Ragazzine che improvvisamente cominciano ad avere un inspiegabile singhiozzo. Studentesse, tutte della stessa scuola, che comunicano a manifestare strani tic vocali. Tutte insieme. Tutte senza un perché. È successo a Danvers, cittadina del Massachusetts nota per essere stata, alla fine del Seeicento, teatro del famoso processo alle «streghe di Salem», che portò all’impiccagione di venti donne, accusate di stregoneria e di possessione diabolica. Un precedente piuttosto infelice cui, quando i ragazzini della città hanno cominciato a comportarsi in modo «strano» , non è stato possibile non pensare almeno una volta.
ISTERIA DI MASSA
I primi «sintomi» sono comparsi lo scorso gennaio ma, stando a quanto riferito al The Alantic dal sociologo neozelandese Robert Bartholomew, diversi genitori sarebbero preoccupati per la persistenza di queste «stranezze» nei propri figli. Ma cosa è successo esattamente? Secondo Bartholomew, a Danvers si sarebbe in presenza di un nuovo caso di «isteria di massa», che avrebbe colpito gli adolescenti della città. Più precisamente, gli studenti della Essex Agricultural and Technical School, che hanno cominciato a mostrare tutti gli stessi sintomi di una malattia inesistente ma che, attraverso la «psicosi» generatasi sui social network, tutti hanno pensato di aver contratto, sviluppando sintomi reali.
IL «CONTAGIO» CORRE VIA FACEBOOK
Un caso simile è avvenuto nel 2011 anche a Le Roy, cittadina nello stato di New York, diventato uno dei primi esempi di come l’isteria di massa trovi terreno fertile proprio sui social media, un territorio, quello virtuale, che almeno in linea teorica non dovrebbe favorire contagi reali. Il caso di LeRoy, finito nei manuali di sociologia e attentamente studiato da Bartholomew che da più di 20 anni si occupa di simili fenomeni, comincia con la «malattia» di Marge Fitzsimmons, un’infermiera di 36 anni che comincia a presentare strani sintomi: tic vocali, spasmi incontrollati, qualcosa di molto simile ai sintomi tipici della sindrome di Tourette. Marge lavora in una scuola e, in capo a poco tempo, decine di studentesse cominciano a presentare gli stessi sintomi. I genitori sono preoccupati: un vaccino contaminato? Una nuova terribile droga? Qualcosa nell’acqua? Oppure il ritorno di quella sostanza tossica nell’aria, che negli anni Settanta aveva terrorizzato gli abitanti della città? Niente di tutto questo. Marge soffriva di quello che gli esperti chiamano «disturbo di conversione», ovvero il risultato di un conflitto psichico del paziente, che somatizza un disagio o una situazione di grande stress sviluppando sintomi fisici. Si tratta di un disturbo piuttosto raro, che colpisce prevalentemente le donne. La notizia della misteriosa malattia della donna, comunque, si era diffusa in tutta la scuola e ne aveva varcato i confini, diffondendosi via social network e allargando il «contagio».
DANVERS COME LE ROY?
Contrarre una malattia via Facebook può suonare piuttosto strano. Ma non lo è poi così tanto se su pensa che l’isteria, tra le altre cose, si sviluppa anche sulla nostra (inconsapevole) interpretazione dei fatti che ci vengono riportati. Marge non ha nemmeno avuto bisogno di stabilire un contatto fisico con le ragazze per trasmettere loro la «malattia» e il suo caso, secondo Bartholomew, rappresenta «una svolta epocale nella storia dell’isteria di massa». È probabile che a Danvers stia succedendo esattamente la stessa cosa. E ora si sa che con social media ci si può perfino ammalare.
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Presentato il rapporto annuale Espad (European School Project on Alcohol and Other Drugs), progetto europeo di indagini sull’uso di alcol, droga e sostanze psicoattive nelle scuole, curato per la parte italiana dall’Istituto di fisiologia clinica del CNR di Pisa, che lancia l’allarme: 1 minorenne italiano su 10 utilizza impropriamente psicofarmaci senza alcuna prescrizione medica. La ricerca ha indagato nel dettaglio le abitudini dei minori tra i 15 e 16 anni in 35 paesi Europei. “I dati italiani di consumo di molecole psicoattive non sono allineati alla media europea, ma sono significativamente più alti”, ha spiegato all’agenzia stampa Apcom la ricercatrice del CNR Sabrina Molinaro, che da anni si occupa di queste tematiche. In questo ambito infatti la media europea è del 6%, di quattro punti percentuali più bassa rispetto a quella italiana che è del 10%. La tendenza generale mostra un ritorno verso i livelli massimi registrati a metà anni novanta: in particolare emerge che a fare uso degli psicofarmaci sono più le ragazze (13%) rispetto ai ragazzi (7%).
La caffeina è un alcaloide naturale presente nelle piante di caffè, cacao, tè, cola, guaranà e mate e nelle bevande da esse ottenute. La caffeina è, tecnicamente, una sostanza psicoattiva (anche detta “sostanza psicotropa“), cioè una sostanza chimica farmacologicamente attiva, dotata di azione psicotropa, ovvero capace di modificare lo stato psico-fisico del un soggetto che la assume, potendo agire sul sistema nervoso e su vari distretti dell’organismo, condizionando emozioni, memoria, attenzione, percezione, umore, coscienza, comportamento ed abilità intellettive e motorie. In particolare, la caffeina è una sostanza dall’effetto stimolante ed è la sostanza psicoattiva più diffusa e la più consumata nel mondo, venendo utilizzata sia a scopo ricreativo sia medicalmente. La caffeina è legale in tutti i paesi, a differenza di altre sostanze psicoattive (come la cocaina), considerate illegali. Rimane tuttavia il fatto che, come tutte le sostanze psicoattive, può generare assuefazione e tolleranza, inoltre – se si smette di assumerla improvvisamente – può generare sintomi e segni di craving (astinenza): in questo caso si parla di “dipendenza da caffeina” e”sindrome di astinenza da caffeina“. Molte persone che assumono numerosi caffè al giorno o che bevono grandi quantità di cola, sono dipendenti dalla caffeina senza nenanche saperlo: si accorgono della loro dipendenza solo se all’improvviso cessano di assumere la dose di caffeina giornaliera a cui sono abituati.
Le ferie estive degli italiani durano meno di due settimane: in media solo 13 giorni. Neanche due weekend di fila in cui tutto lo stress accumulato durante l’anno lavorativo precedente si dovrebbe dissolvere tra cocktail colorati, passeggiate in montagna o lungo spiagge esotiche (per chi se le può permettere), in musei o locali alla moda con tanti colori e tanta musica. Siamo partiti per le vacanze pensando che ci saremmo risentiti ricaricati e pronti per ripartire di slancio al nostro ritorno. O almeno così credevamo!
Per meglio comprendere l’argomento trattato in questo articolo, cioè la Sindrome di Münchhausen per procura, vi consiglio di leggere prima l’articolo che parla della 
Secondo uno studio britannico della Oxford University, pubblicato sul Journal Psychological Medicine, una percentuale che oscilla tra il 4 e il 5 per cento dei maschi che hanno appena avuto un figlio soffre di depressione post-natale, contro il dieci per cento delle neo-mamme. I papà del terzo millennio si prendono oneri e onori di un nuovo modo di essere genitori che, ormai da tempo, stanno vivendo ed esplorando. Papà che cambiano i pannolini, che giocano, che danno le pappe e che cantano la ninnananna. Papà che si svegliano la notte, che cullano, che massaggiano il pancino e che danno lo sciroppo. Papà che ridono e che fanno le vocine, che si prendono il congedo parentale, ma anche papà depressi, troppo stanchi, scarichi e caricati da un eccesso di responsabilità che li fa entrar a pieno titolo in quella condizione di depressione post-parto che era un tempo a esclusivo appannaggio femminile.