Come si contrae il Virus del papilloma (HPV)?

TESTA DONNA TRISTE MAL DI TESTAIl Papilloma Virus Umano o HPV è un virus appartenente alla famiglia dei Papillomaviridae. Le infezioni da HPV sono estremamente diffuse e possono causare anche malattie della cute e delle mucose. Si calcola che oltre il 70% delle donne contragga un’infezione genitale da HPV nel corso della propria vita; solitamente l’infezione provocata da questo virus non causa nessuna alterazione e si risolve da sola specie se il sistema immunitario è ben funzionante; solo in caso di persistenza nel tempo di infezioni di HPV ad alto rischio oncogenico è possibile, in una minoranza dei casi e nel corso di parecchi anni, lo sviluppo di un tumore maligno del collo uterino.

Come si contrae il Virus del papilloma?

Gli HPV si contraggono tramite contatto diretto (sessuale, orale e cutaneo) o in luoghi poco puliti (ad esempio bagni pubblici non disinfettati a norma). Non sono presenti in liquidi biologici quali sangue o sperma. Il rischio di contrarre una infezione da HPV aumenta con il numero dei partner sessuali, ed è massimo tra i giovani adulti (20-35 anni). Il virus è più frequentemente trovato tra le popolazioni promiscue e in condizioni precarie di igiene. L’uso del profilattico non pare avere azione protettiva completa in quanto l’infezione è spesso diffusa anche alla cute della vulva e del perineo. L’infezione da HPV è asintomatica nella maggior parte dei casi. In alcuni casi, si può invece manifestare con condilomi acuminati in sede genitale (pene e vulva, perineo). Le lesioni da HPV del collo uterino possono essere riconosciute mediante il Pap test, la colposcopia o tecniche di patologia molecolare, e le lesioni del pene mediante la penescopia. Ogni anno, in Italia, sono circa 3.500 le donne che si ammalano di cancro del collo dell’utero. Si stima che il 75% della popolazione entri in contatto con il virus almeno una volta durante la sua vita.

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Differenza placenta bassa e previa: rischi e cosa evitare

MEDICINA ONLINE PARTO GRAVIDANZA NATURALE CESAREO DIFFERENZE CHIRURGIA FOTO WALLPAPER PICTURE UTERO CHIRURGO OPERAZIONE RISCHI VANTAGGI VANTAGGI ALLATTAMENTO MADRE FIGLIO NEONATO MORTAìE MORTA LIQUIDONormalmente, la placenta si inserisce sul fondo o sulle pareti laterali dell’organo, a una distanza sufficiente dall’orifizio uterino. In una gravidanza su 200, però, capita che sia inserita in modo anomalo nella parte più bassa dell’utero, troppo vicina alla cervice o addirittura sopra di essa: si parla allora di placenta previa. In questi casi ostruisce parzialmente o totalmente l’”uscita” del canale del parto. Ma l’anomalia non deve spaventare perché viene diagnosticata in tempo e non pregiudica il buon andamento dell’attesa. Sono però necessarie alcune attenzioni in più e, nella maggior parte dei casi, la nascita avviene con un cesareo.

La placenta previa viene anche spesso chiamata “placenta bassa“: i due termini sono sinonimi, cioè indicano la stessa identica cosa.

Diverse le cause possibili

La placenta previa è un’anomala inserzione della placenta stessa nell’ambito della superficie interna dell’utero. Immaginiamo l’utero come un bottiglione a testa ingiù, in cui la parte più grossa è il corpo dell’utero, mentre il collo della bottiglia corrisponde alla cervice uterina. La placenta può normalmente insediarsi su tutta la superficie del “bottiglione” – su uno dei lati, nel fondo (che è posto nella parte alta) – ma in una gravidanza su tre può capitare che inizialmente vada a collocarsi sul collo, la zona che, con il trascorrere dei mesi, andrà soggetta a contrazioni per prepararsi al travaglio e dalla quale passerà il bambino al momento della nascita. La maggior parte delle volte, man mano che l’utero cresce, la placenta si sposta verso l’alto e tutto si risolve da sé; nello 0,5-1% di questi casi, invece, resta bassa sino alla fine della gestazione. In sintesi, la placenta previa si presenta quando, subito dopo il concepimento, l’embrione si annida nell’utero materno in un punto del suo segmento inferiore: un fatto, dunque, imprevedibile e inevitabile. Ci sono però alcuni fattori che aumentano le probabilità che l’evenienza si verifichi: l’età materna avanzata, il numero di gravidanze precedenti, un pregresso cesareo, la presenza di fibromi, l’aver sofferto di endometriti e persino il fumo di sigaretta. Chi ha già avuto il problema ha inoltre maggiori possibilità di svilupparlo nuovamente: il rischio di recidiva varia infatti dal 4 all’8 per cento.

Una diagnosi fatta col tempo

È però importante ricordare che nei primi periodi dell’attesa un’inserzione placentare bassa è piuttosto comune e può interessare fino al 30 per cento delle donne. Nella maggior parte dei casi, nelle settimane successive la placenta migra e nel terzo trimestre risulta inserita correttamente. Per questo, se l’ecografia del secondo trimestre evidenzia quest’anomalia, è bene non preoccuparsi eccessivamente. La patologia si determina solo quando la placenta rimane nella stessa posizione nonostante l’evolversi della gravidanza.

Si può quindi parlare di placenta previa solo dopo la 28esima-30esima settimana, mentre nel periodo precedente è più corretto parlare di inserzione placentare bassa. Se la gravidanza prosegue bene, non sono necessari controlli continui, a meno che si evidenzi un ritardo di crescita intrauterino: a volte, la placenta previa non funziona come quella normale. In questo caso, le ecografie devono avere una cadenza più ravvicinata. Se, invece, dovesse verificarsi una perdita ematica vaginale, la futura mamma dovrà rivolgersi immediatamente al 118 o recarsi in ospedale.

Sintomi caratteristici

Se nei primi mesi di gravidanza avere una placenta con dislocazione bassa non causa alcun sintomo, con il trascorrere delle settimane potrebbe provocare qualche sanguinamento, dovuto a piccoli scollamenti di placenta, che in genere non creano problemi al proseguimento dell’attesa, anche se è sempre necessario  consultare sempre il ginecologo quando si verificano perdite ematiche. Le complicanze insorgono nel terzo trimestre, quando la crescita dell’utero e le prime contrazioni possono determinare una rottura dei vasi sanguigni che tengono unita la placenta a questa zona dell’utero e provocare sanguinamenti anche abbondanti, sia che la placenta copra solo una parte della cervice sia che la occluda totalmente. Il tessuto del segmento uterino inferiore, infatti, a differenza del resto dell’utero, non è costituito da fibre muscolari (quindi elastiche), ma prevalentemente da fibre di tessuto connettivo, sclerotico e anelastico,  e non ha, quindi, la capacità di contrarsi per arrestare l’emorragia, come fisiologicamente dovrebbe succedere.  Si determina così un circolo vizioso, perché il maggior sanguinamento a sua volta stimola l’emissione nel sangue di una sostanza, detta protrombina, che provoca contrazioni e di conseguenza può far aumentare l’emorragia.

In breve, nel terzo trimestre e durante il travaglio, il segmento uterino inferiore si espande. Il tessuto della placenta, però, non è elastico e non può adattarsi alle modificazioni dell’utero. Questo fa sì che si verifichi un distacco (scollamento) dell’area d’inserzione della placenta e che quindi si presenti un’emorragia vaginale.

In questo caso il sangue è rosso vivo e la futura mamma non accusa dolore. Generalmente, il primo episodio di sanguinamento si presenta nel terzo trimestre di gravidanza, fra la 28esima e la 34esima settimana di gestazione, ovvero quando si verifica la distensione del segmento uterino inferiore. È invece piuttosto raro che ci siano perdite prima di questo periodo e, se ciò accade, solitamente è perché la placenta è previa centrale. L’entità della perdita ematica è variabile, ma la prima emorragia vaginale non comporta generalmente un rischio immediato per la donna e spesso si risolve spontaneamente. A volte, però, gli episodi si ripetono e in alcuni casi ci possono essere emorragie consistenti.

Una diagnosi corretta della placenta previa

Come si affronta la gravidanza se la placenta è previa? Innanzitutto bisogna fare una corretta diagnosi. In base alle recenti linee guida proposte dal Royal College of Obstetricians and Gynaecologists (autorevole organo internazionale di riferimento della branca ostetrico-ginecologica), a 20 settimane, nel corso dell’ecografia morfologica, oltre a evidenziare tutti i parametri relativi al feto, si individuano i casi in cui la placenta ha una dislocazione bassa e quindi c’è il rischio – ma non ancora la certezza – che in futuro possa restare previa.

In caso di esito positivo, si adottano alcune precauzioni:

    • astenersi dai rapporti sessuali, che possono stimolare contrazioni del collo dell’utero;
    • durante la visita ginecologica si evita l’ispezione interna, sempre per non provocare stimolazioni uterine;
    • condurre una vita più riposata;
    • non percorrere lunghi tragitti in auto;
    • in vacanza, meglio scegliere località non troppo lontane da strutture sanitarie idonee a gestire eventuali imprevisti.

Intorno alla 26esima-30esima settimana, epoca in cui si può accertare se la placenta è rimasta previa o se è risalita, si ripete l’ecografia. Alla 35esima-36esima settimana si effettua l’ultima ecografia per fare la diagnosi definitiva, per stabilire il tipo di parto e per escludere che, oltre che previa, la placenta sia anche aderente (a seconda della posizione si definisce accreta, percreta o increta), ossia abbia messo radici nello spessore dell’utero. È un’evenienza rara, ma che può dare le complicanze più serie.

Strategie d’intervento

In ogni modo, la futura mamma deve recarsi subito in ospedale, dove il personale medico valuterà quali sono gli interventi necessari. Se la gravidanza non ha ancora raggiunto la 34esima settimana, la perdita ematica è contenuta e non vi è sofferenza fetale, il medico può decidere di attendere. In tal caso consiglia alla donna il riposo assoluto, anche a domicilio.

In alternativa, può proporre un ricovero per mantenere mamma e bambino sotto controllo, attraverso frequenti monitoraggi.
Soltanto nelle situazioni più gravi potrebbe servire ricorrere alle trasfusioni: se le perdite ematiche sono ripetute, la futura mamma corre il rischio di diventare anemica. Quando poi il sanguinamento è abbondante e non si arresta può essere indispensabile effettuare un cesareo d’urgenza.

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Se durante l’attesa non si presentassero particolari complicazioni?

Generalmente si evita un parto vaginale. La placenta previa è, infatti, un’indicazione per eseguire un cesareo elettivo. In ogni caso oggi, grazie alle moderne attrezzature presenti in ospedale e alla possibilità di eseguire l’intervento in completa sicurezza, i rischi per la salute della mamma e del bambino sono ridotti al minimo. 

Tre tipi diversi di placenta previa

La placenta previa può essere di tre tipi, distinti a seconda della distanza che intercorre fra il margine placentare inferiore e l’apertura del canale cervicale. Si parla di:

  • placenta previa centrale se ricopre l’orifizio uterino;
  • placenta previa marginale, nel caso in cui il margine placentare abbia una distanza inferiore a 2,5 cm dall’orifizio;
  • placenta previa laterale, quando è impiantata sul segmento uterino inferiore, ma dista almeno 2,5 cm dal collo dell’utero. Questa è la forma meno grave.

Qualche piccola attenzione

Quando viene diagnosticata la placenta previa è bene seguire alcune semplici regole. Vediamole insieme.

  1. È opportuno evitare gli sforzi fisici e, pur non essendo richiesto un riposo assoluto, è importante condurre una vita tranquilla che escluda ogni tipo di affaticamento.
  2. Si consiglia di astenersi dai rapporti sessuali.
  3. Meglio non intraprendere viaggi troppo lunghi e quindi faticosi,soprattutto all’estero o in località dove non è presente una struttura ospedaliera adeguata.
  4. Se compaiono perdite ematiche vaginali, bisogna recarsi subito in ospedale o allertare il 118.

Quando serve il ricovero

Una volta confermata la diagnosi di placenta previa, se l’ostruzione è solo parziale e, soprattutto, non si manifestano contrazioni precoci o sanguinamenti, la futura mamma può restare a casa, pur conducendo una vita più tranquilla ed evitando di allontanarsi troppo dalla struttura ospedaliera che la sta seguendo. Se, invece, si presentano emorragie, il ricovero è d’obbligo, specialmente allo scopo di scongiurare, ove possibile, un parto pretermine. Più precoci sono le emorragie, infatti, più c’è conflittualità sul timing del parto, perché bisogna bilanciare le condizioni di salute della futura mamma con il benessere e la maturità polmonare del feto. Per questo, se è necessario anticipare il parto, si somministrano alla gestante farmaci tocolitici per tentare di bloccare o ridurre le contrazioni uterine almeno per il tempo (non più di 48 ore) necessario per iniettare cortisonici che accelerano la maturità polmonare.

Parto naturale o cesareo?

Come avviene la nascita del bebè nei casi di placenta previa? Bisogna ricorrere per forza al bisturi o c’è la possibilità di mettere al mondo il bimbo per vie naturali? Se durante l’ecografia della 35esima-36esima settimana si evidenzia che la placenta è posta a una distanza superiore ai 2,5-3,0 cm dal collo dell’utero, è possibile tentare il parto per vie naturali, mentre se è inferiore a tali valori il cesareo è d’obbligo e viene programmato preferibilmente entro le 37 settimane, prima che comincino spontaneamente le contrazioni di travaglio, che potrebbero determinare un improvviso distacco di placenta. Con una placenta previa totale, inoltre, va messo in conto un 33% di probabilità che durante il cesareo si debba procedere anche all’isterectomia, cioè all’asportazione dell’utero; un’evenienza che è quasi inevitabile in caso di placenta aderente.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Fitoestrogeni, ormoni e tumore alla mammella: legami pericolosi

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Studio Roma Ecografia Mammella Tumore Seno Muscoli Spalla Ginocchio Traumatologia Sport Arti Gambe Esperto Referto Articolare Medicina Estetica Cellulite Cavitazione RASSODARE SENO RADIOFREQUENZA CHIRURGIALe donne con carcinoma della mammella positivo per i recettori degli estrogeni devono evitare di ricorrere ai fitoestrogeni nel tentativo di ridurre gli effetti da deprivazione ormonale causati dalla ormonoterapia in atto. Il 70% circa dei carcinomi della mammella esprime recettori per gli estrogeni. Questo dato è alla base della terapia adiuvante con farmaci che riducono la stimolazione di questi recettori quali il tamoxifene e derivati e gli inibitori delle aromatasi. L’ormonoterapia di per sé causa però numerosi effetti collaterali da deprivazione ormonale. I sintomi meno tollerati sono la secchezza delle mucose e la sindrome vasomotoria (le cosiddette vampate), oltre alle manifestazioni legate al lungo trattamento (artralgie, tipicamente causate dagli inibitori delle aromatasi, osteoporosi, ipertensione, alterazioni del metabolismo lipidico).

Nelle donne in menopausa, è diventata popolare l’assunzione di integratori alimentari, contenenti principalmente derivati della soia o del trifoglio rosso, nell’ipotesi che abbiano un’azione di contrasto sui sintomi della menopausa. Gli estratti di queste piante contengono infatti fitoestrogeni, e in particolare isoflavoni (genisteina, daidzeina e gliciteina dalla soia e biocanina A e formononetina dal trifoglio), sostanze che hanno una blanda azione sia estrogenica sia antiestrogenica. Queste caratteristiche hanno suggerito la loro indicazione anche alle donne in trattamento con tamoxifene o inibitori dell’aromatasi, suscitando allarme negli oncologi che ritengono tale pratica incongrua e rischiosa. Negli animali di laboratorio si è infatti dimostrato uno stimolo dose-dipendente da fitoestrogeni nella crescita di cellule tumorali umane della mammella estrogeno-sensibili (CMF-7). In modelli analoghi risulta anche abrogata la prevenzione del tamoxifene alla crescita tumorale.

A seguito della diffusione di tale pratica sono stati condotti due studi per verificare l’efficacia di integratori a base di soia (90-150 mg/die di isoflavoni) in pazienti sintomatiche per deprivazione ormonale (vampate diurne e notturne). Le pazienti, trattate per carcinoma della mammella e molte in trattamento con tamoxifene o raloxifene, sono state randomizzate in doppio cieco a ricevere il trattamento con isoflavoni o placebo. In nessuno dei due studi si sono rilevate differenze statisticamente significative nella sintomatologia, anche quando stratificate a ricevere tamoxifene. Per cui gli isoflavoni non sembrano ridurre la sintomatologia legata alla terapia ormonale e potrebbero invece avere un’attività di stimolo sulla crescita tumorale.

Secondo alcuni lavori scientifici, le popolazioni asiatiche sarebbero meno esposte al rischio di carcinoma della mammella per l’elevata ingestione di derivati della soia: questa osservazione è di difficile interpretazione epidemiologica e non può essere trasferita alle popolazioni occidentali né ad altri effetti ormonali degli isoflavoni. Tali sostanze, quindi, vanno utilizzate con molta cautela da parte delle donne con carcinoma della mammella e solo se con recettori ormonali negativi. I medici che hanno pazienti in trattamento con tamoxifene o inibitori delle aromatasi dovrebbero vigilare e sconsigliare l’uso di prodotti a elevato titolo di fitoestrogeni, anche perché molti degli integratori alimentari in commercio rimandano a siti Internet nei quali sono rivendicati effetti terapeutici non dimostrati, sostenuti con letteratura di parte o mal interpretata.

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La menopausa rovina la tua pelle, ecco i consigli per mantenerla giovane

MEDICINA ONLINE DONNA ANZIANA MENOPAUSA ADULTA VAMPATE FITOESTROGENI SENO INGRANDIMENTO SOIA ORMONI ESTROGENI PIANTETutte noi temiamo i segni del tempo visibili sulla pelle; infatti, i segni dell’invecchiamento, frutto dei cambiamenti ormonali, sono particolarmente evidenti su quest’organo. In particolar modo è il viso, ovvero lo strumento che ci consente di proiettare la nostra immagine agli altri, oltre che darci la possibilità di avere una maggiore percezione fisica di noi stesse, a mostrare per primo i sintomi dell’età che avanza.

Dal momento in cui compaiono i primi sintomi della menopausa sino a quando termina la post menopausa, la riduzione graduale degli estrogeni e del collagene ha un impatto diretto sulla pelle, provocando il suo invecchiamento progressivo. L’azione di questi ormoni aumenta lo spessore della pelle, mantenendo alti i livelli di elasticità e umidità, mentre quando essi smettono di funzionare gli effetti negativi per la nostra pelle sono subito percepibili e ravvisabili. Sebbene la genetica giochi un ruolo importante per mantenersi giovani a lungo, le conseguenze sono inevitabili. Che succede alla pelle in questo periodo?

Effetti negativi della menopausa sulla pelle

  • Pelle disidratata: la pelle perde elasticità, si mostra secca ed ha un aspetto rugoso.
  • Rughe più profonde e numerose: le fibre di elastina e collagene si degradano e la pelle cade, generando maggiore flaccidità e la comparsa di rughe.
  • Maggiore fragilità: la pelle si assottiglia e, con la perdita di elasticità, si lesiona più facilmente.
  • Tono irregolare: la pelle perde luminosità e freschezza e il tono smette di essere uniforme; ciò rende la pelle più trasparente.
  • Maggiori difficoltà a cicatrizzare.
  • Macchie scure pigmentate che si accentuano nelle zone esposte al sole.

Non possiamo evitare questi cambiamenti, ma possiamo minimizzarli e ritardare il processo di invecchiamento. Ti forniamo una serie di trucchi per far sì che la tua pelle si mantenga giovane più a lungo.

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Consigli per salvaguardare la pelle a partire dalla menopausa

  •  Idrata dall’esterno: è fondamentale usare creme per il viso e per il corpo che ci aiutino a ristabilire l’idratazione perduta. Molte marche hanno messo a punto formule studiate per le caratteristiche tipiche della pelle matura. Inseriscile nella tua routine quotidiana.
  • Bevi due litri di acqua al giorno. Idrata la pelle anche dall’interno.
  • Utilizza una crema solare ogni giorno: in questa fase della vita il sole è importante per il nostro corpo perché ci aiuta a sintetizzare la vitamina D e a fissare il calcio nelle ossa. Ma anche se il medico ti raccomanda di prendere almeno 15 minuti di sole al giorno, evitando le ore di maggiore esposizione ai raggi ultravioletti (dalle 12 alle 16), devi sempre utilizzare una protezione solare adeguata al tuo tipo di pelle. Anche se il tempo è nuvoloso, le radiazioni solari danneggiamo la pelle molto più di quanto sembri.
  • Dimenticati delle tossine: abitudini sbagliate come il fumo e l’alcol contribuiscono ad accelerare l’invecchiamento della pelle. Evitali.
  • Fai esercizio fisico: l’attività fisica mantiene il nostro corpo ossigenato, migliora la circolazione sanguigna e purifica i pori. Inoltre, ti aiuterà a contrastare gli effetti della temuta osteoporosi.
  • Mangia alimenti ricchi di vitamina A (antiossidante), C (sintetizza il collagene) ed E (combatte i radicali liberi). Queste vitamine sono presenti, tra gli altri, in frutta fresca, frutta secca e verdure.
  • Non andare a letto senza struccarti. Durante le ore di sonno la nostra pelle ne approfitta per rigenerarsi e ossigenarsi. Per questo è importante compiere queste tre azioni: pulizia, tonificazione e nutrizione.
  • Presta maggiore attenzione alla tua igiene personale: assicurati che i saponi che utilizzi abbiano un PH neutro per evitare allergie e secchezza. Soprattutto, presta la massima attenzione alle zone intime che sono particolarmente sensibili a causa dell’atrofia e della secchezza vaginale proprie di questa fase della vita, nella quale inoltre le infezioni sono più frequenti.
  • Evita le irritazioni se soffri di incontinenza urinaria: usa assorbenti specifici per le perdite urinarie.

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Differenza tra isterectomia addominale e vaginale

MEDICINA ONLINE CHIRURGIA CHIRURGO MEDICO VASECTOMIA TUMORE CANCRO INTERVENTO BISTURI CARDIOCHIRURGIA NEUROCHIRURGIA MAMMELLA SENO TESTICOLO BRACCIA GAMBA AMPUTAZIONE VASCOLARE TAGLIO VEL’isterectomia è l’intervento chirurgico mediante il quale viene asportato l’utero o parte di esso.

A seconda della tecnica usata, l’isterectomia può essere di tre tipi:

  • addominale laparotomica, prevede una incisione addominale in basso, simile a quella del taglio cesareo. Viene scelta specie quando ci sono formazioni grandi che devono essere asportate;
  • addominale laparoscopica, prevede l’introduzione degli strumenti operatori nell’addome mediante due o tre piccole incisioni. E’ una tecnica meno invasiva e prevede un recupero più veloce, una degenza meno lunga e minor dolore e fastidio post operatorio;
  • vaginale (colpoisterectomia), spesso abbinata alla tecnica precedente, mediante la quale viene asportato l’utero per via vaginale. Non prevede incisioni e il decorso post operatorio non causa molti fastidi, viene generalmente scelta in caso di prolasso uterino o piccoli fibromi.

La scelta del tipo di intervento dipenderà dal motivo dell’operazione, dallo stato di salute generale della paziente e dalla preferenza del chirurgo.

In quali casi si effettua una isterectomia? 
L’isterectomia si esegue in caso di problemi gravi, ad esempio il cancro dell’utero. Si esegue inoltre per altri problemi riguardanti l’utero, quando altre terapie intraprese non hanno dato esito positivo. Il medico può proporre l’isterectomia per uno dei seguenti motivi:

  • Fibromi uterini: tumori benigni (non cancerosi) che si sviluppano diffusamente all’interno del muscolo uterino. Nella maggior parte dei casi non causano problemi e le loro dimensioni si riducono dopo la menopausa, ma a volte possono causare forti sanguinamenti o dolore.
  • Sanguinamenti uterini anomali: perdite di sangue ingenti o irregolari dalla vagina.
  • Emorragia post partum: se l’utero è in atonia e non si contrae più (non permettendo l’emostasi) e tutte le altre metodiche non riescono a fermare il sanguinamento, in casi estremi si ricorre all’isterectomia.
  • Prolasso dell’utero: l’utero si abbassa e sprofonda nella vagina. Tale fenomeno dipende dai muscoli e dai tessuti poco tonici o allentati.
  • Endometriosi: condizione in cui il tessuto dell’endometrio (la membrana che riveste l’interno dell’utero) comincia a crescere all’esterno dell’utero e sugli organi circostanti. Tale condizione è causa di mestruazioni dolorose, perdite di sangue anomale e difficoltà a restare incinta. L’endometriosi tende a migliorare dopo la menopausa.

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E’ possibile rimanere incinta in pre-menopausa?

MEDICINA ONLINE VAGINA DONNA BACIO SESSULITA GRAVIDANZA INCINTA SESSO COPPIA AMORE TRISTE GAY OMOSESSUAANSIA DA PRESTAZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE FRIGIDA PAURA FOBIA TRADIMENTOLa premenopausa è una periodo di transizione che accade nella vita della donna alcuni anni prima della menopausa. È la fase in cui le ovaiegradualmente cominciano a produrre meno estrogeni. Di solito inizia intorno ai 40 anni ma, in alcuni casi, può verificarsi anche prima. Durante la premenopausa, in particolare negli ultimi 2 anni, molte donne accusano i sintomi della menopausa: ciò si verifica a causa del calo di estrogeni che verso la fine subisce un’accelerazione.

Si può restare incinta durante la premenopausa?
Sì, nonostante il calo della fertilità durante la fase che precede la menopausa, è ancora possibile rimanere incinta. Se non desideri una gravidanza, ti conviene adottare una forma dicontraccezione fino a quando non sei sicura di essere entrata in menopausa (devono passare almeno 12 mesi senza avere le mestruazioni). Va ricordato, tuttavia, che se invece si desidera un bambino, non è così facile e immediata una gravidanza nella fase della premenopausa. Per maggiori chiarimenti, consulta il tuo ginecologo.

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Come si fa a capire se l’imene si è davvero rotto o no?

MEDICINA ONLINE IMENE ROTTURA SANGUE VAGINA DOLORE SESSO PENE PENETRAZIONE DONNA RAGAZZA SESSUALITA RAPPORTO SESSUALE SPERMA EMORRAGIA CHIAMARE DOTTORE FEMMINILE GINECOLOGIA MESTRUAZIONI.jpgL’imene è situato subito prima dell’inizio della vagina, non in profondità, appena dopo le piccole labbra. Lo si può vedere anche da sola, usando uno specchietto, sedendosi sul bidet a cosce aperte e con una fonte di luce davanti: si vede una specie di plica di tessuto carnoso, rosa-rosso, attaccata alle pareti vaginali subito all’interno delle piccole labbra, che non chiude completamente l’orifizio vaginale. Solitamente nel mezzo dell’imene, anche se ancora integro, vi è uno o più forellini, necessari per la fuoriuscita delle mestruazioni.

Quando la donna non è più vergine, cioè se l’imene è stato lacerato, il tessuto potrà apparire in vari modi:

  • come un anello di tessuto di colore uguale alla mucosa vaginale, inserito tutt’intorno all’ingresso della vagina;
  • come dei resti di tessuto come delle piccole sporgenze rosa-rosse.

Potrebbe anche essere praticamente non più visibile, vedi immagine in alto, sul lato destro.

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