Per buttarla in scherzo si potrebbe dire che, a dar retta alle raccomandazioni americane, a non prendere le medicine anticolesterolo rimarranno solo i bambini. Le nuove linee guida pubblicate un paio di settimane fa dall’American college of cardiology e dall’American heart association su chi e quando dovrebbe prendere le statine hanno suscitato un putiferio. Le nuove indicazioni introducono due sostanziali novità rispetto al passato. La prima è che non c’è più un livello fisso cui mirare nell’abbassare il colesterolo cattivo: si dice solo che i medici devono valutare il rischio complessivo del paziente, se ha già avuto o no un infarto, se ha altre malattie, se è iperteso e, nel caso abbia anche il colesterolo alto, occorre prescrivergli le statine per abbassarlo.
Questo primo cambiamento è stato accolto con favore dalla comunità medica. «Si è riconosciuto che non ci sono prove convincenti che ad abbassare il colesterolo cattivo oltre una certa soglia, il che fra l’altro significa dare al paziente un alto dosaggio di farmaci, si salvino vite» osserva Cesare Sirtori, direttore del Centro dislipidemie dell’Ospedale Niguarda di Milano. «Si torna a considerare più importante il paziente specifico piuttosto che il dato del colesterolo, come già facciamo in Italia con le carte del rischio sviluppate con il Progetto cuore» aggiunge Aldo Maggioni, direttore del centro studi dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri.
Ma proprio qui nasce il problema. Le linee guida americane raccomandano un nuovo sistema per il calcolo del rischio in base al quale, di fatto, una persona sana con le analisi a posto, che non fuma e non ha altre malattie, più o meno allo scoccare dei 60 anni (58 per un uomo, 63 per una donna) deve iniziare a prendere le statine. Invecchiando si diventa in automatico consumatori di farmaci anticolesterolo? Il buon senso dice che c’è qualcosa che non funziona. Diversi esperti hanno già preso posizione dicendo che il rischio così calcolato è fasullo. Alcuni hanno parlato di «calculator-gate» a proposito del pasticcio di questa storia. Oltretutto contraddittoria: nelle nuove linee guida prima si riconosce che ridurre a ogni costo il colesterolo non è così importante. Ci si aspetta di conseguenza che i medici vengano invitati a prescrivere meno farmaci. E invece alla fine viene fuori un sistema che sicuramente allarga (a dismisura secondo alcuni) la quantità di persone in cura con le statine.
Questi farmaci hanno avuto uno spettacolare successo commerciale negli ultimi trent’anni. In Italia sono al primo posto di spesa fra le medicine per il cuore (12,40 euro a testa l’anno). Eppure, il successo in farmacia non coincide con la loro attuale reputazione. I loro effetti collaterali sembravano irrilevanti vent’anni fa. «Oggi» dice Sirtori «uno su quattro dei miei pazienti ha problemi muscolari o di altro tipo con le statine e mi chiede di smettere di prenderle. Oltre i 70 anni, poi, il colesterolo un po’ alto è un fattore di rischio inferiore a tanti altri. Se poi il colesterolo “buono” ha valori elevati, le statine potrebbero addirittura essere controindicate». In Italia è improbabile che si arrivi a eccessi come quelli americani, dove una persona su quattro oltre i 40 anni prende le statine. Le carte del rischio italiane sono più prudenti. E da noi, più che affidarsi agli algoritmi, il medico di solito visita il paziente, indaga sulle sue abitudini e sulle malattie presenti in famiglia. La ricetta è solo l’ultimo passo, quando i benefici della pillola superano i rischi.
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Il latte intero proveniente da mucche allevate in fattorie biologiche in America, fa meglio alla salute di quello regolare e persino di quello biologico, ma interamente o parzialmente scremato. E’ questa la conclusione di una analisi scientifica pubblicata su ‘Plos One’ e condotta negli Usa dal Centro per la agricoltura sostenibile della Washington university. Lo studio ha osservato che il latte biologico intero – che in America si chiama ‘organico’ – contiene la piu’ alta concentrazione di acidi grassi omega-3 (il 4%) benefici per la salute, rispetto sia al latte regolare che a quello organico ma scremato. Quest’ultimo non contiene alcun acido grasso.
Mentre si guarda in tv una gara sportiva i muscoli si mettono in allerta, aumentano il battito del cuore, il respiro, la sudorazione ed il flusso del sangue cutaneo. Le reazioni dell’organismo durante l’attività fisica altrui osservata attraverso un video sono state misurate dai ricercatori della University of Western di Sydney, Australia. Lo studio è stato pubblicato su Frontiers in autonomic neuroscience. “Con l’impiego di microelettrodi inseriti nel nervo personale comune abbiamo registrato le reazioni dell’attività nervosa simpatica dei muscoli – spiega Vaughan Macefield, autore dello studio, in una nota stampa dei giorni scorsi – “Dopo 22 minuti di gare di corsa o di sport vigorosi, guardati in tv stando comodamente seduti in poltrona, i nervi reagiscono e inducono ad un aumento del battito cardiaco, della la respirazione, del flusso sanguigno cutaneo e della sudorazione”.
È sempre la stessa storia. Ai primi di gennaio ci ritroviamo sempre e immancabilmente a fare i conti con la bilancia. E ogni volta diciamo: l’anno prossimo starò attento sotto Natale, ma poi puntualmente, davanti ad un bel torrone, ce ne dimentichiamo. Ecco, oggi siamo ancora in tempo per non ritrovarci appesantiti con l’anno nuovo. Ma da dove saltano fuori questi chili in più? Solo una settimana fa non c’erano… sarà la bilancia che non va? O magari sono stati gli eccessi alimentari del periodo delle feste? Propendiamo per la seconda ipotesi, e immaginiamo che, con un po’ di onestà, tutti potranno riconoscerlo. Tra cene e cenoni, qualche festa, qualche riunione di famiglia, gli avanzi del giorno prima, il panettone che sta lì a guardarci ed è così buono… la conseguenza più logica e naturale è quella che tutti temiamo. Per poi affrettarci a frequentare la palestra nella speranza di bruciare in un paio di sedute quello che una settimana di eccessi ci ha ‘regalato’. E se ci avessimo pensato prima? E se durante la settimana più ingorda dell’anno non avessimo lasciato liberi i nostri più bassi istinti (alimentari s’intende?). Non ci saremmo divertiti diranno in molti. Sbagliato! Diciamo noi. Perché con qualche semplice e (quasi) indolore accorgimento è possibile limitare il danno, divertirsi, godersi le specialità della cucina di Natale, e non appesantirsi eccessivamente. Ecco come fare.
Tutti noi lo sappiamo: il periodo natalizio che sta per arrivare rischia come ogni anno di lasciare il “segno” sul nostro peso, che può aumentare tra i due e i quattro chili. Per questo un trucco efficace che do ai miei pazienti e quello di giocare d’anticipo anche per non dover essere costretti a fare troppe rinunce alla cena di Natale, quando tutti i tuoi vicini di tavolo mangiano allegramente torroni e pandoro.
Ogni dieta consiglia di bere almeno due litri di acqua al giorno, per depurarsi dalle impurità: è questa una delle leggi basilari per seguire un buon regime alimentare, ma è sempre necessario accompagnare il consumo di acqua ad una dieta equilibrata e sana. Bere acqua fa bene ma ovviamente, come in tutti i campi, bisogna usare un po’ di buon senso. Buon senso che purtroppo è tragicamente mancato a Jacqueline Henson, la donna che vedete in foto con suo figlio. Jacqueline era una donna inglese di 40 anni,
Gli italiani fanno poca attività fisica e bevono troppo poco, ma almeno quando bevono non esagerano con le bevande zuccherate. E’ quanto emerge dai dati finali dell’indagine Liz (Liquidi e Zuccheri), presentata alcuni giorni fa a Firenze nel corso del congresso nazionale della Società Italiana di Medicina Generale (Simg). Franca Marangoni, responsabile della ricerca di Nutrition Foundation of Italy che ha condotto lo studio con Simg, ha spiegato: ”Gli italiani bevono poco più di un litro d’acqua al giorno, ma le linee guida internazionali parlano di due litri al giorno per le donne e 2,5 litri per gli uomini. I risultati confermano ancora una volta l’importanza della qualità complessiva dell’alimentazione e dello stile di vita e non tanto della valutazione del singolo alimento”.