Janet Frame: quando l’arte ti salva dalla lobotomia

MEDICINA ONLINE JANET FRAME DUNEDIN NUOVA ZELANDA PREMIO NOBEL LETTERATURA SCRITTRICE NEOZELANDESE UN ANGELO ALLA MIA TAVOLA JANE CAMPION.jpgLa vita di Janet Frame è una bellissima storia di rinascita, che in pochi conoscono, ma che merita di essere ricordata. Due volte è stata proposta per il premio Nobel, è la scrittrice neozelandese più nota insieme a Katherine Mansfield. In Italia non la stampiamo e non la leggiamo più, chi l’ha letta e amata continua ad amarla, ma le nuove generazioni non avranno questa grande occasione.

Janet Frame nasce a Dunedin in Nuova Zelanda il 28 agosto 1924 in una famiglia molto povera, il padre lavora nella ferrovia e spesso la famiglia sposta la propria residenza seguendo la costruzione della rete ferroviaria: tutte le case in cui vive sono piccole baracche desolate in mezzo al verde, baracche che la madre ogni volta rende un luogo di fantasia con accorgimenti poveri ma fiabeschi. Janet è la più piccola dopo un fratello epilettico e tre sorelle; le quattro sorelle dormono insieme in un unico letto.

Una persona introversa

Il primo oggetto che caratterizza la vita (e la successiva narrativa) della Frame è la “corda”, quella che le compagne di scuola girano per saltarci dentro durante l’intervallo. L’insicura Janet passa gli anni della scuola primaria sperando di non esser chiamata a saltare ma solo di poter tenere la corda e girarla affinché le altre ci saltino dentro. La corda è un oggetto che riverbera tutta l’infanzia della protagonista: povera, molto povera, piena di tic, diversa, sporca, spesso additata dalla maestra come “quella sporca”, con una unica gonna, eredità di famiglia, indossata per anni, grassottella, riccissima, rossa di capelli, col viso colmo di efelidi, con un fratello maggiore con frequenti crisi epilettiche a scuola. Janet è una ragazzina che vive in solitudine e che sogna di esser accolta dai suoi compagnucci: in fondo al suo animo lei sogna di girare quella corda ma nessuno mai la inviterà a farlo. Fino a quando una compagna di scuola si avvicina a lei e le presta un libro, e “libro” diventa la seconda cosa della realtà con un profondo significato. Sono le Favole dei Fratelli Grimm che aprono una nuova prospettiva di vita a Janet: quella della lettura, dell’esperienza attraverso la lettura, della fantasia ma soprattutto la strada per ritrovare la sua vita dentro la letteratura.

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La presunta schizofrenia

Riuscì a diplomarsi come insegnante ma successivamente non fu considerata “normale” e idonea all’insegnamento. Le venne fatta una diagnosi di schizofrenia e fu internata per otto anni in manicomio dove fu sottoposta a circa 200 (alcuni parlano addirittura di 400) trattamenti di elettro-shock. I medici dell’Istituto per Malattie Mentali nel quale fu rinchiusa volevano lobotomizzarla, cioè farle una operazione invasiva al cervello che consisteva nel recidere le connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo e nell’asportazione di parti di esso, col risultato di un cambiamento radicale della personalità del paziente. Per fortuna la lobotomia non venne effettuata e solo in seguito si scoprirà che la diagnosi di schizofrenia era totalmente sbagliata: Janet non era schizofrenica, era solo una persona molto sensibile ed introversa che le persone e gli eventi avevano reso triste e malinconica. Questa diagnosi sbagliata – tuttavia – segnò la sua vita in modo indelebile, anche dal punto di vista lavorativo, dal momento che nessuno voleva assumerla a causa di questo “marchio”.

Il successo dei suoi racconti

Janet riuscì a liberarsi da questa difficile situazione anche grazie alla pubblicazione di alcuni suoi libri, che ottennero velocemente un grande successo in tutto il mondo, che le portarono molti riconoscimenti dal mondo letterario. Janet divenne rapidamente famosa e la sua storia fonte di riflessione e di ispirazione per milioni di persone. Janet morì a Dunedin (la sua città natale) il 29 gennaio 2004, di leucemia, dopo essere stata candidata due volte al premio Nobel per la letteratura, l’ultima nel 2003. Il periodo negli istituti mentali è narrato dalla Frame nel libro Un angelo alla mia tavola, che la regista Jane Campion, anch’essa neozelandese, nel 1990 ha trasformato nell’omonimo – bellissimo film, che vi consiglio di vedere.

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Morto il bodybuilder Rich Piana a causa degli anabolizzanti e dell’abuso di droghe

MEDICINA ONLINE BREAKING NEWS Rich Piana Is DEAD DEATH COMA OVERDOSE MORTE BODY BUILDING DOPING LETTERA MUSCOLI COME RICONOSCERE DOPATO IN PALESTRA ATLETA TEST ANTIDOPING RECORD ANABOLIZZANTI GH ORMONE CRESCITA DIURETICI 01Oggi, 25 agosto 2017, è purtroppo deceduto un altro bodybuilder: dopo la morte di Dallas McCarver, avvenuta appena tre giorni fa, ci ha lasciato anche Rich Piana. Ancora ignote le cause precise della morte del celebre culturista ed imprenditore statunitense, forse dovuta ad arresto cardiaco. L’abuso di farmaci dopanti e di droghe sembrerebbe aver avuto un ruolo fondamentale nella tragica fatalità. Quello che si sa con certezza è che dallo scorso 11 agosto Rich Piana lottava tra la vita e la morte. Il famoso bodybuilder statunitense, nato da madre di origine armene e padre di origini italiane, era in coma farmacologico dal 17 agosto, quando aveva perso i sensi e, cadendo a terra, aveva battuto la testa. “Overdose da farmaci anabolizzanti“, la prima diagnosi dei medici accorsi nella sua abitazione dopo una chiamata della compagna, anche se altre fonti parlano invece di “overdose da eroina“. L’uomo aveva perso i sensi nella sua casa in Florida dove sono stati poi ritrovati 20 flaconi di anabolizzanti, oltre a vari altri farmaci. Piana aveva 46 anni ed era uno dei culturisti più famosi del mondo, noto con il soprannome di “Hulk“. Tempo fa aveva pubblicamente ammesso di aver assunto steroidi per 30 anni nella sua carriera, cioè da quando aveva appena 16 anni.

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Supermutante da 143 kg

Sui social Richard Eugene “Rich” Piana si definiva atleta ma anche «supermutante». “Non mi pento di nulla, rifarei tutto” ha detto alcuni mesi fa commentando i suoi eccessi. Figlio di una culturista, ha iniziato con il body building quando aveva solo 11 anni, seguendo le orme della madre, e gareggiava già a 15 anni. Rich era una superstar su Instagram ed era ormai diventato milionario. Era alto 183 cm ed il suo peso oscillava tra i 100 ed i 143 kg. Dai 18 anni in poi, Piana è arrivato settimo e undicesimo nei campionati di bodybuilding nazionali. Ha raccolto diversi titoli da uno Stato all’altro ed ha vinto un primo premio in California. Ha vinto il titolo “IFBB Mr. Teen California” nel 1989, “IFBB Mr. California” nel 1998 e la competizione NPC nel 2003 e 2009. Nel 2014 ha fondato una sua linea di integratori e abbigliamento, la “Rich Piana 5% Nutrition”. Piana stimava di aver speso fino a 2500 dollari al mese nei momenti più intensi della sua dipendenza dagli steroidi.

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Se potete, rimanete puliti, ma…

L’ultima sfida del culturista nato a Glendale (Los Angeles) il 26 settembre 1970 è stata seguita dai suoi numerosissimi fan sui social: si tratta del programma «Bigger By The Day», che significa “più grosso ogni giorno”. Un programma mostruoso il suo, a base di allenamenti estremi, 9/10 pasti quotidiani a base di proteine ed il supplemento di steroidi e vari altri tipi di farmaci per aumentare massa, definizione e prestazioni. Il culturista è stato sepolto nel Forest Lawn Memorial Park a Hollywood Hills, in California. Piana ha più volte pubblicamente ammesso l’uso di steroidi anabolizzanti durante la sua carriera nel bodybuilding, iniziando quando era addirittura minorenne. Piana, travolto sui social dalle critiche, spiegava così la sua filosofia:

“Se potete, rimanete puliti, ma se volete diventare bodybuilders professionisti, non avete scelta. Non c’è motivo per usare gli steroidi, si sta male e fa male al corpo, se però non ne potete fare a meno come me, sarete completamente soddisfatti della scelta”

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Lutto nel body building: Dallas McCarver è morto a 26 anni

MEDICINA ONLINE Dallas McCarver 2017 22 AUGUST DIED DEATH BREAKING NEWS MORTE ATLETA BODY BUILDING DOPING PHOTO PICTURE HD WALLPAPER SPORT SFONDO MUSCOLI COMPETIZIONE Dallas McCarver Collapses At Arnold Classic AustraliaIl famoso bodybuilder statunitense Dallas McCarver è purtroppo deceduto ieri, 22 agosto 2017, secondo alcune fonti in seguito a soffocamento durante l’ingestione di cibo, mentre altre fonti non ufficiali parlano invece di infarto del miocardio improvviso.

Il corpo senza vita di Dallas è stato ritrovato nel suo appartamento da un amico, con del cibo in bocca in apparente stato di soffocamento. L’amico ha provato ad effettuare le manovre di rianimazione senza successo e nella telefonata al 911 parla esplicitamente di “soffocamento da cibo”. Gli amici di Dallas parlano del ruolo che ha probabilmente avuto l’insulina che abitualmente il bodybuilder assumeva, tra le cause del suo collasso.

Dallas “Big Country” McCarver era nato a Jackson, TN, USA il 9 aprile 1991 ed aveva 26 anni. Aveva iniziato l’allenamento con i pesi al liceo come supporto per aumentare la forza con la sua squadra di football. Ha continuato a giocare a football nel college a Bethel University, ma alla fine ha deciso di rinunciare a giocare, per proseguire con il bodybuilding a tempo pieno.

Carriera breve ma ricca di successi. Fece l’apparizione sul palco per la prima volta all’età di 20 anni presso la NPC 2011 Hub City Fitness Quest, vincendo i trofei Junior dei pesi massimi e junior assoluti. Nel 2011 prende parte alla battaglia NPC River, dove ha vinto le classi pesi massimi e assoluto.

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Il suo terzo concorso è stato la partecipazione ai campionati nordamericani IFBB 2012, dove ancora una volta è stato nominato campione dei supermassimi ed assoluto, diventando il più giovane campione assoluto in una mostra nazionale. La vittoria gli è valsa anche il suo tesserino da professionista IFBB, diventando il più giovane bodybuilder professionista in tutto il mondo.

MEDICINA ONLINE dallas McCarver Boyfriend of WWE star Dana Brooke GIRLFRIEND  and pro bodybuilder who died ‘choking on food’

Fidanzato con la superstar della WWE, Dana Brooke insieme a lui nella foto in alto, Dallas era un atleta tra i più promettenti del mondo del body building attuale, ma ultimamente pare avesse alcuni problemi di salute, specialmente ai reni, forse legati all’abuso di diuretici e sostanze dopanti: già a marzo di quest’anno aveva mancato la finale dell’Arnold Classic Australia, vinta poi da Brandon Curry, collassando sul palco durante la fase di prejudging, ufficialmente per una bronchite o per fortissimi crampi, ma la vera causa dello svenimento era rimasta ignota. Il momento del collasso di Dallas è stato immortalato in un video che trovate qui: Dallas McCarver collassa sul palco della finale dell’Arnold Classic Australia 2017 [VIDEO].

Al di la di quella che è la nostra opinione sul doping – che potete trovare qui – il nostro pensiero oggi è per un giovane di 26 anni che non c’è più e per la sua famiglia.

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Mimmo Beneventano: il medico antimafia che stava sempre dalla parte degli ultimi

MEDICINA ONLINE Domenico Beneventano, detto Mimmo (Petina, 11 luglio 1948 – Ottaviano, 7 novembre 1980), è stato un politico italiano, vittima della CamorraSiamo abituati a pensare agli eroi come a uomini straordinari, dotati di poteri speciali e di capacità sovrumane. Ma gli eroi sono altri, sono le persone normali che fanno ogni giorno il proprio dovere.
Questa è la storia di uno di loro, di un eroe normale, che si chiamava Mimmo Beneventano.

Domenico Beneventano nasce a Petina, in provincia di Salerno, ma si trasferisce fin dal 1968 a Ottaviano. Mimmo, così lo chiamano gli amici, è un ragazzo dal cuore d’oro, sta sempre dalla parte degli ultimi. L’amore per gli altri lo porta a iscriversi alla facoltà di medicina e a diventare dottore, una professione che dovrebbe essere sempre animata da quello spirito altruistico di cui Mimmo era ricolmo.

Lo stesso amore che lo conduce nel Belice ad aiutare i terremotati, a Firenze durante l’alluvione, tra i poveri al fianco delle organizzazioni caritatevoli. Ma Mimmo non è soltanto una persona buona, è anche intelligente, colto, lucido, scrive poesie e tiene gli occhi aperti. Così, per uno come lui, per un eroe normale, è facile vedere che nella sua terra c’è un cancro che distrugge tutto. Un cancro che si chiama camorra.

Quel cancro lo vede tra i suoi pazienti che si ammalano di tumore con percentuali molto superiori al resto d’Italia. Lo vede nelle discariche abusive. Lo vede nei laghi di percolato che appestano la sua regione. Lo vede nella cementificazione selvaggia, nell’abusivismo, nell’inquinamento dei prodotti della terra.

Mimmo lo vede e lo combatte. Perché è un eroe normale e gli eroi normali questo fanno. Vedono un cancro e cercano di estirparlo.
Si candida alle elezioni comunali di Ottaviano nelle liste del Partito Comunista. Viene eletto nel 1975 e riconfermato nel 1980.

Mimmo diventa una spina nel fianco per quelle che oggi vengono chiamate ecomafie e che allora erano ancora una realtà pressoché sconosciuta. Una spina che la camorra decide di togliersi nell’unico modo infame che conosce.

I sicari lo freddano il 7 novembre 1980 appena uscito di casa. Si stava recando al lavoro, dai suoi pazienti, dai malati, dagli ultimi. Stava andando dalla sua gente.

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Michael Phelps: biografia del più grande olimpionico di tutti i tempi

MEDICINA ONLINE NUOTO OLIMPIADI FOTO MEDAGLIE MEDAGLIERE ORO NUOTA Michael Fred Phelps II (born June 30, 1985) is an American former competitive swimmer the most decorated Olympian of all time, with a total of 28 medals.Il grande nuotatore statunitense Michael Phelps nasce a Baltimora (Maryland, USA) il giorno 30 giugno 1985. E’ l’atleta più titolato nella storia delle Olimpiadi moderne: con 23 medaglie d’oro è l’olimpionico più vincente (davanti a Larisa Latynina, detentrice anche del precedente primato di podi, 18, Paavo Nurmi, Mark Spitz e Carl Lewis, che ne hanno vinte 9); agli ori si aggiungono tre medaglie d’argento e due di bronzo, per un totale di 28 podi. Delle 23 vittorie, 13 sono individuali (un record) e 10 in staffetta; dei 28 podi, 16 sono individuali (altro record, davanti ai 14 di Larisa Latynina). Conquistando otto ori a Pechino 2008 ha raggiunto il più alto numero di medaglie d’oro vinte da un atleta in una singola edizione dei Giochi olimpici, superando il primato di sette ori vinti da Mark Spitz a Monaco di Baviera 1972; quattro anni prima, ad Atene 2004, aveva mancato questo record fermandosi a sei ori e due bronzi.

Come atleta professionista il suo esordio internazionale arriva alle Olimpiadi di Sydney del 2000: dal 1932 il giovanissimo Phelps, a solo quindici anni, è il più giovane nuotatore statunitense a prendere parte ai Giochi Olimpici. In quella edizione dei Giochi non vince nessuna medaglia: inizierà da lì a poco l’interminabile raccolta di successi in ambito mondiale.

A cinque mesi di distanza dagli eventi di Sidney, batte il record del mondo dei 200 farfalla. Lo migliora ulteriormente nel 2001 ai Campionati mondiali di Fukuoka (in Giappone). Nel 2002 ai campionati nazionali statunitensi di Fort Lauderdale, ottiene il record del mondo nei 400 misti, oltre ai record nazionali nei 100 farfalla e nei 200 misti.

L’anno seguente migliora il proprio record sui 400 misti e nel mese di giugno ottiene anche quello dei 200 misti. Non si ferma: nel luglio del 2004 ritocca nuovamente il suo record sui 400 misti durante le selezioni olimpiche americane, che avrebbero portato gli atleti verso i Giochi Olimpici di Atene 2004.

Ed è proprio ad Atene che ha la ferma intenzione di scolpire il proprio nome nella storia dello Sport. Il ragazzo è conscio che in questa disciplina il suo è uno strapotere: nessuno nasconde i paragoni con l’altro grande nuotatore statunitense di sempre, Mark Spitz, che nel 1972 – alle Olimpiadi di Monaco – vinse ben sette medaglie d’oro, un record mai eguagliato da nessuno. Phelps arriva dunque in Grecia con l’intenzione di infrangere il record di Spitz, forte dell’appoggio della squadra statunitense che nelle staffette è da sempre protagonista.

Gareggia in otto specialità diverse: 200 stile libero, 100 e 200 farfalla, 200 e 400 misti, e nelle staffette 4×100 stile libero, 4×200 stile libero e 4×100 misti. Compie un’impresa, ma arriva solo vicino al record di Mark Spitz: vince 6 medaglie d’oro e 2 bronzi (nei 200 stile libero e nella 4×100 stile libero). Con un totale di otto medaglie in una sola olimpiade Phelps eguaglia il record del ginnasta russo Aleksandr Dityatin, ottenuto alle Olimpiadi di Mosca nel 1980.

Relativamente agli eventi di Atene è doveroso riportare alcune annotazioni importanti: nei 400 misti sigla il nuovo record del mondo; nella finale dei 100 farfalla batte il connazionale Ian Crocker per soli quattro centesimi di secondo; il nuotatore che si piazza meglio nella gara individuale è solito compiere la corrispondente frazione nella staffetta 4×100 misti, ma Phelps esausto per le molte gare cede la frazione a farfalla a Crocker: la squadra statunitense vincerà la gara stabilendo il record del mondo, ma poiché, anche mancando nella finale, aveva partecipato alle gare di qualificazione della staffetta mista, a Phelps viene assegnata la medaglia d’oro assieme ai compagni che hanno disputato la gara finale.

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Nel 2005 partecipa ai campionati mondiali di Montreal, Canada, vincendo quattro titoli: due individuali (200 stile libero e 200 misti) e due in squadra (4×100 e 4×200 stile libero).

Due anni dopo (2007) ai mondiali di nuoto di Melbourne in una sola settimana di gare stabilisce cinque primati mondiali: nei 200 stile libero (frantuma il precedente primato dell’australiano Ian Thorpe), nei 200 farfalla , nei 200 misti, nella staffetta 4×200 stile libero, e infine nei 400 misti. Altre due medaglie d’oro giungono dai 100 farfalla e dalla staffetta 4×100 stile libero. In totale porta a casa un numero complessivo di sette medaglie d’oro conquistate. L’obiettivo dichiarato delle otto medaglie d’oro sfuma a causa della squalifica della squadra americana dalla staffetta 4×100 misti, avvenuta nella batteria di qualificazione per una partenza anticipata di Ian Crocker.

La sua rincorsa a Mark Spitz è uno dei temi più forti delle Olimpiadi cinesi di Pechino 2008. Il 10 agosto vince l’oro nei 400m misti stabilendo il record del mondo. Si ripete il giorno dopo con la vittoria ed il record del mondo nella staffetta 4x100m stile libero. Il 12 agosto vince l’oro nella prova dei 200m stile libero, segnando un nuovo tempo mondiale. Due ori il giorno successivo, sia nei 200m farfalla sia nella staffetta 4x200m stile libero: ancora con due nuovi record del mondo. Il 15 agosto domina la finale dei 200m misti conquistando anche in questa gara oro e primato mondiale. Il giorno dopo vince i 100m farfalla per un solo centesimo (questa volta senza record del mondo). Con questa medaglia eguaglia l’incredibile primato che era di Spitz. Ma il 17 agosto arrivano un nuovo record e l’ottavo oro nella finale della 4x100m misti.

Michael Phelps entra definitivamente nell’albo delle leggende olimpiche come l’atleta che ha vinto più medaglie d’oro in una singola olimpiade. Diventa anche l’atleta ad aver vinto più medaglie olimpiche in carriera (sedici), superando il ginnasta sovietico Nikolay Andrionov.

Un po’ di clamore ha suscitato poi la sua rivelazione che la sua dieta conta circa 12000 calorie giornaliere, quasi sei volte la quantità standard di un uomo adulto.

Un record che gli è sempre sfuggito è quello dei 100 metri farfalla: arriva finalmente nel mese di luglio 2009, nel corso dei campionati americani, quando Phelps ferma il cronometro sui 50″22. Il precedente primato mondiale era del 2005 e apparteneva a Ian Crocker (anch’egli statunitense).

Alle Olimpiadi di Londra 2012 infrange un altro record: il 31 luglio ottiene un oro nei 4×200 stile e un argento nei 200 farfalla, raggiunge la quota totale di 19 medaglie olimpiche vinte in carriera entrando nella storia dei Giochi e dello sport come l’atleta più medagliato di sempre; incrementa poi il suo record nei giorni successivi portando il totale delle medaglie a 22.

Nel settembre del 2014 viene fermato e arrestato per guida in stato di ubriachezza: in seguito a questo fatto viene sospeso per sei mesi dalla federazione nuoto statunitense; per effetto della sospensione salterà i mondiali di nuoto del 2015 (6 anni prima venne fotografato mentre fumava uno spinello e venne sospeso per tre mesi).

Torna alle Olimpiadi nel 2016 a Rio de Janeiro. Vince tre altre gare consolidando ancor più la sua leggenda: 22 ori olimpici in carriera. Quarto oro di fila, in quattro edizioni delle Olimpiadi consecutive, nei 200 misti.

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Django Reinhardt, l’uomo che con sole due dita riuscì a scrivere la storia della chitarra

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IL MIO MITO DJANGO REINHARDT Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgIl mio mito è Django Reinhardt. Django Reinhardt nacque a Liberchies, una città del Belgio, il 23 gennaio del 1910 da una famiglia di etnia sinti, che girovagava in varie nazioni europee e nord-africane, fino a stabilirsi a Parigi. Ancora giovanissimo, Django era già un apprezzato suonatore di banjo, ma la sua vita era destinata a cambiare per sempre. Quando aveva appena diciotto anni la roulotte di famiglia dove lui viveva, fu infatti divorata da un incendio: Django riportò gravi ustioni, tanto da perdere l’uso della gamba destra e di buona parte della mano sinistra, cioè quella che usava sulla tastiera del proprio strumento musicale. L’anulare e il mignolo, distrutti dal fuoco, furono saldati insieme dalla cicatrizzazione e divennero inutilizzabili. Subito dopo l’incendio del caravan, Django rifiutò fermamente l’amputazione della mano sinistra e del piede destro e riuscì fortunosamente a superare il rischio di cancrena che gli si prospettava, ma per lui ogni aspirazione di essere musicista, era ormai del tutto svanita.

Qualsiasi persona al mondo, dopo un incidente del genere, avrebbe probabilmente smesso per sempre di suonare. Ma Django non aveva intenzione di piegarsi al suo destino tragico.

Dopo i primi tempi di nera disperazione e più di un anno di riabilitazione, ricominciò a suonare, ma aveva solo due dita a disposizione e doveva trovare un nuovo strumento e – soprattutto – un modo nuovo per usare al meglio la sua mano menomata. Un modo che nessuno aveva mai usato al mondo. A causa del danno alla mano sinistra, Reinhardt dovette per prima cosa abbandonare il banjo ed iniziare a suonare una chitarra che gli era stata regalata, meno pesante e meno ruvida. Nonostante le dita atrofizzate, o forse proprio “grazie” ad esse, sviluppò una tecnica chitarristica rivoluzionaria e del tutto originale e particolare riuscendo in questo modo a vincere la menomazione fino a tornare sulla scena assieme a diverse orchestre che giravano per la Francia. La sua condizione lo costringeva a ricorrere a tecniche diverse dalla maggioranza degli altri chitarristi e questo contribuì a plasmare il suo stile unico e inimitabile. L’originalissimo modo di suonare di Django, acclamato da musicisti di tutti i generi come geniale ed innovativo, divenne famoso in tutto il globo ed è ancora oggi studiato da molti chitarristi di fama mondiale. Django Reinhardt è tuttora considerato uno dei migliori musicisti della storia ed un esempio di come la volontà e l’amore per le proprie passioni possa far superare ogni difficoltà.

Il mio mito è invece Django Reinhardt, l’uomo che con sole due dita riuscì a scrivere la storia della chitarra e della musica.

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Alan Turing, il padre dell’informatica e dell’intelligenza artificiale

MEDICINA ONLINE ALAN TURING SCIENZIATO LOGICO ANALISTA CRITTOGRAFO QUANTISTICA FISICA INFORMATICA ROBOTICA INTELLIGENZA ARTIFICIALE THE IMITATION GAME.jpgIl mio mito è Alan Turing. Alan Mathison Turing nacque a Londra 23 giugno 1912. Da studente era decisamente poco appassionato a materie come la letteratura, il latino e la religione: ad esse preferiva letture riguardanti la Teoria della Relatività, i calcoli astronomici, la chimica o il gioco degli scacchi. Nel 1931 fu ammesso al King’s College dell’Università di Cambridge dove fu allievo di Ludwig Wittgenstein e dove approfondì i suoi studi sulla meccanica quantistica, la logica e la teoria della probabilità (dimostrò autonomamente il teorema centrale del limite, già dimostrato nel 1922 dal matematico Lindeberg).

Nel 1934 si laureò con il massimo dei voti e nel 1936 vinse il premio Smith (assegnato ai due migliori studenti ricercatori in Fisica e Matematica presso l’Università di Cambridge). Nello stesso anno si trasferì alla prestigiosa Princeton University dove studiò per due anni, ottenendo infine un Ph.D. In quegli anni pubblicò l’articolo “On computable Numbers, with an application to the Entscheidungsproblem” nel quale descriveva, per la prima volta, quella che sarebbe poi stata definita la “macchina di Turing”. Nel 1940, a 28 anni, era già a capo del gruppo di ricercatori impegnati nella decrittazione delle macchine usate dalla marina tedesca durante la Seconda Guerra Mondiale, fra le quali Enigma.

Il 31 marzo 1952 Alan Turing fu arrestato per omosessualità, che all’epoca era considerata reato, e portato in tribunale, dove a sua difesa disse semplicemente che «non scorgeva niente di male nelle sue azioni». Condannato per omosessualità, fu costretto a scegliere tra una pena detentiva a due anni di carcere o la castrazione chimica mediante assunzione di estrogeni. Per non finire in prigione, lo scienziato optò per la seconda alternativa. Per oltre un anno si sottopose a trattamenti che provocarono in lui un calo della libido e lo sviluppo del seno (ginecomastia). La depressione legata al trattamento e all’umiliazione subita fu il motivo determinante che lo condusse, il 7 giugno 1954, al suicidio.

Quel giorno moriva uno dei più brillanti scienziati, matematici e crittoanalisti della storia dell’umanità. E’ considerato il padre della moderna informatica e dell’intelligenza artificiale, dal momento che il suo lavoro negli anni ’30 e ’40 ebbero vasta influenza sullo sviluppo di queste branche della scienza, grazie alla sua formalizzazione dei concetti di algoritmo e calcolo mediante la macchina di Turing: senza tale macchina probabilmente oggi non esisterebbero né i computer né gli smartphone che avete ora davanti agli occhi. Gli studi di Turing furono vitali anche per decifrare i messaggi scambiati da diplomatici e militari delle Potenze dell’Asse, tali studi hanno accorciato di vari anni la fine della Seconda Guerra Mondiale e di conseguenza salvato milioni di vite umane.

Il 24 dicembre 2013 la regina Elisabetta II elargì la grazia postuma per Alan Turing. Quasi 60 anni dopo la sua morte. Alla vita di Turing è dedicato il bel film del 2014 “The Imitation Game” di Morten Tyldum, con protagonista Benedict Cumberbatch nei panni del matematico.

Il mio mito è Alan Turing, il padre della moderna informatica e l’uomo che ha contribuito a salvare milioni di vite nella Seconda Guerra Mondiale.

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Quali sono i 5 piloti italiani più forti di tutti i tempi?

MEDICINA ONLINE RICCARDO PATRESE PILOTA FOTO GP SAN MARINO IMOLA ITALIA 1990

Riccardo Patrese al GP di San Marino nel 1990

Quali sono stati i piloti italiani più forti di tutti i tempi? Senza nulla togliere al grandissimo Fisichella, assente in questa classifica, ecco la nostra top five:

Nino Farina

Gli anni Cinquanta furono anni importantissimi per l’automobilismo italiano, segnati da grandi vittorie e anche grandi lutti. La prima generazione dei campioni che aveva combattuto nelle epiche sfide anteguerra, guidata da quel Tazio Nuvolari che scomparve per un ictus proprio nel 1953, aveva ceduto il posto a un gruppo di nuovi piloti, in parte cresciuti in quelle stesse gare – dalla Mille Miglia ai primi Gran Premi – e in parte emersa dopo la fine del conflitto. All’inaugurazione del Campionato mondiale di Formula 1, nel 1950, si presentava così una pattuglia di piloti italiani ben agguerrita: per l’Alfa Romeo correvano Giuseppe Farina, Luigi Fagioli, Piero Taruffi e Consalvo Sanesi, ai quali si deve aggiungere l’argentino, ma figlio di italiani, Juan Manuel Fangio, forse il più talentuoso pilota di tutti i tempi; per la Maserati c’era Franco Rol, per la Achille Varzi c’era Nello Pagani, per la Milano c’erano Felice Bonetto e Franco Comotti mentre Clemente Biondetti correva per conto proprio; infine, ovviamente, ai nastri di partenza c’era pure la Ferrari con Luigi Villoresi, Alberto Ascari e Dorino Serafini. Il campionato lo vinse Nino Farina, un pilota che aveva già 44 anni e una solida esperienza alle spalle: alla Mille Miglia era arrivato secondo nel ’36, nel ’37 e nel ’40, prima che la Seconda guerra mondiale bloccasse tutto, segnalandosi comunque in tutte le gare disponibili all’epoca. Con l’Alfa aveva un lungo e proficuo rapporto, rafforzato già all’esordio nel Mondiale grazie alla conquista, a Silverstone, della pole position, del Gran Premio e del giro più veloce della corsa; vinse poi anche in Svizzera e in Italia, diventando il primo campione del Mondo della categoria, davanti solo di tre punti al compagno di scuderia Fangio, che vinse lo stesso numero di Gran Premi ma fu costretto più spesso al ritiro (sorte che gli toccò anche nell’ultima gara, a Monza, quella decisiva). Farina corse anche nelle sei stagione successive, arrivando a concludere la sua carriera in Formula 1 a cinquant’anni suonati, incamerando ancora qualche vittoria e sfiorando nuovamente il titolo nel 1952, quando, passato alla Ferrari anche per il ritiro dell’Alfa, si piazzò dietro al dominatore assoluto di quegli anni, Alberto Ascari, del quale parleremo a breve. Il suo stile di guida era arrembante e sfacciato, espressione di un carattere altrettanto sfrontato che veniva messo in mostra anche dai rotocalchi dell’epoca, che sottolineavano la sua passione per le belle donne e il vezzo di correre con un sigaro cubano in bocca. Erano altri tempi, insomma, in cui il fascino personale del pilota superava di gran lunga la tecnologia delle automobili, ed in cui si rischiava veramente la vita ad ogni corsa. Una vita che comunque Farina avrebbe perso poco dopo il ritiro dalle corse: nel giugno del 1966, non ancora sessantenne, infatti prese a velocità troppo alta una curva nei pressi di Aiguebelle, in Francia, mentre si recava ad assistere al Gran Premio di Reims, finendo fuori strada e morendo a bordo della sua Ford Cortina Lotus.

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Alberto Ascari

Nato a Milano nel 1918, essendo figlio d’arte aveva esordito già negli anni Trenta guidando soprattutto motociclette, tanto che nel ’38 era già stato messo sotto contratto dalla Bianchi, decidendo poi due anni dopo di passare alle quattro ruote, esordendo nel 1940 nella Mille Miglia. Passò la guerra a riparare veicoli militari e a rifornire di benzina l’esercito italiano in nord Africa, ma nel 1947 – grazie soprattutto alle insistenze di Gigi Villoresi, amico e socio d’affari nonché suo futuro compagno di squadra in Formula 1 – decise di tornare alle corse accettando un contratto con la Maserati. Già sul finire del decennio era ritenuto il principale antagonista di Nino Farina, pilota più navigato e maturo, e quando il Mondiale prese il via nel 1950 aveva ormai firmato per la Ferrari, casa in forte ascesa anche se per il momento lontana dalla forza dell’Alfa Romeo, che con la sua Alfa 158 stava dominando le corse a ruote scoperte. Fu così solo a partire dal 1951 che il pilota milanese iniziò ad avvicinarsi agli alfisti, prima vincendo i Gran Premi al Nürburgring e a Monza, poi conquistando nel 1952 un titolo che ha qualcosa di leggendario: facilitato dal ritiro dell’Alfa Romeo e dall’infortunio a Fangio, che non disputò alcuna gara nel Mondiale, Ascari vinse tutte le gare alle quali partecipò tranne quella di Indianapolis (nella quale era comunque l’unico pilota non americano e fu costretto al ritiro), facendo registrare un record. L’anno dopo Fangio ritornò – anche se per la Maserati e non per l’Alfa, che continuava a non partecipare – e provò a dar battaglia, ma Ascari trionfò in quattro dei primi sei GP della stagione e mise la vittoria in tasca, confermando anche quello che era il suo tipico stile di guida che lo vedeva scattare subito in testa nei primi giri, imponendo un alto ritmo alla corsa, salvo poi gestire il vantaggio accumulato. Nel 1954, ormai appagato dei successi con la Ferrari, firmò per la Lancia, che era quasi un’esordiente nel settore corse: si impose subito nella Mille Miglia, mentre per quanto riguarda la Formula 1 fu dato inizialmente in prestito alla Maserati, con la quale però fu vittima di due rotture che lo portarono al ritiro; fu poi prestato – mentre la Lancia affinava la propria vettura – alla stessa Ferrari, ma anche qui, pur lottando per la prima posizione a Monza, fu costretto al ritiro; infine esordì con la stessa Lancia, finalmente pronta, nell’ultimo GP della stagione, facendo registrare il giro più veloce ma anche qui non arrivando al traguardo. Nel 1955, infine, tutto sembrava finalmente pronto per far tornare Ascari a lottare per il titolo, visto anche che in alcune gare extracampionato la Lancia si era comportata ottimamente; la stagione però si rivelò subito sfortunata, prima, a Monaco, con una terribile uscita di strada a causa di una macchia d’olio che portò la vettura addirittura ad inabissarsi in mare, poi con l’incidente che costò la vita al pilota: quattro giorni dopo Monte Carlo, infatti, Ascari decise di raggiungere Villoresi ed altri amici a Monza, dove stavano testando una nuova Ferrari, la stessa auto che Ascari chiese di provare e che, capovolgendosi, finì per schiacciarlo al terzo giro di pista, procurandone la morte sul colpo. La Lancia decise, subito dopo quella morte, di cedere tutto il suo materiale alla Ferrari e ritirarsi dalle corse.

Riccardo Patrese

Dopo i fasti degli anni Cinquanta, per i tifosi italiani arrivarono anni di magra. Le scuderie della nostra penisola si ridussero progressivamente, fino a rimanere in corsa solo Maserati e Ferrari, con la prima relegata comunque a posizioni di rincalzo; soprattutto, mancavano i piloti tricolori che potessero lottare per il titolo: dopo il 1960 l’unico italiano che si avvicinò alla vetta della classifica finale fu Lorenzo Bandini, che nel ’64 arrivò quarto dietro a tre piloti britannici, tanto è vero che molti si consolarono tifando per Clay Regazzoni, svizzero di lingua italiana, secondo al Mondiale del ’74, o per l’italoamericano Mario Andretti, terzo nel 1977 e campione del Mondo nel 1978. Qualcosa iniziò a cambiare nei primissimi anni ’80, quando nella classifica finale cominciarono a emergere tre giovani piloti italiani, Elio De Angelis, Riccardo Patrese e Michele Alboreto, con il primo che proprio nel 1980 riusciva a salire sul podio a Interlagos e il secondo faceva lo stesso a Long Beach. Ma partiamo da Patrese, che, più vecchio di qualche anno, aveva esordito prima degli altri in Formula 1: padovano, classe 1954, Patrese arrivò nella massima categoria nel 1977, ad appena ventitré anni, dopo un ottimo percorso che dai kart l’aveva portato alla Formula 3, dove si era diplomato campione europeo. Dotato di un forte temperamento, aveva una guida molto aggressiva e sfrontata, che gli attirò simpatie tra i tifosi ma anche antipatie tra i colleghi; qualche anno fa, a tal proposito, ha fatto il giro del mondo il video, registrato all’interno di una Honda Civic, in cui si vedevano le reazioni esterrefatte della moglie Francesca Accordi portata da lui in giro lungo un circuito, senza tanti riguardi per la paura di lei e per le promesse fatte in precedenza. In Formula 1 arrivò grazie alla Shadow, team statunitense da poco attivo nella categoria da una costola del quale sarebbe nata poi la Arrows, seconda scuderia dello stesso Patrese. Proprio nella sua seconda stagione iniziarono ad arrivare i primi risultati, con un secondo posto in Svezia e un quarto a Montreal; dopo altri tre podi, la prima vittoria in un GP arrivò nel 1982 con il passaggio alla Brabham, quando sembrava finalmente arrivato l’anno giusto per il pilota padovano visto che vinse anche l’importante Gran Premio di Monaco (in una gara caratterizzata da numerosi ritiri a causa della pioggia) e si piazzò pure secondo in Canada e terzo negli Stati Uniti. Si trovò così a metà stagione in buona posizione in classifica generale, salvo poi incappare in una serie di ritiri che lo riportarono distante dalla vetta. Una seconda vittoria la ottenne l’anno successivo in Sudafrica, mentre ben poco fortunato fu il momentaneo passaggio all’Alfa Romeo nel 1984 e 1985. La sorte cominciò finalmente a girare solo nel 1989, quando era ormai un veterano dei Gran Premi con più di dieci anni di esperienza alle spalle: la Williams, che l’aveva messo sotto contratto l’anno prima, trovò finalmente l’assetto giusto grazie al motore Renault e, dopo le poco proficue prime tre gare, proiettò il padovano in lotta per il titolo con quattro podi consecutivi e cinque in sei gare; purtroppo per l’italiano, però, il Mondiale si rivelò presto una gara a due tra Prost e Senna, entrambi alla McLaren Honda, col secondo più vincente ma il primo più continuo e campione alla fine della stagione. Patrese ci riprovò comunque di nuovo nel 1991 e nel 1992, ormai quasi quarantenne: nel primo caso vinse due Gran Premi ma non riuscì a tenere testa allo strapotere di Senna, piazzandosi terzo dietro al compagno di scuderia Mansell; l’anno dopo, con la McLaren in calo e la crescita non ancora completa della Benetton, la Williams finalmente ebbe l’occasione di vincere, ma tutte le innovazioni vennero date prima a Mansell, di fatto la prima guida, e Patrese non andò oltre il titolo di vicecampione del Mondo. L’ultima annata prima del ritiro, corsa con la Benetton, lo vide infine chiudere al quinto posto assoluto.

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Elio De Angelis

Meno fortunata rispetto a quella di Patrese fu la carriera del quasi coetaneo Elio De Angelis, nato a Roma nel 1958 e purtroppo scomparso prima di poter raggiungere il traguardo dei trent’anni. Il suo percorso fu però, almeno all’inizio, simile a quello del compatriota di cui abbiamo appena finito di parlare: dopo essersi fatto le ossa nelle competizioni minori e aver conquistato nel 1977 il titolo di campione nazionale di Formula 3, approdò in Formula 1 sempre grazie alla Shadow, costantemente alla ricerca di nuovi talenti da lanciare nel panorama dell’automobilismo mondiale; già dal suo primo anno mise in mostra promettenti qualità, passando poi nel 1980 alla Lotus e ottenendo il suo primo podio in Brasile, alla seconda gara con la nuova scuderia. I primi anni alla casa britannica – con l’eccezione dell’annata nera 1983, in cui riuscì a concludere solo due GP – furono caratterizzati da buoni piazzamenti, coronati dalla vittoria del Gran Premio d’Austria nel 1982 (in un fotofinish memorabile con il finlandese Keke Rosberg, all’interno di una gara comunque caratterizzata da molti ritiri); ma dal 1984 De Angelis sembrò in grado di poter correre per le prime posizioni, visto che era maturato lui come pilota ed era cresciuta anche la sua vettura. Il 1984 infatti partì molto bene, col pilota italiano capace di conquistare subito la pole position nella prima prova in Brasile, poi conclusa al terzo posto; fino a metà campionato De Angelis continuò ad accumulare punti, salendo sul podio anche a Imola e nei due GP statunitensi di Detroit e Dallas, ma nella seconda parte della stagione la superiorità tecnica della McLaren emerse in maniera indiscutibile, soprattutto per la capacità dei tecnici della Porsche di gestire meglio le limitazioni al carburante imposte da regolamento in quella stagione. De Angelis concluse comunque terzo assoluto, anche se molto staccato da Lauda e Prost, che si contesero il titolo fino all’ultimo giro dell’ultima corsa. L’anno dopo l’inizio fu ancora incoraggiante, con la vittoria a Imola, tanti piazzamenti tra i primi cinque e un momentaneo primo posto nella classifica generale, ma lo strapotere di Prost e della sua McLaren furono ancora una volta troppo netti per tutti. Nel 1986 De Angelis cambiò quindi scuderia, passando alla Brabham, dove trovò anche Patrese; la macchina però non riuscì ad ingranare e non si dimostrò nemmeno troppo sicura: durante una sessione di prove private a Marsiglia infatti si staccò l’alettone posteriore dell’auto, facendo cappottare più volte l’auto, che prese pure fuoco: gli insufficienti mezzi di soccorso e l’arrivo tardivo dell’elicottero condannarono De Angelis a non salvarsi. La sua morte fece scalpore e destò commozione, oltre a spingere i piloti a minacciare la FIA di sciopero se non si fossero migliorate immediatamente le condizioni di sicurezza delle piste e delle prove. De Angelis, assieme al Michele Alboreto di cui parleremo subito, era in quel momento la miglior promessa dell’automobilismo italiano, come non se ne vedevano da anni.

Michele Alboreto

Coetaneo di De Angelis era anche l’altra grande promessa della Formula 1 di quegli anni, quel Michele Alboreto che fu l’ultimo pilota italiano a vincere una gara di Formula 1 a bordo di una Ferrari, e quello che andò più vicino a un titolo di Campione del Mondo che manca ai nostri concittadini dai tempi proprio di Ascari, il pilota a cui più spesso Alboreto è stato paragonato per stile di guida. Nato a Milano nel 1956, aveva seguito un cursus honorum simile a quello di Patrese e De Angelis, passando dalle formule minori – ma anche correndo in endurance, a volte in coppia proprio con Patrese – prima di approdare nella categoria principale nel 1981 grazie alla Tyrrell, che comunque non passava un buon momento. Già dal 1982, comunque, cominciò a mettersi in mostra, soprattutto nell’ultima gara di Las Vegas, in un circuito a lui congeniale che gli permise di ottenere il terzo posto in qualifica e poi superare Prost durante la corsa, aggiudicandosi la gara; il buon risultato fu poi ripetuto anche l’anno seguente, quando Alboreto portò la sua Tyrrell a vincere a Detroit, approfittando del ritiro di Arnoux e di una tattica di gara molto accorta. Questi buoni risultati conquistati a 26 e 27 anni d’età gli permisero di stuzzicare l’interesse della Ferrari: fu ingaggiato nel 1984, ma la prima stagione – nonostante la vittoria con pole in Belgio e i due secondi posti a Monza e al Nürburgring – fu nel complesso deludente, con la McLaren dominatrice e Alboreto superato alla fine in classifica generale anche da De Angelis, alla guida della Lotus. L’anno giusto sarebbe dovuto essere, però, il 1985, visto che la Ferrari sembrava in grado di colmare il gap rispetto alla casa automobilistica rivale: la partenza del campionato fu infatti incoraggiante, con Alboreto vincente in Canada e soprattutto sul podio in otto delle prime dieci gare, tanto da diventare il primo pilota italiano a guidare la classifica generale dai tempi del 1958. Anche la seconda parte di stagione si aprì benissimo, con una vittoria in Germania ottenuta rimontando addirittura dall’ottavo posto, ma quello fu probabilmente il canto del cigno del pilota italiano e della sua Ferrari: nella quintultima prova, a Monza, chiuse solo tredicesimo e nelle ultime quattro gare dovette sempre ritirarsi a causa dell’introduzione di un nuovo motore non affidabile quanto il precedente, lasciando di fatto via libera a Prost, che andò a conquistare il titolo. Le tre stagioni successive, tutte affrontate alla guida della Ferrari, furono deludenti soprattutto per problemi di prestazione della monoposto, che non riuscì a risultare competitiva, tanto è vero che la casa di Maranello scese spesso e volentieri al quarto posto nel Mondiale costruttori, sopravanzata da Williams, McLaren e Lotus. L’addio con la Ferrari si consumò così nel 1988, con Alboreto costretto a trovarsi una nuova squadra e a firmare prima per la Tyrrell e poi per la Arrows, con vetture che però non erano per nulla competitive e non gli permettevano di correre neppure per la zona punti. Ritiratosi nel 1994 – dopo due stagioni incolori alla Scuderia Italia e alla Minardi -, si spostò a correre gare a ruote coperte, sia nel campionato DTM che in altre manifestazioni prestigiose come la 24 Ore di Le Mans; fu proprio mentre si preparava a una nuova edizione di quella corsa, nel 2001, che morì mentre stava effettuando dei collaudi sulla sua Audi a causa di un pneumatico forato e di un successivo schianto con capovolgimento della vettura, a tal proposito: L’incidente e la morte del grande Michele Alboreto

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