Sindrome da distress respiratorio (ARDS): prognosi, mortalità

MEDICINA ONLINE PRONTO SOCCORSO TRIAGE SALA ROSSA AMBULANZAURGENZA EMERGENZA INCOSCIENZA TRAUMA POLITRAUMA INCIDENTE INTERVENTO IANIMAZIONE MASSAGGIO CARDIACO RESPIRAZIONE BOCCA DEFIBRILLATORE AUTOMEDICA.La sindrome da distress respiratorio (in inglese “acute respiratory distress syndrome” da cui l’acronimo “ARDS”) è una patologia respiratoria determinata da varie cause e caratterizzata da danno diffuso ai capillari alveolari che determina grave insufficienza respiratoria con ipossiemia arteriosa refrattaria alla somministrazione di ossigeno. La ARDS è quindi caratterizzata da una diminuzione della concentrazione di ossigeno nel sangue, la quale è resistente alla O2 terapia, cioè tale concentrazione non sale in seguito alla somministrazione di ossigeno al paziente. L’insufficienza respiratoria ipossiemica è dovuta ad una lesione della membrana alveolo-capillare, che aumenta la permeabilità vascolare polmonare, determinando un edema interstiziale ed alveolare.

Mortalità

All’epoca della iniziale descrizione da Ashbaugh et al. nel 1967, la mortalità per ARDS era approssimativamente del 95%, e la maggior parte dei decessi era dovuta ad una insufficienza respiratoria. Più recentemente, la mortalità è stata calcolata essere compresa tra il 50% ed il 90%, ed è frequentemente dovuta ad una insufficienza diversa da quella polmonare: ricordiamo infatti al lettore che la ARDS si associa spesso ad una insufficienza di altri organi ed apparati, tra i quali quelli più frequentemente interessati sono l’apparato cardiovascolare, il rene, il fegato, il sistema nervoso centrale ed il midollo osseo. Nel 70% dei casi il decesso del paziente si verifica NON per insufficienza respiratoria ma per altri problemi legati alla causa scatenante (ad esempio insufficienza renale, epatica, gastroenterica, danni al SNC o sepsi).

Prognosi

Senza un efficace e tempestivo trattamento, l’ARDS è spesso mortale, tuttavia, con una terapia adeguata e messa in atto rapidamente, circa il 75% dei pazienti riesce a sopravvivere. Fattori che influenzano la prognosi, sono:

  • età del paziente;
  • condizioni di salute generali del paziente;
  • comorbilità (presenza di altre patologie come ipertensione arteriosa, obesità, diabete mellito, gravi pneumopatie);
  • capacità di rispondere al trattamento;
  • fumo di sigaretta;
  • rapidità di diagnosi e di intervento;
  • bravura del personale sanitario.

In alcuni casi il paziente riesce a sopravvivere, ma con danni permanenti anche gravi, specie se coinvolto il sistema nervoso. I pazienti che rispondono prontamente al trattamento sono quelli che hanno più possibilità non solo di sopravvivere, ma anche di avere danni polmonari e neurologici a lungo termine modesti, assenti o comunque trattabili con la riabilitazione.  I pazienti che non rispondono rapidamente alle cure, che necessitano di assistenza con respiratore per lunghi periodi ed anziani/debilitati, sono quelli a maggior rischio di andare incontro a cicatrizzazione polmonare e decesso o comunque a deficit funzionali più importanti e spesso irreversibili. La cicatrizzazione può alterare la funzionalità polmonare, fatto che appare evidente con dispnea e facile affaticabilità sotto sforzo (nei casi meno gravi) o anche a riposo (nei casi più gravi). Molti pazienti con danni cronici possono subire un importante calo ponderale (diminuzione del peso corporeo) e di tono muscolare (diminuzione della % di massa magra) durante la malattia. La riabilitazione in appositi centri riabilitativi specializzati può essere estremamente utile per riacquistare forza e indipendenza durante la convalescenza, tuttavia non sempre riesce a fornire risultati del tutto soddisfacente, specie se il danno ha coinvolto gravemente il sistema nervoso.

Per approfondire:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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