Dietoterapia: le diete per il diabete, l’ipertensione ed altre patologie

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PENTOLA PADELLA CUCINA DIETA CIBO MANGIARE OLIVEI soggetti affetti da patologie, per ottenere uno stato di salute ottimale, devono porre estrema attenzione alla loro dieta, molto di più di quando già debba farlo un soggetto sano. E’ qui che entra in gioco la dietoterapia, ovvero quella branca della dietetica che si occupa della nutrizione in condizioni patologiche. Varie sono le patologie che possono essere affrontate non solo dal punto di vista farmacologico o chirurgico, ma anche grazie a determinate “diete in condizioni patologiche”.

Diabete

Il diabete è una patologia caratterizzata da un aumento della concentrazione di glucosio nel sangue a causa di un difetto assoluto o relativo di insulina, ormone secreto dal pancreas ed indispensabile per il metabolismo degli zuccheri. Un valore di glicemia è considerato normale fino al valore di 110 mg/dl. La diagnosi di diabete è certa con un valore superiore a 200 mg/dl, rilevato in qualunque momento della giornata o due ore dopo un carico di glucosio. Valori di glicemia compresi fra 140 a 200 dopo un carico di glucosio definiscono invece la ridotta tolleranza al glucosio che può evolvere nel tempo verso un Diabete conclamato.
Il diabete può determinare complicanze acute o croniche. Le complicanze acute sono più frequenti nel diabete tipo 1 e sono in relazione alla carenza pressoché totale di insulina.
Nel diabete tipo 2 le complicanze acute sono piuttosto rare, mentre sono molto frequenti le complicanze croniche che riguardano diversi organi e tessuti, tra cui gli occhi, i reni, il cuore, i vasi sanguigni e i nervi periferici.
La terapia della malattia diabetica ha come cardine l’attuazione di uno stile di vita adeguato.
La dieta del soggetto diabetico ha l’obiettivo di ridurre il rischio di complicanze attraverso il mantenimento di valori di glucosio, lipidi plasmatici e pressione arteriosa il più possibile vicini alla norma.

  • Diabete tipo 1: Riguarda circa il 10% delle persone con diabete e in genere insorge nell’infanzia o nell’adolescenza. Nel diabete tipo 1 il sistema immunitario attacca le cellule che producono insulina. Per questo motivo, il diabete di tipo 1 viene classificato tra le malattie cosiddette “autoimmuni”, cioè dovute a una reazione immunitaria diretta contro l’organismo stesso.
  • Diabete tipo 2: È la forma più comune di diabete e rappresenta circa il 90% dei casi di questa malattia. La causa è ancora ignota, anche se è certo che il pancreas è in grado di produrre insulina, ma le cellule dell’organismo non riescono poi a utilizzarla. In genere, la malattia si manifesta dopo i 30-40 anni e numerosi fattori di rischio sono stati riconosciuti associarsi alla sua insorgenza. Tra questi: la familiarità per diabete, lo scarso esercizio fisico, il sovrappeso e l’appartenenza ad alcune etnie. Il rischio di sviluppare la malattia aumenta con l’età, con la presenza di obesità e con la mancanza di attività fisica: questa osservazione consente di prevedere strategie di prevenzione “primaria”, cioè interventi in grado di prevenire l’insorgenza della malattia e che hanno il loro cardine nell’applicazione di uno stile di vita adeguato, che comprenda gli aspetti nutrizionali e l’esercizio fisico.

Ipertensione

L’ipertensione è una patologia caratterizzata da un aumento considerevole della pressione sanguigna con valori oltre la norma. Un individuo viene definito iperteso quando la sua pressione arteriosa sistolica o massima è superiore a 140 mmHg e quella diastolica o minima è superiore a 95 mmHg.
Esistono due tipologie d’ipertensione, quella primaria o essenziale e quella secondaria. Nella primaria si ha un incremento della pressione sanguigna causato da fattori non identificabili. Nell’ipertensione secondaria è invece possibile associare tale rialzo ad una causa ben precisa come l’insufficienza renale, le malattie vascolari renali, la sindrome di Cushing, l’iperaldosteronismo, l’uso del contraccettivo orale, l’obesità. Una diminuzione del peso corporeo medio tra i 5 e i 7 Kg può ridurre la pressione arteriosa mediamente di circa 10 – 20 mmHg, sia per la diastolica che per la sistolica, in soggetti con un peso superiore al 10% del peso ideale.

Dislipidemie

La dislipidemia è una condizione clinica caratterizzata da un incremento dei grassi circolanti nel sangue (colesterolo e trigliceridi).
I lipidi o grassi sono sostanze fondamentali per il nostro organismo, così come lo sono le proteine e gli zuccheri perché rappresentano una fonte di energia diretta (dopo gli zuccheri e le proteine) e soprattutto una forma di accumulo della energia stessa. Essi non rappresentano un pericolo per la salute dell’uomo finché la loro concentrazione non supera un valore limite nel qual caso, vuoi per un apporto superiore alle necessità dell’organismo, vuoi per una predisposizione genetica, può verificarsi un loro accumulo in alcuni organi come il fegato e nei vasi sanguigni. L’accumulo dei grassi nelle arterie predispone all’infarto ed in generale alla malattia coronarica. La dislipidemia va tenuta sotto controllo in primis con la dieta e, qualora questa non sia sufficiente, con la prescrizione di integratori e farmaci appropriati.

Epatopatie

Per malattia epatica (o epatopatia) si intende una patologia che comprometta la funzionalità dell’organo epatico. Le possiamo distinguere in epatopatia:
  • da infezione, conseguente ad epatite
  • da steatosi, (causata da infiltrazioni di grasso nel fegato)
  • da alcool

Le epatopatie possono compromettere la funzionalità di tutti i principali sistemi del corpo umano e in particolare del:

  • sistema nervoso (neuropatia)
  • sistema circolatorio (disfunzioni del circolo portale)

Ogni epatopatia presenta una fase acuta ed una fase subacuta, che a volte può diventare cronica (come la cirrosi epatica). La dieta in tali casi deve essere equilibrata nei vari nutrienti, ricca di proteine e di vitamine del gruppo B e K. Sono consigliati più pasti leggeri nella giornata, preferendo alimenti semplici e con elevato potere nutritivo evitando gli alcoolici e limitando i grassi specialmente quelli fritti. L’apporto di amidi e zuccheri è fondamentale per preservare le riserve di glicogeno epatico.

Anemia

Si definisce anemia una condizione caratterizzata dalla carenza di emoglobina totale presente nel circolo ematico. L’emoglobina è la proteina, contenuta nei globuli rossi, che trasporta l’ossigeno ai vari tessuti dell’organismo.
E’ possibile distinguere vari tipi di anemia:

  • Da carenza di ferro
    Per produrre la giusta quantità di emoglobina il midollo osseo ha bisogno di ferro che si introduce tramite l’alimentazione: un livello basso di questo minerale causa anemia.
  • Anemia da deficit vitaminico
    Altro elemento importante per la produzione di globuli rossi sani è la presenza di acido folico e di vitamina B12. Anche qui si tratta di avere una dieta ricca per consentire all’organismo di assorbirne la quantità necessaria. In alcuni casi può essere presente una difficoltà di assorbimento di questo tipo di nutrienti, specie in presenza di anemia perniciosa.
  • Anemia da malattie croniche
    E’ difficile che si presenti nei bambini ed è causata da infiammazioni croniche (epatite, problemi renali, cancro e Aids). Può essere causata anche da malattie intestinali, che provocano un malassorbimento delle sostanze nutritive, come ad esempio in caso di celiachia (intolleranza al glutine)
  • Anemia emolitica
    E’ caratterizzata dalla distruzione veloce dei globuli rossi tanto da non permettere al midollo di rimpiazzarli. Poco comune nei bambini.
  • Anemia aplastica
    E’ la più grave ed è causata dalla limitata capacità del midollo di produrre i globuli rossi, i globuli bianchi e le piastrine. Fortunatamente è poco comune, ma può essere scatenata anche dalla reazione ad alcuni tipi di farmaci.
  • Anemia mediterranea o talassemia
    E’ una malattia congenita ereditaria molto comune nel nostro paese caratterizzata da una produzione irregolare di emoglobina. Esistono due tipi di talassemia: la ´minor´ (si è portatori sani, non ci sono sintomi e non costituisce alcun rischio se non quando si decide di avere un figlio: nel caso si trovi un partner anch’egli portatore sano, le probabilità di avere un bambino malato è del 50%) e la ´maior´ (la malattia è conclamata e non esiste altra forma di cura se non trasfusioni di sangue e trapianto di midollo; è una malattia che può essere ormai facilmente diagnosticabile anche in fase prenatale).

Intolleranza al glutine: celiachia

La celiachia detta anche malattia celiaca è un’intolleranza permanente alla gliadina. La gliadina è la componente alcool-solubile del glutine, un insieme di proteine contenute nel frumento, nell’orzo, nella segale, nel farro e nel kamut. L’avena sembra essere tollerata in piccole quantità dalla maggior parte dei soggetti affetti. Pertanto, tutti gli alimenti derivati dai suddetti cereali o contenenti glutine in seguito a contaminazione devono essere considerati tossici per i pazienti affetti da questa malattia. Sebbene la malattia non abbia una trasmissione genetica mendeliana, è comunque caratterizzata da un certo grado di familiarità, dovuta a geni non del tutto identificati. L’intolleranza al glutine causa gravi lesioni alla mucosa dell’intestino tenue, che regrediscono eliminando il glutine dalla dieta. La reversibilità della patologia è strettamente legata alla non assunzione da parte del soggetto celiaco di alimenti contenenti glutine o comunque da esso contaminati. La malattia celiaca non guarisce: il soggetto celiaco rimarrà tale per tutta la sua vita, l’unica cura consiste nell’adozione di una dieta rigorosamente priva di glutine.

Intolleranza al lattosio

Si definisce intolleranza al lattosio  una sindrome caratterizzata da disturbi gastroenterici che insorgono dopo l’ingestione di alimenti contenenti questo zucchero, generata dal deficit di produzione da parte delle cellule intestinali del duodeno dell’enzima lattasi deputato alla scissione del lattosio in glucosio e galattosio che sotto questa forma possono essere assorbiti.
Le persone con tale intolleranza non posseggono l’enzima necessario alla digestione del lattosio, lo zucchero del latte. Infatti il lattosio che non viene digerito nello stomaco, arriva all’intestino crasso dove viene digerito dai batteri intestinali. L’enzima che catalizza la degradazione del lattosio, la lattasi, viene prodotta solitamente dai mammiferi nei primi stadi di vita e una volta adulti smettono di produrla. Solo gli uomini possono continuare la sua sintesi. Si stima che il 30% degli uomini, conserva la capacità di digerire il lattosio. I sintomi più comuni sono gastrointestinali: dolore addominale non specifico e non focale, crampi addominali diffusi, gonfiore e tensione intestinale, aumento della peristalsi con movimenti talora palpabili, meteorismo, flatulenza e diarrea con feci poltacee, acquose, acide, che insorgono da 1 a poche ore dopo l’ingestione di alimenti contenenti lattosio. Tuttavia tali sintomi non sono specifici: altri disordini come la ipersensibilità alle proteine del latte, reazioni allergiche ad altri cibi, o intolleranze ad altri glicidi possono causare sintomi simili. Si stima che occorrano più di 240 ml di latte al giorno (12 grammi di lattosio) per causare sintomi in soggetti con carenza di lattasi. L’insorgenza della sintomatologia è anche dipendente dal cibo associato, in quanto è legata alla velocità di svuotamento gastrico: se il lattosio si sposta rapidamente dallo stomaco ad un intestino con bassa attività lattasica, i sintomi saranno più evidenti. Quindi se il lattosio viene ingerito insieme a carboidrati (specie i carboidrati semplici), che aumentano la velocità di svuotamento gastrico,  i sintomi sono più probabili o più intensi, mentre se viene ingerito insieme a grassi, che riducono la velocità di svuotamento gastrico, i sintomi possono essere molto ridotti o addirittura assenti. Il Breath test al lattosio è una metodica rapida, semplice, riproducibile ed economica per diagnosticare l’intolleranza al lattosio. Il principio della metodica si basa sul fatto che normalmente, in presenza di lattasi, il lattosio (un disaccaride, formato cioè da due molecole di zuccheri unite insieme) viene scisso nell’intestino tenue in glucosio e galattosio, due monosaccaridi (zuccheri semplici) che vengono rapidamente assorbiti dalla mucosa intestinale, senza produzione significativa di idrogeno. Quando esiste un deficit di lattasi, il lattosio arriva indigerito nel colon dove la flora batterica intestinale lo sottopone a reazioni di fermentazione con produzione significativa di idrogeno, metano ed anidride carbonica. Questi gas vengono assorbiti nel sangue ed una parte viene espirata dai polmoni. Il Breath test al lattosio misura proprio la quantità di idrogeno che viene espirata prima e dopo la somministrazione di lattosio permettendo quindi di evidenziare la carenza di lattasi responsabile dell’intolleranza.
Il Breath Test al Lattosio viene eseguito generalmente al mattino, dopo un digiuno di almeno 8 ore. Per sottoporsi al test, inoltre,  è necessario non assumere antibiotici, fermenti lattici e lassativi nei 7 giorni prima dell’esame e cenare la sera prima con riso bollito con olio e carne o pesce ai ferri o bolliti.
Il paziente deve inizialmente soffiare un palloncino e subito dopo deve bere 20 g. di lattosio sciolti in un bicchiere d’acqua. Da questo momento, ogni 30 minuti il paziente dovrà soffiare nel palloncino per altre 6 volte. Quindi il test dura in tutto 3 ore.

FONTE 1

FONTE 2

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La tecarterapia per trattare dolori articolari e muscolari, gambe gonfie e cellulite

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO TECARTERAPIA FISIOTERAPIA DOLORE MUSCOLI ARTICOLAZIONILa tecarterapia (Trasferimento Energetico Capacitivo Resistivo, anche detta diatermia) è una tecnica che stimola energia dall’interno dei tessuti biologici, attivando i naturali processi riparativi e antinfiammatori, col risultato di alleviare il dolore da patologie osteo-articolare e muscolare, accelerando allo stesso tempo il processo di guarigione. L’idea di trasferire energia ai tessuti infortunati è comune a molte terapie (come la magnetoterapia) ma tutte queste somministrano energia proveniente dall’esterno. La tecarterapia agisce diversamente: essa determina un effetto termico endogeno (cioè il calore nasce direttamente all’interno della lesione trattata).

Effetti fisiologici della tecarterapia sulla zona trattata:

  • una immediata ed efficace azione analgesica che avviene agendo sulle terminazioni nervose;
  • un’azione drenante dei tessuti;
  • una stimolazione funzionale del circolo periferico attraverso l’incremento della temperatura endogena.

Quali patologie posso curare con la tecarterapia?

Le patologie che possono essere trattate con la tecarterapia sono numerose; fra le patologie o le condizioni nelle quali si sono ottenuti buoni risultati ricordiamo le lesioni traumatiche di tipo acuto, i postumi di fratture, i deficit articolari, le gambe gonfie e doloranti (linfedemi), l’epicondilite, la sindrome della cuffia dei rotatori, la cellulite, la tendinite rotulea, la cisti di Baker, la fascite plantare, la ritenzione idrica, la metatarsalgia, la tendinite dell’achilleo, la gonartrosi, la rizoartrosi, la coxartrosi e le coxalgie, la cervicalgia e la cervicobrachialgia, la lombosciatalgia, la sindrome del tunnel carpale, le artropatie da patologie autoimmuni, ecc.

La tecarterapia è efficace nel combattere la cellulite?

Come accennato nel paragrafo precedente, la tecarterapia (essendo tecnicamente accostabile alla Radiofrequenza Monopolare) risulta efficace anche nella cura della cellulite, questo perché l’aumento della temperatura all’interno del tessuto (calore endogeno) aumenta la velocità del flusso ematico, generando una riattivazione del metabolismo dei grassi e restituendo fluidità al liquido in cui sono immerse le cellule. Il ripristino del metabolismo ed il miglioramento della circolazione, permette di trattare la cellulite esistente e di prevenire quella futura. In definitiva, pur non avendo la tecarterapia come primo obiettivo il trattamento della cellulite, può risultare utile per trattarla. Se il vostro obiettivo principale è combattere la cellulite, allora è certamente da preferire un trattamento combinato di Cavitazione Medica e di Radiofrequenza Monopolare.

Leggi anche: La radiofrequenza monopolare: effetto lifting immediato su viso, collo, mani, addome, glutei e gambe

Come si svolge una seduta di tecarterapia?

Dopo l’anamnesi (raccolta dei dati) e l’esame obiettivo da parte del medico, importantissimo per escludere controindicazioni (vedi dopo), il paziente viene fatto stendere sul lettino in una posizione tale che la zona da trattare sia facilmente raggiungibile dal medico. Successivamente, il trattamento consisterà principalmente in un massaggio effettuato tramite l’uso di uno speciale manipolo, fatto scorrere sulla zona interessata grazie all’aiuto di gel ed eventualmente sostanze ad azione antiinfiammatoria. Il paziente avverte calore nella zona trattata. Finito il trattamento, che è indolore anzi piacevole, il paziente può tornare anche immediatamente alle sue normali attività.

Associazione con antinfiammatori topici

La tecarterapia viene associata ad alcuni prodotti antiinfiammatori applicati direttamente sulla parte dolorante. I potenti effetti antalgici determinati dal calore endogeno prodotto dalla Tecarterapia, viene potenziato dal maggior assorbimento di antiinfiammatorio dovuto alla vasodilatazione: i risultati sono eccezionali su moltissimi dolori, come il torcicollo, il dolore articolare (acuto e cronico) e quello muscolare.

Leggi anche: La cavitazione medica: straordinaria tecnica per combattere efficacemente cellulite, adiposità localizzate e rilassamento cutaneo

È doloroso sottoporsi ad un trattamento di tecarterapia ?

Come precedentemente detto: assolutamente no, non è doloroso, al contrario. La tecarterapia induce un incremento localizzato di calore che, oltre a diminuire il dolore causato dalla patologia, sarà anche avvertito come una sensazione di benessere. La maggior parte dei pazienti riferisce un’esperienza rilassante estremamente piacevole.

    Quanto durano la seduta ed il ciclo di trattamenti?

    Questi dati sono ovviamente variabili in base alla zona ed al tipo di lesione da trattare. Si può comunque affermare che una seduta di tecarterapia ha una durata media di circa mezz’ora. Solitamente, un ciclo di cura completo è composto mediamente di un numero di sedute che varia da 6 a 12, con di solito uno o due trattamenti a settimana. Tutte le fasi del trattamento avvengono sempre sotto il controllo del medico.

    Quanti trattamenti di tecarterapia alla settimana si possono effettuare?

    Le sedute di tecarterapia possono essere effettuate – nei casi più complessi – addirittura anche più volte al giorno se necessario, non esistono controindicazioni segnalate. Una volta effettuata la diagnosi sarà il medico stesso a definire l’itinerario terapeutico più adatto anche sulla base delle esigenze e della disponibilità del paziente. Come già detto precedentemente, di solito si effettuano uno o due trattamenti a settimana.

    Leggi anche: Formicolio alla gamba ed al piede: cause, diagnosi, sintomi e rimedi

    Ci sono controindicazioni alla tecarterapia?

    Si, esistono poche ma tassative controindicazioni alla tecarterapia, che devono essere assolutamente escluse dal medico durante l’anamnesi fatta PRIMA del trattamento. Non possono essere trattati con la tecarterapia le donne in gravidanza, i soggetti portatori di pacemaker e quelli portatori di dispenser elettronici di farmaci.

    Ci sono degli effetti collaterali?

    Non esistono effetti collaterali segnalati dall’utilizzo corretto dello strumento poiché si tratta di una tecnologia che sviluppa un’energia assolutamente biocompatibile con il tessuto organico.

    I migliori prodotti per la cura delle ossa e dei dolori articolari 

    Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere di ossa, legamenti, cartilagini e tendini e la cura dei dolori articolari:

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    Dott. Emilio Alessio Loiacono
    Medico Chirurgo
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    Mai giudicare in base alle apparenze

    MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO APE INSETTO PUNTURA FIORI COLORI NATURA PIANTA PIANTEIl calore è piacevole e la pioggia è fastidiosa; eppure troppo sole secca la pianta mentre invece l’acqua le regala la vita: mai giudicare in base alle apparenze.

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    Dott. Emilio Alessio Loiacono
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    Cos’è la pelle, quanto è spessa ed a cosa serve?

    MEDICINA ONLINE PELLE SKIN MOSAIC MOSAICO IMMAGINI CUTE MELANOMA PELO GHIANDOLA SEBACEA SEBO ACNE PRURITO RADICE CAPELLO COSMETICA CREMA FOTOTIPO PROTEZIONE SUDORE SALIVA EPIDERMIDE DERMQuando chiedo ai miei pazienti quale sia, secondo loro, l’organo più esteso e più pesante (in una parola: più grande) del corpo umano, la risposta è di solito il fegato, oppure i polmoni, altri dicono il cervello, oppure l’intestino. Tutte risposte sbagliate. L’organo più grande del nostro corpo in assoluto è un insospettabile: la pelle! Ma perché, la pelle è un organo? Scopriamolo oggi insieme!

    Cos’è la pelle?

    La pelle, o cute, è un tessuto continuo che rappresenta lo strato più esterno dell’apparato tegumentario appena sopra il tessuto sottocutaneo o ipoderma, una regione di connettivo fibrillare lasso ricco, a seconda del posto, di tessuto adiposo.

    Quanto è spessa la pelle nell’uomo e nella donna?

    Nell’uomo è più spessa nel maschio che nella femmina e lo spessore può variare da 0,5 a 2 mm fino ad arrivare a 4 mm nelle regioni della nuca, del palmo delle mani e nella pianta del piede.

    Quanto è “grande” la pelle?

    Il corpo umano ha una superficie compresa tra  1,5 e 2 m2 circa, quindi questa è l’estensione della pelle. Considerando uno spessore medio degli strati superficiali di 2-3 mm, il  peso totale della pelle è valutabile nell’ordine di 10 Kg (il 15% circa della massa corporea totale).

    Leggi anche: Mappatura dei nei e dermatoscopia in epiluminescenza per la diagnosi di melanoma

    Come è composta la pelle?

    E’ composta da due strati principali che, dall’esterno verso l’interno, assumono il nome di epidermidederma, separati tra loro dalla giunzione dermoepidermica. Al di sotto del derma vi è l’ipoderma (o strato sottocutaneo).

    Cos’è l’epidermide?

    L’epidermide è lo strato epiteliale della pelle, non è vascolarizzato (il suo nutrimento dipende quindi dalla diffusione di metaboliti ed ossigeno dallo strato più superficiale del derma). Il suo spessore varia dai 50 µm a 1,5 mm, ed è costituita da diversi strati che rispecchiano il ciclo vitale delle cellule epiteliali presenti, i cheratinociti. L’ultimo strato è costituito da cheratinociti morti che formano la cosiddetta cheratina. Dall’interno all’esterno gli strati sono:

    1. strato basale;
    2. strato spinoso o di Malpighi;
    3. strato granuloso;
    4. strato lucido;
    5. strato corneo.

    Cos’è la giunzione dermoepidermica?

    Posta tra epidermide e derma, la giunzione dermoepidermica è costituita da tre lamine:

    1. lamina lucida: è la zona meno resistente atta a tenere legate le cellule epiteliali alla lamina basale attraverso alcuni filamenti di ancoraggio; è prodotta dal derma;
    2. lamina basale o densa: costituita da una rete tridimensionale di fibre collagene di tipo IV, dona flessibilità e resistenza e funziona da filtro per il passaggio di molecole con un elevato peso molecolare, è prodotta dall’epidermide;
    3. lamina fibroreticolare: contiene fibrille di ancoraggio di collagene di tipo VII e di fibre elastiche provenienti dal derma.

    La presenza di un vero e proprio cemento viscoso fra epidermide e derma costituito da filamenti di cheratina che uniscono il derma al citoscheletro dei cheratinociti basali attraversando le tre lamine garantisce la stabilità tra i due strati. Anche le ghiandole sudoripare eccrine contribuiscono determinando lunghi prolungamenti epiteliali che penetrano in profondità nelle papille dermiche.

    Leggi anche: I consigli per proteggere la nostra pelle dalle scottature (anche a tavola)

    Cos’è il derma?

    Il derma è l’ultimo strato che compone la pelle, il più profondo. È costituito da tessuto connettivo lasso e denso ed è formato da una parte papillare ed una reticolare. Al contrario dell’epidermide è vascolarizzato. Le numerose anse epidermiche che costituiscono le creste e i solchi si giustappongono con strutture analoghe nel derma denominate papille dermiche, strutture coniche provviste di un’ansa capillare e di numerose terminazioni nervose. Ricco di fibre collagene ed elastiche conferisce elasticità e resistenza alla cute. Continua senza un netto distacco con l’ipoderma.

    Cos’è l’ipoderma?

    L’ipoderma o tela sottocutanea è lo strato più profondo della pelle che si trova sotto il derma, da cui non è possibile differenziarlo in maniera netta. La distribuzione e lo spessore dell’ipoderma sono molto variabili. Lo spessore oscilla tra i 0,5 e i 2 cm, risultando minore laddove la pelle è a contatto diretto con osso o cartilagine (come la volta cranica, il naso, il padiglione auricolare) e maggiore in altre sedi (glutei, palmo delle mani o pianta dei piedi). Nelle donne è più omogeneamente distribuita e più spessa, rendendo meno evidente la muscolatura. Mette in rapporto il derma con i tessuti sottostanti (come la fascia superficiale comune del corpo oppure direttamente ossa o cartilagine) permettendo anche un reciproco scorrimento consentendo di sollevare la pelle in pieghe. Un ipoderma particolarmente ricco di adipociti viene definito pannicolo adiposo sottocutaneo. Nell’ipoderma si individuano tre strati di tessuto connettivo, non sempre facilmente separabili, detti, dal più superficiale al più profondo, lamina superficiale, lamina intermedia e lamina profonda della tela sottocutanea che possono presentare spessori e caratteristiche diverse a seconda delle regioni del corpo.

    Leggi anche: Rossore ed irritazione della pelle sotto e tra il seno: cause e rimedi

    Quali sono le proprietà della pelle?

    La pelle gode di tre proprietà fondamentali e straordinarie:

    • l’autoriparazione: la pelle si rigenera in seguito ad una lesione attraverso vari tipi di meccanismi di riparazione (vedi capitolo successivo);
    • l’estensibilità: la pelle si adatta perfettamente alle variazioni della dimensione corporea che subentrano nel corso della vita;
    • la resistenza: una striscia di pelle di 3 mm per 100 mm può sopportare fino a 10 kg allungandosi del 50% circa.

    Come la pelle si ripara in seguito ad una lesione?

    La cute ripara le ferite con tre modalità differenti:

    1) Per prima intenzione: è il caso delle ferite da taglio, delle quali rappresenta un esempio quella chirurgica, lineari o a grande curvatura, a margini netti e soprattutto suturate. Tale procedimento, infatti, riducendo al minimo la perdita di sostanza per accostamento dei lembi, ne favorisce il riempimento da parte del tessuto di granulazione con tempi di cicatrizzazione veloci e risultati estetici buoni.

    2) Per seconda intenzione: riguarda le ferite non suturate e quindi lasciate aperte, per scelta o per necessità. In questi casi il tessuto di granulazione, che si forma sul fondo della lesione, per riempirla deve procedere dal basso in superficie con un processo che richiede tempi più lunghi e che può determinare inestetismi anche gravi. Appartengono a questo gruppo le:

    • Ferite lacero-contuse caratterizzate da margini frastagliati e poco vitali, da aree necrotiche e dalla presenza di ematomi, situazioni che predispongono all’infezione.
    • Ferite inquinate o infette quali sono quelle traumatiche particolarmente contaminate o quelle chirurgiche interessanti siti infetti come si verifica in presenza di ascessi o fistole o dermatopatie.
    • Ferite con perdita di sostanza rappresentate tipicamente dalle ustioni per la loro estensione in larghezza, per la irregolarità dei margini, per la presenza di aree necrotiche, per i fenomeni essudatizi.

    3) Per terza intenzione: questo tipo di guarigione riguarda le ferite chirurgiche andate incontro, nel decorso post-operatorio, a una deiscenza parziale o totale. Il trattamento di questa complicazione prevede di norma la riapertura completa della ferita, la sua accurata detersione, l’asportazione delle aree mortificate, un adeguato zaffaggio. In un secondo momento, valutata la situazione locale e dopo aver escluso la presenza di focolai di infezione, si può procedere a una nuova sutura dei lembi. Ciò favorirà il processo di guarigione che, in questo caso, sarà detto per III intenzione.

    Leggi anche: Il potere degli antiossidanti: le vitamine A ed E contrastano l’invecchiamento della pelle

    Quali sono le funzioni della pelle?

    La pelle assolve a numerose e importantissime funzioni:

    • ci protegge da traumi, radiazioni ultraviolette, microrganismi ed agenti chimici.
    • Impedisce la perdita di liquidi; se ad esempio  un’ustione provoca la distruzione di un decimo della superficie cutanea, la perdita di liquidi ed elettroliti può portare a conseguenze mortali.
    • Partecipa al meccanismo della termoregolazione, sfruttando l’intervento delle ghiandole sudoripare e la capacità di regolare il flusso sanguigno, aumentando (vasodilatazione) o rallentando (vasocostrizione) la dispersione del calore. L’ipoderma, lo strato più profondo della pelle, trattiene tanto più calore quanto maggiore è il suo spessore lipidico; per questo motivo le persone in sovrappeso soffrono maggiormente la calura estiva.
    • Coordina la risposta immune contro tumori ed agenti patogeni.
    • La pelle ha proprietà metaboliche, poiché la sintesi della vitamina D avviene proprio a livello cutaneo. La cute rappresenta inoltre un importante riserva lipidica.
    • La pelle ha anche una importantissima funzione sensoriale: con il suo strato più superficiale registra e trasmette stimoli pressori (tattili), dolorifici e termici, mentre con quello più profondo percepisce anche segnali termici e vibratori.

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    Miliardi di persone, una sola anima

    MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO NATURA FIORI MARGHERITE PRATO…e correre nudi per campi sterminati di margherite, senza provare dolore, né fame, né sete, né odio. Senza aver bisogno di tv, cellulare o di elettricità. Senza sonno né paure; senza crudeltà né vergogna. Calunnie ed ipocrisie, concetti ormai dimenticati nel tempo. Liberi di amare senza meschini giudizi; raccolti in un unico colore scevro da pregiudizi. Liberi da schiavitù, guerre, torture, invidie e malattie. Solo il vento tiepido sul viso e sul petto.

    Miliardi di persone, una sola anima.

    Questo è il paradiso.

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    Dott. Emilio Alessio Loiacono
    Medico Chirurgo
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    Ignác Fülöp Semmelweis: la geniale intuizione del salvatore delle madri

    Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Estetico Medicina Estetica Roma Ignác Fülöp Semmelweis Salvatore Madri Mito Mani Lavarsi  Igiene Pulito Radiofrequenza Cavitazione Cellulite Pressoterapia Linfodrenante Tecarterapia Dietologo DermatologiaIl mio mito è Ignác Fülöp Semmelweis. Non lo conoscete? Sappiate che voi stessi o qualche vostro parente siete probabilmente vivi ed in salute grazie al signore che vedete raffigurato nell’immagine. Leggete la sua incredibile storia e capirete quanto sia assurdo che un tale genio sia quasi del tutto sconosciuto in Italia.

    La febbre puerperale

    Nato a Budapest nel 1818, diventa medico e presta servizio nella clinica ostetrica dell’Ospedale generale di Vienna. In quegli anni una terribile malattia caratterizzata da dolore, malessere generale e febbre elevata – conosciuta come “febbre puerperale” – sterminava letteralmente le puerpere ricoverate negli ospedali viennesi così come in tutti gli ospedali del mondo. Le cause erano sconosciute, la ricerca scientifica era in alto mare e nel frattempo – visto che non esisteva una cura – migliaia di donne morivano tra atroci dolori.

    La geniale intuizione

    Un collega di Sommelweis, Jacob Kolletschka, morì per una malattia sconosciuta. Durante l’autopsia del collega, Semmelweis si accorse che il suo corpo evidenziava lesioni simili a quelle che si riscontravano sulle donne morte per febbre puerperale. Inoltre scoprì che Kolletschka solo qualche giorno prima si era ferito nel corso di una autopsia praticata sul cadavere di una di queste mamme morte per febbre puerperale. Grazie a questi due indizi Semmelweis giunge ad una ipotesi che oggi potrebbe apparire quasi banale, ma che per l’epoca (prima metà del 1800) era GENIALE:

    La febbre puerperale è una malattia che viene trasferita da un corpo all’altro a seguito del contatto che i medici e gli studenti presenti in reparto hanno prima con le donne decedute (su cui praticano autopsia) ed immediatamente dopo con le partorienti che vanno a visitare in corsia.

    Era una teoria sconvolgente per i tempi. Basti pensare che la nascita della microbiologia viene fatta risalire alla teoria microbica delle malattie, formulata da Robert Koch decine di anni dopo l’intuizione di Semmelweis. L’affermazione di cui sopra era quasi come dire che la terra era tonda quando tutti pensavano fosse piatta: banale per noi, ma assurda per l’epoca!

    Alla ricerca di una conferma

    Per dimostrare questa tesi geniale, il giovane Semmelweis mise in atto una banale disposizione: tutti coloro che entravano nel reparto delle madri, sarebbero stati obbligati a lavarsi le mani con una soluzione di ipoclorito di calcio. A questo aggiunse la disposizione che a tutte le partorienti venissero cambiate le lenzuola sporche con altre pulite. Oggi sembrano disposizioni banali, ma non allora. I fatti gli diedero immediatamente ragione. Era il maggio 1847, la vita di migliaia di donne da quel momento in poi era cambiata per sempre, in meglio, grazie a questa persona meravigliosa!

    La conferma e le gelosie dei colleghi

    Le disposizioni di questo genio, diedero prestissimo degli ottimi risultati. Nell’anno 1846, su circa 4.000 puerpere ricoverate presso il reparto di Semmelweis, ne erano morte 459 (pari all’11%) per febbre puerperale. Nel 1847, dopo l’adozione del lavaggio delle mani con ipoclorito di calcio, su 3.490 pazienti ne morirono 176 (pari al 5%) e l’anno successivo la percentuale si attesterà intorno all’1%. Centinaia di donne erano vive grazie a questo sconosciuto ma geniale medico. Questi dati avrebbero potuto suscitare se non entusiasmo almeno interesse o curiosità, invece gli attirarono gelosia, invidia e risentimenti vari. I colleghi ed i suoi capi erano gelosi dei suoi successi, probabilmente consci del fatto che la mente di questo giovane medico, si era spinta nell’Iperuranio, alle cui porte – invece – il loro limitato intelletto si era inesorabilmente fermato. Le scoperte di Semmelweis vennero fermamente screditate, le sue disposizioni annullate e le giovani madri ricominciarono a morire tra atroci dolori. Esiste qualcosa di più ottuso di un essere umano invidioso? Oltre il danno, la beffa: il povero dottore Semmelweis venne anche licenziato dall’ospedale di Vienna, nonostante i positivi risultati fossero davanti agli occhi di tutti.

    La morte da incompreso

    Semmelweis fu ignobilmente ostracizzato dalla stolta comunità scientifica dell’epoca, inoltre – a causa del forte stress – finì per essere ricoverato in manicomio, dove morì nel 1865, a causa delle percosse subite forse dalle guardie dell’istituto. Solo dopo la sua morte, i lavori del 1879 di Louis Pasteur e del 1883 di Joseph Lister hanno dimostrato la grandezza delle intuizioni di Semmelweis, mettendo finalmente fine ad uno dei più grandi esempi di pregiudizio nei confronti di uno scienziato. Nel 1894, la città di Budapest gli eresse un monumento tombale e poi nel 1906 una statua, che successivamente fu collocata davanti all’ospedale San Rocco, ed infine gli intitolò la Clinica Ostetrica dell’Università. L’università di Budapest (che precedentemente si chiamava “Reale Università ungherese di Scienza”) fu rinominata “Università Semmelweis” in suo onore. Nel 2013 l’UNESCO ha deciso di inserire alcuni documenti sulla scoperta di Semmelweis nel registro della Memoria del mondo. Per il suo importante contributo nello studio delle trasmissioni batteriche da contatto e specialmente nella prevenzione della febbre puerperale è conosciuto anche come il “salvatore delle madri”.

    “Quando qualcuno scriverà la storia degli errori umani ne troverà pochi più gravi di quello commesso dalla scienza nei confronti di Semmelweis.” Ferdinand von Hebra

    Il mio mito è Ignác Fülöp Semmelweis. L’uomo che ha salvato la vita a migliaia di mamme ed ai loro bambini.

    Se interessati alla vita di questo grande medico, vi consiglio di leggere il libro: “Il dottor Semmelweis” di Louis-Ferdinand Céline, che potete trovare qui: http://amzn.to/2mQNnZz

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    Cosa sono i brufoli ed i punti neri e come fare per prevenirli e curarli?

    MEDICINA ONLINE PELLE CUTE DERMA DERMATITE COMEDONE PUNTONERO BRUFOLO ACNE GIOVANILE TARDIVA COSA SONO CURA DETERGENTE GEL PELO TERAPIA CURA POMATA CREMA FARMACI RIMOZIONE SEBO SEBACEA.jpgCosa sono brufoli e punti neri lo sanno tutti, ma cosa sono tecnicamente e come si formano, sono informazioni meno conosciute. Cerchiamo oggi di fare un po’ di chiarezza.

    All’origine di tutto c’è il punto nero
    I punti neri (anche detti comedoni) conosciuti anche come punti neri, sono formazioni di colore tendente al giallo scuro o anche al grigio/nero, che si sviluppano sulla superficie della pelle. Si tratta di una dilatazione dell’orifizio del follicolo nel cui interno si trovano grassi, cheratina, melanina, peli e batteri, tra cui il Propionibacterium acnes che danneggia ulteriormente il tessuto.

    Come si forma un punto nero?
    Un comedone si forma quando il canale del follicolo pilifero della ghiandola sebacea si ostruisce a causa di una eccessiva cheratinizzazione. Le lamine cornee si ispessiscono e formano una sorta di tappo che ostruisce l’apertura del dotto ghiandolare, impedendo la fuoriuscita del sebo. Il “tappo” poi scurisce a causa di depositi di melanina e dell’azione ossidante dell’ossigeno.

    Come si forma il brufolo?
    Il comedone crea le basi per la formazione del foruncolo. Vari batteri, tra cui il Propionibacterium acnes e lo Staphylococcus epidermis, possono penetrare all’interno dei pori otturati dai punti neri. Tali batteri passano attraverso il poro e scendono nel follicolo dove si trovano le cellule che fanno crescere i peli e quelle che producono sebo, la sostanza oleosa che li protegge, determinando infezione. Questa infezione richiama subito le difese dell’organismo. Dai vasi sanguigni e dal derma circostante (il tessuto sotto l’epidermide) accorrono globuli bianchi e anticorpi. L’intera zona si gonfia: è nato il foruncolo. È rosso perché i capillari si dilatano per favorire l’afflusso dei “difensori”, che di solito nel giro di 24-48 ore distruggono i batteri. Verso la fine della battaglia i capillari tornano progressivamente normali e dal sangue giungono i macrofagi, cellule specializzate che fanno piazza pulita dei resti dei combattenti morti: il brufolo si “sgonfia”.

    Leggi anche: Punti neri (comedoni): tutti i rimedi naturali per eliminarli

    Cos’è il liquido giallo del brufolo?
    Alla fine della battaglia il foruncolo può risultare pieno di un liquido giallo presente in quantità variabile. Tale liquido giallastro (fatto di acqua, di sebo, di anticorpi e batteri “sconfitti”) e, riuscendo a farsi strada verso la superficie e a uscire dal poro, diventa visibile all’esterno nella caratteristica – ed inestetica – maniera che tutti conosciamo. L’infezione è però vinta: il brufolo è guarito. Lentamente il liquido viene eliminato dall’organismo.

    Perché il foruncolo può lasciare cicatrici?
    La vera e propria battaglia tra sistema immunitario e batteri, è una guerra senza esclusione di colpi, che coinvolge anche gli innocenti: i globuli bianchi emettono infatti enzimi capaci di distruggere la membrana esterna dei batteri. Ma gli enzimi non fanno distinzione, e disgregano anche la parete delle cellule circostanti, quelle che formano il follicolo. Ecco perché, quando i foruncoli sono molti e profondi (come nei casi di acne grave), possono rimanere cicatrici.

    Leggi anche: La zona dove compare l’acne, rivela i tuoi problemi fisici e psicologici

    Perché i brufoli vengono soprattutto durante l’adolescenza?
    L’aumento degli androgeni (ormoni sessuali), estremamente importante nel periodo adolescenziale, stimola le ghiandole sebacee a produrre più sebo. La ghiandola funziona in maniera copiosa ma, come abbiamo visto prima, la cheratinizzazione impedisce al sebo di uscire: nel giro di qualche giorno si forma il punto nero e successivamente il brufolo.

    Serve schiacciare i brufoli?
    Solo se hanno la puntina gialla leggermente in rilievo sul gonfiore circostante: significa che ormai l’apparato immunitario ha svolto fino in fondo il suo compito e si può fare uscire il liquido. Basterà tendere e poi premere un po’ la pelle intorno, anche se il mio consiglio rimane sempre quello di resistere, ed aspettare che il corpo riassorba il liquido. In caso contrario, il trauma dello schiacciamento, potrebbe favorire una nuova infezione del sito.

    Leggi anche: Spremere o incidere il brufolo: lo fa davvero passare prima?

    Cosa fare se il brufolo è rosso?
    Se il brufolo è ancora soltanto rosso, schiacciarlo è dannoso: il liquido non può uscire perché il gonfiore ha stretto il canale che porta verso il poro e, premendo la zona con le dita, le pareti interne del follicolo possono rompersi, propagando l’infezione al derma circostante, con il risultato di aumentare il diametro del brufolo e quindi il rischio di cicatrici. Schiacciare i punti neri serve invece a impedire che si trasformino in foruncoli, quindi è possibile eliminarli, avendo molta cura nel farlo.

    Perché i miei amici non hanno un brufolo ed io si?
    Ci sono persone più fortunate ed altre meno fortunate, in questo neanche il brufolo fa eccezione: alcuni soggetti passano l’adolescenza senza un foruncolo, la pelle liscia come la seta, altri invece devono combattere con essi tutta la vita. La spiegazione è semplice: dipende dal numero e dal funzionamento dei recettori per gli ormoni che ognuno di noi ha sulle ghiandole sebacee. Alcune persone nascono con ghiandole dotate di molti recettori: alla pubertà esse cominceranno a funzionare e, ricevendo più ormoni, produrranno più sebo, dunque comedoni e foruncoli. Altri hanno meno recettori e quindi la pelle liscia. Non a caso ci sono popolazioni che non hanno quasi mai brufoli, come i giapponesi e i coreani: nelle loro ghiandole, pochi recettori.

    Cioccolato, dolci e cibi piccanti fanno venire i brufoli?
    Il cioccolato è innocente. Si può mangiarne a volontà (senza esagerare!) e non avere un brufolo in più. Lo stesso vale per gli alimenti piccanti o per altri tipi di dolci. Diversi esperimenti condotti negli Stati Uniti hanno ormai dimostrato in modo inequivocabile che non sono gli alimenti a riempire la faccia di brufoli (a meno di non essere allergici, naturalmente). I ricercatori hanno messo due gruppi di adolescenti a diete differenziate: una ricca di cioccolato e dolciumi, l’altra del tutto priva di leccornie dolci. Dopo alcune settimane hanno messo a confronto le foto del viso dei ragazzi scattate prima e dopo l’esperimento. Il risultato? Le facce piene di brufoli prima della “cura al cioccolato” erano ancora foruncolose, ma l’acne non era aumentata, mentre la pelle dei ragazzi che non soffrivano di acne non aveva neanche un brufolo, come sempre.

    I migliori prodotti per l’igiene orale e la bellezza del viso
    Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per la cura ed il benessere della bocca e del viso, in grado di migliorare l’igiene orale, combattere l’alito cattivo, pulire la lingua dalla patina ed idratare le labbra:

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    “8 Marzo” La donna non va festeggiata: va rispettata

    MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO NATURA FIORE GIRASOLI PRATO SOLE TRAMONTOMa perché regalare rametti di mimosa? Lasciatela sugli alberi e fatela continuare a vivere! Che tanto se trattate male le donne 364 giorni all’anno, non sarà certo un mazzetto di fiori comprato al semaforo a rendervi più simpatici. Meglio un anno di abbracci che non un fiore un singolo giorno. La mia opinione è che festeggiare la donna un giorno è solo sancire subdolamente – ogni anno – la sua inferiorità. La donna non va festeggiata un solo giorno. La donna non va neanche festeggiata tutto l’anno, come dice qualcuno. La donna non va festeggiata: va rispettata.

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