Liberarsi dalla dipendenza affettiva e dalla paura dell’abbandono

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Vediamo oggi come superare la dipendenza affettiva e la paura dell’abbandono del partner.

1. Ammettere di avere un problema

Il primo passo da fare per guarire è quello di rendersi conto di avere un problema nel modo in cui si vivono le relazioni sentimentali, e in generale i legami importanti della propria vita. Ammettere di avere un atteggiamento sbagliato nelle relazioni, che non permette di viverle serenamente e in modo gratificante, è infatti fondamentale per poter chiedere aiuto, o semplicemente mettere in discussione i vecchi schemi e le vecchie abitudini che fanno soffrire. E’ il primo passo verso la guarigione.

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2. Conoscersi meglio

Se non sai più chi sei, come farai a cercare ciò che desideri? Chi soffre di dipendenza affettiva si concentra sull’altro, si dona completamente all’altro e si dimentica di sé; si comporta come se non meritasse amore e attenzione, come se fosse pericoloso fare presenti i propri bisogni e le proprie aspettative all’altro.

In tal modo si allontana sempre più da se stesso e non si conosce più, perché non si ascolta più. Finisce per diventare la somma di tutte le persone alle quali si è legato; una copia degli altri.

Dedicare del tempo a se stessi ascoltando il proprio dialogo interiore, o semplicemente osservandosi ed osservando le proprie emozioni in silenzio è un ottimo modo per tornare in contatto con la parte di sé che si è dimenticata. La Meditazione, il Training Autogeno e le tecniche di Mindfulness rappresentano a mio avviso dei validissimi strumenti per ricominciare ad ascoltarsi e a conoscersi.

3. Centrarsi su di sé

Le persone affette da dipendenza affettiva tendono a porre l’altro al di sopra di tutto. Anche di sé. Antepongono i desideri e le necessità altrui ai propri, e in questo modo si negano gioia e gratificazione, la possibilità di farsi conoscere davvero dall’altro, e si allontanano sempre di più da se stesse. Fino al punto di non sapere più chi sono, cosa desiderano e di cosa hanno davvero bisogno. Per raggiungere la guarigione occorre fermarsi e tornare a guardarsi dentro, osservandosi con amore ed accettazione. Occorre iniziare lentamente a chiedersi: di cosa ho bisogno? Cosa davvero desidero? Cosa non voglio più nella mia vita? Riportare il fuoco della nostra attenzione su di sé, sulle proprie emozioni, desideri e aspettative, permetterà di tornare a volersi bene, di conoscere ed affermare i propri bisogni con gli altri.

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4. Imparare a stabilire limiti e confini

Chi soffre di dipendenza affettiva, nel suo bisogno di essere amato ed approvato a tutti i costi, perde di vista i propri confini ed i limiti che non dovrebbero essere superati. Accetta gradualmente comportamenti sempre meno rispettosi, atteggiamenti sempre più offensivi fino ad accettare vere e violenze psicologiche o anche fisiche. Dimentica di porre dei limiti alle ingerenze e alle pretese dell’altro. I suoi confini personali son così labili e sfumati che spesso nemmeno li riconosce più, e diventa una sorta di estensione dell’altro. Così, le aspettative, le richieste, i bisogni dell’altro diventano i propri bisogni, senza che vi sia alcuna consapevolezza di quali realmente essi siano. Occorre quindi IMPARARE A DIRE NO quando dentro di noi è “no”. Occorre imparare a RIDEFINIRE I PROPRI CONFINI: stabilire fin dove l’altro può arrivare e tracciare una linea definita oltre la quale la tolleranza sarà zero e non si accetteranno più comportamenti sgradevoli, irrispettosi o offensivi, né richieste eccessive. Se non impariamo a farci rispettare ponendo dei limiti al potere dell’altro, nessuno lo farà per noi.

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5. Affermare sé stessi

L’affermazione di sé è un passaggio fondamentale per ricostruire il proprio benessere e la propria libertà, ed è un processo che si basa sulla considerazione che abbiamo di noi stessi e sulla nostra capacità di amarci e rispettarci. Imparando a conoscere i nostri desideri e i nostri bisogni, ed imparando a porre dei confini nelle relazioni con gli altri, lentamente prepariamo il terreno per affermare noi stessi e realizzarci. Per il dipendente affettivo si tratta di un processo quasi sconosciuto, poiché egli non ha imparato a dire “no” e non ha imparato a porre se stesso allo stesso livello dell’altro. Autoaffermazione significa scegliere con chi vogliamo trascorrere il nostro tempo, le attività che vogliamo svolgere e quelle che non ci interessano, significa scegliere come vogliamo vestirci e dove vogliamo recarci quando usciamo: in poche parole significa ESPRIMERE I PROPRI BISOGNI CON CORAGGIO MA SENZA IMPORLI O PRETENDERE CHE L’ALTRO LI SODDISFI. Questo processo prevede inoltre che ci accettiamo per ciò che siamo: con i nostri pregi e difetti anche quando agli altri questo non fa comodo, e soprattutto – passaggio assai difficile per il dipendente affettivo – significa avere il coraggio di rinunciare all’approvazione altrui quando affermiamo qualcosa di noi che gli altri non condividono, e imparare ad accettare di vedere che l’atteggiamento degli altri verso di noi può cambiare in seguito al nostro cambiamento. Probabilmente alcune persone – quelle che ci sfruttavano o approfittavano della nostra dipendenza – se ne andranno, ma altre ne arriveranno, pronte ad amarci e a rispettarci per come siamo.

6. Aumentare autostima e fiducia

Il dipendente affettivo vive in una costante condizione di negazione di sé al fine di soddisfare l’altro perché – ricordiamolo – è terrorizzato dall’abbandono e dalla solitudine e pur di avere qualcuno accanto, è pronto a rinunciare a se stesso. Ma ora che ci si consce più a fondo, si conoscono i propri reali bisogni e desideri, ci si accorge di quanto ci si è svalutati, negati, lasciati sopraffare. È il momento di riprendere in mano la nostra vita e cominciare a fare qualcosa per sé, anche rinunciando se è il caso, ad essere sempre approvati. La stima di sé nasce dalla capacità di dare valore alle proprie necessità, ai propri gusti e valori, senza rinunciarvi per garantirci la presenza dell’altro. Nasce dalla capacità di fare concretamente ciò che ci piace e ci gratifica. Impariamo ad apprezzare ed onorare l’essere che siamo, a vedere la nostra profonda bellezza! Liberarci dalla corazza costruita sulla paura della solitudine, ci renderà più liberi e avvicinerà noi persone più rispettose.

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7. Liberarsi dal senso di colpa e dalla vergogna

Spesso il dipendente affettivo, consapevole di assumere atteggiamenti sconvenienti generati dalla sua dipendenza, si vergogna e si comporta quasi scusandosi di esistere. È vinto da un grande senso di colpa e di vergogna per gli errori che non riesce a smettere di compiere. Si condanna per questa sua “colpa” e si maltratta dentro di sé, usando parole di rabbia e delusione. In tal modo perpetra il circolo vizioso: si sente indegno di essere amato, assume atteggiamenti di dipendenza e scarsa autostima, si sente in colpa per questo, di conseguenza aumentano il suo senso di indegnità e vergogna, aumenta il senso di colpa e la convinzione di non meritare nulla, e ciò fa ulteriormente incrementare i comportamenti di dipendenza generati dalla paura dell’abbandono. SENTIRSI IN COLPA NON AIUTERÀ A STARE MEGLIO NÉ A CAMBIARE LO STATO DELLE COSE: bisogna rinunciare al senso di colpa e avere il coraggio di cambiare, anche se questo allontanerà alcune persone da noi.

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8. Sviluppare la propria forza

Imparare a seguire l’intuito, quella flebile vocina che ci dice quando qualcosa non va, è un passo molto importante per ognuno di noi, e lo è ancora di più per il dipendente affettivo. Imparare a capire quando una situazione diventa intollerabile e dolorosa e richiede troppe rinunce (a se stessi prima di tutto) è fondamentale per fare retromarcia. Dire di NO. Andarsene. Assumendosi il rischio di affrontare la solitudine e le peggiori paure ad essa legate. Questo coraggio però ci renderà liberi, e ci permetterà di comprendere che la solitudine non è un vuoto senza fine ma un’occasione di conoscenza e amore da dedicare a se stessi. Un giardino silenzioso in cui coltivare l’amore, il profondo rispetto e la conoscenza di sé, per tornare al mondo più completi e più forti. Il coraggio di affrontare questo dolore ci rende forti ed aumenta la fiducia in noi stessi, che a sua volta ci permetterà di fare le scelte migliori. Per sviluppare la nostra forza dobbiamo prima avere il coraggio di affrontare il disagio e le nostre più profonde paure.

9. Non temere il giudizio degli altri e diventare “egoisti”

Liberarsi dal cappio del giudizio altrui è un passo di grande importanza nel cammino verso la libertà ed il benessere personale e relazionale. Ci hanno insegnato a temere la disapprovazione, ad allinearci a ciò che pensano altri che riteniamo importanti, a supportare opinioni che non condividiamo, pur di sentirci “parte del gruppo”, di non restare da soli, di non rischiare l’abbandono. Ma tutto questo ci porta solamente ad esasperare una sorta di “schiavitù” silenziosa e socialmente accettata. Invece impariamo a dire di no, a dire ciò che pensiamo, ad affermare le nostre idee e i nostri bisogni. Senza temere che verremo per questo allontanati o abbandonati. Senza nemmeno pretendere che gli altri se ne facciano carico. Semplicemente lasciandoli esistere in quanto sono una parte di noi, la nostra modalità di manifestarci nel mondo. Chiediamo ciò che desideriamo e rifiutiamo ciò che non vogliamo più. Pensiamo a noi stessi e a ciò che ci porta crescita e benessere, rifiutando ciò che ci porta dolore, disagio, indegnità. Di fronte alla disapprovazione impariamo ad agire con rispetto e fermezza: questo sono io, e merito lo stesso rispetto e la stessa considerazione che meriti tu.

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10. Liberarsi dalla paura dell’abbandono

Ho posto alla fine della lista questo passaggio perché esso a mio avviso richiede che si costruiscano dapprima tutti gli altri, affinché vi siano i presupposti per lavorare su di esso. Si tratta infatti di un processo estremamente delicato, doloroso e difficile da affrontare; la paura dell’abbandononella forma che assume nella dipendenza affettiva – è un grande pozzo senza fondo, un vuoto senza luce che divora le energie, il coraggio e la speranza. Essa affonda le sue radici nella prima infanzia, nel rapporto avuto con le figure di riferimento (solitamente genitoriali), ed è in grado di definire per tutta la vita gli schemi relazionali che utilizzeremo con le persone amate. In alcuni casi, questi schemi sono sani e permettono lo sviluppo della persona e della coppia ma in altri casi – come accade nei dipendenti affettivi – assumono modalità insane, patologiche e limitanti. Non è possibile modificare tali schemi (costituiti da aspettative, ricordi, comportamenti e interpretazioni automatiche) in tempi veloci e senza prima aver preso una profonda consapevolezza del modo in cui essi si manifestano nella nostra vita. E’ consigliabile ricorrere all’aiuto di un professionista che ci possa lentamente e delicatamente accompagnare lungo questo percorso di conoscenza e cambiamento radicale. Tuttavia ricordo che questi schemi, responsabili del terrore dell’abbandono e di molti dei comportamenti che il dipendente affettivo attua per garantirsi di non essere lasciato da solo, possono essere cambiati. Reintegrandone gli aspetti più sani e modificando le convinzioni responsabili degli aspetti patologici.

Testi consigliati

Di seguito vi riportiamo alcuni libri consigliati dal nostro Staff, estremamente utili per affrontare e superare la dipendenza affettiva:

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Dipendenza affettiva: riconoscerla, affrontarla e superarla

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“Il dipendente affettivo è in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita, ponendosi tuttavia come la radice di un costante dolore e alimentando spesso altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali”

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Caratteristiche dell’amore dipendente

A quel punto nell’individuo si innesca una necessità di essere accuditi, manifestando un comportamento sottomesso e dipendente per timore della separazione. Tale comportamento dipendente compare nella prima età adulta ed è presente in una varietà di contesti. L’amore dipendente si mostra con le seguenti caratteristiche:

  • è ossessivo e tende a lasciare sempre minori spazi personali
  • è parassitario e basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia da parte dell’amato
  • è caratterizzato dalla stagnazione e dall’auto-assorbimento, ossia da una tendenza a ripiegarsi su se stesso e a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento e necessita di mantenere fermi alcuni punti certi, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita.

Nella dipendenza affettiva esistono 2 elementi distintivi della vita emotiva interiore :

  • un bisogno di sicurezza che fa da guida ad ogni comportamento
  • una tendenza a disconoscere e a fare disconoscere all’altro i propri bisogni di ricevere amore

Un’attitudine che sembra radicata in un’infanzia in cui ci si è abituati a limitare le proprie aspettative in conseguenza a delle esperienze relazionali precoci inappaganti e frustranti.

“Amore e dipendenza sono avversari; se coesistono, ci distruggono. Se questo capita, anche se la relazione continua, l’amore si oscura e si sottomette alla dipendenza”

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I grandi errori delle persone dipendenti

Le persone dipendenti sono incapaci di vivere sole, senza un partner. Quando mettono fine ad una relazione, cercano immediatamente qualcuno che colmi il vuoto venutosi a creare. Spesso queste relazioni non si basano sull’amore, ma sulla necessità. Ciò porta, col tempo, alla noia, alle discussioni e alla rottura della coppia. Tuttavia, le persone dipendenti non sono consapevoli dei loro problemi finché l’ansia, la disperazione e l’infelicità non si palesano.

  • Fanno l’errore di porsi dei limiti. I limiti sono necessari in quasi tutti gli aspetti della nostra vita. Ad esempio, magari vi piace eccedere su determinati alimenti, ma sapete che se lo fate tutti i giorni, la vostra salute correrà qualche rischio. Nelle relazioni con soggetti dipendenti, questi ultimi finiscono sempre per cedere su cose su cui non vorrebbero cedere. Lo fanno solo per non perdere chi hanno al loro fianco. Per questo motivo, finiscono per subire spesso maltrattamenti. Ovviamente la loro autostima è molto bassa. Si tratta di persone che non si esprimono con sincerità per paura del rifiuto. Mettono da parte ciò che davvero vogliono per evitare di sentirsi di nuovo vuote.
  • Fanno l’errore di credere che il loro mondo gira attorno alla persona “amata”.Le persone dipendenti cambiano a seconda del loro partner. Ciò avviene perché si adattano alla persona che hanno al fianco. Nonostante si frequenti qualcuno, dovremmo sempre continuare a realizzare le attività che ci piacciono. Per una persona dipendente, però, le cose non vanno in questo modo. Comincia ad adottare i gusti del compagno, mettendo da parte tutto ciò che lo appassionava prima. Prende piede, inoltre, una sorta di sentimento ossessivo compulsivo che porta a pensare sempre alla persona di cui si ha bisogno, facendo le cose solo per lei. Perché succede? Perché le persone dipendenti non vedono la coppia come due soggetti indipendenti che condividono la vita. Intendono la relazione come la fusione di due individui in uno.

“La vita si modella attorno al partner, cambiando del tutto. Una circostanza che non dovrebbe mai verificarsi”

  • Pensano che la felicità non dipenda più da se stessi. Quando essere felici o tristi comincia a dipendere da come si comporta l’altra persona, siamo di fronte ad un grosso problema. Improvvisamente si smette di essere padroni delle proprie emozioni, questa grande responsabilità passa sulle mani dell’altro. Una brutta parola, il partner che ci ignora o cose simili, trasformeranno un giorno piacevole in un momento buio e malinconico. Non dobbiamo lasciare che il nostro stato d’animo dipenda da altre persone. Esse non sono noi, non controllano i nostri sentimenti. Stiamo permettendo tutto questo nonostante non ci faccia stare bene.
  • Fanno l’errore di temere di essere abbandonati. Una persona emotivamente dipendente non lascia mai il proprio partner, a meno che non sappia, con assoluta certezza, di avere un sostituto pronto a rimpiazzarlo. In caso contrario, vive con la costante paura di essere abbandonata, per questo dà la priorità alle necessità dell’altro e fa di tutto per compiacerlo. In altre parole si sottomette. Ciò genera un’urgenza per il controllo della situazione che, a volte, è impossibile concretizzare. Quando capita, sorgono l’angoscia, l’ansia e la disperazione.
  • Credono che la felicità consisti a stare accanto a loro nonostante tutto. Anche se si sostiene di esserlo, in realtà non si sa cosa significhi essere felici. Ogni volta che tali persone si sentono sole, rischiano un attacco di panico. Gli altri sono diventati per loro una droga a cui afferrarsi per ricevere la dose giornaliera. In loro assenza, si soffre di una vera e propria crisi di astinenza.

Testi consigliati

Di seguito vi riporto alcuni libri consigliati da me e dal mio Staff, estremamente utili per affrontare e superare la dipendenza affettiva:

Leggi anche: Perché un uomo sposato tradisce la moglie con un’altra donna o una prostituta?

Come guarire dalla dipendenza affettiva?

Se siete o siete stati dipendenti non dovete pensare che non esiste soluzione. Il vostro problema è che non vedete la situazione da un’altra prospettiva. Cominciate a sforzarvi di stare da soli, smettete di legarvi a qualcuno solo per non sentire il vuoto.

Se credi di soffrire di dipendenza affettiva ed hai bisogno di supporto, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a superare questo momento difficile.

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Nel momento stesso in cui impareremo a stare bene con noi stessi, potremo stare con qualcuno senza averne bisogno.

Ti amo perché voglio amarti, perché ti ho scelto e perché mi piace starti accanto; non perché sei indispensabile per la mia felicità

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Colleghi le donano le ferie per stare con la figlia malata: morta la bimba di 6 anni

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma DONANO FERIE FIGLIA MALATA MORTA 6 ANNI  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgNicole non ce l’ha fatta: la piccolina si è spenta il giorno della vigilia di Natale tra le braccia della mamma nella loro casa di Marostica (Vicenza). La bimba di sei anni era affetta da tetraparesi spastica e la sua storia aveva commosso il Paese dopo che, qualche settimana fa, i colleghi della mamma avevano deciso di donarle le loro ferie per consentire alla donna di stare accanto alla figlia. Le condizioni di Nicole si sono aggravate a settembre, con il ricovero della bimba in terapia intensiva all’ospedale di Padova. Poi il ritorno a casa, sulle colline di Marostica, nonostante le sue condizioni fossero ancora gravi. A dicembre, a complicare la situazione ci si è messo il lavoro dei genitori: i due si sono trovati senza ferie e permessi mentre la piccola aveva costante bisogno della loro assistenza, giorno e notte. Ed è qui che è successo un piccolo “miracolo di Natale” che ha commosso il Paese.

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Il gesto dei colleghi della mamma
I colleghi della mamma, Michela Lorenzin, 34enne dipendente della Brenta Pcm di Molvena, hanno deciso di aiutarla. Si sono uniti e le hanno regalato le loro ferie, dieci mesi in tutto. “Molti li conosco soltanto di vista, eppure hanno saputo fare un gesto di puro altruismo, arrivando a rinunciare, per me, a un po’ del tempo che invece avrebbero potuto trascorrere con le loro famiglie”, raccontava Michela al Corriere del Veneto. “Questo Natale è magico, ricevo cosi tanta solidarietà da tante persone”, scriveva il 22 dicembre su Facebook. Solo due giorno dopo, la sua Nicole si sarebbe spenta. E’ proprio Michela, il giorno di Natale, ad annunciarlo in un post: “Ieri sera io e Nicole nel nostro abbraccio di arrivederci. Ti amerò per sempre, un giorno ci incontreremo”.

Tante volte pensiamo di essere sfortunati perché non ci possiamo permettere l’ultimo modello di cellulare o di borsa. La realtà è che le cose importanti della vita, come la salute di un figlio, le diamo per scontate e non lo sono affatto. Fermiamoci un attimo e riflettiamo sulle cose belle che abbiamo – e che altri non hanno – piuttosto che su quelle che vorremmo.

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La persona più intelligente al mondo mai esistita nella storia dell’uomo

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PERSONA PIU INTELLIGENTE MONDO STORIA  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpg

Quando si parla di QI (quoziente d’intelligenza) si indica un punteggio, ottenuto tramite uno dei molti test standardizzati, con lo scopo di misurare o valutare l’intelligenza umana, ovvero lo sviluppo cognitivo dell’individuo.

  • Un punteggio sotto 70 può indicare un ritardo mentale marcato.
  • Un punteggio tra 70 e 84 indica un ritardo mentale lieve.
  • Un punteggio tra 85 e 99 mette l’autore del test leggermente al di sotto della media della popolazione, ma è comunque considerato nella normalità.
  • Un punteggio di 100 rappresenta la media della popolazione.
  • Un punteggio tra 101 e 120 porta l’autore del test al disopra della media della popolazione, ma è comunque considerato nella normalità.
  • Un punteggio tra 121 e 140 indica una intelligenza significativamente al disopra della media.
  • Punteggi oltre i 140 appartengono ai geni.

La persona più intelligente al mondo, a dieci anni, ha totalizzato… 228. Questa persona è la donna che vedete in foto e si chiama Marilyn vos Savant.

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Marilyn vos Savant è un’editorialista e saggista statunitense nata a Saint Louis l’11 agosto del 1946. Questa signora settantenne è famosa soprattutto per un motivo: è la persona più intelligente al mondo di tutta la storia dell’uomo, in base ai suoi risultati nel test del quoziente d’intelligenza. In realtà gli ultimi studi sembrano confermare che il QI non dica esattamente la verità sulla nostra intelligenza, ma Vos Savant è comunque una persona che in diverse occasioni e con test diversi tra loro, ha ottenuti i migliori risultati tra tutti quelli che ci hanno provato, quindi è sicuramente una persona con una intelligenza sicuramente fuori scala.

Più intelligente di Albert Einstein e Stephen Hawking
A 10 anni aveva l’intelligenza mentale di una persona di 23 anni e dal 1986 al 1989 è stata nel Guinnes dei primati per avere il QI più alto al mondo. Poi ci furono delle discussioni sull’effettiva affidabilità di quei test e il record le fu tolto: da allora essere “la persona più intelligente del mondo” non è più uno dei primati del Guinness e anche vos Savant ha detto di ritenere impossibile misurare davvero l’effettiva intelligenza di una persona. I risultati ottenuti da Vos Savant – più alti di quelli di Albert Einstein o Stephen Hawking – divennero pubblici solo negli anni Ottanta; sembra che prima si evitò di renderli noti per evitare le eccessive attenzioni che può subire un “piccolo genio”. A quel punto però divenne molto famosa. Fece moltissime interviste: una, molto apprezzata, nel 1986 con il settimanale Parade, che esce come supplemento domenicale di centinaia di giornali statunitensi. Parade era ed è letto da milioni di persone e dopo il successo di quell’intervista la rivista le propose di curare una rubrica in cui rispondere a domande, indovinelli e curiosità matematiche dei lettori. Vos Savant accettò e la rubrica, che ora è quotidiana e anche online, prosegue dal 1986. La rubrica e vos Savant diventarono ancora più famosi nel 1990, quando un lettore mandò una domanda sul problema Monty Hall, che usa un’auto e due capre nascoste dietro a tre porte per parlare di logica e teoria della probabilità.

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Il problema di problema Monty Hall
Monty Hall è lo pseudonimo di Monte Halparin, il creatore e conduttore di Let’s make a deal, un programma tv con dei concorrenti e con un premio finale. Il programma esiste dagli anni Sessanta e va ancora in onda, anche se sono cambiate sia le regole che il conduttore. Quando c’era Hall funzionava così: un concorrente arrivava al gioco finale e aveva la possibilità di vincere un’auto nuova. Il fatto è che l’auto era nascosta dietro una sola di tre porte chiuse; dietro le altre due c’erano delle capre. Il concorrente doveva scegliere una delle tre porte: la A, la B, o la C. Ne sceglieva una (per esempio la A) e a quel punto Hall, che sapeva dov’erano le capre e dov’era l’auto, apriva una delle due porte dietro a cui c’era una capra (per esempio la C). A quel punto Hall offriva al concorrente la possibilità di continuare a puntare sulla porta A o di cambiare e puntare sulla porta B.Quale scelta fareste? Restereste sulla A o cambiereste, scegliendo di aprire la B? Questa scelta la fareste a caso, come si punta alla roulette, o per logica e calcolo delle probabilità?Dovreste scegliere la B, perché avreste più possibilità di vincere un’auto. A certue persone può sembrare illogico: «Ma come, sono due porte, ci sono il 50 per cento di possibilità di indovinare». No, l’unico motivo per cui potrebbe davvero convenirvi di stare sulla porta A e non cambiare scegliendo la porta B è che preferiate una capra a un’auto nuova. Restando sulla A c’è il 33,3 per cento di possibilità di vincere l’auto; andando sulla B c’è invece il 66,6 per cento di possibilità di vincere.

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Leggere male a tuo figlio influenza lo sviluppo del suo cervello

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma LEGGERE MALE FIGLIO SVILUPPO CERVELLO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgLeggere una storia ai propri figli è un’abitudine molto diffusa ed importante che potenzia lo sviluppo del bambino, anche se i neuroscienziati avvertono che staremmo sprecando una buona opportunità, perché, a quanto pare, non lo stiamo facendo correttamente.
Infatti, la maggior parte dei genitori legge ai figli la notte prima che si addormentino, per conciliare velocemente il sonno. Così il racconto prima di addormentarsi si trasforma in una routine il cui obiettivo principale è quello di rilassare il bambino. Altri genitori sono più attenti e si preoccupano che la lettura migliori le competenze linguistiche dei bambini o consolidi determinati valori.
Ma i neuroscienziati affermano che leggere libri ai bambini, senza fare pause o promuovere la riflessione, è come guardare un film. In pratica, i bambini vengono attratti nella trama e sono così ansiosi di arrivare alla fine per scoprire come termina la storia che si perdono i dettagli più importanti, o almeno si lasciano sfuggire le maggiori opportunità di crescita. La buona notizia è che i genitori possono rimediare a questo “errore” cambiando semplicemente il modo di leggere.

La lettura cambia il cervello del bambino
Uno studio condotto da psicologi della Princeton University ha scoperto che quando leggiamo un romanzo sviluppiamo un atteggiamento più empatico e comprendiamo meglio gli stati mentali degli altri. Questo perché i romanzi catturano la nostra attenzione e, attraverso la trama, ci coinvolgono nei pensieri e le emozioni dei personaggi, aiutandoci a metterci nei panni degli altri.
Un altro studio condotto presso la Emory University ha fatto un passo ulteriore scoprendo che gli effetti della lettura sul cervello non sono effimeri, ma si mantengono nel tempo. Secondo questi neuroscienziati, leggere un buon romanzo è come ricevere un dolce ma potente “massaggio”, direttamente nel cervello. E la cosa più interessante è che questi cambiamenti persistono anche cinque giorni dopo aver terminato la lettura, indicando che gli effetti della lettura non terminano quando chiudiamo il libro.
Ovviamente, la maggior parte dei libri per bambini non sono così profondi e ricchi di dettagli, ma in generale tutti i racconti infantili possono essere utilizzati per favorire l’empatia e sviluppare il processo decisionale. In effetti, uno studio condotto presso l’Ospedale di Cincinnati con bambini tra 3 e 5 anni d’età, ha rivelato che il cervello dei piccoli ai quali i genitori solevano leggere, mostrava una maggiore attività in risposta alla lettura nei settori connessi alla comprensione narrativa e le immagini visive.
Il segreto per ottenere che la lettura potenzi ulteriormente l’apprendimento e lo sviluppo del cervello infantile è molto semplice: leggere facendo delle pause.

Enfatizzare i conflitti migliora l’apprendimento
Secondo i neuroscienziati, la chiave perché i bambini ottengano il massimo beneficio dalla maggior parte dei libri è che i genitori siano in grado di evidenziare i conflitti che si presentano nella trama, esattamente l’opposto di ciò che gli adulti fanno di solito.
Infatti, spesso sorvoliamo velocemente i conflitti che si presentano nei libri, leggiamo rapidamente per arrivare alla fine, che in genere è: “e vissero tutti felici e contenti”. Ma in realtà, dovremmo proprio fare una pausa quando nella trama si presentano delle situazioni conflittuali e chiedere al bambino cosa farebbe al posto dei protagonisti della vicenda.
A questo proposito, gli studi hanno dimostrato che quando stiamo imparando e dobbiamo prendere una decisione, ricordiamo meglio. Ciò che avviene in questi casi è che il cervello inizia a funzionare nel suo complesso. Quando il bambino ascolta il racconto che gli leggono i genitori assume un ruolo passivo. Tuttavia, quando partecipa attivamente e prende decisioni circa il corso degli eventi si attivano diverse aree cerebrali che facilitano ulteriormente l’apprendimento.
Ed è proprio questo momento di riflessione che permette un apprendimento più olistico, che lascia tracce profonde nel cervello del bambino. Infatti, spesso la parte più interessante del racconto si verifica proprio quando i genitori chiudono il libro e il bambino riflette su ciò che ha sentito. Per questo si dice che i libri migliori sono quelli che fanno pensare quando la storia è finita.

Un momento per la trama e un’altro per l’ apprendimento
È importante che genitori e insegnanti comprendano che l’obiettivo della lettura non è semplicemente che i bambini imparino parole nuove o sviluppino l’amore per la lettura, ma generare esperienze più intense dal punto di vista intellettuale che favoriscano anche lo sviluppo delle funzioni cognitive. Inoltre, questa forma di lettura stimola anche l’empatia, dato che motiva il bambino a mettersi al posto dei personaggi, “buoni” o “cattivi”, contribuendo a sviluppare la “Teoria della Mente”. Inoltre, trovarsi di fronte a un dilemma morale è anche un potente strumento per trasmettere dei valori.
Naturalmente, non è necessario fare una pausa per riflettere ogni volta che leggiamo loro una storia, perché è anche importante che i bambini godano della magia della trama e si lascino trasportare dagli eventi. Tuttavia, è importante che genitori e insegnanti siano consapevoli del fatto che la lettura veloce non permette di ottenere il massimo beneficio da quei libri speciali che contengono lezioni di vita in attesa di essere scoperte.

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I 10 consigli per far funzionare una storia d’amore

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma CONSIGLI FAR FUNZIONARE STORIA AMORE  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgFinchè morte non vi separi pronunciato al termine dello scambio dei voti nuziali suona spesso tanto sinistro quanto anacronistico, perché mai come oggi la fatidica soglia dei sette anni (ovvero, la scadenza entro la quale molti matrimoni entrano in coma irreversibile) appare purtroppo un traguardo irraggiungibile. Se però siete tipi che non mollano e avete deciso di andare avanti «nella buona e nella cattiva sorte» (o almeno di provare a farlo), ricordate che a volte bastano dei piccoli cambiamenti per riportare a nuova vita un rapporto in crisi in modo che una storia d’amore vada ben oltre i famosi 84 mesi, eccone dieci:

1 – Iniziate sempre la giornata con una piccola gentilezza
Chiedersi cosa si possa fare per rendere più felice la giornata dell’altro o dell’altra come primo pensiero del mattino aiuta a concentrarsi sui bisogni del partner, anche se magari dura solo quei primi cinque minuti in cui ci si sveglia. Sempre però meglio che niente.

2 – Ricordatevi che stare insieme non significa essere uguali
Ognuno di noi ha le proprie idee, che non devono necessariamente coincidere con quelle del partner, e come tali vanno sempre rispettate. In altre parole, essere intimi non vuol dire annullarsi l’un l’altro bensì capire come mantenere la propria autonomia, in questo caso anche di pensiero.

3 – Basta preoccuparsi delle rughe
Quando s’invecchia si è spesso spinti a non vedere i segni del tempo sul corpo dell’altro, tanto che molte coppie continuano a guardarsi come se fossero ancora uguali a quando si sono innamorate. Non si sa se il cervello agisca spontaneamente in questo modo né perché lo faccia, ma di certo è una gran bella cosa.

4 – Individuate il vostro “punto di non ritorno”
Ovvero quella circostanza che scatena inevitabilmente la lite, perché così è sempre successo nel passato. Una volta trovata, è infatti più facile evitarla quando si capisce che si è imboccato quella strada: in quel caso, basta stare zitti e non iniziare nemmeno a questionare, perché tanto non si va da nessuna parte.

5 – Non siate solo amanti ma anche amici
Con il passare degli anni la complicità sessuale aumenta e si fa via via sempre più profonda, ma alla fine è l’amicizia che deve prendere il sopravvento su tutto il resto e che deve aiutare a superare le prove più dure. Non a caso si dice che un’amicizia duratura sia la base di un matrimonio solido.

6 – Circondatevi di coppie felici
Si dice che il successo chiami il successo e lo stesso vale per la felicità: avere attorno persone tristi o litigiose rischia di avere delle ripercussioni negative sulla coppia, che finisce per farsi influenzare da questi comportamenti disfattisti. Meglio dunque stare alla larga da certa gente e preferire i tipi allegri e positivi.

7 – Ripetete all’altro quello che sta dicendo
A volte i litigi o le discussioni nascono perché non si capisce cosa stia dicendo o voglia dire l’altra persona, anche se basterebbe un semplice «cosa intendi?» per chiarire la questione ed evitare malintesi. La soluzione? Ripetete ad alta voce quello che pensate che il partner vi stia dicendo per avere la conferma dal diretto interessato che era proprio quello che intendeva dire.

8 – Dividete i lavori di casa in base alle rispettive capacità
Abitare insieme significa anche essere collaborativi e se uno di voi crede di poter o saper fare meglio una determinata cosa rispetto all’altro, che la faccia e basta.

9 – Fate una pausa
«Fate un passo indietro e vedrete tutto il cielo», dice un proverbio cinese. In altre parole, se state litigando, fermatevi un attimo e cambiate prospettiva: il risultato potrebbe sorprendervi (e farvi smettere di discutere).

10 – Sappiate che c’è sempre qualcosa da imparare
Un matrimonio è una sorta di “lavori in corso” continui, che richiede più impegno di quanto si possa pensare e di cui non si vede mai il punto d’arrivo. Ma alla fine resta comunque un viaggio che vale la pena d’intraprendere, per quanto difficoltoso possa essere.

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Ho donato un rene, ora vivo una vita più piena

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma HO DONATO UN RENE VIVO VITA PIENA  Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgUna vita nuova e diversa può iniziare all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Fissavo la porta chiusa di Terapia Intensiva. Il cervello di mia cugina Elena, a 42 anni, era stato inondato da una emorragia, ma il suo corpo era sano e forte. Fissavo quella porta, in attesa. I medici uscirono e ricevettero il consenso alla donazione dei suoi organi. All’improvviso la vita delle sue due bambine cambiò per sempre, come altrettanto, all’improvviso, cambiò per sempre la vita di chi ricevette il cuore di Elena, i suoi reni, il suo fegato: in ciascuno di loro prendeva vita una nuova continuità di esistenza, attraverso la concreta espressione di amore che quel dono rappresentava.

Pensando ad Elena, un giorno guardai una ragazza che sapevo sottoporsi alla dialisi tre volte alla settimana e all’improvviso capii: «Io sto bene, ho due reni che funzionano. Se ne dessi uno a quella ragazza, o a chiunque sia nelle sue condizioni, staremmo bene in due». Iniziai così l’iter degli accertamenti. L’esito positivo di ciascuna analisi mi apriva la porta a quella successiva. Fui fortunata, passo dopo passo si aprirono tutte le porte, fino a quella della sala operatoria, ove mi accompagnò il chirurgo che amorevolmente aveva condiviso con me questo cammino.

Mi svegliai dopo l’intervento immaginando il mio rene destro dentro la sua culla, una specie di borsa-frigo in cui riposava ed era alimentato, durante il viaggio necessario per giungere in quell’ospedale che non conoscevo, dove lo attendeva l’equipe di chirurghi che lo avrebbe inserito nel grembo della persona che era stata scelta in base alla compatibilità. Non so chi sia quella persona e non so nulla della sua vita. Ma so la cosa più importante per me: ora stiamo bene in due. E mi piace pensare che questa persona possa vivere le sue giornate e pensare al proprio futuro con ritrovata libertà.

Io credo che nella vita ciascuno possa incontrare tante e tante occasioni per trasformare l’«io» in «noi», perché in tanti modi diversi, durante il proprio cammino, si presenta la possibilità di scegliere di vivere questa trasformazione. Quest’esperienza di donazione di un rene ad una persona sconosciuta ha donato, a propria volta, due significati alla mia vita: il primo è la ragione stessa di esistere, in quanto manifestazione del senso di «comunità»; il secondo è l’aver dato alla luce una vita nuova, quella che ha davanti a sé la persona sconosciuta che porta in grembo il mio rene.
Mi chiamo Paola.

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Ragazza è sterile per un tumore: sua madre partorisce un figlio per lei

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma RAGAZZA STERILE MADRE FIGLIO PER LEI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgA 18 anni sembrava che la sua esistenza fosse spezzata inesorabilmente: il cancro al collo dell’utero che le avevano appena diagnosticato le lasciava poche speranze di vita e le toglieva per sempre ogni possibilità di avere figli. Quel referto medico suonava come una condanna a morte che spazzava via in un colpo solo tutti i suoi sogni di adolescente. Tre anni dopo Jessica Jenkins, una parrucchiera 21enne di Rhymney, nel Galles, si ritrova guarita dal tumore e con un bimbo di tre chili tra le braccia, partorito il 2 dicembre da sua madre Julie Bradford, 45 anni, che ha portato avanti la gravidanza al posto della figlia: la ragazza, infatti, prima di cominciare le cure si era fatta prelevare 21 ovuli per avere degli embrioni da congelare e utilizzare in futuro in caso se ne fosse presentata l’occasione. Julie, già madre di tre figli, si ritrova ora a essere contemporaneamente madre e nonna del piccolo Jack.

In quei 21 ovuli (solo dieci dei quali sono sopravvissuti) c’era già una premonizione: a 21 anni Jessica avrebbe avuto un bimbo, anche se a partorirlo sarebbe stata sua madre. «Mamma è stata la donna più coraggiosa e sorprendente del mondo, la amo in un modo che non si può descrivere per avermi dato mio figlio – dice la ragazza – Fin da bambina desideravo diventare madre, ora il mio sogno si è avverato. Jack è perfetto sotto ogni aspetto».

Quando nel 2013 Jessica andò in ospedale per farsi visitare, i medici le dissero che aveva una malattia trasmessa sessualmente: secondo loro era troppo giovane per avere un tumore all’utero. La verità venne a galla solo dopo ulteriori test, quando la biopsia rivelò che si trattava proprio di un tumore e, poche settimane dopo, fu accertato che si era diffuso ai linfonodi. I medici furo chiari: Jessica non avrebbe mai più potuto avere figli. Fu a quel punto che la ragazza decise di far congelare gli ovuli, e Julie si offrì come madre surrogata.
In questi anni Jessica ha lottato contro il cancro e, a quanto pare, sembra avercela fatta: ora è in remissione, si sottopone a regolari check-up per assicurarsi che il cancro non torni e collabora a una campagna per incentivare le giovani donne a sottoporsi al pap-test. Visti i risultati, in primavera ha deciso che la sua vita poteva nuovamente guardare al futuro e, insieme al marito Rees, ha benedetto il momento in cui aveva fatto congelare i suoi ovuli: un embrione è stato scongelato e impiantato nel grembo di sua madre, che il 2 dicembre ha partorito Jack, consentendole di dare con orgoglio l’annuncio su Facebook.

«Gli ultimi tre anni – ha detto Julie – sono stati i peggiori in assoluto, ma per fortuna ho avuto la fortuna di poter contribuire perché tutto tornasse a posto. Vedevo Jessica così sofferente e impaurita che avrei voluto prendere il suo posto, ma non c’era nulla che potessi fare e mi sentivo inutile: il cancro sembrava essersi impadronito delle nostre vite. Avevamo tutti il cuore spezzato pensando che il sogno di mia figlia, quello di avere un bimbo, non si sarebbe mai potuto avverare. Per questo, quando si è presentata la possibilità di fare da “madre surrogata” non ci ho pensato due volte: è stato un onore per me mandare avanti la gravidanza del bimbo di Jessica e Rees. Siamo stati così tante volte in ospedale in questi anni: non mi sembra vero che l’ultima visita sia stata per un’occasione così felice».

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