Linfoma: cos’è, sintomi, sopravvivenza, Hodgkin e non Hodgkin

MEDICINA ONLINE CELL CELLULA LABORATORIO MEMBRANA ORGANULI MORTE APOPTOSI BLOOD TEST INFIAMMAZIONE GRANULOMA SANGUE ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMOREPer linfoma si intende un gruppo di tumori sia benigni che maligni del tessuto linfoide (tessuto connettivo di timo, milza e linfonodi, caratterizzato dall’essere composto in gran parte da varie cellule sostenute da una fitta rete connettivale, cioè linfociti T e B, NK e loro precursori). Vi sono dozzine di sottotipi di linfoma, tra cui i più diffusi sono il linfoma di Hodgkin, il linfoma non-Hodgkin, il mieloma multiplo ed i disordini immunoproliferativi. Quindi linfoma indica un tumore che interessa sistema linfatico e, più precisamente, i linfociti, le cellule preposte alle difese nei confronti delle infezioni.

Tipi di linfoma

I linfomi sono principalmente classificati in due grosse categorie, i linfomi di Hodgkin e i linfomi non Hodgkin. I linfomi non Hodgkin hanno un’incidenza di 5 volte superiore rispetto al linfoma di Hodgkin, e il 95% dei pazienti colpiti da questa malattia sono adulti. Sono stati identificati numerosi sottotipi di linfoma non Hodgkin, ma il più comune è il linfoma diffuso a grandi cellule B. I linfomi possono nascere da tutti i tipi di linfociti (BT e NK); i più comuni nel nostro Paese sono i linfomi di derivazione dai linfociti B. Per approfondire leggi: Differenze tra linfoma di Hodgkin e non Hodgkin: qual è il più grave?

Prognosi e sopravvivenza

La prognosi è diversa, migliore per i linfomi di Hodgkin. Il tasso di sopravvivenza complessivo a cinque anni, negli Stati Uniti, per gli Hodgkin è dell’85% mentre per i non Hodgkin è del 69%. Ha comunque poco senso parlare di gravità maggiore nell’uno o nell’altro tipo, dal momento che essa è estremamente soggettiva, dipendendo dallo stadio del linfoma, dall’età del paziente e dal suo stato di salute generale.

Cause di linfoma

Le cause di questo tipo di tumore non sono ancora del tutto chiare. Il linfoma non Hodgkin si sviluppa quando l’organismo produce un eccesso di linfociti anomali, per una serie di mutazioni genetiche acquisite. Normalmente, infatti, i linfociti hanno un ciclo vitale tale per cui le cellule più vecchie muoiono e vengono rimpiazzate da cellule più giovani. I linfociti malati, al contrario, non muoiono e continuano a crescere e a replicarsi, accumulandosi negli organi del sistema linfatico.

Quali sono i sintomi che caratterizzano i linfomi?

Sebbene i linfomi, specie nelle loro fasi iniziali, possano spesso essere asintomatici (cioè non dare alcun sintomo della loro presenza), i segni ed i sintomi tipici sono:

  • ingrossamento non dolente dei linfonodi di collo, ascelle o inguine;
  • febbre e sudorazione notturna;
  • malessere generale;
  • astenia (stanchezza);
  • perdita inspiegabile di peso;
  • tosse persistente;
  • difficoltà respiratorie.

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Diagnosi di linfoma

Esame obiettivo: tramite la visita medica si valuterà la dimensione dei linfonodi, la loro localizzazione, la presenza o meno di ingrandimento di fegato e milza.

Esami del sangue e delle urine: Il rigonfiamento dei linfonodi è comune e molto spesso è un segno che l’organismo sta reagendo ad un’infezione, per cui esami del sangue e delle urine sono utili per escludere un processo infettivo in atto.

Biopsia linfonodale: Per poter diagnosticare correttamente un linfoma è necessario ottenere un campione del linfonodo patologico per l’analisi istologica. La procedura consiste, laddove possibile, nell’asportazione chirurgica dell’intero linfonodo; in alternativa, si può procedere con una biopsia con ago sottile per ottenere un campione di tessuto. L’esame istologico consente di definire la tipologia di linfoma e, in caso di linfoma non- Hodgkin, il sottotipo.

Indagini radiologiche: La Tomografia Computerizzata del collo, del torace e dell’addome è utile per ricercare altre sedi linfonodali coinvolte, in modo da stadiare la malattia. La risonanza magnetica viene eseguita in alcuni casi per escludere
un coinvolgimento del sistema nervoso centrale. Infine, la tomografia ad emissione di positroni (PET) viene eseguita a completamento per identificare tutte le localizzazioni di malattia.

Biopsia osteomidollare: si tratta del prelievo di un piccolo frammento di osso dal bacino, in anestesia locale, per ricercare la presenza di cellule patologiche, in modo da completare la stadiazione. Gli stadi di malattia sono da I a IV in base al numero di sedi linfonodali ed extranodali coinvolte; si aggiunge la dicitura A o B in assenza o in presenza, rispettivamente, di sintomi quali febbre serotina, perdita di peso e sudorazioni notturne.

Trattamenti di linfoma

Lo specialista stabilisce il trattamento più appropriato in base al tipo di linfoma, all’età del paziente, alle condizioni di salute generali ed all’eventuale presenza di altre patologie concomitanti (comorbidità). Talvolta, per i linfomi non-Hodgkin a progressione molto lenta, la migliore strategia è un costante monitoraggio, dato che la patologia può restare asintomatica per molti anni e non comportare alcun problema per chi ne è affetto. Il trattamento dei linfomi è basato sulla combinazione tra diversi chemioterapici, la radioterapia, l’immunoterapia e, dove necessario, il trapianto di cellule staminali.

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Differenza tra tumore e cancro: sono la stessa cosa?

MEDICINA ONLINE TUMORE TUMOR CANCRO CANCER CELL CELLULA LEIOMIOMA TESSUTO OSSA MAMMELLA SENO TESTICOLO POLMONE METASTASI DIFFUSIONE STADIAZIONE LINFONODO SENTINELLA WALLPAPERCancro e tumore sono usati spesso come sinonimi, ma non sono due parole necessariamente equivalenti, quindi NON devono essere usati come sinonimi. Cominciamo con lo spiegare che un tumore (dal latino tumor, “rigonfiamento”, anche chiamato “neoplasia“) è una massa di tessuto anormale che:

Differenza tra tumore e cancro

Un tumore può essere benigno o maligno. Un tumore maligno viene anche chiamato “cancro”:

  • le parole “cancro” e “tumore maligno” sono sinonimi;
  • le parole “cancro” e “tumore benigno” NON sono sinonimi.

Quindi un cancro è sempre un tumore maligno, mentre un tumore non è necessariamente un cancro. Per approfondire leggi anche: Cos’è un tumore? Perché viene il cancro? Quali sono le cause?

Qual è la differenza tra un tumore benigno ed un tumore maligno (alias cancro)?

La distinzione tra tumori benigni e maligni è estremamente importante perché i primi sono estremamente meno gravi dei secondi. Le differenze principali riguardano il tipo di replicazione cellulare, il tipo cellulare, la terapia e la prognosi:

  • Sia nel tumore benigno sia nel cancro, riproduzione delle cellule tumorali è incontrollata, ma, mentre nel benigno le cellule proliferate restano limitate al tessuto/organo in cui sono nate, nel maligno (cancro) le cellule mutano ancora più profondamente estendendosi agli organi vicini, fenomeno conosciuto come diffusione delle metastasi.
  • Le cellule di un tumore benigno sono simili alle cellule del tessuto in cui il tumore è sorto, invece le cellule di un tumore maligno tendono ad essere molto diverse da quelle del tessuto di origine, a volte talmente diverse da rendere il tessuto di origine di difficile individuazione.
  • I tumori benigni sono certamente patologie potenzialmente gravi, ma più raramente portano a decesso del paziente, mentre invece i tumori maligni portano più facilmente al decesso del paziente, proprio a causa del processo di metastatizzazione, che fa si che le cellule alterate colonizzino gran parte dell’organismo, attaccando organi vitali come cuore e cervello. Per questa ragione in caso di tumore maligno diventa fondamentale intervenire, anche chirurgicamente, prima che le cellule tumorali arrivino ad altri organi. Insomma mentre con un tumore benigno si può convivere, a volte anche ignorando di averlo, con un tumore maligno (cancro) bisogna correre ai ripari il prima possibile perché potenzialmente mortale.
  • In caso di tumore maligno, è importante intervenire al più presto con la terapia adeguata allo stato di diffusione della malattia, ad esempio con chirurgia, chemioterapia o radioterapia. In caso di tumore benigno, invece, la tempestività è molto meno importante ed anzi spesso il medico, anziché decidere per la sua asportazione, opta per una osservazione attenta e solo se il tumore benigno dovesse mutare caratteristiche (ad esempio: lipoma che aumenta in dimensioni) allora sceglierà di asportarlo chirurgicamente.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Collicolo seminale, uretra e sindrome del verumontanum

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In alto la vescica, al centro la prostata attraversata dall’ureta prostatica

La sindrome del verumontanum è un insieme di sintomi causati da uretrite posteriore con infiammazione del collicolo seminale (anche chiamato “colliculus seminalis”, “veru montanum” o “verumontanum”) e si manifesta attraverso dolori durante l’erezione e eiaculazioni precoci. La cura della sindrome del verumontanum ha quindi l’obiettivo di curare l’infiammazione, fatto questo che dovrebbe portare alla remissione dei sintomi dolorosi fino alla loro scomparsa.

Il collicolo seminale dell’uretra prostatica (il segmento dell’uretra che attraversa la prostata nell’uomo) è il punto presso cui i dotti eiaculatori di entrambi i lati (provenienti dal testicolo destro e sinistro) sboccano nell’uretra. A livello della prostata e internamente a essa, le vescicole seminali si uniscono con la parte ampollare del dotto deferente proprio a formare il dotto eiaculatore. Il collicolo seminale è chiaramente visibile, tramite cistoscopia, come un rilievo il cui asse maggiore è parallelo a quello dell’uretra.

Il collicolo seminale – oltre ad essere all’origine del sindrome del verumontanum se infiammato – è anche un importante punto di riferimento anatomico per la patologia del difetto congenito delle valvole uretrali posteriori, caratterizzato da un’interruzione dello sviluppo dell’uretra nei neonati maschi.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra scheletro assile ed appendicolare

MEDICINA ONLINE SCHELETRO ASSILE APPENDICOLARE CRANIO COSTE COLONNA VERTEBRALE VERTEBRE CASSA TORACICA BRACCIA GAMBE ARTI CINTURA SCAPOLARE PELVICA.pngLo scheletro umano è costituito da oltre 200 ossa che vanno a comporre due parti fondamentali: lo scheletro assile e lo scheletro appendicolare.

  • scheletro assile: formato da cranio, colonna vertebrale e dall’insieme delle coste (cassa toracica). Costituisce l’asse longitudinale del corpo;
  • scheletro appendicolare: formato da ossa degli arti superiori ed inferiori, cintura scapolare e cintura pelvica. Costituisce le appendici del corpo (braccia e gambe) e le articolano con lo scheletro assile.

La differenza tra le due parti dello scheletro umano appare chiara osservando l’immagine in alto.

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Cranio e base cranica: ossa, anatomia e funzioni

MEDICINA ONLINE CRANIO OSSA VISTA ANTERIORE POSTERIORE VOLTA BASE CRANICA BASICRANIO IPOTALAMO IPOFISI SCHELETRO ENCEFALO NERVI SISTEMA NERVOSO ASSILE APPENDICOLARE TESCHIO SFENOIDE ETMOIDE  MANDIBOLA ATM BONE.jpgIl cranio è una struttura scheletrica, a componente cartilaginea ed ossea, presente nella testa dell’essere umano e dei vertebrati in generale. Il cranio ha un duplice, importantissimo, scopo, che è quello di:

  • contenere l’encefalo, varie ghiandole (ipotalamo, ipofisi…), gli organi di senso (occhi e porzione media ed interna dell’orecchio) e le strutture anatomiche collegate ad esse (nervi e vasi sanguigni e linfatici);
  • offrire protezione dagli urti alle delicate strutture appena elencate.

Oltre alle due funzioni appena elencate, se ne aggiunge una terza che è la masticazione del cibo tramite la articolazione temporo mandibolare e la mandibola.

La grande rigidità ed inestendibilità del cranio, così importante per proteggere le strutture in esso contenute, rappresenta però un problema nel momento in cui all’interno del cranio vi sia una struttura anomala, come un tumore o una emorragia, che tende ad aumentare la pressione intracranica ed a comprimere l’encefalo, determinando potenzialmente grandi danni ai suoi delicati tessuti.

Assieme alla colonna vertebrale ed alle coste, il cranio forma lo scheletro assile, che viene distinto da quello appendicolare (ossa degli arti, cintura scapolare e cintura pelvica).

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Anatomia del cranio dell’essere umano

Il cranio è un complesso osseo presente nella testa dell’essere umano. Ha la funzione di proteggere il cervello, il cervelletto ed il tronco encefalico, che sono contenuti al suo interno, ma alloggia anche molti organi sensoriali, quali occhi e orecchie, il primo tratto del sistema digerente e di quello respiratorio. Se non si considera la mandibola è generalmente diviso nel neurocranio, che si trova nella volta cranica, dove sono contenute le strutture nervose della testa, e nello splancnocranio, che si trova al di sotto della fronte, dove si trovano molti altri organi, tra cui quelli sensoriali. È senza dubbio la struttura ossea più complessa del corpo umano, essendo formato da 22 ossa sia pari che impari, spesso con forma altamente irregolare e connesse fra loro con una certa variabilità. La maggior parte di queste ossa sono piatte, formate da due tavolati, uno esterno più spesso, ed uno interno meno spesso, e da uno strato centrale spugnoso a bassa densità, detto diploe cranica. Lo spessore delle ossa varia generalmente in base alla copertura muscolare, per cui saranno più sottili (e potenzialmente più soggette a fratture) quelle parti del cranio ricoperte da un numero di muscoli o da una massa muscolare maggiore rispetto a quelle relativamente esposte. Un esempio del primo tipo è l’osso temporale, del secondo l’osso occipitale. Le ossa del cranio sono interconnesse da articolazioni fibrose dette suture, che tendono a chiudersi con l’invecchiamento, ciascuna entro un range di tempo più o meno definito, anche se non mancano eccezioni. Sono fondamentali, poiché consentono la crescita delle ossa del cranio durante lo sviluppo, crescita che avviene dall’interno verso l’esterno. Le suture del cranio sono sempre più complesse man mano che si procede dall’interno all’esterno e se ne possono distinguere tre tipi in base alle forze agenti su di esse. Il primo tipo è costituito da ossa adiacenti dai margini regolari, il secondo da ossa smussate sovrapposte le une alle altre, il terzo tipo da suture complesse formate da ossa interdigitate tra loro. Non è un caso che le prime siano molto diffuse nelle parti interne del cranio e le interdigitate siano molto comuni sulla sua superficie. L’ossificazione delle ossa del cranio è spesso di tipo intermembranoso; anche in età adulta queste continuano ad essere sede di emopoiesi (anche se giocano un ruolo minoritario in confronto al midollo osseo e ad altre ossa). Le ossa della base cranica si formano mediante un processo di ossificazione endocondrale e le loro articolazioni sono sincondrosi, ma vi sono anche due articolazioni sinoviali, la temporomandibolare e l’occipitoatlantoidea.

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Cranio: vista anteriore

Visto anteriormente il cranio si presenta come un osso dalla forma ovoidale, più larga superiormente che inferiormente, con due profonde cavità quadrangolari, dette cavità orbitali, poste lateralmente ad un’apertura piriforme detta cavità nasale; si distinguono poi altre due cavità triangolari, dette cavità mandibolari, poste medialmente all’osso omonimo. La parte superiore del cranio è in gran parte formata dalla squama dell’osso frontale che costituisce la fronte e il tetto delle cavità orbitali.
Subito al di sopra di ciascuna orbita vi sono le arcate sopraccigliari, rilievi dell’osso frontale che seguono il margine delle orbite e sono più prominenti nel maschio; superiormente a queste vi sono invece due tuberosità, più sviluppate nei bambini e nelle femmine. Lungo le arcate sopraccigliari si trovano i due fori sopraorbitari, passaggi per il nervo sopraorbitario e i vasi sanguigni associati. Le arcate sopraccigliari convergono medialmente a formare un rilievo centrale detto glabella. Inferiormente a questa l’osso frontale scende sino a formare una depressione palpabile subito al di sopra del naso; qui si articola con l’osso nasale tramite la sutura frontonasale e con il processo frontale dell’osso mascellare tramite la sutura frontomascellare. Lateralmente a ciascuna arcata sopraccigliare il processo zigomatico dell’osso frontale si articola con il processo frontale dell’osso zigomatico mediante la sutura frontozigomatica che si trova approssimativamente nel terzo superiore dell’orbita, a livello della sutura frontomascellare. All’interno di ciascuna orbita si articola con l’osso sfenoide mediante la sutura sfenofrontale e medialmente all’orbita con l’osso lacrimale mediante la sutura frontolacrimale.

L’osso nasale è un piccolo osso pari, di forma vagamente quadrangolare, ma molto variabile da individuo a individuo. Si estende inferiormente sino al terzo inferiore delle cavità orbitali e si articola con l’osso frontale tramite la sutura frontonasale e con l’osso mascellare tramite la sutura nasomascellare. Le due ossa nasali si articolano tra loro mediante la sutura internasale, a decorso verticale lungo l’asse maggiore dell’osso. Il punto in cui la sutura internasale e la sutura frontonasale si incontrano è detto Nasion.

L’osso zigomatico è pari, costituisce la parete laterale di ciascuna orbita nei suoi due terzi inferiori (il terzo superiore è fornito dall’osso frontale) e la metà più laterale del pavimento (la metà mediale è data dall’osso mascellare). Superiormente, presso le arcate orbitali si articola con l’osso frontale mediante la sutura frontozigomatica, medialmente con l’osso mascellare mediante la sutura zigomaticomascellare, a decorso obliquo convergente verso il naso, ed infine all’interno di ciascuna orbita con la grande ala dello sfenoide mediante la sutura sfenozigomatica. Nell’osso zigomatico si distinguono due piccoli fori, posti circa 0,5 cm al di sotto del margine laterale dell’orbita, detti fori zigomatici.

L’osso mascellare è pari e simmetrico, costituisce la faccia, la mascella, parte del pavimento delle cavità orbitali e le pareti laterali ed inferiori della cavità nasale. Si articola lateralmente con l’osso zigomatico grazie alla sutura zigomaticomascellare, con l’altro osso mascellare mediante la sutura intermascellare – segmento verticale pressoché retto posto al di sotto della spina nasale anteriore –, con l’osso lacrimale e con la lamina papiracea dell’etmoide all’interno di ciascuna orbita. Circa 1 cm inferiormente a ciascuna orbita presenta due fori ben distinguibili detti fori infraorbitari che forniscono passaggio ai nervi e vasi infraorbitari. L’osso mascellare fornisce anche i processi alveolari per l’arcata dentaria superiore, per un totale di 15-16 processi. Nella sua porzione interna alle orbite presenta una lieve depressione detta solco infraorbitale.

L’osso lacrimale è piccolo e posto medialmente ed internamente a ciascuna orbita. Si articola superiormente con l’osso frontale mediante la sutura frontolacrimale e anteriormente con il mascellare, nonché posteriormente con la lamina papiracea dell’etmoide. Nella sua parte mediale forma il sacco lacrimale che alloggia le ghiandole lacrimali, nonché un foro che, comunicando con il canale nasolacrimale, sbocca nel meato inferiore della cavità nasale. L’osso sfenoide costituisce il fondo di ciascuna orbita, ed è divisibile da due fessure a forma di “V” in grande ala dello sfenoide, l’area compresa nella “V”, e in piccola ala dello sfenoide, l’area compresa tra il segmento minore della “V” e il foro ottico, attraverso cui passa il nervo ottico. Le due fessure sono dette rispettivamente fessura orbitaria superiore (la minore) e fessura orbitaria inferiore (la maggiore). La fessura orbitaria inferiore dà passaggio ai nervi mascellari e ai vasi ancillari.

Lo sfenoide articola superiormente con l’osso frontale mediante la sutura sfenofrontale, lateralmente con lo zigomatico con la sutura sfenozigomatica. L’osso etmoide è rappresentato da una porzione della sua lamina papiracea, posta internamente alle orbite tra l’osso lacrimale, il mascellare e il processo orbitale dell’osso palatino (pressoché indistinguibile, essendo molto piccolo e poco caratterizzato). La lamina papiracea, di forma quadrangolare, possiede superiormente due minuscoli fori, i fori etmoidali anteriore e posteriore.

All’interno della cavità nasale è possibile distinguere inferiormente una lamina ossea connessa con la spina nasale anteriore del mascellare; si tratta della porzione nasale del vomere. Essa si articola superiormente con la lamina perpendicolare dell’osso etmoide, che si piega a sua volta superiormente in una struttura che ricorda il pigreco, formando i due cornetti nasali medi. Al di sotto di questi è possibile distinguere le due conche nasali inferiori che si piegano medialmente ad uncino.

La mandibola si articola sinovialmente con l’osso temporale; vista anteriormente presenta due processi, i rami della mandibola, ed un corpo che medialmente si innalza in un rilievo detto protuberanza mentale, costituita da due tubercoli e facilmente palpabile. Lateralmente ai tubercoli sono presenti i fori mentali, attraverso cui passa il nervo mentale e i vasi ancillari. La mandibola forma anche l’arcata dentaria inferiore con i suoi processi alveolari. Posteriormente all’osso frontale è possibile distinguere anche parte della squama dell’osso temporale e dell’osso parietale, nonché una piccola porzione dello sfenoide.

Denti

Il cranio è formato anche da 30-32 denti, 15-16 per ciascuna arcata che si connettono superiormente con l’osso mascellare e inferiormente con la mandibola.

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Cranio: vista laterale

Visto lateralmente il cranio distinguibile in una porzione facciale, in una temporale ed in una occipitale, procedendo antero-posteriormente. Il corpo della mandibola si piega lateralmente a formare un angolo poco superiore a 90º nel maschio e ancora più ampio nella femmina (dove l’angolo mandibolare è più dolce), formando quindi il ramo della mandibola, che superiormente si biforca nel processo coronoideo che procede al di sotto dell’arcata zigomatica e nel processo condiloideo che si articola con l’osso temporale nella cavità glenoidea. La cavità formata dalle due biforcazioni della mandibola, dallo sfenoide e dall’arcata zigomatica è detta fossa infratemporale, ed è totalmente visibile solo rimuovendo la mandibola e l’arcata zigomatica.

  • L’osso zigomatico si articola presso l’arcata zigomatica con l’osso temporale mediante la sutura temporozigomatica, superiormente con l’osso frontale mediante la frontozigomatica.
  • L’osso frontale superiormente si estende al di sopra della fronte fino ad articolarsi con la grande squama dell’osso parietale mediante la sutura coronale, con lo sfenoide mediante la sfenofrontale. Dall’arcata sopraorbitaria si sollevano due linee in rilievo, dette linee temporali superiore ed inferiore, che distinguono un’ampia depressione ovoidale (con l’asse maggiore orizzontale) detta fossa temporale, occupata per lo più dalle squame del parietale e del temporale, che non dal frontale.
  • L’osso temporale si articola presso l’arcata zigomatica con l’osso zigomatico, con la mandibola mediante la sua cavità glenoidea. La squama del temporale è adesa allo sfenoide mediante la sutura sfenosquamosa, con l’osso parietale mediante la sutura squamosa e, posteriormente, dalla parte mastoidea, con l’osso occipitale mediante la sutura occipitomastoidea. Nell’osso temporale sono distinguibili accanto al processo condiloideo, la lamina timpanica e il meato acustico esterno, al di sotto di esso il processo stiloideo (una spina ossea), posteriormente e lateralmente ad entrambi il processo mastoideo; tutti si trovano inferiormente alla porzione temporale dell’arcata zigomatica. Posteriormente e superiormente al meato acustico esterno è possibile distinguere una depressione detta triangolo soprameatale.
  • La squama dell’osso parietale costituisce gran parte della volta cranica e della porzione superiore del neurocranio; la attraversano le linee temporali superiore ed inferiore, tra le quali vi è un rilievo detto eminenza parietale. Il suo punto più elevato è detto Vertex. Si articola posteriormente con l’occipitale mediante la sutura lambdoidea, che confluendo con la sutura occipitomastoidea e con la parietomastoidea, costituisce un punto detto Asterion. Le suture coronale, sfenofrontale, sfenosquamosa, e squamosa confluiscono ad “H” in un punto di repere detto Pterion.
  • L’osso occipitale costituisce l’occipite del cranio, si articola con l’osso temporale mediante la sutura occipitomastoidea e con il parietale mediante la sutura lambdoidea.

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Cranio: vista superiore

Visto superiormente il cranio ha la forma di un ovale con diametro maggiore in corrispondenza del polo occipitale. Si distinguono quattro ossa: le due parietali a sinistra e a destra, che occupano la maggior parte della volta cranica, l’osso frontale, posto anteriormente e l’occipitale, posteriormente.

  • L’osso frontale costituisce una porzione cupoliforme e si articola con le due ossa parietali mediante la sutura coronale che discende lateralmente al cranio. Le due ossa parietali sono unite tra loro dalla sutura sagittale, particolarmente irregolare e seghettata. Lateralmente e a 1 cm circa da questa, nel suo terzo posteriore, sono talvolta distinguibili i due piccoli fori parietali. Il punto di confluenza della sutura coronale con la sutura sagittale è detto Bregma, il punto più alto del parietale (posto lungo la sutura sagittale) è detto Vertex, infine, il punto in cui la sutura sagittale si articola con la lambdoidea (articolazione tra parietale ed occipitale) è chiamato Lambda.
  • L’osso occipitale forma la parte minore della superficie superiore del cranio e si articola solo con l’osso parietale. Il Bregma è il punto di repere della fontanella anteriore nel cranio neonatale, che ha forma romboidale, il Lambda della fontanella posteriore, di forma triangolare, così come lo Pterion (nel cranio visto lateralmente) della fontanella sfenoidale, e l’Asterion della fontanella mastoidea.

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Cranio: vista posteriore

La porzione posteriore del cranio è formata in gran parte dalle due ossa parietali, che costituiscono la sua porzione superiore, dall’osso occipitale, che costituisce la porzione inferiore, e in minor parte dalle due ossa temporali, in posizione laterale alle prime due.

Le due ossa parietali si articolano con la sutura sagittale che scende posteriormente sino ad articolarsi con l’osso occipitale, dando origine alla sutura lambdoidea, che ricorda nella forma la corrispondente lettera greca (lambda). Lungo la sutura lambdoidea non sono infrequenti piccoli isolotti ossei detti ossa wormiane o ossa suturali, di forma irregolare e di numero molto variabile, che non hanno particolare significato clinico.

L’osso occipitale ha forma vagamente triangolare se visto posteriormente, presenta inferiormente un rilievo orizzontale detto protuberanza occipitale esterna, compresa tra le linee nucali superiore ed inferiore. Dalla protuberanza occipitale esterna si stacca una bassa cresta verticale detta cresta occipitale esterna. Il punto di confluenza della cresta con la protuberanza è detto Inion. Talvolta l’occipitale è diviso in una porzione inferiore e in una superiore di forma romboidale, detta osso intraparietale e divisa dall’occipitale mediante le suture occipitali trasverse.

Lateralmente al temporale sono presenti i processi mastoidei delle due ossa temporali, che presentano due piccoli fori, detti fori mastoidei, e due incisure proprio alla base del cranio, dette incisure mastoidee. Si articola con l’occipitale mediante la sutura occipitomastoidea e con il parietale mediante la parietomastoidea.

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Cranio: vista inferiore (base cranica)

La parte inferiore del cranio è la superficie più complessa di questa struttura ossea e si estende dagli incisivi alla linea nucale superiore dell’osso occipitale. È formata dalle ossa mascellare, zigomatico, palatino, vomere, sfenoide, temporale ed occipitale. Convenzionalmente si è soliti dividere la base cranica in una parte anteriore, compresa tra incisivi e spina nasale posteriore, una parte media dalla spina nasale al margine del forame magno occipitale e in una posteriore, compresa tra il forame magno e la linea nucale superiore.

Parte anteriore della base cranica

La parte anteriore della base cranica è formata dal palato, dall’arcata dentaria superiore e dalla metà anteriore dell’arcata zigomatica. La parte inferiore dell’osso mascellare si articola lateralmente con l’osso zigomatico mediante la sutura zigomaticomascellare. Medialmente all’arcata dentaria superiore è compresa un’area semicircolare costituita dal palato duro, parte integrante dell’osso mascellare. Sulla sua superficie, dietro agli incisivi è possibile distinguere il foro incisivo, ma su tutta la superficie sono presenti piccoli fori che alloggiano in vivo le ghiandole salivari palatine minori. Il foro incisivo dà passaggio al nervo nasopalatino e ai vasi palatini maggiori. Il palato duro è attraversato dagli incisivi alla sutura palatina trasversa (con l’osso palatino) dalla sutura palatina mediana che congiunge le due ossa mascellari. Posteriormente al palato duro del mascellare, vi è l’osso palatino. Esso presenta lateralmente due fori grandi all’incirca quanto il foro incisivo, detti fori palatini maggiori e subito al di sotto di essi altri due fori palatini minori, molto meno distinguibili. La lamina orizzontale del palatino lateralmente protrude verso l’uncino pterigoideo mediante i processi piramidali, medialmente con la spina nasale posteriore, a forma di spatola. Il setto nasale, posto superiormente alla spina nasale posteriore, è formato dalla lamina perpendicolare dell’etmoide che si articola con il vomere. Esso delimita le due fosse nasali posteriori, dette coane, il cui pavimento è costituito dal vomere ed in cui è possibile distinguere i cornetti nasali medi costituiti dall’etmoide. Esse si pongono in mezzo allo sfenoide e lo dividono nelle porzioni sinistra e destra.

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Parte media della base cranica

La parte media della base cranica è occupata in buona parte dallo sfenoide, osso a forma di pipistrello posto dietro la mascella e lateralmente alle coane, dalla gran parte dell’osso temporale e dal tubercolo faringeo dell’osso occipitale. Proprio dietro alle coane è presente una piccola porzione in rilievo dell’occipitale, detta appunto tubercolo faringeo, che dà attacco al rafe faringeo e a parte del muscolo costrittore della faringe. Lateralmente ad esso vi sono due fori irregolari e ben distinguibili detti fori laceri, che dividono in parte il tubercolo faringeo dalle rocche petrose del temporale e dallo sfenoide. Lo sfenoide presenta due processi, detti processi pterigoidei, formati ciascuno da due lamine, una mediale che si ripiega superiormente fino a terminare accanto al processo piramidale dell’osso palatino con una spina uncinata detto uncino pterigoideo. Anteriormente la lamina mediale è fusa con quella laterale, che risale costituendo la parete laterale di una fossa, detta fossa pterigoidea. Lateralmente alle due fosse pterigoidee si trovano le grandi ali dello sfenoide che risalgono nella fessura infratemporale e si articolano con l’osso temporale mediante le suture sfenosquamose. Postero-lateralmente a alle fosse pterigoidee sono presenti i due fori ovali, che forniscono il passaggio per branche del nervo trigemino, nervo piccolo petroso, al ramo meningeo accessorio dell’arteria mascellare interna e ad una vena che collega il seno cavernoso al plesso venoso pterigoideo. Lateralmente al foro ovale vi sono i due piccoli fori spinosi, di forma circolare, che danno passaggio all’arteria meningea media e alla branca meningea ricorrente del nervo mandibolare. Al di sotto di essi vi sono le spine dello sfenoide. Talvolta tra il foro ovale e la fossa scafoidea si riscontra il foro di Vesalio. L’osso temporale protrude lateralmente nei due tubercoli articolari che vanno ad unirsi al processo temporale dell’osso zigomatico tramite la sutura temporozigomatica, poi si ripiegano indietro contribuendo al pavimento della cavità infratemporale. La restante parte del temporale è formata dalle rocche petrose, poste inferiormente al tubercolo articolare e inclinate in direzione postero-mediale, che alloggiano l’orecchio medio ed interno, e terminano postero-lateralmente ripiegandosi nei due processi mastoidei. La rocca petrosa contribuisce a formare il foro lacero, attraverso cui passano nervi e vasi sanguigni, presenta due notevoli canali, detti canale carotideo e canale giugulare, che fanno passare rispettivamente l’arteria carotide e la vena giugulare interna, nonché i nervi vago e glossofaringeo. Subito al di sotto del canale carotideo si può riscontrare il minuscolo canale mastoideo. Tra essi una spina ossea diretta antero-inferiormente detta processo stiloideo, lungo da qualche millimetro a più di 1 cm e dietro di questo un piccolo foro detto foro stilomastoideo. Lateralmente e superiormente ad esso si apre il meato acustico esterno. Tra la rocca petrosa e il processo mastoideo vi è un solco stretto e profondo detto incisura mastoidea.

Parte posteriore della base cranica

La parte posteriore è occupata quasi esclusivamente dall’osso occipitale che si articola con il temporale mediante la sutura occipitomastoidea. Presenta superiormente un grande foro di forma ovale, detto forame magno occipitale, che si apre nella fossa cranica posteriore. Lo attraversano il tronco encefalico, in particolare l’estremità inferiore del bulbo, le meningi, le arterie vertebrali, il nervo accessorio spinale, il legamento apicale del dente dell’epistrofeo e la membrana tettoria. Lateralmente ad esso vi sono i due condili occipitali, di forma ovale, che presentano due faccette articolari, anch’esse ovali, che si connettono con le faccette superiori delle masse laterali dell’atlante. Sono orientati obliquamente in direzione del tubercolo faringeo. Al di sotto di ciascuno di essi vi è il canale dell’ipoglosso in cui passa il nervo ipoglosso, alla branca meningea dell’arteria faringea ascendente e a una vena del plesso basilare. Subito dietro ogni condilo vi è una depressione chiamata fossetta condilare che accoglie il margine posteriore dell’atlante, nonché il foro condiloideo. Al di sotto del forame magno sale superiormente la cresta occipitale esterna che si connette alla protuberanza occipitale esterna compresa tra le linee nucali superiore ed inferiore.

Superficie interna della volta cranica

La superficie interna della volta cranica si presenta decisamente concava ed è formata dall’osso frontale, in gran parte dalle due ossa parietali e per una piccola parte dall’osso occipitale. Anteriormente è collocato l’osso frontale, percorso antero-posteriormente da un rilievo detto cresta frontale, che si allarga procedendo posteriormente e si biforca verso la metà del frontale, originando un solco mediano attraverso cui passa il seno sagittale superiore (solco del seno sagittale superiore). La cresta frontale prosegue dividendo le due ossa parietali e contenendo la sutura sagittale, per poi terminare nell’osso occipitale al di sotto del Lambda. Nella zona postero-laterale dell’osso frontale si distinguono lievi solchi originati dalla branca anteriore dell’arteria meningea media. L’osso frontale è diviso dalle due ossa parietali dalla sutura coronale. Le due ossa parietali si articolano tra loro mediante la sutura sagittale e presentano diversi solchi dall’andamento variabile originati dai rami parietali dell’arteria meningea media, oltre che numerose e piccole foveole che alloggiano le granulazioni aracnoidee e sono di norma più numerose in età avanzata. La sutura sagittale si divide nella lambdoidea, delimitando la porzione visibile dell’osso occipitale.

Superficie interna della base cranica

Si divide per convenzione la superficie interna della base cranica nelle fosse craniche anteriore, media e posteriore. La fossa cranica anteriore si trova più in alto rispetto alla media, a sua volta questa è superiore a quella posteriore.

Fossa cranica anteriore

La fossa cranica anteriore è compresa tra la cresta frontale dell’osso frontale e il giogo dello sfenoide. Lungo la linea mediana l’osso frontale dà origine ad uno stretto rilievo, la cresta frontale, che presenta al suo interno la piccola impronta del seno sagittale superiore (solco del seno sagittale superiore), meglio visibile sulla superficie interna della volta cranica. La cresta frontale si assottiglia terminando nel foro cieco, anteriormente alla lamina cribrosa dell’etmoide. Lateralmente ad essa decorrono i solchi dei vasi meningei anteriori che tendono a seguire la lamina cribrosa per poi curvare lateralmente nella zona anteriore dell’osso frontale. Oltre il foro cieco la cresta frontale si ripresenta con la crista galli dell’etmoide, di forma semicircolare; decisamente più alta rispetto alla cresta frontale, essa percorre la lunghezza della lamina cribrosa e termina anteriormente al giogo dello sfenoide. La lamina cribrosa dell’etmoide è invece una placca ossea che si inserisce nel frontale e viene così chiamata per la presenza di numerosi piccoli fori su tutta la sua superficie. I più importanti, escluso il foro cieco, sono la fessura nasale, di forma irregolare, che connette la lamina cribrosa con il tetto delle cavità nasali, i fori etmoidali anteriore (collocato poco sotto la fessura nasale) e posteriore (collocato all’angolo postero-laterale della lamina cribrosa), che la connettono con le cavità orbitali a livello della lamina papiracea. Il foro cieco fornisce il passaggio per una vena emissaria del seno sagittale superiore, il foro etmoidale anteriore per l’arteria e il nervo etmoidale anteriori, i fori secondari della lamina cribrosa per i rami del nervo olfattivo ed il foro etmoidale posteriore per l’arteria, la vena e il nervo etmoidale posteriori. Posteriormente alla lamina cribrosa si estende allo stesso livello il giogo dello sfenoide, che si prolunga lateralmente nelle piccole ali dello sfenoide.

Fossa cranica media

La fossa cranica media, più ampia della anteriore, è definita dalle piccole ali dello sfenoide e i processi clinoidei anteriormente, dall’apice della piramide dell’osso temporale e dal dorso della sella turcica posteriormente. Il giogo dello sfenoide, oltre a prolungarsi lateralmente nelle piccole ali dello sfenoide che si articolano con l’osso frontale mediante la sutura sfenofrontale, si continua posteriormente nei due processi clinoidei anteriori, inclinati postero-medialmente e dalla forma triangolare. Le piccole ali dello sfenoide sono legate al corpo dello sfenoide da un’ampia radice anteriore legata al giogo dello sfenoide e da una spessa radice posteriore che si continua, discendendo inferiormente, con il solco chiasmatico del corpo dello sfenoide. Le due radici sono separate dai due canali ottici che sbucano nella parete postero-mediale delle cavità orbitali; attraverso di essi passano i nervi ottici che si incrociano a livello del chiasma ottico, nonché l’arteria oftalmica. Posteriormente ad esso vi è la sella turcica (così chiamata perché ricorda una sella turca), formata da un tubercolo, da una fossa (fossa ipofisaria), in cui in vivo è alloggiata l’ipofisi, in un dorso della sella, rilievo che si pone di nuovo a livello del tubercolo ipofisario e da due processi clinoidei posteriori che si prolungano antero-lateralmente dal dorso della sella turcica. Lateralmente ed inferiormente alla sella turcica si stendono le grandi ali dello sfenoide di forma semilunare, le quali si articolano lateralmente con l’osso parietale e posteriormente con la squama dell’osso temporale, mediante le suture sfenosquamosa e sfenoparietale. Il margine della sutura sfenosquamosa è seguito dal solco dei rami frontali dei vasi meningei medi, che poi si ramifica lateralmente anche nel temporale e nel parietale. Lateralmente alla sella turcica si trova il foro rotondo, che fornisce il passaggio per il nervo mascellare, latero-inferiormente il foro ovale, attraverso cui passano il nervo mandibolare, il nervo piccolo petroso e l’arteria meningea accessoria e il foro spinoso, attraverso cui passano l’arteria e la vena meningea medie e il nervo spinoso (appartenente al nervo mandibolare). Si riscontra poi il foro del Vesalio (non sempre presente), mediale al foro ovale. Il foro lacero è posto alla giunzione tra sfenoide, temporale ed occipitale, latero-inferiormente al dorso della sella turcica; attraverso di esso non passano vasi sanguigni o nervi. Latero-inferiormente allo sfenoide si trova la squama dell’osso temporale, segnata dai solchi del nervo piccolo petroso e del nervo grande petroso, ed inferiormente dal rilievo detto eminenza arcuata, che costituisce la faccia anteriore della piramide dell’osso temporale. I due nervi petrosi sboccano dagli orifizi omonimi (orifizio del canale del nervo piccolo petroso e del nervo grande petroso), posti inferiormente al foro spinoso. Lateralmente alla squama del temporale vi è l’osso parietale, senza particolari caratteristiche anatomiche, se non la continuazione dei solchi dei vasi meningei medi (loro rami parietali).

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Fossa cranica posteriore

La fossa cranica posteriore è compresa tra l’apice della piramide del temporale e il margine posteriore dell’osso occipitale. È la fossa cranica più voluminosa. Posteriormente al dorso della sella turcica lo sfenoide discende inferiormente e si articola con l’osso occipitale nella porzione detta clivo e nella parte basilare. Dietro alla parte basilare dell’occipitale vi è il forame magno e lateralmente ad esso i solchi dei vasi meningei posteriori, mentre posteriormente si trova il solco del seno occipitale compreso tra le creste occipitali interne, che formano una “V” al cui interno è il solco. Le creste si fondono posteriormente nella protuberanza occipitale interna da cui si dipartono con due curve in direzione antero-laterale i solchi dei seni trasversi. L’osso temporale nella fossa cranica posteriore è rappresentato dalla faccia posteriore della sua piramide. Attraverso di essa sbocca il meato acustico interno e più lateralmente, se presente, il foro mastoideo. Lateralmente al forame magno si riscontra il canale dell’ipoglosso (vi passa il nervo ipoglosso) e latero-inferiormente il canale condiloideo attraversato da una vena emissaria fra il seno sigmoideo e le vene cervicali. Superiormente al canale condiloideo vi è il foro giugulare, che dà passaggio al seno petroso inferiore, al seno sigmoideo, all’arteria meningea posteriore e ai nervi glosso-faringeo, vago e accessorio. Lateralmente al foro giugulare è presente una stretta fessura, l’orifizio dell’acquedotto del vestibolo, che contiene un condotto endolinfatico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Cosa sono i recettori in medicina, biologia ed oncologia

MEDICINA ONLINE CELLULA CELL ORGANELLI MITOCONDRIO RECETTORI BIOLOGIA FARMACOLOGIA TIPI CLASSIFICAZIONE TESSTUO ORMONI LIGANDO.jpgCosa sono i recettori?

In biologia ed in medicina i recettori sono delle proteine localizzate sulla superficie o all’interno delle cellule che sono in grado di riconoscere e legare in maniera selettiva una particolare sostanza – definita ligando – di varia natura (per esempio un ormone, un antigene, uno zucchero) ma anche un microrganismo (un virus o un batterio).

Cosa avviene quando il recettore si lega al suo ligando?

Il legame di una sostanza al proprio recettore provoca una cascata di reazioni che culminano in una precisa risposta della cellula alla sostanza legata, che agisce da segnale. Un esempio classico è il legame di un ormone come l’insulina ai propri recettori situati nel fegato: tale legame indica all’organismo che è necessario immagazzinare all’interno delle cellule il glucosio ingerito con un pasto e circolante nel sangue. La risposta delle cellule epatiche a questo segnale è l’assunzione al loro interno del glucosio circolante, con un conseguente ristabilirsi dei valori normali di glicemia.

Il ruolo dei recettori in oncologia

Nel caso dei tumori, i recettori possono avere un ruolo determinante. Spesso, infatti, la trasformazione neoplastica induce la cellula a produrre recettori modificati, che mandano segnali del tutto sregolati: può accadere per esempio che un recettore che normalmente risponde agli stimoli di crescita esterni venga mutato e sia quindi sempre attivo, inviando alla cellula stimoli proliferativi continui. Mutazioni in alcuni tipi di recettori possono quindi essere alla base dello sviluppo dei tumori. Conoscere queste mutazioni può essere utile per sintetizzare farmaci mirati che, una volta legati ai recettori modificati, siano in grado di bloccarne l’attività che favorisce la crescita tumorale.

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Differenza tra lobectomia, pneumonectomia, segmentectomia e resezione atipica

MEDICINA ONLINE POLMONI VIE AREE LOBI SEGMENTI CHIRURGIA LOBECTOMIA TUMORE CANCRO ASPORTAZIONE POLMONE LUNG CONSEGUENZE COMPLICANZE

MEDICINA ONLINE POLMONI VIE AREE LOBI SEGMENTI CHIRURGIA LOBECTOMIA TUMORE CANCRO ASPORTAZIONE POLMONE LUNG CONSEGUENZE COMPLICANZE.jpgI tumori maligni polmonari sono la prima causa di morte per cancro in Italia e nel mondo: si calcola che in Italia ben 4 persone ogni ora scoprono di essere affetti da questa patologia estremamente pericolosa. Le possibilità di guarigione sono comunque presenti, ma dipendono – come per la maggioranza dei tumori – dallo stadio della malattia al momento della diagnosi: più precocemente il cancro viene diagnosticato e migliore è la prognosi per il paziente. La chirurgia toracica ha ovviamente un ruolo cardine nel’iter terapeutico del tumore polmonare: tramite l’intervento chirurgico la neoplasia può essere radicalmente asportata.

I diversi tipi di intervento chirurgico

Gli interventi chirurgici in caso di tumore maligno sono vari ed hanno diversa invasività: la possibilità di essere sottoposti ad uno specifico tipo di intervento piuttosto che un altro, viene valutata dai medici in base alla stadiazione della malattia, al tipo istologico ed alle condizioni generali del paziente con particolare riguardo alla riserva respiratoria ed alla funzionalità cardiaca. In base a tali fattori, il chirurgo sceglie una lobectomia, una pneumonectomia, una segmentectomia o una resezione atipica polmonare. Per comprendere le differenze, serve ricordare che i polmoni sono divisi in lobi: tre a destra e due a sinistra ed a loro volta i lobi sono divisi in vari segmenti (vedi foto in alto). L’intervento chirurgico di scelta per l’asportazione di un tumore polmonare circoscritto ad un lobo è la lobectomia (asportazione di uno di questi cinque lobi) alla quale deve sempre essere associata l’asportazione dei linfonodi mediastinici omolaterali.

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Pneumonectomia

La pneumonectomia è la resezione (asportazione) di un intero polmone, eseguita per via toracotomica. Ha un impatto funzionale notevole sul paziente e per questo è stata sostituita, laddove possibile, dalla lobectomia e dalla sleeve resection. Proprio per tale invasività e per le conseguenze negative sulla qualità della vita del paziente, viene impiegata solo quando la posizione o l’estensione della massa tumorale e dei linfonodi coinvolti non consente di effettuare una lobectomia o un altro tipo di intervento meno invasivo.

Lobectomia

La lobectomia è l’intervento di resezione polmonare più frequente in chirurgia toracica ed è quello preferito perché meno invasivo e con meno conseguenze negative sulla vita del paziente. Una lobectomia si può eseguire con tecnica VATS (Video Assisted Thoracoscopic Surgery, la meno invasiva) attraverso tre o quattro piccole incisioni cutanee, o per via toracotomica, la più invasiva. Con una lobectomia si rimuove un intero lobo polmonare e si associa sempre l’asportazione dei linfonodi mediastinici. Lo spazio residuo viene rapidamente occupato dalla riespansione del restante parenchima polmonare.

Segmentectomia

La segmentectomia è la resezione di un segmento polmonare, unità anatomo-chirurgica ventilata da un bronco segmentario e vascolarizzata da un ramo dell’arteria polmonare. Può essere eseguita sia in VATS che attraverso una toracotomia.

Resezione atipica

La resezione atipica è una resezione chirurgica del parenchima polmonare che non segue i piani anatomici di suddivisione lobare o segmentaria dei  bronchi o dei vasi polmonari. Si effettua generalmente per via toracoscopica.

Sleeve lobectomy o resezione a manicotto

La Sleeve lobectomy è la resezione di un manicotto bronchiale, con il suo lobo coinvolto e reimpianto del bronco a valle sul bronco principale. Se anche l’arteria polmonare è coinvolta, è possibile eseguire la stessa procedura a carico del vaso. E’ un intervento complesso che permette di evitare la pneumonectomia, restituendo al paziente una buona qualità di vita dal punto di vista funzionale. E’ gravato da un tasso di complicanze più alto rispetto agli altri interventi.

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Lobectomia polmonare: tecnica chirurgica, conseguenze, complicanze

MEDICINA ONLINE POLMONI VIE AREE LOBI SEGMENTI CHIRURGIA LOBECTOMIA TUMORE CANCRO ASPORTAZIONE POLMONE LUNG CONSEGUENZE COMPLICANZE.jpgCon “lobectomia polmonare” ci si riferisce ad un intervento chirurgico che ha l’obiettivo di rimuovere un lobo polmonare, cioè una parte specifica del polmone e non l’intero polmone.

Lobectomia polmonare: quando si pratica?

La lobectomia polmonare viene eseguita nel caso di patologie che abbiano compromesso in modo irreparabile la funzionalità della zona colpita, quali per esempio tubercolosi, ascessi polmonari cronici, bronchiectasie, cisti bronchiali, tumori benigni o maligni.

Lobectomia polmonare: quali sono i vantaggi?

La lobectomia polmonare, rispetto all’asportazione totale di un polmone, è un intervento di durata minore, a cui sono correlati minori rischi, complicazioni ed effetti collaterali, inoltre ha l’enorme vantaggio di conservare al paziente una maggiore capacità respiratoria evitando quelle alterazioni anatomiche e funzionali che si possono manifestare a carico dell’apparato respiratorio e cardiocircolatorio in conseguenza dello svuotamento di una metà del torace. Ciò determina quindi un minor impatto dell’intervento sulla qualità della vita del paziente e minori complicanze a livello polmonare.

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Lobectomia polmonare: descrizione intervento

La lobectomia polmonare, nella maggioranza dei casi, viene praticata in caso di tumore maligno polmonare in aree anatomiche polmonari circoscritte. L’intervento è svolto in anestesia generale, con paziente intubato ed alla lobectomia viene associata la linfoadenectomia ilo-mediastinica (asportazione del lobo polmonare che contiene la malattia con i linfonodi loco-regionali).
La via di accesso standard tradizionalmente più praticata per questo tipo di interventi è la toracotomia postero-laterale: si tratta di una incisione di circa 15-20 centimetri sul torace, con sezione del muscolo gran dorsale e divaricazione delle coste per una visione diretta del cavo pleurico.

Lobectomia polmonare: conseguenze

Le conseguenze negative a breve termine di una lobectomia praticata tramite toracotomia postero-laterale sono rappresentate da:

  • dolore nel sito di intervento;
  • dolore alla gola possibile dopo l’intubazione;
  • limitazione funzionale dell’arto superiore;
  • difficoltà a respirare profondamente ed a tossire con efficacia.

Tali conseguenze tendono a diminuire nel tempo ma tendono comunque a permanere anche a medio/lungo termine. Per un completo recupero sono necessari alcuni mesi, ed in un 30% dei casi il paziente può essere affetto da dolore cronico post-toracotomico: un dolore persistente di tipo neurogeno che può durare molti mesi se non anni. Con l’intento di ovviare a questo tipo di problematiche, stiamo assistendo in questi anni ad uno sviluppo di tecniche mininvasive in chirurgia toracica: si tratta di effettuare gli stessi interventi per la cura dei tumori del polmone – tipicamente lobectomia più linfoadenectomia – non per via “aperta” mediante toracotomia, ma in VATS (Video Assisted Thoracic Surgery), con tre piccole incisioni cutanee, nessuna sezione muscolare e nessuna divaricazione costale. I più recenti sviluppi di questa metodica consentono addirittura di eseguire l’intervento mediante una singola incisione di 4-5 centimetri, come nel caso della VATS Uniportale.

Lobectomia polmonare: possibili complicanze

Le possibili complicanze di una lobectomia polmonare, includono:

  • infezioni;
  • emorragie;
  • complicanze relative all’anestesia usata;
  • polmone collassato;
  • necessità di respirazione artificiale a lungo termine;
  • danni agli organi o strutture adiacenti.

Fattori di rischio che possono aumentare la possibilità di complicanze, sono:

  • fumo di sigaretta;
  • età avanzata;
  • sovrappeso ed obesità;
  • diabete;
  • malattie cardiovascolari;
  • malattie delle vie respiratorie;
  • malattie della coagulazione del sangue;
  • eccessivo consumo di alcol.

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