Aids: così è nato il primo vaccino terapeutico per bambini

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I ricercatori del gruppo guidato dal dottor Paolo Palma, a cui va tutta la mia stima per i risultati ottenuti

Il primo vaccino terapeutico pediatrico al mondo contro l’hiv è stato sperimentato con successo all’Ospedale pediatrico “Bambino Gesù” di Roma. Lo studio, durato due anni e condotto su due gruppi di 10 bambini infetti, è stato pubblicato sulla rivista scientifica open source “PLOS ONE”, una scelta legata alla possibilità per ricercatori di ogni paese di accedere immediatamente e gratuitamente ai risultati della ricerca per proseguirne la strada. Il successo di questo vaccino potrebbe ridurre il rischio dei fallimenti terapeutici legati alla ridotta aderenza nel tempo alle cure antiretrovirali. Si parla in questi casi di vaccini “terapeutici” in quanto servono a curare persone già infette: non esiste al momento un vaccino profilattico anti Hiv.

“Il vaccino sperimentato è stato realizzato dal Karolinska Institutet di Stoccolma secondo le specifiche dei nostri ricercatori – spiega Paolo Palma, immunoinfettivologo del Bambino Gesù dell’equipe del professor Paolo Rossi che ha compiuto lo studio in collaborazione con la cattedra di Pediatria dell’Università di Roma “Tor Vergata” -. Nel soggetto infetto, in questo caso un bambino, viene somministrato il dna di una specifica proteina del virus dell’Hiv. Queste informazioni genetiche introdotte nelle cellule del paziente stimolano la risposta immunologica dell’organismo. La cellula umana che riceve il dna dell’Hiv inizia a sintetizzarla, migliorando la risposta immunitaria verso il virus. Fino a qualche anno fa sperimentare su un bambino era ritenuto non etico, oggi la situazione è completamente ribaltata e il bambino necessita di una sperimentazione pediatrica sempre più attenta alle sue esigenze”.

Lo studio è stato effettuato su 20 bambini con infezione verticale da Hiv. I 10 di loro cui è stato somministrato il vaccino hanno sviluppato un significativo aumento della reattività al virus dell’Hiv a differenza del gruppo che non lo ha ricevuto. I dati raccontano che dopo circa 7 anni dall’inizio della terapia antiretrovirale, il 50 per cento dei soggetti va incontro al fallimento terapeutico. Altro rischio della mancanza di continuità nel seguire la terapia è l’insorgere di virus resistenti alle cure antiretrovirali. “Per validare lo studio abbiamo avuto bisogno di arruolare un gruppo di controllo della stessa età con range o età comparabile per capire se le capacità di vaccinazione beneficiassero di aspetti positivi – prosegue Palma -. In età adolescenziale c’è una totale ribellione alla malattia e all’utilizzo dei farmaci. Con questo studio vogliamo arrivare a prevenire un eventuale fallimento terapeutico che può verificarsi intorno ai 9/10 anni e aiutare il sistema immunitario del ragazzo a sviluppare nuove possibilità terapeutiche”.

L’importanza di questo trial ha spinto i ricercatori del Bambino Gesù a pubblicare lo studio sulla più prestigiosa rivista scientifica open source PLOS ONE (“Una scelta dettata dalla possibilità di far interagire il nostro studio con i ricercatori di tutto il mondo. Siamo molto aperti a miglioramenti e indicazioni da parte di tutti”, spiega Palma). La trasmissione materno-infantile dell’Hiv è un problema che riguarda soprattutto paesi poveri o poco sviluppati e la pubblicazione su una piattaforma gratuita permetterà a chiunque di seguire la strada tracciata dallo studio del Bambino Gesù. Grazie ai risultati dello studio sarà possibile procedere alla fase successiva della sperimentazione che prevede la somministrazione precoce della terapia antiretrovirale, la successiva somministrazione del vaccino e, nell’adolescenza, la possibile sospensione della terapia antiretrovirale per periodi di tempo ristretti e sotto monitoraggio.

“La fase attuale è quella di vedere se le risposte avute in laboratorio, fino adesso eccezionali, si possono tramutare in qualcosa di più concreto fino ad arrivare alla formulazione di un vaccino terapeutico sicuro – conclude Palma -. In pratica, se vado a sospendere la terapia che cosa succede? Noi vogliamo arrivare a dare una risposta . Per farlo serve l’aiuto di tutti. Fino ad oggi ho avuto una straordinaria risposta da parte di ricercatori italiani che hanno offerto il proprio contributo, a titolo gratuito, allo studio. Ora dobbiamo pensare ad un ambito più europeo, al fine di arrivare ad attirare gli investimenti giusti per proseguire la ricerca e fare in modo di dare risposte efficaci”.

DAL 2001 AL 2012 -52% DI CASI BAMBINI INFETTI

Il 1° dicembre è la giornata mondiale contro l’aids. A fine 2012, secondo il rapporto globale 2013 Joint United Nations Programme on HIV/AIDS (UNAIDS) , erano 35.3 milioni le persone affette in tutto il mondo. Nell’ultimo anno ci sono stati più di 2 milioni di nuovi infetti (-33% rispetto ai 3.4 milioni di nuovi infetti del 2001). In calo le morti per AIDS che sono passate dai 2.3 milioni del 2005 ai 1.6 milioni del 2012. Sensibilmente in calo anche il numero di nuovi infetti in età pediatrica: si è passati infatti dai 550 mila del 2005 ai 260 mila del 2012. Nonostante questo, l’accesso ai trattamenti antiretrovirali nella popolazione pediatrica è circa la metà rispetto alla popolazione adulta (34% di bambini infetti trattati contro il 65% degli adulti). In alcuni Paesi solo 3 bambini su 10 ricevono le cure appropriate. A dicembre 2012, 900 mila donne incinte infette da Hiv hanno ricevuto cure antiretrovirali. La copertura è passata dal 57 per cento del 2011 al 63 per cento del 2012. Dal 2001 al 2012 c’è stata una riduzione del 52 per cento di casi di bambini infetti. Espandere l’accesso ai servizi di prevenzione della trasmissione materno-infantile ha evitato a più di 670 mila bambini di nascere infetti tra il 2009 e il 2012. Attualmente presso il Bambino Gesù sono seguiti 104 pazienti (più di 40 sono stati trasferiti con successo presso i centri dell’adulto). Di questi, 55 sono stranieri provenienti da zone ad alta endemia. Dalla metà del 2006 sono state effettuate 25 nuove diagnosi.

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Astenospermia: spermiogramma, spermatozoi deboli e loro motilità

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO SPERMA SPERMATOZOO OVOCELLULA SESSO CONCEPIMENTO GRAVIDANZA PENEAstenospermia, o astenozoospermia, viene dal greco: a privativo, stenos (forza) e speiro (seminare), quindi pressappoco “mancanza di forza nel seme” Per definizione la parola “astenospermia” indica una anomalia del liquido seminale caratterizzata da una riduzione della motilità degli spermatozoi che può ostacolare la fecondazione, con conseguente possibile infertilità e sterilità del soggetto (a tal proposito leggi anche: Differenza tra infertilità e sterilità).

Infertilità e spermiogramma

Tu e la tua partner non riuscite ad avere figli. Una delle prime cose da fare è senza dubbio la valutazione della fertilità del partner maschile che deve essere tra le prime indagini svolte nella diagnostica dell’infertilità di coppia perché può condurre velocemente e con costi ridotti ad una diagnosi corretta ed orientare eventuali indagini successive. L’esame di laboratorio di prima istanza per la valutazione della fertilità maschile è lo spermiogramma o esame del liquido seminale. Questo esame serve ad evidenziare le varie componenti e le varie caratteristiche dello sperma al fine di dare un giudizio sulla fertilità.

Come si effettua lo spermiogramma?

La raccolta del campione deve essere effettuata dopo un periodo di astinenza dai rapporti sessuali e dalla masturbazione di circa 3-5 giorni in quanto tempi maggiori o minori potrebbero alterare i risultati dell’esame rendendolo poco attendibile. La raccolta deve essere completa poiché deve essere esaminata la totalità del liquido seminale eiaculato e la consegna deve avvenire entro e non oltre un’ora.

Per approfondire: Spermiogramma: come fare, astinenza, valori risultati e costo

Valutazione del campione

Il campione raccolto viene sottoposto inizialmente ad una valutazione macroscopica per la determinazione di alcune caratteristiche fisico-chimiche, in particolare l’aspetto, il volume, il pH, la viscosità e la fluidificazione. Successivamente viene effettuata la valutazione microscopica per la determinazione della concentrazione, della motilità e della morfologia degli spermatozoi. Questi parametri vengono poi confrontati con gli standard di normospermia proposti ed approvati dal WHO (World Health Organization). Interpretare il risultato di uno spermiogramma e adattare i risultati alla realtà clinica del paziente è di fondamentale importanza per stabilire le eventuali cause di infertilità e il trattamento terapeutico più appropriato.

Leggi anche: Come avere un’eiaculazione più abbondante e migliorare sapore, odore, colore e densità dello sperma?

Valutare la motilità degli spermatozoi

In uno spermiogramma si devono prendere in considerazione vari fattori, tra questi la motilità è senza dubbio una delle caratteristiche più importanti. Essa è assicurata dal movimento della coda dello spermatozoo o flagello che gli permette lo spostamento in avanti attraverso liquidi con diversa fluidità. Un liquido seminale normale deve contenere almeno il 50% di spermatozoi mobili e tale parametro deve essere stimato non solo da un punto di vista quantitativo ma anche qualitativo.

Diversi tipi di motilità

Vengono valutati diversi tipi di motilità: la motilità lineare o progressiva, la discinetica o non lineare, la motilità agitatoria in loco o in situ, caratterizzata da un movimento sul posto non progressivo, e una motilità assente caratterizzata da spermatozoi immobili. Per motilità lineare o progressiva intendiamo un tipo di movimento che si compie lungo una traiettoria o linea precisa e che lo spermatozoo segue senza tornare indietro. Questo tipo di motilità può a sua volta essere veloce o lenta.

Leggi anche: Ipoposia: quando lo sperma è troppo poco. Cause e terapie per aumentare la quantità di eiaculato

Quando la motilità degli spermatozoi è bassa

Con il termine di astenospermia si indica la condizione in cui la percentuale di motilità scende al di sotto dei valori di riferimento. Dopo una-due ore dall’eiaculazione, nel soggetto normale, la percentuale di forme dotate di motilità progressiva veloce, progressiva lenta e discinetica deve essere uguale o maggiore del 50% mentre la motilità tipica progressiva (quella veloce più quella lenta) maggiore o uguale al 25%.

Le alterazioni della motilità degli spermatozoi definiscono le condizioni di:

  • modesta (motilità a 1 ora compresa tra 30 e 40%);
  • discreta (motilità a 1 ora compresa tra 20 e 30%);
  • severa (motilità a 1 ora inferiore al 20 %).

Cause di astenospermia

Può essere causata da un’alterata formazione degli spermatozoi nel testicolo. Può essere dovuta a traumi, varicocele, infiammazioni (orchiti), abuso di alcolici o di farmaci (cimetidina, chemioterapici antitumorali), criptorchidismo, ipogonadismo, irradiazione locale, assenza congenita delle cellule produttrici di spermatozoi, presenza di anticorpi antispermatozoi. In caso di orchite le cause possono essere molto varie: nella maggior parte dei casi essa compare a seguito della parotite, più raramente a seguito di sifilide, tifo, tubercolosi, gonorrea e prostatite. Nei casi di pazienti affetti da paraplegia e con una vescica neurologica la causa dell’orchite può essere anche dovuta ad una cateterizzazione sbagliata. Per alcuni casi si sospetta una forte componente genetica, benché non siano ancora stati identificati con precisioni geni coinvolti nell’insorgenza di questa condizione; si sospetta che siano coinvolti geni codificanti per proteine costituenti della coda degli spermatozoi o proteine coinvolte nella produzione di ATP (molecola che fornisce energia).

Fattori che influenzano la motilità degli spermatozoi

La motilità può dipendere fisiologicamente dalla durata dell’astinenza (ed è per questo che l’astinenza non deve superare il quinto giorno) , inoltre può essere influenzata anche dalla temperatura di conservazione del campione del liquido seminale. Anomalie della forma degli spermatozoi (teratospermia), anomalie del loro metabolismo energetico, variazioni della componente liquida dello sperma (pH, fluidificazione, viscosità etc) possono influenzarne la capacità motoria. Altri fattori che agiscono sulla mobilità sono l’abuso di alcool e altre sostanze voluttuarie, l’esposizione dei testicoli al calore (sauna, posizione seduta prolungata), la presenza di un varicocele, un’ infezione del tratto urogenitale (Chlamydia, Mycoplasma e Ureaplasma, Papilloma virus etc), un processo infiammatorio non-infettivo, una patologia genetica, un fattore immunologico (cioè presenza di anticorpi contro gli spermatozoi, spesso dopo infezioni locali trascurate a lungo o non diagnosticate) e anche l’assunzione di alcuni farmaci ( come ad esempio gli antibiotici).

Cura dell’astenospermia

A tale proposito vi invito alla lettura di questo articolo: Astenospermia e spermatozoi deboli: cura e trattamento

Integratori alimentari efficaci nel migliorare quantità e qualità di sperma, potenza dell’erezione e libido sia maschile che femminile

Qui di seguito trovate una lista di altri integratori alimentari acquistabili senza ricetta, potenzialmente in grado di migliorare la prestazione sessuale sia maschile che femminile a qualsiasi età e trarre maggiore soddisfazione dal rapporto, aumentando la quantità di sperma disponibile, potenziando l’erezione e procurando un aumento di libido sia nell’uomo che nella donna:

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Ipoposia: quando lo sperma è troppo poco. Come aumentare la quantità di eiaculato

MEDICINA ONLINE ANSIA DA PRESTAZIONE SESSO TRISTE SESSUALE PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE PAURA TIMORE COPPIA MENTE PSICOLOGIA LETTO PENETRAZIONE MATRIMONIO FIDANZATI UOMO DONNA LIBIDO SPERMA PIACERE SEXDopo aver parlato degli esercizi di Kegel che, tra i vari effetti, potenziano la forza dell’eiaculazione, e dopo aver descritto i metodi per aumentare il volume dell’eiaculato in condizioni fisiologiche, oggi invece parliamo di quando lo sperma è diminuito a causa di una patologia e di come alcune terapie possano risolvere il problema riportando la quantità di eiaculato a livelli ottimali.

La situazione tipica in ambulatorio è il paziente che giunge da me lamentandosi di come il suo sperma sia poco e/o “strano”. Il soggetto, di solito non giovanissimo, riferisce di aver notato ipoposia, cioè la riduzione del volume dello sperma, e l’agglutinazione , cioè uno sperma non liquido, ma finemente granuloso (sperma “a grumi”) o con presenza di fiocchi. Ciò può indicare la presenza di prostatite. Il mio obbiettivo a questo punto diventa curare la prostatite e ciò determinerà fisiologicamente un aumento della quantità dello sperma e della sua qualità. Ma cominciamo come al solito dal principio con la domanda più importante:

Cos’è lo sperma?

Lo sperma, anche chiamato “liquido seminale“, è un liquido organico di consistenza liquido-albuminosa, generalmente di colore biancastro oppure bianco-perlato, con aspetto opalescente o lattescente, che contiene gli spermatozoi prodotti nei testicoli ed altre sostanze di natura organica prodotte dalla prostata, dalle vescichette seminali e dalle ghiandole periuretrali. Interventi chirurgici come la vasectomia permettono all’uomo di avere rapporti eiaculando solamente liquido spermatico privo di spermatozoi, annullando così la possibilità di concepire un figlio.

Leggi anche: Cattivi odori del pene: cause e consigli per neutralizzarli

Qual è la quantità normale di sperma e di spermatozoi?

Un uomo adulto con una singola eiaculazione emette circa dai 1,5 ml ai 6 ml di sperma (circa un cucchiaino), quantità che dipende dall’intervallo di tempo che passa tra un’eiaculazione all’altra, dalla produzione di testosterone, dallo stress psicofisico del soggetto e da molti altri fattori individuali non del chiariti. In genere, più è lungo l’intervallo passato dall’ultima eiaculazione, più sperma viene prodotto, con una quantità massima cumulabile che si raggiunge generalmente dopo circa una settimana di astinenza. Variabile è anche il numero di spermatozoi per millilitro di eiaculato, legato soprattutto allo stato di salute del soggetto, tale numero varia da 20 a 200 milioni per millilitro. Anche la densità del liquido spermatico dipende da più fattori. Nella maggior parte dei casi ha una densità discreta, ma il suo aspetto può variare da una cremosità vistosa ad uno stato quasi completamente liquido, ma mai trasparente. La viscosità del liquido seminale cambia rapidamente dopo l’emissione; inizialmente molto denso e cremoso, tende a fluidificarsi in tempi variabili da pochi minuti a mezz’ora. Il caratteristico intenso odore è dovuto all’ossidazione della spermina nella sua base volatile.

Leggi anche: Mappa delle zone erogene femminili: scopri i punti che la fanno impazzire

Protezione e nutrimento nel lungo viaggio fino all’ovulo da fecondare

Il seme degli esseri umani contiene una complessa gamma di costituenti organici ed inorganici e rappresenta per gli spermatozoi sia una protezione che un nutrimento, durante il loro viaggio attraverso il tratto riproduttivo femminile. L’ambiente vaginale è infatti ostile per le cellule dello sperma, poiché è un ambiente molto acido (per via della microflora ivi esistente che produce acido lattico), viscoso e ricco di cellule immunitarie. I tanti componenti presenti nel seme, favorevoli agli spermatozoi, cercano di compensare con questo ambiente ostile affinché gli stessi possano sopravvivere per il tempo necessario al raggiungimento dell’ovulo da fecondare.

Leggi anche: Sperma e sesso orale sono antidepressivi naturali per le donne

Integratori alimentari efficaci nel migliorare quantità di sperma, erezione e libido

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Cause di riduzione dello sperma

Il ridotto volume del liquido seminale – che come dicevo all’inizio dell’articolo si chiama ipoposia – può essere dovuto principalmente ad infiammazione, in genere delle vescicole seminali o della prostata (prostatite), o ad una carenza di testosterone. Per decidere la terapia è necessario valutare la situazione vescicolare e prostatica (con una ecografia) ed il quadro ormonale. Elenchiamo comunque le maggiori possibili cause di ipoposia.

1) Prostatiti e ipertrofia prostatica: il processo infiammatorio altera la qualità del secreto prostatico ed induce inibizione sull’attività testicolare di produzione degli spermatozoi. La presenza della infiammazione produce edema all’interno della ghiandola prostatica che determina un aumento della pressione interna (dato che la prostata è dotata di una capsula inestensibile), fa collabire i dotti eiaculatori, per cui per il passaggio dello sperma sarà necessaria una maggiore spinta. La presenza di questa pseudostruzione transitoria fa fuoriuscire solo una parte dello sperma al momento della eiaculazione, mentre un’altra parte dello sperma viene poi espulso lentamente con le urine. Il meccanismo della prostatite può valere anche nella ipertrfoia prostatica, dove l’aumento volumetrico della ghiandola da incremento delle ghiandole e delle dimensioni di esse, porta a ipoposia.

2) Malattie a trasmissione sessuale: i microrganismi possono interferire con la vitalità e la produzione degli spermatozoi, nonché con la qualità del secreto prostatico e vescicolare. La reazione immunitaria può indurre danni alla struttura degli spermatozoi ed alla funzione prostatico-vescicolare.

3) Malattie sistemiche: febbre, infezioni, malattie renali, alterazioni metaboliche ed immunitarie possono determinare alterazioni qualitative e quantitative dello sperma.

4) Varicocele: l’alterazione indotta dei flussi vascolari peritesticolari e pelvici può alterare la capacità funzionale della prostata e dei testicoli.

5) Criptorchidismo: la mancanta discesa nello scroto dei testicoli induce la perdita della funzione produttiva degli spermatozoi.

6) Disfunzioni ormonali: i disordini della regolazione ipotalamico-ipofisario-testicolare altera gli equilibri necessari alla stimolazione ormonale degli organi produttori; tali disordini possono essere dovuti a fattori endogeni e talvolta all’azione di alcuni farmaci.

7) Farmaci: oltre quelli interferenti con la regolazione ormonale, altri farmaci hanno azioni tossiche più o meno dirette, soprattutto nelle assunzioni a medio-lungo periodo.

8) Eiaculazione retrograda: in seguito ad alcune disfunzioni motorie del collo vescicale od a seguito di interventi su di esso, l’eiaculazione può essere riversata totalmente o in parte nella vescica anziché avere la sua naturale espulsione all’esterno.

9) Traumi testicolari e cancro testicolare: il danno indotto altera la funzione produttiva degli spermatozoi o la loro emissione verso il dotto deferente.

10) Ostruzioni dei dotti deferenti ed eiaculatori: microtraumi, infezioni, infiammazioni, malformazioni, possono indurre l’occlusione dei dotti impedendo la migrazione degli spermatozoi verso l’uretra prostatica.

11) Malattie geniche: alcune malattie genetiche possono portare ad alterazioni testicolari o delle strutture coinvolte impedendo la produzione di spermatozoi e la loro emissione.

12) Malattie autoimmunitarie. Anticorpi prodotti nella via maschile o femminile possono paralizzare gli spermatozoi impedendo loro di nuotare verso la loro destinazione.

Leggi anche: Un uomo può avere un orgasmo senza eiaculare sperma?

Terapie per l’ipoposia

Non esiste una unica terapia che risolva tutti i casi di ipoposia. Ogni terapia deve essere specifica per la patologia o per la condizione che a monte ha determinato la riduzione dello sperma. Essendo prostatite, ipertrofia prostatica e calo del testosterone le cause più diffuse di ipoposia, facciamo un rapido accenno sulle terapie per queste tre patologie:

1) Terapia per la prostatite (anche se asintomatica o come unico sintomo presenza di riduzione del volume dello sperma): Antibiotico , possibilmente chinolonico, ad ottima penetrazione tessutale prostatica, ed antinfiammatorio. A questi prodotti è possibile associare una varietà di integratori che hanno il compito di migliorare la quantità dello sperma (come tribulus terrestre e arginina). In caso di secrezione più vischiosa , ci sono indicazioni ad assumere anche dei fluidificanti ed effettuare terapia idropinica (almeno due litri di acqua oligominerale al giorno)

2) Terapia per l’ipertrofia prostatica (anche se asintomatica o come unico sintomo presenza di riduzione del volume dello sperma): diverso sarà il quadro della ipoposia che si realizza nella ipertrofia prostatica. In questo caso , anche se non sono presenti sintomi irritativi ed ostruttivi , dovrà essere intrapresa una terapia volta alla riduzione del volume della ghiandola. Oltre ai farmaci che possono essere usati anche per la prostatite, si può usare serenoa repens associata allo zinco , per arrivare fino alla finasteride o dudasteride (anche se questi farmaci sono caratterizzati dal rischio diminuizione libo/deficit erettile).

3) Terapia per il calo di testosterone
Si ricorda che un’altra importante causa della ipoposia può essere il calo del testosterone, l’importante ormone maschile. Verificato il deficit di quest’ultimo il medico vi saprà indicare una buona terapia. Importante limitare l’uso della melatonina. Ovvio che prescrizione e somministrazione di tutti i farmaci e gli integratori fin qui descritti, dovranno avvenire sotto stretto controllo medico.

Leggi anche: Come aumentare il testosterone per migliorare muscoli e rapporti sessuali

IMPORTANTISSIMO: Se cerchi un aumento del testosterone e della quantità/qualità dell’eiaculazione, poche cose sono peggiori della masturbazione compulsiva attuata nella dipendenza da video pornografici su internet. Leggi questo articolo per capire in cosa consiste l’enorme trappola del porno online: Masturbazione compulsiva e dipendenza dalla pornografia online causano impotenza anche nei giovani: colpa dell’effetto Coolidge

ATTENZIONE ALLA MELATONINA: La melatonina, usata per trattare l’insonnia, influenza molto negativamente la sfera sessuale dell’uomo. La melatonina diminuisce – da parte dell’ipotalamo – il rilascio di GnRH (ormone di rilascio delle gonadotropine) che induce il rilascio di gonadotropine (FSH e LH) dall’ipofisi anteriore, per questo motivo diminuisce la sintesi di testosterone e quindi la libido. Più precisamente, inibisce la secrezione dell’LH (ormone luteinizzante) che stimola nel maschio l’attività endocrina delle cellule interstiziali del testicolo con produzione di testosterone e di sperma. Smettete di assumere la melatonina, o almeno limitate l’assunzione alla dose di 1mg/die.

Aumentare la lunghezza del pene con ausili meccanici

Esistono due tipi di strumenti per l’allungamento del pene: le pompe a vuoto e gli estensori. Le pompe a vuoto per l’allungamento penieno sono costituite da un cilindro in cui infilare il pene e di un meccanismo di pompaggio che fa espandere il pene oltre le sue normali capacità. Le pompe a vuoto, pur non fornendo guadagni macroscopici delle dimensioni, in alcuni soggetti potrebbero aumentare, anche se di poco, circonferenza e lunghezza del pene. Esempi di pompe a vuoto tecnicamente ben costruite, sono:

Le pompe Bathmate non sono tuttavia sempre disponibili su Amazon. Un prodotto più economico, ma comunque caratterizzato da buona costruzione, è questo: https://amzn.to/3qn4ILB
Un altra pompa peniena, ancora più economica ma comunque ben funzionante, è questa: https://amzn.to/3K7H6Ti

Un estensore penieno è una struttura composta da due anelli (uno da fissare alla base del pene, l’altro appena sotto il glande) uniti da aste metalliche ai lati, che vengono regolate in modo da tenere in trazione il pene, “stirandolo”, per ottenere un suo allungamento non chirurgico. Esempi di estensori tecnicamente ben costruiti, sono:

Nota bene: le indicazioni che leggete qui sono solo indicative, non giocate con la vostra salute cercando di curarvi da soli: rivolgetevi ad un bravo medico!

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Nuova Sars: il virus è mortale nel 56% dei casi

DOTT. EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO MEDICINA ONLINE SCIENZIATO MICROSCOPIO LABORATORIO RICERCATORE RICERCA SCIENTIFICA SCIENZA BATTERI VIRUS MICROBI VETRINO ANATOMO PATOLOGO OSPEDALEUn nuovo coronavirus si sta diffondendo e sembra essere piè pericoloso della Sars. Questo nuovo virus sarebbe capace di infettare diverse specie, dagli animali all’uomo: si teme che possa subire delle mutazioni, aumentando la possibilità di una nuova epidemia. Se la mortalità in caso di Sars si aggirava attorno all’11%, la nuova infezione potrebbe causare, nel 56% dei casi, il decesso. E’ l’allarme lanciato al congresso a Milano degli specialisti della Simit, la Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali.

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Attenzione ai cosmetici tester nei negozi: sono pieni di virus e batteri fecali

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA ROSSETTO SPECCHIO BELLEZZA TRUCCO MAKEUP LABBRA SPECCHIETTO NASO BOCCA LABBRA ESTETICA VISO CAPELLIMolte donne provano abitualmente i trucchi e i cosmetici con i tester appositamente disposti sugli scaffali di profumerie, farmacie e grandi magazzini prima di procedere all’acquisto. Una ricerca del Jefferson Medical College della Pennsylvania durata due anni ha però evidenziato che i campini di prova per make up e cosmesi sono in grado di provocare varie tipologie di infezioni. In un elevato numero di tester (dal 67% al 100% di quelli analizzati) i ricercatori hanno rilevato una carica variabile di virus e batteri di diverso tipo, tra cui Escherichia coli e Herpes simplex.

Mentre per Herpes simplex il contagio si diffonde da pelle a pelle con il tramite del trucco, Escherichia coli proviene dall’intestino: chi ha provato il trucco prima di voi è quindi probabilmente andata in bagno, non si è lavata le mani ed ha contaminato il tester che ora è nelle vostre mani! Se volete essere belle senza rischiare la salute, meglio allora comprare idratanti, antirughe, rossetti e mascara senza provarli. Ti interesserà sicuramente anche: Lavarsi veramente bene le mani non è così facile come sembra: ecco i trucchi per farlo nel modo giusto!

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HIV e AIDS: come, dove e quando si eseguono i test per la diagnosi?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PRELIEVO SANGUE LABORATORIO ANALISI DEL SANGUE ANEMIAIl test HIV è noto come “test dell’AIDS”. In realtà, però, si tratta di una dicitura errata. Il test, infatti, serve a rilevare se un soggetto abbia sviluppato anticorpi anti HIV. E’ bene ricordare, infatti, che l’AIDS rappresenta solo la fase terminale dell’infezione da HIV.

Cos’è il test ELISA?

L’ELISA è un test di immunoreazione, un esame di laboratorio, eseguito sul sangue, per diagnosticare le malattie infettive. Il termine ELISA deriva dalla dicitura inglese – Enzyme Linked ImmunoSorbent Assay – saggio di immunoassorbimento mediante anticorpi enzimodipendenti.

Cos’è il periodo finestra?

Quando il virus HIV penetra nell’organismo gli anticorpi, anti – HIV, non si formano subito. Il periodo finestra è, quindi, il lasso di tempo durante il quale si è stati contagiati ma non è, ancora, avvenuta la sieroconversione. Quel periodo, in sintesi, in cui non si è, ancora, diventati sieropositivi perché non si sono formati gli anticorpi specifici anti – HIV. Durante questa fase, quindi, il test ELISA risulta negativo e, di conseguenza, basandosi solo su di esso, per diagnosticare la sieropositività, il contagio può non essere rilevato.

Il periodo finestra dura mediamente:

  • 4 – 6 settimane nel caso di test ELISA di vecchia generazione;
  • 22 giorni con i test ELISA, attualmente, in uso nella maggior parte dei laboratori.

In ogni caso per ottenere un risultato che possa essere considerato definitivo è necessario attendere 3 mesi dall’evento “a rischio”. Tuttavia, per sicurezza, in genere si consiglia di ripetere il test anche a “6 mesi”.

Cos’è il test Western Blot?

Il Western Blot è un test di conferma che consente di identificare, attraverso il sangue, la presenza di anticorpi specifici nei confronti di differenti virus. Questo esame è, in genere, utilizzato come test di conferma dell’infezione.

Come eseguire il test?

Il test ELISA, eseguito privatamente, ha un costo modesto. Al contrario, invece, presso le strutture pubbliche può essere effettuato gratuitamente, anonimamente e, in genere, senza richiesta del medico.

Il test può essere eseguito:

  • Nelle strutture pubbliche e private dove si effettuano prelievi.
  • Nelle Unità Operative di Malattie Infettive degli Ospedali pubblici.
  • Nei Centri di cura delle Malattie Sessualmente Trasmissibili.

Chi dovrebbe eseguire il test?

Le persone appartenenti a un gruppo ad “alto rischio” dovrebbero sottoporsi ai test. E’ bene sottolineare che, spesso, l’infezione da HIV è asintomatica. In alcuni casi, invece, è possibile riscontrare disturbi della pelle, dermatite seborroica, dimagrimento, diarrea, febbre, candidosi orale. Altre infezioni che possono accusare i pazienti, infettati da HIV, sono rappresentate da herpes simplex o herpes zoster, tubercolosi, salmonellosi. Il test è, assolutamente, volontario e, perché venga eseguito, è necessario il vostro consenso esplicito. La decisione di fare il test è solo vostra: prendetevi il vostro tempo per affrontarlo serenamente. Ricordate, però, che una diagnosi precoce potrebbe consentirvi maggiore possibilità di scelta nel valutare un eventuale percorso terapeutico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Come nasce un cancro? Cosa sono i cancerogeni e come avviene la cancerogenesi?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO LABORATORIO MICROSCOPIO DNA GENETICAOgni strada che conduce al cancro, anche il più voluminoso e fatale, è iniziata in maniera quasi banale: una mutazione non riparata del DNA di una cellula. Una sola mutazione non provoca il cancro, piuttosto, sono necessarie più mutazioni in zone molto critiche della cellula. Potreste pensare che il nostro corpo è così perfetto che sembra impossibile che si lasci scappare una alterazione così banale, invece vi dico che i processi che sono dietro ai meccanismi del nostro DNA sono talmente complessi e certosini che è quasi un miracolo che, tra miliardi di errori che il nostro corpo corregge ogni secondo, non siamo tutti affetti da decine di malattie contemporaneamente. Questo è un pensiero presente nel primo capitolo del libro di Fisiologia (il Guyton) che tutti gli studenti di medicina al secondo anno conoscono. Ma scusate se ho divagato e torniamo a noi.

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Cancerogenesi e cancro

La cancerogenesi, anche chiamata “carcinogenesi” è il processo che trasforma cellule normali in cellule cancerose. La divisione cellulare (proliferazione) è un processo fisiologico che ha luogo in quasi tutti i tessuti e in innumerevoli circostanze. Normalmente l’omeostasi, l’equilibrio tra proliferazione e morte cellulare programmata, di solito per apoptosi, è mantenuto regolando strettamente entrambi i processi per garantire l’integrità di organi e tessuti. Le mutazioni nel DNA che conducono al cancro, portano alla distruzione di questi processi ordinati distruggendone i programmi regolatori. La carcinogenesi, secondo la teoria più condivisa, è causata dalla mutazione del materiale genetico di cellule normali, che altera l’equilibrio tra proliferazione e morte cellulare. Questo dà luogo a una divisione cellulare incontrollata e alla formazione del tumore. La rapida e incontrollata proliferazione può portare a tumori benigni o a tumori maligni (cancri). I tumori benigni non si estendono ad altre parti del corpo, non invadono altri tessuti e raramente costituiscono un pericolo per la vita dell’individuo. I tumori maligni possono invadere altri organi, estendersi in organi distanti (metastasi) e mettere in pericolo la vita. Questo evento richiederebbe più di una mutazione, in genere, più mutazioni a carico di certe classi di geni. La perdita del controllo della proliferazione avrà luogo solo in seguito a mutazioni nei geni che controllano la divisione cellulare, la morte cellulare, e i processi di riparazione del DNA.

Che cos’è un cancerogeno?

Un “cancerogeno” è una sostanza che dà origine a neoformazioni tissutali con caratteristiche atipiche, anche se non è sempre detto che le neoformazioni tissutali siano maligne.

Tappe della cancerogenesi

  • fase di INIZIAZIONE: è dovuta al contato con il genotossico, che va provocare la mutazione nelle cellule;
  • fase di PROMOZIONE: le cellule iniziano tumore la loro moltiplicazione dando origine ad un gruppo di cellule modificate;
  • fase di PROGRESSIONE: le cellule benigne si trasformano in maligne in seguito all’intervento di promotori o mutazioni.

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Caratteristiche delle cellule tumorali

Le cellule che sono andate incontro a trasformazione neoplastica (carcinogenetica) presentano varie proprietà che le distinguono dalle cellule del tessuto sano:

  • Resistono all’apoptosi (suicidio programmato della cellula).
  • Si riproducono, dividendosi, in maniera incontrollata (o non muoiono) e solitamente si dividono con frequenza maggiore del normale.
  • Sono autosufficienti per quanto riguarda i fattori di crescita.
  • Non rispondono agli antagonisti dei fattori di crescita e la inibizione da contatto è soppressa.
  • Possono presentare una differenziazione cellulare alterata.

Le cellule più aggressive possono presentare alcune caratteristiche aggiuntive che le rendono particolarmente maligne:

  • Possono invadere i tessuti vicini, solitamente possono secernere metalloproteinasi che digeriscono la matrice extracellulare.
  • Possono spostarsi a grande distanza e formare metastasi.
  • Possono secernere fattori chimici che stimolano la formazione di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi).

Quasi tutti i tumori si sviluppano a partire da una sola cellula, ma solitamente la cellula iniziale non acquisisce tutte le caratteristiche in una volta sola. Con ogni mutazione tumorale la cellula acquisisce un leggero vantaggio evolutivo sulle cellule vicine, entrando in un processo detto di evoluzione clonale. Ne consegue che cellule discendenti dalla cellula mutata, per effetto di ulteriori mutazioni, possano trarre un vantaggio evolutivo ancora maggiore. Le cellule che presentano solo alcune delle mutazioni necessarie alla formazione di un tumore maligno sono ritenute origine dei tumori benigni; tuttavia con l’accumularsi delle mutazioni le cellule mutate formeranno un tumore maligno. Lo sviluppo di un tumore è spesso iniziato da un piccolo cambiamento nel DNA, mutazione puntiforme, che porta ad una instabilità genetica della cellula. L’instabilità può aumentare fino alla perdita di interi cromosomi o alla formazione di copie multiple. Anche lo schema della metilazione del DNA della cellula cambia, attivando e disattivando geni in modo incontrollato. Le cellule che proliferano rapidamente, come le cellule epiteliali, hanno un rischio maggiore di trasformarsi in cellule tumorali, al contrario delle cellule che si dividono meno, per esempio i neuroni.

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Meccanismo della carcinogenesi

In definitiva, il cancro è una malattia dei geni. Perché delle cellule inizino a dividersi in maniera incontrollata devono essere danneggiati i geni che ne regolano la crescita. I proto-oncogeni sono geni che promuovono la crescita cellulare e la mitosi cioè un processo di divisione cellulare; i geni soppressori del tumore (geni oncosoppressori) scoraggiano la crescita cellulare o impediscono la divisione cellulare per consentire la riparazione del DNA. Tipicamente è necessaria una serie di numerose mutazioni a questi geni prima che una cellula normale si trasformi in una cellula cancerosa.

Proto-oncogeni

I proto-oncogeni promuovono la crescita cellulare in diversi modi. Molti producono ormoni, “messaggeri chimici” tra le cellule, che incoraggiano la mitosi e il cui effetto differisce a seconda del tessuto o cellula riceventi e della conversione dello stimolo (trasduzione del segnale) che si verifica (meccanismo mediante il quale l’informazione è trasferita dalla superficie della cellula al suo nucleo attivando una serie di reazioni a cascata). Alcuni proto-oncogeni controllano la sensibilità agli ormoni perché sono responsabili essi stessi del sistema di conversione dello stimolo o dei recettori nelle cellule o nei tessuti. Producono spesso mitogeni o sono coinvolti nella trascrizione del DNA nella sintesi proteica che crea proteine ed enzimi che la cellula utilizza o con i quali interagisce. Mutazioni nei proto-oncogeni possono modificare la loro funzione, aumentando la quantità o l’attività delle proteine prodotte. Quando questo accade diventano oncogeni e le cellule hanno una maggiore probabilità di dividersi in maniera eccessiva e incontrollata. Il rischio di cancro non può essere ridotto rimuovendo i proto-oncogeni dal genoma in quanto essi sono fondamentali per la crescita, la riparazione e la omeostasi (equilibrio) dell’organismo, e diventano pericolosi solo quando mutano.

Fattori di crescita

Una cellula privata di fattori di crescita va rapidamente incontro ad apoptosi. Analogamente, affinché un tessuto possa proliferare o andare incontro a differenziazione, occorrono segnali extracellulari rappresentati da molecole di natura proteica, come l’insulina e le citochine, lipidica come ad esempio il cortisolo e la triiodotironina, o peptidica; tali molecole vengono chiamate anche fattori di crescita o mitogeni.
Affinché un fattore di crescita sia in grado di stimolare la proliferazione cellulare, occorre che esso si leghi ad un recettore, localizzato nella membrana cellulare, nel citoplasma o nel nucleo. Il complesso fattore di crescita-recettore è in grado di attivare una cascata di segnalazione intracellulare il cui scopo finale è quello di promuovere la trascrizione di mRNA contenente le informazioni necessarie alla creazione di proteine che innescano la divisione cellulare. Le tappe che dal complesso fattore di crescita-recettore portano alla divisione cellulare sono molteplici; il motivo di tale complessità è quello di favorire e modulare il controllo di segnali altrimenti di grado di promuovere una eccessiva proliferazione del tessuto. In questa maniera, per ogni scalino del processo di trasduzione vengono attuati una serie di meccanismi di controllo, il cui corretto funzionamento porta ad una corretta e coordinata proliferazione cellulare. Per esempio, questo meccanismo porta all’arresto della crescita in cellule poste ad un carico eccessivo di mitogeni, essendo magari una tappa a valle in grado di inibire a feedback una tappa a monte.
Una cellula autosufficiente è una cellula che non ha bisogno della fisiologica quantità di stimoli esterni per provvedere alla crescita e al differenziamento. L’autosufficienza può realizzarsi attraverso molteplici meccanismi:

  • Secrezione autocrina di fattori di crescita
  • Iperespressione dei recettori per i fattori di crescita
  • Mutazioni attivanti dei recettori per i fattori di crescita
  • Mutazioni attivanti delle proteine responsabili della trasduzione del segnale di crescita

Geni soppressori del tumore (geni oncosoppressori)

I geni soppressori del tumore codificano i messaggeri chimici e le proteine anti proliferazione che fermano la mitosi e la crescita cellulare. Di solito i soppressori del tumore sono fattori di trascrizione che sono attivati dallo stress cellulare o dal danneggiamento del DNA. Spesso danni al DNA causano tra le altre cose la presenza di materiale genetico vagante e attivano così enzimi e reazioni chimiche che portano all’attivazione dei geni soppressori del tumore. La funzione di tali geni è di arrestare il ciclo della cellula in modo da effettuare la riparazione del DNA, impedendo che le mutazioni siano passate alle cellule figlie. Soppressori del tumore sono fra gli altri il gene p53, che è un fattore di trascrizione attivato da molti stress cellulari tra cui danni da ipossia (mancanza di ossigeno) e radiazione ultravioletta. Tuttavia, una mutazione può danneggiare un gene soppressore del tumore o la via che porta alla sua attivazione. L’inevitabile conseguenza è che la riparazione del DNA è impedita o inibita: il danno al DNA si accumula senza essere riparato portando inevitabilmente al cancro.

Mutazioni multiple

In generale, sono richieste mutazioni in entrambi i tipi di gene perché si formi il cancro. Una mutazione limitata ad un oncogene verrebbe eliminata dai normali processi di controllo della mitosi e dai geni soppressori dei tumori. Una mutazione di un solo gene soppressore del tumore, sarebbe anch’essa insufficiente per causare il cancro per la presenza di numerose copie di “backup” dei geni che duplicano la sua funzione. È solo quando un numero sufficiente di proto-oncogeni è mutato in oncogeni e sufficienti geni soppressori del tumore sono stati disattivati che i segnali di crescita cellulare sopravanzano i segnali che la regolano e la crescita cellulare aumenta rapidamente completamente fuori controllo. Il “danno accumulato” è teorizzato da molti ricercatori per spiegare la crescita esponenziale dei tumori nella tarda età. Nei giovani le difese contro il danno al DNA sono molto forti, ma, con la mutazione dei geni soppressori del tumore, la velocità con cui si sommano i danni aumenta in modo esponenziale in una sorta di “spirale mortale”. Questa teoria è ulteriormente supportata dal fatto che la probabilità di contrarre un cancro aumenta in modo esponenziale e non lineare con l’età. La quantità del danno in una cellula cancerosa è immensa, quasi tutti i cromosomi presentano un qualche tipo di mutazione comprese multiple copie del cromosoma trisomia, o completa mancanza di un cromosoma (monosomia). Di solito gli oncogeni sono geni dominanti poiché contengono mutazioni che portano funzioni nuove o anormali (Mutazione genetica) mentre soppressori del tumore mutati sono geni di tipo recessivo perché contengono mutazioni che riducono o annullano la funzionalità. Ogni cellula ha due copie dello stesso gene, una proveniente da ogni genitore, ma nella maggior parte dei casi una mutazione con aumento della funzionalità da parte di un gene proto-oncogene è sufficiente a trasformarlo in un oncogene. Di solito invece una mutazione con perdità di funzionalità deve accadere in entrambe le copie di un gene soppressore del tumore per rendere quel gene completamente inefficace. Esistono comunque casi in cui la perdità di funzionalità di una sola copia di un gene soppressore del tumore rende anche l’altra copia non funzionante, e ciò è chiamato “effetto negativo dominante”. Ciò si può osservare in molte mutazioni del fattore di trascrizione p53. Mutazioni nei geni soppressori del tumore possono essere passate ai discendenti causando un aumento di probabilità di ereditare il cancro. Si verifica in tali individui una incidenza aumentata di tumori multipli e una loro minore latenza. Se si eredita una copia dei soppressori del tumore difettosa da un genitore e una normale dall’altro si è a rischio di sviluppare il tumore perché le mutazioni nei soppressori del tumore agiscono in maniera recessiva e la perdita della copia normale crea il fenotipo del cancro. Per esempio individui che sono eterozigoti per mutazioni p53 sono spesso vittime della sindrome di Li-Fraumeni, e quelli che sono eterozigoti per mutazioni della proteina del retinoblastoma (pRb) sviluppano il retinoblastoma. Allo stesso modo mutazioni nel gene della poliposi adenomatosa familiare sono collegate al cancro del colon poliposico con migliaia di polipi nel colon in giovane età (vedi Il cancro del colon: una neoplasia prevenibile). Mutazioni in BRCA1 e BRCA2 portano invece ad un precoce cancro al seno.

Insensibilità all’invecchiamento cellulare

Nei laboratori di microbiologia l’identificazione di un virus avviene grazie all’incubazione in colture cellulari (piccoli contenitori rettangolari che contengono cellule prelevate da tessuti come il rene di scimmia) del materiale prelevato dal paziente sospetto. Il più grosso limite di questa metodica è la scadenza cellulare, ovvero, il periodo oltre il quale una colonia di cellule non è più capace di sopravvivere anche se continuamente stimolata da fattori di crescita (vedi autosufficienza per la crescita cellulare). La scadenza imposta è comune a tutte le cellule dell’organismo umano; questo fenomeno, nell’insieme, è implicato nel processo di invecchiamento e senescenza dei tessuti e degli organi. Ad oggi, il problema della scadenza cellulare per le colture virali è stato valicato grazie alla presenza di colture in linea continua, gruppi cellulari che derivano da tumori, come le cellule HeLa (cellule del carcinoma della cervice uterina di Henrietta Lacks). Le cellule in linea continua sono cellule immortalizzate (senza scadenza) da specifiche alterazioni a carico di alcuni geni, come quelli che codificano per la telomerasi, un enzima che stabilizza il genoma aggiungendo una specifica sequenza di DNA sull’estremità 3′ di ogni cromosoma. L’insieme ripetuto delle sequenze specifiche aggiunte (TTAGGG, T=timidina, A=adenosina, G=guanosina) forma i telomeri, che costituiscono il cappuccio terminale di ogni cromosoma. In molti tipi di carcinoma polmonare la telomerasi è costitutivamente attiva, a testimonianza dell’insensibilità delle cellule neoplastiche alla senescenza e alla morte cellulare.

Angiogenesi

Nel corso dell’embriogenesi, ma anche nella vita adulta, lo sviluppo di un tessuto o di un organo si accompagna ad un sincrono sviluppo dei vasi sanguigni da cui riceve ossigeno e sostanze nutritive. Il meccanismo alla base di questo processo deve essere ricercato nella secrezione da parte delle cellule del tessuto in espansione di una serie di fattori che stimolano la proliferazione dell’endotelio polarizzandolo verso il nuovo distretto. L’innesco alla secrezione di questi fattori di crescita è rappresentato dall’ipossia; infatti, con l’espansione del tessuto, sempre più cellule si troveranno ad una distanza tale dal vaso sanguigno da risultare relativamente ischemiche. In queste cellule, soprattutto macrofagi tissutali, l’ischemia relativa porta ad una cascata di segnalazione intracellulare che ha come bersaglio la trascrizione di alcuni geni come il fattore di crescita dell’endotelio vascolare (VEGF), il fattore di crescita derivato dalle piastrine (PDGF), il fattore di crescita epidermico (EGF), il fattore di crescita fibroblastico (FGF), il fattore di crescita trasformante α (TGF-α) e il fattore di necrosi tumorale (TNF-α). Questo contesto di segnalazione molecolare, insieme alla presenza di proteasi e citochine, promuove lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni, indirizzandoli verso le cellule relativamente ischemiche. Con il ritorno alla normale perfusione, lo stimolo proliferativo cessa e il nuovo tessuto è in grado di sopravvivere grazie al nuovo corredo vascolare. Dato che l’ossigeno diffonde nei tessuti per solo 1–2 mm rispetto al vaso sanguigno, un tumore che non possiede capacità angiogenetiche non può essere in grado di svilupparsi per uno spessore superiore a tale livello. Viceversa, un tumore con spiccata attività angiogenica può procurarsi un corredo vascolare tale da sostenere una crescita virtualmente illimitata. Non solo; con l’accesso al torrente ematico, un tumore può garantirsi il mezzo necessario alla propagazione metastatica a distanza.

Ruolo del danno genetico

Il cancro è in definitiva causato dall’accumulo di danni genetici che sono fondamentalmente mutazioni nel DNA. Sostanze che causano queste mutazioni sono note come mutageni e mutageni che causano il cancro sono noti come cancerogeni. Particolari sostanze sono state associate a specifici tipi di cancro. Il fumo di sigaretta è associato con il cancro ai polmoni. La prolungata esposizione alla radiazione, in particolare alla radiazione ultravioletta del sole, porta al melanoma ed altre patologie maligne della pelle. L’inalazione di fibre di asbesto è associata al mesotelioma. In termini più generali, agenti chimici detti mutageni e radicali liberi possono causare mutazioni cellulari. Altre mutazioni possono essere causate da infiammazioni croniche.

Invasione e metastatizzazione

Una caratteristica che permette una prima distinzione tra tumori benigni e tumori maligni è il tipo di invasione tissutale: infatti, mentre i primi tendono ad espandersi comprimendo i tessuti circostanti, i secondi tendono ad espandersi infiltrandoli. Il processo di infiltrazione richiede la capacità attiva di farsi strada attraverso i tessuti, con demolizione della matrice extracellulare e sconvolgimento dell’architettura dell’organo. Non solo: in un organo sano i vari tessuti che lo compongono sono in equilibrio stabile. Si consideri ad esempio un bronco, formato da un epitelio colonnare semplice che poggia su un esile strato connettivale che compone la lamina propria. La lamina propria divide la superficie epiteliale dalla sottomucosa, composta da connettivo nel quale sono immerse ghiandole sierose, tessuto muscolare liscio, fibre elastiche e cartilagine. L’architettura di un tessuto così complesso viene garantita dalla presenza di segnali di riconoscimento tra cellula e cellula, che impediscono lo sviluppo eccessivo dell’uno rispetto all’altro. Ad esempio, nella superficie laterale della membrana delle cellule dell’epitelio bronchiale sono presenti proteine chiamate caderine. La vicinanza tra cellule della stessa specie (es: epitelio) porta al contatto tra le varie caderine, che, così, innescano un segnale intracellulare che inibisce la proliferazione del tessuto. Questo meccanismo, chiamato inibizione da contatto, blocca lo sviluppo eccessivo di un tessuto e al contempo porta alla proliferazione dello stesso in caso di mancanza di cellule (es: una lesione). L’inibizione da contatto che si sviluppa tra cellule della stessa specie viene definita omotipica; quella che si sviluppa tra due cellule diverse (es: epitelio e tessuto connettivo) viene invece definita eterotipica, operante, ad esempio, nella parte inferiore dalla membrana cellulare delle cellule dell’epitelio bronchiale. Da ciò è possibile dedurre che il primo passo per l’infiltrazione è la perdita dell’inibizione da contatto. Il tasso di crescita globale di una neoplasia è dato dalla velocità di crescita (quella con cui le cellule del clone completano il ciclo cellulare), dalla neoangiogenesi (garantendosi l’apporto di prodotti trofici) e la frazione di crescita (percentuale di cellule di una popolazione neoplastica che è compresa nel compartimento profilerativo).

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Cause

È impossibile stabilire la causa iniziale per uno specifico tipo di cancro. Tuttavia, con l’aiuto delle tecniche della biologia molecolare, è possibile caratterizzare le mutazioni o le aberrazioni cromosomiche all’interno di un tumore e rapidi progressi si stanno facendo nel campo della predizione della prognosi basandosi in alcuni casi sullo spettro delle mutazioni. Ad esempio, quasi metà di tutti i tumori ha un gene p53 difettoso. Questa mutazione è associata con una scarsa prognosi, poiché quelle cellule tumorali sono meno soggette ad andare in apoptosi (morte cellulare programmata) quando sono danneggiate dalla terapia. Mutazioni della telomerasi rimuovono barriere addizionali, aumentando il numero di volte che una cella può dividersi. Altre mutazioni consentono al tumore una angiogenesi (crescita di nuovi vasi sanguigni) per consentirgli di ricevere più nutrienti, o per andare in metastasi, diffondendosi ad altre parti del corpo.

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Albinismo: cause, sintomi, diagnosi, terapie, consigli e conseguenze sulla salute

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO ALBINISMOL’albinismo è un’anomalia congenita, ereditaria, caratterizzata dall’assenza della melanina, il pigmento, che conferisce colore alla pelle, alle mucose, ai peli, ai capelli e agli occhi. Gli albini soffrono di disturbi alla vista e hanno, inoltre, una predisposizione per i tumori della pelle. L’albinismo è presente nei popoli di tutte le razze.

Cause

L’albinismo è una condizione genetica causata da una mutazione di uno dei circa 18 geni, finora individuati, che al loro interno contengono le informazioni necessarie per la produzione di melanina in pelle e occhi. La melanina è un pigmento neri, bruno o rossastro, presenti in quantità variabile in vari distretti corporei, tra cui pelle, iride e capelli, in base all’etnia: la quantità di melanina presente determina la colorazione più o meno scura della cute.

Trasmissione

La maggior parte dei casi di albinismo, denominati albinismo oculocutaneo, ha una trasmissione genetica autosomica recessiva. Una malattia è detta a trasmissione autosomica recessiva quando l’allele alterato deve essere presente in coppia (omozigosi), cioè sono necessarie due copie dell’allele difettoso per far sì che la malattia si esprima, a prescindere dal sesso. Non basta un solo genitore portatore sano o malato, bensì entrambi i genitori devono essere portatori sani o malati. Il fenotipo quindi si esprime quando nel genotipo dell’individuo sono presenti entrambi gli alleli responsabili, fatto che spiega l’alta probabilità di sviluppare malattie genetiche in caso di incesto. Quindi:

  • un individuo che possegga entrambi gli alleli alterati: è portatore ed è malato;
  • un individuo che possegga solo un allele alterato: è portatore ma è sano;
  • un individuo che non possegga nessun allele alterato: NON è portatore ed è sano.

Essere portatore sano vuol dire quindi NON avere la patologia ma possedere nel proprio genotipo un allele mutato, che può essere trasmesso alle generazioni successive.

Dalla combinazione delle possibili condizioni di genitori sani, malati e portatori sani, deriva la distribuzione probabilità che la malattia sia trasmessa ai figli:

  • genitori malato-malato: la probabilità che il figlio/a nasca malato è del 100%;
  • genitori sano-malato: la probabilità che il figlio/a nasca portatore sano è del 100%;
  • genitori malato-portatore sano: la probabilità che il figlio/a nasca malato è del 50% e del 50% che nasca portatore sano;
  • genitori sano-portatore sano: la probabilità che il figlio/a nasca sano è del 50% e del 50% che nasca portatore sano;
  • genitori portatore-portatore: la probabilità che il figlio/a nasca portatore sano è del 50% mentre è del 25% che nasca sano o malato.

Se nessuno dei genitori ha un allele mutato, non c’è ovviamente alcuna trasmissione autosomica recessiva ed i figli saranno tutti sani e NON portatori dell’allele mutato.

Nell’immagine che segue, è raffigurata la tipica situazione in cui entrambi i genitori sono sani ma portatori dell’allele mutato:

  • un figlio su quattro avrà entrambi gli alleli alterati e sarà malato ed ovviamente portatore;
  • due figli su quattro avranno un allele normale ed uno alterato e saranno sani ma anche portatori;
  • un figlio su quattro avrà entrambi gli alleli normali e sarà sano e NON portatore.

Sintomi e segni

La pelle, i capelli e i peli degli albini hanno una funzionalità normale. Tuttavia, cambiano colore. La colorazione “tipica” dell’albinismo, totale, è il bianco. In realtà, però, esistono diversi “gradi” dell’anomalia congenita. In alcuni casi, infatti, pelle, capelli e peli tendono a scurirsi leggermente. Per questo, quindi, è erroneo considerare albino solo chi presenta pelle bianca, capelli bianchi e occhi rossi.

Diagnosi

La diagnosi avviene principalmente tramite anamnesi ed esame obiettivo. I test genici possono individuare i geni responsabili dell’albinismo.

Conseguenze per la salute

I principali problemi per la salute di un albino sono legati alla pelle e agli occhi. La melanina colora la pelle rappresentando uno degli “elementi”, visibili, della variazione umana ma, questo pigmento, svolge anche il ruolo di proteggere la pelle dai raggi, dannosi, del sole. Una prolungata esposizione al sole, infatti, determina un aumento della produzione di pigmento, l’abbronzatura, che funge da “filtro solare naturale”. Quando la pelle, però, è poco o per nulla pigmentata risulta priva di protezione. Questa condizione predispone a facili “scottature” – eritema solare – e, con maggiore rischio, a degenerazioni tumorali.

Gli occhi, senza una normale quantità di pigmento durante lo sviluppo embrionale e durante il primo periodo di vita, non si sviluppano bene e non funzionano bene. L’assenza del pigmento oculare – presente nell’iride e nella retina – determina, specifici, cambiamenti dell’occhio e dei nervi ottici:

  • l’iride si presenta trasparente lasciando passare la luce che, normalmente, entra soltanto attraverso la pupilla con, conseguente, ipersensibilità dell’occhio alla luce, fotofobia;
  • la retina, parte dell’occhio in cui sono localizzate le cellule che percepiscono lo stimolo visivo, manca di un’area piccola ma importante, la fovea, per cui si ha una riduzione dell’acuità visiva;
  • le connessioni nervose, addette al trasporto dello stimolo visivo dalla retina al cervello, seguono un percorso anomalo determinando, di conseguenza, una diminuzione della visione tridimensionale;
  • il nistagmo, movimento involontario degli occhi, generalmente, di tipo orizzontale, lo strabismo ed altri difetti oculari – errori di rifrazione – contribuiscono alla riduzione della visione.

L’entità di ognuno di questi disturbi è variabile in relazione alla quantità di pigmento presente durante lo sviluppo dell’occhio.

Conseguenze a livello psicologico

I soggetti con albinismo affrontano varie di discriminazione in tutto il mondo a causa del colore della pelle: come risultato il paziente tende ad isolarsi e può sviluppare depressione ed ideazioni suicidarie.

Terapie e consigli

Non esiste una terapia specifica per l’albinismo. I consigli, per i pazienti con albinismo, sono:

  • evitare la luce solare diretta;
  • utilizzare occhiali da sole;
  • indossare indumenti protettivi;
  • applicare schermi solari con un fattore di protezione superiore a 30 come  protezione contro i raggi UVA e UVB.

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