Immunodeficienza primaria e secondaria: sintomi, cause e terapie

MEDICINA ONLINE SISTEMA IMMUNITARIO IMMUNITA INNATA ASPECIFICA SPECIFICA ADATTATIVA PRIMARIA SECONDARIA  SANGUE ANALISI LABORATORIO ANTICORPO AUTO ANTIGENE EPITOPO CARRIER APTENE LINFOCITI B T HELPER KILLER MACROFAGI MEMORIAI disturbi da immunodeficienza alterano la capacità del sistema immunitario di difendere l’organismo dall’invasione di cellule estranee o patologiche (come batteri, virus, funghi e cellule tumorali). Di conseguenza, si possono manifestare infezioni batteriche, virali o micotiche o linfomi oppure altri tumori normalmente poco frequenti. Un altro problema è rappresentato dal fatto che il 25% dei soggetti affetti da immunodeficienza presenta anche una malattia autoimmune (come la trombocitopenia immune). In una malattia autoimmune, il sistema immunitario attacca i tessuti stessi del corpo ( Disturbi autoimmuni). Talvolta la malattia autoimmune si sviluppa prima che l’immunodeficienza causi altri sintomi.

Esistono due tipi di disturbi da immunodeficienza:

Primario: questi disturbi sono generalmente presenti alla nascita ed ereditari. Si manifestano generalmente durante la prima o la seconda infanzia. Esistono oltre 100 disturbi da immunodeficienza primari e sono tutti relativamente rari.

Secondari: questi disturbi si sviluppano generalmente più avanti nel corso della vita e spesso derivano dall’uso di certi farmaci o da un’altra malattia, come il diabete o l’infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV). Sono più diffusi rispetto a quelli primari.

Alcuni disturbi da immunodeficienza abbreviano l’aspettativa di vita, mentre altri persistono per tutta la vita, ma non influiscono sulla sopravvivenza e pochi si risolvono con o senza trattamento.

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Cause

Cause di immunodeficienza primaria
Questi disturbi possono essere causati da mutazioni, talvolta di un gene in particolare. Se la mutazione è presente sul cromosoma X (sessuale), la malattia che ne deriva si definisce legata al cromosoma X ( Pattern di ereditarietà : Ereditarietà di cromosomi legati al cromosoma X). Questo genere di malattie colpisce maggiormente i bambini di sesso maschile. Il 60% circa delle persone con immunodeficienza primaria è maschio.

I disturbi da immunodeficienza sono classificati in base all’area interessata del sistema immunitario ( Panoramica sul sistema immunitario):

  • L’immunità umorale, che coinvolge i linfociti B, un tipo di globuli bianchi che producono anticorpi (immunoglobuline)
  • L’immunità cellulare, che coinvolge i linfociti T, un tipo di globuli bianchi che aiutano a identificare e distruggere le cellule estranee o anomale
  • Immunità sia umorale sia cellulare
  • Fagociti (cellule che ingeriscono e distruggono i microrganismi)
  • Proteine del complemento (proteine con svariate funzioni immunitarie, come quella di distruggere i batteri e altre cellule estranee e rendere più facile il riconoscimento e l’ingestione delle cellule estranee da parte di altre cellule del sistema immunitario, Immunità innata : Sistema del complemento).

Il componente interessato del sistema immunitario può essere mancante, ridotto in quantità o alterato e malfunzionante. I problemi legati ai linfociti B sono i più diffusi fra i disturbi da immunodeficienza, rappresentandone oltre la metà.

Alcuni disturbi da immunodeficienza primari:

  • Immunodeficienza comune variabile
  • Carenza di un anticorpo specifico (immunoglobulina), quale l’IgA
  • Ipogammaglobulinemia transitoria infantile
  • Agammaglobulinemia legata al cromosoma X
  • Immunità cellulare: Malattie dei linfociti T
  • Candidosi mucocutanea cronica
  • Sindrome di DiGeorge
  • Sindrome linfoproliferativa legata al cromosoma X
  • Atassia-telangiectasia
  • Sindrome da ipergammaglobulinemia E
  • Immunodeficienza combinata grave
  • Sindrome di Wiskott-Aldrich
  • Malattia granulomatosa cronica
  • Sindrome di Chédiak-Higashi
  • Neutropenia ciclica
  • Deficit di adesione leucocitaria
  • Carenza dell’inibitore del componente del complemento 1 (C1) (angioedema ereditario)
  • Carenza di C3
  • Carenza di C5, C6, C7, C8 e/o C9

Patologie da immunodeficienza secondaria
Queste malattie derivano frequentemente dall’uso di farmaci (in particolare gli immunosoppressori). Questi farmaci vengono somministrati al fine di sopprimere il sistema immunitario. Ad esempio, alcuni vengono usati per prevenire il rigetto di un organo o di un tessuto trapiantato ( Farmaci utilizzati per prevenire il rigetto del trapianto). Possono essere somministrati a soggetti con una malattia autoimmune per sopprimere l’attività di attacco dell’organismo nei confronti dei propri tessuti. I corticosteroidi, un tipo di immunosoppressori, sono usati per sopprimere l’infiammazione dovuta a svariate cause, come l’artrite reumatoide. Tuttavia, gli immunosoppressori compromettono anche la capacità dell’organismo di combattere le infezioni e probabilmente di distruggere le cellule tumorali.

La chemioterapia e la radioterapia possono anch’esse sopprimere il sistema immunitario, talvolta causando disturbi da immunodeficienza.

Alcuni farmaci che possono causare immunodeficienza:

  • Anticonvulsivanti (usati per il trattamento delle convulsioni)
  • Carbamazepina
  • Fenitoina
  • Valproato
  • Immunosoppressori (farmaci che sopprimono il sistema immunitario)
  • Azatioprina
  • Ciclosporina
  • Micofenolato mofetile
  • Sirolimus
  • Tacrolimus
  • Corticosteroidi
  • Metilprednisolone
  • Prednisone
  • Alemtuzumab
  • Busulfano
  • Ciclofosfamide
  • Melfalan
  • Adalimumab
  • Etanercept
  • Infliximab
  • Muromonab (OKT3)
  • Rituximab
  • Tocilizumab

Malattie e condizioni che possono causare immunodeficienza:

  • Anemia aplastica
  • Leucemia
  • Mieloma multiplo, un tipo di tumore
  • Anemia a cellule falciformi
  • Alcuni tipi di tumore
  • Sindrome di Down
  • Infezioni da citomegalovirus
  • Infezioni da virus di Epstein-Barr
  • Infezione da HIV (virus dell’immunodeficienza umana)
  • Morbillo
  • Varicella
  • Alcune infezioni batteriche
  • Diabete mellito
  • Accumulo di sostanze tossiche nel sangue (uremia)
  • Malattia renale cronica
  • Sindrome nefrosica
  • Epatite
  • Insufficienza epatica
  • Artrite reumatoide
  • Lupus eritematoso sistemico (lupus)
  • Asportazione della milza
  • Alcolismo
  • Ustioni
  • Denutrizione

I disturbi da immunodeficienza possono essere indotti quasi da qualsiasi disturbo grave che persiste per lungo tempo. Ad esempio, il diabete può indurre un disturbo da immunodeficienza, poiché la funzionalità dei globuli bianchi è ridotta in presenza di livelli elevati di glicemia. Il virus dell’immunodeficienza umana (HIV) induce sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il disturbo da immunodeficienza acquisita più grave e più diffuso.

La denutrizione, generale o legata alla mancanza di specifici nutrienti, può compromettere il sistema immunitario. Quando la denutrizione riduce il peso di una persona pari a meno dell’80% rispetto a quello raccomandato, il sistema immunitario è solitamente compromesso. Un calo pari a meno del 70% determina in genere una grave compromissione.

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Sintomi

I soggetti con disturbi da immunodeficienza tendono a sviluppare infezioni ripetute. Generalmente, le prime a comparire sono le infezioni respiratorie (come le infezioni dei seni paranasali e dei polmoni) che si ripresentano spesso. La maggior parte dei soggetti sviluppa infine infezioni batteriche gravi che persistono, ricorrono o portano a complicanze. Ad esempio, mal di gola e sindromi da raffreddamento, possono complicarsi sfociando in una polmonite. Tuttavia, la ricorrenza di molti raffreddori non presuppone necessariamente un disturbo da immunodeficienza.

Sono frequenti le infezioni di bocca, occhi e apparato digerente. Il mughetto, un’infezione micotica della bocca, può essere un segno precoce di disturbo da immunodeficienza. Possono comparire ulcerazioni buccali. Possono insorgere gengiviti croniche e infezioni dell’orecchio e della pelle frequenti. Le infezioni batteriche (ad esempio da stafilococchi,) possono causare ulcere piene di pus (pioderma). La pelle dei soggetti affetti da disturbi da immunodeficienza può essere ricoperta da grosse verruche molto visibili, causate da virus.

Molte persone hanno febbre e brividi e perdono l’appetito e/o calano di peso.

Può comparire dolore addominale, eventualmente causato dall’ingrossamento del fegato o della milza.

I neonati o i bambini nella prima infanzia possono avere diarrea cronica e un ritardo dello sviluppo e della crescita (crescita stentata). L’immunodeficienza può essere aggravata se i sintomi si sviluppano nella prima infanzia e non più avanti nel corso della vita.

Altri sintomi variano in base alla gravità e alla durata delle infezioni.

Le immunodeficienze primarie possono verificarsi come parte di una sindrome che presenta altri sintomi, spesso più facili da riconoscere rispetto a quelli dell’immunodeficienza. Ad esempio, un medico potrebbe riconoscere la sindrome di DiGeorge perché i neonati che ne sono affetti hanno una malformazione dei padiglioni auricolari, mandibola piccola con recessione e occhi distanti.

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Diagnosi

Il medico valuta per prima cosa la presenza di un disturbo da immunodeficienza. Esegue esami per l’identificazione di un’anomalia specifica del sistema immunitario.

L’immunodeficienza viene sospettata quando il soggetto presenta infezioni ricorrenti (tipicamente sinusite, bronchite, infezioni dell’orecchio medio o polmonite). I medici sospettano un disturbo da immunodeficienza nel caso di ricorrenza di un’infezione rara o grave o quando un organismo che solitamente non causa gravi infezioni (come funghi Pneumocystis o citomegalovirus) diventa patogeno.

I risultati dell’esame obiettivo possono indicare un’immunodeficienza e, talvolta, il tipo di malattia specifica. Ad esempio, il medico sospetta un certo tipo di disturbo da immunodeficienza quando i linfonodi e le tonsille sono insolitamente piccoli e altri tipi quando questi risultano gonfi e dolorabili alla palpazione.

Per identificare il tipo di disturbo da immunodeficienza, il medico chiede l’età all’insorgenza delle infezioni ricorrenti o rare o altri sintomi caratteristici. I vari tipi di immunodeficienza dipendono principalmente dall’età di insorgenza, come segue:

  • Neonati prima dei 6 mesi d’età: generalmente un’anomalia dei linfociti T
  • Da 6 a 12 mesi: possibile malattia dei linfociti B e T
  • Oltre i 12 mesi: generalmente un’anomalia dei linfociti B e della produzione anticorpale

Il tipo di infezione, potrebbe anche aiutare a identificare il tipo di disturbo da immunodeficienza. Ad esempio, può essere utile individuare l’organo affetto (orecchie, polmoni, cervello o vescica), l’organismo infettante (batteri, funghi o virus) e la specie di quest’ultimo.

I medici s’informano sui fattori di rischio, come diabete, uso di alcuni farmaci, esposizione a sostanze tossiche e sull’eventualità che il paziente abbia parenti stretti con disturbo da immunodeficienza (anamnesi familiare). Si chiedono informazioni sull’attività sessuale precedente e attuale e all’uso di droghe somministrate per via endovenosa, per stabilire se la patologia sia dovuta a infezione da HIV ( Infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV)).

Esami

Sono necessari esami di laboratorio per confermare la diagnosi e identificare il tipo di disturbo da immunodeficienza. Si preleva un campione di sangue che viene analizzato per determinare il numero totale dei globuli bianchi e le percentuali di ciascuna classe di essi. I globuli bianchi vengono esaminati al microscopio alla ricerca di anomalie. Vengono determinati anche i livelli di immunoglobuline, il numero di globuli rossi e piastrine e i livelli di alcuni tipi di anticorpi prodotti dopo la somministrazione di vaccini. In presenza di risultati alterati vengono eseguiti ulteriori esami.

Qualora si ritenga che l’immunodeficienza sia dovuta a un’anomalia dei linfociti T, vengono eseguiti test cutanei. Il test cutaneo assomiglia al test cutaneo alla tubercolina, usato come controllo della tubercolosi. Piccole quantità di proteine derivanti da organismi infettivi comuni, come il lievito, vengono iniettate sotto pelle. In caso di reazione (eritema, calore e tumefazione) nel giro di 48 ore, i linfociti T funzionano normalmente. L’assenza di una reazione può indicare un’anomalia dei linfociti T. Oppure possono essere ricercate anomalie dei linfociti T eseguendo esami del sangue per stabilire il numero di linfociti T e valutarne la funzionalità.

I soggetti appartenenti a famiglie portatrici di un gene che induce un disturbo da immunodeficienza ereditario possono richiedere di essere sottoposti a un test genetico, per ricercare la presenza di tale gene ed essere informati sul rischio di avere un figlio affetto da tali disturbi. Può essere utile consultare un genetista prima di eseguire i test. Diversi disturbi da immunodeficienza, come l’agammaglobulinemia legata al cromosoma X, la sindrome di Wiskott-Aldrich, l’immunodeficienza combinata grave e la malattia granulomatosa cronica, possono essere riscontrati in un feto, prelevando un campione di liquido attorno al feto (liquido amniotico) o il sangue del feto (test prenatale, Metodi). Questi test sono consigliati ai soggetti con un’anamnesi familiare di disturbi da immunodeficienza, se la mutazione è stata identificata all’interno della famiglia. Alcuni esperti raccomandano di sottoporre a screening tutti i neonati eseguendo un esame del sangue che stabilisce la presenza di linfociti T anomali o scarsi in quantità: si tratta del test TREC (T-cell receptor excision circles). Grazie a questo test è possibile identificare le immunodeficienze cellulari, come l’immunodeficienza combinata grave. L’identificazione precoce di questa patologia nei neonati può prevenirne la morte in tenera età. Il test TREC su tutti i neonati è ora obbligatorio in molti Stati statunitensi.

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Prevenzione e trattamento

Alcune delle malattie che possono causare immunodeficienza possono essere prevenute e/o trattate, contribuendo a prevenire così lo sviluppo dell’immunodeficienza. Di seguito alcuni esempi:

Infezione da HIV: il rischio d’infezione da HIV può essere ridotto con rapporti sessuali protetti ed evitando di scambiare gli aghi con cui si iniettano le droghe. Anche i farmaci antiretrovirali possono generalmente trattare l’infezione da HIV in maniera efficace ( Infezione da virus dell’immunodeficienza umana (HIV) : Trattamento).

Cancro: il trattamento corretto ripristina di norma la funzionalità del sistema immunitario, a meno che il soggetto non continui ad assumere immunosoppressori.

Diabete: un buon controllo del diabete può contribuire a migliorare la funzione dei globuli bianchi, ostacolando pertanto l’insorgenza delle infezioni.

Le strategie volte alla riduzione del rischio e al trattamento delle infezioni dipendono dal tipo di disturbo da immunodeficienza. Ad esempio, i soggetti con disturbo da immunodeficienza dovuto a carenza di anticorpi sono predisposti alle infezioni batteriche. Quanto segue può contribuire a ridurre il rischio:

  • Trattamento periodico con immunoglobuline (anticorpi ottenuti dal sangue di soggetti con sistema immunitario sano), somministrate per via endovenosa o sottocutanea
  • Mantenere una buona igiene personale (compresa un’attenta igiene orale)
  • Non consumare cibi crudi
  • Non bere acqua potenzialmente contaminata
  • Evitare il contatto con persone infette

Si somministrano antibiotici alla comparsa di febbre o di un altro segno di infezione, prima di eseguire tecniche chirurgiche e odontoiatriche che possano introdurre batteri nel flusso sanguigno. Se una malattia (come l’immunodeficienza combinata grave) aumenta il rischio di sviluppare infezioni gravi o particolari, è necessario somministrare antibiotici come prevenzione.

I farmaci antivirali vengono somministrati al primo segno di infezione se il soggetto è affetto da un disturbo da immunodeficienza che aumenta il rischio di infezioni virali (come l’immunodeficienza dovuta a un’alterazione dei linfociti T). Questi farmaci comprendono amantadina per l’influenza e aciclovir per l’herpes o la varicella.

Se il disturbo da immunodeficienza specifico non influisce sulla produzione di anticorpi, vengono somministrati i vaccini. I vaccini vengono somministrati per stimolare l’organismo a produrre anticorpi che riconoscono e attaccano batteri e virus specifici. Se il sistema immunitario del soggetto non riesce a produrre anticorpi, la somministrazione di un vaccino non ne promuove la produzione e può addirittura scatenare una malattia. Ad esempio, se una malattia non influisce sulla produzione di anticorpi, la persona affetta da quella malattia deve sottoporsi a vaccino anti-influenzale una volta all’anno. Questo vaccino può anche essere somministrato ai familiari più prossimi del soggetto e alle persone che vivono a stretto contatto con lui/lei. In generale, i vaccini a base di virus vivi non vengono somministrati alle persone con alterazioni dei linfociti B o T perché potrebbero scatenare un’infezione. I vaccini a base di virus vivi includono quello contro rotavirus, morbillo-orecchioni-rosolia, varicella, varicella-zoster (fuoco di S. Antonio), bacillo di Calmette-Guérin (bacille Calmette-Guérin, BCG) e influenza, somministrato come spray nasale. Un vaccino vivo per il virus della poliomielite somministrato per via orale non viene più utilizzato negli Stati Uniti, ma lo è ancora in alcune parti del mondo.

Il trapianto delle cellule staminali ( Trapianto di cellule staminali) può correggere alcuni disturbi da immunodeficienza, soprattutto l’immunodeficienza combinata grave. Le cellule staminali vengono solitamente prelevate dal midollo osseo, ma talvolta dal sangue (compreso quello prelevato dal cordone ombelicale). Il trapianto delle cellule staminali, disponibile in alcuni centri medici importanti, è solitamente riservato ai soggetti con patologie gravi.

Talvolta è utile eseguire il trapianto del tessuto timico. La terapia genica per alcune patologie congenite da immunodeficienza è stata sperimentata con successo.

Grazie al trattamento adeguato, molti soggetti affetti da immunodeficienza possono godere di un’aspettativa di vita normale. Alcuni, tuttavia, necessitano di cure intensive e frequenti per tutta la vita. Altri, come quelli affetti da immunodeficienza combinata grave, muoiono durante l’infanzia, a meno che non ricevano un trapianto di midollo osseo o di cellule staminali.

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Differenza tra infestazione interna ed esterna

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME ML’infestazione è la condizione di un organismo invaso da un parassita; le infestazioni umane più frequenti nell’uomo: la scabbia, la pediculosi, le malattie da artropodi (come le pulci), da echinococco, da filaria, da schistosomi. L’infestazione avviene normalmente tramite un altro organismo animale, e l’uomo può essere l’ospite definitivo oppure, a sua volta, ospite intermedio.

Le infestazioni possono essere classificate come interne o esterne, in relazione alla localizzazione dei parassiti rispetto all’ospite:

  • infestazioni esterne (ectoparassitiche): sono condizioni in cui gli organismi vivono primariamente sulla superficie dell’ospite; comprendono le infestazioni da acari, pidocchi e zecche;
  • infestazioni interne (endoparassitiche): sono condizioni in cui gli organismi vivono all’interno dell’ospite; comprendono le infestazioni da vermi.

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Infestazione: cos’è, da cosa è causata, come si cura

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MCon “infestazione” in medicina si intende la condizione di un organismo invaso da un parassita; le infestazioni umane più frequenti nell’uomo:

  • la scabbia,
  • la pediculosi,
  • le malattie da artropodi (come le pulci),
  • da echinococco,
  • da filaria,
  • da schistosomi.

Chi trasmette una infestazione?
L’infestazione avviene normalmente tramite un altro organismo animale, e l’uomo può essere l’ospite definitivo oppure, a sua volta, ospite intermedio.

Perché queste infestazioni sono importanti?
Queste condizioni hanno grande peso sulla salute pubblica mondiale, perché spesso sono debilitanti, facilmente trasmissibili (ad esempio tra i bambini nelle scuole o tra adulti negli uffici pubblici) e perché possono veicolare infezioni secondarie anche gravi e potenzialmente mortali.

Come si curano le infestazioni?
I rimedi terapeutici tipicamente usati per le infestazioni sono il lindano (esaclorobenzene), la permetrina e l’ivermectina; si tratta di prodotti da manipolare con cura perché tossici: agiscono sul sistema nervoso dei parassiti, provocandone paralisi e morte.

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Differenza tra infezione ed infestazione

MEDICINA ONLINE BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA EMOGLOBINAL’infestazione è la condizione di un organismo invaso da un parassita; le infestazioni umane più frequenti nell’uomo: la scabbia, la pediculosi, le malattie da artropodi (come le pulci), da echinococco, da filaria, da schistosomi. L’infestazione avviene normalmente tramite un altro organismo animale, e l’uomo può essere l’ospite definitivo oppure, a sua volta, ospite intermedio. Queste condizioni hanno grande peso sulla salute pubblica mondiale, perché spesso sono debilitanti, facilmente trasmissibili (ad esempio tra i bambini nelle scuole o tra adulti negli uffici pubblici) e veicolano infezioni secondarie. I rimedi terapeutici tipicamente usati per le infestazioni sono il lindano (esaclorobenzene), la permetrina e l’ivermectina; si tratta di prodotti da manipolare con cura perché tossici: agiscono sul sistema nervoso dei parassiti, provocandone paralisi e morte.

Una infezione è una reazione patologica di un organismo alla penetrazione e alla moltiplicazione di microrganismi (virus, batteri, miceti, protozoi, metazoi).

Il concetto di infestazione è diverso da quello di infezione, perché nell’infestazione l’organismo infestante (parassita) NON si riproduce nell’ospite, cosa che invece avviene nell’infezione.

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Tiroide: dove si trova, com’è fatta e quali funzioni svolge?

MEDICINA ONLINE TIROIDE NODULO IPOTIROIDISMO IBSA EUTIROX ORMONI TIROIDEI METABOLISMO BASALE COLLO GOZZO SINTOMI PARATIROIDI TIROIDECTOMIA TOTALE PARZIALE CHIRURGIA OBESITA INGRASSARE PELa tiroide è una piccola ghiandola endocrina a forma di farfalla, essendo formata da due lobi uniti fra loro da un istmo.

Dove si trova la tiroide?
La tiroide è situata nella parte anteriore del collo, più o meno all’altezza della quinta vertebra cervicale; si appoggia anteriormente a trachea e laringe, posteriormente all’esofago. Per avere un punto di riferimento conosciuto, la tiroide è posta immediatamente sotto il pomo di Adamo, a tal proposito leggi: A che serve l’osso ioide e dove si trova? Cos’è il pomo d’Adamo?

Quanto è grande e quanto pesa una tiroide?
La tiroide misura mediamente circa 5-8 cm di lunghezza, 3-4 di larghezza e 2-3 di spessore. Il suo peso è piuttosto variabile, a seconda di alcuni parametri, tra i quali alimentazione, età e peso corporeo, ma negli adulti varia mediamente tra 10 e 20 g.

La tiroide è palpabile?
No, quando la tiroide è sana non è palpabile: lo diventa quanto aumenta le sue dimensioni a causa di varie patologie, come la presenza di noduli benigni o maligni.

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Funzioni della tiroide
La tiroide svolge parecchie funzioni ma la più importante è l’avere un ruolo chiave nel controllo del metabolismo mediante la produzione degli ormoni tiroidei tiroxina (T4) e triiodotironina (T3), sostanze che – tramite il sangue – raggiungono ogni distretto del nostro organismo e la cui carenza porta ad ipotiroidismo. La corretta funzione della tiroide richiede un adeguato apporto di iodio, la cui carenza è responsabile della comparsa di gozzo semplice o nodulare. La tiroide contiene inoltre una percentuale elevatissima di selenio, più alta rispetto a qualsiasi altro organo: questo oligoelemento, insieme allo iodio, è infatti essenziale per il suo corretto funzionamento. Per approfondire: Tiroide: anatomia, funzioni e patologie in sintesi

La tiroide è “gestita” dall’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide
La funzione della tiroide è regolata dall’ipofisi (una piccola ghiandola localizzata alla base del cranio), che agisce sulla tiroide mediante il TSH (thyroid stimulating hormone) e dall’ipotalamo che secerne il TRH (ormone di rilascio della tireotropina); per approfondire leggi: Asse ipotalamo-ipofisi-tiroide: funzionamento ed ormoni rilasciati

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Sepsi: cause, sintomi, diagnosi e terapie

MEDICINA ONLINE SISTEMA IMMUNITARIO IMMUNITA INNATA ASPECIFICA SPECIFICA ADATTATIVA PRIMARIA SECONDARIA DIFFERENZA LABORATORIO ANTICORPO AUTO ANTIGENE EPITOPO CARRIER APTENE LINFOCITI BIl termine sepsi indica una malattia sistemica causata dalla risposta dell’organismo (sotto forma di SIRS, Sindrome da Risposta Infiammatoria Sistemica) all’invasione di tessuti, fluidi o cavità corporee normalmente sterili da parte di microrganismi patogeni o potenzialmente patogeni. Le complesse interazioni tra il microrganismo infettante, il sistema immunitario dell’ospite, le risposte infiammatorie e la coagulazione influenzano l’esito nella sepsi.

Precedentemente la malattia veniva chiamata setticemia (dal greco antico σηπτικός, sēptikós), termine però impreciso in quanto indica la sola forma batterica (la più grave).

Fino a poco tempo fa, la sepsi era considerata una condizione di iper-infiammazione e coagulabilità, con conseguente danno cellulare e squilibri della circolazione. Malgrado sia meno conosciuta di altre malattie ha un tasso di mortalità cinque volte superiore all’ictus e dieci volte all’infarto. Per aumentarne la sua consapevolezza nella popolazione è stata istituita la giornata mondiale della sepsi (World Sepsi Day) il 13 settembre 2013.

La diagnosi tempestiva è fondamentale per la gestione della sepsi, come l’inizio di una corretta terapia precoce è fondamentale per ridurre la mortalità da sepsi grave. Il termine setticemia è a volte utilizzato impropriamente come sinonimo di sepsi, ma in realtà indica lo specifico caso in cui la sepsi è accompagnata da batteriemia (sepsi batteriemica) invece che da altri tipi di infezioni.

La sepsi si instaura prevalentemente in pazienti critici, immunocompromessi e anziani. Negli Stati Uniti i nuovi casi di sepsi sono stimati essere 750.000 ogni anno, con un’incidenza che è probabilmente destinata ad aumentare dell’1,5% all’anno per l’invecchiamento della popolazione. Sempre negli USA riguarda il 1%-2% di tutti i ricoveri e fino al 25% dei letti disponibili nelle Unità di Terapia Intensiva (ICU), rappresentando la decima più comune causa di morte, secondo i dati del 2000 dei Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (“Centers for Disease Control and Prevention”). A causa della sua natura particolarmente aggressiva e multifattoriale, la sepsi conduce rapidamente a morte e costituisce la principale causa di decesso nelle terapie intensive non coronariche di tutto il mondo, con tassi di letalità che vanno dal 20% per la sepsi al 40% per la sepsi grave, ad oltre il 60% per lo shock settico: cumulativamente, nel mondo muoiono per sepsi circa 1400 persone al giorno.

Uno dei problemi da affrontare per una gestione adeguata del paziente settico è il ritardo nell’assegnazione del trattamento corretto che fa seguito alla diagnosi. Si è dunque recentemente creato un grande progetto di collaborazione internazionale per far conoscere la sepsi e per migliorare l’outcome del paziente settico, nominato “Surviving Sepsis Campaign”. Tale organismo ha già pubblicato un articolo di revisione (review) basato sull’evidenza: sono delle linee guida sulle strategie per la gestione della sepsi grave e dello shock settico, con l’idea di pubblicare una serie completa di linee guida nei prossimi anni. L’applicazione in Italia di tali linee guida è in studio in alcuni reparti di Medicina d’Urgenza e di Terapia Intensiva; una delle più ampie casistiche europee è quella raccolta all’Ospedale delle Molinette di Torino.

Patogenesi

L’attivazione immunitaria che causa la sepsi è una risposta infiammatoria sistemica che causa una generalizzata attivazione delle vie dell’infiammazione e della coagulazione del sangue. Tale situazione può progredire fino allo shock settico e, anche a seguito di trattamento ottimale, può portare alla Sindrome da insufficienza multiorgano (MODS) ed eventualmente alla morte.

Condizioni e complicazioni correlate sono:

  • Coagulazione intravascolare disseminata (CID): grave stato patologico caratterizzato da abnormale coagulazione del sangue, che porta alla presenza disseminata di trombi ed emorragie; può essere causata anche dalla sepsi.
  • Necrosi tubulare acuta: porta ad insufficienza renale acuta; può derivare dall’ipoperfusione dei reni in caso di sepsi (cioè: non arriva sangue a sufficienza ai reni, e così questi smettono di funzionare).
  • Sindrome da insufficienza multiorgano (MODS): può essere causata anche dalla sepsi.
  • Meningite: infezione del tessuto che ricopre il Sistema Nervoso Centrale, ossia l’encefalo ed il midollo spinale; può essere una causa od una complicazione della sepsi.
  • Endocardite: infezione della superficie interna del cuore, a contatto con il sangue; come altri quadri patologici può essere una causa od una complicazione della sepsi.
  • Piemia: è un tipo di sepsi che porta alla formazione di ascessi disseminati, solitamente causata da Stafilococchi.
  • Chetoacidosi nei pazienti affetti da Diabete mellito, soggetti allo sviluppo di iperglicemia in caso di sepsi. La chetoacidosi aggrava l’ipotensione, aumentando perciò il rischio di uno shock settico.

Entro dodici ore dal sospetto di sepsi è essenziale confermare o escludere qualsiasi fonte di infezione che richiederebbe un controllo, come infezioni del tessuto molle necrotizzante, peritonite, colangite, infarto intestinale.

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Clinica

La sepsi è definita come una infezione sospetta o documentata a cui si associno almeno due dei seguenti parametri alterati:

1. Parametri generali

  • Febbre (temperatura interna, > 38,3 °C)
  • Ipotermia (temperatura interna, < 36 °C)
  • Frequenza cardiaca ( > 90 battiti al minuto o > 2 SD sopra del limite superiore del range di normalità per l’età)
  • Tachipnea
  • Stato mentale alterato
  • Edema significativo o bilancio idrico positivo ( > 20 ml / kg di peso corporeo nel corso di un periodo di 24 ore)
  • Iperglicemia (glicemia, > 140 mg / dl [ 6,7 mmol / l ] ) in assenza di diabete

2. Parametri infiammatori

  • Leucocitosi (conta dei globuli bianchi, > 12.000 / mm3)
  • Leucopenia (conta dei globuli bianchi, < 4000/mm3)
  • Formula leucocitaria normale ma con > 10% di forme immature
  • Proteina C – reattiva ( > 2 SD sopra del limite superiore del range di normalità)
  • Procalcitonina plasmatica ( > 2 SD sopra del limite superiore del range di normalità)

3. Parametri emodinamici

  • Ipotensione arteriosa (pressione sistolica < 90 mm Hg, pressione arteriosa media < 70 mm Hg, o diminuzione della pressione sistolica > 40 mm Hg negli adulti o > 2 DS al di sotto del limite inferiore del range di normalità per l’età)
  • Elevata saturazione di ossigeno venoso misto ( > 70 % )
  • Indice cardiaco elevato ( > 3,5 litri / min / metro quadrato di superficie corporea)

4. Parametri di disfunzione d’organo

  • Ipossia arteriosa (rapporto tra la pressione parziale dell’ossigeno arterioso e la frazione di ossigeno inspirato, Pao2/Fio2 < 300)
  • Oliguria acuta (produzione di urina, < 0,5 ml / kg / ora o 45 ml / h per almeno 2 ore nonostante infusione di fluidi)
  • Aumento del livello di creatinina > 0,5 mg / dl ( > 44,2 mmol / litro)
  • Anomalie della coagulazione (rapporto internazionale normalizzato −INR− , > 1.5; o tempo parziale di tromboplastina parziale attivata > 60 sec)
  • Ileo paralitico (assenza di rumori intestinali)
  • Trombocitopenia (conta piastrinica < 100.000 / mm3)
  • Iperbilirubinemia (bilirubina totale plasma > 4 mg / dl [ 70 mmol / litro ] )

5. Parametri da ipoperfusione

  • Iperlattatemia (lattati > 1 mmol / litro)
  • Diminuzione del riempimento capillare

La sepsi grave è definita come sepsi indotta da disfunzione d’organo o ipoperfusione tissutale (che si manifesta come ipotensione, elevati livelli di lattato e diminuita produzione di urina).

Lo shock settico è una sepsi severa, con pressione del sangue persistentemente bassa nonostante la somministrazione di fluidi per via endovenosa.

Segni e sintomi

Oltre ai sintomi correlati all’infezione, la sepsi è frequentemente associata sia con febbre o ipotermia, respirazione rapida, elevata frequenza cardiaca, confusione ed edema. I primi segni sono elevata frequenza cardiaca, diminuzione della minzione e dello zucchero nel sangue, mentre i segni di sepsi diagnosticata sono confusione, acidosi metabolica con alcalosi respiratoria compensatoria (che può manifestarsi come respiro accelerato), bassa pressione sanguigna, diminuzione della resistenza vascolare sistemica, gittata cardiaca più alta e disfunzioni della coagulazione del sangue. La sepsi può anche portare ad un calo della pressione sanguigna, con conseguente shock. Ciò può provocare stordimento. Può comportare anche la presenza di lividi o sanguinamento. Tali alterazioni debbono essere di insorgenza acuta (recente), persistente (non fugaci) e non spiegabili da altre cause (come per esempio alterazioni iatrogene o farmacologiche dell’emocromo o della frequenza cardiaca, etc…).

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Disfunzione d’organo

Esempi di disfunzione d’organo sono:

  • Polmoni: danno polmonare acuto (PaO2/FiO2 <300) o sindrome da distress respiratorio acuta (PaO2/FiO2 <200).
  • Cervello: sintomi analoghi all’encefalopatia: agitazione, confusione, coma; causa: ischemia, emorragia, microtrombi, microascessi, leucoencefalopatia multifocale progressiva.
  • Fegato: interruzione della funzione di sintesi proteica: si manifesta acutamente come progressiva coagulopatia a causa di incapacità di sintetizzare i fattori della coagulazione; interruzione delle funzioni metaboliche: si manifesta come la cessazione del metabolismo della bilirubina, con conseguente livelli di bilirubina sierica non coniugata elevati.
  • Rene: oliguria e anuria, anomalie elettrolitiche, sovraccarico di volume.
    Cuore: insufficienza cardiaca, probabilmente a causa delle citochine che deprimono la funzione dei miociti; danno cellulare manifestato come una perdita di troponina (anche se non necessariamente di natura ischemica).

Esami di laboratorio e strumentali

Entro le prime tre ore dal sospetto di sepsi, gli esami diagnostici dovrebbero includere la misurazione del lattato sierico e l’esame delle colture appropriate prima di iniziare un trattamento antimicrobico, purché questo non venga ritardato per più di 45 minuti. Per identificare l’agente patogeno, almeno due emocolture (aerobi ed anaerobi) devono essere ottenute, con almeno una presa per via percutanea e una attraverso un catetere vascolare (ad esempio un catetere intravenoso). Se si sospettano altre fonti, possono essere ottenute altre culture, come l’urina, fluido cerebrospinale, da ferite o da secrezioni respiratorie.

Se nel giro di sei ore vi è ipotensione persistente, nonostante la somministrazione iniziale di fluido di 30ml/kg, o se il lattato iniziale è ≥ 4 mmol/L (36 mg/dL), dovrebbe essere misurata la pressione venosa centrale e la saturazione di ossigeno venoso. Il lattato deve essere nuovamente misurato se inizialmente è apparso molto elevato.

Infezione

Il sospetto di infezione può essere confermato sia dalle emocolture sia tramite reazione a catena della polimerasi (PCR), fermo restando che per effettuare un antibiogramma è necessaria una coltura positiva. Test specifici per l’infezione comprendono la presenza di globuli bianchi nel liquido normalmente sterile (ad esempio urina o liquido cerebrospinale (CSF)), la prova di un viscere perforato (aria libera su una radiografia all’addome o tramite TAC, segni di peritonite acuta), radiografia del torace anormale, in linea con la polmonite (con opacizzazione focale), o presenza di petecchie o porpora.

Diagnosi differenziale

La diagnosi differenziale di sepsi è ampia e comprende le condizioni che possono causare i segni sistemici di SIRS: astinenza da alcol, embolia polmonare, tireotossicosi, anafilassi, insufficienza surrenalica, e shock neurogeno.

Trattamento

La terapia della sepsi si basa su antibiotici a largo spettro, drenaggio chirurgico di raccolte infette, somministrazione di liquidi e supporto adeguato della disfunzione d’organo. Il supporto può consistere nella dialisi nell’insufficienza renale, nella ventilazione meccanica nell’insufficienza respiratoria, nell’infusione di liquidi, emoderivati e farmaci vasopressori nell’insufficienza circolatoria. Inoltre, soprattutto se si protrae nel tempo tale stato, è importante assicurare un’adeguata nutrizione, eventualmente parenterale.

La Early Goal Directed Therapy (EGDT, terapia precoce diretta al raggiungimento dell’obiettivo), sviluppata all’Henry Ford Hospital dal dr. E. Rivers, è un approccio sistematico alla rianimazione validato nel trattamento della sepsi grave e dello shock settico che dev’essere intrapreso già nel Pronto Soccorso. Il razionale consiste nell’uso di un approccio a tappe, facendo raggiungere al paziente degli obiettivi fisiologici intermedi, per ottimizzare così il precarico, il postcarico e la contrattilità cardiaci, ottimizzando dunque l’arrivo di ossigeno ai tessuti.

  • Come primo punto, sono richiesti: il posizionamento di catetere venoso centrale (CVC) a doppio lume e di catetere vescicale (si deve mantenere una diuresi ≥ 0,5 ml/Kg/h); l’istituzione di terapia antibiotica ad ampio spettro entro 3 ore dalla presentazione del paziente in Pronto Soccorso; insulinoterapia; ossigenoterapia; ventilazione meccanica.
  • PVC 8-12 mmHg. → L’iter terapeutico vero e proprio comincia ora. Nella EGDT i fluidi sono somministrati fino a che la pressione venosa centrale(PVC) raggiunge gli 8-12 mmHg (aggiustamenti andranno realizzati con nitroglicerina se PVC > 15 mmHg o con soluzione fisiologica dapprima a bolo e poi in infusione rapida se PVC < 8 mmHg; se PVC < 4 mmHg considerare l’aggiunta di un colloide come l’albumina.
  • MAP 65-90 mmHg. → Il passo successivo è il controllo della pressione arteriosa media (MAP), che se non rientra nell’intervallo compreso fra 65 e 90 mmHg richiede la somministrazione di vasodilatatori (nitroglicerina) o vasopressori (noradrenalina o dopamina e cortisolo; aggiungere ADH o adrenalina in caso di ipotensione refrattaria), fino al ripristino dei valori stabiliti.
  • HCT ≥30%; ScvO2 ≥70. → Una volta raggiunto il controllo della MAP, si deve tendere alla normalizzazione della saturazione venosa centrale (ScvO2, la saturazione d’ossigeno del sangue venoso misurata in vena cava superiore). Se la ScvO2 è < 70%, viene verificato che l’ematocrito (HCT) abbia valori di almeno 30% (ed in caso si trasfondono emazie concentrate fino al raggiungimento di tale livello), e quindi infusi farmaci inotropi (dobutamina) fino a che anche l’obiettivo della ScvO2 è raggiunto. Se la ScvO2 resta bassa nonostante l’ottimizzazione dell’emodinamica, può essere richiesta l’intubazione (dunque in elezione) per ridurre la richiesta d’ossigeno.

Con l’applicazione di questo protocollo, nello studio originale la mortalità veniva ridotta dal 46.5% nel gruppo di controllo al 30.5% nel gruppo trattato. Le linee guida della Surviving Sepsis Campaign raccomandano la EGDT per la rianimazione iniziale del paziente settico con un’evidenza di livello B (singolo RCT, randomized controlled trial, studio randomizzato controllato ).

La maggioranza delle terapie che miravano direttamente al processo infiammatorio hanno fallito nel migliorare l’esito. Solo la proteina C attivata (drotrecogin alfa (attivato)) ha dimostrato di diminuire la letalità da circa il 31% a circa il 25% nella sepsi grave. Essa ha proprietà antinfiammatorie, anticoagulanti e fibrinolitiche ed ha dimostrato di migliorare il microcircolo che è alterato nella sepsi.
Il 25 ottobre 2011, la Eli Lilly and Company, casa produttrice del farmaco ha annunciato la volontaria rimozione dal mercato del drotrecogin alfa: in un recente studio, infatti, non ha mostrato un miglioramento della sopravvivenza nei pazienti con sepsi grave e shock settico.

Il trattamento con cortisolo a basse dosi potrebbe aver rilevanza nel trattamento dello shock settico in pazienti con insufficienza surrenalica relativa, definita dal test di stimolazione con ACTH. Il trattamento standard dei neonati con sospetto di sepsi consiste nella terapia di supporto, volta a mantenere adeguati i paramentri vitali con l’infusione intravenosa di liquidi la combinazione di un antibiotico beta-lattamico (come l’ampicillina) con un aminoglicoside(come la gentamicina).

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Differenze tra il cervello del maschio e della femmina

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Estetico Medicina Estetica Roma AMICIZIA UOMO DONNA ESISTE NO LUI HA IN TESTA SOLO SESSO Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Pulsata Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Nei Dietologo DermatologiaIl cervello è l’organo più importante del sistema nervoso centrale con un peso piuttosto variabile che non supera i 1500 grammi ed ha un volume compreso tra i 1100 e i 1300 cm³, tenendo presente la possibilità di significative variazioni tra individuo e individuo, anche legate a sesso, età e altri fattori.

Il cervello della donna adulta pesa in media circa il 12% in meno di quello dell’uomo adulto. Fino a non molti decenni or sono questo veniva interpretato come il correlato biologico di una presunta superiorità intellettiva dell’uomo rispetto alla donna. In realtà questa differenza riflette semplicemente la maggiore taglia corporea del maschio rispetto alla femmina nella specie umana. Infatti se si fa una misura non assoluta del peso cerebrale, ma relativa al peso corporeo la differenza si annulla ed anzi ne esiste una molto lieve a favore della femmina.

Il cervello femminile ha l’11% in più di neuroni rispetto a quello maschile nelle aree del linguaggio e dell’ascolto, inoltre presenta zone collegate alle emozioni e alla memoria, situate nell’ippocampo, più grandi che negli uomini. Il cervello femminile ha meno circuiti neuronali nell’amigdala, zona del cervello in cui si attivano le risposte di fronte al pericolo o si generano i comportamenti aggressivi, ecco perché alcuni possono arrivare a uno scontro fisico in pochi secondi mentre molte donne fanno di tutto per evitare il conflitto.La zona del cervello in cui si genera l’ansia è quattro volte inferiore negli uomini. Nell’uomo lo spazio cerebrale preposto all’impulso sessuale è due volte più grande.

Esistono altre piccole ma significative differenze anatomiche fra il cervello della donna e dell’uomo: in particolare le connessioni fra i due emisferi cerebrali sono relativamente più sviluppate nella donna che nell’uomo, mentre in piccoli centri nervosi di una regione del cervello chiamata ipotalamo esistono nell’uomo neuroni maggiori in numero e dimensioni. D’altro canto, test appropriati mettono in luce differenze in alcune capacità intellettive fra l’uomo e la donna, ad esempio nel pensiero logico-matematico, nella capacità di calcolo, nell’abilità linguistica, nella capacità di orientamento spaziale. In linea di massima è possibile ipotizzare oggi che l’uomo possegga un cervello che segue schemi logici più basati sulla razionalità, mentre nella donna il funzionamento cerebrale sarebbe maggiormente di tipo intuitivo, che nell’uomo il funzionamento dei circuiti nervosi sia più rigido mentre è più plastico nella donna. Questa differenza è certamente il risultato di una catena di effetti, avvenuti nel corso di millenni, che coinvolgono la genetica, gli ormoni, il cervello, i comportamenti, e che non implicano alcun giudizio di inferiorità o superiorità, di maggiore o minore intelligenza, ma semplicemente il riconoscimento del fatto che durante l’evoluzione, nel corso di millenni, l’uomo e la donna hanno avuto ruoli diversi e per questo si sono realizzati adattamenti cerebrali diversi nei due sessi, in grado di fornire una base neurobiologica alle diversità comportamentali.

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I cinque segni cardinali dell’infiammazione

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA EMOGLOBINAL’infiammazione, o flogosi, è un meccanismo di difesa non specifico innato, che costituisce una risposta protettiva, seguente all’azione dannosa di agenti fisici, chimici e biologici, il cui obiettivo finale è l’eliminazione della causa iniziale di danno cellulare o tissutale, nonché l’avvio del processo riparativo. Queste modificazioni si manifestano attraverso 5 sintomi:

  1. calor: aumento della temperatura della zona infiammata,
  2. tumor: gonfiore,
  3. rubor: arrossamento,
  4. dolor: dolore causato da alterazioni biochimiche locali
  5. functio laesa: compromissione funzionale dell’area colpita (specie se si tratta di un’articolazione) a causa del dolore e degli squilibri indotti dai meccanismi facilitatori dell’infiammazione (es. edema) sull’integrità delle strutture infiammate.

I primi tre segni in particolare sono causati dall’aumento del metabolismo cellulare e dell’afflusso di sangue nell’area interessata, tipico degli stati flogistici. Queste manifestazioni insorgono a seguito di agenti fisici, chimici o meccanici. che determinano una reazione vascolare e cellulare al danno tissutale. Nell’infiammazione si verificano:

  • modificazioni vascolari;
  • passaggio dei leucociti dal letto capillare al tessuto leso;
  • migrazione dei leucociti all’interno del tessuto soggetto al processo flogistico, in seguito a stimoli chemiotattici.

Queste fasi portano alla formazione di un essudato, fluido ricco di sostanze proteiche e cellule, con la finalità di contrastare, nell’area lesa, l’agente lesivo.

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