Psicopatologia di guerra: disturbi mentali in esercito, paracadutisti, marina ed aeronautica militare

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L’esercito e i disturbi mentali

In tutte le epoche, la fanteria ha sempre pagato il prezzo più elevato in termini di violenza e di sacrifici. La fanteria rappresenta il cuore dell’esercito ed è il mezzo primario di attacco. L’asprezza dei combattimenti, che arrivano fino al corpo a corpo, le condizioni precarie di vita al campo, talvolta nella neve e nel fango, talvolta nei deserti sotto un sole ardente e disidratante, talvolta ancora nell’umidità della giungla, le marce spossanti attraverso mille ostacoli, l’imboscata e le ore di attesa prima dell’assalto, sono terribilmente faticosi, e psicologicamente duri da sostenere. I soldati della fanteria vivono continuamente nell’incertezza del momento e del domani. Presi da un’angoscia permanente e consapevoli che possono morire da un giorno all’altro senza preavviso, i fanti sono molto vulnerabili. Un tempo si potevano spostare solo a piedi, mentre attualmente viene spesso trasportato sul luogo di battaglia con aeroplani, elicotteri, con rapidi mezzi cingolati oppure viene lanciato dal cielo sospeso al paracadute. Il fante è così diventato un combattente dalle molteplici potenzialità. Tenendo conto di questi fattori, sono state fatte delle correlazioni fra i disturbi mentali e la durata effettiva del combattimento. Si è verificato che nei primi giorni di combattimento si manifestavano le reazioni nevrotiche; poi, per circa trenta giorni, vi era una fase di adattamento positivo e in seguito si ripresentavano disturbi psichici, questa volta più gravi, in accordo con lo stato di spossatezza. Gli stessi studi hanno mostrato che esiste una relazione fra le perdite per motivi psichiatrici e le perdite generali del contingente. Se il 65% dei soldati di un contingente è caduto, nei sopravvissuti molto probabilmente compariranno disturbi mentali e psicosomatici. Queste percentuali andrebbero modificate tenendo conto di altri fattori generali, ma restano comunque buon indice di previsione. Ad esempio durante la Seconda guerra mondiale nel Sud Pacifico, il 35% delle « psiconevrosi di guerra » si manifestava durante la seconda e la terza settimana di combattimento, il 10% durante la quarta e, di nuovo, il 35% fra la decima e la dodicesima settimana.

I paracadutisti e i disturbi mentali

I paracadutisti (o truppe aerotrasportate), rappresentano un gruppo a parte e sono oggetto di uno speciale interessamento e studio psicologico. Il salto nei paracadutisti è l’evento determinante. Rappresenta il passaggio brutale nell’incognito, il passaggio dall’ambiente protetto della carlinga dell’aereo al combattimento e forse alla morte. Tutto diventa incertezza e pericolo. Il trauma fisico «shock all’apertura» viene ad aggiungersi allo shock emotivo. Sempre in agguato, il paracadutista è pronto a precipitarsi nel duello corpo a corpo. I paracadutisti delle squadre speciali, lanciati da altezze elevate, al di sopra delle nuvole, aprono il loro paracadute a poche centinaia di metri dal suolo, aumentando così l’effetto sorpresa e provocando un effetto terrorizzante sulle truppe nemiche. I paracadutisti hanno uno spirito di corpo molto sviluppato, totalmente rivolto verso l’azione offensiva. Dato che dipendono gli uni dagli altri, formano un ambiente strutturato, necessario alla loro sicurezza personale. Vengono selezionati in base alla loro qualità fisiche e ad una buona stabilità emotiva. Fra le sindromi psicopatologiche manifestate dai paracadutisti, viene segnalata, in particolare, la modificazione dei sentimenti etici abituali: l’aggressività trova qui libero sfogo. Si ritorna così all’origine dell’aggressività e, in particolare, al suo carattere «primitivo» o «reattivo» a certe frustrazioni e rifiuti precedenti. Si possono assimilare ai paracadutisti le truppe specializzate nell’attacco, come ad esempio le truppe da sbarco. Esse sono caratterizzate dallo stesso spirito offensivo e ogni loro azione è orientata verso la distruzione e la morte dell’avversario. Hanno bisogno delle stesse qualità di energia, di decisione e di resistenza fisica. Prima che si iniziasse a selezionare con rigore queste « truppe d’urto », si riscontrava un’importante patologia psichiatrica nei soggetti più fragili (85% dei casi). Al giorno d’oggi tale patologia è molto più rara. L’aggressività, pur essendo indispensabile, deve essere controllata e orientata affinché sia utilizzabile ed efficace. Altra importante sindrome manifestata da molti paracadutisti è il cosiddetto «rifiuto al salto» . Tali rifiuti sono peraltro meno frequenti che in passato, grazie al miglioramento dei dispositivi di sicurezza che praticamente escludono ogni possibilità di incidenti (paracadute ad apertura comandata e dispositivo di apertura automatica). Nonostante questo, non sono rare certe sintomatologie psicosomatiche subito dopo il salto o il combattimento, come ad esempio crisi di asma, alopecia, disturbi digestivi. Da un punto di vista psicanalitico, ci si è domandati se i paracadutisti non rivivessero simbolicamente, attraverso il salto nel vuoto, un’angoscia infantile e i traumi affettivi dei primi anni di vita. Il salto col paracadute potrebbe in qualche modo far rivivere le esperienze infantili iniziali di separazione, che rappresentano il prototipo di tutti i sentimenti di ansia.

La marina militare e i disturbi mentali

La patologia psichiatrica risulta minore nella marina che nelle forze terrestri. Ciò è dovuto a molteplici motivi: la selezione iniziale è più rigida, le condizioni normali di vita a bordo sono più soddisfacenti, vi è una migliore coesione del gruppo e il combattimento è raramente del tipo corpo a corpo. Una volta iniziata la battaglia, i malati non potrebbero trarre vantaggi secondari dai loro sintomi dato che l’evacuazione per motivi sanitari è del tutto impossibile in questo tipo di combattimento in cui sono in gioco la nave e gli uomini. Nei sottomarini, la patologia mentale è molto rara. Durante il secondo conflitto mondiale, i casi psichiatrici rilevati fra i marinai in servizio a bordo dei sommergibili furono relativamente bassi. Questo grazie alla struttura particolarmente solida di queste comunità speciali che vivono in uno spazio ridotto e confinato. La psicologia dei sommergibilisti, è fortemente collegata alle condizioni ambientali a bordo del sottomarino (esiguità dello spazio e mancanza di sbocchi, monotonia della vita, inframmezzata da periodi di intensa emozione al momento dell’appostamento o della battaglia). I sottomarini nucleari, che rimangono sommersi durante lunghe traversate, impongono al loro equipaggio particolari problemi di adattamento psicologico. Questi vengono in gran parte risolti grazie al miglioramento delle condizioni di vita a bordo, e al tentativo di circondare i membri dell’equipaggio di cose o elementi che possano in qualche modo simulare la loro vita in superficie (finta illuminazione a giorno, finestre e panorami falsi, distrazioni, circuiti televisivi, ecc.). Le sindromi claustrofobiche sono rare data la rigidità nella selezione dell’equipaggio. Al contrario, sono state riscontrate sindromi di disadattamento ai ritmi biologici con disturbi del sonno al momento del ritorno dopo un lungo viaggio. Il caso particolare dei naufraghi mette in evidenza gli aspetti psicologici della lotta per la sopravvivenza. Generalmente si impone ben presto sul gruppo un capo (il «leader») che non è necessariamente un graduato o qualcuno investito già precedentemente di autorità riconosciuta. Questo capo si sforza di ristabilire l’ordine e di contenere il panico nei sopravvissuti, che possono arrivare, spinti dalla fame e soprattutto dalla sete, a uccidersi a vicenda.

L’aeronautica militare e i disturbi mentali

Durante la Prima guerra mondiale gli aviatori venivano reclutati attraverso il volontariato degli altri corpi dell’esercito, attirati dal fascino e dal prestigio di questa nuova arma. Gli aviatori erano uomini di azione e di coraggio un po’ avventurosi. Tendevano addirittura a considerare il combattimento come una gara. Gli avversari, allora poco numerosi, si riconoscevano fra loro, talvolta si salutavano, e perfino si risparmiavano. Quando i loro aerei venivano abbattuti durante il conflitto, erano considerati come eroi sopravvissuti, venendo così ricoperti di gloria. Dopo la Prima guerra mondiale vennero segnalati soprattutto disturbi fisici, quali l’ipossia, mentre furono sottovalutati i fattori emotivi e psicologici. A questi venne attribuita la giusta importanza soltanto dopo la Seconda guerra mondiale. La qualità e le condizioni di vita dell’equipaggio sono state descritte con precisione: numero, frequenza, natura (caccia o bombardamento) delle missioni e circostanze del combattimento. Si riscontrano così fenomeni di fatica dovuta alla concentrazione, all’insonnia nei voli notturni, alla prolungata immobilità al posto di pilotaggio. Vi sono poi interessanti particolarità che sono legate al posto che i soggetti occupano all’interno dell’equipaggio; nelle unità inglesi di bombardamento notturno, l’incidenza più elevata di disturbi psichiatrici è stata riscontrata fra i mitraglieri: isolato nella sua torretta, separato dai compagni, il mitragliere interviene solo occasionalmente, ma è continuamente in stato di allerta e, più di tutti, è soggetto alla paura. Le caratteristiche spettacolari dei combattimenti aerei, la morte dei compagni dentro i loro aerei in fiamme impressionano l’equipaggio e alimentano l’angoscia. Nella seconda guerra mondiale il combattimento aereo diventa più rapido, meno personalizzato e modificato grazie alle nuove tecnologie come i mezzi di difesa terrestri resi più efficaci dall’invenzione del radar antiaereo. E se durante la «battaglia d’Inghilterra», i piloti rimasero ancora, così come Peter Townsend o Pierre Clostermann, degli eroi conosciuti dalla collettività, essi furono, poi, totalmente anonimi nelle grandi flotte aeree, della fine della guerra. Le condizioni operative, psicologiche e fisiche della guerra aerea cambiarono ancora di più con l’introduzione degli aerei supersonici e dei missili di attacco e di difesa. Dal punto di vista psicopatologico, durante la seconda guerra mondiale sono stati descritti alcuni casi di aviatori britannici incaricati di bombardamenti notturni in cui si manifestavano «stati di paura», «stati di mancanza di fiducia nell’aereo», stati di «esaurimento» e soprattutto depressioni e fobie prolungate. Questi disturbi si instaurano secondo tre fasi principali: durante la prima fase si manifestano delle reazioni ansiose spostate, per lo più, a livello somatico; poi, nella seconda fase vi sono delle reazioni acute che possono arrivare fino alla confusione e a episodi deliranti; infine si evidenziano dei sintomi ansiosi caratterizzati da fobie di vario genere e da sintomi ipocondriaci. Si è tentato così di delineare degli «indici di stress» studiando le reazioni psicopatologiche riscontrate nel Bomber command base del Regno Unito. In particolare viene confrontato il rischio corso dagli equipaggi, valutato in termini di perdite subite, e la durata della «fatica di volo (flying effort)», valutata in base al numero totale di ore in volo operativo realizzato mensilmente da ogni squadra. I risultati sono molto interessanti: si osserva che un periodo di gravi perdite viene accompagnato da un’elevata patologia nevrotica durante lo stesso mese e da un forte aumento delle malattie veneree nel mese successivo. Queste constatazioni coincidono con quelle che sono state fatte nell’esercito. La conclusione è che i principali responsabili di questi disturbi sono la mancanza di esperienza in combattimento e la pericolosità della missione. Qualunque sia il tipi di missione, la comparsa di disturbi psichici è strettamente collegata al numero di ore di volo, e ciò si riscontra anche prima che si sia verificata alcuna perdita umana. Quindi le «fobie di volo» sono dovute, oltre che alla personalità del soggetto, anche a fattori ambientali e a traumi fisici e psicologici causati dal combattimento. In ogni caso la prima soluzione possibile per limitare e curare tali disturbi è quella di limitare preventivamente le ore di volo, per evitare uno stress psicologico eccessivo agli equipaggi degli aerei. Lo conferma il fatto che, al di là dell’incidenza di disturbi psichiatrici, vi è una netta diminuzione delle prestazioni di un soggetto in rapporto al numero di missioni già portate a termine. È per questa ragione che gli eserciti, per prevenire tali fenomeni, cercano di limitare le ore di volo per ogni equipaggio. L’aeronautica militare americana, per esempio, impone la sostituzione degli equipaggi dei bombardieri dopo duecento ore di volo, anche se i soggetti si sentono ancora in perfette condizioni.

Per approfondire: Fasi del panico, violenza collettiva e psicopatologie di guerra e dei prigionieri in psichiatria e psicologia

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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