Defibrillatore: cos’è, come funziona, prezzo, voltaggio, manuale ed esterno

rbhc_08Con “defibrillatore” si intende un particolare strumento capace di rilevare le alterazioni del ritmo cardiaco e di erogare una scarica elettrica al cuore qualora sia necessario: tale scarica ha la capacità di ristabilire il ritmo “sinusale”, cioè il corretto ritmo cardiaco coordinanto dal pacemaker naturale del cuore, il “nodo del seno striale”.

Come è fatto un defibrillatore?

Come vedremo successivamente, esistono vari tipi di defibrillatore. Il defibrillatore “classico”, quello che siamo abituati a vedere nei film durante le emergenze, è il defibrillatore manuale, il quale è composto due elettrodi che devono essere posizionati sul torace del paziente (uno a destra e uno a sinistra del cuore) dall’operatore stesso, finché la scarica non viene erogata.

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Quali tipi di defibrillatori esistono?

Esistono quattro tipi di defibrillatori:

  • defibrillatore manuale;
  • defibrillatore semiautomatico esterno;
  • defibrillatore automatico esterno;
  • defibrillatore impiantabile o interno.

Defibrillatore manuale

Il defibrillatore manuale è il dispositivo più complesso da utilizzare poiché ogni valutazione delle condizioni cardiache viene completamente delegata al suo utilizzatore, così come la calibrazione e la modulazione della scarica elettrica da erogare al cuore del paziente. Per questi motivi, tale tipo di defibrillatore viene utilizzato esclusivamente da medici o da operatori sanitari abilitati.

Defibrillatore semiautomatico esterno

Il defibrillatore semiautomatico esterno è un dispositivo, al contrario del tipo manuale, in grado di funzionare quasi in completa autonomia: una volta collegati in maniera corretta gli elettrodi al paziente, mediante uno o più elettrocardiogrammi che il dispositivo effettua in maniera automatica, il defibrillatore semiautomatico esterno è in grado di stabilire se è necessaria o meno erogare uno shock elettrico al cuore: qualora il ritmo fosse effettivamente defibrillabile, avverte l’operatore della necessità di erogare una scarica elettrica al muscolo cardiaco, grazie a segnalazioni luminose e/o vocali. A questo punto, l’operatore dovrà solo premere il pulsante di scarica. Un fattore estremamente importante è che soltanto nel caso in cui il paziente si trovi in uno stato di arresto cardiaco il defibrillatore si predisporrà all’erogazione della scarica: in nessun altro caso, salvo malfunzionamento del dispositivo, sarà possibile defibrillare il paziente, anche se, per sbaglio, venisse premuto il pulsante dello shock. Questa tipologia di defibrillatori è quindi, al contrario del tipo manuale, di più semplice utilizzo e può essere utilizzata anche da personale non sanitario, pur se opportunamente formato.

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Defibrillatore completamente automatico

Il defibrillatore automatico (spesso abbreviato con DAE, da “defibrillatore automatico esterno”, o AED, “automated external defibrillator”) è ancora più semplice rispetto all’automatico: necessita solamente di essere collegato al paziente e di essere acceso. A differenza dei defibrillatori semiautomatici esterni, una volta riconosciuto lo stato di arresto cardiaco, procedono in autonomia all’erogazione dello shock al cuore del paziente. Il DAE può essere utilizzato anche da personale non sanitario che non ha alcuna formazione specifica: chiunque può usarlo semplicemente seguendo le istruzioni.

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Defibrillatore interno o impiantabile

Il defibrillatore interno (anche chiamato defibrillatore impiantabile o ICD), è uno stimolatore cardiaco alimentato da una batteria dalle dimensioni molto ridotte che viene inserito in prossimità del muscolo cardiaco, solitamente, sotto la clavicola. In caso registri una frequenza anomala del battito cardiaco del paziente è in grado di erogare autonomamente una scarica elettrica per tentare di riportare la situazione alla normalità. Il defibrillatore ICD, oltre ad essere un pacemaker a tutti gli effetti (ha la capacità di regolare i ritmi lenti del cuore, può riconoscere una aritmia cardiaca a ritmi elevati ed iniziare una terapia elettrica per risolverla prima che diventi pericolosa per il paziente). E’ anche un defibrillatore vero e proprio: la modalità ATP (Anti Tachi Pacing) spesso riesce a risolvere la tachicardia ventricolare senza che il paziente lo avverta. Nei casi di aritmia ventricolare più pericolosi, il defibrillatore eroga uno shock (una scarica elettrica) che azzera l’attività del cuore e consente il ripristino del ritmo naturale. In questo caso il paziente avverte un colpo, una scossa più o meno forte al centro del petto o una sensazione simile. A tal proposito leggi:

Defibrillatore: voltaggi ed energia di scarica

Un defibrillatore è generalmente alimentato da una batteria ricaricabile, a rete o a corrente continua a 12 Volt. L’alimentazione di funzionamento all’interno dell’apparecchio è del tipo a bassa tensione, a corrente continua. All’interno del defibrillatore si possono distinguere due tipi di circuito: – un circuito a bassa tensione di 10-16 V, che interessa tutte le funzioni il monitor ECG, la scheda contenente i microprocessori, ed il circuito a valle del condensatore; un circuito ad alta tensione, che interessa il circuito di carica e scarica dell’energia di defibrillazione: questa viene accumulata dal condensatore e può raggiungere voltaggi fino a 5000 V.

L’energia di scarica è generalmente di 150, 200 o 360 J.

Pericoli dell’uso di un defibrillatore

Pericolo di ustioni: Nei pazienti con cospicua peluria si crea uno strato di aria tra elettrodi e cute che provoca uno scarso contatto elettrico. Ciò causa una elevata impedenza, riduce l’efficacia della defibrillazione, aumenta il rischio di formazione di scintille tra gli elettrodi o tra elettrodo e cute e determina una maggior probabilità di causare ustioni al torace del paziente. Per evitare ustioni è necessario anche evitare che gli elettrodi si tocchino tra loro, tocchino bendaggi, cerotti transdermici, ecc.

Quando si utilizza un defibrillatore bisogna rispettare una norma importante: nessuno tocchi il paziente durante l’erogazione dello shock! Il soccorritore deve porre particolare attenzione per fare in modo che nessuno tocchi il paziente, evitando quindi che la scarica arrivi ad altri soggetti.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Pugno precordiale sul petto: significato, quando farlo, linee guida

MEDICINA ONLINE DEFIBRILLATORE CARDIOVERSIONE SPONTANEA ELETTRICA CON SHOCK FARMACOLOGICA FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE FIBRILLATORIl pugno precordiale è una tecnica di cardioversione meccanica manuale, caratterizzata dalla somministrazione di un pugno sullo sterno all’altezza del cuore, usata in condizioni di estrema emergenza ed in mancanza di defibrillatore elettrico.

Con cardioversione si intende è una particolare procedura che si esegue in campo medico quando un soggetto ha una aritmia, cioè una alterazione del ritmo cardiaco normale (ritmo sinusale), al fine di ripristinarlo evitando pericolose complicazioni che possono portare anche a decesso del paziente. La cardioversione può essere:

  • spontanea: quando l’aritmia si interrompe spontaneamente, entro poche ore dall’insorgenza;
  • non spontanea: quando l’aritmia NON si interrompe spontaneamente, in questo caso il personale sanitario deve intervenire al più presto per ripristinare il ritmo sinusale.

La cardioversione non spontanea può essere effettuata in tre modi: la cardioversione farmacologica, elettrica (con defibrillatore esterno o interno ICD) o, appunto, meccanica tramite pugno precordiale. L’energia meccanica impressa dal pugno dovrebbe convertirsi in energia elettrica sufficiente per ripristinare il normale ritmo sinusale.

Defibrillazione con pugno precordiale: come farla?

L’operatore si dispone a lato del paziente posto su una superficie possibilmente dura e somministra il pugno precordiale sullo sterno all’altezza del cuore.

Importante:

  • dopo aver dato il pugno, ritirare immediatamente la mano (non lasciandola posata sul torace del paziente): il colpo deve essere “secco”;
  • il pugno deve essere dato con la parte ulnare del pugno stesso;
  • il pugno deve essere impresso nella metà inferiore dello sterno;
  • la forza della manovra deve essere “importante” ma non violenta, specie se l’operatore è particolarmente robusto e/o il paziente particolarmente esile o “fragile” (ad esempio bimbi ed anziani);
  • la forza del pugno viene regolata e limitata facendo partire il pugno da una distanza di circa 20 centimetri dal petto;
  • evitare se possibile la manovra se sul petto sono presenti ferite importanti e/o c’è il rischio di lesione della spina dorsale;
  • la manovra non dovrebbe essere ripetuta.

Defibrillazione con pugno precordiale: quando farla?

Questa manovra va effettuata in caso di arresto cardiaco solo quando non sia disponibile un defibrillatore, cioè in situazioni di emergenza estrema. In rari casi ha effettivamente permesso di convertire la fibrillazione ventricolare o la tachicardia ventricolare in un ritmo cardiaco efficace, ma più frequentemente non ha alcuna efficacia o addirittura può causare una conversione opposta, provocando in ultimo un’asistolia che aggrava ulteriormente la situazione, quindi è estremamente importante usare questa tecnica sono se non ci sono altre possibilità.

Per poter essere eseguita, tale tecnica deve essere effettuata solo se:

  • rientra entro i primi 10, massimo 30 secondi dal verificarsi del fenomeno aritmico, non oltre;
  • si ha la certezza che non si abbia un defibrillatore immediatamente disponibile;
  • sapete quello che state facendo: dovrebbe essere eseguita solo da operatori sanitari opportunamente addestrati. NON IMPROVVISATEVI MAI OPERATORI SANITARI, o potreste peggiorare irreversibilmente una situazione altrimenti risolvibile.

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Ritmo sinusale ECG: normofrequente, tachicardico, valori, ai limiti della norma

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Un tracciato ECG che mostra un ritmo sinusale tachicardico

Ritmo sinusale” è tipicamente presente nei referti degli elettrocardiogrammi. Un esempio è “Tracciato caratterizzato dalla presenza di ritmo sinusale”. Questo non deve assolutamente spaventare il paziente, anzi è un buon segno. Vediamo perché.

Ritmo sinusale: cos’è?

Con “ritmo sinusale” in medicina ci riferisce al fisiologico ritmo con cui si contrae il muscolo cardiaco. Il termine “sinusale” deriva dal nodo del seno atriale, cioè una parte del cuore sede del pacemaker fisiologico, quella parte che determina l’origine dell’impulso cardiaco che – propagandosi lungo il cuore – regola la frequenza e la ritmicità delle contrazioni di atrio e ventricolo cardiaco. L’alterazione del nodo senoatriale è la causa dell’insorgenza di vari tipi di aritmie cardiache, caratterizzate dalla scomparsa del ritmo sinusale, chiaramente rilevabile con un elettrocardiogramma (ECG). Per approfondire, leggi anche: Come si muove l’impulso elettrico cardiaco nel cuore?

Quando il ritmo non è sinusale?

Il ritmo NON è sinusale in alcuni tipi di aritmia cardiaca, ad esempio nella fibrillazione atriale o quella ventricolare, condizioni che possono mettere a rischio la vita del paziente sia indirettamente (ad esempio l’aumentata coagulabilità del sangue in una fibrillazione atriale cronica espone il paziente ad aumento di rischio di embolia e quindi di infarto del miocardio ed ictus cerebrale) che direttamente (arresto cardiaco nella fibrillazione ventricolare).

Ritmo sinusale: quando è normale e quando non lo è?

Un ritmo sinusale viene considerato “normale” quando ha una frequenza di compresa tra i 60 e i 100 battiti al minuto. Sono possibili due tipi di alterazioni della frequenza:

  • tachicardia: ritmo sinusale con frequenza sopra i 100 battiti al minuto;
  • bradicardia: ritmo sinusale con frequenza sotto i 60 battiti al minuto.

Ovviamente tachicardia e bradicardia non sono da soli indice di malattia. E’ ad esempio assolutamente normale, anche per un soggetto sano, avere tachicardia transitoria quando esegue grossi sforzi tipici o quando ha una forte emozione improvvisa. Anche la bradicardia può essere normale, ad esempio durante il sonno o quando siamo estremamente rilassati, ad esempio durante lo yoga, inoltre è abbastanza frequente in atleti professionisti. In altri casi però queste alterazioni della frequenza cardiaca – specie se NON sono transitorie – possono essere campanelli d’allarme di una patologia o possono essi stessi causare una patologia, ad esempio una bradicardia severa può non permettere al cuore di pompare adeguate quantità di sangue in circolo.

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Tachicardia sinusale e patologie

Il ritmo sinusale aumenta e diventa tachicardico in conseguenza di varie condizioni e patologie, come:

  • shock,
  • ischemia miocardica,
  • anemia grave,
  • ipertensione arteriosa,
  • embolia polmonare,
  • insufficienza cardiaca.

Queste patologie sono potenzialmente gravi e mortali, e rendono necessario l’uso di specifiche terapie farmacologiche. Il ritmo sinusale aumentato può essere determinato anche da:

  • alcuni farmaci,
  • alcol,
  • fumo di sigaretta,
  • abuso di caffè, tè e bevande contenenti caffeina,
  • alcuni integratori alimentari eccitanti (ginseng, ginko biloba, guaranà…).

I sintomi che tipicamente indicano una tachicardia sinusale sono le palpitazioni, a volte associate ad ansia e dispnea, se ad esse si associa dolore e senza di costrizione al petto, è importante contattare assistenza medica al più presto. Per risolvere uno stato tachicardico cronico si ricorre a farmaci beta-bloccanti, antiaritmici e calcio-antagonisti.

Bradicardia sinusale

Esistono svariate patologie che possono determinare bradicardia sinusale, ad esempio:

  • ipotiroidismo,
  • ipotermia,
  • infarto del miocardio,
  • anoressia nervosa,
  • aumento della pressione intracranica,
  • sindrome di Roemheld.

Assieme alla bradicardia sinusale, possono altri sintomi quali, ad esempio, vertigini, giramento di testa, dolore al petto, dispnea, edema e cianosi. Inoltre, l’abbassamento del ritmo sinusale provoca pallore in viso e le estremità, come mani e piedi, risultano freddi. Nei più gravi casi di bradicardia sinusale si ha edema polmonare, cianosi, riduzione dello stato di coscienza e shock. Lo stato di shock arriva in seguito al peggioramento della circolazione periferica. In genere, non è necessario intervenire con una terapia farmacologica se il ritmo sinusale è naturalmente basso. In presenza, invece, di ipotiroidismo si devono assumere degli ormoni per sostenere le mancanze della tiroide. Invece, se la bradicardia sinusale deriva da uno stato di ipotermia è necessario riscaldare gradualmente il corpo.

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Respirazione artificiale bocca a bocca: quando farla e come farla

MEDICINA ONLINE CUORE ELETTROCARDIOGRAMMA SINUSALE DEFIBRILLATORE CARDIOVERSIONE ELETTRICA CON SHOCK FARMACOLOGICA FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE ECG FIBRILLATORE.jpgLa respirazione bocca a bocca è una tecnica medica facente parte delle tecniche di respirazione artificiale che, assieme ad altre metodiche, permette il BLS, acronimo di “Basic Life Support” (sostegno di base alle funzioni vitali), cioè una insieme di azioni che permettono il primo soccorso a soggetti che hanno subito un trauma, ad esempio incidente stradale, arresto cardiaco o folgorazione. Il BLS include varie componenti:

  1. valutazione della scena;
  2. valutazione dello stato di coscienza del soggetto;
  3. chiamata dei soccorsi tramite telefono;
  4. ABC (valutazione della pervietà delle vie aeree, presenza di respirazione ed attività cardiaca);
  5. rianimazione cardiopolmonare (RCP): composta da massaggio cardiaco e respirazione a bocca a bocca;
  6. altre azioni di supporto di base alle funzioni vitali.

Valutare lo stato di coscienza

In situazioni di emergenza, la prima cosa da fare – dopo aver valutato che la zona non presenta ulteriori rischi per l’operatore o per l’infortunato – è valutare lo stato di coscienza del soggetto:

  1. poniti vicino al corpo;
  2. la persona deve essere scossa per le spalle in modo molto leggera (per evitare ulteriori danni);
  3. la persona deve essere chiamata ad alta voce (ricordando che la persona, se sconosciuta, potrebbe essere non udente);
  4. se il soggetto non reagisce, allora viene definito incosciente: in questo caso non va perso tempo e va fatta immediata richiesta a chi ci sta vicino di chiamare il numero telefonico per le emergenze mediche 118 e/o 112;
  5. nel frattempo iniziare l’ABC, cioè:
  6. controlla se le vie aeree sono libere da oggetti le che ostruiscano impedendo la respirazione;
  7. controlla se è presente la respirazione;
  8. controlla se è presente l’attività cardiaca tramite polso carotideo (al collo) o radiale (al polso);
  9. in assenza di respirazione ed attività cardiaca, iniziare la manovre di rianimazione cardiopolmonare (RCP).

Se disponibile, usare un defibrillatore automatico/semiautomatico, capace di valutare l’alterazione cardiaca e la possibilità di erogare l’impulso elettrico per effettuare la cardioversione (ritorno ad un ritmo cardiaco sinusale, cioè normale). Non usate invece un defibrillatore manuale se non siete un medico: potrebbe peggiorare la situazione.

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Respirazione bocca a bocca

Ogni 30 compressioni di massaggio cardiaco, è necessario praticare 2 insufflazioni con la respirazione artificiale (rapporto 30:2). La respirazione bocca a bocca consiste in queste fasi:

  • Distendere l’infortunato in posizione supina (pancia in su).
  • La testa dell’infortunato viene ruotata all’indietro.
  • Controllare le vie aeree e rimuovere eventuali corpi estranei dal cavo orale.
  • Nel caso in cui NON si sospetti una trauma, si deve sollevare la mandibola dell’infortunato piegando il capo all’indietro: in questa maniera si evita che la lingua dell’infortunato blocchi le vie respiratorie.
  • Se si sospetta un trauma spinale, non effettuare movimenti avventati: potrebbero peggiorare la situazione.
  • Chiudere le narici dell’infortunato con il pollice e l’indice. Attenzione: dimenticando di chiudere il naso, l’intera operazione risulterà del tutto inefficace!
  • Inspirare normalmente e insufflare l’aria attraverso la bocca (o nel caso non sia possibile, attraverso il naso) dell’infortunato, controllando che si abbia l’innalzamento della gabbia toracica.
  • Ripetere con un ritmo di 15-20 soffi al minuto (un soffio ogni 3 o 4 secondi).
  • È fondamentale che durante le insufflazioni il capo rimanga iperesteso, giacché una scorretta posizione delle vie aeree espone la vittima al rischio che entri aria nello stomaco, provocando così facilmente rigurgito. Quest’ultimo è provocato anche dalla potenza con cui si soffia: se si soffia troppo forte si manda aria nello stomaco.
  • La respirazione bocca a bocca comporta l’insufflazione forzata di aria nel sistema respiratorio dell’infortunato, con l’ausilio di una mascherina o di un boccaio. In caso di probabile mancanza di mascherina o boccaio, una barriera filtrante costituita da un fazzoletto di cotone leggero può essere impiegata per proteggere il soccorritore dal contatto diretto con la bocca dell’infortunato, specie se quest’ultima ha ferite sanguinanti.
  • Le nuove linee guida del 2010 mettono in guardia il soccorritore dai rischi dell’iperventilazione: aumento eccessivo della pressione intratoracica, rischio di insufflazione di aria nello stomaco, ridotto ritorno venoso al cuore; per questa ragione le insufflazioni non devono essere eccessivamente energiche, ma emettere una quantità d’aria non superiore a 500–600 cm³ (mezzo litro, in un tempo non superiore al secondo).
  • L’aria inspirata dal soccorritore prima di insufflare deve essere il più possibile “pura”, e cioè contenere la più alta percentuale possibile di ossigeno: per questo tra un’insufflazione e l’altra il soccorritore dovrà alzare la testa per inspirare a una distanza sufficiente perché non inspiri l’aria emessa dalla vittima, che presenta una densità di ossigeno minore, o la propria (ricca di anidride carbonica).
  • Ripete il ciclo di 30:2 per un totale di 5 volte controllando alla fine se esistono segni di “MO.TO.RE.” (MOvimenti di qualsiasi tipo, TOsse e REspirazione), ripetendo la procedura senza mai fermarsi, tranne che per esaurimento fisico (in questo caso se possibile chiedere il cambio) o per l’arrivo dei soccorsi.
  • Se invece i segni di MO.TO.RE. ritornano presenti (la vittima muove un braccio, tossisce, muove gli occhi, parla ecc.), occorre tornare al punto B: se quindi la respirazione è presente, si potrà disporre la vittima in PLS (Posizione Laterale di Sicurezza), altrimenti si dovranno eseguire soltanto ventilazioni (10-12 al minuto), ricontrollando ogni minuto i segni di MO.TO.RE. fino alla ripresa completa della respirazione normale (che è di circa 10-20 atti al minuto).
  • La rianimazione deve sempre cominciare con le compressioni salvo nel caso in cui si tratti di trauma o la vittima sia un bambino: in questi casi si comincerà con 5 insufflazioni, per proseguire normalmente con l’alternanza compressioni-insufflazioni. Questo avviene perché in caso di trauma si presume che l’ossigeno presente nei polmoni dell’infortunato non sia in quantità sufficiente a garantire l’efficienza della circolazione sanguigna; a maggior ragione, a titolo precauzionale, si inizierà con le insufflazioni in caso la vittima sia un bambino, in virtù del fatto che è presumibile che un bambino, godendo di buone condizioni di salute, si trovi in stato di arresto cardiaco per cause dovute con maggiore probabilità a trauma o ad un corpo estraneo penetrato nelle vie aeree.

In caso di contemporanea mancanza di battito cardiaco, ogni 30 compressioni di massaggio cardiaco, l’operatore – se solo – interromperà il massaggio per praticare 2 insufflazioni con la respirazione artificiale (bocca a bocca o con mascherina o boccaglio). Al termine della seconda insufflazione, riprendere immediatamente con il massaggio cardiaco. Il rapporto tra compressioni cardiache ed insufflazioni – in caso di singolo operatore – è quindi 30:2. Se gli operatori sono due la respirazione artificiale può essere invece eseguita contemporaneamente al massaggio cardiaco.

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Quando non si rianima?

I soccorritori non sanitari (quelli che abitualmente sono sulle ambulanze del 118) possono constatare il decesso, e quindi non iniziare le manovre, solo:

  • in caso di materia celebrale visibile esternamente, decerebrato (in caso di trauma ad esempio);
  • in caso di decapitazione ;
  • in caso di lesioni totalmente incompatibili con la vita ;
  • in caso di soggetto carbonizzato;
  • in caso di soggetto in rigor mortis .

Nuove modifiche

Le modifiche più recenti (come verificabile sugli appositi manuali A.H.A) riguardano più l’ordine che le procedure. Innanzitutto, è aumentata l’enfasi sul massaggio cardiaco precoce, ritenuto più importante dell’ossigenazione precoce. La sequenza è passata quindi da ABC (vie aeree libere, respirazione e circolazione) a CAB (circolazione, vie aeree libere e respirazione):

  • si inizia con le 30 compressioni toraciche (che devono iniziare entro 10 secondi dal riconoscimento del blocco cardiaco);
  • si procede alle manovre di apertura delle vie aeree e quindi alla ventilazione.

Così facendo si ritarda solo di circa 20 secondi la prima ventilazione, cosa che non influisce negativamente sulla buona riuscita della CPR. Inoltre è stata eliminata (nella valutazione della vittima) la fase GAS poiché potrebbe essere presente respiro agonizzante (gasping) che viene avvertito dal soccorritore sia come sensazione di respiro sulla pelle (Sento) sia a livello uditivo (Ascolto) ma che non provoca una ventilazione polmonare efficace poiché spasmodico, poco profondo e a bassissima frequenza. Modifiche minori riguardano la frequenza di compressioni toraciche (da circa 100/min ad almeno 100/min) e l’utilizzo della pressione cricoidea per prevenire l’insufflazione gastrica: la pressione cricoidea va evitata poiché non è efficace e può rivelarsi dannosa rendendo più difficoltoso l’inserimento di dispositivi respiratori avanzati come tubi endotracheali etc.

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Posizione laterale di sicurezza

Se la respirazione torna ad essere presente, ma il paziente è ancora in stato di incoscienza e non si suppone un trauma, esso va posizionato in posizione laterale di sicurezza. Per far ciò bisogna flettere un ginocchio e portare il piede della medesima gamba sotto il ginocchio della gamba opposta. Bisogna far scivolare il braccio opposto alla gamba flessa sul terreno finché non sia perpendicolare al tronco. L’altro braccio va posto sul torace, in modo che la mano passi sul lato del collo. Successivamente il soccorritore deve porsi sul fianco che non presenta il braccio esteso esternamente, infilare il proprio braccio fra l’arco formato dalle gambe del paziente e con l’altro afferrare la testa. Facendo leva sulle ginocchia, bisogna far rotolare delicatamente il paziente sul fianco del braccio esterno, accompagnando il movimento della testa. La testa va poi iperestesa e mantenuta in tale posizione sistemando sotto la guancia la mano del braccio che non tocca terra. Questa posizione ha lo scopo di mantenere le vie aeree pervie ed evitare che improvvisi getti di vomito occludano la cavità respiratoria ed entrino nei polmoni, danneggiandone l’integrità. Con la posizione laterale di sicurezza ogni liquido emesso viene espulso fuori dal corpo. Per approfondire, leggi: Posizione laterale di sicurezza: come, quando e perché può salvare una vita

Primo soccorso in bambini e neonati

Il metodo per la BLS nei bambini da 12 mesi a 8 anni è analogo a quello utilizzato per gli adulti. Ci sono tuttavia delle differenze, che tengono conto della minore capacità polmonare dei bambini e del loro ritmo di respirazione più veloce. Inoltre, è necessario ricordare che le compressioni devono essere meno profonde di quanto sia necessario negli adulti. Si comincia con 5 insufflazioni, prima di procedere al massaggio cardiaco che ha un rapporto fra compressioni e insufflazioni di 15:2. A seconda della corpulenza del bambino, si potranno effettuare compressioni con entrambi gli arti (negli adulti), un arto solo (nei bambini), o anche soltanto due dita (indice e medio al livello del processo xifoideo nei neonati). In ultimo va ricordato che, dal momento che nei bambini la normale frequenza cardiaca è più elevata che negli adulti, in presenza di un bambino che presenti attività circolatoria con frequenza cardiaca inferiore a 60 puls./min bisognerà comportarsi come in caso di arresto cardiaco.

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Il defibrillatore non funziona: muore a 51 anni per un infarto

MEDICINA ONLINE DEFIBRILLATORE CARDIOVERSIONE SPONTANEA ELETTRICA CON SHOCK FARMACOLOGICA FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE FIBRILLATORE.jpgTragedia ieri 21 novembre in provincia di Pavia, domenica pomeriggio. Daniele Gatti,un commerciante di 51 anni, è morto stroncato da un infarto del miocardio nel suo negozio di abbigliamento in centro a Brallo di Pregola, Comune dell’Oltrepò. A soccorrerlo per primi sono stati il sindaco Christos Chlapanidas, che è anche il farmacista del paese, insieme a due volontari della Croce Rossa di Piacenza. Hanno preso il defibrillatore che si trova esposto fuori dal Municipio, ma il macchinario non ha funzionato, pur essendo usato da mani esperte.

Nel frattempo è stato chiamato il 118, è sopraggiunto l’elisoccorso e Gatti è stato portato a San Donato Milanese d’urgenza, ma per lui non c’è stato nulla da fare: è morto. Ora tutti i dubbi sono rivolti a quel defibrillatore che gli avrebbe salvato la vita, se solo avesse funzionato. Eppure, come confermato dai soccorritori, lo strumento è stato periodicamente sottoposto a controlli, l’ultimo pochi giorni fa, e non sono mai stati riscontrati problemi.

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Differenza tra cardioversione spontanea, elettrica e farmacologica

MEDICINA ONLINE DEFIBRILLATORE CARDIOVERSIONE SPONTANEA ELETTRICA CON SHOCK FARMACOLOGICA FARMACI URGENZA EMERGENZA MASSAGGIO CARDIACO ARRESTO RESPIRAZIONE BOCCA RIANIMAZIONE FIBRILLATORE.jpgCon cardioversione si intende è una particolare procedura che si esegue in campo medico quando un soggetto ha una aritmia, cioè una alterazione del ritmo cardiaco normale (ritmo sinusale), al fine di ripristinarlo evitando pericolose complicazioni che possono portare anche a decesso del paziente. La cardioversione può essere:

  • spontanea: quando l’aritmia si interrompe spontaneamente, entro poche ore dall’insorgenza;
  • non spontanea: quando l’aritmia NON si interrompe spontaneamente, in questo caso il personale sanitario deve intervenire al più presto per ripristinare il ritmo sinusale.

La cardioversione può essere effettuata in tre modi:

  • cardioversione meccanica: è una tecnica di defibrillazione meccanica manuale, caratterizzata dalla somministrazione di un pugno (pugno precordiale) sullo sterno all’altezza del cuore;
  • cardioversione farmacologica: vengono somministrati farmaci che hanno l’obiettivo di ripristinare il ritmo sinusale;
  • cardioversione elettrica: si tenta di ripristinare il ritmo normale tramite l’erogazione di impulsi elettrici, che vengono somministrati tramite defibrillatore esterno o interno (ICD), a tal proposito leggi: Differenza tra pacemaker e defibrillatore ICDI dubbi su pacemaker e ICD: carica, impulsi, cellulare, banca ed aereo

Cardioversione con pugno precordiale

L’operatore somministra il pugno precordiale sullo sterno all’altezza del cuore, ritirando immediatamente la mano (non lasciandola posata sul torace del paziente). L’energia meccanica impressa dal pugno dovrebbe convertirsi in energia elettrica sufficiente per una cardioversione. Questa manovra va effettuata in caso di arresto cardiaco ove non sia disponibile un defibrillatore, cioè in situazioni di emergenza estrema. In rari casi ha effettivamente permesso di convertire la fibrillazione ventricolare o la tachicardia ventricolare in un ritmo cardiaco efficace, ma più frequentemente non ha alcuna efficacia o addirittura può causare una conversione opposta, provocando in ultimo un’asistolia che aggrava ulteriormente la situazione.

Cardioversione tramite farmaci

Questo procedimento comporta una relativa latenza di effetto, cioè prevede che tra la somministrazione del farmaco e la scomparsa dell’aritmia intercorra un certo periodo di tempo. Pertanto viene riservato alle aritmie ben tollerate, o per la benignità dell’aritmia stessa, o per le buone condizioni fisiche del paziente. Il farmaco, scelto in funzione del meccanismo che sostiene l’aritmia, può essere somministrato per via orale o per iniezione endovenosa, secondo dosaggi prestabiliti.

Cardioversione elettrica

Soprattutto nei casi in cui l’aritmia è pericolosa per la vita (ad esempio nella fibrillazione ventricolare che si verifica nell’arresto cardiaco) perché produce una grave compromissione emodinamica, alla cardioversione farmacologica si preferisce quella elettrica, estremamente rapida ed efficace in molti casi per interrompere il malfunzionamento cardiaco, che se protratto porterebbe al decesso del paziente. Il ripristino del normale ritmo sinusale è determinato dall’applicazione di uno stimolo elettrico, che ha un effetto virtualmente immediato. Come già prima accennato, gli impulsi elettrici vengono somministrati in due modi, tramite:

  • defibrillatore esterno: viene somministrata una scarica elettrica singola molto intensa, che può essere somministrata nuovamente se il ritmo sinusale non è stato ripristinato. In questo caso si parla di cardioversione con shock, quella che siamo abituati a vedere nei film quando c’è una urgenza medica;
  • defibrillatore cardiaco impiantabile (ICD): è un dispositivo elettrico utilizzato nei pazienti a più alto rischio di morte cardiaca improvvisa, ad esempio chi soffre cronicamente di aritmie o nei pazienti con Wolff-Parkinson-White. L’ICD viene impiantato chirurgicamente sottocute nella regione pettorale, preferibilmente a sinistra, posizionando gli elettrodi negli atri e nei ventricoli per via transvenosa.L’uso si fonda sulla generazione di piccoli impulsi elettrici ripetitivi in grado non solo di eseguire una defibrillazione efficace nel 95% dei casi, ma anche di fornire una stimolazione cardiaca bicamerale fisiologica e di monitorare a distanza l’attività ritmica del cuore discriminando tra aritmie sopraventricolari e aritmie ventricolari.

Cardioversione con shock ed anestesia

Nella pratica comune, la scarica elettrica somministrata con defibrillatore esterno, può venire applicata in modo sincronizzato con l’attività ventricolare del paziente, come ad esempio per la fibrillazione atriale persistente: in questo caso, visto che il paziente è cosciente e la scarica elettrica è estremamente fastidiosa, la procedura viene eseguita solo dopo aver effettuato una anestesia generale. Nei casi di emergenza invece, ad esempio in caso di fibrillazione ventricolare (arresto cardiaco) il paziente è già incosciente e la scarica viene somministrata in modo non sincronizzato e senza dover effettuare alcuna anestesia: in tal caso si parla di defibrillazione.

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Wolff-Parkinson-White: nei bambini, rischi, sport, morte improvvisa

MEDICINA ONLINE KIDS PLAY FOOTBALL CALCIO SOCCER ALLENAMENTO PALLONE SPORT DOPING ADOLESCENTE MIGLIORE PUBERTA SVILUPPO ETA EVOLUTIVA CONSIGLIO SQUADRA SALUTE FORZA MEDICO DELLO SPORT VISITA AGONISTICOLa Sindrome di Wolff Parkinson White (WPW, in lingua inglese “Wolff–Parkinson–White Syndrome”) è una patologia caratterizzata da anomala conduzione dell’impulso elettrico cardiaco e determinata dalla presenza di uno o più fasci atrio-ventricolari accessori, che possono dare origine ad episodi di tachicardia sporadica. La malattia, ad eziologia ancora non del tutto chiara, colpisce una persona su 450; nel 70% dei casi interessa i maschi, specie in giovane età, e può presentarsi sia in forma sporadica che famigliare ed essere silente dal punto di vista sintomatico. I neonati da genitori con la sindrome di WPW possono essere a maggior rischio di sviluppare la malattia come pure i neonati con altri difetti cardiaci congeniti.

Leggi anche: Come si muove l’impulso elettrico cardiaco nel cuore?

Sport e Wolff-Parkinson-White

Con la Sindrome di Wolff-Parkinson-White sia il bambino che l’adulto possono praticare sport, come ad esempio calcio e nuoto, ma è importante che si eseguano sempre i controlli medici. Importante valutazione si ha, oltre all’elettrocardiogramma standard e all’elettrocardiogramma sotto sforzo, anche  attraverso il SETE, cioè lo studio elettrofisiologico trans-esofageo, che trova una vantaggiosa applicazione in cardiologia dello sport

I rischi del Wolff-Parkinson-White

I soggetti con WPW, rispetto alla popolazione sana, hanno un maggior rischio di fibrillazione atriale, di aritmie ventricolari rapide e di arresto cardiaco, oltre ad una probabilità più elevata di morte cardiaca improvvisa.

Wolff-Parkinson-White e morte improvvisa

La sindrome di Wolff-Parkinson-White espone il soggetto ad un rischio maggiore di morte cardiaca improvvisa, rispetto alla popolazione sana. Se la presenza di sintomi nei pazienti con preeccitazioni ventricolari è un elemento predittivo di eventi avversi e impone quindi una terapia adeguata, come quella ablativa, non significa che l’assenza di sintomi identifichi necessariamente soggetti scevri da eventi avversi. In altre parole i soggetti sintomatici hanno un rischio più elevato di morte cardiaca improvvisa rispetto a quelli asintomatici, ma questi ultimi hanno comunque un rischio maggiore rispetto alla popolazione sana: secondo uno studio del prof. Carlo Pappone presso il Maria Cecilia Hospital di Cotignola e pubblicato su Circulation, anche i pazienti asintomatici sono infatti a rischio di sviluppare aritmie maligne.

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“È solo stress”, ma ha un aneurisma: muore un ragazza di 14 anni

MEDICINA ONLINE AMBULANZA URGENZA EMERGENZA PRONTO SOCCORSO OSPEDALE INCIDENTE STRADALE MORTE CHIRURGIA AUTO MEDICA STRADAPer i medici dell’Ospedale Pertini di Roma era solo stress ma, invece, si trattava di un aneurisma cerebrale: dopo un calvario di ore una 14enne è morta il 6 novembre scorso. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine, al momento contro ignoti, e procede per omicidio colposo.

La giovane si è sentita male intorno alle 8,30, pochi minuti dopo essere entrata a scuola, nel liceo classico Orazio, ed stata subito chiamata l’ambulanza che in codice giallo ha trasportato la ragazza all’ospedale Pertini. Lì la raggiunge la madre. La ragazza viene tenuta in osservazione per circa due ore; i medici dicono alla madre che è stress e solo dopo insistenze fanno una TAC dalla quale emerge l’aneurisma.

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