Diencefalo: anatomia, struttura e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA  NERVO FACIALE ATTACCHI PANICO ANSIA IPPOCAMPO IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE DIENCEFALO.jpgIl diencefalo è una porzione dell’encefalo. Assieme al telencefalo (gli emisferi cerebrali più i nuclei della base) costituisce il cervello. Mediano e simmetrico, con forma di piramide tronca, è intercalato tra i centri assiali inferiori (midollo spinale, tronco encefalico) e quelli superiori (telencefalo). Al suo interno si ritrova la cavità del terzo ventricolo. Il diencefalo è situato rostralmente rispetto al mesencefalo, con il quale condivide alcune formazioni nucleari, ed è completamente rivestito dal telencefalo (ad eccezione della sua superficie ventrale, che affiora liberamente sulla superficie encefalica). Di conseguenza, esso risulta visibile solo dopo ampia demolizione degli emisferi telencefalici e della sostanza bianca che lo avvolge.

Il diencefalo deriva dalla primitiva vescicola prosencefalica del tubo neurale, la quale, attorno al 32º giorno di gravidanza, si divide ulteriormente in due vescicole distinte, telencefalica e diencefalica. Da quest’ultima derivano poi il diencefalo e le altre formazioni comunicanti, quali la retina.

Posizione e rapporti

Il diencefalo si trova al centro della scatola cranica, ed è delimitato rispetto al telencefalo dalla capsula interna. Per la sua descrizione si usa suddividerlo in una faccia dorsale, una faccia ventrale o ipotalamica, due facce laterali, una faccia anteriore ed una faccia posteriore.

  • La faccia dorsale del diencefalo è ricoperta dalla tela corioidea superiore, che contribuisce alla costituzione dei ventricoli laterali: questa si riflette nel punto in cui viene a contatto con la superficie diencefalica, dando luogo ad una linea molto spessa, orientata in senso sagittale, che prende il nome di tenia del talamo. All’estremo posteriore della faccia dorsale del diencefalo troviamo due formazioni, l’epifisi e l’abenula.
  • La faccia ventrale o ipotalamica è l’unica porzione del diencefalo ad affiorare sulla superficie encefalica, e pertanto risulta visibile ad occhio nudo senza bisogno di demolire nessun’altra formazione. La faccia ventrale è delimitata posteriormente dal tronco encefalico (e precisamente dai peduncoli cerebrali), anteriormente dal chiasma ottico che la separa dai lobi frontali, e lateralmente dai poli temporali dei due emisferi. In direzione anteroposteriore, si riconoscono nella faccia ventrale tre strutture fondamentali assegnate all’ipotalamo, e cioè il chiasma ottico, il tuber cinereum o peduncolo ipofisario ed i corpi mammillari.
  • Le facce laterali del diencefalo sono costituite dai due talami, le più voluminose delle diverse strutture che compongono il diencefalo stesso. Queste facce sono a stretto contatto con il telencefalo, dal quale sono separate solo per l’interposizione della capsula interna; dorsalmente, i talami sono invece ricoperti dal nucleo caudato, un nucleo telencefalico, per cui diventa molto difficile stabilire un confine tra queste due formazioni, ed in genere si sceglie a questo scopo il solco optostriato.
  • La faccia anteriore comprende anch’essa i poli anteriori dei soli talami, ed ha un’estensione abbastanza modesta. I suoi limiti possono essere individuati dal chiasma ottico, in basso, e dai forami interventricolari (di Monro), in alto.
  • La faccia posteriore del diencefalo non ha una vera e propria connotazione anatomica, e può essere individuata come un piano virtuale che si estende dalla commessura posteriore fino al limite posteriore dei corpi mammillari ipotalamici.

Struttura

Come già detto, il diencefalo contiene al suo interno la cavità del terzo ventricolo, che permette di suddividere con un piano sagittale l’intera struttura in due metà pari e simmetriche. Ciascuna di queste due metà può essere ulteriormente suddivisa in una porzione ventrale ed in una dorsale, grazie all’esistenza di un solco che attraversa in senso trasversale tutta la cavità del terzo ventricolo, e che viene denominato solco ipotalamico. La porzione ventrale, ossia quella parte di diencefalo che rimane al di sotto di tale solco, comprende:

  • l’ipotalamo, una formazione impari e mediana che si estende dal chiasma ottico, anteriormente, fino ai corpi mammillari, che ne rappresentano il limite posteriore;
  • il subtalamo, pari e simmetrico, localizzato lateralmente all’ipotalamo da ciascun lato, che contiene una serie di formazioni grigie e bianche in diretta continuazione con il mesencefalo sottostante.

La porzione dorsale, ossia quella che rimane al di sopra del solco ipotalamico, comprende invece:

  • il talamo, la porzione più voluminosa del diencefalo, a cui sono assegnate importantissime funzioni di ricezione e ritrasmissione delle informazioni a provenienza sia periferica che centrale;
  • l’epitalamo, in posizione arretrata rispetto al talamo;
  • il metatalamo, situato posterolateralmente rispetto al talamo e comprendente solo i corpi genicolati mediali e laterali.

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Sindrome di Hikikomori e dipendenza da internet: giovani sempre più colpiti

MEDICINA ONLINE HIKIKOMORI DIPENDENZA INTERNET GIOVANI BAMBINI PC COMPUTER INTERNET WEB MASTURBAZIONE COMPULSIVA.jpgSindrome di Hikikomori, uno degli effetti della dipendenza da internet dei ragazzi tra gli 11 e i 16 anni. Un fenomeno che sta pericolosamente prendendo piede in Italia, dove 240mila ragazzini e adolescenti passano in media più di 3 ore al giorno davanti al pc. Una vera e propria web-dipendenza che porta a una sorta di isolamento sociale, prima presente solo in Giappone e per questo denominata “sindrome di Hikikomori”.

Secondo l’indagine svolta dalla Fnomceo (Federazione italiana degli ordini dei medici), i ragazzi affetti da questa sindrome sono costantemente davanti al monitor, dal momento in cui escono da scuola fino a sera tarda, per un totale di 10-12 ore giornaliere.

Purtroppo di questo le istituzioni italiane – rileva la Fnomceo – non sembrano preoccuparsi ed è un limite evidente, giacché la realtà sociale è fatta anche e soprattutto di queste problematiche, con un’espansione clinica che valutiamo quotidianamente“. Questi adolescenti “il più delle volte riescono a raggiungere la sufficienza nelle materie scolastiche, confermando che frequentano l’ambiente didattico come una sorta di obbligo, e poi si ritirano dal mondo reale per calarsi completamente in quello virtuale“. “È una delle forme emergenti di dipendenza – conclude la Fnomceo – che spesso viene confusa con situazioni psicopatologiche diverse. Va affrontata e prevenuta innanzitutto attraverso la conoscenza del fenomeno che è ancora sottaciuto“.

Per essere precisi però bisogna sottolineare che la sindrome di Hikikomori non è ancora stata ufficialmente dichiarata una malattia e che i giovani Hikikomori “DOC” sono considerati tali quando praticamente non escono quasi più dalla loro stanza, neanche per andare a scuola o al lavoro, quindi l’indagine della Fnomceo potrebbe erroneamente aver incluso tra i risultati molti giovani NON Hikikomori ma invece affetti da tecnopatologie quali la dipendenza da internet. Essendo quello degli Hikikomori in Italia un fenomeno relativamente giovane, succede spesso che si faccia confusione, spesso anche tra gli “addetti ai lavori”, come medici e psicologi.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Sindrome del tramonto o del crepuscolo: cause, sintomi e cura

MEDICINA ONLINE SINDROME DEL TRAMONTO CREPUSCOLO SOLE CALANTE SUNDOWNING SYNDROME BUIO NOTTE ALZHEIMER DEMENZA ANZIANO NEONATO BAMBINO CURA THE VISIT FILM 2015 M. Night Shyamalan WALLPAPER OLD GRANDMA HORROR.jpgForse siete qui perché avete appena visto il film “The Visit” del 2015, diretto da M. Night Shyamalan (da cui è tratta la foto in alto), dove questa sindrome viene menzionata, oppure è stata diagnosticata ad un vostro caro e volete saperne di più. Cerchiamo oggi Continua a leggere

I 7 motivi per non smettere di disegnare anche da adulti

MEDICINA ONLINE BAMBINO MOTIVI DISEGNARE SMETTERE COLORE COLORARE DISEGNO CERVELLO BIMBO.jpgColorare da adulti, una pratica forse abbandonata che molti di noi dovrebbero riprendere. Questo almeno è quanto suggeriscono gli scienziati, i quali sostengono che l’atto del disegnare e riempire gli spazi con i colori favorisce il benessere generale dell’essere umano ad ogni età. Da bambini era un passatempo naturale, una valvola di sfogo, ma con la crescita abbiamo abbandonato pastelli, pennarelli ed album senza quasi rendercene conto: ora sembra arrivato il momento di riprovarci. Vediamo quali sono i principali benefici che questa attività può apportare alla nostra mente e al nostro corpo.

Gli psicologi hanno dimostrato che il colorare da adulti è rilassante e aiuta a combattere lo stress. Sollecitando le aree del cervello preposte alle emozioni e ai sensi, può essere un modo per alleggerire l’animo, per evadere dalle preoccupazioni e dalle ansie quotidiane, per dedicare un momento al proprio mondo interiore. Lo psichiatra Carl G. Jung si serviva del colorare quale tecnica per il rilassamento dei suoi pazienti utilizzando i mandala , rappresentazioni simboliche della nascita, della vita, della maturità e della rinascita, provenienti dalla tradizione indiana, che sono diventati nella concezione occidentale riproduzioni dell’io e delle emozioni umane.

L’atto del colorare tende a far ritrovare il centro, recuperare la consapevolezza del presente, accrescere la pazienza e migliorare la concentrazione: sembra infatti che il cervello, mentre si scelgono i colori e si colma uno spazio bianco, si posizioni sulla stessa frequenza attivata durante la meditazione. Davanti ad un colorbook, ci si libera dei pensieri negativi, delle ansie, si calmano i nervi indirizzando l’attenzione solo su quello che si ha di fronte; la concentrazione aiuta quindi ad affrontare i problemi, facendo trovare soluzioni più opportune ed un nuovo equilibrio.

Il colorare tende inoltre ad incentivare la creatività, l’immaginazione e il senso di innovazione. Riportandoci indietro all’infanzia, una fase della vita meno stressante, induce un senso inconscio ed immediato di benessere. E non è tutto perchè i benefici sono anche fisici. Colorando infatti si aguzza la vista, ci si orienta nello spazio, si riconoscono le forme, si coordinano i movimenti mano-occhio e si stimolano le attività motorie. L’atto del colorare da adulti può essere visto quindi come una vera e propria palestra per il cervello: l’emisfero sinistro lavora per rispettare i margini del disegno, l’emisfero destro per scegliere i colori e per far fluire le emozioni.

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Usare il navigatore satellitare fa male al tuo cervello

MEDICINA ONLINE PAURA GUIDARE AUTO DONNA VOLANTE UOMO INCIDENTE PSICOLOGIA MENTE FOBIASe dovete trovare una strada o l’abitazione di un amico è meglio chiedere informazioni e orientarvi, seguendo le indicazioni presenti sui vari cartelloni. Per quanto possiate perdervi, in questa maniera, almeno non rischiate di spegnere il vostro cervello. Questi ha a disposizione delle zone atte all’orientamento. Parti che rischiano di essere danneggiate dall’uso costante di GPS e navigatore. A dimostrare tutto ciò uno studio pubblicato su Nature Communications. Sono stati osservati alcuni automobilisti mentre camminavano per uno dei quartieri più affollati di Londra, ossia Soho. Sono state effettuate vere e proprie scansioni cerebrali. In questa maniera sono state osservate le reazioni interne all’Ippocampo e alla Corteccia Prefrontale.

I risultati

Le scansioni cerebrali hanno dato risultati straordinari. Infatti, quando gli automobilisti si sono ritrovati in strade nuove e hanno dovuto fare delle scelte, senza l’aiuto del navigatore, gli strumenti hanno mostrato un’intensa attività cerebrale dell’Ippocampo e della Corteccia Prefrontale che nel giro di poco tempo raggiungeva il proprio apice. Al contrario, col navigatore nulla di tutto ciò accadeva. E ciò porta ad una mancanza di attività di due parti fondamentali del nostro cervello con conseguenze terribili. L’Ippocampo svolge il ruolo di immaginare percorsi futuri, mentre la Corteccia Prefrontale aiuta a scegliere i migliori. A spiegare ciò Hugo Spears a capo della ricerca.

Altre analisi

Queste parti non si sforzano se adoperiamo un navigatore satellitare. La ricerca però non si è fermata qui. L’indagine ha cercato di capire quale metropoli risultasse più complessa e dunque stimolante per il nostro cervello. A quanto pare, Londra ha una rete stradale davvero difficoltosa, mentre Manhattan appare più semplice da percorrere. La ricerca è stata effettuata dal The Centric Lab. L’indagine rientra in un progetto ampio finalizzato a capire in che modo l’essere umano possa evitare di spegnere il cervello. L’organizzazione, inoltre, cerca di realizzare spazi in cui sia meno difficoltoso muoversi. Da qui è nata l’idea alla base di questa fortunata ricerca. Si è infatti scoperto che il nostro cervello è anche e sopratutto influenzato dalla struttura della città in cui viviamo. Scoperta che potrebbe rivoluzionarie l’architettura futura.

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Malattia di Huntington: cos’è, ereditarietà, come si trasmette, età di insorgenza

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma COME FATTO CERVELLO SERVE FUNZIONA MEMORIA Riabilitazione Nutrizionista Medicina Estetica Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Linfodrenaggio PeneLa malattia (o morbo o còrea) di Huntington è una patologia ereditaria causata dalla degenerazione di neuroni situati in specifiche aree cerebrali – striato e corteccia cerebrale – e caratterizzata da una generale atrofia del cervello. I sintomi iniziali possono essere bruschi mutamenti dell’umore, apatia, irritabilità, depressione e rabbia, difficoltà nella guida, nell’imparare cose nuove o nel prendere una decisione. Altri possono presentare cambiamenti nella scrittura e movimenti involontari delle dita, dei piedi, del viso o del tronco (chiamati “còrea” dal termine greco che significa “danza”). In altri casi possono insorgere disturbi dell’equilibrio e del coordinamento motorio con accentuato rischio di cadute. L’ordine di comparsa di questi sintomi e la gravità possono variare notevolmente da un individuo all’altro, così come l’età d’insorgenza.

Età di insorgenza

Nella sua forma più classica la malattia insorge tra i 35 e i 45 anni, ma in alcuni casi può manifestarsi prima dei 20 anni con un rapido declino del rendimento scolastico/lavorativo, cambiamenti nella scrittura, rigidità, tremori, lentezza e rapidi spasmi muscolari. La forma giovanile progredisce molto più rapidamente di quella adulta. La forma tardiva, infine, si manifesta dopo i 55 anni e può essere più complessa da diagnosticare per la compresenza di altre patologie, ma anche perché i sintomi possono essere particolarmente lievi e perciò più difficili da individuare.

Diffusione

La frequenza della malattia è stimata in 5-10/100.000 individui, ma non sempre viene correttamente diagnosticata: esiste perciò certamente un gran numero di portatori inconsapevoli.

Come si trasmette la malattia di Huntington?

La malattia si trasmette con modalità autosomico dominante: un genitore affetto ha cioè una probabilità del 50% di trasmetterla a ciascuno dei suoi figli, a prescindere dal sesso. Quello che viene trasmesso non è la malattia, ma la mutazione di un gene, IT-15, localizzato sul cromosoma 4 e codificante per la proteina huntingtina, dalle funzioni non ancora del tutto note ma comunque importante per lo sviluppo embrionale e nel cervello adulto. Il gene IT-15 sano presenta al suo interno una specifica sequenza CAG che si ripete fino a un massimo di 35 volte, ma che in presenza della mutazione si ripete per un numero eccessivo di volte (da 39 a oltre 100). Ogni individuo che eredita il gene mutato svilupperà più o meno precocemente la malattia.

Come avviene la diagnosi della malattia di Huntington?

Dal 1993, con la scoperta del gene responsabile, è disponibile il test genetico per diagnosticare la malattia di Huntington. Su un prelievo di sangue di un individuo a rischio ma ancora del tutto privo di sintomi è possibile condurre un’analisi genetica che consente di accertare la presenza o l’assenza della mutazione nel gene IT-15. La decisione di sottoporsi al test è molto delicata, perché il risultato coinvolge non solo il singolo individuo, ma anche la sua famiglia (coniuge, figli, fratelli).  È perciò consigliabile fare riferimento a centri di ricerca che dispongono di professionisti idonei. Data l’attuale impossibilità di prevenire la malattia non vengono effettuati test sui minori di 18 anni. Inoltre la diagnosi corretta si basa non solo sul test genetico, ma anche sulla storia familiare del paziente e sulle immagini del cervello che si possono ottenere con TC e risonanza magnetica nucleare: vista la variabilità della sintomatologia, anche in base alla fase e alla durata della malattia, è fondamentale considerare le informazioni fornite dai vari strumenti disponibili e non da un solo elemento (per esempio un paziente in fase iniziale può avere TC e risonanza magnetica normali).

Terapie

Purtroppo non esiste al momento una terapia risolutiva. I principali sintomi motori e psichiatrici possono essere tenuti sotto controllo con farmaci in grado di migliorare la qualità di vita del malato e prevenire eventuali complicazioni, ma non di guarire la malattia o interromperne il decorso. Sono tuttavia in corso diverse sperimentazioni cliniche per valutare l’efficacia di varie sostanze.

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Criptofasia ed una morte misteriosa: la strana storia delle gemelle Gibbons

MEDICINA ONLINE JUNE JENNIFER GIBBONS GEMELLE SILENZIOSE SILENT TWINS MORTE CRIPTOFASIA.jpgSappiamo che le affinità fra gemelli omozigoti sono molte: condividono in fondo lo stesso identico patrimonio genetico, e se crescono assieme spesso si influenzano vicendevolmente per quanto riguarda il comportamento. In alcuni casi hanno dei gusti marcatamente differenti; quasi sempre però mostrano una comprensione reciproca che, vista dall’esterno, può apparire straordinaria. Ma la storia delle gemelle Gibbons contiene un elemento più viscerale, inspiegabile, come se questa sintonia fosse arrivata ad un livello superiore e ancora oggi impossibile da spiegare.

June e Jennifer Gibbons erano nate nell’isola Barbados l’11 aprile del 1963. I genitori si trasferirono ad Haverfordwest, nel Galles (il padre era luogotenente nella RAF) poco dopo la nascita delle gemelline. Si trattava dell’unica famiglia di colore della città, e certamente il problema dell’integrazione deve aver pesato sullo sviluppo delle piccole gemelle. Divenne presto evidente che le bambine avevano alcune difficoltà di linguaggio, tanto che soltanto la mamma Gloria era in grado di capire quello che farfugliavano, e in alcuni casi nemmeno lei. A causa di questi disordini linguistici, June e Jennifer crebbero senza legare con gli altri bambini, sempre sole e chiuse nel loro mondo.

La scuola, come è comprensibile, fu per loro un trauma severo: rifiutavano di parlare, scrivere o leggere, e gli insegnanti cominciarono a mandarle a casa prima della fine dell’orario per dare loro qualche minuto di vantaggio sui bulli che le molestavano in continuazione. Fu in quel periodo che cominciarono ad essere chiamate the silent twins (gemelle silenziose).

Se avevano eretto un muro impenetrabile per il mondo, all’interno del loro “spazio protetto” vivevano però una realtà differente.
Le gemelle avevano sviluppato un loro linguaggio, incomprensibile agli estranei (criptofasia), e dei giochi segreti particolari e complicati. Giocavano a “specchiarsi” l’una nell’altra, imitando a vicenda le azioni compiute; la sera decidevano chi delle due, al risveglio mattutino, avrebbe respirato per prima, e finché questo respiro non veniva avvertito l’altra sorella doveva giacere immobile, come morta. Mentre in classe non c’era verso di costringerle a leggere, nella serenità della loro cameretta erano avide divoratrici di libri, e riempivano i loro quaderni di racconti, disegni e romanzi scritti a quattro mani. Le pagine erano riempite di caratteri minuscoli, tanto che fra una riga blu e l’altra dei fogli dei loro diari trovavano spazio quattro righe di testo.

All’età di 14 anni, avevano ormai escluso dalla loro vita praticamente chiunque: compagni, conoscenti, mamma, papà, e i due fratelli. Soltanto alla piccola Rosie, la sorella minore, era consentito entrare sporadicamente nel loro universo. Ormai il silenzio era divenuto un voto vero e proprio, e il linguaggio segreto utilizzato fra di loro era sempre più impenetrabile. Si muovevano con gesti lenti, all’unisono, senza dubbio rispettando le regole di un oscuro gioco. I diversi psicologi e terapeuti non riuscirono a fare nulla per renderle più sociali, e le ragazze sprofondarono inesorabilmente nel loro rapporto esclusivo.

Le gemelle, a onor del vero, provarono ad uscire dall’isolamento attraverso la scrittura. Due dei loro romanzi, Pepsi-Cola Addict e Discomania, firmati rispettivamente da June e Jennifer, vennero pubblicati a loro spese, senza però attrarre l’attenzione sperata. Qualche breve flirt con dei ragazzi americani non portò ugualmente a nulla di importante. Il problema vero sorse quando le due cominciarono ad avere dei comportamenti delinquenziali: piccoli crimini, che culminarono però in due episodi di incendi dolosi, appiccati dalle gemelle alle scuole speciali che frequentavano. Il loro rapporto di amore si mischiava inoltre ad accessi di odio violento, visto che un giorno Jennifer aveva tentato di strangolare June con un cavo della radio, e una settimana dopo June aveva spinto Jennifer giù da un ponte nel fiume sottostante.

La risposta del sistema giudiziario fu particolarmente dura: reputate pericolose, le due ragazze vennero rinchiuse nel Broadmoor Hospital, un ospedale di massima sicurezza per malati mentali. Lì, insieme a maniaci, psicopatici e schizofrenici, passarono 14 anni della loro vita, incontrandosi soltanto in orari precisi.

Le gemelle avevano fin dall’inizio pattuito che se una di loro fosse morta, l’altra avrebbe rotto il patto del silenzio, avrebbe cominciato a parlare, e vissuto una vita normale. Nel corso degli anni di reclusione forzata, erano arrivate alla drammatica conclusione che fosse necessario che una delle due morisse: non sarebbero mai state libere, se non tramite il sacrificio.
La loro biografa ed amica, Marjorie Wallace, raccontò il momento in cui le rivelarono il loro piano:

Portai mia figlia – credo avesse circa otto anni – a prendere il tè con le gemelle. Dovevamo passare per tutte queste porte chiuse a chiave, fino alla grande sala. Jennifer e June erano là, sempre piuttosto allegre, e ci portavano il tè su un vassoio con piccoli biscotti. Ci sedemmo e cominciammo a chiacchierare. Di colpo, nel bel mezzo della conversazione, Jennifer disse: ” Marjorie-Marjorie-Marjorie, io morirò”. Io dissi: “Non essere stupida, Jennifer. Sei in buona salute”. Mi guardò e mi disse: “Abbiamo deciso, io morirò”. […] Poi June disse: “Sì, abbiamo deciso”. Mi passarono dei biglietti, e c’era scritto che la decisione era che Jennifer sarebbe dovuta morire per liberare June. June era nata per prima, June aveva più talento, June era più estroversa. Aveva il diritto di vivere. June poteva vivere per entrambe, e Jennifer no.

Il 9 marzo 1993 le due sorelle (che allora avevano 29 anni) vennero spostate da Broadmoor alla Caswell Clinic a Bridgend, dove sarebbero state sottoposte finalmente a un regime più libero. Nel minibus che le trasportava, però, Jennifer di colpo poggiò la testa sulla spalla della sorella. June dichiarerà in seguito: “Pensavo fosse stanca. Sembrava che dormisse, ma i suoi occhi erano aperti e sbarrati”. Quando il bus arrivò alla clinica, non si riuscì a svegliare Jennifer. Portata all’ospedale, vi morì poche ore dopo.

L’autopsia rivelò che Jennifer era morta di miocardite acuta, un’infiammazione del muscolo cardiaco. Secondo gli anatomopatologi, potevano esserci circa 40 motivi diversi per una tale infiammazione; eppure il Dr. Knight, patologo, disse di non avere mai visto un cuore così severamente infiammato senza alcuna ragione evidente.

Rimasta sola, June fu effettivamente in grado di conquistarsi una vita più comune, senza farmaci o cliniche. Ancora oggi rifugge dai riflettori dei media; conduce una vita serena e anonima aiutando di tanto in tanto i vecchi genitori, accettata finalmente dalla comunità, senza grossi problemi, e tenta di lasciarsi il passato dietro le spalle.

La morte di Jennifer resta un mistero per la medicina.

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Ernia del disco e mal di schiena: sintomi, diagnosi e cura

MEDICINA ONLINE ERNIA DEL DISCO SCIATICA NERVO SCIATICO SCHIENA DOLORE MAL DI SCHIENA NERVO ISCHIATICO STRETCHING RIMEDI INFRAROSSI RADIOFREQUENZA AMMORTIZZARE OSSO RACHIDE VERTEBRA DIFFERENZE ANZIANO PIEDE GAMBA IRRADIATO.jpgTra le cause più comuni del mal di schiena e della sciatalgia, c’è senza dubbio l’ernia del disco (o “ernia discale”), per capire il meccanismo dietro questo disturbo bisogna prima farsi una domanda:

Cosa sono i dischi intervertebrali ed a che servono?

I dischi intervertebrali sono strutture anatomiche che si frappongono tra le varie vertebre della spina dorsale. Sono composti da un anello fibroso che contiene un nucleo polposo. Il loro ruolo è da una parte quello di distribuire in modo omogeneo le forze applicate alla colonna su tutta la superficie delle vertebre; dall’altra, quello di permettere movimenti di inclinazione, rotazione e scivolamento tra le vertebre adiacenti. Per alcuni motivi che tra poco vedremo, i dischi possono essere interessati da un’erniazione.

Cos’è l’ernia del disco?

L’ernia del disco compare quando il nucleo polposo fuoriesce dall’anello fibroso e si sposta verso le radici nervose della colonna vertebrale, creando così un conflitto disco-radicolare che può portare dolore. Il dolore, in realtà, può essere causato tanto dalla compressione diretta del nucleo polposo sulle radici nervose, quanto dall’insorgenza di un’infiammazione acuta, come un edema, ossia un accumulo di liquido sieroso che provoca un conflitto con il nervo. Le ernie possono interessare l’intera colonna, ma più di frequente si verificano nel tratto lombare, dando quindi origine a sciatalgie e a lombosciatalgie, con dolore alla schiena e alle gambe. Se invece si tratta di un’ernia nel tratto cervicale, il dolore, oltre che al collo (cervicalgia), si avvertirà anche lungo il braccio (cervicobrachialgia) e addirittura fino alla mano . In rapporto alla forza espulsiva del nucleo, e quindi in base alla gravità dell’ernia, si distingue tra ernie:

  • contenute;
  • protruse;
  • espulse.

Le cause e i fattori di rischio dell’ernia al disco

Da dove ha origine un’ernia del disco? Innanzitutto diciamo che se il nucleo polposo del disco può “scivolare” verso l’esterno è perché c’è un cedimento delle strutture fibrose dell’anello che lo circonda. Ciò è dovuto a un processo degenerativo legato all’avanzare dell’età, a fattori genetici o ad altri fattori come vita sedentaria, fumo, peso eccessivo, etc. L’ernia, poi, può essere conseguente anche a sforzi importanti o a una cattiva postura.

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I sintomi e segni dell’ernia del disco

Il sintomo principale di ernia discale è il dolore che viene in genere descritto come intenso e acuto e spesso peggiora quando raggiunge l’arto interessato, quello inferiore se l’ernia riguarda un disco più “basso” (ad esempio in zona lombare/sacrale, evenienza più frequente) o quello superiore se l’ernia riguarda un disco più “alto” (ad esempio in zona cervicale). L’insorgenza del dolore per via di un’ernia discale può verificarsi improvvisamente o può essere preceduta da una sensazione di rottura o di scatto a livello della colonna vertebrale. Il dolore, diffuso o localizzato che sia, non è l’unico sintomo dell’ernia del disco. Esistono altri sintomi e segni legati ad un’ernia del disco, che possono essere lievemente diversi in base alla sede dell’erniazione, tra questi ricordiamo:

  • ipovalidità muscolare, quindi debolezza dei muscoli;
  • alterazione della sensibilità: tipicamente i pazienti riferiscono una sensazione di intorpidimento o di formicolio;
  • alterazione dei riflessi osteotendinei.

Il dolore è ovviamente localizzato in base al disco erniato. Ad esempio l’ernia discale cervicale comporta dolore al collo e alla spalla, dolore irradiato al braccio, intorpidimento e formicolio al braccio o alla mano. Il dolore può essere diffuso, intenso e difficile da localizzare, oppure acuto, bruciante e facilmente localizzabile. In genere, il dolore alle braccia o al collo costituisce il primo segno di irritazione delle radici nervose dovuta a problemi alla cervicale. L’intorpidimento, il formicolio e la debolezza a livello muscolare possono essere sintomi di un problema più grave. Ernie a dischi lombari e sacrali determineranno un dolore che parte dalla zona lombare e si irradia alla gamba.

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Diagnosi

La diagnosi di ernia del disco inizia con l’esame obiettivo completo della colonna vertebrale, delle braccia e degli arti inferiori. Il medico dovrà esaminare la colonna vertebrale osservando la flessibilità, l’ampiezza dei movimenti e segni che suggeriscano un danneggiamento delle radici nervose o del midollo spinale a causa di un’ernia del disco. Al paziente può essere sottoposto uno schema che richieda di descrivere dettagliatamente sintomi come dolore, intorpidimento, formicolio e debolezza. Potrebbe essere necessario ricorrere ad accertamenti diagnostici strumentali, quali la radiografia o la risonanza magnetica (RM).

Quando si interviene su un’ernia del disco?

Non tutte le ernie sono uguali e non tutte le ernie sono chirurgiche. Ci sono anche casi di ernie del disco totalmente asintomatiche. L’intervento chirurgico, comunque, non si valuta mai solo in base al dolore avvertito. È necessario studiare il danno che il nervo subisce a causa dell’ernia. In genere, si opta per la chirurgia se sono presenti deficit motori o importanti disturbi della sensibilità. In tutti gli altri casi si propende per terapie di tipo conservativo (farmacologiche e ortesiche tramite l’uso di cinture lombari) e riabilitativo (fisioterapia, manipolazioni vertebrali, educazione posturale).

  • Cure conservative. Non tutti i pazienti che lamentano dolore al collo e alla schiena necessitano di un intervento chirurgico. Infatti, la maggior parte dei soggetti trova sollievo dalla sintomatologia dolorosa grazie a terapie non chirurgiche come l’esercizio fisico, i farmaci, la fisioterapia e la chiroterapia.
  • Decompressione chirurgica. L’intervento chirurgico maggiormente praticato per la stenosi spinale cervicale è la foraminoctomia cervicale. Tale procedura è volta ad allargare il canale spinale per alleviare la compressione sul midollo spinale e ridurre sintomi, come formicolio e debolezza, osservati in caso di stenosi spinale.
  • Sostituzione discale artificiale. I dischi artificiali sono soluzioni protesiche concepite per sostituire il disco malato, rimosso dalla colonna, mantenendo però il movimento, la flessibilità e quindi la naturale conformazione biomeccanica della colonna vertebrale.
  • Chirurgia di fusione spinale. La fusione spinale consiste in un intervento chirurgico volto al trattamento delle condizioni degenerative della colonna vertebrale in genere. Mediante l’utilizzo di innesti ossei e strumenti, quali piastre metalliche e viti, questa procedura permette di fondere due o più vertebre adiacenti, con l’obiettivo di stabilizzare la colonna vertebrale e ad alleviare il dolore provocato dalla patologia degenerativa.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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