La malattia che ti contagia attraverso Facebook

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO SMARTPHONE SOCIAL TECNOLOGIA TABLET CELLULARE TELEFONINO TELEFONORagazzine che improvvisamente cominciano ad avere un inspiegabile singhiozzo. Studentesse, tutte della stessa scuola, che comunicano a manifestare strani tic vocali. Tutte insieme. Tutte senza un perché. È successo a Danvers, cittadina del Massachusetts nota per essere stata, alla fine del Seeicento, teatro del famoso processo alle «streghe di Salem», che portò all’impiccagione di venti donne, accusate di stregoneria e di possessione diabolica. Un precedente piuttosto infelice cui, quando i ragazzini della città hanno cominciato a comportarsi in modo «strano» , non è stato possibile non pensare almeno una volta.

ISTERIA DI MASSA  

I primi «sintomi» sono comparsi lo scorso gennaio ma, stando a quanto riferito al The Alantic dal sociologo neozelandese Robert Bartholomew, diversi genitori sarebbero preoccupati per la persistenza di queste «stranezze» nei propri figli. Ma cosa è successo esattamente? Secondo Bartholomew, a Danvers si sarebbe in presenza di un nuovo caso di «isteria di massa», che avrebbe colpito gli adolescenti della città. Più precisamente, gli studenti della Essex Agricultural and Technical School, che hanno cominciato a mostrare tutti gli stessi sintomi di una malattia inesistente ma che, attraverso la «psicosi» generatasi sui social network, tutti hanno pensato di aver contratto, sviluppando sintomi reali.

IL «CONTAGIO» CORRE VIA FACEBOOK  

Un caso simile è avvenuto nel 2011 anche a Le Roy, cittadina nello stato di New York, diventato uno dei primi esempi di come l’isteria di massa trovi terreno fertile proprio sui social media, un territorio, quello virtuale, che almeno in linea teorica non dovrebbe favorire contagi reali. Il caso di LeRoy, finito nei manuali di sociologia e attentamente studiato da Bartholomew che da più di 20 anni si occupa di simili fenomeni, comincia con la «malattia» di Marge Fitzsimmons, un’infermiera di 36 anni che comincia a presentare strani sintomi: tic vocali, spasmi incontrollati, qualcosa di molto simile ai sintomi tipici della sindrome di Tourette. Marge lavora in una scuola e, in capo a poco tempo, decine di studentesse cominciano a presentare gli stessi sintomi. I genitori sono preoccupati: un vaccino contaminato? Una nuova terribile droga? Qualcosa nell’acqua? Oppure il ritorno di quella sostanza tossica nell’aria, che negli anni Settanta aveva terrorizzato gli abitanti della città? Niente di tutto questo. Marge soffriva di quello che gli esperti chiamano «disturbo di conversione», ovvero il risultato di un conflitto psichico del paziente, che somatizza un disagio o una situazione di grande stress sviluppando sintomi fisici. Si tratta di un disturbo piuttosto raro, che colpisce prevalentemente le donne. La notizia della misteriosa malattia della donna, comunque, si era diffusa in tutta la scuola e ne aveva varcato i confini, diffondendosi via social network e allargando il «contagio».

DANVERS COME LE ROY? 

Contrarre una malattia via Facebook può suonare piuttosto strano. Ma non lo è poi così tanto se su pensa che l’isteria, tra le altre cose, si sviluppa anche sulla nostra (inconsapevole) interpretazione dei fatti che ci vengono riportati. Marge non ha nemmeno avuto bisogno di stabilire un contatto fisico con le ragazze per trasmettere loro la «malattia» e il suo caso, secondo Bartholomew, rappresenta «una svolta epocale nella storia dell’isteria di massa». È probabile che a Danvers stia succedendo esattamente la stessa cosa. E ora si sa che con social media ci si può perfino ammalare.

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Un minorenne italiano su 10 abusa di psicofarmaci

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO BAMBINO TRISTE PIANGE DOLORE STRADA ABBANDONO DEPRESSIONEPresentato il rapporto annuale Espad (European School Project on Alcohol and Other Drugs), progetto europeo di indagini sull’uso di alcol, droga e sostanze psicoattive nelle scuole, curato per la parte italiana dall’Istituto di fisiologia clinica del CNR di Pisa, che lancia l’allarme: 1 minorenne italiano su 10 utilizza impropriamente psicofarmaci senza alcuna prescrizione medica. La ricerca ha indagato nel dettaglio le abitudini dei minori tra i 15 e 16 anni in 35 paesi Europei. “I dati italiani di consumo di molecole psicoattive non sono allineati alla media europea, ma sono significativamente più alti”, ha spiegato all’agenzia stampa Apcom la ricercatrice del CNR Sabrina Molinaro, che da anni si occupa di queste tematiche. In questo ambito infatti la media europea è del 6%, di quattro punti percentuali più bassa rispetto a quella italiana che è del 10%. La tendenza generale mostra un ritorno verso i livelli massimi registrati a metà anni novanta: in particolare emerge che a fare uso degli psicofarmaci sono più le ragazze (13%) rispetto ai ragazzi (7%).

Continua la lettura su https://www.informazione.it/c/E3A628F5-3BE8-4800-AAD1-13A5BCFBE9EB/RICERCA-ESPADCNR-UN-MINORENNE-ITALIANO-SU-10-USA-PSICOFARMACI

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Dipendenza e sindrome di astinenza da caffeina: cause, sintomi, diagnosi e cure

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CAFFE CAFFEINA TAZZINA COLAZIONELa caffeina è un alcaloide naturale presente nelle piante di caffè, cacao, tè, cola, guaranà e mate e nelle bevande da esse ottenute. La caffeina è, tecnicamente, una sostanza psicoattiva (anche detta “sostanza psicotropa“), cioè una sostanza chimica farmacologicamente attiva, dotata di azione psicotropa, ovvero capace di modificare lo stato psico-fisico del un soggetto che la assume, potendo agire sul sistema nervoso e su vari distretti dell’organismo, condizionando emozioni, memoria, attenzione, percezione, umore, coscienza, comportamento ed abilità intellettive e motorie. In particolare, la caffeina è una sostanza dall’effetto stimolante ed è la sostanza psicoattiva più diffusa e la più consumata nel mondo, venendo utilizzata sia a scopo ricreativo sia medicalmente. La caffeina è legale in tutti i paesi, a differenza di altre sostanze psicoattive (come la cocaina), considerate illegali. Rimane tuttavia il fatto che, come tutte le sostanze psicoattive, può generare assuefazione e tolleranza, inoltre – se si smette di assumerla improvvisamente – può generare sintomi e segni di craving (astinenza): in questo caso si parla di “dipendenza da caffeina” e”sindrome di astinenza da caffeina“. Molte persone che assumono numerosi caffè al giorno o che bevono grandi quantità di cola, sono dipendenti dalla caffeina senza nenanche saperlo: si accorgono della loro dipendenza solo se all’improvviso cessano di assumere la dose di caffeina giornaliera a cui sono abituati.

Cause

La dipendenza da caffeina si verifica quando il soggetto assume per lunghi periodi una grande quantità giornaliera di caffeina (in genere superiore ai 400/500 mg al giorno). La sindrome di astinenza da caffeina è causata dall’improvvisa cessazione dell’assunzione di caffeina (ad esempio smettendo di bere caffè o cola o di assumere bevande o integratori che la contengono), soprattutto se il soggetto era abituato da molto tempo ad assumere grandi quantità di caffeina ogni giorno.

Alimenti, bevande ed integratori contenenti caffeina

Sono numerosi gli alimenti, le bevande e gli integratori che possono contenere caffeina, tra cui:

  • tè;
  • cacao;
  • polvere
  • cioccolato;
  • caffè;
  • bibite tipo cola;
  • guaranà;
  • gelato al caffè;
  • alcune bevande energetiche;
  • integratori di caffeina;
  • alcuni integratori termogenici.

Per indicare gli alimenti e le bevande ad alta concentrazione di caffeina, si usa spesso l’espressione “alimenti nervini“. In piccole quantità la caffeina può ritrovarsi in molti alimenti “insospettabili”, tra cui: cereali, caramelle e dolciumi, prodotti da forno, liquori, gomme da masticare e sciroppi. Nel computo totale della caffeina giornaliera, quindi, bisogna inserire la caffeina assunta con tutti gli alimenti che la contengono e non solo calcolando i classici caffè giornalieri bevuti, altrimenti si rischia di sottostimare il valore della quantità assunta. Esempi di quantità di caffeina contenuta in alcune bevande ed alimenti molto diffusi, sono:

  • lattina di Coca Cola da 33 cl: circa 40 mg di caffeina;
  • tazzina di caffè espresso: 120 mg di caffeina;
  • tazza di tè: 50 mg di caffeina;
  • etto di cacao: circa 100 mg di caffeina.

Sintomi e segni

La sindrome di astinenza da caffeina include numerosi sintomi e segni, tra cui:

  • mal di testa;
  • senso di fastidio;
  • scatti d’ira;
  • stress;
  • agitazione;
  • difficoltà a concentrarsi;
  • difficoltà nella memoria;
  • difficoltà ad addormentarsi;
  • desiderio di “qualcosa”, senza riuscire bene ad indentificare “di cosa”;
  • desiderio impellente di assumere caffè o cola.

Nei casi più gravi, nei soggetti abituati ad assumere molta caffeina ogni giorno, si possono verificare:

  • tremolio;
  • senso di nausea;
  • vertigini;
  • sudori freddi.

La sindrome di astinenza da caffeina è considerata comunque una condizione benigna e passeggera e diventa un problema medico solo se essa interferisce con le normali attività del paziente, sociali, relazionali e/o professionali.

Leggi anche: Crisi d’astinenza e craving in medicina: significato, esempi, terapie, consigli

Terapia

I sintomi e segni di astinenza da caffeina, al contrario di quello che avviene per molte sostanza psicoattive illegali, sono in genere molto blandi e sopportabili, quindi nella maggioranza dei casi non serve alcuna terapia per superare una sindrome da astinenza da caffeina, se non il lasciar passare alcuni giorni senza assumere bevande, alimenti e/o integratori che contengono caffeina.

Prevenzione della dipendenza da caffeina e dell’intossicazione da caffeina

Per prevenire la dipendenza da caffeina e la sindrome di astinenza da caffeina, consiglio di non interromepre mai improvvisamente la cessazione delle fonti di caffeina a cui il soggetto è abituato, soprattutto se assume grandi quantità di caffeina e se la “dipendenza” da caffeina ha lunga data. Se si vuole interrompere l’assunzione di caffeina, meglio “scalare” la quantità di caffeina assunta, ad esempio diminuendo gradatamente il numero di caffè bevuti ogni giorno, nell’arco di alcuni giorni.

Per evitare di diventare dipendenti dalla caffeina, io raccomando di non assumere più di 400 mg di caffeina al giorno (2 o 3 caffè giornalieri) per lunghi periodi. Per evitare invece l’intossicazione da caffeina, il soggetto deve rimanere al di sotto della soglia di 1000 mg di caffeina assunti in un brevissimo tempo. L’intossicazione da caffeina può produrre una serie di sintomi e segni, tra cui:

  • tremori intensi;
  • tensione muscolare;
  • iperattività;
  • fotofobia;
  • cefalea;
  • grave insonnia;
  • stati maniacali;
  • allucinazioni uditive e/o visive.

I valori prima citati possono tuttavia variare, ad esempio in funzione del sesso, del peso corporeo, dell’abitudine ad assumere caffeina e della presenza di eventuali malattie o condizioni (ad esempio gravidanza). Per essere maggiormente precisi, ricordo che la quantità di caffeina che un adulto sano può assumere ogni giorno senza il rischio di effetti collaterali, è circa 5 mg/kg di peso corporeo, il che significa che una persona che pesa 60 kg può assumere teoricamente circa 300 mg di caffeina al giorno mentre una persona che pesa 80 kg può assumere teoricamente circa 400 mg di caffeina al giorno. Tenendo conto che ogni tazzina di caffè espresso contiene circa 120 mg di caffeina, io ai miei pazienti consiglio generalmente di bere non più di tre caffè al giorno (due se sono molto magri); superato questa quantità è da preferire il decaffeinato.

Ricordo al lettore che una assunzione eccessiva di caffeina può determinare o peggiorare varie patologie e condizioni, tra cui:

  • ipertensione arteriosa;
  • insonnia;
  • nervosismo cronico;
  • gastrite;
  • ulcera peptica;
  • reflusso gastro-esofageo;
  • aritmie;
  • tachicardia;
  • osteoporosi.

Proprietà positive della caffeina

Il mio consiglio rimane comunque quello di non eliminare completamente la caffeina dalla tua vita, ma di assumere una quantità moderata di caffè al giorno (massimo 3 caffè espressi al giorno in adulti sani), dal momento che il consumo moderato di caffeina ha alcuni vantaggi per l’organismo di un adulto sano: abbassa il rischio di malattie cardiache e diabete, aiuta la memoria e la concentrazione e previene la depressione e le ideazioni suicidarie.

La migliore selezione di tè, tisane e caffè

Qui di seguito trovate una lista con la migliore selezione di tè, infusi e caffè provenienti da tutto il mondo, di altissima qualità e scelti dal nostro Staff di esperti ed appassionati:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Ritornare al lavoro dopo le vacanze: le 10 cose più stressanti e i consigli per evitarle

MEDICINA ONLINE DONNA LAVORO SCRIVANIA CARRIERALe ferie estive degli italiani durano meno di due settimane: in media solo 13 giorni. Neanche due weekend di fila in cui tutto lo stress accumulato durante l’anno lavorativo precedente si dovrebbe dissolvere tra cocktail colorati, passeggiate in montagna o lungo spiagge esotiche (per chi se le può permettere), in musei o locali alla moda con tanti colori e tanta musica. Siamo partiti per le vacanze pensando che ci saremmo risentiti ricaricati e pronti per ripartire di slancio al nostro ritorno. O almeno così credevamo!

Ed invece rieccoci qui, il costume da bagno è tornato nell’armadio, siamo alla nostra postazione di lavoro, davanti a noi c’è lo schermo del pc, noi guardiamo lui, lui guarda noi e quello che ci balena nella mente è che non abbiamo ancora iniziato a lavorare e già ci sentiamo più stressati di quando siamo partiti. Cosa ci succede? Ecco dieci tipiche situazioni stressanti ed i consigli per superarle per evitare di soffrire della fastidiosa Sindrome da stress da rientro.

1) Un milione di mail e di notifiche di Facebook

Vi ricordate quando neanche troppi anni fa, tornati dalle vacanze, ci si ritrovava con la cassetta della posta (quella vera) strapiena di cartoline, tasse da pagare e pubblicità? Passano gli anni e quella cassetta della posta non è più così piena ma solo perché parte della tua posta è diventata virtuale. Così capita che nella tua casella di posta ci sono così tanti messaggi non letti che ci metterai una mattina intera a leggerli: mail lavorative, link divertenti, spam, richieste di ogni tipo e non hai nessuna voglia di aprirle temendo che dentro si celi qualcosa che potrebbe stressarti e rendere ancora peggiore la prima giornata di lavoro. Ogni giorno nel mondo vengono inviate circa 150 miliardi di e-mail e ti senti come se fossero arrivate tutte a te. Consiglio: individua subito spam ed altre cose inutili ed eliminali subito, poi comincia con calma con la prima mail senza disperarti: chi ben comincia è a metà dell’opera, se invece perdi la testa ci metterai il doppio del tempo.

2) Tornare dalle vacanze la notte prima di andare a lavoro

Stare nel luogo di villeggiatura fino all’ultimo giorno di vacanza ti sembrava un’ottima idea, fino a quando non sei arrivato sul posto di lavoro distrutto dal viaggio di ritorno e siedi alla scrivania in stato catatonico. Qualcuno ti sta sottoponendo una questione e stai ancora pensando ai chilometri di coda in autostrada e al fatto che in questo preciso momento sarebbe stato meglio essere a casa, a letto e non sul posto di lavoro. Sono da poco passate le 11 del mattino e i più masochisti ritornano con la mente al giorno precedente, quando esattamente 24 ore prima stavano sorseggiando una coca cola ghiacciata sdraiati sul bagnasciuga di una spiaggia assolata ed ormai lontana. Consiglio: la prossima volta tornate a casa dalle vacanze due giorni prima rispetto al primo giorno di lavoro, non la notte prima!

3) Come si faceva una macro su Excel?

Ci avevi messo tanto a capire come funziona quel programma ed ora, in appena due settimane di ferie, non sai più neanche come si chiama. Non c’è nemmeno bisogno di dirlo, ma una volta tornati sul posto di lavoro ti sarai anche dimenticato tutte le password che ti servono per svolgere le tue mansioni. Il computer sulla tua scrivania non è un semplice dispositivo, è una bestia feroce che va domata a colpi di frusta, ma in questo momento sei impotente e credi di non riuscire a risolvere la situazione. Consiglio: mantenete la calma e vedrete che piano piano tutto tornerà familiare come quando torni a guidare una bici dopo dieci anni che non ci vai più. Per le password, scrivetevi quelle più importanti e nascondetele in casa in un luogo sicuro: il giorno prima di tornare a lavoro dategli una letta per rispolverare la vostra memoria.

4) Il tuo collega sta per partire e se ne va alle Maldive 

Sei appena tornato dalle vacanze fatte nel paese desolato dei tuoi nonni per risparmiare qualche soldo e il tuo collega ha appena cambiato l’immagine del desktop con la foto del posto spettacolare in cui passerà le vacanze e di fianco alla scrivania ha già pronto il bagaglio con cui partirà non appena finita la giornata lavorativa. Tu sei stato in una catapecchia di paese e lui andrà in un bungalow nel posto esotico che non potrai nemmeno mai sognarti. E sei tornato a lavorare. Consiglio: quando sei partito tu, lui è rimasto a lavorare quindi si “rosica” una volta per uno! Non invidiarlo, risparmia un po’ di più e l’anno prossimo gli manderai una cartolina dalle Seychelles.

5) Ma… dove mi trovo? 

L’alienazione è reale e ti senti completamente fuori contesto «Cosa ci faccio io qui? E chi sono tutte queste persone? Da come parla e da come lo guardano gli altri quello deve essere il capo, ma perchè continua a guardarmi e rivolgersi a me? Io qua non c’entro nulla, sono stato in vacanza fino a ieri». Consiglio: vai in bagno, sciacquati la faccia, datti un pizzicotto, prendi due caffè e torna a fare il tuo dovere!

6) Volevi fare tante cose ed invece 

Il famoso romanzo che avresti dovuto scrivere durante le ferie non è mai nemmeno stato cominciato, per non parlare della “settimana all’insegna del fitness” che ti eri riproposto di fare. Sei partito per la riviera romagnola perchè volevi andare a ballare al Cocoricò di Riccione e vedere il tramonto sul mar Adriatico e non ci sei riuscito, se non altro perchè il Cocoricò è stato chiuso per spaccio di droga e perchè sull’Adriatico al massimo puoi vedere l’alba e non certo il tramonto! Insomma sei stato in ferie, tante cose che volevi fare non le hai fatte e ora è tutto esattamente come prima. I soldi che avevi li hai spesi in vacanza e ti aspetta un settembre di ristrettezze economiche, visto anche il fatto che causa crisi economica non riceverai di sicuro un aumento di stipendio. Dopo aver avuto un assaggio di libertà ora sei al punto di partenza. Consiglio: la prossima vacanza organizzala meglio, scegli cosa vuoi fare ed una volta li, falla! E vai al Baia Imperiale che forse è pure meglio del Cocoricò!

7) Quanto erano buoni i cornetti dell’hotel  

Ritornare dalle vacanze significa anche rinuciare ai piccoli piaceri della vita di cui ci eravamo temporaneamente riappropriati. La punta di diamante è la colazione, che hai finalmente potuto rifare come ai bei vecchi tempi, cioè in tranquillità, senza stress, nè con il pensiero di doversi sbrigare perchè altrimenti rischi di arrivare tardi al lavoro. Ora invece sei tornato a trangugiare due biscotti inzuppati nel caffè mentre ascolti la radio e tieni d’occhio l’orologio. Consiglio: se proprio vuoi una colazione fatta con calma, svegliati dieci minuti prima e forse ce la farai!

8) Scarpe col tacco al posto degli infradito, giacca e cravatta al posto della t-shirt 

Per quindici giorni hai abbandonato abitudini e convenzioni, per non palrare dei calzini. Hai indossato pantaloncini corti (o gonne corte se sei una donna) e te ne sei andato in giro senza imbarazzo con quell’orribile cappello di paglia. Ora sei davanti allo schermo del computer con le scarpe eleganti (o delle scomodissime taccate se sei donna) e rimpiangi quelle infradito così comode. Consiglio: comprati delle scarpe comode e allenta un po’ il nodo della cravatta, so che sono consigli poco utili ma per l’abbigliamento c’è poco da fere!

9) La sveglia suona all’alba

Dormire a lungo e senza avere preoccupazioni per le scadenze è forse uno degli aspetti migliori della vacanza. Ciò rende ancora più difficile il rientro e i sogni sono interrotti bruscamente dal trillo della sveglia la mattina presto. Consiglio: i primi giorni dopo il rientro prendi dai 3 ai 5 mg di melatonina circa (si trova anche al supermercato sotto forma di compresse) mezz’ora prima di andare a dormire: il giorno dopo vi sveglierete più riposati e con più energie.

10) L’autobus non passa mai e c’è traffico sulla tangenziale  

Già di per sè il pendolarismo è terribile, ma diventa insopportabile quando, dopo due settimana di relax, ti trovi imbottigliato nel traffico o sui mezzi pubblici imbottiti di persone come se fossero un girone infernale. Consigli: la stessa strada percorsa alle 7 e mezzo è sempre più trafficata di quanto lo sia alle 7 e un quarto. Stesso discorso per i bus: più “tardi” si prendono e più sono pieni di gente. Partire in anticipo vi farà forse arrivare troppo in anticipo ma sempre meglio che arrivare al lavoro con lo sguardo da killer psicopatico!

Bentornati nella vostra vita e… buon lavoro a tutti noi!

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Münchhausen per procura: perché una mamma tortura il proprio bambino?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO NEONATO PIANGE TRISTE NERVOSO DEPRESSIONE POST PARTO PARTUM GENITORI PANNOLINI BIBERON LATTEPer meglio comprendere l’argomento trattato in questo articolo, cioè la Sindrome di Münchhausen per procura, vi consiglio di leggere prima l’articolo che parla della Sindrome di Münchhausen.

Come già accennato nel precedente articolo, la Sindrome di Münchhausen è un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono di avere una patologia o un trauma psicologico per attirare l’attenzione e il conforto degli altri. Nel caso invece della Sindrome di Münchhausen per procura chi soffre di tale patologia finge, per attirare l’attenzione, che sia malato un altro soggetto, solitamente non autosufficiente e di cui ha la responsabilità.

Malattia dei genitori, non dei figli

Il caso classico è quello di una madre che – spinta dal desiderio di essere al centro dell’attenzione – attribuisce al proprio figlio una malattia che non ha, costringendolo ad assumere farmaci ed a svolgere continue visite mediche all’ospedale e dal proprio medico di famiglia, intaccando realmente la sua salute (fisica e mentale). Quindi la Sindrome di Munchausen per procura  è una malattia di chi si prende cura del bambino, in genere i genitori, non del bambino stesso. Viene anche detta Sindrome di Münchausen by proxy ed anche Sindrome di Polle dal nome del figlio del Barone di Münchausen, morto da bambino in circostanze misteriose.

Leggi anche: I 20 disturbi psichiatrici più strani che abbiate mai visto

Madre giovane in cerca di attenzione

Il soggetto che tipicamente viene colpito da tale patologia è una madre, solitamente giovane e casalinga, che si sente sola ed irrealizzata e con un marito che è spesso fuori casa, magari per lavoro. Tale donna – all’apparenza normale ed anzi a detta di tutti i conoscenti molto amorevole nei confronti del proprio bambino – si ritrova a passare la maggior parte del tempo da sola assieme al bimbo, che è pienamente affidato alla sua responsabilità. Ritrovandosi in uno stato di insoddisfazione, la mamma cerca importanza ed attenzione degli altri e si accorge che il suo ruolo diventa rilevante quando il bambino è malato e necessita di maggiori cure che solo lei gli può dare. Succede quindi che anche quando il bimbo è assolutamente sano, la madre inventi letteralmente dal nulla una sua malattia in modo che, prendendosi cura del bambino “malato”, ottenga l’attenzione delle persone che la circondano. E’ una vera e propria forma di grave abuso nei confronti del bambino.

Leggi anche: Morte in culla: cause, sintomi, incidenza, come evitarla

Difficile fare una diagnosi precoce

Questa lenta tortura del piccolo, può purtroppo protrarsi per mesi prima che qualcuno si accorga della situazione. Ciò che rende difficile diagnosticare questa malattia psichiatrica è che la madre è apparentemente amorevole, si preoccupa molto del proprio figlio ed è autoconvinta di agire per il bene del bambino, modellandosi addosso una maschera di mamma perfetta con maniacale maestria. Perfino il marito è convinto che il proprio figlio sia al sicuro nelle braccia amorevoli della donna. Altro fatto che rende difficile una diagnosi precoce è che i sintomi provocati o riferiti dalla madre, non differiscono dalle malattie vere: sono imitati così bene da ingannare i pediatri che – fidandosi del racconto della madre – si prodigano con una serie infinita di esami sempre più invasivi per chiarire la situazione del bambino, ciò può arrivare a provocare forti disagi nel bimbo, disagi che la madre strumentalizza per continuare a “prendersi cura” di lui.

Leggi anche: Sindrome del bambino scosso: i gravissimi danni della violenza sul neonato

Madre martire

Talvolta la storia si prolunga anche per anni com’è avvenuto per la famosa Kathy Bush che causò alla figlia 200 ricoveri, 40 interventi chirurgici, senza contare le migliaia di esami e terapie eseguite. Ci fu anche una sottoscrizione pubblica di fondi per aiutare la signora che fu acclamata come un’eroina, una martire, una madre meravigliosa. Il denaro servì per costruire una piscina nel giardino di casa e per pagare vacanze ed automobili lussuose. Nel caso di Kathy Bush la madre iniettava materiale fecale nella flebo della bambina che presentava così febbri altissime. Tutto questo avveniva, in maniera eclatante, nel 1996 ma le stesse situazioni si ripetono anche ai giorni nostri, seppure più sfumate.

Leggi anche: Neonato accoltellato 14 volte e sepolto vivo dalla madre

Circolo vizioso

Nella S. di Münchausen per procura la madre o, più raramente il padre, riferisce ai medici un insieme di sintomi che il bambino presenterebbe da tempo. I sintomi caratterizzano un ben definito insieme di malattie che il medico va ad indagare con gli esami adeguati che, però, risultano negativi. Al termine del ricovero viene, in genere, formulata una diagnosi abbastanza generica che non soddisfa il genitore. A questo punto la madre si rivolge ad un altro presidio ospedaliero per avere una diagnosi precisa e terapie più adeguate, in genere aggressive, e così via in un circolo vizioso senza apparente fine.

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Osservare la madre, proteggere il bambino

Nei casi più frequenti i sintomi sono realmente presenti (ovviamente causati dalla madre stessa) ma sono ingigantiti dalla donna e sono sempre meno gravi di quanto gli esami di laboratorio e la diagnostica per immagini confermino. La storia si protrae fino a quando qualcuno del personale sanitario giunge al sospetto della S. di Münchausen by proxy che comporta una osservazione attenta del genitore quando è solo con il bambino.
La sindrome di Münchausen, per quanto rara possa essere, va conosciuta da tutti (medici, infermieri ed OSS) perché quando si ravvisano gli elementi per sospettarla bisogna avvisare il pediatra di famiglia, i servizi sociali, gli insegnanti del bimbo in modo da attivare una rete di protezione per il bambino che gli eviti i danni psicologici e fisici indotti dalla Sindrome di Münchausen by proxy.

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Sindrome di Münchhausen: fingere di essere malati per sentirsi amati

Sindrome di Münchhausen: fingere di essere malati per sentirsi amati

Una scena tratta dal film del 1979 “Il malato immaginario” con il grande Alberto Sordi

La sindrome di Münchhausen è un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono la malattia od un trauma psicologico per attirare attenzione e simpatia verso di sé. A volte è anche conosciuta come sindrome da dipendenza dell’ospedale e racchiude in se quelli che vengono chiamati “disturbi fittizi”.

Disturbi fittizi

I disturbi fittizi sono caratterizzati da sintomi fisici o psichici che sono prodotti o simulati intenzionalmente al fine di assumere il ruolo di malato. La valutazione dell’intenzionalità di un certo sintomo viene fatta sia attraverso l’evidenza diretta, sia attraverso l’esclusione di altre cause. I disturbi fittizi vanno differenziati dagli atti di simulazione in cui i sintomi sono sempre prodotti intenzionalmente, ma hanno uno scopo connesso alle circostanze ambientali (per es. i sintomi sono prodotti per evitare obblighi legali, per evitare di sottoporsi a prove, per avere un ritorno economico). La simulazione può essere considerata un comportamento adattivo normale in certe circostanze; al contrario, nei disturbi fittizi la motivazione è il bisogno psicologico di assumere il ruolo di malato, come è dimostrato dall’assenza di incentivi esterni che motivino tale comportamento.

Cenni storici

La letteratura è ricca di malanni simulati, basti pensare a Sherlock Holmes nell’avventura del poliziotto morente, dove finge di essere stato contagiato da un moderno e terribile untore, poiché questo appare essere l’unico sistema per indurre il suo rivale ad una piena confessione; oppure ai fratelli Karamazov, dove il malvagio Smerdiakov simula attacchi epilettici a scopo omicida. I disturbi fittizi prendono comunemente il nome di sindrome di Munchausen. L’omonimo barone (1720-1797), dopo anni di servizio nella cavalleria, ormai in ritiro nelle sue terre, amava distrarre gli amici con racconti in cui si attribuiva straordinarie prodezze. Il termine di sindrome di Munchausen fu utilizzato per la prima volta nel 1951 da Lancet per comprendere situazioni caratterizzate dal ripetuto verificarsi di ricoveri ospedalieri per la cura di malattie apparentemente acute, di cui il paziente riferiva una storia e una causa plausibile, ma che si rivelavano tutte false.

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Caratteristiche comuni

Il DSM IV definisce la sindrome come disturbo cronico fittizio con segni e sintomi fisici predominanti. Le patologie fittizie hanno alcune caretteristiche comuni, fra cui:

1) sono difficili da sospettare e diagnosticare;
2) vengono solitamente individuate nel tentativo di escludere la malattia che è simulata;
3) causano spreco economico per indagini diagnostiche, visite mediche, consulenze specialistiche, lunghezza delle procedure;
4) i pazienti sembrano essere resistenti a sottoporsi a terapia psichiatrica la quale, a sua volta, non dà risultati incoraggianti e non     mette al riparo da un’alta frequenza di recidive;
5) possono dar luogo a procedimenti legali lunghi e difficili, specialmente in caso di violenze simulate;
6) possono simulare violenza o causare la morte del paziente, anche se queste evenienze sono rare;
7) i pazienti inducono sentimenti di indignazione, irritazione e disistima nei curanti;
8) le persone affette coinvolgono spesso i familiari, il personale sanitario (medico di famiglia, specialisti, laboratoristi, anatomopatologi e infermiere) e il personale sociale (assistenti sociali, volontariato eccetera);
9) talvolta la patologia fittizia può essere provocata sul paziente da altre persone, solitamente dalla madre su un figlio (Sindrome di Munchausen per procura o Sindrome di Polle).

Altre caratteristiche

La storia clinica inventata dalla persona è solitamente credibile e plausibile, anche se i dettagli sono quasi sempre vaghi e inconsistenti. Possono ritrovarsi nella narrazione dell’anamnesi anche atti eroici. I pazienti portano spesso con sé una documentazione clinica molto densa, persino con interventi chirurgici multipli, quasi volessero sfidare le abilità del medico che si trovano davanti. L’età di insorgenza solitamente è quella del giovane adulto. Durante l’ospedalizzazione i pazienti sono tipicamente e particolarmente pignoli, esigenti, ostili e in cerca di attenzione e, a loro volta, ricevono poche visite. Un aspetto comune della patologia fittizia è che i pazienti si sottopongono a esami continui, senza fine e persino a indagini invasive disturbanti, come se ci fosse in loro una sorta di autolesionismo.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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La depressione post-parto colpisce non solo le madri, ma anche i papà

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO BAMBINO FIGLI GENITORI MAMMA PAPA MADRE PADRE PASSEGGIATA MANO AMORESecondo uno studio britannico della Oxford University, pubblicato sul Journal Psychological Medicine, una percentuale che oscilla tra il 4 e il 5 per cento dei maschi che hanno appena avuto un figlio soffre di depressione post-natale, contro il dieci per cento delle neo-mamme. I papà del terzo millennio si prendono oneri e onori di un nuovo modo di essere genitori che, ormai da tempo, stanno vivendo ed esplorando. Papà che cambiano i pannolini, che giocano, che danno le pappe e che cantano la ninnananna. Papà che si svegliano la notte, che cullano, che massaggiano il pancino e che danno lo sciroppo. Papà che ridono e che fanno le vocine, che si prendono il congedo parentale, ma anche papà depressi, troppo stanchi, scarichi e caricati da un eccesso di responsabilità che li fa entrar a pieno titolo in quella condizione di depressione post-parto che era un tempo a esclusivo appannaggio femminile.

Continua la lettura su https://www.corriere.it/salute/12_aprile_13/depressione_post_parto_padri_dipasqua_54abfd94-8555-11e1-8bd9-25a08dbe0046.shtml

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Lavoratrici, casalinghe, mogli e mamme allo stesso tempo: donne sull’orlo di una crisi di nervi

MEDICINA ONLINE DONNA LAVORO SCRIVANIA CARRIERALavoratrici, casalinghe, mogli e mamme allo stesso tempo. Il duemila ci ha portato una donna completamente sommersa da impegni: vecchi e nuovi ruoli si sommano diventando di difficile gestione. E quando la donna arriva al punto di non riuscire più a gestire l’enorme mole di problemi quotidiani, scatta il senso di colpa: la donna si colpevolizza di non essere all’altezza dei molti ruoli che la società le impone. La donna deve essere bella ma intelligente, sexy ma chioccia, lavoratrice ma casalinga. Come potrebbe mai farcela? Finché alla donna sarà richiesto tutto questo, la donna difficilmente allontanerà lo stress ed imparerà ad amarsi. Perfino nel caso in cui dovesse farcela, la sua esistenza sarebbe comunque difficile a causa dell’estrema competizione che esiste tra donne (ed i relativi crudeli pettegolezzi di gruppo) ed a causa degli incongruenti ragionamenti degli uomini, che spesso rispondono ad una donna troppo “vincente” con disprezzo ed in alcuni casi – purtroppo – con la violenza fisica.
Cristina si sentiva immersa in una corsa senza fine. Dopo aver lavorato una media di nove o dieci ore in ufficio, aver trascorso una veloce mezz’ora in palestra, doveva correre quasi tutte le sere a casa a cucinare la cena per la sua famiglia, dove si trovava a combattere con altri mille piccoli problemi da risolvere.

Il cervello mai in pausa neanche di notte

Anche quando Cristina, a fatica, portava a termine tutta la lista di impegni del giorno, riuscendo a mettersi a letto ad un’ora quasi “normale”, non riusciva a riposare più di un paio d’ore per volta.

“La mia mente era costantemente attiva, non riuscivo a staccare la spina, a non pensare alle liste, agli obblighi, ai rumori di fondo. Mai.”

E così invece di rigirarsi nel letto e pensare a tutto il da fare, si alzò per iniziare a farlo.

“Sono riuscita a fare un sacco di cose tra le ore 3 e le 6 del mattino, ma durante il giorno, ero sempre sull’orlo di un esaurimento.”

Leggi anche: La donna deve dormire più dell’uomo: il cervello di lei lavora più di quello di lui

Donne molto stanche per i troppi ruoli

Cristina non è la sola. Un recente studio ha evidenziato che il 16 per cento delle donne di età tra i 18 e i 44 anni ha riferito di sentirsi “molto stanca”, “esausta” quasi tutti i giorni, rispetto al 9 per cento degli uomini nella stessa fascia di età. Forse perché le donne stanno svolgendo più della loro parte? O perché hanno difficoltà a dire di no? La risposta, probabilmente, è entrambe le cose. Negli ultimi anni le donne stanno contribuendo ai guadagni della famiglia in modo più significativo rispetto al secolo scorso, tuttavia le loro “responsabilità domestiche” non stanno affatto diminuendo; diversi studi dimostrano, ad esempio, che le donne svolgono più lavori domestici rispetto agli uomini. Eppure le donne continuano a dire sì al lavoro, alla famiglia e agli impegni. Alla donna viene richiesto di essere lavoratrice e casalinga allo stesso tempo: la “nuova immagine” della donna, non va a sostituire la “vecchia immagine”, ma va ad aggiungersi ad essa. Ciò è difficilmente sostenibile.

La contradizione degli uomini e l’equilibrio impossibile

Da uomo ho inoltre notato una cosa: la “nuova immagine” della donna è spesso richiesta dagli uomini, eppur segretamente temuta da essi. Si chiede alla donna di essere lavoratrice, ma quando poi la donna acquista posizioni di comando sul posto di lavoro, essa viene disprezzata dagli uomini suoi subordinati che spesso cercheranno di mettere in discussione il suo operato solo in quanto donna. Si chiede alla donna di lavorare, ma quando – a causa del lavoro – non fa figli, è vista come una egoista. Spesso noi uomini cerchiamo nella donna un equilibrio che non solo non abbiamo noi stessi, ma che è impossibile da raggiungere per chiunque. Cerchiamo una donna bella, ma poi ci sentiamo inadeguati col rischio di diventare gelosi (in realtà possessivi); cerchiamo una donna acculturata ma non vogliamo che sia più acculturata di noi; cerchiamo una donna lavoratrice ma non vogliamo che guadagni più di noi; cerchiamo una donna indipendente ma che – nei fatti – dipenda da noi.

C’è anche da dire una cosa però: specialmente sul lavoro, nella maggior parte dei casi il peggior nemico della donna non è l’uomo, ma la donna stessa, ma qui si apre una parentesi molto estesa, che affronterò meglio in un altro articolo.

Leggi anche: Donna appagata o principessa triste?

Rendere tutti felici tranne se stesse

Kelly, una pubblicista, viene costantemente tenuta impegnata dai suoi figli, dal marito, dal lavoro, dai suoi amici. E non è disposta a deludere nessuno di loro.

“Mi piacerebbe correre a casa per cenare con i miei figli, mangiare mentre la lavatrice ultima un lavaggio di biancheria e pianificare la visita del gatto dal veterinario, prima di incontrare un amico in crisi che ha bevuto troppo. La maggior parte dei giorni, non ero sicura di farcela. Da Venerdì sera, avrei letteralmente voluto strisciare a chiudermi in angolo buio e non emergere fino a lunedì, ma, naturalmente, tra partite di calcio, shopping e cucina, non è stato possibile.”

Alla fine, Kelly si rese conto che, dando un po’ di se stessa a tutti, rendeva felici tutti gli altri, ma stava rendendo del tutto infelice sé stessa.

Leggi anche: Le donne perdono interesse nel sesso dopo il matrimonio. Ecco perché

Stress maggiore rispetto agli uomini

Secondo un recente studio, molte donne riferiscono di sentirsi più stanche rispetto agli uomini. E’ possibile che le donne avvertano la fatica più spesso degli uomini, in quanto esse tendono a soffrire di uno stress più acuto rispetto agli uomini. Ad esempio, in base a una serie di studi, donne e uomini rispondono ai conflitti sul lavoro in modi molto diversi. Le donne, per esempio, tendono a sentirsi immerse nei conflitti in un modo più profondo.
Un sondaggio condotto dalla American Psychological Association ha rilevato che le donne riportano costantemente livelli più elevati di stress da lavoro, una tensione e una frustrazione maggiori di quelle riportate dagli uomini. Sono inoltre più inclini a sentirsi sottovalutate e sottopagate.
Uno studio australiano, nel frattempo, ha trovato che le donne rispondono a questo conflitto stress lavoro-correlato, lavorando di più. Gli uomini stressati, d’altra parte, sono più inclini a mettersi in malattia.

Leggi anche: L’amicizia tra uomo e donna esiste? No, lui ha in testa solo il sesso

La donna dorme peggio dell’uomo

Sembrerebbe, inoltre, che gli uomini dormano “meglio” rispetto alle donne. La National Sleep Foundation, in un sondaggio del 2005, ha rilevato che le donne sono più propense degli uomini ad avere problemi addormentamento, come Cristina sapeva fin troppo bene.

“Mentre mi rigiravo nel letto, mio marito sonnecchiava tranquillamente. Neanche una bomba lo avrebbe svegliato, e non era minimamente preoccupato di come nostra figlia sarebbe andata alla recita scolastica!”

Finché le donne non sceglieranno di prendersi cura di sé, soffriranno di più degli uomini.

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