Differenza tra miocardio comune (di lavoro) e specifico (di conduzione)

MEDICINA ONLINE CUORE SANGUE CIRCOLAZIONE ATRIO VENTRICOLO SINISTRA DESTRA DIFFERENZA HEART HUMAN VALVOLE CARDIACHE AORTA VASI VENE ARTERIEIl miocardio è lo strato più spesso della parete cardiaca ed è composto dal cosiddetto “miocardio di lavoro o comune o proprio”, cioè la parte pulsante che contraendosi spinge il cuore, e dal “miocardio di conduzione o specifico”, ovvero la parte che trasmette l’impulso di contrazione lungo il cuore e permette ad atri e ventricoli di contrarsi in modo fisiologicamente asincrono.

Miocardio di lavoro o comune o proprio

Il miocardio di lavoro è costituito da cellule di misura intermedia tra quelle che compongono nel corpo umano il muscolo striato e quelle proprie dei muscoli lisci; ognuna di queste cellule è avvolta in una fitta rete di capillari che le garantisce un corretto (ed abbondante) apporto di ossigeno. I miocardiociti (cioè le cellule muscolari che compongono il miocardio) sono connessi tra loro da due tipi di giunzioni che permettono da una parte un forte legame e dall’altra un buon livello di comunicazione tra le cellule; si dice così che le cellule del miocardio agiscano come un “sincizio funzionale” (un sincizio è la fusione di più cellule, mentre con il termine funzionale si va a sottolineare che in questo caso le cellule non sono fuse tra loro ma “funzionalmente” si comportano come se lo fossero). A livello delle auricole cardiache, i miocardiociti presentano, oltre all’attività contrattile, anche un’attività di tipo endocrino, cioè secretivo: quando il cuore viene stirato da un eccessivo volume di sangue, le cellule delle auricole lo percepiscono e secernono una sostanza chiamata peptide natriuretico atriale (ANP), che favorisce l’espulsione di sodio ed acqua nelle urine e ha lo scopo di ripristinare la corretta volemia, cioè il corretto volume di sangue circolante nell’organismo.

Miocardio di conduzione o specifico

Il miocardio di conduzione (o miocardio specifico) è costituito da una serie di cellule capaci di creare e condurre l’impulso: le cellule P che compongono i nodi, le cellule di transizione (poste alla periferia dei nodi) e le cellule di Purkinje, cioè le cellule diramate e filamentose che rappresentano la parte terminale del sistema di conduzione cardiaco. Il sistema di conduzione comprende:

  • nodo seno-atriale;
  • nodo atrioventricolare;
  • diramazione intraventricolari del nodo atrioventricolare.

Oltre alla conduzione e alla distribuzione dello stimolo contrattile il sistema di conduzione del cuore è responsabile dell’insorgenza dello stimolo contrattile: l’automatismo cardiaco.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Differenza tra attacco di cuore (infarto del miocardio) ed arresto cardiaco

MEDICINA ONLINE CUORE HEART INFARTO MIOCARDIO NECROSI ATRIO VENTRICOLO AORTA VALVOLA POMPA SANGUE ANGINA PECTORIS STABILE INSTABILE ECG SFORZO CIRCOLAZIONECos’è un arresto cardiaco?

L’arresto cardiaco è un improvviso deficit delle funzionalità del cuore, che cessa improvvisamente di battere in modo efficace e di conseguenza interrompe la sua azione di pompaggio del sangue in tutto il corpo. I tessuti corporei e cerebrali non sono più perfusi da sangue ed ossigeno: questo comporta una veloce perdita di coscienza e delle capacità respiratorie.
Un arresto cardiaco è così grave che, se non si interviene immediatamente con la rianimazione cardiopolmonare e con un defibrillatore, nel giro di pochissimi minuti provoca dei danni permanenti al cervello e la morte della persona colpita.

Cos’è un infarto?

Con infarto del miocardio, o attacco di cuore, o più semplicemente “infarto”,  si intende la morte (necrosi) di una parte del muscolo cardiaco a seguito dell’ostruzione di una delle coronarie, le arterie che portano sangue ricco di ossigeno e nutrimenti al cuore. Questo provoca una ischemia, cioè un blocco del flusso sanguigno e di ossigeno che dovrebbero arrivare fino al cuore: il blocco dev’essere trattato immediatamente, poiché nel giro di un tempo estremamente ridotto può provocare deficit irreversibili in varie parti del muscolo cardiaco e la morte del paziente.

Due eventi di diversa natura

  • All’origine dell’arresto cardiaco c’è quasi sempre una disfunzione dell’impulso elettrico del cuore – caratterizzata da fibrillazione ventricolare – in cui la frequenza cardiaca è talmente scoordinata che il cuore non più è in grado di generare una contrazione efficiente: il cuore, di fatto, si ferma.
  • All’origine dell’infarto del miocardio, detto anche attacco di cuore, invece, c’è un’interruzione del flusso di sangue diretto al muscolo del cuore, il miocardio.

Il legame tra le due patologie risiede nel fatto che l’arresto cardiaco può verificarsi in molte condizioni (patologie, traumi…) tra cui anche appunto l’infarto del miocardio. L’infarto del miocardio non provoca necessariamente un’arresto cardiaco, così come un arresto cardiaco non provoca necessariamente un infarto del miocardio.

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I sintomi di arresto cardiaco e di infarto coincidono?

Questi due eventi cardiaci differiscono anche per quanto riguarda la sintomatologia. Ecco alcuni sintomi che li distinguono maggiormente:

  • Presenza o assenza di coscienza: le persone che hanno un infarto non perdono conoscenza nemmeno per un momento, a differenza invece di chi è colto da arresto cardiaco.
  • Presenza o assenza di respiro: in caso di infarto, la persona continua a respirare, anche se in modo affannato e difficoltoso. L’arresto cardiaco invece è caratterizzato da un’assenza di respiro. Questo perché la funzione respiratoria è strettamente legata a quella cardio-circolatoria e alla cessazione di una delle due, come nel caso dell’arresto cardiaco, fa rapidamente seguito l’arresto dell’altra.
  • Presenza o assenza di battito cardiaco: durante un infarto, il cuore del paziente continua a battere, con un ritmo accelerato, rallentato o irregolare. In caso di arresto cardiaco invece il cuore della persona smette improvvisamente di battere e si può constatare l’assenza del polso centrale (carotideo).

Cosa fare in caso di arresto cardiaco? Cosa fare in caso di infarto?

  • In caso di arresto cardiaco è fondamentale intervenire il più tempestivamente possibile tramite il massaggio cardiaco e l’utilizzo immediato di un defibrillatore.
  • In caso di infarto, all’arrivo in Pronto soccorso, l’intervento più efficace è la cosiddetta angioplastica, che prevede la riapertura del vaso cardiaco chiuso.

Può un infarto essere seguito da un arresto cardiaco?

Abbiamo intervistato la dott.ssa Daniela Aschieri, responsabile di Progetto Vita Piacenza: “Un infarto può complicarsi con un arresto cardiaco facendo precipitare la situazione in pochissimi minuti”.

Quale dei due eventi è più frequente in Italia?

  • I dati sull’arresto cardiaco sono di 60.000 ogni anno in Italia
  • Nel 2004 (ultimi dati disponibili) le dimissioni ospedaliere per infarto miocardico acuto sono state 121.125.

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Differenza tra miocardio, endocardio, pericardio ed epicardio

MEDICINA ONLINE PERICARDIO STRATO SIEROSO FIBROSO FOGLIETTO VISCERALE EPICARDIO E PARIETALE VANO PERICARDICO SACCO PERICARDICO LIQUIDO LIQUOR PERICARDICO STRATI DEL CUORE.

Miocardio

Con “miocardio” si intende il potente muscolo cardiaco, che forma il cuore e permette la sua azione propulsiva. È composto per il 70% da fibre muscolari, mentre il restante 30% è costituito principalmente da tessuto connettivo e da vasi. Il miocardio è un ibrido dei due tessuti muscolari presenti nel corpo umano; riconosciamo, infatti, caratteristiche appartenenti al tessuto muscolare scheletrico (tessuto muscolare striato) e altre caratteristiche del tessuto muscolare liscio. Fondendo insieme caratteristiche di entrambi i tessuti, il cuore può raggiungere le migliori prestazioni per quanto riguarda la sua funzione di pompa, cioè possiede capacità di contrazione rapida e potente, pur rimanendo resistente e performante sul “lungo periodo”. Il miocardio è lo strato più spesso della parete cardiaca ed è composto dal cosiddetto “miocardio di lavoro”, cioè la parte pulsante, e dal “miocardio di conduzione”, ovvero la parte trasmittente l’impulso. La struttura del miocardio è rivestita internamente da endotelio chiamato endocardio mentre, per la parte esterna, da una membrana sierosa detta pericardio.

Endocardio

L’endocardio ha il compito di rivestire internamente il cuore ed è un tessuto molto sottile, a sua volta suddivisibile in tre strati: l’endotelio, la lamina propria e lo strato sottoendocardico (nel quale si trovano anche le diramazioni terminali del sistema di conduzione cardiaco). L’endocardio viene a contatto col sangue che passa attraverso la cavità cardiaca.

Pericardio

Il pericardio è una sottile membrana di origine mesodermica che circonda il cuore. Questa struttura, spessa circa 20 µm, è costituita da due strati distinti:

  • pericardio fibroso è lo strato più esterno;
  • pericardio sieroso è lo strato più  interno e aderisce perfettamente a tutte le parti piane e a tutte le insenature del miocardio. Il pericardio sieroso è costituito da due foglietti di origine celomatica, il foglietto parietale (costituito da uno strato di cellule mesoteliali e da uno strato fibroso di collagene secreto da particolari cellule dette pericardiociti), e un secondo, il foglietto viscerale (anche chiamato epicardio), a livello dell’origine dei grossi vasi del peduncolo vascolare, costituito solo da uno strato di mesotelio. Fra i due foglietti del pericardio sieroso sono presenti normalmente da 20 a 50 ml di liquido chiaro roseo -detto liquido (o liquor) pericardico.

Epicardio

L’epicardio, come abbiamo appena visto, è il foglietto viscerale che – assieme al foglietto parietale – compone il pericardio, cioè il rivestimento esterno del cuore; è costituito da mesotelio (simile all’endotelio), da uno strato di tessuto adiposo e da uno strato detto “sottoepicardico”, in cui si osservano i rami più grossi delle coronarie.

Ricapitolando, dall’interno verso l’esterno del cuore, troviamo:

  1. cavità cardiaca;
  2. endocardio;
  3. miocardio (muscolo cardiaco);
  4. foglietto viscerale del pericardio (anche chiamato epicardio);
  5. foglietto parietale del pericardio.

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Differenza tra coronarografia ed angioplastica

MEDICINA ONLINE GLICEMIA INSULINA SANGUE DIFFERENZA CONCENTRAZIONE ORMONE PIASTRINE GLOBULI ROSSI BIANCHI GLUCAGONE TESTOSTERONE ESTROGENI PROGESTERONE CUORECon “angiografia” si intende una tecnica di diagnostica per immagini e radiologia interventistica che permette la rappresentazione grafica dei vasi sanguigni o linfatici del corpo umano tramite un metodo che prevede l’infusione di un mezzo di contrasto idrosolubile all’interno dei vasi e la generazione di immagini mediche tramite varie tecniche di imaging biomedico. Le tecniche angiografiche comprendono la radiografia (specificamente nella tecnica dell’angiografia sottrattiva, o DSA da Digital Subtraction Angiography), la tomografia computerizzata, la risonanza magnetica, l’ecografia. Un tipo particolare di angiografia è la coronarografia (o angiografia coronarica) che permette di indagare le coronarie.

In caso di infarto del miocardio, determinato da ostruzione dei vasi coronarici, la ricanalizzazione del vaso occluso si può ottenere con:

  • trombolitici;
  • mezzi meccanici (angioplastica coronarica);
  • chirurgia (by-pass).

La tecnica preferibile in molti casi è l’angioplastica: il suo successo è di oltre il 95% dei casi, garantisce maggior rapidità dei trombolitici nel riaprire l’arteria e una minore invasività del by-pass, riservato solo ai casi più gravi. L’angioplastica è eseguita nella stessa seduta della coronarografia. L’obiettivo dell’angioplastica è quello di aumentare l’ampiezza dell’arteria laddove è ristretta. La procedura consiste in:

  • inserire un piccolo filo guida, sul quale si fa avanzare un catetere con un palloncino in punta fino al punto interessato, osservando il suo percorso ai raggi X (fluoroscopia);
  • gonfiare il palloncino per comprimere la placca contro la parete del vaso sanguigno, incrementare il diametro del vaso e quindi il flusso di sangue. In questa fase si può applicare uno stent (dispositivo metallico generalmente in acciaio, cilindrico e cavo che funge da intelaiatura di supporto al vaso) per ridurre la possibilità di riformazione di un restringimento in quel punto. Lo stent garantisce un lume coronario più ampio, un miglior flusso di sangue ed è perfettamente compatibile con il corpo umano.

Dopo l’intervento il paziente viene ricoverato in Unità coronarica per un breve periodo d’osservazione. Una volta dimesso, si programmano i controlli in ambulatorio per il mese successivo.

In definitiva l’angiografia permette la rappresentazione grafica dei vasi sanguigni coronarici (prende infatti il nome di angiografia coronarica o coronarografia) e – una volta individuata l’ostruzione – l’angioplastica permette di rimuovere l’ostruzione ed inserire uno stent per impedire il restringimento del vaso.

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Differenza tra coronarografia ed angiografia

MEDICINA ONLINE CUORE HEART INFARTO MIOCARDIO NECROSI ATRIO VENTRICOLO AORTA VALVOLA POMPA SANGUE ANGINA PECTORIS STABILE INSTABILE ECG SFORZO CIRCOLAZIONECon “angiografia” si intende una tecnica di diagnostica per immagini e radiologia interventistica che permette la rappresentazione grafica dei vasi sanguigni o linfatici del corpo umano tramite un metodo che prevede l’infusione di un mezzo di contrasto idrosolubile all’interno dei vasi e la generazione di immagini mediche tramite varie tecniche di imaging biomedico. Le tecniche angiografiche comprendono la radiografia (specificamente nella tecnica dell’angiografia sottrattiva, o DSA da Digital Subtraction Angiography), la tomografia computerizzata, la risonanza magnetica, l’ecografia.

Gli esami angiografici più comuni vengono tuttora ottenuti tramite raggi X e mezzi di contrasto radio-opachi. Questi ultimi si rendono necessari in quanto il sangue ha normalmente lo stesso coefficiente di attenuazione per le radiazioni X dei tessuti circostanti. Le immagini radiografiche possono essere ottenute o come immagini statiche, fissate su un fluoroscopio o una pellicola, utili per ottenere informazioni morfologiche su una zona. In alternativa, possono essere immagini dinamiche, normalmente con una risoluzione temporale di 30 immagini al secondo, in grado di visualizzare anche la velocità con cui il bolo di mezzo di contrasto si muove all’interno del vaso, e quindi di dare informazioni sulla funzionalità. L’angiografia può essere una tecnica più o meno invasiva a seconda del vaso che si intende visualizzare.

Con “coronarografia” è una procedura di tipo invasivo che consente di visualizzare direttamente le arterie coronarie che distribuiscono sangue al muscolo cardiaco. La metodica è un’indagine interventistica transcatetere, cioè si esegue per mezzo del cateterismo cardiaco; ha finalità sia diagnostiche sia terapeutiche. Le immagini radioscopiche fornite dalla coronarografia vengono registrate su supporto informatico e archiviate. La loro interpretazione viene effettuata visualmente dal cardiologo emodinamista. Lo scopo della coronarografia è di mettere in evidenza la presenza di occlusioni, stenosi (restringimenti), restenosi, trombosi, aneurismi (dilatazioni) del lume delle arterie coronarie: il mezzo di contrasto iniettato fornisce un’immagine a stampo dei vasi, mentre la struttura delle pareti deve essere studiata con altre tecniche associate come l’ecografia intracoronarica (Intravascular ultrasound o IVUS).

In definitiva l’angiografia è una tecnica che studia i vasi sanguigni in generale, mentre la coronarografia è un tipo particolare di angiografia che studia specificatamente le arterie coronarie, non a caso prende anche il nome di “angiografia coronarica”.

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Differenza tra angina stabile, instabile e secondaria: cause, sintomi, diagnosi, cure

MEDICINA ONLINE CUORE HEART INFARTO MIOCARDIO NECROSI ATRIO VENTRICOLO AORTA VALVOLA POMPA SANGUE ANGINA PECTORIS STABILE INSTABILE ECG SFORZO CIRCOLAZIONE.jpgL’angina pectoris viene descritta come un “senso di peso”, “oppressione”, “soffocamento”, costrizione o dolore “simile a una morsa”, anche se Continua a leggere

I farmaci per la disfunzione erettile sono pericolosi per il cuore?

MEDICINA ONLINE CUORE HEART INFARTO MIOCARDIO NECROSI ATRIO VENTRICOLO AORTA VALVOLA POMPA SANGUE ANGINA PECTORIS STABILE INSTABILE ECG SFORZO CIRCOLAZIONEE’ vero che i farmaci per la cura della disfunzione erettile sono pericolosi per il cuore ?
No i farmaci che si utilizzano per migliorare l’erezione sono sicuri per la maggior parte dei pazienti e non danneggiano l’attività cardiaca. Tuttavia bisogna ricordare che non vanno assunti nei 6 mesi successivi ad un episodio di infarto, oppure in caso di pressione arteriosa molto bassa, nei pazienti con insufficienza cardiaca e sono assolutamente controindicati in tutti i pazienti che assumano i farmaci nitrati ed i suoi derivati, perché possono provocare fenomeni ipotensivi potenzialmente letali. E’ buona norma che se il paziente è malato di cuore consulti anche il suo cardiologo prima di assumere i farmaci per la cura dell’impotenza.

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Stenosi carotidea, placche, ictus cerebrale ed attacco ischemico transitorio (TIA)

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma STENOSI CAROTIDEA PLACCHE ICTUS TIA ATTA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgPrima di iniziare la lettura, ti consiglio di leggere prima questo articolo: Carotide comune, interna, esterna: dove si trova ed a che serve

Le arterie carotidi sono flessibili e dotate di pareti interne lisce, tuttavia – a seguito di un processo chiamato aterosclerosi – le loro pareti possono tuttavia andare incontro ad un progressivo irrigidimento accompagnato dalla riduzione del lume interno; tale fenomeno è causato dal graduale accumulo di depositi (placche ateromatose) costituiti da grassi, proteine, tessuto fibroso ed altri detriti cellulari. Nel tempo, queste placche possono formare una grande massa che riduce il diametro interno dell’arteria, limitando il flusso sanguigno (si parla di stenosi carotidea). I depositi ateromasici si formano soprattutto nel seno carotideo, cioè a livello della biforcazione che divide l’arteria carotide comune in carotide interna ed esterna.
La malattia ostruttiva dell’arteria carotidea si sviluppa lentamente e spesso passa inosservata: il primo indizio della presenza dell’ateroma può essere già molto grave, come la comparsa di un ictus cerebrale o di un attacco ischemico transitorio (TIA).
Il trattamento della stenosi carotidea mira a ridurre il rischio che venga ridotto significativamente l’apporto di sangue al cervello, rimuovendo la placca ateromatosa e controllando la coagulazione del sangue (per prevenire l’ictus tromboembolico).

Nel caso abbiate legittimi sospetti che voi o un vostro caro siate stati colpiti da TIA o ictus o emorragia cerebrale, leggete immediatamente questo articolo per sapere cosa fare: Ictus, emorragia cerebrale cerebrale e TIA: cosa fare e cosa assolutamente NON fare

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Sintomi e segni

Nelle fasi iniziali, la malattia ostruttiva dell’arteria carotidea spesso non produce alcun segno o sintomo. La stenosi potrebbe rendersi evidente solo quando diviene abbastanza grave da privare il cervello di sangue, causando un ictus o un attacco ischemico transitorio (TIA), entrambi segno di allarme precoce per un futuro attacco apoplettico. Segni e sintomi di un attacco ischemico transitorio o di un ictus possono includere:

  • improvviso intorpidimento del volto o debolezza degli arti, spesso su un solo lato del corpo;
  • incapacità di spostare uno o più arti;
  • difficoltà a parlare e a comprendere;
  • improvvisa difficoltà nella visione, in uno o entrambi gli occhi;
  • vertigini e perdita di equilibrio;
  • un improvviso, forte mal di testa, senza causa nota.

Anche se i segni e sintomi durano solo poco tempo (talvolta, meno di un’ora) è possibile che il paziente abbia sperimentato un TIA. Se si verifica una qualsiasi di queste manifestazioni è importante cercare cure d’emergenza, per aumentare le possibilità che la malattia dell’arteria carotidea venga individuata e trattata tempestivamente, prima che si verifichi un ictus invalidante. Non è escluso che un TIA possa essere dovuto alla mancanza di flusso di sangue anche in altri vasi: il medico è in grado di stabilire quali test sono necessari per accertare la condizione.

Complicanze della stenosi carotidea

La complicanza più grave della malattia ostruttiva dell’arteria carotidea è l’ictus, in quanto può provocare danni permanenti al cervello e, nei casi più gravi, può essere fatale.
Ci sono tre diversi modi in cui la presenza di una placca ateromatosa aumenta il rischio che questo possa verificarsi:

  • Riduzione del flusso di sangue. A seguito dell’aterosclerosi, il lume della carotide può andare incontro ad una tale riduzione, che l’apporto di sangue non è sufficiente per raggiungere alcune parti dell’encefalo. L’ateroma può eventualmente occludere completamente l’arteria.
  • Rottura della placca. Un pezzo di placca ateromatosa può rompersi e staccarsi, viaggiando fino alle più piccole arterie nel cervello. Il frammento può rimanere bloccato in una di queste arterie cerebrali, creando un’ostruzione che blocca l’afflusso di sangue alla zona del cervello che il vaso sanguineo irrora.
  • Ostruzione da coagulo di sangue. Alcune placche sono inclini alla fessurazione e a deformare la parete dell’arteria. Quando questo accade, il corpo reagisce come ad una lesione, inviando localmente piastrine, per agevolare il processo di coagulazione. In questo processo, può svilupparsi un grande coagulo di sangue e bloccare o rallentare il flusso di sangue attraverso un’arteria carotidea o cerebrale, fino a provocare un ictus.

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Fattori di rischio

La combinazione di diversi fattori può aumentare il rischio di lesioni, la formazione di placche e l’insorgenza della stenosi carotidea sono:

  • Pressione alta. L’ipertensione arteriosa è un importante fattore di rischio per la malattia ostruttiva dell’arteria carotidea. Un eccesso di pressione sulle pareti delle arterie può indebolirle e renderle più vulnerabili ai danni.
  • Fumo. La nicotina può irritare il rivestimento interno delle arterie. Inoltre, aumenta la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna.
  • Età. Le persone anziane hanno più probabilità di essere colpite da stenosi carotidea, in quanto con l’età, le arterie tendono a essere meno elastiche.
  • Livelli anormale di grassi nel sangue. Alti livelli di lipoproteine €‹a bassa densità (LDL, il colesterolo “cattivo”) e di trigliceridi nel sangue, favoriscono l’accumulo di placche ateromatose.
  • Diabete. La patologia non solo influenza la capacità di gestire il glucosio in modo appropriato, ma anche la capacità di elaborare in modo efficiente i grassi, disponendo il paziente a maggior rischio di ipertensione e aterosclerosi.
  • Obesità. I chili in eccesso contribuiscono ad altri fattori di rischio, come l’ipertensione, le malattie cardiovascolari e il diabete.
  • Eredità. Se il paziente presenta una storia familiare di aterosclerosi o di malattia coronarica, presenta un rischio aumentato di sviluppare queste patologie.
  • Inattività fisica. La mancanza di regolare esercizio fisico predispone ad una serie di condizioni, tra cui l’ipertensione, il diabete e l’obesità.

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Diagnosi

Oltre a considerare l’anamnesi completa, la presenza di fattori di rischio ed eventuali segni o sintomi, il medico può effettuare diversi test per valutare la salute delle arterie carotidi:

  • Esame obiettivo. Il medico può auscultare la carotide posizionando uno stetoscopio a livello del collo, per rilevare suono simile ad un “risucchio”, caratteristico del flusso sanguigno turbolento causato dall’aterosclerosi. Il medico può eseguire una valutazione neurologica per verificare lo stato fisico e mentale del paziente, come la capacità di resistenza, memoria e parola.

Uno o più test diagnostici possono essere eseguiti per valutare il restringimento di una carotide:

  • Ecografia Doppler: test non invasivo che si avvale di onde sonore riflesse per valutare il flusso di sangue attraverso il vaso sanguineo e verificare la presenza di una eventuale stenosi. La sonda ad ultrasuoni è collocata sul collo, a livello delle arterie carotidee. L’ecografia Doppler rivela come fluisce il sangue attraverso l’arteria e in che misura l’apporto è ridotto (stenosi carotidea minore 0-49%, moderata 50-69% e grave 70-99%, fino alla completa ostruzione).
  • Angio-CT (CTA): fornisce immagini dettagliate delle strutture anatomiche del collo e del cervello. L’indagine comporta l’iniezione di un agente di contrasto nel flusso sanguigno, in modo da evidenziare le anomalie di vasi sanguigni (tramite angiografia) e tessuti molli (mediante tomografia computerizzata). La CTA consente ai medici di visualizzare la carotide ristretta e determinare il grado patologico della stenosi.
  • Angiografia tramite risonanza magnetica (MRA): come la CTA, questo test di imaging utilizza un mezzo di contrasto, per evidenziare le arterie che irrorano il collo e l’encefalo. Il campo magnetico e le onde radio vengono utilizzate per creare immagini tridimensionali.
  • Risonanza magnetica (MRI): consente di visualizzare il tessuto cerebrale per evidenziare precocemente un ictus o altre anomalie.
  • Angiografia cerebrale: è un test minimamente invasivo che utilizza i raggi X e un agente di contrasto iniettato nelle arterie, attraverso un catetere infilato direttamente nelle carotidi. L’angiografia cerebrale consente ai medici di visualizzare in dettaglio tutte le arterie che irrorano l’encefalo.

L’imaging può anche rivelare le prove di molteplici attacchi ischemici transitori. I medici possono definire la diagnosi di stenosi carotidea, se le prove dimostrano che il flusso sanguigno è diminuito in una o entrambe le arterie carotidi.

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Trattamenti e farmaci

L’obiettivo dalla terapia è di ridurre il rischio di ictus. Le opzioni di trattamento per la stenosi carotidea variano a seconda della gravità del restringimento arterioso e se si verificano sintomi o meno (asintomatica).

Stenosi carotidea da lieve a moderata

  • Cambiare stile di vita. Cambiamenti nel comportamento possono aiutare a ridurre la pressione sulla carotide e rallentare la progressione dell’aterosclerosi. Tali cambiamenti includono smettere di fumare, perdere peso, bere alcol con moderazione, mangiare cibi sani, ridurre la quantità di sale e praticare regolare esercizio fisico.
  • Gestire le condizioni croniche. Con il medico è possibile stabilire un piano terapeutico per affrontare correttamente specifiche condizioni croniche, come la pressione alta, l’eccesso di peso o il diabete, che possono produrre effetti patologici anche sulle arterie carotidi.
  • Farmaci. I pazienti asintomatici o che presentano una stenosi carotidea di basso grado sono trattati con farmaci. Il medico può prescrivere un antiaggregante piastrinico (come aspirina, ticlopidina, clopidogrel), da assumere quotidianamente per fluidificare il sangue e prevenire la formazione di pericolosi coaguli di sangue. Possono essere raccomandati anche farmaci antipertensivi per controllare e regolare la pressione sanguigna (ACE-inibitori, bloccanti dell’angiotensina, beta-bloccanti, calcio-antagonisti ecc.) e delle statine per abbassare il colesterolo e contribuire a ridurre la formazione della placca nell’aterosclerosi. Le statine possono ridurre il colesterolo LDL “cattivo” in media del 25-30%, quando combinate con una dieta ipocalorica e a basso contenuto di colesterolo.

Grave ostruzione della carotide

Quando si dispone di una grave stenosi, soprattutto se il paziente ha già subito un TIA o un ictus correlato all’occlusione, è meglio procedere chirurgicamente ripulendo l’arteria dalla placca ateromatosa.

  • Endoarteriectomia carotidea. Questa procedura chirurgica è il trattamento più comune per rimuovere l’ateroma in presenza di un grave quadro clinico. L’intervento viene eseguito in anestesia generale. Dopo aver effettuato un’incisione lungo la parte anteriore del collo, il chirurgo apre l’arteria carotide colpita e rimuove la placca ateromatosa. L’arteria viene riparata con punti di sutura o, preferibilmente, con un innesto. L’endoarteriectomia carotidea è generalmente indicata per i pazienti sintomatici (ictus o TIA) e con un’ostruzione superiore al 50%. Si raccomanda anche per i pazienti che non hanno sintomi (asintomatici), con blocco superiore al 60%. Gli studi hanno dimostrato che, in caso di ostruzione moderata, la chirurgia apporta benefici duraturi ed aiuta a prevenire un eventuale ictus su un periodo di circa cinque anni. Un’endoarteriectomia carotidea non è raccomandata quando la posizione dell’ostruzione o del restringimento è di difficile accesso per il chirurgo o quando si dispone di altre condizioni di salute che rendono l’intervento chirurgico troppo rischioso. In questi casi, il medico può raccomandare una procedura chiamata angioplastica carotidea associata ad uno stenting.
  • Angioplastica carotidea e stenting. Il posizionamento di uno stent carotideo è una procedura meno invasiva rispetto all’endoarteriectomia carotidea, in quanto non comporta un’incisione nel collo. L’angioplastica carotidea con inserimento di uno stent permette di ottenere buoni risultati nel breve termine, ed è tipicamente indicata per pazienti che: 1) presentano un grado di stenosi carotidea moderato-grave; 2) soffrono di altre condizioni mediche che aumentano il rischio di complicanze chirurgiche; 3) manifestano una recidiva. Nell’angioplastica carotidea, un catetere viene infilato fino all’area carotidea ostruita nel collo. Un filtro appositamente progettato su un filo guida (chiamato dispositivo di protezione embolica) viene inserito per raccogliere eventuali detriti che possono staccarsi dalla placca durante la procedura. Una volta in posizione, viene gonfiato un piccolo palloncino all’estremità del catetere per alcuni secondi, allo scopo di aprire o allargare l’arteria. Uno stent viene inserito in modo permanente per costituire una impalcatura, che aiuti a sostenere le pareti delle arterie e a mantenere pervio il lume della carotide. Il palloncino viene poi sgonfiato ed il catetere e il filtro vengono rimossi. Dopo diverse settimane, l’arteria guarisce attorno allo stent. Come per l’endoarteriectomia carotidea, esistono alcuni rischi connessi alla procedura (ictus o decesso). Lo stenting sarà pertanto consigliato solo in caso di una grave stenosi.

Angioplastica carotidea Stent

Il recupero dalle procedure chirurgiche generalmente richiede una breve degenza in ospedale. I pazienti spesso ritornano alle normali attività entro una o due settiman. Dopo un’endoarteriectomia carotidea, la stenosi può recidivare ed è spesso correlata alla progressione della malattia aterosclerotica. Queste nuove placche possono essere trattate con la ripetizione dell’intervento chirurgico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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