori, molto spesso da aterosclerosi (cioè ostruzione del vaso sanguigno da parte di placche lipidiche) o da trombosi (ostruzione causata da trombo) o da un’embolia (ostruzione da embolo). Ricapitolando: l’ostruzione di un vaso sanguigno provoca il mancato afflusso di sangue ad un tessuto (ischemia) ed esso, se non viene ripristinato al più presto il flusso, andrà incontro a necrosi – cioè morirà – dal momento che le cellule che lo compongono sono rimaste senza sangue (e quindi senza ossigeno e nutrimento) troppo a lungo. La morte di un tessuto è tanto più grave quanto questo tessuto è importante per la sopravvivenza dell’organismo. L’evento appena descritto prende il nome di infarto. Dire “infarto” e dire “infarto del miocardio”, pur se usati spesso come sinonimi, non sono però la stessa cosa: è necessario chiarire che l’infarto del miocardio è una data tipologia di infarto.

Vari tipi di infarto
A seconda del tessuto che rimane privo del necessario afflusso sanguigno, l’infarto ha gravità diversa e prende un nome diverso. Se ad esempio è il tessuto intestinale ad andare incontro a necrosi, allora si parla di infarto intestinale; se invece vi è necrosi di tessuto cerebrale, si parlerà di infarto cerebrale. Quando ad essere ostruiti sono uno o più rami dell’arteria polmonare, si parlerà di infarto polmonare. Questi tre tipi di infarto sono tra i più diffusi, ma abbiamo dimenticato il più frequente, essendo la prima causa di morte tra le regioni industrializzate del pianeta, cioè…

L’infarto del miocardio
Si parla di infarto del miocardio quando il tessuto interessato da ischemia e necrosi è il miocardio. Cos’è il miocardio? E’ il muscolo cardiaco che in questo momento permette al vostro sangue di circolare nel vostro corpo, dal momento che – con la sua attivazione sincrona atrio/ventricolo – imprime al torrente circolatorio polmonare e sistemico la pressione adeguata per raggiungere ognuna delle miliardi di cellule che compongono il vostro organismo. Il cuore è un muscolo, ricordiamocelo!
Quando comunemente si usa la parola “infarto”, è praticamente ovvio che ci stiamo riferendo all’infarto del miocardio. Perché ciò avviene? Semplice: l’infarto del miocardio è l’infarto più diffuso, quindi ormai, nell’uso comune, “infarto” ed “infarto del miocardio” sono praticamente dei sinonimi.

Ictus cerebrale
Con “ictus” si identifica una scarsa perfusione sanguigna (ischemia) al cervello, che provoca rapidamente la morte (necrosi) delle cellule cerebrali. Se la mancata perfusione sanguigna dura a lungo, il cervello non riceve più ossigeno e nutrienti per troppo tempo e questo può provocare danni permanenti al cervello, fino anche alla morte del paziente. I sintomi sono principalmente un forte dolore alla testa (in alcuni casi descritto dai pazienti come una “pugnalata sul cranio”), senso di malessere generale e perdita di coscienza. Esistono due tipi di ictus cerebrale:

  • Ischemico: è il più frequente, causato da una trombosi che impedisce la corretta circolazione sanguigna nel cervello.
  • Emorragico: meno frequente, causato da un’emorragia cerebrale determinata dalla rottura di un vaso sanguigno, spesso un aneurisma.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Differenza tra tracheotomia e cricotiroidotomia

MEDICINA ONLINE Tracheotomy TRACHEOTOMIA TRACHEA ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE INTUBAZIONE ENDOTRACHEALE TRACHEA TUBO FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONECon “tracheotomia” in campo medico si intende un intervento chirurgico caratterizzato dall’incisione chirurgica della trachea, con l’obiettivo di creare nel collo del paziente una via respiratoria alternativa a quella naturale bocca/naso.

Con “cricotiroidotomia” in medicina si intende una tecnica chirurgica di apertura delle vie aeree a livello della membrana cricotiroidea, nella regione anteriore del collo, utilizzato esclusivamente in situazioni di emergenza come nei casi di soffocamento o di trauma facciale. Questo intervento prevede di tagliare, con un’incisione verticale, lo spazio immediatamente sotto il pomo d’Adamo e quello al di sopra della cartilagine cricoidea e, con un’altra incisione, coinvolgere la membrana cricotiroidea (vedi immagine in alto).

In entrambi i casi appare chiaro che l’obiettivo è comune ed è quello di consentire la respirazione in individui, che per svariati motivi – generalmente temporanei -, non possono respirare in modo fisiologico. I due termini non sono però sinonimi ed indicano tecniche diverse, usate in patologie e condizioni differenti, pur se in alcuni casi sovrapponibili.

La tracheotomia viene praticata in varie situazioni, ad esempio:

  • di routine nei pazienti che necessitano di intubazione endotracheale per periodi, in genere, superiori ad una settimana (es. stato di coma prolungato);
  • all’inizio di interventi chirurgici alla testa e al collo che rendono impossibile l’intubazione attraverso la bocca;
  • nelle urgenze, in caso di ostruzione delle vie aeree superiori che impediscano la normale respirazione.

La cricotiroidotomia, solitamente, si mette in pratica quando un individuo non riesce più a respirare adeguatamente a causa di un’ostruzione delle vie aeree, generalmente nelle urgenze da soffocamento. Al termine dell’urgenza, sia una tracheotomia che una cricotiroidotomia possono essere rimosse, salvo nei casi di sopraggiunti motivi che le rendono indispensabili.

Rispetto alla tracheotomia, tecnica chirurgica standard in casi simili, la cricotiroidotomia risulta meno invasiva e meno diffusa. Confrontando le due tecniche si osserva:

  • esecuzione più rapida,
  • riduce la comparsa di effetti collaterali immediati ed a distanza,
  • procedura per cui occorre uno specifico allenamento,
  • può causare ipossia.

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Massaggio cardiaco: quando farlo e come farlo [LINEE GUIDA]

MEDICINA ONLINE ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE DEFIBRILLATORE CARDIOVERSIONE SPONTANEA ELETTRICA CON SHOCK FARMACOLOGICA FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE ECG FIBRILLATOREIl massaggio cardiaco è una tecnica medica che, assieme ad altre tecniche, permette il BLS, acronimo di “Basic Life Support” (sostegno di base alle funzioni vitali), cioè una insieme di azioni che permettono il primo soccorso a soggetti che hanno subito un trauma, ad esempio incidente stradale, arresto cardiaco o folgorazione. Il BLS include varie componenti:

  1. valutazione della scena;
  2. valutazione dello stato di coscienza del soggetto;
  3. chiamata dei soccorsi tramite telefono;
  4. ABC (valutazione della pervietà delle vie aeree, presenza di respirazione ed attività cardiaca);
  5. rianimazione cardiopolmonare (RCP): composta da massaggio cardiaco e respirazione a bocca a bocca;
  6. altre azioni di supporto di base alle funzioni vitali.

Valutare lo stato di coscienza

In situazioni di emergenza, la prima cosa da fare – dopo aver valutato che la zona non presenta ulteriori rischi per l’operatore o per l’infortunato – è valutare lo stato di coscienza del soggetto:

  1. poniti vicino al corpo;
  2. la persona deve essere scossa per le spalle in modo molto leggera (per evitare ulteriori danni);
  3. la persona deve essere chiamata ad alta voce (ricordando che la persona, se sconosciuta, potrebbe essere non udente);
  4. se il soggetto non reagisce, allora viene definito incosciente: in questo caso non va perso tempo e va fatta immediata richiesta a chi ci sta vicino di chiamare il numero telefonico per le emergenze mediche 118 e/o 112;
  5. nel frattempo iniziare l’ABC, cioè:
  6. controlla se le vie aeree sono libere da oggetti le che ostruiscano impedendo la respirazione;
  7. controlla se è presente la respirazione;
  8. controlla se è presente l’attività cardiaca tramite polso carotideo (al collo) o radiale (al polso);
  9. in assenza di respirazione ed attività cardiaca, iniziare la manovre di rianimazione cardiopolmonare (RCP).

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Rianimazione cardiopolmonare (RCP)

La procedura della rianimazione cardio-polmonare deve essere effettuata con il paziente posto su una superficie rigida (una superficie morbida o cedevole rende completamente inutili le compressioni). Se disponibile, usare un defibrillatore automatico/semiautomatico, capace di valutare l’alterazione cardiaca e la possibilità di erogare l’impulso elettrico per effettuare la cardioversione (ritorno ad un ritmo cardiaco sinusale, cioè normale). Non usate invece un defibrillatore manuale se non siete un medico: potrebbe peggiorare la situazione.

Massaggio cardiaco: quando farlo e come farlo

Il massaggio cardiaco, da personale NON sanitario, va effettuato in assenza dell’attività elettrica del cuore, ove non siano disponibili i soccorsi ed in mancanza di un defibrillatore automatico/semiautomatico.

Il massaggio cardiaco consiste in queste fasi:

  • Il soccorritore si inginocchia a fianco del torace, con la sua gamba all’altezza della spalla dell’infortunato.
  • Rimuove, aprendo o tagliando se necessario, gli abiti dell’infortunato. La manovra richiede il contatto con il torace, per essere sicuri della corretta posizione delle mani.
  • Colloca le mani direttamente al centro del petto, sopra lo sterno, una sopra all’altra come mostrato in foto:

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  • Per evitare di rompere le costole in caso di paziente potenzialmente affetto da fragilità ossea (età avanzata, osteogenesi imperfetta….), solo il palmo delle mani dovrebbe toccare il torace. Più in particolare, il punto di contatto dovrebbe essere l’eminenza palmare, ovvero la parte più inferiore e vicina al polso del palmo, che si presenta più dura e posta in asse con l’arto. Per facilitare questo contatto può essere utile intrecciare le dita e sollevarle leggermente.
  • Sposta il peso verso avanti, rimanendo sulle ginocchia, fino a che le sue spalle non sono direttamente sopra le mani.
  • Tenendo le braccia dritte, senza piegare i gomiti (vedi foto all’inizio dell’articolo), il soccorritore si muove su e giù con determinazione facendo perno sul bacino. La spinta non deve essere impressa dal piegamento delle braccia, ma del movimento in avanti dell’intero busto che si ripercuote sul petto dell’infortunato grazie alla rigidità delle braccia: tenere le braccia piegate è un ERRORE.
  • Per essere efficace, la pressione sul torace deve provocare un movimento di circa 5–6 cm per ciascuna compressione. È fondamentale, per la riuscita dell’operazione, che il soccorritore rilasci completamente il petto dopo ogni compressione, evitando assolutamente che il palmo delle mani si stacchi dal torace causando un dannoso effetto di rimbalzo.
  • Il ritmo di compressione corretto deve essere di almeno 100 compressioni al minuto ma non superiore a 120 compressioni al minuto, ovvero 3 ogni 2 secondi.
  • In caso di contemporanea mancanza di respirazione, ogni 30 compressioni di massaggio cardiaco, l’operatore – se solo – interromperà il massaggio per praticare 2 insufflazioni con la respirazione artificiale (bocca a bocca o con mascherina o boccaglio), che dureranno circa 3 secondi l’una. Al termine della seconda insufflazione, riprendere immediatamente con il massaggio cardiaco. Il rapporto tra compressioni cardiache ed insufflazioni – in caso di singolo operatore – è quindi 30:2. Se gli operatori sono due la respirazione artificiale può essere invece eseguita contemporaneamente al massaggio cardiaco.

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Quando smettere il massaggio cardiaco

Il soccorritore smetterà il massaggio cardiaco esclusivamente se:

  • il soggetto riprende le funzioni vitali;
  • si modificano le condizioni del luogo, che non diventa più sicuro. In caso di grave pericolo il soccorritore ha il diritto/dovere di mettersi in salvo;
  • arriva l’ambulanza con medico a bordo o l’auto medica inviata dal 118;
  • arriva soccorso qualificato con una più efficace attrezzatura;
  • è sfinito e non ha più forze (anche se in questo caso in genere si chiedono i cambi, che dovranno avvenire a metà delle 30 compressioni, in maniera tale da non interrompere il ciclo compressioni-insufflazioni).

quindi nel quale ci fosse un arresto cardiopolmonare bisogna intervenire con la respirazione bocca a bocca.

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Quando non si rianima?

I soccorritori non sanitari (quelli che abitualmente sono sulle ambulanze del 118) possono constatare il decesso, e quindi non iniziare le manovre, solo:

  • in caso di materia celebrale visibile esternamente, decerebrato (in caso di trauma ad esempio);
  • in caso di decapitazione ;
  • in caso di lesioni totalmente incompatibili con la vita ;
  • in caso di soggetto carbonizzato;
  • in caso di soggetto in rigor mortis;
  • se il luogo è pericoloso per l’incolumità del soccorritore.

Nuove modifiche

Le modifiche più recenti (come verificabile sugli appositi manuali A.H.A) riguardano più l’ordine che le procedure. Innanzitutto, è aumentata l’enfasi sul massaggio cardiaco precoce, ritenuto più importante dell’ossigenazione precoce. La sequenza è passata quindi da ABC (vie aeree libere, respirazione e circolazione) a CAB (circolazione, vie aeree libere e respirazione):

  • si inizia con le 30 compressioni toraciche (che devono iniziare entro 10 secondi dal riconoscimento del blocco cardiaco);
  • si procede alle manovre di apertura delle vie aeree e quindi alla ventilazione.

Così facendo si ritarda solo di circa 20 secondi la prima ventilazione, cosa che non influisce negativamente sulla buona riuscita della CPR. Inoltre è stata eliminata (nella valutazione della vittima) la fase GAS poiché potrebbe essere presente respiro agonizzante (gasping) che viene avvertito dal soccorritore sia come sensazione di respiro sulla pelle (Sento) sia a livello uditivo (Ascolto) ma che non provoca una ventilazione polmonare efficace poiché spasmodico, poco profondo e a bassissima frequenza. Modifiche minori riguardano la frequenza di compressioni toraciche (da circa 100/min ad almeno 100/min) e l’utilizzo della pressione cricoidea per prevenire l’insufflazione gastrica: la pressione cricoidea va evitata poiché non è efficace e può rivelarsi dannosa rendendo più difficoltoso l’inserimento di dispositivi respiratori avanzati come tubi endotracheali etc.

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Posizione laterale di sicurezza

Se la respirazione torna ad essere presente, ma il paziente è ancora in stato di incoscienza e non si suppone un trauma, esso va posizionato in posizione laterale di sicurezza. Per far ciò bisogna flettere un ginocchio e portare il piede della medesima gamba sotto il ginocchio della gamba opposta. Bisogna far scivolare il braccio opposto alla gamba flessa sul terreno finché non sia perpendicolare al tronco. L’altro braccio va posto sul torace, in modo che la mano passi sul lato del collo. Successivamente il soccorritore deve porsi sul fianco che non presenta il braccio esteso esternamente, infilare il proprio braccio fra l’arco formato dalle gambe del paziente e con l’altro afferrare la testa. Facendo leva sulle ginocchia, bisogna far rotolare delicatamente il paziente sul fianco del braccio esterno, accompagnando il movimento della testa. La testa va poi iperestesa e mantenuta in tale posizione sistemando sotto la guancia la mano del braccio che non tocca terra. Questa posizione ha lo scopo di mantenere le vie aeree pervie ed evitare che improvvisi getti di vomito occludano la cavità respiratoria ed entrino nei polmoni, danneggiandone l’integrità. Con la posizione laterale di sicurezza ogni liquido emesso viene espulso fuori dal corpo. Per approfondire, leggi: Posizione laterale di sicurezza: come, quando e perché può salvare una vita

Primo soccorso in bambini e neonati

Il metodo per la BLS nei bambini da 12 mesi a 8 anni è analogo a quello utilizzato per gli adulti. Ci sono tuttavia delle differenze, che tengono conto della minore capacità polmonare dei bambini e del loro ritmo di respirazione più veloce. Inoltre, è necessario ricordare che le compressioni devono essere meno profonde di quanto sia necessario negli adulti. Si comincia con 5 insufflazioni, prima di procedere al massaggio cardiaco che ha un rapporto fra compressioni e insufflazioni di 15:2. A seconda della corpulenza del bambino, si potranno effettuare compressioni con entrambi gli arti (negli adulti), un arto solo (nei bambini), o anche soltanto due dita (indice e medio al livello del processo xifoideo nei neonati). In ultimo va ricordato che, dal momento che nei bambini la normale frequenza cardiaca è più elevata che negli adulti, in presenza di un bambino che presenti attività circolatoria con frequenza cardiaca inferiore a 60 puls./min bisognerà comportarsi come in caso di arresto cardiaco.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Extrasistole: a riposo, ansia, sono pericolose, cure e gravidanza

MEDICINA ONLINE CUORE ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE DEFIBRILLATORE CARDIOVERSIONE ELETTRICA CON SHOCK FARMACOLOGICA FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE ECG FIBRILLATORE.jpgCon “extrasistole” in medicina si intende un battito cardiaco prematuro, che avviene prima del previsto andando così ad alterare la fisiologica successione regolare dei battiti cardiaci tipici del “ritmo sinusale” (cioè il ritmo cardiaco normale). L’impulso cardiaco normale nasce dal nodo seno-atriale (il pacemaker naturale del cuore), invece, nelle extrasistoli, l’impulso origina da sedi diverse dette sedi ectopiche e tale diversa origine dà avvio al battito prematuro. Tali contrazioni anomale, o extrasistoli, sono separate dalla successiva contrazione regolare da una pausa più lunga del normale.In mancanza di una conferma elettrocardiografica che permetta una diagnosi differenziale, un episodio di extrasistolia prolungata può essere scambiato per fibrillazione atriale (in questo caso il ritmo cessa di essere sinusale), anche se generalmente la seconda tende a durare più a lungo.

Raramente le extrasistoli possono dare l’innesco ad aritmie sostenute: un’extrasistole atriale può dare inizio a una tachicardia parossistica sopraventricolare, a un flutter, a una fibrillazione atriale o a una tachicardia giunzionale; un’extrasistole ventricolare può scatenare una tachicardia da rientro AV o una tachicardia ventricolare. In rari casi, cioè quando sono presenti in numero estremamente elevato (molte migliaia al giorno), le extrasistoli potrebbero determinare lo sviluppo di una cardiomiopatia dilatativa. In tali casi, la riduzione o l’eliminazione delle extrasistole (ad esempio tramite ablazione radioelettrica) determina solitamente la progressiva regressione della cardiomiopatia, nelle fasi iniziali della patologia.

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Tipi di extrasistole

Le extrasistoli possono essere:

  • isolate: quando l’extrasistole compare in maniera sporadica, con un singolo battito prematuro inserito in un ritmo normale;
  • non isolate: l’extrasistole compare più volte.

Esempi di extrasistoli non isolate, sono:

  • extrasistoli bigemine: compaiono dopo ogni battito sinusale;
  • extrasistoli trigemine: compaiono ogni due battiti sinusali.

Le extrasistoli possono presentarsi anche sotto forma di “scariche”:

  • coppia di extrasistoli;
  • tripletta di extrasistoli;
  • più extrasistoli (extrasistoli “a salve”).

In genere, a una extrasistole fa seguito una pausa che può essere:

  • compensatoria: se la somma del periodo dell’extrasistole più la pausa è uguale a due cicli sinusali);
  • non compensatoria: se la somma del periodo dell’extrasistole più la pausa è minore a due cicli sinusali.

Le extrasistoli che originano dall’atrio hanno di solito una pausa non compensatoria, quelle ad origine ventricolare hanno invece una pausa compensatoria. L’extrasistole viene detta “extrasistole interpolata” se non vi è pausa, se cioè l’extrasistole si inserisce semplicemente fra due battiti sinusali successivi.

In base alla sede di origine, le extrasistoli vengono comunemente distinte  in extrasistoli atriali, giunzionali e ventricolari.

  • Extrasistoli atriali: all’ECG questi impulsi anomali appaiono come onde P premature, con morfologia differente rispetto alle onde P sinusali. Gli impulsi possono arrivare ai ventricoli attraverso le normali vie di conduzione (in tal caso alla P anomala segue un regolare complesso QRS), oppure possono bloccarsi nel nodo AV che si trova ancora in periodo refrattario (extrasistole atriale non condotta). Oppure possono giungere ai ventricoli in un momento in cui il nodo AV è uscito dal periodo refrattario, ma una delle due branche si trova ancora in fase refrattaria; in tal caso lo stimolo raggiungerà i ventricoli attraverso l’altra branca, per cui si verifica un complesso ventricolare con morfologia tipo blocco di branca. Questo tipo di conduzione viene definito “aberranza”, per cui si parla di extrasistole atriale condotta con aberranza.
  • Extrasistoli giunzionali: l’impulso origina nel fascio di His e va ai ventricoli dando luogo a un complesso QRS di morfologia regolare. Può verificarsi la retroattivazione degli atri, o lo stimolo può estinguersi, “scontrandosi” con quello sinusale nel nodo seno-atriale.
  • Extrasistoli ventricolari: in questo tipo di contrazioni premature (sovente abbreviate in CVP o Contrazione Ventricolare Prematura) l’impulso origina nei ventricoli, a valle della biforcazione del fascio di His. All’ECG si rilevano complessi QRS larghi, non preceduti dall’onda P e pertanto chiaramente distinguibili da quelli sinusali. Anche in questo caso può verificarsi o non verificarsi la retroattivazione degli atri.

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In quali condizioni si verifica?

Questo disturbo del ritmo cardiaco può osservarsi sporadicamente in soggetti sani di qualsiasi età, anche nei bambini. In soggetti sani, la maggior probabilità di singoli eventi autoconclusivi di extrasistole compaiono in caso di:

  • ansia;
  • stress;
  • astenia (stanchezza);
  • sforzi fisici intensi;
  • mancanza prolungata di sonno;
  • consumo di elevate quantità di sigarette;
  • uso di stupefacenti;
  • abuso di caffè e tè.

In soggetti assolutamente sani le extrasistoli possono comparire frequentemente dopo un pasto abbondante (extrasistole post-prandiale), e possono essere legate a distensione del fondo gastrico o alla presenza di un’ernia iatale.

Extrasistoli in gravidanza: c’è pericolo per il feto?

Anche donne che non hanno mai avuto episodi di extrasistole, possono “subirne” uno o più di uno durante la gravidanza: ciò è un fatto piuttosto comune dal momento che la gravidanza apporta una serie di cambiamenti fisiologici importanti, e tali cambiamenti potrebbero influenzare anche il lavoro cardiovascolare, e provocare appunto la classica extrasistole. Inoltre l’ansia e stress, assolutamente “normali” durante la gravidanza, possono aumentare la possibilità di aritmie. Le future mamme devono stare tranquille, perché episodi sporadici di extrasistole non sono pericolosi per il feto. Diverso è il discorso nel caso le aritmie durino a lungo e si ripresentino più volte nell’arco della giornata: in quel caso è conveniente avvertire il proprio ginecologo e consultare un cardiologo per una visita più approfondita che escluda patologie.

In quali patologie si verifica?

Quello che abbiamo appena chiarito non deve però farci sottovalutare la presenza di extrasistoli, specie se compaiono più volte e durano a lungo: anche se raramente, le extrasistoli possono infatti essere campanello di allarme di varie patologie:

  • malattie cardiache,
  • disturbi elettroliticoi(ad es. carenza di potassio),
  • alterazioni ormonali,
  • malattie della tiroide (ipotiroidismo),
  • intossicazione da digitale,
  • patologie della colecisti.

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Quando preoccuparsi?

Come già anticipato, una extrasistole sporadica non ci deve far troppo preoccupare. Diverso è il discorso nel caso di episodi di extrasistolie prolungate e spesso recidivanti: in questo caso la condizione abbisogna di ulteriori chiarimenti, specie se associata ad altri sintomi come ad esempio:

  • dolore al petto,
  • costrizione toracica,
  • improvvisa mancanza di forza,
  • perdita di coscienza.

La condizione potrebbe essere tanto più pericolosa quanto siano presenti:

  • altre condizioni o patologie di interesse cardiologico;
  • casi in famiglia di malattie cardiache (aritmie, infarto del miocardio…);
  • sovrappeso od obesità;
  • episodi frequenti e prolungati di extrasistolia, soprattutto se compaiono senza nessuna apparente causa (ad esempio senza sforzi, senza ansia, senza consumo eccessivo di caffè).

Sintomi di extrasistole

L’extrasistole può non provocare alcun sintomo nel paziente che si sente bene e può non accorgersi mai delle contrazioni anomale del suo ritmo cardiaco, specie se è solo una ed il soggetto in quel momento è distratto da qualche attività. Più spesso invece determina una sensazione spiacevole, descritta come un “battito più forte di altri” alla regione precordiale, un “tuffo al cuore”, una sensazione di apparente arresto/ripresa del battito che crea una profonda ansia – specie se si avverte per la prima volta – ed una generale sensazione di instabilità corporea in questi casi, infatti, il paziente – specie l’anziano – tende a cercare un appoggio.

Leggi anche: Ritmo sinusale ECG: normofrequente, tachicardico, valori, ai limiti della norma

Diagnosi di extrasistole

L’esame del polso permette di apprezzare, intercalate alle pulsazioni normali, pulsazioni di scarsa ampiezza, anticipate, seguite da una pausa più o meno lunga e quindi da una pulsazione più energica. Per lo studio delle extrasistoli è tuttavia indispensabile l’esame elettrocardiografico, che consente di stabilirne con esattezza la sede d’origine, la posizione nel ciclo cardiaco, il modo di raggrupparsi, se cioè sono isolate “a salve” o se si inseriscono regolarmente nel ciclo cardiaco, dando luogo ad un ritmo bigemino o trigemino. Grazie al tracciato dell’elettrocardiogramma si può quindi capire cause ed impostare conseguenti terapie delle extrasistoli.

Alterazioni elettrocardiografiche nell’extrasistolia

L’ECG permette di rilevare un complesso QRS prematuro. In base alle sue caratteristiche, si può distinguere l’origine dell’extrasistole.

  • Se il QRS prematuro è preceduto da un’onda P, l’extrasistole è sicuramente atriale. Se non è preceduto da onda P, si può determinare l’origine dell’extrasistole dalla larghezza del QRS.
  • Se il complesso QRS è stretto, l’extrasistole è atriale. Se è largo, ma ugualmente preceduto da un’onda P anomala, l’extrasistole è atriale ma verosimilmente ha trovato una delle branche del fascio di His ancora in periodo refrattario ed è stata condotta ai ventricoli con aberranza (“blocco di branca funzionale”).
  • Se vi sono più complessi QRS prematuri, e tutti presentano la stessa morfologia e lo stesso ritardo, si parla di extrasistoli monomorfe, hanno un solo focus d’origine ectopica e possono manifestarsi in soggetti sani o possono essere sintomo di una cardiopatia sottostante; al contrario, se i complessi QRS hanno morfologia differente, si parla di extrasistoli polimorfe, possiedono diversi centri ectopici ed hanno quasi sempre genesi organica, molte volte indicano la presenza di un danno miocardico.
  • Se si riscontrano extrasistoli isolate, monomorfe, in un paziente con un’obiettività cardiovascolare normale, le extrasistoli non hanno alcun significato e il paziente non ha bisogno di ulteriori indagini.

Terapia delle extrasistoli

Le extrasistoli sporadiche in soggetti sani, sono solitamente autoconclusive e non necessitano di alcuna cura. Le extrasistoli tendono a scomparire in seguito a generiche cure sedative contro l’ansia, associate a misure igieniche e dietetiche, maggior riposo, pasti regolari e leggeri e un adeguato movimento fisico. La terapia nei casi più gravi, recidivanti ed invalidanti fa uso di farmaci quali la chinidina, la procainamide, l’ajmalina.

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Il massaggio cardiaco si esegue in assenza di…

MEDICINA ONLINE CUORE ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE DEFIBRILLATORE CARDIOVERSIONE ELETTRICA CON SHOCK FARMACOLOGICA FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCAIl massaggio cardiaco è una tecnica medica che, assieme ad altre tecniche, permette il BLS, acronimo di “Basic Life Support” (sostegno di base alle funzioni vitali), cioè una insieme di azioni che permettono il primo soccorso a soggetti che hanno subito un trauma, ad esempio incidente stradale, arresto cardiaco o folgorazione. Il ritmo di compressione corretto deve essere di almeno 100 compressioni al minuto ma non superiore a 120 compressioni al minuto, ovvero 3 ogni 2 secondi. In caso di contemporanea mancanza di respirazione, ogni 30 compressioni di massaggio cardiaco, l’operatore – se solo – interromperà il massaggio per praticare 2 insufflazioni con la respirazione artificiale (bocca a bocca o con mascherina o boccaglio), che dureranno circa 3 secondi l’una. Al termine della seconda insufflazione, riprendere immediatamente con il massaggio cardiaco.

Il massaggio cardiaco, da personale NON sanitario, si esegue:

  • in assenza dell’attività elettrica del cuore (mancanza di polso carotideo);
  • in assenza della disponibilità dei soccorsi sanitari;
  • in assenza di un defibrillatore automatico/semiautomatico.

Il massaggio cardiaco cessa di essere praticato se:

  • il soggetto riprende le funzioni vitali;
  • si modificano le condizioni del luogo, che non diventa più sicuro. In caso di grave pericolo il soccorritore ha il diritto/dovere di mettersi in salvo;
  • arriva l’ambulanza con medico a bordo o l’auto medica inviata dall’ospedale;
  • arriva un soccorso più qualificato o con una più efficace attrezzatura;
  • il soggetto che lo pratica è sfinito e non ha più forze (anche se in questo caso in genere si chiedono i cambi, che dovranno avvenire a metà delle 30 compressioni, in maniera tale da non interrompere il ciclo compressioni-insufflazioni).

Quando non si rianima:

  • in caso di decapitazione ;
  • in caso di lesioni totalmente incompatibili con la vita ;
  • in caso di soggetto carbonizzato;
  • in caso di soggetto in rigor mortis;
  • se il luogo è pericoloso per l’incolumità del soccorritore.

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