17 marzo: Giornata mondiale del sonno

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma 17 MARZO GIORNATA MONDIALE SONNO DORMIRE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgIl 17 marzo è la Giornata mondiale del sonno: un evento annuale che ha lo scopo di richiamare l’attenzione sul sonno e sui disturbi ad esso connesso. Ecco una serie di miei articoli che riguardano l’attività che occupa ben un terzo delle nostre vite: il dormire!

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I cinque segni cardinali dell’infiammazione

MEDICINA ONLINE LABORATORIO BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI GLOBULI ROSSI BIANCHI PIATRINE VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO LEUCEMIA FERRO FALCIFORME MEDITERRANEA EMOGLOBINAL’infiammazione, o flogosi, è un meccanismo di difesa non specifico innato, che costituisce una risposta protettiva, seguente all’azione dannosa di agenti fisici, chimici e biologici, il cui obiettivo finale è l’eliminazione della causa iniziale di danno cellulare o tissutale, nonché l’avvio del processo riparativo. Queste modificazioni si manifestano attraverso 5 sintomi:

  1. calor: aumento della temperatura della zona infiammata,
  2. tumor: gonfiore,
  3. rubor: arrossamento,
  4. dolor: dolore causato da alterazioni biochimiche locali
  5. functio laesa: compromissione funzionale dell’area colpita (specie se si tratta di un’articolazione) a causa del dolore e degli squilibri indotti dai meccanismi facilitatori dell’infiammazione (es. edema) sull’integrità delle strutture infiammate.

I primi tre segni in particolare sono causati dall’aumento del metabolismo cellulare e dell’afflusso di sangue nell’area interessata, tipico degli stati flogistici. Queste manifestazioni insorgono a seguito di agenti fisici, chimici o meccanici. che determinano una reazione vascolare e cellulare al danno tissutale. Nell’infiammazione si verificano:

  • modificazioni vascolari;
  • passaggio dei leucociti dal letto capillare al tessuto leso;
  • migrazione dei leucociti all’interno del tessuto soggetto al processo flogistico, in seguito a stimoli chemiotattici.

Queste fasi portano alla formazione di un essudato, fluido ricco di sostanze proteiche e cellule, con la finalità di contrastare, nell’area lesa, l’agente lesivo.

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Sistema linfatico e linfonodi: anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE LABORATORIO LYMPH NODE SYSTEM HUMAN CORPO UMANO SISTEMA LINFATICO LINFONODO LINFA CIRCOLAZIONE BLOOD TEST EXAM ESAME DEL SANGUE FECI URINE GLICEMIA ANALISI VALORI ERITROCITI ANEMIA TUMORE CANCRO.jpgIl sistema linfatico è un complesso sistema di drenaggio a una via che trasporta i fluidi dallo spazio interstiziale dei tessuti al torrente circolatorio presente in tutti i mammiferi. La sua principale funzione è il trasporto di proteine, liquidi e lipidi (specialmente per i vasi drenanti l’intestino) dall’interstizio al sistema circolatorio sanguigno, ma presenta anche ruoli di filtraggio e nella risposta immunitaria favorendo l’arrivo di antigeni agli organi linfoidi periferici per innescare i meccanismi immunitari. Non tutti gli organi sono drenati dal sistema linfatico. Il sistema nervoso centrale, ossa, midollo osseo, parte materna della placenta ed endomisio dei muscoli mancano di vasi linfatici, anche se sono provvisti di condotti prelinfatici in grado di drenare il liquido interstiziale ai linfonodi zonali. Cristallino, cornea, epidermide, cartilagine e tonaca intima delle arterie di grosso calibro mancano oltre che della vascolarizzazione linfatica anche di quella sanguigna.

Struttura del sistema linfatico

Il sistema linfatico è formato da una fitta rete di piccoli canali periferici, i capillari linfatici che, dopo aver raccolto la linfa dagli spazi intercellulari, la drenano in vasi di diametro maggiore, i collettori linfatici. I collettori, analogamente a quanto accade per le vene, confluiscono in vasi di calibro crescente per terminare in due grossi tronchi: il dotto linfatico destro, che raccoglie la linfa della porzione sopra-diaframmatica destra del corpo ed è tributario della vena succlavia destra, e il dotto toracico, cui giunge tutta la linfa delle regioni sotto-diaframmatiche più quella della parte sopra-diaframmatica sinistra, tributario della vena succlavia sinistra. Per il tramite delle succlavie, afferenti alla vena cava superiore, la circolazione linfatica termina immettendosi in quella ematica.

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Linfonodi

Il percorso dei collettori linfatici è interrotto dai linfonodi, strutture specifiche formate da tessuto linfoide aggregato in noduli, che possono essere unici o più spesso raggruppati in vere e proprie stazioni linfonodali o linfocentri. La sequenza di collettori e linfonodi costituisce le catene linfatiche che decorrono affiancate ai vasi sanguigni, cosa che peraltro ne agevola l’identificazione nel corso degli interventi chirurgici, da cui prendono il nome: catena linfatica dell’arteria gastrica, catena linfatica para-aortica, catena linfatica dell’arteria mammaria interna, catena linfatica dell’arteria mesenterica inferiore. I linfonodi, in quanto centri nodali della rete linfatica, rappresentano il punto d’arrivo dei collettori pre-nodali, provenienti anche da zone diverse, e di partenza dei collettori post-nodali, in numero minore rispetto a quelli afferenti, rivolti in varie direzioni. Ciò determina la caratteristica del sistema linfatico per cui un distretto anatomico o un determinato organo, avvolto in una fitta ragnatela di capillari, può drenare verso una o più catene linfatiche e ogni stazione linfonodale, a sua volta, può ricevere linfa anche da più organi o distretti anatomici.

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Funzioni dei linfonodi

La funzione primarie dei linfonodi è quella di filtrare la linfa proveniente dai tessuti per permettere la ricircolazione delle cellule dendritiche che hanno catturato l’antigene e degli antigeni stessi al loro interno. Linfociti, cellule dendritiche e antigeni una volta all’interno del linfonodo vengono indirizzati in specifici luoghi dove danno vita alla risposta immunitaria.

  • Ricircolazione dei linfociti. I linfociti si concentrano nei linfonodi perché attratti da una particolare specie di molecole, le chemochine. Le chemochine sono un particolare tipo di citochine atte ad attirare le cellule responsabili della risposta immunitaria nei giusti settori degli organi linfoidi per il loro sviluppo e attivazione. In particolare i linfociti T esprimono un recettore, il CCR7, capace di legare le chemochine CCL19 e CCL21 che vengono prodotte solo nelle aree T dei linfonodi consentendo solo a quel tipo di linfociti di arrivare in tali zone. Allo stesso modo il recettore CXCR5 dei linfociti B lega CXCL13, una chemochina prodotta solo dalle cellule dendritiche follicolari. La produzione di CXCL13 è attivata da un’altra citochina, che però non è una chemochina, la linfotossina.
  • Trasporto dell’antigene. Come descritto nel paragrafo precedente, la struttura del seno sottocapsulare, entro cui si riversa la linfa proveniente dai vasi afferenti, non consente il libero passaggio di molecole solubili, ma permette alle cellule di entrare in contatto o migrare nella regione sottostante. I virus e gli antigeni ad alto peso molecolare vengono fagocitati dai macrofagi presenti nel seno e presentati ai linfociti B della regione corticale. Gli antigeni a basso peso molecolare, invece, si impegnano nei condotti FRC per essere poi catturati dalle cellule dendritiche presenti nei condotti stessi. Gli antigeni fagocitati dalle cellule dendritiche direttamente nei tessuti raggiungono i linfonodi grazie all’espressione di un recettore per le chemochine, CCR7, che è specifico per le chemochine CCL19 e CCL21 prodotte nelle aree T dei linfonodi stessi.

Drenaggio linfatico della mammella

Un organo che si presta bene alla esemplificazione di questo concetto è la mammella che può drenare, oltre che verso il diaframma e la parete toracica, in particolare nei:

  • linfonodi posti medialmente alla ghiandola e che formano la catena dell’arteria mammaria interna, tributaria del linfocentro sopraclavicolare;
  • linfonodi della mammella contro-laterale;
  • linfonodi della catena linfatica ascellare che partendo dalla ghiandola si porta in alto verso il cavo omonimo. I linfonodi di questo linfocentro sono in media una trentina e sono distribuiti in sottogruppi variamente classificati. Un criterio è quello di identificarli in base alla loro posizione rispetto al muscolo piccolo pettorale (M.P.P.):
    • linfonodi dell’ascella inferiore o di I livello, posti lateralmente al bordo esterno del M.P.P;
    • linfonodi dell’ascella media o di II livello, posti tra il bordo mediale e quello laterale del M.P.P;
    • linfonodi dell’apice dell’ascella o di III livello, posti medialmente al margine interno del muscolo.

Numerose ricerche riguardanti la dinamica del drenaggio linfatico della mammella hanno dimostrato che la quasi totalità della linfa proveniente dalla ghiandola segue la via ascellare, mentre una parte minima intorno all’1-3% segue la via mammaria interna.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Abbronzatura rapida e duratura: consigli per prendere il sole

dieci consigli per una abbronzatura sana e senza rischi no tumore cancro pelle melanoma neoPer una abbronzatura perfetta, rapida e duratura ma senza rischi per la salute, segui questi pratici consigli:

  1. Posizione rispetto ai raggi solari. Quando vi esponete al sole fate attenzione alla posizione che assumete: quando è mezzogiorno ed il sole è alto nel cielo, la posizione sdraiata è la migliore per abbronzarsi, mentre quando il sole comincia a scendere verso l’orizzonte è da preferire la posizione seduta o eretta, il che significa che vi abbronzerete più rapidamente se in queste ore vi dedicate a una bella passeggiata piuttosto che stare fermi sul lettino.
  2. Alimentazione: un aiuto alla tintarella deriva sicuramente dal cibo consumato. Da prediligere quegli alimenti ricchi di betacarotene, come le carote, i pomodori, la zucca gialla, il cocomero, i meloni, le ciliege e le fragole, senza trascurare verdure come la lattuga, la cicoria, l’insalata o ortaggi come i peperoni e i cavoli. Se non amate particolarmente la frutta e le verdure, potete arricchire la vostra dieta mangiando 50 grammi di formaggio al giorno, formaggi come il parmigiano reggiano, il grana padano, il caciocavallo o il pecorino, oppure consumare patate dolci americane . Chiaramente a un’alimentazione equilibrata deve essere associata anche una corretta idratazione, quindi non dimenticate mai di bere almeno 2 litri di acqua al giorno.
  3. Scrub. Per abbronzarsi velocemente ed evitare danni è importante preparare la nostra pelle alla tintarella, liberando i pori della pelle praticando uno scrub delicato ma profondo almeno una volta ogni due settimane in modo tale da rimuovere le cellule morte e permettere alla pelle di “respirare”. Potete fare lo scrub direttamente sotto la doccia, preferibilmente con prodotti naturali (anche il solo bicarbonato spalmato sul corpo con movimenti rotatori) e non dimenticate mai di usare una buona crema idratante (o un olio di mandorla) in modo da nutrire la pelle in profondità.
  4. Cambiare posizione. Cambiare spesso posizione durante l’esposizione, vi assicura di evitare l’abbronzatura “a chiazze” e vi donerò un colore il più possibile uniforme. Evitate quindi di addormentarvi sotto il sole, anche per evitare le scottature. Se avete sonno e state sdraiati, mettete una sveglia sul cellulare impostata a 10 minuti, per evitare esposizioni troppo lunghe nella stessa posizione.
  5. Orario e mesi più caldi. Le ore in cui i raggi solari sono più forti sono dalle 11 alle 14 dei mesi di luglio ed agosto, anche se ovviamente è preferibile evitare l’esposizione in questo lasso di tempo per evitare danni alla pelle, specie se è il primo sole che si prende e se non si usa una adeguata protezione solare.
  6. No olio, si protezione. Quando vi esponete al sole le prime volte, se volete una abbronzatura che sia soprattutto duratura, cercate di non utilizzare prodotti troppo “aggressivi” e che non assicurano un giusto livello di protezione. Evitate quindi i miscugli di oli che promettono una super-abbronzatura in tempi rapidissimi e affidatevi piuttosto a prodotti che garantiscono una protezione adeguata. A tal proposito si consiglia di usare almeno all’inizio una protezione alta, almeno 20-30 spf con filtro sia UVA che UVB in modo tale da abituare l’epidermide all’esposizione al sole. Fate attenzione nello scegliere una crema che sia adatta al vostro tipo di pelle e ricordatevi sempre di idratarvi dopo l’esposizione. Lasciate a casa l’olio di oliva che regala si una pelle bella nera in tempi rapidi ma comporta anche un rischio elevato di scottature.
  7. Raffreddatevi. Per riuscire ad abbronzarvi più a lungo, ogni tanto alzatevi e passate acqua fredda sulla testa, sui polsi e sulle caviglie; inoltre bevete molta acqua tiepida.
  8. Integratori. Per abbronzarvi velocemente potete ricorrere agli integratori di betacarotene, i multivitaminici, gli integratori con minerali, che aiuteranno la pelle ad assumere un bel colorito più rapidamente.

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Differenza tra malattia, patologia, sindrome, disturbo, disordine, morbo

medicina-online-dott-emilio-alessio-loiacono-medico-chirurgo-roma-differenze-tra-sclerosi-laterale-amiotrofica-sclerosi-multipla-riabilitazione-nutrizionista-infrarossi-accompagno-commissioni-cavitaziDisturbo (o disordine)

Si indica con il termine “disturbo” (o “disordine“, i due termini sono sinonimi) qualunque quadro clinico di sofferenza psichica che rappresenti un’entità medica definita, annoverata nelle classificazioni ufficiali di riferimento. Quando il disturbo deriva da un’alterazione anatomica dell’encefalo, macroscopica o microscopica, si parla di disturbo psichico organico, mentre quando esso si presenta in assenza di qualsiasi lesione organica a carico dell’encefalo, si parla di disturbo psichico funzionale (ad esempio “disturbo post traumatico da stress” o “disturbo ossessivo compulsivo”). Qualsiasi disturbo psichico organico rivela l’avvenuto danneggiamento di una struttura encefalica deputata a svolgere una definita attività fisiologica. Per esempio, l’incapacità di comunicare verbalmente (afasia) rivela un disordine organico grossolano a carico dell’area della corteccia cerebrale deputata all’articolazione e alla comprensione del linguaggio, che è situata nell’emisfero sinistro. Disturbi organici più fini, quasi molecolari (per esempio, alterazioni concernenti le micro-strutture delle cellule nervose che elaborano e rilasciano i cosiddetti “neuro-trasmettitori chimici”) sono responsabili delle più frequenti e gravi malattie della sfera psichica, che sono denominate “psicosi”.

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Malattia (o patologia)

Una malattia è una condizione anormale di un organismo vivente, causata da alterazioni organiche o funzionali, che ne compromettono la salute. La compromissione della salute è una alterazione dello stato fisiologico di un organismo capace di ridurre o modificare negativamente le funzionalità normali di quell’organismo. Una malattia per definizione è transitoria: ogni patologia ha infatti un termine che può essere rappresentato:

  • dalla guarigione dell’organismo;
  • dall’adattamento dell’organismo ad una diversa fisiologia (o ad una diversa condizione di vita);
  • dalla morte dell’organismo.

A differenza dei disturbi funzionali, i disturbi organici (non solo quelli psichici) rientrano nella grande categoria delle malattie: questo vocabolo – per analogia con le altre branche della medicina – riguarda infatti solo entità cliniche sostenute da alterazioni lesionali fisiche. Esempi di malattia sono il Morbo di Alzheimer (o “Malattia di Alzheimer”), il cancro e le malattie autoimmunitarie come l’artrite reumatoide. I termini “malattia” e “patologia” sono sinonimi.

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Sindrome

Il termine sindrome, invece, designa un insieme preciso di sintomi e segni insorti contemporaneamente, che costituisca un quadro clinico definito sebbene aspecifico, in quanto comune a due o più disturbi/malattie. Alcuni esempi: Sindrome di Münchhausen, Sindrome di Lowe, Sindrome di Fanconi. I medici ricorrono a questa etichetta in almeno due situazioni:

  1. nelle fasi iniziali del rapporto clinico-terapeutico con nuovi pazienti, finché non sono stati raccolti tutti gli elementi indispensabili a formulare una diagnosi sicura;
  2. nell’eventualità della comparsa di segni/sintomi nuovi durante un trattamento quando conviene integrare la diagnosi basilare.

Da quanto detto appare chiara la differenza tra sindromemalattia: quando un disturbo ha una causa bene riconoscibile e in qualche modo accertata, si parla di malattia o patologia; quando invece il disturbo è caratterizzato da una costellazione di segni e di sintomi, che si verificano insieme, ma che non è possibile ricondurre in maniera diretta e lineare ad una causa isolabile e univoca, si definisce sindrome. I termini “malattia” e “sindrome” quindi NON sono sinonimi, come non sono sinonimi “patologia” e “sindrome. Una data sindrome può essere causata da diverse patologie, proprio perché diverse patologie possono – pur nella loro diversità – determinare un insieme di sintomi e segni sovrapponibili. Il termine “sindrome” è utilizzato nella classificazione degli innumerevoli disturbi della sfera psichica (riflettendosi su quella fisica) dal momento che queste manifestazioni patologiche non hanno una causa precisa e determinabile in maniera unilaterale, definibile, lineare, bensì le variabili che concorrono a determinare una sindrome sono diverse, molteplici, inserite nel modo specifico in cui il soggetto le acquisisce, le compensa e le esprime nella forma di malessere e disagio di cui si lamenta.

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Morbo

La prima cosa da chiarire è che il termine “morbo” è sinonimo di “malattia” e quindi è anche sinonimo anche di “patologia”. Il termine morbo è più arcaico ed è ormai in disuso tra i medici, sostituito nella maggioranza dei casi da “malattia”. Il termine “morbo” è stato storicamente utilizzato per indicare malattie a decorso fatale, complesse, sconosciute o malcomprese e spesso incurabili. Quando in passato ci si trovava di fronte ad una malattia di questo tipo, spesso – ma non sempre – veniva chiamata con “morbo” seguito dal nome di chi l’aveva scoperta e/o descritta per primo, sia per motivi classificativi che come riconoscimento al primo grande passo verso la comprensione di una malattia di difficile comprensione. Esempi classici di morbo sono:

  • morbo di Alzheimer: descritto per la prima volta nel 1906, dallo psichiatra e neuropatologo tedesco Alois Alzheimer
  • morbo di Parkinson: descritto per la prima volta nel 1917 dal medico inglese James Parkinson,
  • morbo di Crohn: descritto per la prima volta nel 1932 dal gastroenterologo statunitense Burrill Bernard Crohn;
  • morbo di Pott: descritto per la prima volta dal chirurgo inglese Percival Pott nella metà del ‘700.

Per questo motivo non si potrà mai dire “morbo di alzheimer” col minuscolo, proprio perché Alzheimer è un cognome e deve essere scritto maiuscolo: altrimenti sarebbe un errore.
Il termine “morbo”, pur se corretto, è attualmente un vocabolo in via di abbandono sia per rispetto del malato sia perché di alcuni “morbi” è stata trovata l’origine e la cura, ed in medicina si vuole quindi in un certo senso prendere le distanze dall’iniziale caratteristica di “sconosciuta” della patologia. In tempi moderni un dato “morbo” vede cambiato il suo nome in due modi fondamentali:

  • se la denominazione iniziale prevedeva l’uso del nome dello scopritore, la patologia viene in genere denominata in modo da sostituire il termine “morbo” con “malattia”: ad esempio il “morbo di Alzheimer” adesso si chiama preferibilmente “malattia di Alzheimer”, il “morbo di Pakinson” è ora denominato preferibilmente “malattia di Parkinson”.
  • se la denominazione iniziale NON prevedeva l’uso del nome dello scopritore, la malattia viene in genere denominata in modo da non includere il termine “morbo”: ad esempio il “morbo del legionario” adesso si chiama preferibilmente “legionellosi”.

Ci sono alcune eccezioni: ad esempio il Morbo di Pott, una malattia una volta mortale ed ora trattabile, adesso si chiama preferibilmente spondilite (e non “malattia di Pott”).

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Differenza tra malattia acuta e cronica con esempi

Cassazione conferma solo il medico può fare il dietologo no nutrizionista distista biologoUna malattia acuta è un processo morboso (di tipo funzionale o organico) a rapida evoluzione, con tipica struttura “a picco”: si nota la comparsa di sintomi e segni violenti in breve tempo (pochi giorni) e di cui in genere si dà un riscontro causale diretto (ad esempio: virus influenzale –> influenza). La guarigione in questo caso è molte volte possibile in modo relativamente rapido anche senza intervento medico (grazie sia ai meccanismi di difesa insiti nel corpo umano) oppure grazie a cure mediche tempestive.

Una malattia cronica è una processo morboso che, al contrario della malattia acuta,  presenta sintomi che non si risolvono nel tempo né generalmente giungono a miglioramento con farmaci né tanto meno senza intervento medico. Sono croniche tutte quelle patologie caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche. In un malato cronico si possono alternare periodi di remissione, nei quali i sintomi diminuiscono o sono maggiormente sopportati, e periodi di riacutizzazione o peggioramento. La lenta e progressiva evoluzione di una malattia cronica è spesso derivante da poli-causalità, cioè da più fattori in concatenazione fra loro nonostante il più delle volte ciascuno di essi, preso singolarmente, non causi di solito direttamente la malattia (ad esempio un’artrosi lombare derivante da microtraumatismi, vizi posturali, obesità, tensioni muscolari anche psicologiche, mal posizioni degli appoggi plantari, eccetera). Pur con marcate differenze fra ciascuna patologia, in genere è possibile trattare i sintomi ma non guarire. Le patologie croniche vanno dalle cardiopatie (ipertensione arteriosa, valvulopatie…), ai tumori, alle patologie gastriche o intestinali (pancreatite cronica), neurologiche (sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla, Alzheimer, Parkinson…), muscolo-scheletriche, autoimmunitarie (lupus eritematoso sistemico) e polomonari (polmonite eosinofila cronica).

Una malattia acuta può diventare cronica?
Certamente è possibile. Una malattia acuta in un corpo con scarse difese oppure trascurata, o ancora, mal curata può via via diventare malattia cronica (ad esempio un colpo di frusta cervicale può causare, nel tempo, un’artrosi cervicale).

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Che significa malattia cronica? Esempi di malattia cronica

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Chirurgia Estetica Roma Cavitazione Pressoterapia  Massaggio Linfodrenante Dietologo Cellulite Calorie Peso Dieta Sessuologia Sex PSA Pene HD Laser Filler Rughe Botulino CINQUE RIMPIANTI IN PUNTO DI MORTEUna malattia cronica è una processo morboso che presenta sintomi che non si risolvono nel tempo né generalmente giungono a miglioramento con farmaci né tanto meno senza intervento medico. Sono croniche tutte quelle patologie caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche. In un malato cronico si possono alternare periodi di remissione, nei quali i sintomi diminuiscono o sono maggiormente sopportati, e periodi di riacutizzazione o peggioramento. La lenta e progressiva evoluzione di una malattia cronica è spesso derivante da poli-causalità, cioè da più fattori in concatenazione fra loro nonostante il più delle volte ciascuno di essi, preso singolarmente, non causi di solito direttamente la malattia (ad esempio un’artrosi lombare derivante da microtraumatismi, vizi posturali, obesità, tensioni muscolari anche psicologiche, mal posizioni degli appoggi plantari, eccetera). Pur con marcate differenze fra ciascuna patologia, in genere è possibile trattare i sintomi ma non guarire. Le patologie croniche vanno dalle cardiopatie (ipertensione arteriosa, valvulopatie…), ai tumori, alle patologie gastriche o intestinali (pancreatite cronica), neurologiche (sclerosi laterale amiotrofica, sclerosi multipla, Alzheimer, Parkinson…), muscolo-scheletriche, autoimmunitarie (lupus eritematoso sistemico) e polomonari (polmonite eosinofila cronica).

Una malattia cronica può essere il risultato di una malattia acuta?
Certamente è possibile. Una malattia acuta in un corpo con scarse difese oppure trascurata, o ancora, mal curata può via via diventare malattia cronica (ad esempio un colpo di frusta cervicale può causare, nel tempo, un’artrosi cervicale).

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Differenza tra cisti e linfonodo

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La cisti è una cavità o sacca, normale o patologica, chiusa da una membrana ben distinta, contenente un materiale liquido o semisolido. Di forma generalmente rotondeggiante, possono presentarsi singolarmente o in numero variabile. Una volta formata, una cisti può scomparire da sé o può richiedere di essere rimossa chirurgicamente. A seconda del contenuto la loro consistenza varierà (es. un contenuto liquido la renderà flottante), le dimensioni sono variabili, da molto piccole a enormi.

E’ difficile distinguere una cisti da un linfonodo senza supporto strumentale. L’ecografia – o altre techniche di diagnostica per immagine – ci aiuta a riconoscere le caratteristiche tipiche di un linfonodo (es. riconoscimento dell’ilo linfonodale) e quindi a porre diagnosi differenziale con una cisti.

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