Ipocondria: cosa significa, sintomi fisici, cause, come combatterla

MEDICINA ONLINE MEDICO ESAME OBIETTIVO ANAMNESI PATOLOGICA FISIOLOGICA FAMIGLIARE VISITA MEDICA GENERALE AUSCULTAZIONE ISPEZIONE PERCUSSIONE PALPAZIONE DIFFERENZA FONENDOSCOPIO STETOSCOPIO TORACE ADDOME SUONI SEMEIOTICAGli ipocondriaci sono soggetti generalmente sani che però credono realmente di essere malati. Di solito l’ipocondriaco tende a sovrastimare sintomi lievi o aspecifici, interpretandoli come segno di patologie gravi, spesso anche rare ed improbabili. Ad esempio un ipocondriaco giovane ed in forma, con un lieve dolore al braccio sinistro ad esempio derivante da una semplice epicondilite, può convincersi di avere un infarto del miocardio in atto. L’ipocondriaco passa molto tempo a leggere articoli di medicina al fine di “saperne di più” sulla malattia che pensa di avere, con l’obiettivo di fare una sorta di auto-diagnosi-precoce. Oltre alla più tipica e diffusa forma nevrotica ovvero collegata ad un disturbo d’ansia del soggetto, alcune gravi manifestazioni di ipocondria, ad esempio in presenza di deliri e allucinazioni, possono essere classificate come veri e propri disturbi psichici; in questo caso l’ipocondria viene definita un disturbo somatoforme, paragonabile alle malattie psicosomatiche.

Quanto è diffusa l’ipocondria?

Gli uomini e le donne sono colpiti nella stessa percentuale dall’ipocondria (2%), e la fascia di età maggiormente coinvolta dalla malattia è quella tra i quaranta e i cinquant’anni.

Etimologia del termine ipocondria

Il termine “ipocondria” deriva dal greco ὑποχόνδρια:

  • υπό: suffisso che significa “sotto”;
  • χονδρίον: che indica la cartilagine del diaframma costale.

Veniva quindi usato un termine che indicava un malessere che veniva spesso localizzato dal paziente a livello della fascia addominale, e di conseguenza era curato con terapie usate nelle patologie addominali. Solo in tempi recenti si comprese che la causa del dolore addominale riferito era collegata ad aspetti psicologici dell’individuo e non ad una patologia organica addominale.

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Sintomi riferiti dal paziente ipocondriaco

I sintomi tipici riferiti dall’ipocondriaco, sono spesso riferibili a teoriche alterazioni nervose, respiratorie, gastrointestinali e/o cardiovascolari. I sintomi possono essere in realtà non riferibili ad alcuna patologia, oppure, possono essere meno gravi di quanto il paziente ipocondriaco pensi o infine essere indicativi di una patologia molto meno grave di quella creduta. Pur se differenti tra soggetto e soggetto, tali sintomi classicamente sono:

  • sintomi gastrointestinali (diarrea, stipsi, cattiva digestione, meteorismo, flatulenza, alterato colore/consistenza delle feci…);
  • aritmie (tachicardia, extrasistoli atriali, palpitazioni cardiache…);
  • dolori muscolari o osteoarticolari;
  • cefalea cronica;
  • affanno;
  • ansia;
  • tachipnea (aumento della frequenza respiratoria);
  • dispnea (sensazione di respirazione difficoltosa).

Caratteristiche che indicano un comportamento ipocondriaco

Il soggetto ipocondriaco, come già più volte riferito, tende a:

  • riferire sintomi non realmente presenti;
  • riferire sintomi più gravi rispetto alla gravità del sintomo;
  • sospettare una malattia in realtà inesistente;
  • sospettare una patologia ben più grave di quella esistente;
  • sospettare una patologia rara ed improbabile.

I sintomi riferiti – a detta del soggetto ipocondriaco – tendono fortemente a persistere ed essere riferiti anche dopo una valutazione medica approfondita, in cui sia praticamente certo che tali sintomi non indicano nessuna effettiva patologia, o comunque non una patologia abbastanza grave da giustificare il livello di ansia e paura dell’ipocondriaco. Spesso l’ipocondriaco vuole un “secondo parere” e va alla continua ricerca di un medico che, finalmente, confermerà in pieno la patologia che è convinto di avere. Spesso l’ipocondriaco riconduce sintomi “banali” a malattie rare ed imprababili, ad esempio un semplice affanno nella sua testa diventa “ho la Linfangioleiomiomatosi”.

Ricordiamo che il soggetto ipocondriaco, al contrario del soggetto affetto dalla Sindrome di Münchhausen, è in “buona fede”, cioè crede davvero di avere una certa patologia ed in cuor suo, sa di non inventarsi alcun sintomo. A tal proposito, leggi anche: Differenza tra ipocondria e Sindrome di Münchhausen

Cause dell’ipocondria

Tra le cause principali dell’ipocondria vi sono l’ansia e la depressione e da un punto di vista psicologico essa è definibile come un meccanismo di difesa da un pericolo interno o esterno, associato alla vita relazionale e sociale oppure all’identità personale. Lo scopo dell’ipocondriaco, conscio od inconscio, è quello di allontanarsi dalla vera causa di pericolo (ad esempio una malattia), oppure dalla causa di un fallimento nella vita (ad esempio nello studio, nel lavoro, nella famiglia) e di intensificare le manifestazioni rassicuranti e di attenzione svolte dall’ambiente circostante nei suoi confronti.

Terapia dell’ipocondria

Nella cura dell’ipocondria, la psicoterapia cognitivo-comportamentale è probabilmente lo strumento migliore. Si tratta di una psicoterapia breve, a cadenza solitamente settimanale, in cui il paziente svolge un ruolo attivo nella soluzione del proprio problema e, insieme al terapeuta, si concentra sull’apprendimento di modalità di pensiero e di comportamento più funzionali, nell’intento di spezzare i circoli viziosi dell‘ipocondria. In ogni caso la cura dell’ipocondria può risultare particolarmente difficoltosa, in quanto i soggetti non sono mai del tutto sicuri che la causa dei loro mali sia soltanto di tipo psicologico, anzi tendono ad essere fermamente convinti del contrario. Generalmente la psicoterapia è possibile davvero solo in quei casi in cui la persona si preoccupa incessantemente di avere delle malattie, ma si rende conto, almeno in parte, che le sue preoccupazioni sono eccessive e infondate.

Ipocondria e supporto farmacologico

La cura farmacologica dell’ipocondria si basa fondamentalmente sugli antidepressivi, sia triciclici che SSRI. Quest’ultima classe presenta, rispetto alle precedenti, una maggiore maneggevolezza e minori effetti collaterali. Dato che l’ipocondria viene spesso assimilata al disturbo ossessivo-compulsivo, considerando le preoccupazioni del paziente come delle ossessioni di malattia, la terapia farmacologica rispecchia le linee guida per tale disturbo, con alti dosaggi di antidepressivi ad azione serotoninergica assunti per periodi prolungati. Nelle forme lievi la prescrizione di sole benzodiazepine può essere sufficiente, ma generalmente non costituisce una forma di cura dell’ipocondria e ottiene soltanto di placare l’ansia a breve termine.

La terapia farmacologica a volte è impossibile nel paziente ipocondriaco, perché spesso il soggetto tende a rifiutare i farmaci, temendo che essi possano arrecare solo ulteriori danni al proprio organismo già “malato”.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Sindrome di Stendhal in psicologia, musica e film

MEDICINA ONLINE UOMO VITRUVIANO DI LEONARDO ARTE ANIMALE UOMO DIFFERENZA FILOSOFIA RELIGIONE SCIENZACon “Sindrome di Stendhal” (in lingua inglese Stendhal’s syndrome, hyperkulturemia, o Florence syndrome) in psicologia e medicina ci si riferisce ad un insieme di segni e sintomi che una persona può improvvisamente sviluppare quando guarda un’opera d’arte, ad esempio un dipinto od una statua, che la emoziona particolarmente. I sintomi sono principalmente ansia fisica ed emotiva, tachicardia, capogiro, vertigini, senso dissociativo, confusione, allucinazioni, fino addirittura lo svenimento. Le cause di tale sondrome non sono ancora del tutto chiare. La Sindrome di Stendhal viene anche chiamata “Sindrome di Firenze” proprio perché, in virtù della elevatissima quantità di splendide opere d’arte da essa possedute, spesso la sindrome si verifica proprio nella famosa città toscana ed i primi casi studiati furono proprio dei turisti in visita a Firenze.

Sindrome di Stendhal: i sintomi

La Sindrome di Stendhal si manifesta con tre differenti tipologie di disturbo. La prima tipologia è quella identificabile con crisi di panico ed ansia somatizzata, dove i soggetti accusano improvvisamente palpitazioni, difficoltà respiratorie, malessere al torace, la sensazione di essere sul punto di svenire e conseguentemente lo sviluppo di un vago senso di irrealtà. Tali condizioni portano ad avvertire un improvviso bisogno “di casa”, di tornare nella propria terra, di parlare la propria lingua. Le altre due tipologie sono invece più serie. Una riguarda prevalentemente i disturbi dell’affettività, e si manifesta con stati di depressione – crisi di pianto, immotivati sensi di colpa, senso di angoscia …- o all’opposto con stati di sovraeccitazione – euforia, esaltazione, assenza di autocritica… -; l’altra riguarda i disturbi del pensiero, con alterata percezione di suoni e colori e senso persecutorio dell’ambiente circostante: a differenza della altre due tipologie, questa si manifesta frequentemente in persone con precedenti di scompenso psicologico, che, tuttavia, si trovavano prima della partenza in uno stato di benessere.

Sindrome di Stendhal: perché si chiama così?

Il nome di questa sindrome è attribuito allo scrittore francese Stendhal divenuto famoso nei primi del 1800, pseudonimo di Marie-Henri Beyle, che ne fu personalmente colpito durante il suo Grand Tour effettuato nel 1817, che svenne davanti alla Sibille del Volterrano nella cappella Nardini di Firenze. Lo scrittore ne diede una prima descrizione che riportò nel suo libro Roma, Napoli e Firenze: «Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.»

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Storia dello studio della Sindrome di Stendhal

Pur se descritto già nei primi del 1900, il disturbo venne individuato ed analizzato scientificamente per la prima volta solo nel 1977 dalla psichiatra fiorentina Graziella Magherini, che descrisse alcuni casi di turisti stranieri in visita a Firenze colpiti da episodi acuti di sofferenza psichica ad insorgenza improvvisa e di breve durata. Tali soggetti, quasi sempre maschi, di età compresa fra 25 e 40 anni e con un buon livello di istruzione scolastica, viaggiavano da soli, erano provenienti dall’Europa Occidentale o dal Nord-America e si mostravano molto interessati all’aspetto artistico del loro itinerario. L’esordio del disagio si presentò poco tempo dopo il loro arrivo a Firenze, e si verificò all’interno dei musei durante l’osservazione delle opere d’arte. I sintomi descritti all’esordio non furono ascrivibili ad uno specifico disturbo psichiatrico, bensì abbracciavano più aree della tradizionale psicopatologia, da quella psicotica a quella nevrotica/dissociativa. Dei 106 turisti descritti dalla Magherini, infatti, alcuni presentavano disturbi del contenuto e della forma del pensiero con intuizioni e percezioni deliranti associate a disturbi delle senso/percezioni con allucinazioni uditive, fenomeni illusionali e cenestofrenie; altri presentavano disturbi affettivi, con umore orientato in senso depressivo con contenuti olotimici di colpa e di rovina o, viceversa, in senso maniacale con euforia e manifestazioni di estasi. Altri ancora manifestavano sintomi riferibili agli attuali criteri diagnostici per il disturbo di panico, con crisi acute di ansia libera o situazionale.

La Sindrome di Stendhal: il film

“La sindrome di Stendhal” è anche un film thriller/horror – non troppo riuscito per la verità – del 1996, diretto da Dario Argento ed interpretato da Asia Argento, Paolo Bonacelli, Marco Leonardi, Thomas Kretschmann e Cinzia Monreale. Nel film Asia Argento interpreta una poliziotta che, sulle tracce di un serial killer., alla Galleria degli Uffizi sviene davanti a un’opera di Bruegel (Caduta di Icaro) in preda proprio alla Sindrome di Stendhal.

La Sindrome di Stendhal in musica

E’ relativamente recente, infine, la scoperta che anche la musica, di forte impatto psicologico ed emotivo, può essere causa di stati molto simili a deliri comuni e allucinazioni, la cui diagnosi è accostabile alla Sindrome di Stendhal.

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I 20 disturbi psichiatrici più strani che abbiate mai visto

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA PSICOSOMAOggi vi presentiamo una lista di 20 disturbi psichiatrici (e non) molto particolari: il cervello a volte può farci degli “scherzi” veramente strani!

1) Prosopagnosia

La prosopagnosia, (anche chiamata prosopoagnosia) è un deficit percettivo acquisito o congenito del sistema nervoso centrale che impedisce al paziente di riconoscere i tratti di insieme dei volti delle persone, causato da lesione bilaterale (o, più di rado, unilaterale destra) alla giunzione temporo-occipitale (giro fusiforme) dell’encefalo. In alcuni casi si ricorre al termine prosofenosia per indicare, in modo specifico, la difficoltà di riconoscimento dei volti umani in seguito al danneggiamento esteso dei lobi occipitale e temporale. Chi è colpito da questa patologia arriva – nei casi più gravi – a confondere la faccia dei propri cari (mariti, mogli, parenti, figli…) e non deve essere confusa con la normale difficoltà che a volte gli individui sani hanno quando non riescono a riconoscere un volto, magari perché non lo vedono da molto tempo. Gli individui sani possono provare una sorta di “assaggio” del disagio che provoca questa patologia quando hanno di fronte persone di una etnia diversa dalla propria, caso in cui il cervello riesce con più difficoltà a cogliere le differenze nei tratti somatici. Tipico esempio è quello di individui orientali (i “cinesi che sembrano tutti uguali” per intenderci). La prosopagnosia può avere risvolti drammatici. Nei casi più gravi, come prima accennato, il soggetto non riesce più a riconoscere il viso dei propri famigliari e ciò lo porta a non fidarsi più di nessuno, dal momento che chiunque potrebbe dire di essere un amico mentre in realtà è uno sconosciuto: ciò determina enorme ansia nel paziente e chiusura in sé stessi. Per approfondire: Non riconoscere i volti dei propri cari: la prosopagnosia, cause, test e cure

2) Delirio di Capgras

Chi soffre di questo problema ha la ferma convinzione che una persona a lei vicina sia stata sostituita da un impostore esattamente identico. Questo delirio è frequente soprattutto nelle persone schizofreniche, anche se sviluppa anche in persone che soffrono di demenza, epilessia o con traumi cranio-encefalici.

3) Sindrome di Fregoli

E’ il contrario del delirio di Capgras. In questo caso la persona che ne soffre ha l’angosciante convinzione che le persone, in realtà, siano una sola persona che cambia aspetto o che si maschera. La sindrome di Fregoli si verifica più frequentemente in persone schizofreniche, dementi o con lesioni cerebrali.

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4) Paramnesia reduplicativa

Consiste nella delirante credenza che un luogo sia stato duplicato, ovvero, che esistano simultaneamente copie di uno stesso luogo. Per esempio, il paziente può pensare che l’ospedale nel quale si trova è stato duplicato e ha cambiato ubicazione. Il paziente pensa che esistano mondi paralleli.

5) Sindrome della mano aliena

Le persone che ne soffrono credono che la loro mano sinistra non gli appartenga, ma che anzi essa possegga vita propria. A volte chi soffre di questo disturbo pensa di essere posseduto da uno spirito. Generalmente, questo problema compare in persone che hanno sofferto danni al corpo calloso, area che unisce i due emisferi cerebrali.

6) Sindrome dell’arto fantasma

La Sindrome dell’arto fantasma (in inglese: Phantom limb syndrome) è caratterizzata dalla sensazione di persistenza di un arto (braccio o gamba) dopo che esso sia stato amputato o dopo che – a causa di altre patologie o condizioni – esso sia diventato insensibile: il paziente affetto da questa patologia avverte l’esistenza e la posizione dell’arto fino ad arrivare ad avvertirne addirittura sensazioni dolorose, a volte addirittura di movimenti come se questo fosse ancora presente, anche se ciò è ovviamente solo nella mente del paziente e non nella realtà.
Questa sensazione colpisce praticamente tutti i pazienti che hanno subito amputazione, è assolutamente normale e non rientra in nessun tipo di problema psichiatrico. E’ la dimostrazione più evidente dell’esistenza del fisiologico schema corporeo, che persiste, nonostante dall’arto amputato non giungano impulsi nervosi ai centri corticali. Per approfondire: Arizona e la Sindrome dell’arto fantasma

7) Micropsia o macropsia (sindrome di Alice nel paese delle meraviglie)

E’ un disturbo neurologico nel quale la percezione delle immagini, dello spazio e del tempo è distorta. I sintomi più preoccupanti sono l’alterazione dell’immagine corporea, poiché chi ne soffre risulta essere confuso rispetto alla dimensione e alla forma del suo corpo. Questo provoca spesso terrore. Questa malattia è associata all’emicrania, ai tumori cerebrali, al consumo di droghe, alle infezioni. Il miglior trattamento è il riposo. È anche conosciuta come la sindrome di Alice nel paese delle meraviglie. Per approfondire: Allucinazioni lillipuziane e Sindrome di Alice nel Paese delle Meraviglie

8) Sindrome di Parigi

La sindrome di Parigi si verifica in cittadini giapponesi che visitano la capitale francese. Queste persone soffrono una crisi nervosa durante la visita; tuttavia, si è osservato che si verifica in turisti giapponesi che visitano qualsiasi parte della Francia in generale. Sembra essere un quadro grave dovuto ad un impatto culturale, a partire dal quale sperimentano sintomi fisici ed emotivi come ansia, depersonalizzazione, idee deliranti, allucinazioni, ecc. Dei 6 milioni di turisti giapponesi che visitano la città ogni anno, 20 ne sono affetti. Si sospetta che gli effetti scatenanti potrebbero essere l’idealizzazione, le barriere del linguaggio, la stanchezza fisica e mentale e il confronto culturale radicalmente diverso.

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9) Fuga dissociativa

La persona che soffre di questi episodi deambula perplessa in vari luoghi, senza essere cosciente della sua identità, né del motivo che l’ha condotta fino a quel luogo. Generalmente, questi episodi sono dovuti a periodi intensi di stress fisico ed emotivo, all’ingestione di sostanze psicotrope e malattie mediche. Per approfondire, leggi: Fuga dissociativa (psicogena) e dromomania: cause, sintomi, cure

10) Sindrome dell’accento straniero

Le persone che soffrono di Sindrome dell’accento straniero, parlano improvvisamente la loro lingua materna con un accento straniero. E’ una malattia rarissima (dal 1941 al 2010 sono stati recensiti in letteratura scientifica solo una cinquantina di casi) ed si verifica generalmente dopo un trauma cranico o un ictus cerebrale che colpisce i nuclei cerebrali del linguaggio. Per approfondire, leggi anche:

11) Sindrome di Stoccolma

La “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Non è raro ad esempio che persone tenute in ostaggio da un rapinatore, manifestino – durante le indagini della polizia – una chiara volontà di difesa verso quest’ultimo, arrivando perfino a fornire improbabili alibi e scusanti per la sua condotta oggettivamente anti-sociale. Per approfondire, leggi anche:

12) Sindrome di Lima

La “Sindrome di Lima” in medicina e psicologia si riferisce ad uno un particolare stato di legame emotivo che si può verificare nei colpevoli di sequestro di ostaggi o rapimento, nei confronti delle vittime rapite. I sequestratori rimangono emotivamente legati ai sequestrati e soccombono alle loro necessità e desideri, fino al punto spesso di liberarli senza alcuna condizione. Questa sindrome potrebbe essere una conseguenza dei sensi di colpa dei sequestratori o di un particolare processo di empatia, di mettersi nei panni degli ostaggi terrorizzati. La Sindrome di Lima è simile a quella di Stoccolma, ma al contrario: nella Sindrome di Stoccolma sono invece le vittime a sentirsi emotivamente dipendenti dai rapitori.

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13) Sindrome di Stendhal

Con “Sindrome di Stendhal” ci si riferisce ad un insieme di segni e sintomi che una persona può improvvisamente sviluppare quando guarda un’opera d’arte che la emoziona particolarmente. I sintomi sono principalmente ansia fisica ed emotiva, tachicardia, capogiro, vertigini, senso dissociativo, confusione, allucinazioni, fino addirittura lo svenimento. La “Sindrome di Stendhal” viene anche chiamata “Sindrome di Firenze” proprio perché, in virtù della elevatissima quantità di splendide opere d’arte da essa possedute, spesso la sindrome si verifica proprio nella famosa città toscana.

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14) Sindrome di Diogene

Questa sindrome è caratterizzata dall’abbandono estremo, dall’isolamento sociale, dall’apatia e dall’accumulo compulsivo di spazzatura. Si verifica principalmente negli anziani ed è associata alla demenza progressiva. Ecco il perché di questo nome: Diogene di Sinope era un filosofo greco, cinico e minimalista. La sua filosofia si basava sulla credenza che il fine dell’esistenza umana fosse quello di vivere una vita di virtù, al naturale, rifiutando le convenzioni come ricchezza, potere, salute e fama. Si dice che visse in un barile di vino nelle strade di Atene. Era famoso per le sue diatribe con Alessandro Magno. Si tramanda che un giorno Alessandro Magno disse a Diogene: “Chiedimi quello che vuoi.” Egli rispose: ” Spostati, che copri il sole“.

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15) Delirio di negazione o di Cotard

La persona colpita crede di essere morta, di non esistere, o di trovarsi in stato di putrefazione o di aver perso il sangue e gli organi interni. Si osserva più frequentemente in pazienti che soffrono di depressione psicotica o schizofrenia.

16) Sindrome di Gerusalemme

Si caratterizza per la presenza di idee ossessive, deliri e altri tipi di esperienze relazionate a tematiche religiose. Queste esperienze sono scatenate dalla visita alla città di Gerusalemme. La sindrome non si limita a nessuna religione e solitamente sorge in persone che hanno malattie mentali precedenti alla visita a Gerusalemme. I deliri e le idee ossessive svaniscono dopo diversi giorni dalla visita a Gerusalemme.

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17) Recupero fittizio e lucidità terminale

Il “recupero fittizio” è un periodo di estrema lucidità che si verifica in alcuni pazienti fortemente debilitati, poco prima di morire. Questo tipo di recupero è presente in molti malati terminali, nei minuti che precedono la morte. Persone colpite da schizofrenia, morbo di Alzheimer ed altre condizioni patologiche che causano grave menomazione del funzionamento mentale, sono, a volte, inspiegabilmente, in grado di recuperare ricordi e lucidità, ma solo poco prima della morte. In quei momenti, le loro menti sembrano tornare straordinariamente in una forma completa e coerente, anche se i loro cervelli risultano ugualmente deteriorati e danneggiati. Questi pazienti che magari da anni non sono in grado di ricordare nemmeno i loro nomi, possono improvvisamente riconoscere i loro familiari ed avere normali conversazioni con loro su passato, presente e futuro. Nessuno sa con esattezza come questo fenomeno – anche chiamato “lucidità terminale” – possa accadere. Per approfondire: Mark Sloan e il recupero fittizio: il mistero del cervello pochi attimi prima di morire

18) Disturbo dell’identità dell’integrità biologica

Chi soffre del Disturbo dell’identità dell’integrità biologica (BIID, nella sigla inglese), vivono con il costante desiderio di amputarsi una parte del corpo, spesso una o entrambe le gambe o le braccia, che viene ritenuta non appartenente al proprio corpo, come se fosse un oggetto estraneo. Alcuni di questi soggetti si mutilano da soli utilizzando una sega o un ascia o lanciandosi sotto le ruote di un camion in transito, ma in maggioranza dei casi essi richiedono l’intervento di terzi, solitamente di un chirurgo che però, in virtù del Giuramento di Ippocrate, non può asportare una parte del corpo sana. A causa di questa mancata collaborazione, il paziente tende a nascondere almeno alla vista l’arto ritenuto estraneo, o a comportarsi come se non ci fosse (ad esempio: va in giro sulla sedia a rotelle tenendo le gambe nascoste piegate su sé stesse ed immaginando di non possederle). Nei casi più estremi il paziente arriva a togliersi la vita accidentalmente per dissanguamento nel tentativo maldestro di auto-amputarsi l’arto estraneo o di farlo amputare ad altri non esperti in chirurgia. Il BIID riguarda soggetti vivono il dramma di non sopportare più un proprio arto, o un’altra parte corporea, ritenendoli inutili o fonte di insopportabile disagio esistenziale, forse per il patologico desiderio di procurarsi un’amorosa attenzione da parte degli altri, del tutto assente nell’infanzia, o per la patologica convinzione di avere un “corpo sbagliato” rispetto alla loro identità percepita. Per approfondire: Disturbo dell’identità dell’integrità corporea: voler essere disabili

19) Apotemnofilia ed acrotomofilia

Rimanendo in tema di amputazioni, l’apotemnofilia è il desiderio su base sessuale di avere uno o più arti amputati o di apparire come se così fosse. E’ per alcuni versi collegata all’acrotomofilia, in cui il soggetto cerca spasmodicamente partner sessuali con menomazioni fisiche più o meno vistose. Per approfondire: Apotemnofilia e acrotomofilia: l’eccitazione sessuale provocata dalle amputazioni

20) Anosognosia

L’anosognosia (o nosoagnosia) è un disturbo neurologico e psicologico caratterizzato dalla mancata capacità del paziente di riconoscere e riferire di avere un deficit neurologico o neuropsicologico. Il paziente non è in “cattiva fede”: non è realmente consapevole del suo stato di malattia e manifesta invece in buona fede la ferma convinzione di possedere ancora le capacità che in realtà ha oggettivamente perso in seguito a lesione cerebrale, perdita che è assolutamente certa dal punto di vista scientifico. Messo “con le spalle al muro” a confronto con i suoi deficit, il paziente mette in atto delle confabulazioni oppure delle spiegazioni assurde, incoerenti con la realtà dei fatti, spesso delle vere e proprie fallacie logiche. Per approfondire: Anosognosia e Sindrome neglect: significato, test e trattamento

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Sindrome di Stoccolma: psicologia, in amore, casi, cura e film in cui è presente

MEDICINA ONLINE Stockholm Syndrome SINDROME DI STOCCOLMA PICTURE PICS WALLPAPER IMAGE PHOTO IMMAGINI PSICOLOGIA ARRESTO PSICHATRIA RAPITO RAPITORE LADRO BANCA ARRESTO POLIZIA CARABINIERI PISTOLA ARMA PROIETTILE BANCA PAURA.jpgLa “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Non è raro ad esempio che persone tenute in ostaggio da un rapinatore, manifestino – durante le indagini della polizia – una chiara volontà di difesa verso quest’ultimo, arrivando perfino a fornire improbabili alibi e scusanti per la sua condotta oggettivamente anti-sociale. Proprio questo paradosso psicologico prende il nome di “Sindrome di Stoccolma”, una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma creatosi con l’essere “vittima”. Dalla banca dati dell’FBI statunitense risulta che circa l’8% degli ostaggi ha manifestato sintomi della sindrome di Stoccolma. E’ interessante inoltre notare che anche le donne che subiscono stalking possono soffrire di tale sindrome.

Sindrome di Stoccolma in amore ed in famiglia

Se siete interessati alla Sindrome di Stoccolma che si verifica in alcuni rapporti, vi consiglio di leggere i seguenti articoli:

Anche nel rapporto genitori – figli si può notare questa sindrome, se il papà o la mamma maltratta il bambino può nascere una continua ricerca di amore e attenzione da parte del bimbo, a tal proposito puoi trovare interessanti i seguenti articoli:

Sintomi della sindrome di Stoccolma

I sintomi tipici di un soggetto che ha sviluppato la Sindrome di Stoccolma, sono:

  • la vittima ha sentimenti di amicizia o addirittura amore nei confronti del rapitore;
  • la vittima ha paura delle forze dell’ordine, delle squadre di salvataggio o di chiunque cerchia di separarla dal rapitore;
  • la vittima crede nei motivi del rapitore e li sostiene;
  • la vittima prova sentimenti di colpa e rimorso per essere rilasciati mentre il rapitore è in carcere;
  • la vittima, di fronte alla polizia, arriva a mentire pur di fornire improbabili alibi al rapitore;
  • la vittima non accetta di avere alcuna patologia e non accetta una terapia di aiuto.

Basi psicologiche per la comprensione della Sindrome di Stoccolma

La teoria di Sigmund Freud vede la personalità come concepita in tre maggiori sistemi:

  • Es (pulsioni libidiche inconsce) è l’espressione della spinta emotiva e istintiva dell’uomo che non tiene conto della realtà e della moralità. È insita in tale concetto la spinta verso la conservazione, o la distruzione (pulsioni di vita e pulsioni di morte).
  • Io ovvero il fattore di personalità. Nella persona “ben regolata”, l’Io controlla e governa l’Es, e mantiene i rapporti con il mondo esterno nell’interesse della personalità, nel suo insieme, e delle esigenze della stessa a lungo termine.
  • Super-io è la coscienza che detta all’Io i consigli per soddisfare le richieste dell’Es. Si sviluppa, di solito, grazie all’acquisizione di “ideali” e “proibizioni”, genetici o formatisi nelle fasi dell’infanzia.

I contatti con la realtà sono, pertanto, compiti dell’Io che risulta così, in una personalità sana, dinamico e pieno di risorse. Una di tali risorse, secondo Freud, è quella legata ai meccanismi di difesa da idee insopportabili o dolorose, o dagli effetti di queste. Quando l’individuo è minacciato, sarà dunque l’Io a dover affrontare la maggior quantità di stress onde consentire alla personalità di continuare a funzionare anche durante esperienze dolorose quale, ad esempio, quella di trovarsi nella condizione di ostaggio di un individuo armato; in un caso così tragico, l’ostaggio vuole sopravvivere e l’Io si pone, pertanto, alla ricerca dei mezzi per riuscirvi. Il meccanismo di difesa più frequentemente notato è quello della “regressione” ovvero il ritorno a un livello di maturità inferiore e meno aderente alla realtà comportamentale e di esperienza che si sta vivendo. Altro meccanismo difensivo è la “identificazione”, che permette all’Io di sfuggire all’ira e al danno potenziale che potrebbe essergli inflitto dal “nemico”. Entrambi tali meccanismi entrano in funzione nella “sindrome”: l’ostaggio si “identifica” nel carceriere per paura, e non certo per affetto, e “regredisce” a uno stadio infantile inferiore a quello di un bimbo di cinque anni. L’ostaggio si trova in una situazione di estrema dipendenza dal carceriere esattamente come il bambino dipendeva totalmente dalla figura paterna, o comunque genitoriale, che rappresentava controllo e sicurezza. Se alla “famiglia” sovrapponiamo il microcosmo “ostaggio-carceriere” è facile comprendere come la polizia che punta le armi, o comunque pone in essere azioni aggressive, verso il malvivente, di fatto le punta anche contro l’ostaggio che vede nel carceriere, armato, l’unico che possa concretamente difenderlo trasformandolo, perciò, in una sorta di “eroe positivo”. A ben guardare, tale azione offensiva è, in realtà, l’unico sistema di difesa che si propone e il rapinatore si trova, così, legato ad altri individui, in genere a lui sconosciuti, che finiranno per simpatizzare con lui e, in alcuni casi, addirittura a compenetrarsi nei suoi problemi, comprendendo e accettando le motivazioni che lo hanno spinto al gesto che ormai li lega e li pone dinanzi al pericolo, comune, della morte. Dall’altra parte le forze di polizia, il cui scopo precipuo è aiutare l’ostaggio, sono palesemente in difficoltà, incerti sul da farsi e sempre bisognevoli di ricorrere ad autorizzazioni sovraordinate per qualunque richiesta venga loro rivolta; ciò contribuisce a esaltare, agli occhi delle vittime, la figura del sequestratore che, invece, appare sicuro di sé, deciso, che dimostra di avere idee chiare che trasforma in condizioni precise e sa palesare minacce concrete.

Cause della sindrome di Stoccolma

Esistono quattro situazioni o condizioni di base che provocano lo sviluppo della Sindrome di Stoccolma:

1. Una minaccia, reale o percepita, per la propria sopravvivenza fisica o psicologica e la convinzione che il rapitore può essere pericoloso.
Egli può:

  • Convincere la vittima che solo con la cooperazione può tenere i propri famigliari al sicuro
  • Fare sottili minacce o raccontare storie di vendetta per ricordare alla vittima che la vendetta è possibile se cerca di scappare
  • Parlare di una storia di violenza (ad. esempio uno stupro) che porta la vittima a credere che potrebbe essere un bersaglio

2. Una piccola gentilezza da parte del rapitore alla vittima
In alcuni casi, dei piccoli gesti sono sufficienti alla vittima per cambiare idea sul rapitore. Ad esempio, i piccoli gesti possono essere permettere alla vittima di andare in bagno o darle cibo e acqua.
Altre volte, un biglietto d’auguri, un regalo (di solito dato dopo un periodo di abuso) o un trattamento speciale può essere visto come la prova che non è del tutto cattivo.

3. L’isolamento della vittima da altre prospettive
Le vittime pensano di essere continuamente osservate. Per la loro sopravvivenza iniziano ad assumere la prospettiva del rapitore. Questa tecnica di sopravvivenza può diventare così intensa che la vittima inizia a provare rabbia verso coloro che cercano di aiutarla.
Nei casi più gravi della Sindrome di Stoccolma la vittima può arrivare a credere che la situazione violenta sia tutta colpa sua.

4. Incapacità percepita o reale di fuggire dalla situazione
La vittima può avere obblighi finanziari, debiti o instabilità al punto che non può sopravvivere da sola.
Il rapitore può usare minacce, come prendere i bambini, denunciare la vittima in pubblico, suicidarsi o prevedere una vita di molestie per la vittima.

Reazioni allo stress

L’ostaggio reagisce in vari modi all’estremo stato di stress cui è sottoposto, in base a vari fattori individuale. Una delle reazioni più diffuse emotivamente efficace, è la “negazione”: per sopravvivere la mente reagisce tentando di negare quanto sta avvenendo, come avviene anche nelle 7 fasi del lutto, a tal proposito leggi: Sto per morire: le 7 fasi di elaborazione del dolore e della morte

Altra reazione tipica possibile è la perdita di sensi (indipendente dalla volontà cosciente) o il sonno. Solo dopo qualche tempo l’ostaggio comincia a rendersi conto, ad accettare e a temere la propria situazione, ma trova un’altra valvola di sicurezza nel pensare che non tutto è perduto poiché presto interverrà la polizia per salvarlo. La certezza di una salvezza “garantita” dall’Autorità, aiuta l’ostaggio nella propria difesa mentale, ma più passa il tempo senza che accada nulla -e in casi simili è facile perdere la cognizione del trascorrere dei minuti e delle ore-, più l’ostaggio, automaticamente, tende inconsciamente a rinnegare l’autorità costituita che è diventata per lui, di fatto, una incognita. Logica conseguenza è l’inizio del processo di immedesimazione, o di “identificazione”, con il carceriere. Nel contempo aumenta sempre più il timore di una conclusione tragica e tutti gli ostaggi sottoposti a interviste psichiatriche a seguito di esperienze del genere, hanno dichiarato di aver “approfittato” dell’occasione per fare un resoconto della propria vita; tutti hanno giurato a sé stessi di cambiarla in meglio una volta terminata la brutta avventura, quasi che quest’ultima costituisse lo spartiacque tra la “vecchia” vita e una “rinascita” a vita nuova, completamente avulsa e indipendentemente dalla precedente.

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Le fasi dello sviluppo della Sindrome di Stoccolma

Tentando una schematizzazione, potremmo individuare la sequenza degli stati emotivi di un ostaggio come segue:

  1. incredulità ai fatti che si svolgono di fronte ai propri occhi;
  2. illusione di ottenere presto la liberazione;
  3. delusione per la mancata, immediata, liberazione da parte dell’autorità;
  4. impegno in lavoro fisico o mentale;
  5. rassegna del proprio passato.

Quando comincino a manifestarsi, nell’ostaggio, le fasi di cui sopra, e quanto esse durino, non è possibile stabilirlo poiché molti altri fattori e incognite entrano in gioco nel formarsi della successiva “Sindrome”, e il tempo è solo uno dei fattori giacché il suo trascorrere può creare sì, legami positivi, ma anche negativi, a seconda dei rapporti interpersonali che, fin dal primo momento, si instaurano tra l’ostaggio e il suo sequestratore. Fino a questo punto, tuttavia, la “Sindrome di Stoccolma” non si può ancora dire scattata. Nelle fasi iniziali di studio della “sindrome”, dopo l’episodio di Stoccolma, si ritenne che il tempo, da solo, fosse fattore determinante per la sua insorgenza, ma successivi casi con ostaggi dimostrarono il contrario. Nella stragrande maggioranza dei casi, la prima esperienza che accomuna tutti coloro che cadono sotto l’”effetto della sindrome”, è il contatto positivo con il carceriere. Tale contatto non deriva tanto dal comportamento materiale del carceriere, bensì da ciò che questi potrebbe fare e NON fa (percosse, violenza carnale, maltrattamenti in genere, ecc.). E tuttavia, alcuni ostaggi feriti dai propri carcerieri, hanno ugualmente sperimentato lo stato di “sindrome” poiché si sono convinti che le violenze patite, le ferite riportate, si erano rese necessarie per tenere sotto controllo la situazione o, ancor più, erano giustificate da una loro reazione o resistenza.

Il rapinatore si “umanizza”

Un’altra esperienza che accomuna gli ostaggi è l’immedesimazione nelle qualità umane dimostrate dal carceriere, anche quando queste siano state di breve durata. Nei casi di rapina con ostaggi, in definitiva, se è vero che il rapinatore armato si trova “in trappola” e si ritiene “vittima” della polizia, è altrettanto vero che anche l’ostaggio tende a condividere tale atteggiamento. Quando il rapinatore viene sorpreso dalla polizia ed è “costretto” a prendere ostaggi, il suo problema è chiaro: fuggire vivo e, possibilmente, con i soldi. L’ostaggio si trova nella stessa identica posizione: vuole uscire vivo; il suo carceriere certo glielo consentirebbe, ma è la polizia a impedirlo. Il rapinatore si “umanizza”, perciò, agli occhi dell’ostaggio, è diventato “persona”, con problemi identici ai propri. L’insistenza della polizia nel richiedere al bandito di arrendersi, non fa altro che prolungare la prigionia e allontana la speranza di riguadagnare la libertà senza danni fisici. Matura così, nella mente dell’ostaggio, il convincimento che: “se la polizia va via, anch’io me ne vado; se la polizia lascia andare il bandito, anch’io sarò libero!”. Comincia così la “Sindrome di Stoccolma” e, d’altro canto, il legame positivo, l’“umanizzazione” e il “rendersi persona”, che è alla base della sindrome, si può manifestare non solo nell’ostaggio, ma anche nel carceriere.

L’ostaggio come “uomo”

Ciò che è importante, nella difesa dell’ego dell’ostaggio, nel tentativo di liberarlo con il minimo danno, è creare un rapporto positivo tra il sequestratore e la vittima talché da “oggetto” si trasformi in “essere umano”. Quando ostaggio e rapitore si trovano all’interno di uno stesso locale, magari angusto, sia esso il caveau di una banca, o la fusoliera di un aereo, una casa, una grotta, un treno, o altro ancora, si sviluppa un rapporto di “convivenza” che favorisce, e accelera, il reciproco processo di “umanizzazione”. In tal senso, quanto più il carceriere riesce a compenetrarsi nei problemi dell’ostaggio, o viceversa, tanto più aumenteranno le possibilità di sopravvivenza.

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Quando termina la Sindrome di Stoccolma?

Molti sequestrati, che hanno provato la “sindrome”, hanno dichiarato di soffrire di incubi ripetitivi in cui i loro sequestratori, fuggiti o comunque liberi, ripetevano i fatti precedenti, ma questo non sempre corrispondeva a una diminuzione del legame positivo che si era instaurato a suo tempo. Alcune vittime di sequestri, che provarono la “sindrome”, a distanza di anni sono ancora ostili alla polizia. Le vittime della rapina alla Kreditbank di Stoccolma per lunghissimi anni si sono recate a far visita ai propri carcerieri, e una di esse ha sposato Olofsson. Altre vittime hanno cominciato a raccogliere fondi per aiutare i propri ex-carcerieri e molte si sono rifiutate di deporre in tribunale contro i sequestratori, o anche solo di parlare con i poliziotti che avevano proceduto all’arresto.

Cura della Sindrome di Stoccolma

Il ritorno alla vita di tutti i giorni dopo un periodo di prigionia più o meno lungo può essere assolutamente impegnativo per il prigioniero, in alcuni casi estremamente difficile. Essere separato dal rapitore, per la vittima che soffre della Sindrome di Stoccolma, può essere straziante: anche se il prigioniero non ha più le “catene”, si sente ancora emotivamente legato al rapitore e dipendente da esso. Il miglior trattamento per una vittima con la sindrome di Stoccolma è una psicoterapia gestita da professionisti altamente specializzati nella cura della dipendenza affettiva, inoltre risulta vitale – se possibile – l’amore ed il supporto della famiglia. Si può guarire dalla Sindrome di Stoccolma, ma in certi casi servono molti anni. In alcuni casi è utile anche affiancare alla psicoterapia, una terapia farmacologica che deve essere attentamente impostata dallo psichiatra.

Consigli per parenti ed amici di chi soffre della Sindrome di Stoccolma

Ecco alcuni suggerimenti per amici e parenti dei pazienti con la sindrome di Stoccolma:

  • Ricordare alla persona amata che le sue decisioni sono pienamente sostenute e che la famiglia la ama, qualsiasi cosa succeda.
  • Ricordare che la persona amata ha dovuto affrontare un’ardua scelta: la famiglia o quella situazione. Poiché la famiglia era minacciata, la vittima ha imparato a scegliere il rapitore e ha ferito i sentimenti dei famigliari.
  • Più si mette la vittima sotto pressione, più difficile sarà per lei resistere.
  • Rimanere in contatto con la persona amata durante il recupero. Mantenere le comunicazioni il più possibile.

Casi famosi di Sindrome di Stocolma

  • Il caso più famoso, che ha dato il nome alla sindrome, è quello del rapinatore Jan-Erik Olsson, la sua storia la potete trovare qui: Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome
  • Natascha Kampusch ha vissuto segregata col suo rapitore (Wolfgang Priklopil) dal marzo 1998 al 23 agosto 2006, giorno in cui è scappata. Ha testimoniato di avere avuto più volte la possibilità di scappare, ma ha preferito restare col rapitore. Il motivo della fuga, infatti, non è stato un desiderio di libertà, ma un litigio col rapitore stesso. Agli investigatori e agli psicologi che si prendono cura di lei ha testimoniato dicendo che non si sentiva privata di niente e che è dispiaciuta della morte del suo rapitore (che si è suicidato dopo che era scappata). La ragazza, però, intervistata dalla televisione austriaca il 6 settembre 2006, ha smentito le voci sulla sua presunta “sindrome di Stoccolma”, aggiungendo di non aver mai rinunciato alla fuga. Ha solo manifestato pietà per il rapitore suicida e per la sua famiglia. In seguito a questa intervista, che ha fatto il giro del mondo, il filosofo e psicoanalista italiano Umberto Galimberti, in un articolo apparso sulla prima pagina de La Repubblica del giorno dopo (“Una vita sospesa”), ha escluso che quello della ragazza austriaca sia un caso di “sindrome di Stoccolma”.
  • Jaycee Lee Dugard è stata rapita all’età di 11 anni ed è stata ostaggio per quasi 18 anni. Ha due figli con il suo rapitore e non ha mai tentato di fuggire. Anche lei ha mentito e ha cercato di difendere il rapitore quando è stata interrogata. Ha ammesso di avere un legame emotivo profondo con lui, ma dopo essersi riunita con la sua famiglia ed essersi trasferita, ha condannato le azioni del delinquente.
  • Shawn Hornbeck, 11 anni, sparito il 6 ottobre 2002 e ritrovato per puro caso nel gennaio del 2007, quando aveva ormai 15 anni, durante le ricerche di un altro ragazzino scomparso (Ben Ownby). Vissuto per 4 anni con il rapitore Michael Devlin (nel cui appartamento è stato trovato anche Ben Ownby), i vicini di casa affermano di averlo visto più volte giocare nel giardino da solo, con Michael o con alcuni amici, tanto che pensavano fossero “padre e figlio”. Shawn aveva anche un cellulare e navigava tranquillamente su internet: aveva visto in tv gli appelli dei genitori e aveva anche mandato alcune email al padre con scritto «Per quanto tempo pensate di cercare ancora vostro figlio?».

La Sindrome di Stoccolma nei film e nelle serie tv

Ecco una lista di film ed episodi di serie tv in cui si fa riferimento alla Sindrome di Stocolma (attenzione: in alcuni casi c’è possibilità di “spoiler“):

  • In Un mondo perfetto di Clint Eastwood, l’evaso Butch Haynes (Kevin Costner) rapisce un bambino e fugge attraverso il Texas. Durante il loro viaggio il bimbo sviluppa un legame tipico della sindrome di Stoccolma.
  • Agente 007 – Il mondo non basta; James Bond (Pierce Brosnan) smaschera la bella Elektra King (Sophie Marceau) accusandola di essersi alleata con il “cattivo” di turno, Renard (Robert Carlyle), che l’aveva sequestrata tempo prima, avendo acquisito proprio la sindrome di Stoccolma.
  • Nel film Tom à la ferme di Xavier Dolan.
  • Nella puntata 4 della prima stagione di Hannibal.
  • Nel film La pelle che abito, di Pedro Almodóvar.
  • Dal tramonto all’alba.
  • Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.
  • Ore contate (1989) con Jodie Foster e Dennis Hopper.
  • Nell’episodio 7 della terza serie del telefilm The Unit.
  • Nell’episodio 6 della prima serie del telefilm Lie to Me .
  • Nell’episodio 18 della terza serie del telefilm Criminal Minds dal titolo Vite Incrociate e nell’episodio 13 della quarta serie dal titolo Di Padre In Figlio.
  • Nell’episodio 9 della quinta serie del Dr. House – Medical Division.
  • Nelle tre serie di Law & Order.
  • Buffalo ’66.
  • Il negoziatore.
  • Sesso e fuga con l’ostaggio.
  • Matlock: The Kidnapping.
  • Quel pomeriggio di un giorno da cani.
  • Captain Phillips – Attacco in mare aperto.
  • Guerrilla: The Taking of Patty Hearst.
  • Six Feet Under, episodio 44 (That’s My Dog).
  • In Die Hard, un medico in una trasmissione televisiva descrive un fenomeno identico chiamato “Sindrome di Helsinki”.
  • In Viaggio senza ritorno del 1997 una coppia interpretata da Kevin Pollak e Kim Dickens è presa in ostaggio da Vincent Gallo e Kiefer Sutherland; l’uomo simpatizza con i propri rapitori.
  • Azione mutante, film di Alex de la Iglesia prodotto da Pedro Almodóvar. La sposa rapita Patricia Orujo si innamora del capo dei rapitori, Ramon Yarritu, il quale riconosce la sindrome di Stoccolma.
  • Nel film Taking 5-una band in ostaggio, uno dei rapitori accusa un ostaggio di essere sotto l’effetto della sindrome di Stoccolma.
  • Nell’episodio 14 della terza serie di Nip/Tuck dal titolo Cherry Peck.
  • In Il portiere di notte, film di Liliana Cavani, la protagonista instaura un rapporto ossessivo e indissolubile con l’uomo che la teneva prigioniera nel campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
  • Nel film Cadillac Man – Mister Occasionissima del 1990, Robin Williams prende a cuore la situazione del malvivente (Tim Robbins).
  • Nel film D.e.b.s – Spie in minigonna la spia Amy si innamora della sua rapitrice Lucy Diamond e il sentimento viene ricambiato.
  • Nel film John Q, interpretato da Denzel Washington: le persone sequestrate da un padre che non può far trapiantare il cuore del figlio si schierano dalla parte del loro sequestratore e del suo dramma.
  • Nella prima serie di Close to Home, episodio 16 (Evasione).
  • Nella quarta serie Malcolm, episodio 18.
  • Nella serie televisiva NCIS si fa più volte riferimento alla Sindrome di Stocolma.
  • Nel film Lezioni di cioccolato, riferito al complesso nei confronti del datore di lavoro: un geometra sfruttatore e insensibile (2007).
  • Nel film Diario di una tata, riferito alla datrice di lavoro della tata (2007).
  • Nel film Légami! di Pedro Almodóvar.
  • Nel film Slevin – Patto criminale di Paul McGuigan, dove il piccolo Slevin diventa allievo del suo rapitore che avrebbe dovuto ucciderlo.
  • Nel film Spaghetti House di Giulio Paradisi in cui Nino Manfredi diventa amico del capo dei rapitori che hanno sequestrato lui e i suoi colleghi nel loro ristorante italiano.
  • Nell’episodio 2 della quarta serie di The Dead Zone dal titolo Il rapimento.
  • Nel film di Dusan Milic “Jagoda: Fragole al supermarket”, dove la commessa di un supermercato, Fragola, si innamora dell’uomo che la prende in ostaggio.
  • Nell’episodio 15 della tredicesima stagione de I Simpson, Homer si affeziona ai suoi rapitori brasiliani, tanto da creare un album con i momenti più divertenti del rapimento.
  • Nella prima serie di “True Blood” (episodio 10), il rapporto tra Jason Stackhouse e il vampiro rapito è un tipico caso di Sindrome di Stoccolma, che viene anche citata.
  • Nella puntata 1×09 della serie Canadese Flashpoint (serie televisiva) dal titolo: La sindrome di Stoccolma.
  • Nell’anime Black Lagoon il protagonista Rokuro Okajima (Rock) decide senza alcuna costrizione di entrare a far parte del gruppo di mercenari dai quali è stato preso in ostaggio (nel primo episodio viene anche citata da Rock la sindrome stessa).
  • Nel film Jagoda: Fragole al supermarket, la protagonista Jagoda (Branka Katic) si innamora, poi ricambiata, dell’uomo che la tiene ostaggio nel supermarket in cui fa la commessa, ed arriva persino a collaborare con lui contro la polizia di sua iniziativa.
  • In una puntata di Un posto al sole, Ornella Bruni (Marina Giulia Cavalli) si innamora del suo rapitore Massimo Renna (Duccio Giordano).
  • Nel film “Il miele del diavolo” di Lucio Fulci la protagonista tiene in ostaggio il medico che non è riuscito a salvare la vita al suo fidanzato, finendo però con l’innamoramento dei due.
  • Versione comica del caso nel film Airheads-Una band da lanciare in cui una band heavy metal per far trasmettere il loro pezzo in una radio, sequestra tutti i lavoratori, che però si divertono tanto da voler, specie per uno di loro, rimanere oggetto del sequestro quando la polizia va a “trarlo in salvo”.
  • Nella serie televisiva X-Files, nell’episodio “Follia A Due” (diciannovesimo episodio della quinta serie), l’agente Mulder si riferisce alla sindrome di Stoccolma chiamandola “Sindrome di Helsinki”.
  • Nella serie cinematografica “Saw – L’enigmista”, Amanda prima rapita, e poi stretta da un legame con il rapitore dopo essere riuscita a sfuggire.
  • Nella decima puntata della quarta serie di Ghost Whisperer intitolata appunto ‘La sindrome di Stoccolma’, in cui una donna è costretta a lasciare la famiglia e vive per qualche anno con il suo rapitore.
  • Nel film “Garage Olimpo”.
  • In CentoVetrine, nelle puntate in onda nel 2010, la protagonista Cecilia Castelli (Linda Collini) si innamora dell’uomo che l’ha tenuta segregata assieme alla sorella Serena in uno chalet per settimane.
  • Nell’ultima puntata della stagione 6 di Desperate Housewives in cui Lynette Scavo prova affetto per il suo carceriere Eddie Orlofsky.
    nella 13ª stagione ep. 15 delle serie animata I Simpson uno dei rapitori di Homer dice riferendosi a Homer “ha la sindrome di Stoccolma, si identifica con i suoi rapitori”.
  • Nel dodicecismo episodio della settima serie del telefilm ‘Medium (serie televisiva)’, Joe, il marito di Allison, nomina la Sindrome di Stoccolma in relazione al sequestro subìto dalla moglie da parte di un uomo che la costringeva a sognare per conoscere la fine della moglie scomparsa.
  • Nell’ottavo episodio della prima serie del telefilm Rizzoli & Isles (intitolato ‘La Sindrome di Stoccolma’), una donna si innamora dell’assassino di suo marito.
  • Nel decimo episodio della quarta stagione di Ghost Whisperer.
  • Nella 7ª stagione della serie televisiva Dexter, Hannah McKay e Dexter si innamorano.
  • Nella telenovela venezuelana del 1984 dal titolo Leonela la protagonista si innamora dell’uomo che l’ha stuprata. La novela è basata su un fatto di cronaca vera.
  • Nella puntata 01×12 della serie televisiva ‘Once Upon A Time’. Bella, catturata da Tremotino, se ne innamora.
  • Sara Harvey, nella serie televisiva thriller Pretty Little Liars, dopo due anni di segregazione da Charlotte DiLaurentis, incomincia a sviluppare la Sindrome di Stoccolma; la sindrome viene nominata più volte all’interno della serie.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome

MEDICINA ONLINE Jan-Erik Olsson Stockholm Syndrome SINDROME DI STOCCOLMA PICTURE PICS WALLPAPER IMAGE PHOTO IMMAGINI PSICOLOGIA ARRESTO PSICHATRIA RAPITO RAPITORE.jpgLa “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Il nome “Sindrome di Stoccolma” trae origine da un fatto realmente successo nei primi anni ’70.

La rapina in banca

La mattina del 23 agosto 1973, il trentaduenne Jan-Erik Olsson che vedete al centro nella foto in alto, dopo essere evaso dal carcere di Stoccolma (dove era detenuto per furto), tentò di rapina la sede della banca Sveriges Kredit Bank di Stoccolma. Olsson chiese e ottenne di essere raggiunto in banca dal suo amico ed ex compagno di cella, Clark Olofsson, di 26 anni. Il rapinatore prese in ostaggio tre donne ed un uomo:

  • Elisabeth, 21 anni, cassiera e successivamente infermiera;
  • Kristin, 23 anni, stenografa e successivamente assistente sociale;
  • Brigitte, 31 anni, impiegata;
  • Sven, 25 anni, impiegato.

La prigionia e la convivenza forzata dei quattro ostaggi e dei due rapinatori durò 131 ore all’interno di uno spazio ristretto, una specie di corridoio lungo 16 metri e largo meno di 4. Al termine del periodo di prigionia i malviventi si arresero e gli ostaggi furono rilasciati senza che fosse eseguita alcuna azione di forza e senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte del sequestratore.

“Mi ha ridato la vita”

Questa vicenda conquistò le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo, non tanto per la rapina in sé, bensì per i fatti successi dopo di essa. Durante la prigionia, come risulterà in seguito dalle interviste psicologiche (fu il primo caso in cui si intervenne anche a livello psicologico su sequestrati), gli ostaggi hanno riferito di aver temuto più la polizia che non gli stessi sequestratori. Nel corso delle lunghe sedute psicologiche cui i sequestrati vennero sottoposti si manifestò un senso positivo verso i malviventi che “avevano ridato loro la vita” e verso i quali si sentivano in debito per la generosità dimostrata, dal momento che durante la prigionia “erano stati trattati bene”. Questi fatti vennero in seguito studiati in tutto il mondo fino a coniare il nome “Sindrome di Stoccolma”, ideato dallo psichiatra e criminologo svedese Nils Bejerot.

La celebre rapina al cinema

Le vicende della rapina alla Sveriges Kredit Bank sono narrate nel film del 2019 “Rapina a Stoccolma” diretto da Robert Budreau e interpretato da Ethan Hawke, Noomi Rapace e Mark Strong.

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Differenza tra Sindrome di Stoccolma, Lima, Helsinki e Stendhal

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA PSICOSOMASindrome di Stoccolma

La “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Non è raro ad esempio che persone tenute in ostaggio da un rapinatore, manifestino – durante le indagini della polizia – una chiara volontà di difesa verso quest’ultimo, arrivando perfino a fornire improbabili alibi e scusanti per la sua condotta oggettivamente anti-sociale.

Per approfondire: Sindrome di Stoccolma: psicologia, in amore, casi, cura e film in cui è presente

Sindrome di Lima

La “Sindrome di Lima” in medicina e psicologia si riferisce ad uno un particolare stato di legame emotivo che si può verificare nei colpevoli di sequestro di ostaggi o rapimento, nei confronti delle vittime rapite. I sequestratori rimangono emotivamente legati ai sequestrati e soccombono alle loro necessità e desideri, fino al punto spesso di liberarli senza alcuna condizione. Questa sindrome potrebbe essere una conseguenza dei sensi di colpa dei sequestratori o di un particolare processo di empatia, di mettersi nei panni degli ostaggi terrorizzati. La Sindrome di Lima è simile a quella di Stoccolma, ma al contrario: nella Sindrome di Stoccolma sono invece le vittime a sentirsi emotivamente dipendenti dai rapitori.

Per approfondire: Sindrome di Lima: cosa significa in medicina e psicologia?

Sindrome di Helsinki

La “Sindrome di Helsinki” in campo medico in realtà non esiste. Solitamente quando nei film o nelle serie statunitensi si parla di “Sindrome di Helsinki”, in realtà ci si riferisce alla “Sindrome di Stoccolma”. Ad esempio nel film “Die Hard“, un medico in una trasmissione televisiva descrive un fenomeno chiamato “Sindrome di Helsinki”, riferendosi in raltà alla Sindrome di Stoccolma. Altro esempio: nella celebre serie televisiva “X-Files” nell’episodio “Follia A Due” (diciannovesimo episodio della quinta serie), l’agente Mulder si riferisce alla sindrome di Stoccolma chiamandola “Sindrome di Helsinki”.

Per approfondire: Sindrome di Helsinki: cosa significa in medicina e psicologia?

Sindrome di Stendhal

Con “Sindrome di Stendhal” ci si riferisce ad un insieme di segni e sintomi che una persona può improvvisamente sviluppare quando guarda un’opera d’arte che la emoziona particolarmente. I sintomi sono principalmente ansia fisica ed emotiva, tachicardia, capogiro, vertigini, senso dissociativo, confusione, allucinazioni, fino addirittura lo svenimento. La “Sindrome di Stendhal” viene anche chiamata “Sindrome di Firenze” proprio perché, in virtù della elevatissima quantità di splendide opere d’arte da essa possedute, spesso la sindrome si verifica proprio nella famosa città toscana.

Per approfondire: Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome

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Differenza tra sottopeso ed anoressia

MEDICINA ONLINE ANORESSIA ANORESSICA ANOREXIA IMAGE IMMAGINI CORPO NON ESISTE PIU BULIMIA NERVOSA VOMITO OSSA DIMAGRIMENTO CIBO MANGIARE PSICHIATRIA DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTAREQuando una persona ha una forte perdita di peso rispetto al peso forma, potrebbe in alcuni casi essere portata a chiedersi se è sottopeso o anoressica. Nel caso della donna che vedete nella foto in alto, è difficile essere nel dubbio: quando il dimagrimento è davvero eccessivo, è anoressia nervosa. Ma se il dimagrimento è più sfumato, come capire se si è “solo” sottopeso o se siamo anoressici? Tutte le persone in sottopeso sono anoressiche? Facciamo chiarezza.

Cominciamo col dire che si è sottopeso quando il nostro indice di massa corporea (IMC o anche BMI acronimo di Body Mass Index) scende al di sotto di un certo limite: in questo caso molto probabilmente la bioimpedenziometria andrà a sottolineare una diminuzione della percentuale di massa grassa e, in caso di magrezza pronunciata, anche della percentuale di massa magra. Chiunque può ritrovarsi ad essere sottopeso, per svariate ragioni. Perché si assume poco cibo rispetto al nostro fabbisogno calorico giornaliero, perché facciamo molto sport e non adeguiamo la nostra dieta al nostro aumentato metabolismo, perché il cibo che assumiamo è di scarsa qualità… Anche molte patologie, come l’ipotiroidismo, Malattia di Crohn od alcuni tumori maligni, possono determinare una perdita di peso improvvisa. Tra queste patologie, una è appunto l’anoressia, che è un disturbo psichiatrico che interferisce con il corretto comportamento alimentare.

Da quanto detto tutte le persone anoressiche sono sicuramente sottopeso (almeno nelle fasi finali della patologia, nelle iniziali il loro peso potrebbe essere ancora normale) mentre non è vero il contrario, dal momento che non tutte le persone sottopeso sono anoressiche.

Ma allora… quando una persona sottopeso può essere considerata anoressica? Esistono alcuni sintomi e segni che appartengono all’anoressia che possono chiarire tale limite e permettere la diagnosi. Essi sono:

  • peso corporeo sotto i limiti di normalità (inferiore all’85% del peso ideale, indice di massa corporea inferiore a 1,75 kg/m2);
  • ritardi mestruali e amenorrea (ritardo di almeno tre cicli mestruali consecutivi);
  • bassa temperatura corporea;
  • una forte ansia di ingrassare anche in presenza di evidente sottopeso;
  • depressione;
  • bradicardia;
  • fragilità di unghie e capelli;
  • osteopenia;
  • alopecia;
  • riduzione del volume del seno;
  • ipotensione;
  • pelle secca;
  • aspetto debilitato/cachettico.

Non tutti questi sintomi e segni sono presenti contemporaneamente nel paziente anoressico.

Nell’ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) in realtà è stata rimossa la presenza di amenorrea per tre cicli consecutivi, dal momento che non era applicabile ai maschi, alle femmine in età prepuberale o che assumessero pillole anticoncezionali o, più in generale, in donne che comunque fossero affette da anoressia pur in presenza di una minima attività mestruale; tuttavia per molti medici tale criterio risulta tuttora utile ai fini di una diagnosi rapida.

Nel caso in cui l’anoressia si accompagni a saltuarie abbuffate seguite da una serie di condotte di eliminazione del cibo, come il vomito autoindotto (anoressia nervosa di tipo bulimico), si registra anche una tipica erosione dei denti dovuta all’azione dei succhi gastrici determinata dal vomito.

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Demenza da corpi di Lewy: cause, decorso, Parkinson, aspettativa di vita

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA NERVO VENTRICOLI CEREBRALI ATTACCHI PANICO ANSIA IPPOCAMPO IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE DIENCEFALOLa demenza a corpi di Lewy (pronuncia “leui”, anche chiamata DLB acronimo dall’inglese Dementia with Lewy bodies) è una malattia neurodegenerativa cronica e progressiva, strettamente correlata alla malattia di Alzheimer ed a quella di Parkinson. Resa famosa per essere stata considerata la vera causa del suicidio del celebre attore Robin Williams avvenuto l’11 agosto 2014, la Demenza da corpi di Lewy è la seconda forma di demenza per frequenza nella popolazione occidentale (costituendo il 10-15% di tutte le demenze), collocandosi dopo l’Alzheimer e prima delle demenze vascolari.

Cause di Demenza da corpi di Lewy

La causa della DLB non è stata ad oggi ancora chiarita completamente. È stato trovato un possibile legame con il gene PARK11, ma bisogna precisare che la maggioranza dei casi di DLB sono da considerarsi sporadici. Un fattore di rischio noto per lo sviluppo della DLB è la presenza dell’allele ε4 dell’apolipoproteina E (come anche per la demenza di Alzheimer).

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Demenza da corpi di Lewy e Parkinson

La DLB è strettamente correlata – ancora in modo non del tutto chiarito – con la malattia di Parkinson, con cui ha in comune alcuni aspetti anatomopatologici: infatti si definiscono corpi di Lewy dei depositi anomali di proteina fibrillare che si formano nelle cellule nervose e si localizzano prevalentemente nei nuclei del tronco encefalico (m. di Parkinson) e della corteccia cerebrale (demenza a corpi di Lewy). La Demenza da corpi di Lewy ha in comune con il Parkinson anche alcuni aspetti clinici, come i tremori e i disturbi del movimento, e ormai oggi si ritiene che le forme di malattia di Parkinson associate a (o evolute in) demenza (PDD: Parkinson Dementia Disease) altro non siano che demenze a corpi di Lewy esordite con parkinsonismo.

Clinica

La sintomatologia della Demenza da corpi di Lewy, sebbene molto varia, è caratterizzata da sintomi ricorrenti, che tipicamente sono:

  • grandi variazioni dello stato di attenzione e di allerta, con fluttuazioni presenti di giorno in giorno ed addirittura di ora in ora;
  • frequenti allucinazioni visive che spesso segnano l’esordio della malattia;
  • sogni vividi, spesso di natura terrifico;
  • disturbi della memoria;
  • disturbi del movimento indistinguibili da quelli del Parkinson, spesso più marcati ed invalidanti del Parkinson stesso;
  • decadimento cognitivo fluttuante.

I pazienti spesso sono soggetti anche ad ipercatabolismo che, se non trattato, può portare a dimagrimenti improvvisi e drastici nonostante l’alimentazione rimanga perlopiù normale. Al momento attuale, l’aspettativa di vita stimata per i pazienti affetti da questa demenza progressiva è di circa 8 anni dall’esordio dei sintomi, anche se può variare a seconda del fenotipo del paziente stesso.

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Sintomi premonitori

Fra i segni più precoci vi può essere un disordine comportamentale nel sonno, noto come “disturbo comportamentale nel sonno REM” od RBD; i sogni sono vividi e spesso a contenuto terrifico, con vocalizzi e/o segni di comportamento violento. Sempre piuttosto precocemente si può instaurare la comparsa di anosmia. I Disordini cognitivi (sia di tipo corticale che sottocorticale) comprendono

  • disturbi dell’attenzione e del richiamo della memoria (comunque di minore entità rispetto all’Alzheimer);
  • disturbo frontale sottocorticale e visuospaziale;
  • fluttuazioni della performance cognitiva e funzionale (ne soffrono dal 45 al 90% dei pazienti), consistenti in  episodi improvvisi in cui il paziente si disinteressa agli stimoli esterni o appare in condizione di sopore.

Le fluttuazioni sono variabili in durata (da minuti ad ore) e capaci di condurre il soggetto sino ad uno stato ‘pseudo-catatonico’. Tipico è il ‘closing in’ (lett. “appiccicarsici”): il soggetto, quando invitato a riprodurre un disegno,  costruisce il proprio a ridossi di  quello dell’esaminatore.

Sintomi psico-allucinatori

Comprendono:

  • allucinazioni,
  • deliri, illusioni,
  • turbe dell’umore.

Le allucinazioni visive (presenti con percentuale prossima all’80%) sono di solito extracampine, e si presentano con la percezione della figura del famoso “angelo custode” spesso vista dal paziente alla sua sinistra. Esse offrono una ‘sensazioni di passaggio’, sia di animali che di oggetti; fino alla visione di vere e proprie scene allucinatorie, semplici o tridimensionali, solitamente mute. In una fase più tardiva della malattia possono essere presenti anche allucinazioni uditive (più frequentemente che nella demenza di Alzheimer); le allucinazioni appaiono dovute ad una disfunzione presso il lobo temporale. Le illusioni si manifestano nella forma di una distorsione delle immagini reali. I deliri paranoidi e di misidentificazione sono riscontrati sino al 13-75% dei casi; essi possono spingersi fino a grosse manifestazioni isteriche, presenza di dolori diffusi transienti e segni paretici che tendono a scomparire.

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Turbe dell’umore

Si compongono di: sintomi depressivi (con prevalenza dal 14 al 50%), depressione maggiore (con prevalenza del 20%) e sintomi depressivi minori; in genere le turbe dell’umore sono presenti in maniera fluttuante.

Segni motori

sono di tipo parkinsoniano e presenti nel 40% dei casi alla diagnosi (di solito sono forme simmetriche con prevalente rigidità, e tremore a riposo ridotto). Essi sono anche più gravi che nella PD stessa. Caratteristica può essere una  ‘sindrome di Pisa’, che si presenta con una distonia assiale in avanti o laterale. Disfunzioni autonomiche severe compaiono col progressivo avanzamento della patologia: ipotensione ortostatica , ipersensibilità del seno carotideo ed incontinenza urinaria.

Anatomia patologica

La Demenza da corpi di Lewy è anatomicamente caratterizzata dalla presenza di corpi di Lewy, costituiti da aggregati di Alfa-sinucleina e di ubiquitina che si accumulano nei neuroni e che sono rinvenibili nelle biopsie post-mortem.

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Diagnosi

Caratteristica centrale (essenziale per la diagnosi di DLB possibile o probabile): una demenza, intesa come un decadimento cognitivo progressivo di entità tale da interferire con le normali attività sociali o lavorative; un marcato deficit mnesico può non essere presente nelle fasi iniziali di malattia ma è generalmente presente con la sua progressione. Può essere presente un preminente deficit attentivo, delle funzioni esecutive e delle abilità visuo-spaziali.

Caratteristiche “core”, ‘centrali (due delle seguenti caratteristiche sono sufficienti, insieme alla caratteristica centrale, per la diagnosi di DLB probabile; una è necessaria  per la diagnosi di DLB possibile):

  • Fluttuazioni cognitive, con marcate variazione di attenzione e vigilanza
  • Allucinazioni visive ricorrenti, generalmente complesse e ben strutturate
  • Parkinsonismo

Caratteristiche suggestive (in presenza di una o più di queste caratteristiche, in associazione ad una o più caratteristiche “core”, si può porre diagnosi di DLB probabile; se non sono presenti caratteristiche “core”, una o più caratteristiche suggestive permettono di porre diagnosi di DLB possibile; la diagnosi di DLB probabile non può essere posta sulla base delle sole caratteristiche suggestive):

  • Disturbi del sonno REM
  • Spiccata sensibilità ai neurolettici
  • Diminuito uptake del trasportatore della dopamina a livello dei nuclei della base, dimostrato tramite PET o SPECT

Caratteristiche di supporto (presenti frequentemente ma prive attualmente di specificità diagnostica):

  • Cadute e sincopi ricorrenti
  • Transitorie perdite di coscienza non altrimenti giustificabili
  • Disfunzione autonomica di grado severo (ipotensione ortostatica, incontinenza urinaria)
  • Allucinazioni non visive
  • Depressione
  • Relativa integrità delle strutture temporali mediali (dimostrate mediante TC o RMN)
  • Uptake di traccianti di perfusione (mediante SPECT/PET) diffusamente diminuito, con ridotta attività a livello occipitale
  • Anomalie alla scintigrafia miocardia con MIBG
  • Una ‘Prominent slow wave activity on EEG with temporal lobe transient sharp waves’; la si trova descritta nel capitolo successivo della tesi

Caratteristiche che rendono meno verosimile la diagnosi di DLB.

  • Malattia cerebrovascolare
  • Presenza di altre malattie che possano giustificare il quadro clinico
  • Comparsa dei segni extrapiramidali nelle fasi avanzate di malattia.

Diagnostica per immagini

La RM testimonia  l’atrofia delle strutture mediali del lobo temporale (e dell’ippocampo in particolare); questo reperto è meno evidente che nella demenza di Alzheimer. Infatti le funzioni mnesiche sono meno coinvolte nei pazienti affetti da LDB rispetto ai soggetti affetti da AD. Si rinvengono, invece, una maggiore atrofia presso il putamen ed il sistema nigro-striatale. Alla SPECT ed alla PET si impiegano traccianti dopaminergici e traccianti aspecifici di perfusione o metabolismo. L’utilizzo di ligandi SPECT quali 123i-FPCIT (n-fluropropyl-2β-carbomethoxy-3β-4- [123i]iodophenyl tropane, noto in termini commerciali come DAT-SCAN), 123i-β-CIT, e del  ligando PET 18F-dopa ([18F]flurodopa), permette di apprezzare nella DLB una marcata perdita di terminali pre-sinaptici dopaminergici a livello nigrostriatale, con una stretta analogia  con altre malattie extrapiramidali quali PD, PSP, Atrofia Multisistemica, ed in netta contrapposizione con la demenza di Alzheimer, in cui si osserva una pressoché  completa integrità funzionale del sistema nigrostriatale. È poi  tipica una ipoperfusione posteriore (o difetto posteriore), a “ferro di cavallo”;  studi che utilizzano SPECT con i ligandi perfusionali 99mtc-HMPAO, 99mtc-ECD  e 123iMP, mostrano infatti una minorata perfusione a  carico delle regioni occipitali nei pazienti con DLB, significativamente maggiore rispetto a quella osservata nei pazienti con AD. Risultati analoghi, si  ottengono con il tracciante PET 18F-FDG che evidenzia un quadro di netto ipometabolismo occipitale.

Terapia

Il trattamento solitamente si basa su due terapie principali: una farmacologica e una non farmacologica. La prima riguarda le manifestazioni neuropsichiatriche, quelle del deterioramento cognitivo e le alterazioni di tipo motorio. Si tratta di una terapia meramente sintomatica e senza capacità curativa caratterizzata dall’uso di due principali gruppi di farmaci: gli inibitori dell’acetilcolinesterasi e la memantina. Dall’altro lato, il trattamento non farmacologico permette di migliorare la qualità di vita della persona, grazie a una combinazione di attività fisica regolare e un programma di riabilitazione.

Trattamento farmacologico

Il trattamento della psicosi richiede una particolare attenzione; i soggetti  trattati con i neurolettici tipici mostrano un rapido peggioramento della sintomatologia extrapiramidale (con complicanze anche potenzialmente fatali:  ipertermia maligna, ‘tono ligneo’ e possibile approdo ad una disfunzione multiorgano). Ragione per la quale debbono venire impiegati i neurolettici atipici (in particolare: clozapina e quetiapina). Il trattamento dei disturbi della memoria prevede il possibile impiego di Memantina e Anticolinesterasici (rivastagmina, Exelon e il donepezil, Aricept). Il trattamento dei sintomi motori implica l’utilizzo di L-dopa. L’aggiunta di un maggiore apporto di sale da tavola o di anti-ipotensivi può essere necessaria per curare l’ipotensione ortostatica.

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Assistenza

Appare essenziale garantire al paziente un sistema di assistenza (‘caregiving’) che comprenda:  riadattamento all’ambiente familiare, cura delle sovraimposte disautonimie fisiche, e controllo della presenza di infezioni vescicali, costipazione e disidratazione. I ‘caregivres’ dovrebbero imparare ad eliminare eventuali stimoli che siano noti per scatenare fenomeni allucinatori nei soggetti affetti da DLB;  è infatti buona norma rendere l’ambiente di vita il più semplificato possibile. Il dialogo con i pazienti colpiti da DLB può essere reso difficile dal loro atteggiamento astioso; sarà quindi necessario che il badante eviti di parlare troppo a lungo o troppo poco col paziente, cercando un giusto mezzo e che si esprima sempre lentamente e in maniera chiara ed esplicita.

Aspettativa di vita

L’aspettativa di vita nel paziente con Demenza da corpi di Lewy, si stima essere di circa 8 anni dalla comparsa dei primi sintomi. Il pronostico però varia molto da persona a persona e può essere influenzato dalla presenza o meno di altre malattie concomitanti, dall’età del paziente, dall’ambiente in cui il paziente vive e dallo stato di salute generale della persona. Non va dimenticato però che si tratta di una malattia degenerativa la cui evoluzione è inevitabile. È importante perciò ricordare che una diagnosi corretta e precoce sarà l’elemento fondamentale in grado di aiutare a rallentare al più presto l’evoluzione dei sintomi conseguendo in questo modo migliore qualità di vita e prognosi più ottimistica.

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