La crisi economica ci rende più stupidi

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO UOMO TRISTE TRISTEZZA SUICIDIO DEPRESSIONE PAURA AIUTOL’Huffington Post ci parla di una ricerca condotta dall’università di Harvard, negli Usa, che dimostra come la povertà non intacchi solo la vita materiale degli individui ma danneggi anche la loro salute al punto da “stancare” il cervello e riducendo la sua attività.

IL DEFICIT COGNITIVO SCATENATO DALLA POVERTA’

A quanto pare le difficoltà economiche e le riflessioni su come sbarcare il lunario richiedono una tale energia mentale da ridurre le capacità di pensiero. Le preoccupazioni di carattere finanziario scatenano un deficit cognitivo quantificabile in una perdita di tredici punti di quoziente intellettivo -QI-, un dato uguale a coloro che passano la notte in bianco. Secondo gli scienziati i troppi pensieri “intasano” il cervello stancandolo e non permettendo più alla persona di poter valutare razionalmente le situazioni limitando la sua capacità di riflessione. Ed ecco perché chi è indebitato continua a contrarre prestiti, scatenando un circolo vizioso.

I POVERI NON SONO PIU’ STUPIDI

Il professore di economia dell’università americana e curatore dello studio, Sendhil Mullainathan, ha spiegato che il risultato dimostra che “quando si vive in povertà, la capacità cognitiva si riduce. Non è vero che i poveri siano più stupidi. Abbiamo solo dimostrato che la stessa persona, più povera, ha maggiori difficoltà nell’elaborare un pensiero rispetto a quando è economicamente soddisfatta”. Per arrivare a questo risultato il professor Mullainathan ha condotto una serie di esperimenti tra Usa ed India per far luce sui costi mentali della povertà scegliendo a caso persone povere e chiedendole come avrebbero pensato di risollevare la loro situazione finanziaria.

LA RICERCA

Contestualmente, i volontari si sono sottoposti ad un esame del quoziente intellettivo. Il gruppo è poi stato diviso tra “ricchi” e “poveri” in base al loro stipendio annuo, compreso tra 20 mila e 70 mila dollari. I risultati hanno dimostrato che non c’è molta differenza tra coloro che stanno bene e quelli che soffrono di piccoli problemi. Se invece venivano messi di fronte ai loro guai, ecco che il risultato è peggiorato. Secondo i ricercatori, la reazione del cervello è legata ad un processo scatenato dalla “scarsezza” di risorse, siano queste economiche, alimentari e sociali.

UNA VITA PRIVA DI ALTERNATIVE

Secondo il professor Eldar Shafir, membro del team di studiosi, la povertà ha un impatto a lungo termine sulla mente umana: “Quando sei povero non puoi dire di averne abbastanza, di dimenticare il proprio pasto o di non dar da mangiare ai figli o pagare l’affitto. Questi pensieri, messi insieme, non fanno altro che appesantire il cervello anche perché le soluzioni sono molto limitate, quando non ci sono proprio. Per questo -conclude Shafir- le persone, messe con le spalle al muro, cercano soluzioni immediate sbagliando perché non riescono a valutare le conseguenze”.

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L’ictus cerebrale che ti condanna ad essere felice per sempre

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Lo strano caso dell’ictus cerebrale che ti condanna ad essere felice perIl signore che vedete qui sopra raffigurato si chiama  Malcolm Myatt, è nato in Inghilterra 68 anni fa ed è camionista in pensione. Perchè sia diventato un caso medico famoso è presto detto: è sempre contento. E non è un modo di dire. Da quando lo ha colpito un ictus nel 2004, che ha compromesso la sensibilità della parte sinistra del suo corpo, il signor Malcolm non è più grado di provare il sentimento della tristezza. E non perché sia ottimista o stupido: semplicemente nel suo cervello, e in particolare nel lobo frontale che controlla le emozioni, lo choc della malattia ha “cancellato” la possibilità fisiologica di provare tristezza. Nella sfortuna, il signor Myatt – ribattezzato dai giornali Mr. Happy – è stato fortunato: pensate se avesse perso per sempre la possibilità di essere felice…

Continua la lettura su https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/13_agosto_13/gb-dopo-ictus-mai-triste_b3474f1e-03fa-11e3-b7de-a2b03b792de4.shtml

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Esperienze di pre-morte: uno scherzo del cervello o la prova che esiste il paradiso? Finalmente sappiamo la risposta

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Dieta Peso Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaSmettere fumare Esperienze pre morte

Una scena tratta da “Coma profondo” film con Michael Douglas del 1978 diretto da Michael Crichton tratto dal romanzo Coma di Robin Cook.

Le esperienze di pre-morte, anche note come NDE (acronimo per l’espressione inglese Near Death Experience, a volte tradotto in italiano come “esperienza ai confini della morte“) sono esperienze vissute e descritte da soggetti che, a causa di malattie terminali o eventi traumatici, hanno sperimentato fisicamente la condizione di coma, arresto cardiocircolatorio e/o encefalogramma piatto, senza tuttavia giungere fino alla morte.

Le caratteristiche comuni nelle esperienze di pre-morte

I soggetti reduci da tali fenomeni, una volta riavutisi, hanno raccontato di aver vissuto esperienze le quali, confrontate tra loro, risultano sempre connotate da numerosi elementi comuni:

  • l’ineffabilità, o l’estrema difficoltà nel poter descrivere la propria NDE e soprattutto lo stato di benessere vissuto;
  • la sensazione “fisica” di trovarsi fuori dal proprio corpo con la capacità di guardare il proprio corpo “dall’esterno”
    (in caso di morti violente o improvvise), l’assistere, come se si fosse una terza persona, alla constatazione della propria morte da parte di chi sopraggiunge;
  • l’attraversamento di una sorta di “tunnel” buio in fondo al quale si intravede distintamente una luce;
    lo sperimentare una sensazione di grande pace e tranquillità fuori dallo spazio come lo conosciamo e soprattutto fuori dal nostro concetto di -tempo-;
  • la “revisione” di tutti gli istanti della vita terrena vissuta. Tale revisione viene descritta con difficoltà in quanto avverrebbe in maniera totale permettendo la visione contemporanea di ogni episodio della vita (anche dimenticato, anche relativo ai momenti immediatamente successivi della propria nascita);
  • l’incontro con “altri esseri”: qualche volta definiti come spiriti sconosciuti, qualche volta persone care che hanno preceduto nella morte;
  • l’incontro con il grande “Essere di Luce” che viene descritto come una Fonte di Amore Totale e Incondizionato difficile da tradurre in parole;
  • l’arrivo di un determinato momento (ma non vi è il tempo) o “confine” che impedisce di proseguire oltre il viaggio/esperienza con la conseguente consapevolezza di dover “tornare indietro”;
  • il ritorno alla vita accompagnato da un sentimento di malinconia e/o rimpianto per non essere potuti rimanere nell’aldilà;
  • il timore di riferire l’esperienza vissuta ad altri per paura di non essere creduti ma contrastato dal desiderio di farlo come doverosa condivisione di qualcosa di estremamente prezioso e importante;
  • una volta “rientrati in vita” scompare il timore della morte ora vista come un felice passaggio ad una realtà superiore;
  • vengono modificati anche i valori sui quali la vita viene vissuta ponendo come essenziale scopo dell’esistenza l'”armonia” e l'”amore” per tutti gli esseri.

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Le ipotesi

  • Teorie scientifiche: mettono in relazione il fenomeno con peculiari alterazioni transitorie di tipo chimico, neurologico o biologico, tipicamente presenti nel corpo umano in condizioni particolari come quelle prima descritte, quali l’ipercapnia ovvero l’impiego di farmaci.
  • Teorie metafisiche e soprannaturali: collegano le esperienze di pre-morte a una sorta di presa di contatto anticipata con l’aldilà, durante la quale il soggetto ha modo di sperimentare direttamente la separazione fra anima e corpo e la sopravvivenza dell’anima come entità spirituale, rispetto alle spoglie mortali.

La risposta della scienza

La scienza ha compiuto da poco, grazie ad uno studio statunitense, un nuovo passo verso la spiegazione scientifica: le esperienze di pre-morte sembrano essere dovuti all’attività elettrica del cervello, che continua ad essere molto ben organizzata anche nei primissimi istanti dopo la morte clinica. È quanto affermano alcuni ricercatori dell’Università del Michigan in uno studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle scienze americana, Pnas.

Lo studio

Con un semplice elettroencefalogramma i ricercatori hanno analizzato le attività cerebrali di nove ratti anestetizzati e sottoposti ad arresto cardiaco indotto. Entro i primi 30 secondi dopo l’arresto cardiaco, in cui il cuore smette di battere e il sangue smette di fluire verso il cervello, in tutti i ratti è stata riscontrata una diffusa sovratensione transitoria di attività cerebrale altamente sincronizzata tipica di un cervello altamente eccitato, conscio. Comportamenti identici sono stati osservati anche nei ratti sottoposti ad asfissia. «La previsione che avremmo trovato alcuni segni di attività cosciente nel cervello durante l’arresto cardiaco, è stata confermata con i dati» scrive Jimo Borjigin, professore di fisiologia molecolare e integrativa e di neurologia all’Università del Michigan e coautore dello studio.

Il livello di coscienza

«Siamo stati sorpresi però – aggiunge un altro firmatario, l’anestesista George Mashour – dagli alti livelli di attività. In effetti i segnali elettrici ci indicano che il cervello ha una attività elettrica ben organizzata durante la fase iniziale di morte clinica. Questo ci suggerisce che nello stato di pre-morte esiste un livello di coscienza che normalmente si trova in una condizione di veglia». È la prima volta che viene indagata la condizione neurofisiologica del cervello immediatamente dopo l’arresto cardiaco. Una persona è definita clinicamente morta quando il suo cuore smette di battere, ed è questo il momento in cui molti dei pazienti sopravvissuti raccontano di aver percepito una luce in fondo al tunnel o di aver rivisto la propria vita scorrergli davanti. «Questo studio ci dice che la riduzione di ossigeno o di ossigeno e glucosio durante l’arresto cardiaco è in grado di stimolare l’attività cerebrale che è una caratteristica dell’elaborazione cosciente. Esso offre anche il primo quadro scientifico – conclude Borjigin – per le molte esperienze di pre-morte riportate da pazienti sopravvissuti all’arresto cardiaco».

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Scoperta l’area cerebrale alla base della gelosia patologica

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO COPPIA AMORE SESSO RAPPORTO INNAMORATI ESTATE SPIAGGIA MARE VACANZE TRAMONTOLa gelosia delirante a cui sono associati comportamenti aggressivi come lo stalking, il suicidio o l’omicidio sarebbe legata allo squilibrio di una specifica area del cervello. E’ questo il risultato di uno studio condotto da un team di ricercatori del Dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’università di Pisa, pubblicato sulla rivista ‘Cns – Spectrums’ della Cambridge University Press.
Secondo gli autori dell’articolo – Donatella Marazziti, Michele Poletti, Liliana Dell’Osso, Stefano Baroni e Ubaldo Bonuccelli – le radici neuronali della cosiddetta ‘sindrome di Otello‘ si troverebbero nella corteccia frontale ventro-mediale, un’area del cervello che sovrintende complessi processi cognitivi e affettivi.

Continua la lettura su https://www.lastampa.it/cultura/2013/01/14/news/sindrome-di-otello-ecco-dove-si-annida-1.36128468/

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Cosa sente chi è in coma?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Cosa sente chi è in coma

Ecco cosa vede una risonanza magnetica quando “guarda” il nostro profilo migliore

Tra il coma e la morte cerebrale si estende una zona d’ombra dove la medicina va a tentoni. Un paziente che ha aperto gli occhi, respira, sembra sveglio, ma non risponde agli stimoli, è cosciente oppure no? Può sentire quello che gli viene detto? Comprende ciò che gli succede intorno o è solo un’illusione indotta dal battito delle ciglia? Sono interrogativi angoscianti che possono affliggere parenti e amici, per anni, ponendo talvolta di fronte a scelte estreme. Ora, una nuova ricerca accende un faro nella nebbia che avvolge gli stati vegetativi più difficili, nei casi in cui mancano le reazioni motorie, come stringere una mano, girare gli occhi, alzare un piede, in segno d’interazione.

La tecnica

La tecnica, sperimentata dal gruppo guidato da Marcello Massimini, del Dipartimento di Scienze Cliniche Luigi Sacco dell’università degli Studi di Milano assieme ai colleghi del Coma Science Group dell’Université de Liège, in Belgio, ha permesso ai ricercatori di distinguere su 17 pazienti con gravi lesioni cerebrali, chi aveva recuperato un livello minimo di coscienza, pur non riuscendo a comunicare con il mondo circostante. “Paradossalmente, la coscienza è uno stato cerebrale che non dipende tanto dal dialogo verso l’esterno, quanto più dal dialogo interno, tra i neuroni della corteccia”, spiega Massimini: “Si può essere coscienti, anche se all’apparenza si direbbe il contrario. Succede, per esempio, durante la fase REM, quando si sogna. Ecco perché abbiamo deciso di sondare la comunicazione interna”.

Il coscienziometro
È una delle primissime applicazioni cliniche del cosiddetto coscienziometro di cui vi avevamo parlato, una macchina che combina la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalogramma, consentendo di misurare in maniera non invasiva le interazioni tra i neuroni, presupposto della coscienza, secondo la teoria dell’informazione integrata. “In una persona sveglia, lo stimolo di un’area cerebrale, non importa quale, si propaga in un tempo brevissimo ad altre aree neuronali. È evidente: in pochi millisecondi tutta la corteccia si accende”, chiarisce Massimini: “Al contrario, quando si ripete l’esperimento in un soggetto non cosciente, per esempio sotto anestesia o durante il sonno non Rem, l’impulso magnetico genera solo una risposta nell’area stimolata: il cervello sembra disconnesso. Come se fosse fatto di isole separate tra loro, senza ponti di connessione”.

“Svegli” ma con are corticali non connesse
Ecco quindi che il metodo, dopo anni di analisi in condizioni reversibili e controllabili, è stato applicato a pazienti usciti dal coma e rimasti intrappolati in quel limbo in cui la diagnosi è un terno al lotto. L’errore diagnostico è stimato intorno al 40 per cento dei casi. I risultati, descritti sulla rivista Brain, indicano chiaramente che “i pazienti in stato vegetativo mostrano l’assenza di comunicazione tra le aree corticali, nonostante appaiano svegli. Al contrario, nei pazienti con un minimo livello di coscienza, questa comunicazione c’è”, continua lo scienziato.

Gli studi continuano
È un passo importante. Ma è solo il primo. “Ora gli studi proseguiranno su larga scala, coinvolgendo tre strutture come l’Ospedale Niguarda di Milano, che riceve pazienti in coma, in fase acuta, la clinica Don Gnocchi, per la lungodegenza di pazienti in stato vegetativo, e il Centro europeo per il coma di Liegi”, racconta Massimini. La speranza degli scienziati non è, meramente, poter distinguere i casi in cui sussiste coscienza da quelli in cui la coscienza non è riemersa. Sarebbe un traguardo affascinante, emotivamente forte, ma tutto sommato fine a se stesso. La vera sfida infatti è un’altra: “Vogliamo capire i meccanismi cerebrali che scattano nel recupero della coscienza, cosa innesca la connessione tra i neuroni e cosa, invece, la stacca. Perché così potremmo forse stimolare gli stessi meccanismi e promuovere il recupero cognitivo”. Il risveglio dal baratro dello stato vegetativo: è questo il sogno, lontano, forse irraggiungibile, che s’insegue. Il coscienziometro potrebbe essere la chiave.

Fonte: http://daily.wired.it/news/scienza/2012/01/11/coscienza-coma-stato-vegetativo-09809.html

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Mangiare meno ringiovanisce il tuo cervello

MEDICINA ONLINE CERVELLO INTELLIGENZA IDEA STUDIOUna moderata riduzione dell’apporto calorico giornaliero è in grado di ‘ringiovanire il cervello’, promuovendo negli animali adulti un incremento della plasticità cerebrale, caratteristica peculiare del sistema nervoso giovane. Ad analizzare tale relazione, la ricerca ‘Food restriction enhances visual cortex plasticity in adulthood’, realizzata su ratti adulti e sani da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di neuroscienze del CNR di Pisa (In-Cnr) guidato da Lamberto Maffei. Lo studio è stato pubblicato su Nature Communications.

Continua la lettura su https://www.cnr.it/en/press-release/5150/meno-calorie-piu-plasticita-cerebrale

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Il virus della poliomielite guarisce uno dei tumori cerebrali più maligni: il glioblastoma multiforme

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare AIDS tumore cerebrale più maligno il glioblastoma multiforme

Ricostruzioni al Neuronavigatore in 3D della morfologia di un glioblastoma multiforme.

Il glioblastoma (noto anche come glioblastoma multiforme) è un tumore tristemente noto per essere il più comune e più maligno tra le neoplasie delle cellule della glia (le cellule che, assieme ai neuroni, costituiscono il sistema nervoso). Purtroppo è un tumore che raramente permette una lunga sopravvivenza del paziente. Ma ora sembra che ci sia una speranza per tutti gli affetti da questa perfida patologia: il virus della poliomielite. È il network statunitense Abc a raccontare la storia di Stephanie Lipscomb, 22 anni, cui due anni fa è stato diagnosticato un glioblastoma, una delle forme tumorali più aggressive che possono colpire il cervello.

Continua la lettura su https://archivio.giornalettismo.com/la-ragazza-che-sconfigge-il-cancro-con-il-virus-della-polio/

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Il virus dell’AIDS ci salverà dalle malattie neurodegenerative incurabili

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