Che significa “Carpe diem”? L’invito ad apprezzare ciò che si ha

MEDICINA ONLINE AFORISMI FRASI WIKIQUOTE Prof. John Keating (Robin Williams) nel film del 1989 L’attimo fuggente (Dead Poets Society), diretto da Peter Weir

Robin Williams in “L’attimo fuggente”

Carpe diem: come si traduce e chi lo ha “detto” per primo?

Carpe diem è una locuzione latina presente nelle Odi (Odi 1, 11, 8) del poeta latino Quinto Orazio Flacco (65 a.C. – 8 a.C.) comunemente noto come “Orazio”, che in italiano è  tradotto con “cogli il giorno” oppure, con maggiore libertà, con “cogli l’attimo”, da cui il titolo del famoso film “L’attimo fuggente“. Si tratta non solo di una delle più celebri orazioni della latinità, ma anche di una delle filosofie di vita più influenti della storia dell’uomo, che però è spesso male interpretato.

Cosa significa Carpe diem? Il significato vero

Molti danno alla celebre locuzione il significato di “buttati nelle cose, cogli al volo le occasioni senza pensarci troppo, non lasciarti sfuggire le opportunità che ti si presenteranno“, ma il concetto nascosto nelle due semplici parole Carpe diem è qualcosa di molto più profondo. “Cogli il giorno” è una esortazione all’uomo, affinché lui assapori in ogni momento i beni offerti dalla vita nel presente, dato che il futuro non è prevedibile, da intendersi NON come invito alla ricerca del piacere ed allo sfruttamento di possibilità future, ma ad apprezzare ciò che si ha ORA ed a goderne appieno, dato che – come dice Lorenzo de’ Medici nel Trionfo di Bacco e Arianna – “di doman non c’è certezza”. Non esattamente “cogli le occasioni che ti si presenteranno in futuro“, come molti interpretano erroneamente la locuzione, bensì “cogli letteralmente la tua vita giorno per giorno, vivi la tua esistenza ORA apprezzandola fino in fondo ed apprezzando quello che hai in questo momento“. Cogli… l’oggi, godi dell’oggi!

Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo lo sai che vola e lo stesso fiore che oggi sboccia, domani appassirà. Robert Herrick

Il saggio è colui che quando ha sete e beve, sente l’acqua fresca che gli scende per la gola e pensa: ‘Oh com’è bello bere!’. Luciano De Crescenzo

Un futuro incerto

Dietro al Carpe diem oraziano si nasconde una visione realistica della vita umana, in cui non solo non è possibile conoscere il futuro, ma tale futuro è incerto e la nostra esistenza stessa è certa nel presente, ma non sarà certa il momento successivo. Solo sul presente l’uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, devono concentrarsi le sue azioni. L’uomo che davvero aspira alla felicità deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie apparentemente banali che si presentano di fronte ai suoi occhi OGGI, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro. Le cose che oggi ci sembrano eterne, in realtà non lo sono affatto e domani potremmo non possederle più, quindi non sottovalutiamole e cogliamole oggi.

Godiamo della vista di un fiore, abbracciamo un nostro parente, perché domani potremmo aver perso la vista o potremmo aver perso il nostro caro. Viviamo a fondo ogni singolo apparentemente banale attimo della nostra vita, perché ora lo abbiamo, domani chissà…

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Il tempo sfugge

La filosofia oraziana pone in primo piano la libertà dell’uomo nel gestire la propria vita e invita a essere responsabili del proprio tempo, perché, come dice il poeta stesso nel verso precedente, “Dum loquimur, fugerit invida aetas” (“Mentre parliamo, sarà fuggito avido il tempo”), ed è inutile sprecare la vita cercando di conoscere il futuro. Orazio vuole infondere una serena dignità all’uomo, affinché dia valore alla propria esistenza sfidando l’usura del tempo e il suo status totalmente effimero. Lungi quindi dall’essere un crasso e materialista invito al piacere sfrenato, od anche ad un piacere senza turbamento, il Carpe diem è piuttosto ispirato alla concezione epicurea di felicità come assenza di dolore, ed esprime l’angosciosa imprevedibilità del futuro, la gioia dignitosa della vita e la rassegnazione nell’accettare la morte, che il poeta cerca di esorcizzare con l’invito a vivere il presente per non pensare al momento inevitabile del trapasso, che in Orazio è spesso contrapposto all’ammirata esplorazione lirica del paesaggio e della natura, ciclica, meravigliosa e sublime ma anche cupa, misteriosa ed incomprensibile, uno spettacolo da cui l’uomo dovrebbe cogliere la tragica ciclicità.

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Succhiare il midollo della vita

«Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita, […] per sbaragliare tutto ciò che non era vita e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto.»

Questa frase è tratta dal meraviglioso film del 1989 L’attimo fuggente (Dead Poets Society), diretto da Peter Weir, con Robin Williams nella parte del prof. John Keating. La frase cita il celebre filosofo e poeta statunitense Henry David Thoreau e ben racchiude il senso del film e del Carpe diem oraziano.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Sindrome da accumulo digitale: accumulare dati sul pc in modo ossessivo

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L’accumulatore digitale spesso perde il contatto con la realtà

Negli ultimi anni le nuove tecnologie hanno rivoluzionato le nostre vite, sotto alcuni aspetti in positivo, ma hanno anche portato una Continua a leggere

Effetto farfalla: significato e passaggio dalla fisica alla psicologia

MEDICINA ONLINE EFFETTO FARFALLA SIGNIFICATO FISICA PSICOLOGIA IMMAGINI  The Butterfly Effect 2004 American science fiction psychological thriller film Eric Bress J. Mackye Gruber Ashton Kutcher Amy Smart.jpg

“Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo” 

Questa semplice frase, tratta dall’interessante film di fantascienza del 2004 “The Butterfly Effect” e derivata dagli studi del matematico Edward Norton Lorenz, ci ricorda di come il nostro destino sia in balia di un enorme diagramma di flusso, dove ogni piccola azione – nostra e di altre 7 miliardi di persone – può contribuire a modificare radicalmente il destino nostro e dell’intera umanità, in positivo e negativo. Il celebre film diretto da Eric Bress e da J. Mackye Gruber, non dice in verità nulla di nuovo: già Alessandro Magno ben 2300 anni fa, diceva: “Dalla condotta di alcuni dipende il destino di tutti“, un concetto che spazia con straordinaria lungimiranza tra la politica, la fisica e la psicologia.

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Effetto farfalla: che significa?

Il “battito d’ali” simboleggia le nostre piccole azioni quotidiane, con “uragano” si simboleggiano invece i grandi eventi della nostra vita. Effetto farfalla significa quindi che ogni scelta – seppur piccola ed insignificante – che facciamo nella nostra vita, può condizionarla fortemente. Prendiamo ad esempio una persona che è deceduta in un incidente stradale: se quel giorno anziché uscire di casa fosse rimasta a casa, ad esempio per febbre, (forse) non sarebbe stata coinvolta nell’incidente e non sarebbe morta. Un esempio classico dell’effetto farfalla è alla base del film “Sliding Doors” dove la protagonista Gwyneth Paltrow si ritrova a vivere in una sorta di mondo parallelo in base ad un evento apparentemente banale come perdere per un soffio la metropolitana. Altri esempi li possiamo trovare nel film “Questione di tempo” del 2013, oppure in un bel monologo presente nel film “Il curioso caso di Benjamin Button“:

A volte a nostra insaputa ci troviamo diretti verso un precipizio… Sia che ciò avvenga per caso, o intenzionalmente, non possiamo fare niente per evitarlo. Una donna, a Parigi, stava uscendo a fare compere. Ma aveva dimenticato il soprabito, e tornò indietro a prenderlo. Mentre era lì, squillò il telefono, e lei rispose e parlò per un paio di minuti. Mentre la donna era al telefono, Daisy stava provando uno spettacolo all’ Opèra de Paris, e mentre lei provava, la donna, finito di parlare al telefono, era uscita per prendere un taxi. Un tassista, poco prima, aveva scaricato un cliente e si era fermato a prendere un caffè. E intanto Daisy continuava a provare. E questo tassista, che si era fermato per un caffè, prese a bordo la donna che andava a fare compere e che aveva perso l’altro taxi. Il taxi dovette fermarsi per un uomo che stava andando al lavoro in ritardo di cinque minuti, perché si era dimenticato di mettere la sveglia. Mentre quell’uomo in ritardo attraversava la strada, Daisy aveva finito le prove, e si stava facendo la doccia. E mentre Daisy si faceva la doccia, il taxi aspettava la donna che era entrata in una pasticceria a ritirare un pacchetto che, però, non era pronto, perché la commessa si era lasciata col fidanzato la sera prima e se n’era dimenticata. Ritirato il pacchetto, la donna era rientrata nel taxi, che rimase bloccato da un furgone, e intanto Daisy si stava vestendo. Il furgone si spostò, e il taxi poté ripartire, mentre Daisy, ultima a vestirsi, si fermò ad aspettare un’amica alla quale si era rotto un laccio. Mentre il taxi era fermo a un semaforo, Daisy e la sua amica uscirono dal retro del teatro. Se solo una cosa fosse andata diversamente, se quel laccio non si fosse rotto, o se quel furgone si fosse spostato un momento prima, o se quel pacchetto fosse stato pronto perché la commessa non si era lasciata col fidanzato, o quell’uomo avesse messo la sveglia e si fosse alzato cinque minuti prima, o se quel tassista non si fosse fermato a prendere il caffè, o se quella donna si fosse ricordata del soprabito e avesse preso il taxi prima, Daisy e la sua amica avrebbero attraversato la strada, il taxi sarebbe sfilato via. […] Ma la vita, essendo quella che è, aveva creato una serie di circostanze incrociate e incontrollabili. Per cui quel taxi non sfilò via, e quel tassista si distrasse un momento.

Usare l’effetto farfalla a nostro vantaggio

Abbiamo capito di quanto ogni piccola azione – nostra e di chi ci sta vicino o lontano – può cambiare radicalmente la nostra vita, in meglio ma anche in peggio, posizionandoci nel mondo parallelo dove abbiamo preso una scelta piuttosto che un’altra. Non facciamoci prendere dalle paranoie: bere o non bere il bicchier d’acqua che state per mandar giù, non cambierà la vostra vita (o forse la cambierà? non lo sapremo mai!). Ciò che facciamo oggi influirà sul nostro futuro, d’accordo, e quindi cosa fare per usare al meglio questa spada di Damocle? Semplice: se con piccole azioni possiamo cambiare molte cose della nostra vita, perché non provare a cambiare quelle che non ci piacciono? Ecco alcuni consigli per usare al meglio l’effetto farfalla:

Per primo metto il concetto per me più importante. Se è vero che un fatto apparentemente positivo può condurci, alla lunga, alla situazione peggiore, è però anche vero il contrario: una situazione apparentemente negativa, anche molto negativa, può portarci su un binario del diagramma di flusso che ci porterà al migliore destino possibile, che supera in vantaggi gli svantaggi accumulati con la prima situazione. Nell’esempio fatto precedentemente, un evento negativo (avere la febbre) ci fa evitare un evento decisamente più negativo (incidente stradale e morte). Questo non è certamente sempre vero, però ricordate: una brutta situazione può avere anche dei lati positivi. Ad esempio ci fa riflettere sui nostri errori e ci da il tempo e la voglia di impedirne altri, ancora più gravi. Fate tesoro dei vostri momenti negativi e trasformateli in armi per migliorare la vostra vita.

Parlate direttamente con le persone, invece di stare a rimuginare riguardo a questo o a quell’altro malinteso. Semplicemente con un sorriso creerete un ambiente piacevole intorno a voi.

Godetevi i piccoli piaceri. Una tazza di caffè o una cioccolata mentre guardate piovere attraverso la finestra, osservare come dorme un neonato, giocare con i bambini o chiudere gli occhi e percepire l’odore e il suono del mare; esperienze come queste saranno per voi una fonte di piacere immediata che prolungherete nel tempo. Genereranno un “pozzo di felicità” dentro di voi. Io quando cammino per strada, se posso, guardo gli alberi, le piante… Mi emozionano.

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Fate piccole cose per gli altri senza aspettarvi nulla in cambio. Semplici gesti, come supportare campagne contro la fame, aiutare un vicino che ha una gatta da pelare o lasciare il posto ad una vecchietta sull’autobus generano effetti farfalla a corto, medio e lungo termine. In primis, è provato che l’altruismo arreca felicità alle persone; se unissimo le piccole azioni di ciascuno, provocheremmo un grande uragano. Immaginate se ogni persona portasse una confezione di riso per i più bisognosi durante la campagna natalizia contro la povertà: si accumulerebbero chili e chili di riso, tutto grazie ad un semplice gesto. Allo stesso modo, se tutti cedessimo il posto a sedere agli anziani, con il tempo contribuiremmo a creare una società migliore, più umana e felice.

Quando siete arrabbiati, fermatevi un minuto, respirate a fondo e pensate a quanto siete fortunati per tutto quello che avete. Un altro uragano: i livelli di ansia diminuiranno, portandovi fuori dalla spirale dell’ira e scongiurando sentimenti per niente sani. Azioni come queste prevengono emicranie, mal di stomaco, raffreddori, ecc. Le malattie sono altamente relazionate con le emozioni, proprio come dicevano i romani con il loro “Mens sana in corpore sano”.

Pensate all’oggi, non al domani. Se adesso potete approfittarne per fare una passeggiata con il vostro partner, fare un viaggetto o farvi due risate in spiaggia in compagnia di un amico e di un panino, fatelo! Anche così genererete un uragano di felicità tramite piccoli gesti. Se arriveranno momenti negativi, penserete a quanto avete riso e ve la siete spassata in passato, il che vi aiuterà a superare in modo migliore le difficoltà correnti.

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Sindrome di Stendhal in psicologia, musica e film

MEDICINA ONLINE UOMO VITRUVIANO DI LEONARDO ARTE ANIMALE UOMO DIFFERENZA FILOSOFIA RELIGIONE SCIENZACon “Sindrome di Stendhal” (in lingua inglese Stendhal’s syndrome, hyperkulturemia, o Florence syndrome) in psicologia e medicina ci si riferisce ad un insieme di segni e sintomi che una persona può improvvisamente sviluppare quando guarda un’opera d’arte, ad esempio un dipinto od una statua, che la emoziona particolarmente. I sintomi sono principalmente ansia fisica ed emotiva, tachicardia, capogiro, vertigini, senso dissociativo, confusione, allucinazioni, fino addirittura lo svenimento. Le cause di tale sondrome non sono ancora del tutto chiare. La Sindrome di Stendhal viene anche chiamata “Sindrome di Firenze” proprio perché, in virtù della elevatissima quantità di splendide opere d’arte da essa possedute, spesso la sindrome si verifica proprio nella famosa città toscana ed i primi casi studiati furono proprio dei turisti in visita a Firenze.

Sindrome di Stendhal: i sintomi

La Sindrome di Stendhal si manifesta con tre differenti tipologie di disturbo. La prima tipologia è quella identificabile con crisi di panico ed ansia somatizzata, dove i soggetti accusano improvvisamente palpitazioni, difficoltà respiratorie, malessere al torace, la sensazione di essere sul punto di svenire e conseguentemente lo sviluppo di un vago senso di irrealtà. Tali condizioni portano ad avvertire un improvviso bisogno “di casa”, di tornare nella propria terra, di parlare la propria lingua. Le altre due tipologie sono invece più serie. Una riguarda prevalentemente i disturbi dell’affettività, e si manifesta con stati di depressione – crisi di pianto, immotivati sensi di colpa, senso di angoscia …- o all’opposto con stati di sovraeccitazione – euforia, esaltazione, assenza di autocritica… -; l’altra riguarda i disturbi del pensiero, con alterata percezione di suoni e colori e senso persecutorio dell’ambiente circostante: a differenza della altre due tipologie, questa si manifesta frequentemente in persone con precedenti di scompenso psicologico, che, tuttavia, si trovavano prima della partenza in uno stato di benessere.

Sindrome di Stendhal: perché si chiama così?

Il nome di questa sindrome è attribuito allo scrittore francese Stendhal divenuto famoso nei primi del 1800, pseudonimo di Marie-Henri Beyle, che ne fu personalmente colpito durante il suo Grand Tour effettuato nel 1817, che svenne davanti alla Sibille del Volterrano nella cappella Nardini di Firenze. Lo scrittore ne diede una prima descrizione che riportò nel suo libro Roma, Napoli e Firenze: «Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.»

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Storia dello studio della Sindrome di Stendhal

Pur se descritto già nei primi del 1900, il disturbo venne individuato ed analizzato scientificamente per la prima volta solo nel 1977 dalla psichiatra fiorentina Graziella Magherini, che descrisse alcuni casi di turisti stranieri in visita a Firenze colpiti da episodi acuti di sofferenza psichica ad insorgenza improvvisa e di breve durata. Tali soggetti, quasi sempre maschi, di età compresa fra 25 e 40 anni e con un buon livello di istruzione scolastica, viaggiavano da soli, erano provenienti dall’Europa Occidentale o dal Nord-America e si mostravano molto interessati all’aspetto artistico del loro itinerario. L’esordio del disagio si presentò poco tempo dopo il loro arrivo a Firenze, e si verificò all’interno dei musei durante l’osservazione delle opere d’arte. I sintomi descritti all’esordio non furono ascrivibili ad uno specifico disturbo psichiatrico, bensì abbracciavano più aree della tradizionale psicopatologia, da quella psicotica a quella nevrotica/dissociativa. Dei 106 turisti descritti dalla Magherini, infatti, alcuni presentavano disturbi del contenuto e della forma del pensiero con intuizioni e percezioni deliranti associate a disturbi delle senso/percezioni con allucinazioni uditive, fenomeni illusionali e cenestofrenie; altri presentavano disturbi affettivi, con umore orientato in senso depressivo con contenuti olotimici di colpa e di rovina o, viceversa, in senso maniacale con euforia e manifestazioni di estasi. Altri ancora manifestavano sintomi riferibili agli attuali criteri diagnostici per il disturbo di panico, con crisi acute di ansia libera o situazionale.

La Sindrome di Stendhal: il film

“La sindrome di Stendhal” è anche un film thriller/horror – non troppo riuscito per la verità – del 1996, diretto da Dario Argento ed interpretato da Asia Argento, Paolo Bonacelli, Marco Leonardi, Thomas Kretschmann e Cinzia Monreale. Nel film Asia Argento interpreta una poliziotta che, sulle tracce di un serial killer., alla Galleria degli Uffizi sviene davanti a un’opera di Bruegel (Caduta di Icaro) in preda proprio alla Sindrome di Stendhal.

La Sindrome di Stendhal in musica

E’ relativamente recente, infine, la scoperta che anche la musica, di forte impatto psicologico ed emotivo, può essere causa di stati molto simili a deliri comuni e allucinazioni, la cui diagnosi è accostabile alla Sindrome di Stendhal.

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Sindrome di Stoccolma: psicologia, in amore, casi, cura e film in cui è presente

MEDICINA ONLINE Stockholm Syndrome SINDROME DI STOCCOLMA PICTURE PICS WALLPAPER IMAGE PHOTO IMMAGINI PSICOLOGIA ARRESTO PSICHATRIA RAPITO RAPITORE LADRO BANCA ARRESTO POLIZIA CARABINIERI PISTOLA ARMA PROIETTILE BANCA PAURA.jpgLa “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Non è raro ad esempio che persone tenute in ostaggio da un rapinatore, manifestino – durante le indagini della polizia – una chiara volontà di difesa verso quest’ultimo, arrivando perfino a fornire improbabili alibi e scusanti per la sua condotta oggettivamente anti-sociale. Proprio questo paradosso psicologico prende il nome di “Sindrome di Stoccolma”, una reazione emotiva automatica, sviluppata a livello inconscio, al trauma creatosi con l’essere “vittima”. Dalla banca dati dell’FBI statunitense risulta che circa l’8% degli ostaggi ha manifestato sintomi della sindrome di Stoccolma. E’ interessante inoltre notare che anche le donne che subiscono stalking possono soffrire di tale sindrome.

Sindrome di Stoccolma in amore ed in famiglia

Se siete interessati alla Sindrome di Stoccolma che si verifica in alcuni rapporti, vi consiglio di leggere i seguenti articoli:

Anche nel rapporto genitori – figli si può notare questa sindrome, se il papà o la mamma maltratta il bambino può nascere una continua ricerca di amore e attenzione da parte del bimbo, a tal proposito puoi trovare interessanti i seguenti articoli:

Sintomi della sindrome di Stoccolma

I sintomi tipici di un soggetto che ha sviluppato la Sindrome di Stoccolma, sono:

  • la vittima ha sentimenti di amicizia o addirittura amore nei confronti del rapitore;
  • la vittima ha paura delle forze dell’ordine, delle squadre di salvataggio o di chiunque cerchia di separarla dal rapitore;
  • la vittima crede nei motivi del rapitore e li sostiene;
  • la vittima prova sentimenti di colpa e rimorso per essere rilasciati mentre il rapitore è in carcere;
  • la vittima, di fronte alla polizia, arriva a mentire pur di fornire improbabili alibi al rapitore;
  • la vittima non accetta di avere alcuna patologia e non accetta una terapia di aiuto.

Basi psicologiche per la comprensione della Sindrome di Stoccolma

La teoria di Sigmund Freud vede la personalità come concepita in tre maggiori sistemi:

  • Es (pulsioni libidiche inconsce) è l’espressione della spinta emotiva e istintiva dell’uomo che non tiene conto della realtà e della moralità. È insita in tale concetto la spinta verso la conservazione, o la distruzione (pulsioni di vita e pulsioni di morte).
  • Io ovvero il fattore di personalità. Nella persona “ben regolata”, l’Io controlla e governa l’Es, e mantiene i rapporti con il mondo esterno nell’interesse della personalità, nel suo insieme, e delle esigenze della stessa a lungo termine.
  • Super-io è la coscienza che detta all’Io i consigli per soddisfare le richieste dell’Es. Si sviluppa, di solito, grazie all’acquisizione di “ideali” e “proibizioni”, genetici o formatisi nelle fasi dell’infanzia.

I contatti con la realtà sono, pertanto, compiti dell’Io che risulta così, in una personalità sana, dinamico e pieno di risorse. Una di tali risorse, secondo Freud, è quella legata ai meccanismi di difesa da idee insopportabili o dolorose, o dagli effetti di queste. Quando l’individuo è minacciato, sarà dunque l’Io a dover affrontare la maggior quantità di stress onde consentire alla personalità di continuare a funzionare anche durante esperienze dolorose quale, ad esempio, quella di trovarsi nella condizione di ostaggio di un individuo armato; in un caso così tragico, l’ostaggio vuole sopravvivere e l’Io si pone, pertanto, alla ricerca dei mezzi per riuscirvi. Il meccanismo di difesa più frequentemente notato è quello della “regressione” ovvero il ritorno a un livello di maturità inferiore e meno aderente alla realtà comportamentale e di esperienza che si sta vivendo. Altro meccanismo difensivo è la “identificazione”, che permette all’Io di sfuggire all’ira e al danno potenziale che potrebbe essergli inflitto dal “nemico”. Entrambi tali meccanismi entrano in funzione nella “sindrome”: l’ostaggio si “identifica” nel carceriere per paura, e non certo per affetto, e “regredisce” a uno stadio infantile inferiore a quello di un bimbo di cinque anni. L’ostaggio si trova in una situazione di estrema dipendenza dal carceriere esattamente come il bambino dipendeva totalmente dalla figura paterna, o comunque genitoriale, che rappresentava controllo e sicurezza. Se alla “famiglia” sovrapponiamo il microcosmo “ostaggio-carceriere” è facile comprendere come la polizia che punta le armi, o comunque pone in essere azioni aggressive, verso il malvivente, di fatto le punta anche contro l’ostaggio che vede nel carceriere, armato, l’unico che possa concretamente difenderlo trasformandolo, perciò, in una sorta di “eroe positivo”. A ben guardare, tale azione offensiva è, in realtà, l’unico sistema di difesa che si propone e il rapinatore si trova, così, legato ad altri individui, in genere a lui sconosciuti, che finiranno per simpatizzare con lui e, in alcuni casi, addirittura a compenetrarsi nei suoi problemi, comprendendo e accettando le motivazioni che lo hanno spinto al gesto che ormai li lega e li pone dinanzi al pericolo, comune, della morte. Dall’altra parte le forze di polizia, il cui scopo precipuo è aiutare l’ostaggio, sono palesemente in difficoltà, incerti sul da farsi e sempre bisognevoli di ricorrere ad autorizzazioni sovraordinate per qualunque richiesta venga loro rivolta; ciò contribuisce a esaltare, agli occhi delle vittime, la figura del sequestratore che, invece, appare sicuro di sé, deciso, che dimostra di avere idee chiare che trasforma in condizioni precise e sa palesare minacce concrete.

Cause della sindrome di Stoccolma

Esistono quattro situazioni o condizioni di base che provocano lo sviluppo della Sindrome di Stoccolma:

1. Una minaccia, reale o percepita, per la propria sopravvivenza fisica o psicologica e la convinzione che il rapitore può essere pericoloso.
Egli può:

  • Convincere la vittima che solo con la cooperazione può tenere i propri famigliari al sicuro
  • Fare sottili minacce o raccontare storie di vendetta per ricordare alla vittima che la vendetta è possibile se cerca di scappare
  • Parlare di una storia di violenza (ad. esempio uno stupro) che porta la vittima a credere che potrebbe essere un bersaglio

2. Una piccola gentilezza da parte del rapitore alla vittima
In alcuni casi, dei piccoli gesti sono sufficienti alla vittima per cambiare idea sul rapitore. Ad esempio, i piccoli gesti possono essere permettere alla vittima di andare in bagno o darle cibo e acqua.
Altre volte, un biglietto d’auguri, un regalo (di solito dato dopo un periodo di abuso) o un trattamento speciale può essere visto come la prova che non è del tutto cattivo.

3. L’isolamento della vittima da altre prospettive
Le vittime pensano di essere continuamente osservate. Per la loro sopravvivenza iniziano ad assumere la prospettiva del rapitore. Questa tecnica di sopravvivenza può diventare così intensa che la vittima inizia a provare rabbia verso coloro che cercano di aiutarla.
Nei casi più gravi della Sindrome di Stoccolma la vittima può arrivare a credere che la situazione violenta sia tutta colpa sua.

4. Incapacità percepita o reale di fuggire dalla situazione
La vittima può avere obblighi finanziari, debiti o instabilità al punto che non può sopravvivere da sola.
Il rapitore può usare minacce, come prendere i bambini, denunciare la vittima in pubblico, suicidarsi o prevedere una vita di molestie per la vittima.

Reazioni allo stress

L’ostaggio reagisce in vari modi all’estremo stato di stress cui è sottoposto, in base a vari fattori individuale. Una delle reazioni più diffuse emotivamente efficace, è la “negazione”: per sopravvivere la mente reagisce tentando di negare quanto sta avvenendo, come avviene anche nelle 7 fasi del lutto, a tal proposito leggi: Sto per morire: le 7 fasi di elaborazione del dolore e della morte

Altra reazione tipica possibile è la perdita di sensi (indipendente dalla volontà cosciente) o il sonno. Solo dopo qualche tempo l’ostaggio comincia a rendersi conto, ad accettare e a temere la propria situazione, ma trova un’altra valvola di sicurezza nel pensare che non tutto è perduto poiché presto interverrà la polizia per salvarlo. La certezza di una salvezza “garantita” dall’Autorità, aiuta l’ostaggio nella propria difesa mentale, ma più passa il tempo senza che accada nulla -e in casi simili è facile perdere la cognizione del trascorrere dei minuti e delle ore-, più l’ostaggio, automaticamente, tende inconsciamente a rinnegare l’autorità costituita che è diventata per lui, di fatto, una incognita. Logica conseguenza è l’inizio del processo di immedesimazione, o di “identificazione”, con il carceriere. Nel contempo aumenta sempre più il timore di una conclusione tragica e tutti gli ostaggi sottoposti a interviste psichiatriche a seguito di esperienze del genere, hanno dichiarato di aver “approfittato” dell’occasione per fare un resoconto della propria vita; tutti hanno giurato a sé stessi di cambiarla in meglio una volta terminata la brutta avventura, quasi che quest’ultima costituisse lo spartiacque tra la “vecchia” vita e una “rinascita” a vita nuova, completamente avulsa e indipendentemente dalla precedente.

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Le fasi dello sviluppo della Sindrome di Stoccolma

Tentando una schematizzazione, potremmo individuare la sequenza degli stati emotivi di un ostaggio come segue:

  1. incredulità ai fatti che si svolgono di fronte ai propri occhi;
  2. illusione di ottenere presto la liberazione;
  3. delusione per la mancata, immediata, liberazione da parte dell’autorità;
  4. impegno in lavoro fisico o mentale;
  5. rassegna del proprio passato.

Quando comincino a manifestarsi, nell’ostaggio, le fasi di cui sopra, e quanto esse durino, non è possibile stabilirlo poiché molti altri fattori e incognite entrano in gioco nel formarsi della successiva “Sindrome”, e il tempo è solo uno dei fattori giacché il suo trascorrere può creare sì, legami positivi, ma anche negativi, a seconda dei rapporti interpersonali che, fin dal primo momento, si instaurano tra l’ostaggio e il suo sequestratore. Fino a questo punto, tuttavia, la “Sindrome di Stoccolma” non si può ancora dire scattata. Nelle fasi iniziali di studio della “sindrome”, dopo l’episodio di Stoccolma, si ritenne che il tempo, da solo, fosse fattore determinante per la sua insorgenza, ma successivi casi con ostaggi dimostrarono il contrario. Nella stragrande maggioranza dei casi, la prima esperienza che accomuna tutti coloro che cadono sotto l’”effetto della sindrome”, è il contatto positivo con il carceriere. Tale contatto non deriva tanto dal comportamento materiale del carceriere, bensì da ciò che questi potrebbe fare e NON fa (percosse, violenza carnale, maltrattamenti in genere, ecc.). E tuttavia, alcuni ostaggi feriti dai propri carcerieri, hanno ugualmente sperimentato lo stato di “sindrome” poiché si sono convinti che le violenze patite, le ferite riportate, si erano rese necessarie per tenere sotto controllo la situazione o, ancor più, erano giustificate da una loro reazione o resistenza.

Il rapinatore si “umanizza”

Un’altra esperienza che accomuna gli ostaggi è l’immedesimazione nelle qualità umane dimostrate dal carceriere, anche quando queste siano state di breve durata. Nei casi di rapina con ostaggi, in definitiva, se è vero che il rapinatore armato si trova “in trappola” e si ritiene “vittima” della polizia, è altrettanto vero che anche l’ostaggio tende a condividere tale atteggiamento. Quando il rapinatore viene sorpreso dalla polizia ed è “costretto” a prendere ostaggi, il suo problema è chiaro: fuggire vivo e, possibilmente, con i soldi. L’ostaggio si trova nella stessa identica posizione: vuole uscire vivo; il suo carceriere certo glielo consentirebbe, ma è la polizia a impedirlo. Il rapinatore si “umanizza”, perciò, agli occhi dell’ostaggio, è diventato “persona”, con problemi identici ai propri. L’insistenza della polizia nel richiedere al bandito di arrendersi, non fa altro che prolungare la prigionia e allontana la speranza di riguadagnare la libertà senza danni fisici. Matura così, nella mente dell’ostaggio, il convincimento che: “se la polizia va via, anch’io me ne vado; se la polizia lascia andare il bandito, anch’io sarò libero!”. Comincia così la “Sindrome di Stoccolma” e, d’altro canto, il legame positivo, l’“umanizzazione” e il “rendersi persona”, che è alla base della sindrome, si può manifestare non solo nell’ostaggio, ma anche nel carceriere.

L’ostaggio come “uomo”

Ciò che è importante, nella difesa dell’ego dell’ostaggio, nel tentativo di liberarlo con il minimo danno, è creare un rapporto positivo tra il sequestratore e la vittima talché da “oggetto” si trasformi in “essere umano”. Quando ostaggio e rapitore si trovano all’interno di uno stesso locale, magari angusto, sia esso il caveau di una banca, o la fusoliera di un aereo, una casa, una grotta, un treno, o altro ancora, si sviluppa un rapporto di “convivenza” che favorisce, e accelera, il reciproco processo di “umanizzazione”. In tal senso, quanto più il carceriere riesce a compenetrarsi nei problemi dell’ostaggio, o viceversa, tanto più aumenteranno le possibilità di sopravvivenza.

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Quando termina la Sindrome di Stoccolma?

Molti sequestrati, che hanno provato la “sindrome”, hanno dichiarato di soffrire di incubi ripetitivi in cui i loro sequestratori, fuggiti o comunque liberi, ripetevano i fatti precedenti, ma questo non sempre corrispondeva a una diminuzione del legame positivo che si era instaurato a suo tempo. Alcune vittime di sequestri, che provarono la “sindrome”, a distanza di anni sono ancora ostili alla polizia. Le vittime della rapina alla Kreditbank di Stoccolma per lunghissimi anni si sono recate a far visita ai propri carcerieri, e una di esse ha sposato Olofsson. Altre vittime hanno cominciato a raccogliere fondi per aiutare i propri ex-carcerieri e molte si sono rifiutate di deporre in tribunale contro i sequestratori, o anche solo di parlare con i poliziotti che avevano proceduto all’arresto.

Cura della Sindrome di Stoccolma

Il ritorno alla vita di tutti i giorni dopo un periodo di prigionia più o meno lungo può essere assolutamente impegnativo per il prigioniero, in alcuni casi estremamente difficile. Essere separato dal rapitore, per la vittima che soffre della Sindrome di Stoccolma, può essere straziante: anche se il prigioniero non ha più le “catene”, si sente ancora emotivamente legato al rapitore e dipendente da esso. Il miglior trattamento per una vittima con la sindrome di Stoccolma è una psicoterapia gestita da professionisti altamente specializzati nella cura della dipendenza affettiva, inoltre risulta vitale – se possibile – l’amore ed il supporto della famiglia. Si può guarire dalla Sindrome di Stoccolma, ma in certi casi servono molti anni. In alcuni casi è utile anche affiancare alla psicoterapia, una terapia farmacologica che deve essere attentamente impostata dallo psichiatra.

Consigli per parenti ed amici di chi soffre della Sindrome di Stoccolma

Ecco alcuni suggerimenti per amici e parenti dei pazienti con la sindrome di Stoccolma:

  • Ricordare alla persona amata che le sue decisioni sono pienamente sostenute e che la famiglia la ama, qualsiasi cosa succeda.
  • Ricordare che la persona amata ha dovuto affrontare un’ardua scelta: la famiglia o quella situazione. Poiché la famiglia era minacciata, la vittima ha imparato a scegliere il rapitore e ha ferito i sentimenti dei famigliari.
  • Più si mette la vittima sotto pressione, più difficile sarà per lei resistere.
  • Rimanere in contatto con la persona amata durante il recupero. Mantenere le comunicazioni il più possibile.

Casi famosi di Sindrome di Stocolma

  • Il caso più famoso, che ha dato il nome alla sindrome, è quello del rapinatore Jan-Erik Olsson, la sua storia la potete trovare qui: Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome
  • Natascha Kampusch ha vissuto segregata col suo rapitore (Wolfgang Priklopil) dal marzo 1998 al 23 agosto 2006, giorno in cui è scappata. Ha testimoniato di avere avuto più volte la possibilità di scappare, ma ha preferito restare col rapitore. Il motivo della fuga, infatti, non è stato un desiderio di libertà, ma un litigio col rapitore stesso. Agli investigatori e agli psicologi che si prendono cura di lei ha testimoniato dicendo che non si sentiva privata di niente e che è dispiaciuta della morte del suo rapitore (che si è suicidato dopo che era scappata). La ragazza, però, intervistata dalla televisione austriaca il 6 settembre 2006, ha smentito le voci sulla sua presunta “sindrome di Stoccolma”, aggiungendo di non aver mai rinunciato alla fuga. Ha solo manifestato pietà per il rapitore suicida e per la sua famiglia. In seguito a questa intervista, che ha fatto il giro del mondo, il filosofo e psicoanalista italiano Umberto Galimberti, in un articolo apparso sulla prima pagina de La Repubblica del giorno dopo (“Una vita sospesa”), ha escluso che quello della ragazza austriaca sia un caso di “sindrome di Stoccolma”.
  • Jaycee Lee Dugard è stata rapita all’età di 11 anni ed è stata ostaggio per quasi 18 anni. Ha due figli con il suo rapitore e non ha mai tentato di fuggire. Anche lei ha mentito e ha cercato di difendere il rapitore quando è stata interrogata. Ha ammesso di avere un legame emotivo profondo con lui, ma dopo essersi riunita con la sua famiglia ed essersi trasferita, ha condannato le azioni del delinquente.
  • Shawn Hornbeck, 11 anni, sparito il 6 ottobre 2002 e ritrovato per puro caso nel gennaio del 2007, quando aveva ormai 15 anni, durante le ricerche di un altro ragazzino scomparso (Ben Ownby). Vissuto per 4 anni con il rapitore Michael Devlin (nel cui appartamento è stato trovato anche Ben Ownby), i vicini di casa affermano di averlo visto più volte giocare nel giardino da solo, con Michael o con alcuni amici, tanto che pensavano fossero “padre e figlio”. Shawn aveva anche un cellulare e navigava tranquillamente su internet: aveva visto in tv gli appelli dei genitori e aveva anche mandato alcune email al padre con scritto «Per quanto tempo pensate di cercare ancora vostro figlio?».

La Sindrome di Stoccolma nei film e nelle serie tv

Ecco una lista di film ed episodi di serie tv in cui si fa riferimento alla Sindrome di Stocolma (attenzione: in alcuni casi c’è possibilità di “spoiler“):

  • In Un mondo perfetto di Clint Eastwood, l’evaso Butch Haynes (Kevin Costner) rapisce un bambino e fugge attraverso il Texas. Durante il loro viaggio il bimbo sviluppa un legame tipico della sindrome di Stoccolma.
  • Agente 007 – Il mondo non basta; James Bond (Pierce Brosnan) smaschera la bella Elektra King (Sophie Marceau) accusandola di essersi alleata con il “cattivo” di turno, Renard (Robert Carlyle), che l’aveva sequestrata tempo prima, avendo acquisito proprio la sindrome di Stoccolma.
  • Nel film Tom à la ferme di Xavier Dolan.
  • Nella puntata 4 della prima stagione di Hannibal.
  • Nel film La pelle che abito, di Pedro Almodóvar.
  • Dal tramonto all’alba.
  • Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto.
  • Ore contate (1989) con Jodie Foster e Dennis Hopper.
  • Nell’episodio 7 della terza serie del telefilm The Unit.
  • Nell’episodio 6 della prima serie del telefilm Lie to Me .
  • Nell’episodio 18 della terza serie del telefilm Criminal Minds dal titolo Vite Incrociate e nell’episodio 13 della quarta serie dal titolo Di Padre In Figlio.
  • Nell’episodio 9 della quinta serie del Dr. House – Medical Division.
  • Nelle tre serie di Law & Order.
  • Buffalo ’66.
  • Il negoziatore.
  • Sesso e fuga con l’ostaggio.
  • Matlock: The Kidnapping.
  • Quel pomeriggio di un giorno da cani.
  • Captain Phillips – Attacco in mare aperto.
  • Guerrilla: The Taking of Patty Hearst.
  • Six Feet Under, episodio 44 (That’s My Dog).
  • In Die Hard, un medico in una trasmissione televisiva descrive un fenomeno identico chiamato “Sindrome di Helsinki”.
  • In Viaggio senza ritorno del 1997 una coppia interpretata da Kevin Pollak e Kim Dickens è presa in ostaggio da Vincent Gallo e Kiefer Sutherland; l’uomo simpatizza con i propri rapitori.
  • Azione mutante, film di Alex de la Iglesia prodotto da Pedro Almodóvar. La sposa rapita Patricia Orujo si innamora del capo dei rapitori, Ramon Yarritu, il quale riconosce la sindrome di Stoccolma.
  • Nel film Taking 5-una band in ostaggio, uno dei rapitori accusa un ostaggio di essere sotto l’effetto della sindrome di Stoccolma.
  • Nell’episodio 14 della terza serie di Nip/Tuck dal titolo Cherry Peck.
  • In Il portiere di notte, film di Liliana Cavani, la protagonista instaura un rapporto ossessivo e indissolubile con l’uomo che la teneva prigioniera nel campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
  • Nel film Cadillac Man – Mister Occasionissima del 1990, Robin Williams prende a cuore la situazione del malvivente (Tim Robbins).
  • Nel film D.e.b.s – Spie in minigonna la spia Amy si innamora della sua rapitrice Lucy Diamond e il sentimento viene ricambiato.
  • Nel film John Q, interpretato da Denzel Washington: le persone sequestrate da un padre che non può far trapiantare il cuore del figlio si schierano dalla parte del loro sequestratore e del suo dramma.
  • Nella prima serie di Close to Home, episodio 16 (Evasione).
  • Nella quarta serie Malcolm, episodio 18.
  • Nella serie televisiva NCIS si fa più volte riferimento alla Sindrome di Stocolma.
  • Nel film Lezioni di cioccolato, riferito al complesso nei confronti del datore di lavoro: un geometra sfruttatore e insensibile (2007).
  • Nel film Diario di una tata, riferito alla datrice di lavoro della tata (2007).
  • Nel film Légami! di Pedro Almodóvar.
  • Nel film Slevin – Patto criminale di Paul McGuigan, dove il piccolo Slevin diventa allievo del suo rapitore che avrebbe dovuto ucciderlo.
  • Nel film Spaghetti House di Giulio Paradisi in cui Nino Manfredi diventa amico del capo dei rapitori che hanno sequestrato lui e i suoi colleghi nel loro ristorante italiano.
  • Nell’episodio 2 della quarta serie di The Dead Zone dal titolo Il rapimento.
  • Nel film di Dusan Milic “Jagoda: Fragole al supermarket”, dove la commessa di un supermercato, Fragola, si innamora dell’uomo che la prende in ostaggio.
  • Nell’episodio 15 della tredicesima stagione de I Simpson, Homer si affeziona ai suoi rapitori brasiliani, tanto da creare un album con i momenti più divertenti del rapimento.
  • Nella prima serie di “True Blood” (episodio 10), il rapporto tra Jason Stackhouse e il vampiro rapito è un tipico caso di Sindrome di Stoccolma, che viene anche citata.
  • Nella puntata 1×09 della serie Canadese Flashpoint (serie televisiva) dal titolo: La sindrome di Stoccolma.
  • Nell’anime Black Lagoon il protagonista Rokuro Okajima (Rock) decide senza alcuna costrizione di entrare a far parte del gruppo di mercenari dai quali è stato preso in ostaggio (nel primo episodio viene anche citata da Rock la sindrome stessa).
  • Nel film Jagoda: Fragole al supermarket, la protagonista Jagoda (Branka Katic) si innamora, poi ricambiata, dell’uomo che la tiene ostaggio nel supermarket in cui fa la commessa, ed arriva persino a collaborare con lui contro la polizia di sua iniziativa.
  • In una puntata di Un posto al sole, Ornella Bruni (Marina Giulia Cavalli) si innamora del suo rapitore Massimo Renna (Duccio Giordano).
  • Nel film “Il miele del diavolo” di Lucio Fulci la protagonista tiene in ostaggio il medico che non è riuscito a salvare la vita al suo fidanzato, finendo però con l’innamoramento dei due.
  • Versione comica del caso nel film Airheads-Una band da lanciare in cui una band heavy metal per far trasmettere il loro pezzo in una radio, sequestra tutti i lavoratori, che però si divertono tanto da voler, specie per uno di loro, rimanere oggetto del sequestro quando la polizia va a “trarlo in salvo”.
  • Nella serie televisiva X-Files, nell’episodio “Follia A Due” (diciannovesimo episodio della quinta serie), l’agente Mulder si riferisce alla sindrome di Stoccolma chiamandola “Sindrome di Helsinki”.
  • Nella serie cinematografica “Saw – L’enigmista”, Amanda prima rapita, e poi stretta da un legame con il rapitore dopo essere riuscita a sfuggire.
  • Nella decima puntata della quarta serie di Ghost Whisperer intitolata appunto ‘La sindrome di Stoccolma’, in cui una donna è costretta a lasciare la famiglia e vive per qualche anno con il suo rapitore.
  • Nel film “Garage Olimpo”.
  • In CentoVetrine, nelle puntate in onda nel 2010, la protagonista Cecilia Castelli (Linda Collini) si innamora dell’uomo che l’ha tenuta segregata assieme alla sorella Serena in uno chalet per settimane.
  • Nell’ultima puntata della stagione 6 di Desperate Housewives in cui Lynette Scavo prova affetto per il suo carceriere Eddie Orlofsky.
    nella 13ª stagione ep. 15 delle serie animata I Simpson uno dei rapitori di Homer dice riferendosi a Homer “ha la sindrome di Stoccolma, si identifica con i suoi rapitori”.
  • Nel dodicecismo episodio della settima serie del telefilm ‘Medium (serie televisiva)’, Joe, il marito di Allison, nomina la Sindrome di Stoccolma in relazione al sequestro subìto dalla moglie da parte di un uomo che la costringeva a sognare per conoscere la fine della moglie scomparsa.
  • Nell’ottavo episodio della prima serie del telefilm Rizzoli & Isles (intitolato ‘La Sindrome di Stoccolma’), una donna si innamora dell’assassino di suo marito.
  • Nel decimo episodio della quarta stagione di Ghost Whisperer.
  • Nella 7ª stagione della serie televisiva Dexter, Hannah McKay e Dexter si innamorano.
  • Nella telenovela venezuelana del 1984 dal titolo Leonela la protagonista si innamora dell’uomo che l’ha stuprata. La novela è basata su un fatto di cronaca vera.
  • Nella puntata 01×12 della serie televisiva ‘Once Upon A Time’. Bella, catturata da Tremotino, se ne innamora.
  • Sara Harvey, nella serie televisiva thriller Pretty Little Liars, dopo due anni di segregazione da Charlotte DiLaurentis, incomincia a sviluppare la Sindrome di Stoccolma; la sindrome viene nominata più volte all’interno della serie.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome

MEDICINA ONLINE Jan-Erik Olsson Stockholm Syndrome SINDROME DI STOCCOLMA PICTURE PICS WALLPAPER IMAGE PHOTO IMMAGINI PSICOLOGIA ARRESTO PSICHATRIA RAPITO RAPITORE.jpgLa “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Il nome “Sindrome di Stoccolma” trae origine da un fatto realmente successo nei primi anni ’70.

La rapina in banca

La mattina del 23 agosto 1973, il trentaduenne Jan-Erik Olsson che vedete al centro nella foto in alto, dopo essere evaso dal carcere di Stoccolma (dove era detenuto per furto), tentò di rapina la sede della banca Sveriges Kredit Bank di Stoccolma. Olsson chiese e ottenne di essere raggiunto in banca dal suo amico ed ex compagno di cella, Clark Olofsson, di 26 anni. Il rapinatore prese in ostaggio tre donne ed un uomo:

  • Elisabeth, 21 anni, cassiera e successivamente infermiera;
  • Kristin, 23 anni, stenografa e successivamente assistente sociale;
  • Brigitte, 31 anni, impiegata;
  • Sven, 25 anni, impiegato.

La prigionia e la convivenza forzata dei quattro ostaggi e dei due rapinatori durò 131 ore all’interno di uno spazio ristretto, una specie di corridoio lungo 16 metri e largo meno di 4. Al termine del periodo di prigionia i malviventi si arresero e gli ostaggi furono rilasciati senza che fosse eseguita alcuna azione di forza e senza che nei loro confronti fosse stata posta in essere alcuna azione violenta da parte del sequestratore.

“Mi ha ridato la vita”

Questa vicenda conquistò le prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo, non tanto per la rapina in sé, bensì per i fatti successi dopo di essa. Durante la prigionia, come risulterà in seguito dalle interviste psicologiche (fu il primo caso in cui si intervenne anche a livello psicologico su sequestrati), gli ostaggi hanno riferito di aver temuto più la polizia che non gli stessi sequestratori. Nel corso delle lunghe sedute psicologiche cui i sequestrati vennero sottoposti si manifestò un senso positivo verso i malviventi che “avevano ridato loro la vita” e verso i quali si sentivano in debito per la generosità dimostrata, dal momento che durante la prigionia “erano stati trattati bene”. Questi fatti vennero in seguito studiati in tutto il mondo fino a coniare il nome “Sindrome di Stoccolma”, ideato dallo psichiatra e criminologo svedese Nils Bejerot.

La celebre rapina al cinema

Le vicende della rapina alla Sveriges Kredit Bank sono narrate nel film del 2019 “Rapina a Stoccolma” diretto da Robert Budreau e interpretato da Ethan Hawke, Noomi Rapace e Mark Strong.

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Differenza tra Sindrome di Stoccolma, Lima, Helsinki e Stendhal

MEDICINA ONLINE CERVELLO TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA PSICOSOMASindrome di Stoccolma

La “Sindrome di Stoccolma” in psichiatria descrive uno un particolare stato di dipendenza psicologico-affettiva che si manifesta in alcuni casi in vittime di episodi di violenza fisica, verbale o psicologica. Chi è affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti avvenuti durante ad esempio un rapimento, prova un paradossale sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice. Non è raro ad esempio che persone tenute in ostaggio da un rapinatore, manifestino – durante le indagini della polizia – una chiara volontà di difesa verso quest’ultimo, arrivando perfino a fornire improbabili alibi e scusanti per la sua condotta oggettivamente anti-sociale.

Per approfondire: Sindrome di Stoccolma: psicologia, in amore, casi, cura e film in cui è presente

Sindrome di Lima

La “Sindrome di Lima” in medicina e psicologia si riferisce ad uno un particolare stato di legame emotivo che si può verificare nei colpevoli di sequestro di ostaggi o rapimento, nei confronti delle vittime rapite. I sequestratori rimangono emotivamente legati ai sequestrati e soccombono alle loro necessità e desideri, fino al punto spesso di liberarli senza alcuna condizione. Questa sindrome potrebbe essere una conseguenza dei sensi di colpa dei sequestratori o di un particolare processo di empatia, di mettersi nei panni degli ostaggi terrorizzati. La Sindrome di Lima è simile a quella di Stoccolma, ma al contrario: nella Sindrome di Stoccolma sono invece le vittime a sentirsi emotivamente dipendenti dai rapitori.

Per approfondire: Sindrome di Lima: cosa significa in medicina e psicologia?

Sindrome di Helsinki

La “Sindrome di Helsinki” in campo medico in realtà non esiste. Solitamente quando nei film o nelle serie statunitensi si parla di “Sindrome di Helsinki”, in realtà ci si riferisce alla “Sindrome di Stoccolma”. Ad esempio nel film “Die Hard“, un medico in una trasmissione televisiva descrive un fenomeno chiamato “Sindrome di Helsinki”, riferendosi in raltà alla Sindrome di Stoccolma. Altro esempio: nella celebre serie televisiva “X-Files” nell’episodio “Follia A Due” (diciannovesimo episodio della quinta serie), l’agente Mulder si riferisce alla sindrome di Stoccolma chiamandola “Sindrome di Helsinki”.

Per approfondire: Sindrome di Helsinki: cosa significa in medicina e psicologia?

Sindrome di Stendhal

Con “Sindrome di Stendhal” ci si riferisce ad un insieme di segni e sintomi che una persona può improvvisamente sviluppare quando guarda un’opera d’arte che la emoziona particolarmente. I sintomi sono principalmente ansia fisica ed emotiva, tachicardia, capogiro, vertigini, senso dissociativo, confusione, allucinazioni, fino addirittura lo svenimento. La “Sindrome di Stendhal” viene anche chiamata “Sindrome di Firenze” proprio perché, in virtù della elevatissima quantità di splendide opere d’arte da essa possedute, spesso la sindrome si verifica proprio nella famosa città toscana.

Per approfondire: Sindrome di Stoccolma: perché si chiama così? Ecco l’origine del nome

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Sindrome di Norimberga: cosa significa in medicina e psicologia?

MEDICINA ONLINE GIUSTIZIA LEGGE CODICE PENALE CIVILE AVVOCATO LEGISLAZIONE ASSASSIONIO MURDER OMICIDIO PRIMO GRADO SECONDO MURDER MANSLAUGHTER VOLONTARIO PREMEDITATO COLPOSO DOLOSO MORTE GIUDICECon “Sindrome di Norimberga” in psicologia ed in psichiatria si indica la caratteristica propensione sociale di un individuo o di un gruppo di persone a valutare/giudicare qualcuno in modo preventivamente negativo, essendo influenzati dalle informazioni già in possesso. Ciò vi verifica soprattutto, ma non esclusivamente, in caso di pregiudizi, ad esempio razziali: un imputato, di cui non si conosce la colpevolezza o l’innocenza, viene giudicato colpevole a priori, ad esempio perché afroamericano.

La “Sindrome di Norimberga” deve il suo nome al celebre processo ai nazisti catturati alla fine della Seconda Guerra Mondiale, tenutosi dal 20 novembre 1945 al 1º ottobre 1946 proprio nella città di tedesca di Norimberga.

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