Sperma e sesso orale sono antidepressivi naturali per le donne

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO AMORE COPPIA SESSO SESSUALITA ABBRACCIO MATRIMONIO MASTURBAZIONE ORGASMO (2)Lo sperma e il sesso orale sono antidepressivi naturali per le donne. Detta così sembra una affermazione bislacca, magari pronunciata da un uomo piuttosto ottimista. Ed invece ad affermarlo è una ricerca di qualche tempo fa della rinomata State University di New York che ha comparato la vita sessuale di 293 donne e la loro salute mentale. Il risultato ha evidenziato come il sesso orale sia il miglior rimedio per la depressione femminile, poiché lo sperma contiene sostanze in grado di risollevare l’umore e conciliare il sonno. Inoltre contiene ormoni quali il cortisolo, l’estrogeno e l’ossitocina che hanno effetti antidepressivi.

Lo sperma contiene sostanze utili all’umore

Le donne che hanno una vita sessuale regolare e non usano protezioni sono risultate più rilassate ed hanno ottenuto punteggi più alti nei test cognitivi. Questo perché oltre agli spermatozoi lo sperma contiene ormoni come la tireotropina, un antidepressivo, la melatonina, che induce il sonno e la serotonina, il neurotrasmettitore più noto tra gli antidepressivi, a tale proposito leggi anche: Cosa contiene lo sperma?

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Collante per la coppia

Lo studio – pubblicato sulla famosa rivista Archives of Sexual Behavior – spiega anche che le donne hanno un meccanismo fisiologico che le permette inconsciamente di sapere se il partner saprà o meno provvedere alla propria prole. I rapporti non protetti dunque sono un “collante” per la coppia, che avrebbe modo di capire fin da subito se la relazione è destinata, almeno dal punto di vista biologico, a durare. Nel caso di donne che hanno rapporti protetti, e non sono dunque esposte allo sperma del partner, potrebbe innescarsi la ricerca di nuovi partner sessuali. Un altro aspetto interessante della ricerca è che dai risultati sembra che i livelli di felicità femminile siano correlati alla quantità di sperma “in circolo” nel corpo della donna.

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Meno depresse senza preservativo

Le partecipanti allo studio sono state sottoposte al Beck Depression Inventory (BDI), un test per misurare i sintomi clinici della depressione. Il test ha mostrato che le donne che hanno rapporti senza preservativo sono meno depresse di quelle che invece hanno rapporti protetti. E quest’ultime presentano sintomi di depressione minori o uguali a quelli delle donne che si astengono dal sesso. Ovvio che questo non deve essere un incitamento a non usare il profilattico, specie quando il partner è occasionale: ricordiamo infatti che il profilattico è una importante barriera ad infezioni anche gravissime, come quella da HIV; a tal proposito leggi: Sesso e AIDS: l’HIV si trasmette anche tramite il rapporto orale

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Sindrome da abbandono: cause, sintomi, a cosa può condurre e come si supera

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO BAMBINO TRISTE PIANGE DOLORE STRADA ABBANDONO DEPRESSIONEQuante volte da bambini abbiamo sofferto per la mancanza di qualcuno, magari di nostra madre uscita di casa per andare a lavorare? Una gran quantità di ricerche ha dimostrato che casi del genere possono avere ripercussioni anche da adulti andando a creare l’impalcatura di quella che prende il nome di sindrome da abbandono o sindrome dell’abbandono.

Cos’è la sindrome da abbandono?

Per sindrome da abbandono si intendere un insieme di sensazioni di disagio – dal semplice fastidio fino all’angoscia e alla depressione – determinato da abbandono reale, tradimento degli affetti o da carenze affettive. Seguendo le idee del celebre psicologo e filosofo svizzero Jean Piaget, tutto potrebbe nascere dalla “permanenza dell’oggetto“. In età molto precoce il bambino si rende conto di non essere autosufficiente e di dipendere per ogni cosa dall’oggetto (adulto), il quale c’è e non c’è. In altri termini, quando il bambino può percepire la presenza della madre o di altra figura di riferimento, è rassicurato perché ha imparato che tale figura si occupa di lui; se però la madre “scompare”, cioè si sposta fuori della percezione del bambino, allora nasce la crisi, l’angoscia, ed il bambino piange, fin quando o non viene rassicurato dalla madre, o finché non realizza che la persona permane anche se lui non la vede/sente, cioè fin quando non supera una delle fasi precoci dell’infanzia, ed entra nella successiva. Questa grande paura rimane probabilmente nel ricordo, e le emozioni possono risvegliarsi anche da adulti, quando l’oggetto, verso il quale si è strutturata una dipendenza affettiva, “scompare”. E’ interessante ricordare che possono soffrire di tale sindrome anche gli anziani abbandonati a se stessi (e in questo momento di crisi economica e sociale stanno aumentando in maniera esponenziale) e le ragazze-madri abbandonate dalla famiglia di origine.

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Quali sono le cause della sindrome da abbandono ?

Le cause determinanti sono eventi drammatici ad esempio la morte di uno dei genitori, violenti litigi familiari, mancanza di cure, freddezza della madre. Ma anche eventi in realtà normali (ma vissuti come fortemente traumatici dal soggetto) possono determinare i sintomi della sindrome, come ad esempio la nascita di un fratellino. Tali avvenimenti determinano nel soggetto due condizioni:

  • l’incompiuta costruzione della fiducia in sé stessi;
  • la convinzione più o meno consapevole che solo delegando le responsabilità e i problemi ad un altro si riesca ad andare avanti, ciò crea nel soggetto la percezione che è giusto e preferibile dipendere da altri per superare le avversità della vita.

Leggi anche: Liberarsi dalla dipendenza affettiva e dalla paura dell’abbandono

Quali sono i sintomi della sindrome da abbandono?

I bambini che soffrono di tale sindrome possono presentare ritardi psicomotori, facilità ad ammalarsi, abulia (incapacità di prendere decisioni e portare a termine le azioni), periodiche crisi di ansia, gelosia e aggressività. Più in generale tale sindrome si manifesta con emozioni e comportamenti che possono andare dal semplice disagio alla disperazione più nera, al sentirsi privi di una parte di sé, al perdere il piacere di vivere: senza una certa persona che lo ha abbandonato, il soggetto riferisce che la sua vita non ha più alcun senso.

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Una esperienza che mi ha particolarmente colpito

Un mio paziente – che è anche un caro amico d’infanzia – colpito da questa sindrome, pur essendo normalmente una persona buona e calma, ha manifestato stati di aggressività accompagnati da collera, talora sino al delirio, soltanto parlando della sua ex ragazza che lo aveva lasciato. Un chiaro sintomo è l’ostinazione del ritorno della persona amata che lo aveva abbandonato, l’ossessione che noi suoi amici dovessimo convincere, quasi con la forza, la persona amata a tornare da lui. Il suo ragionamento era “lei DEVE tornare da me” e non ammetteva alcuna eccezione che prendesse in gioco il libero arbitrio della persona amata e la sua volontà di non voler tornare da lui. La frase “lei deve tornare da me” seguita da “voi dovete aiutarmi a farla tornare” non ammette contraddittorio logico e tutto ciò a ormai quasi due anni dalla rottura del fidanzamento (fidanzamento che era durato appena pochi mesi).

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A cosa può portare la sindrome da abbandono?

La sindrome dell’abbandono induce di solito a tre tipi di comportamento: costruttivi, di attesa, o – nel peggiore dei casi – distruttivi (auto e/o etero); dipende da come si manifesta. Nei casi più gravi la sindrome dell’abbandono può condurre alla depressione e questa, purtroppo può indurre a pensieri suicidari e al suicidio.

Come superare la sindrome da abbandono?

La sindrome da abbandono può essere curata con psicoterapia e terapia farmacologica, ma nei casi meno gravi anche dei semplici consigli possono migliorare di molto la situazione. Per approfondire, leggi questo articolo: sindrome da abbandono: terapie e consigli per affrontarla e guarire

Qui puoi trovare una lista di libri che hanno l’abbandono come tema comune: https://amzn.to/2UrnyEe

Se credi di soffrire di sindrome da abbandono ed hai bisogno di supporto, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò ad affrontare e superare questo momento difficile.

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Il mio pene si sta accorciando: la sindrome della retrazione genitale

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PENE SESSO UOMO SCROTO TESTICOLI DISFUNSIONE ERETTILE IMPOTENZAEsiste una patologia che ti fa pensare che il tuo pene sia più piccolo di quello che realmente sia o che si stia accorciando nel tempo o addirittura stia rientrando nel tuo addome: si chiama Sindrome di Koro (Koro in malese significa “testa di tartaruga”) anche detta Sindrome di retrazione genitale (GRS). I pazienti affetti da tale malattia – che colpisce più gli uomini, ma non solo – vengono presi dal timore che i loro genitali (o il seno o i capezzoli, per le donne) siano più piccoli di come in realtà sono, e che si stiano riducendo e stiano rientrando all’interno del corpo fino a scomparire completamente. Tale timore genera una violenta reazione di ansia acuta. A livello fisiologico non c’è nessun danno reale, le “dimensioni” non sono davvero diminuite (né il pene sta rientrando nell’addome) e tutto funziona alla perfezione: rarissimi i casi al mondo di pazienti con Koro con contemporanea infertilità, il che fa pensare che non ci sia nessuna associazione tra le due patologie.

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Una percezione errata

Alcuni studi hanno dimostrato, attraverso il test proiettivo DAPT (Draw-a-penis Test) che i pazienti che soffrono di questa sindrome hanno una percezione del pene (specie del loro glande) significativamente inferiore a quella mostrata da un gruppo di controllo. In realtà il pene di questi soggetti rientrava assolutamente nella media, sebbene i pazienti Koro percepissero il loro pene di diminuite misure, sia nello stato eretto, sia nello stato di riposo. Il test è stato ripetuto due anni dopo ed ha mostrato gli stessi risultati: i pazienti hanno dimostrato una notevole costanza nel mantenere immutate le loro percezioni dismorfofobiche.

Epidemie in Cina

Questa sindrome è molto diffusa in Cina (specie nella Cina meridionale e nella bassa valle dello Yang-Tze), nel Sud-est asiatico, in particolare in Malesia e in Indonesia, India, Nepal e Thailandia, anche se colpisce prevalentemente uomini di etnia cinese (tanto è vero che viene citata anche nei manuali di medicina cinese tradizionale come “conglomerato freddo nel fegato” ed “esaurimento dello yang del rene”). In Cina vi sono state violente esplosioni epidemiche di questa sindrome: in particolare nel 1948, nel 1955, nel 1966 e nel 1974: ogni volta che c’è una tensione sociale o un disastro naturale si aveva il rischio di diffusione di questa paura. L’epidemia del 1984-1985 durò oltre un anno e colpì oltre 3.000 persone in 16 città e province. A seguito di una campagna per la salute mentale però, l’epidemia non si è più verificata in Cina, il che è sicuramente dovuto anche al miglioramento delle condizioni economiche delle persone e ad una migliore qualità della vita. Questa paura di progressiva retrazione e scomparsa del pene si è diffusa paradossalmente anche in alcune nazioni africane “generose” nelle dimensioni del pene (Sudan e Congo), generando talvolta una sorta di isteria di massa, che ha prodotto omicidi di persone che si pensava fossero possedute dagli spiriti, o fossero degli “untori”. Uno studio del 1992, basato su questionari autocompilati, ha mostrato che i pazienti di questa sindrome sono in genere giovani, single, poco istruiti, religiosi e timorosi delle forze soprannaturali.

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Sintomi della sindrome della retrazione genitale

Gli episodi della sindrome di Koro hanno un inizio improvviso, di intensa ansia, che può durare per diverse ore, fino a due giorni. Questi episodi possono essere cronici e ricorrenti. I sintomi riferiti sono:

  • percezione che la forma e il tono muscolare del pene stia cambiando (capezzoli e seno per le donne);
  • timore di sterilità e di perdere la potenza sessuale;
  • reazione d’ansia acuta caratterizzata da paura di impazzire, dalla certezza di essere posseduti da spiriti maligni;
  • sensazione di morte imminente;
  • paura del cambiamento di sesso o di diventare un eunuco;
  • paura dell’ostruzione delle vie urinarie;
  • paura che il pene scomparirà nell’addome (o il seno nel torace, o il capezzolo all’interno della mammella).

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Diagnosi della sindrome della retrazione genitale

Per diagnosticare questa sindrome, che non ricade in nessuna categoria diagnostica specifica, si potrebbero usare diverse categorie del DSM:  disturbo d’ansia, disturbo da attacchi di panico, depersonalizzazione, isteria, disturbo ossessivo-compulsivo o disturbo psicotico. Anche se il concetto è controverso, nella quarta versione nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (American Psychiatric Association, 1994) sono state introdotte le sindromi “legate alla cultura” (DSM -IV: Appendice I). Il manuale definisce il Koro come un termine, probabilmente di origine malese, che si riferisce a un episodio di improvvisa ed intensa ansia che il pene (o, nelle femmine, la vulva e i capezzoli) si ritirino dal corpo causando la morte.

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Diagnosi differenziale

E’ importante fare diagnosi differenziale con patologie che influiscono realmente con le dimensioni del pene come nella Malattia di Peyronie , dove la tunica albuginea sviluppa tessuto cicatriziale che impedisce la piena espansione di un’erezione e provoca la retrazione del pene flaccido. E’ necessario fare anche differenza con la Dismorfobia peniena (distorta percezione dell’organo genitale che, pur avendo dimensioni e forme appropriate, è visto dalla persona come troppo piccolo o troppo grande o troppo curvo: manca la componente “retrazione all’interno del corpo” e quella di “rimpicciolimento”).

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Terapie folkloristiche, collari e corde

In Cina, il trattamento tradizionale è l’esorcismo, insieme a pozioni di medicina tradizionale, di solito ricavate da erbe, peni animali (di tigre e di cervo), code di cervo. Altri alimenti per la terapia sono la zuppa di pepe, la minestra di zenzero e l’alcol.
E negli “avanzatissimi” stati occidentali cosa accade? Pur se gli esami medici non hanno rivelato effettive riduzioni delle dimensioni del pene, i malati della Sindrome della retrazione genitale ricorrono spesso ad autoterapie come le trazioni meccaniche del pene. La spinta verso l’esterno che dovrebbe allungare il pene, prevede l’utilizzo di collari da mettere intorno al pene, legati a corde e ad altri sistemi di “bloccaggio”. Inutile dire che questi sistemi non solo sono assolutamente inutili: possono essere dannosi! La struttura del pene è molto complessa e delicata e può essere compromessa (anche in maniera permanente) da sistemi assolutamente “bislacchi”. Questi sistemi sono anche usati da soggetti che, pur apprezzando le dimensioni del loro pene, vogliono provare ad allungarlo lo stesso: vi dico solo che il risultato è che spesso questi soggetti ce li ritroviamo al pronto soccorso.

Trattamento della Sindrome della retrazione genitale

Per i casi sporadici occidentali il trattamento medico-narrativo è sicuramente indicato. Il trattamento farmacologico dei sintomi della Sindrome della retrazione genitale prevede l’uso di aloperidolo per 3 settimane.

Se credi di avere un problema di retrazione genitale, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere il tuo problema.

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Fobie specifiche: quando un ragno o un ascensore ci mettono nel panico

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO UOMO TRISTE TRISTEZZA SUICIDIO DEPRESSIONE PAURA AIUTOIn psichiatria, con “fobie specifiche” (anche chiamate “fobie semplici“) si intende un gruppo variegato di patologie caratterizzate da una irrazionale e fortissima reazione di ansia, paura e di fuga che compare quando il soggetto è esposto (o sa che a breve sarà esposto) a specifici oggetti, fenomeni, animali, ambienti o situazioni reali o semplicemente immaginate o raccontate. Lo stato di estrema ansia generato da tale esposizione è assolutamente irragionevole e spropositato rispetto alla gravità e/o alla pericolosità dell’oggetto, del fenomeno, dell’animale o della situazione. Le fobie specifiche fanno parte del grande gruppo dei “disturbi d’ansia“, accomunati da uno stato mentale caratterizzato da diverse forme di paura e di ansia patologica che si accompagnano spesso a manifestazioni psicosomatiche e che creano notevole disagio all’individuo, andando ad interferire con la sua vita sociale, relazionale e/o professionale. I più comuni disturbi d’ansia sono il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo da attacchi di panico e le fobie. In alcuni casi un disturbo d’ansia può associarsi ad un disturbo dell’umore, come la depressione.

Definizione di fobia specifica nel DSM-5

Il DSM-5 (l’ultima e più aggiornata versione del Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali) definisce la fobia specifica come una paura, spropositata rispetto alle comuni paure, che si manifesta in modo marcato e persistente in presenza di un oggetto o in relazione a specifiche situazioni.

Diffusione

L’incidenza delle fobie specifiche negli USA ed in Europa va dal 7 al 9%. L’età media di insorgenza è tra i 7 e gli 11 anni.

Cause e fattori di rischio

Le cause specifiche delle fobie specifiche e degli altri disturbi d’ansia, come avviene per numerose altre patologie di interesse psichiatrico, non sono ancora state comprese del tutto. Si ritiene che le fobie siano dovute ad una combinazione di fattori genetici, psicologici, fisici e ambientali. Alcune caratteristiche predisponenti (come la famigliarità con la malattia, cioè aver dei casi in famiglia di fobie o altro disturbo d’ansia) unite ad episodi particolarmente traumatici e stressanti (incontri ravvicinati con animali che si sono manifestati più aggressivi del solito, essere rimasti rinchiusi in spazi angusti e bui, lutti, licenziamenti, bullismo, abusi in tenera età, difficoltà economiche o famigliari, patologie croniche ed invalidanti, una diagnosi di malattia terminale…) possono innescare la fobia. Alcune patologie organiche, come l’ipertiroidismo o altri squilibri endocrini, sono note per causare sintomi di nervosismo cronico e di ansia, quindi potrebbero essere un fattore di rischio per i disturbi d’ansia in generale. Patologie psichiatriche (come la depressione) e neurologiche (soprattutto se croniche, invalidanti e/o incurabili) potrebbero rappresentare un altro fattore di rischio per i disturbi d’ansia in generale. La dipendenza da sostanze legali o illegali (alcol, caffeina, benzodiazepine, cannabis, cocaina, eroina ed altre sostanze psicotrope) e le dipendenze comportamentali (shopping compulsivodipendenza dal sessodisturbo da gioco d’azzardomasturbazione compulsivacleptomania, dipendenza da uso di doping, dipendenza dal lavoro, dipendenza dal cibo, piromaniadisturbo da interazione di più dipendenze…), potrebbero favorire o causare un disturbo d’ansia oppure aggravarne uno preesistente. Alcuni geni sembrerebbero essere collegati ad un maggior rischio di sviluppare i disturbi d’ansia. Alcuni farmaci antidepressivi (ad esempio gli SSRI), pur essendo spesso anche degli efficaci ansiolitici, possono causare in alcuni soggetti dei sintomi d’ansia che potrebbero essere confusi con un peggioramento della patologia iniziale. L’esposizione prolungata ad alcune sostanze chimiche, come i solventi industriali, possono favorire la comparsa di un disturbo d’ansia. Il mobbing ed il burn out sono possibili cause di un disturbo d’ansia. Un disturbo post-traumatico da stress), la dipendenza affettiva, la sindrome da abbandono, la dipendenza da un partner narcisista patologico, o la fine di una relazione possono innescare un disturbo d’ansia. Le “psico-tecnopatologie” (le malattie psicologiche causate da un abuso delle nuove tecnologie) come la dipendenza da smartphone, la dipendenza da notifiche, la dipendenza da internet e la dipendenza da social network possono causare o favorire una fobia o altro disturbo d’ansia.

Dall’evento traumatico alla fobia specifica

La fobia specifica si sviluppa in genere a causa del fatto che il paziente, in un certo momento della sua vita, ha vissuto personalmente un evento altamente traumatico, come ad esempio essere attaccati da un cane. Si possono generare le fobie più stravaganti: una persona per esempio potrebbe aver per sempre paura del colore giallo perché ad esempio al momento dell’attacco da parte del cane si trovava di fronte ad una parete gialla. Anche il solo osservare un evento traumatico senza provarlo direttamente su di sé può generare una fobia specifica: se da bambini si è visto ad esempio un cane attaccare un altro bimbo, si può generare una fobia. Non necessariamente da adulta la persona ricorda quale sia stato l’evento specifico scatenante la sua fobia, se esso è avvenuto molti anni prima, magari in tenerissima età. L’associazione evento traumatico/fobia è ancora più forte se durante l’esperienza traumatica si ha sofferto degli spiacevoli sintomi di un attacco di panico.

Caratteristiche

La fobia specifica è caratterizzata da una irrazionale e fortissima reazione di ansia, paura e di fuga (“crisi fobica“) che compare quando il soggetto è esposto (o sa che a breve sarà esposto) a specifici oggetti, fenomeni, animali, ambienti o situazioni reali o semplicemente immaginate o raccontate (“stimoli fobici” o “stimoli fobigenici“, cioè capaci di scatenare la fobia). Lo stato di estrema ansia generato da tale esposizione è assolutamente irragionevole e spropositato rispetto alla gravità e/o alla pericolosità dell’oggetto, del fenomeno, dell’animale o della situazione.
Il soggetto che soffre di grave fobia arriva al punto di organizzare la propria vita sociale e professionale in modo di evitare accuratamente il contatto diretto con gli oggetti o le situazioni che gli generano la crisi fobica. Il soggetto che ne soffre talvolta non è in grado di rappresentarsi e immaginare le situazioni o le cose temute se non per pochi attimi e può temere anche di nominarle. La paura può essere attivata sia dalla presenza reale dell’oggetto o animale o situazione, che da semplici tracce che anticipano la sua presenza o anche solo da un racconto che lo cita o dalla sua presenza in un film.
Gli adulti con fobia nella maggioranza dei casi sono in grado di riconoscere che tali reazioni non hanno una base razionale e che sono totalmente spropositate, ma non sono comunque in grado di controllarle. Una fobia può essere capace di interferire fortemente con la qualità della vita di un soggetto, sia da un punto di vista sociale, relazionale o professionale. Pensiamo ad esempio ad un soggetto che ha la fobia per i gatti: una eventuale relazione amorosa con un partner che possiede un gatto, sarebbe fortemente penalizzata e ostacolata.
La gravità del disturbo e il suo impatto sul benessere e la qualità di vita di chi ne soffre dipendono non soltanto da quanto è intensa la crisi fobica quando si è al cospetto dell’oggetto fobigenico, ma anche dall’effettiva probabilità che la persona interessata ha di venire a contatto con tale oggetto. Una persona potrebbe ad esempio aver timore di prendere un aeroplano, ma tale fobia non creerà alcun problema in persone che non devono viaggiare in aereo per lavoro e che non siano particolarmente appassionate di turismo in luoghi lontani.

Sintomi e segni associati

Oltre alle caratteristiche della crisi fobica precedentemente elencate, tipicamente chi soffre di fobia specifica tende ad avere una serie di altri sintomi e segni, tra cui:

  • stato di maggiore attivazione fisiologica e costante agitazione;
  • palpitazioni;
  • tremori;
  • sudorazione;
  • insonnia;
  • sonnolenza;
  • tachicardia (aumento della frequenza cardiaca);
  • aritmie (vari tipi di alterazione del normale ritmo cardiaco);
  • tachipnea (aumento della frequenza respiratoria);
  • ipertensione arteriosa (aumento della pressione sanguigna arteriosa);
  • dispnea (difficoltà a respirare, “fame d’aria”);
  • nausea;
  • vomito;
  • diarrea;
  • dispepsia (cattiva digestione);
  • dolori al torace e/o all’addome;
  • cefalea;
  • scatti d’ira;
  • incubi;
  • astenia (stanchezza psico-fisica);
  • difficoltà a concentrarsi;
  • vuoti di memoria;
  • allerta cronica;
  • svenimenti se posti obbligatoriamente di fronte allo stimolo fobico e senza possibilità di fuga.

Continua la lettura con: Fobie specifiche: tipi, diagnosi, terapie, farmaci, psicoterapia

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Fobia sociale: aver paura del giudizio degli altri

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA TRISTE STANCA BIANCO E NERO DEPRESSIONE SUICIDIO DISTURBO PAURAEssere agitati e un po’ intimoriti quando si devono affrontare situazioni che espongono al giudizio di altre persone, come tenere una conferenza, intervenire in un dibattito, salire su un palcoscenico per recitare, danzare, cantare o suonare uno strumento musicale in pubblico è del tutto normale. Ma quando la preoccupazione e l’ansia per la situazione che si sta per affrontare è tale da suscitare desideri di fuga e da indurre a cercare scuse e stratagemmi per non trovarsi nuovamente nella stessa situazione, si è di fronte a una vera e propria patologia psichiatrica nota come “fobia sociale”. La fobia sociale è una condizione che, se non adeguatamente trattata, può interferire seriamente con le relazioni interpersonali, le prestazioni scolastiche e lavorative, determinando un significativo scadimento della qualità di vita. La fobia sociale può interessare chiunque, ma tende a insorgere più facilmente nell’infanzia/adolescenza. Le donne hanno maggiori probabilità di soffrirne rispetto agli uomini, ma questi ultimi tendono a sviluppare forme più gravi della malattia. Una volta instaurata, la fobia sociale non si risolve quasi mai spontaneamente, ma tende a mantenersi in modo cronico, peggiorando via via nel corso della vita. In genere, chi ne soffre è consapevole dell’insensatezza delle proprie reazioni emotive e comportamentali, soffrendo oltre che dei sintomi specifici anche di un notevole senso di colpa e inadeguatezza.

Sintomi emotivi e fisici

Sintomi EMOTIVI della Fobia sociale:

  • Intensa paura di interagire con persone estranee.
  • Nervosismo e apprensione verso situazioni in cui si può essere giudicati.
  • Senso di colpa per il proprio imbarazzo/timidezza.
  • Timore che gli altri si accorgano della propria paura. Impossibilità di controllare il terrore e l’ansia provata in contesti sociali.
  • Evitamento delle situazioni che causano disagio.
  • Interferenza della ansia provata con le attività quotidiane. Difficoltà a parlare in pubblico o con estranei.
  • Difficoltà a guardare negli occhi gli interlocutori.

Sintomi FISICI della Fobia sociale:

  • Rossori e vampate.
  • Tremori e movimenti involontari.
  • Accelerazione del battito cardiaco.
  • Difficoltà respiratorie.
  • Mal di stomaco.
  • Nausea.
  • Crampi intestinali e diarrea.
  • Alterazione del tono di voce.
  • Tensione muscolare.
  • Mani fredde e sudate.
  • Confusione mentale.

Quando sintomi di questo tipo si ripresentano costantemente con un’intensità tale da creare un significativo disagio, abbassare il benessere generale del paziente ed interferire con la sua vita sociale, relazione e/o professionale, è essenziale rivolgersi al medico e intraprendere un trattamento specifico.

Trattamento della Fobia sociale

Attenuare i sintomi della fobia sociale e recuperare una vita di relazione serena e soddisfacente è possibile grazie a interventi psicoterapici abbinati a una terapia farmacologica adeguata.

Terapia farmacologica della Fobia sociale

La terapia farmacologica della fobia sociale può avvalersi di diverse tipologie di farmaci. Di norma, quelli impiegati più frequentemente sono antidepressivi della classe degli inibitori del riassorbimento della serotonina (SSRI) e della noradrenalina (SNRI). Si tratta di farmaci utilizzati anche nel trattamento di altri disturbi d’ansia e dei disturbi dell’umore che risultano efficaci anche nella fobia sociale poiché i sistemi neurobiologici coinvolti in queste diverse problematiche sono in parte sovrapponibili. SSRI e SNRI si sono dimostrati efficaci nell’alleviare tutti i principali sintomi ansiosi, determinando un significativo miglioramento già dopo 2-4 settimane dall’inizio della terapia. Per trarne i massimi benefici è importante assumerli regolarmente, seguendo le indicazioni del medico rispetto a dosaggi e tempi di assunzione. In relazione alle specifiche caratteristiche del paziente e del disturbo presente, il medico potrà decidere di proporre il ricorso occasionale ad altre tipologie di farmaci: in particolare, tranquillanti come le benzodiazepine oppure beta-bloccanti (farmaci antipertensivi utilizzati in cardiologia, che nel paziente con fobia sociale aiutano a prevenire l’insorgenza di tachicardia, alterazioni della voce e tremori). Anche in questo caso, per assicurarsi un’azione ottimale è indispensabile seguire attentamente le indicazioni del medico e rispettare i dosaggi e i tempi di trattamento prescritti.

Approccio psicoterapico nella Fobia sociale

La tipologia di supporto psicologico più usata ed efficace per superare la fobia sociale è la terapia cognitivo-comportamentale, che aiuta ad analizzare razionalmente le situazioni che generano ansia e a smitizzarle, slegandole da emozioni e presagi negativi. Nei pazienti con forme lievi può essere l’unico intervento necessario; nei casi di ansia sociale moderata-severa aiuta a ottimizzare e consolidare l’azione della terapia farmacologica. Sul piano pratico, l’approccio comportamentale prevede che la persona affetta da fobia sociale, anziché evitarle, si esponga gradualmente alle situazioni che creano disagio ed, elaborandole in chiave positiva, riesca a gestire meglio e ad adattarsi progressivamente allo stress associato. Oltre che attraverso esperienze della vita reale, questo percorso può prevedere giochi di ruolo nel contesto di terapie di gruppo che facilitano l’analisi degli elementi critici di specifiche situazioni e il confronto con altre persone che vivono un problema analogo.

Interventi di supporto nella Fobia sociale

Seguire ritmi di vita regolari. Dormire un numero sufficiente di ore per notte. Alimentarsi in modo sano. Praticare un’attività fisica moderata ogni giorno. Dedicarsi ad attività rilassanti e piacevoli con persone con cui si sente a proprio agio. Frequentare corsi indirizzati a migliorare la comunicazione in pubblico. Assumere tutte le terapie prescritte dal medico con regolarità, ai dosaggi indicati. Evitare di bere alcolici e bevande a base di caffeina. Non fumare o cercare di ridurre il numero di sigarette abituali. Frequentare gruppi di auto-mutuo aiuto e condividere la propria esperienza con altre persone affette da un problema analogo.

Se pensi di soffrire di una fobia o o di altro disturbo d’ansia, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Disturbo post-traumatico da stress: rivivere ogni giorno una esperienza drammatica

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RAGAZZA TRISTE DONNA DEPRESSIONE STANCA PAURA FOBIA PENSIERI SUICIDIO FIUMA PONTEIl disturbo post-traumatico da stress (o “disturbo da stress post-traumatico“, in inglese “post-traumatic stress disorder” da cui l’acronimo PTSD) è un disturbo psichiatrico transitorio che può insorgere in soggetti di qualunque età Continua a leggere

Disturbo ossessivo-compulsivo: ripetere all’infinito un gesto. Differenze col disturbo ossessivo-compulsivo di personalità

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA TRISTE DEPRESSIONE TRISTEZZA CAPELLI PENSIERI PAURA FOBIAIl disturbo ossessivo-compulsivo (da cui l’acronimo “DOC“), in inglese denominato “obsessive-compulsive disorder” (da cui l’acronimo “OCD“), chiamato anche nevrosi ossessiva o disturbo ossessivo-coattivo o sindrome ossessivo-coattiva o disturbo ossessivo o sindrome ossessiva o sindrome ossessivo-compulsiva (in inglese obsessive-compulsive syndrome o OCS), è una patologia psichiatrica (precedentemente appartenente al gruppo dei disturbo d’ansia) caratterizzata da pensieri ricorrenti (ossessioni) associati a timori e forti preoccupazioni che inducono chi ne soffre a ripetere in modo incessante e incontrollato (compulsioni) specifiche azioni o processi nel tentativo di placare l’ansia e tutelarsi da possibili eventi disastrosi, in realtà altamente improbabili e del tutto irragionevoli. Se non adeguatamente trattato, con il tempo, il disturbo porta a moltiplicare e intensificare i comportamenti ossessivi-compulsivi fino a determinare un serio scadimento della qualità di vita, il ritiro sociale e lavorativo e un serio deterioramento delle relazioni familiari. Il disturbo ossessivo-compulsivo si presenta frequentemente associato con altri disturbi di interesse psichiatrico, tra cui il disturbo evitante, la fobia sociale, il disturbo schizotipico, diversi tipi di fobie ed i disturbi dell’umore (soprattutto depressione). Analogamente alla depressione, la malattia appare legata a una riduzione dei livelli cerebrali di serotonina e migliora assumendo farmaci antidepressivi che agiscono a questo livello (SSRI), soprattutto se la terapia farmacologica viene associata a psicoterapia.

Disturbo ossessivo-compulsivo nel DSM-5

Precedentemente inserito nel capitolo dei disturbi d’ansia nel DSM-IV-TR e dall’ICD-10, nel DSM-5 (l’ultima versione del Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali), il DOC è stato inserito in una nuova categoria specifica, denominata Disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati che comprende (oltre al disturbo ossessivo-compulsivo) anche il disturbo da accumulo, il disturbo di dismorfismo corporeo, la tricotillomania, la dermatillomania (disturbo da escoriazione), la sindrome da acquisto compulsivo e tutti i disturbi da controllo degli impulsi

Esempi di comportamenti compulsivi caratteristici

Le azioni compiute dalla persona affetta da disturbo ossessivo-compulsivo possono essere di per sé assolutamente normali, ma assumono una valenza patologica in ragione dell’elevata ripetitività, dell’estrema ritualità e della concitazione con la quale vengono eseguite. Esempi caratteristici di comportamenti compulsivi sono il lavarsi continuamente le mani nel timore di contaminazioni, controllare ripetutamente di aver chiuso il gas prima di uscire di casa (ad esempio 3 o 5 o 10 o 20 volte), disporre in un ordine ben preciso i vestiti nell’armadio o i libri sugli scaffali della libreria, intravedendo catastrofi se questo ordine viene anche solo impercettibilmente modificato.

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A che età insorge il disturbo ossessivo-compulsivo?

Il disturbo ossessivo-compulsivo insorge prevalentemente in giovane età, di solito tra i 15 e i 25 anni, persistendo poi in modo cronico per tutta la vita.

Differenze tra il Disturbo ossessivo-compulsivo e il Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità

Molti, anche in ambiente sanitario, confondono il disturbo ossessivo-compulsivo con il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità (anche chiamato disturbo di personalità ossessivo-compulsiva). Le differenze sono sfumate, eppure sono presenti, a partire dal fatto che mentre il disturbo ossessivo-compulsivo fa parte del gruppo dei disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati, invece il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità fa parte del gruppo dei disturbi di personalità.
Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si distingue dal disturbo ossessivo-compulsivo prevalentemente per due fattori:

  1. nel disturbo di personalità di solito vi è assenza di reali ossessioni e compulsioni (che invece sono presenti nel disturbo ossessivo-compulsivo);
  2. chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo è tormentato da pensieri ricorrenti dal contenuto spiacevole e spinto a mettere in atto comportamenti ritualistici: tale modo di vivere è riconosciuto dal soggetto stesso come problematico e desidera liberarsene (egodistonia); chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, invece, raramente prova disagio a causa delle proprie caratteristiche di personalità e, piuttosto, le considera come altamente adattive (egosintonia).

Per capire appieno le differenze tra queste due diverse patologie, vi invito a leggere questi miei articolo:

Quali sono le cause del disturbo ossessivo-compulsivo?

All’origine del disturbo si riconoscono una riduzione dei livelli cerebrali di serotonina e una base genetica, non ancora definita con precisione, ma chiaramente testimoniata dal tramandarsi del disturbo di generazione in generazione, a livelli di gravità via via crescenti. Questa predisposizione familiare tende a ritardare la diagnosi e a ostacolare il trattamento. Non è raro, infatti, che la madre di un ragazzo con l’ossessione dei lavaggi ripetuti ai limiti della sterilità abbia a sua volta la tendenza a lavarsi le mani spesso o a pulire la casa molto più di quanto non sia realmente necessario. Così, quando il figlio inizia a chiederle di aiutarlo a fare il bagno, di controllare se si è lavato a sufficienza o di cambiargli le lenzuola ogni giorno non arriva a rendersi subito conto della stranezza delle richieste. La decisione di rivolgersi allo specialista per cercare di capire che cosa stia accadendo, spesso, è presa quando la situazione diventa francamente patologica.

Leggi anche: Dipendenza affettiva: riconoscerla, affrontarla e superarla

Sintomi

I sindromi del disturbo ossessivo-compulsivi si dividono in sintomi di tipo ossessivo e sintomi di tipo compulsivo.

I sintomi OSSESSIVI del disturbo ossessivo-compulsivo, sono:

  1. Terrore di contaminarsi toccando oggetti e persone (es. stringere la mano).
  2. Paura di non ricordarsi di chiudere la porta, spegnere il gas ecc.
  3. Convinzione di aver ferito qualcuno in un incidente stradale.
  4. Intenso stress di fronte a oggetti non perfettamente allineati.
  5. Estrema paura di far del male al proprio figlio o a una persona cara.
  6. Evitamento delle situazioni che mettono a disagio (es. stringere la mano).
  7. Desiderio di urlare parole oscene in luoghi pubblici.
  8. Continui pensieri legati al sesso e visualizzazione di immagini pornografiche.
  9. Dermatiti derivanti dai lavaggi eccessivi. Ferite cutanee associate a sfregamento, graffi e pizzicotti continui.
  10. Perdita o deterioramento dei capelli a causa dell’attorcigliamento ossessivo.

I sintomi COMPULSIVI del disturbo ossessivo-compulsivo, sono:

  1. Ripetizione continua di un determinato gesto.
  2. Tendenza a contare (ed a ricontare varie volte) qualunque oggetto, pensiero o situazione.
  3. Bisogno costante di allineare e disporre simmetricamente gli oggetti.
  4. Verifica di aver effettivamente eseguito una certa azione un numero di volte francamente irragionevole.
  5. Continua richiesta di rassicurazione rispetto alla correttezza delle proprie azioni.
  6. Impossibilità di evitare la ripetizione di specifici comportamenti.

Diagnosi del disturbo ossessivo-compulsivo

La diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo è quasi sempre tardiva. In genere, il paziente arriva all’osservazione dello specialista dopo alcuni anni dall’esordio dei sintomi, quando la malattia è talmente avanzata da limitarlo fortemente nelle attività quotidiane e interferire pesantemente con le relazioni interpersonali. È un grosso errore, perché una valutazione psichiatrica accurata e l’individuazione precoce del trattamento più adatto nel caso specifico permettono di arrivare in tempi rapidi alla risoluzione del disturbo. Secondo il DSM-5 (l’ultima versione del Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali), per poter fare diagnosi è necessario che siano soddisfatti i seguenti criteri:

  • La presenza di ossessioni o compulsioni o entrambe.
  • Le ossessioni e le compulsioni sono causa di grave perdita di tempo durante la giornata e minano il normale funzionamento sociale, relazionale e psicologico dell’individuo.
  • I sintomi ossessivo-compulsivi non sono attribuibili agli effetti fisiologici di una sostanza o di altra condizione medica.
  • Il disturbo non è meglio giustificato da sintomi di altri disturbi mentali.

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Trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo

Il disturbo ossessivo-compulsivo deve essere sempre trattato con l’aiuto di un medico, il più precocemente possibile e preferibilmente coinvolgendo l’intero nucleo familiare. In qualunque momento si riesca a intervenire, il primo passo è chiarire tanto al ragazzo quanto ai genitori la natura della malattia, per favorire la comprensione dei meccanismi che la sostengono e l’origine dei comportamenti del tutto irrazionali che ne conseguono, offrendo così una prima chiave per disinnescarli. Il concetto fondamentale da interiorizzare è che, analogamente a quanto avviene per tutte le patologie psichiatriche, i comportamenti associati al disturbo ossessivo-compulsivo non sono guidati dalla volontà e non possono essere evitati senza cure specifiche di tipo psico-comportamentale e/o farmacologico.

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Psicoterapia

Se la situazione non è particolarmente grave, il primo intervento proposto al paziente affetto da disturbo ossessivo-compulsivo è quasi sempre un intervento psicoterapico cognitivo-comportamentale teso al graduale decondizionamento dalle abitudini ossessivo-compulsive acquisite, partendo da quelle che lo coinvolgono in modo più lieve e che interferiscono meno con le attività quotidiane. Anche la psicodinamica può avere un ruolo importante nella terapia del disturbo ossessivo-compulsivo. Ottenuti i primi miglioramenti, si passa ad analizzare e rimuovere i comportamenti più invasivi e disturbanti, seguendo una logica graduale, fino alla completa risoluzione del disturbo. Nella maggior parte dei casi, il trattamento è effettuato con sedute periodiche individuali o di gruppo.

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Terapia farmacologica del disturbo ossessivo-compulsivo

Se il disturbo ossessivo-compulsivo è presente da diverso tempo o molto radicato per riuscire a ottenere un miglioramento significativo, è necessario intraprendere un trattamento farmacologico con antidepressivi, in grado di correggere la riduzione dei livelli cerebrali di serotonina. I composti più indicati a questo scopo sono gli inibitori del riassorbimento della serotonina (SSRI) e della noradrenalina (SNRI). Si tratta di farmaci sicuri, efficaci e ben tollerati che nel disturbo ossessivo-compulsivo riescono a determinare un buon miglioramento dei sintomi dopo circa 2-4 settimane di assunzione regolare. In alcuni casi, in relazione alle caratteristiche del singolo paziente e delle manifestazioni specifiche del disturbo, il medico potrà proporre, in associazione agli antidepressivi, anche farmaci di altro tipo, come per esempio antipsicotici. Qualunque sia la terapia individuata, per ottenerne i massimi benefici è importante seguire attentamente le indicazioni del medico rispetto a dosaggi e tempi di assunzione, senza interrompere il trattamento farmacologico non appena ci si sente meglio.

Interventi di supporto

La famiglia, in particolare i genitori in particolare, può fare molto per agevolare il percorso terapeutico del paziente, assicurando un ambiente domestico capace di supportare e promuovere il recupero del figlio e cercando di ristabilire relazioni interpersonali positive. Tuttavia, in alcuni casi il clima familiare è talmente destabilizzato da arrivare a compromettere seriamente la possibilità di ottenere benefici dalle cure proposte. Quando ciò si verifica, di norma il medico consiglia di estendere l’intervento psicoterapico all’intera famiglia o di prevedere l’allontanamento temporaneo del paziente dall’ambiente abituale. Nei casi più gravi, può essere necessario il ricovero ospedaliero.

Se pensi di soffrire di disturbo ossessivo-compulsivo o di altro disturbo d’ansia o di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Disturbo da attacchi di panico: sensazione di morte imminente e angoscia

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Rughe Cavitazione Dieta Dimagrire Pancia Grasso Dietologo NutrizionistaDimagrire Sessuologo Aiuto Supporto psicologico Roma ATTACCHI DI PANICOCon disturbo d’ansia (in inglese “anxiety disorder”) in medicina ed in particolare in psichiatria, si identifica uno stato mentale caratterizzato da diverse forme di paura e di ansia patologica che si accompagnano spesso a manifestazioni psicosomatiche e che creano notevole disagio all’individuo, andando ad interferire con la sua vita sociale, relazionale e/o professionale. I più comuni disturbi d’ansia sono il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo da attacchi di panico e le fobie. Il disturbo post-traumatico da stress, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una categoria denominata Disturbi correlati a trauma e stress. Il disturbo ossessivo-compulsivo, una volta inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una nuova categoria specifica, denominata Disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati. In alcuni casi un disturbo d’ansia può associarsi ad un disturbo dell’umore, come la depressione.

Differenza tra ansia e disturbo d’ansia

E’ importante ricordare che, nel linguaggio comune il termine “ansia” viene spesso usato in modo improprio, riferendosi a generiche condizioni di apprensione, nervosismo e stress, molto comuni nella vita quotidiana di ognuno di noi, che però nella maggioranza dei casi non hanno nulla a che vedere con il disturbo d’ansia, che è una patologia psichiatrica vera e propria. L’ansia presente nel disturbo d’ansia (“ansia patologica”) non è un semplice disagio transitorio e fisiologico che si verifica durante determinati episodi della nostra vita, bensì un sintomo abnorme che interferisce severamente con la nostra vita sotto diversi aspetti, da quello sociale e relazionale, fino a quello lavorativo.

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Disturbo da attacchi di panico

Il disturbo da attacchi di panico (da cui l’acronimo DAP), anche chiamato disturbo di panico, in inglese denominato panic attack o panic disorder (da cui gli acronimi PA e PD), è un tipo specifico di disturbo d’ansia caratterizzato da improvvisi ed intensi stati di fortissima ansia accompagnati da altri sintomi psicologici e fisici. Gli stati d’ansia, denominati “attacchi di panico“, si presentano in maniera imprevedibile, generalmente senza una causa scatenante razionale e specifica oppure, se presente, tale causa è rappresentata da un evento che, per la persona sana, non rappresenta fonte di timore. La terapia è di tipo psicoterapico con l’associazione, nei casi più gravi, dei farmaci. In alcuni casi un disturbo da attacchi di panico può associarsi ad una fobia.

Epidemiologia

Il disturbo da attacchi di panico rappresenta uno dei più comuni disturbi psicologici: si calcola che circa 10 milioni di italiani abbiano subito uno o più attacchi di panico nel corso della loro vita. Il disturbo di solito esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta ed ha un’incidenza da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini.

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Cause

Le cause specifiche del disturbo da attacchi di panico e degli altri disturbi d’ansia, come avviene per numerose altre patologie di interesse psichiatrico, non sono ancora state comprese del tutto. Si ritiene siano dovuti ad una combinazione di fattori genetici, psicologici, fisici e ambientali. Alcune caratteristiche predisponenti (come la famigliarità con la malattia, cioè aver dei casi in famiglia di disturbo da attacchi di panico o di altro disturbo d’ansia) unite ad episodi particolarmente traumatici e stressanti possono innescare un disturbo d’ansia. Eventi particolari capaci di tale innesco, sono ad esempio lutti, licenziamenti, difficoltà economiche o famigliari, patologie croniche ed invalidanti, una diagnosi di malattia terminale, violenza sessuale subita in tenera età, aver subito torture o aver vissuto un evento catastrofico come un incidente aereo o un terremoto. Alcune patologie organiche, come l’ipertiroidismo o altri squilibri endocrini, sono note per causare sintomi di nervosismo cronico e di ansia, quindi potrebbero essere un fattore di rischio per il disturbo da attacchi di panico. Patologie psichiatriche (come la depressione) e neurologiche (soprattutto se croniche, invalidanti e/o incurabili) potrebbero rappresentare un altro fattore di rischio per i disturbi d’ansia. La dipendenza da sostanze legali o illegali (alcol, caffeina, benzodiazepine, cannabis, cocaina, eroina ed altre sostanze psicotrope) e le dipendenze comportamentali (shopping compulsivodipendenza dal sessodisturbo da gioco d’azzardomasturbazione compulsivacleptomania, dipendenza da uso di doping, dipendenza dal lavoro, dipendenza dal cibo, piromaniadisturbo da interazione di più dipendenze…), potrebbero favorire o causare il disturbo da attacchi di panico o un altro disturbo d’ansia, oppure aggravare un disturbo preesistente. Gli studi sui possibili contributi genetici allo sviluppo del disturbo d’ansia generalizzato hanno esaminato le relazioni tra possibili geni implicati nelle strutture cerebrali coinvolte nell’identificazione di potenziali minacce (ad esempio, nell’amigdala) e anche implicati nei neurotrasmettitori e nei recettori dei neurotrasmettitori noti per essere coinvolti nei disturbi d’ansia. Alcuni farmaci antidepressivi (ad esempio gli SSRI), pur essendo spesso anche degli efficaci ansiolitici, possono causare in alcuni soggetti dei sintomi d’ansia che potrebbero essere confusi con un peggioramento della patologia iniziale. L’esposizione prolungata ad alcune sostanze chimiche, come i solventi industriali, possono favorire la comparsa di un disturbo d’ansia. Il mobbing ed il burn out sono possibili cause di un disturbo d’ansia. Un disturbo post-traumatico da stress), la dipendenza affettiva, la sindrome da abbandono, la dipendenza da un partner narcisista patologico, o la fine di una relazione possono innescare il disturbo da attacchi di panico o un disturbo d’ansia. Le “psico-tecnopatologie” (le malattie psicologiche causate da un abuso delle nuove tecnologie) come la dipendenza da smartphone, la dipendenza da notifiche, la dipendenza da internet e la dipendenza da social network possono causare o favorire il disturbo da attacchi di panico o altro disturbo d’ansia, o peggiorare un disturbo d’ansia già esistente nel paziente.

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Caratteristiche dell’attacco di panico

L’attacco di panico in genere è improvviso ed è caratterizzato da un intenso stato di ansia, paura, angoscia, desiderio di fuga immediata, paura di morte imminente. L’attacco si presenta in maniera imprevedibile, generalmente senza una causa scatenante razionale e specifica. Quando una causa specifica è presente, essa è rappresentata da eventi e circostanze assolutamente innocue e come tali percepite dalla maggioranza delle persone sane, eventi e circostante che invece vengono viste dal paziente come situazioni catastrofiche o realmente pericolose. L’attacco di panico può innescarsi anche in momenti assolutamente tranquilli e, apparentemente, senza alcuna circostanza specifica, ad esempio mentre il paziente sta tranquillamente seduto in poltrona a guardare la televisione o mentre legge un libro o nel sonno, mentre dorme.

Sintomi e segni associati

L’attacco di panico descritto nel paragrafo precedente, si può accompagnare a numerosi altri sintomi e segni, tra cui:

  • sensazione di asfissia o iperventilazione, con sindrome da iperventilazione psicogena;
  • tachipnea (aumento della frequenza respiratoria);
  • dispnea (“fame d’aria”);
  • tachicardia (aumento della frequenza cardiaca);
  • ipertensione arteriosa (aumento della pressione arteriosa);
  • tremori alle braccia e/o alle gambe;
  • vertigini;
  • pallore nel viso;
  • oppressione o fastidio al petto;
  • sensazioni di sbandamento, instabilità e svenimento;
  • ipotensione arteriosa (abbassamento della pressione arteriosa);
  • svenimento (sincope o lipotimia);
  • palpitazioni;
  • sensazioni di torpore;
  • paura di impazzire;
  • paura di perdere il controllo sulle proprie azioni;
  • nausea;
  • diarrea;
  • sensazioni di irrealtà, di stranezza, di distacco dall’ambiente e da sé stessi (derealizzazione e depersonalizzazione);
  • vampate o brividi di freddo;
  • paura di stare sempre peggio e di non riuscire a riprendersi;
  • sensazione di formicolio agli arti e alle mani (parestesia).

Conseguenze

Il disturbo da attacchi di panico, come gli altri disturbi d’ansia e le patologie psichiatriche in generale, è in grado di interferire severamente con la nostra vita sotto diversi aspetti, da quello sociale e relazionale, fino a quello lavorativo. Il paziente, per timore di avere un attacco di panico in pubblico, potrebbe ad esempio isolarsi e, nei casi più gravi, soffrire di depressione ed avere ideazioni suicidarie. Alcuni pazienti potrebbero, a causa della patologia, essere impossibilitati a svolgere un dato lavoro o essere licenziati per aver commesso azioni sconsiderate a lavoro a causa di un attacco di panico.

Durata dell’attacco di panico

Gli attacchi di panico possono avere una durata molto variabile: alcuni attacchi durano alcuni secondi, altri possono durare alcune ore. Nella maggioranza dei casi un attacco di panico non dura più di 30 minuti.

Diagnosi

La diagnosi di un disturbo da attacchi di panico si basa soprattutto sui suoi segni e sintomi caratteristici. Un’anamnesi familiare di disturbi d’ansia è d’aiuto, poiché la famigliarità (cioè, l’avere dei casi in famiglia di disturbo da attacchi di panico o altro disturbo d’ansia) sembra essere un importante fattore di rischio per il disturbo. E’ importante anche diagnosticare una eventuale altra patologia di interesse psichiatrico associata, come un disturbo dell’umore (ad esempio la depressione) o un disturbo da stress post-traumatico. All’insorgere delle prime crisi è frequente che tale disturbo non venga riconosciuto dal soggetto e di conseguenza non venga trattato e scambiato per altre patologie specialmente di natura cardiologica, polmonare o endocrina.

Disturbo di panico nel DSM-5

Secondo la quinta e più recente edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), per la diagnosi di disturbo di panico devono essere presenti entrambi i seguenti criteri diagnostici:

  • Presenza di attacchi di panico inaspettati ricorrenti (per la definizione di “attacco di panico”, vedi il prossimo paragrafo);
  • Almeno uno degli attacchi è stato seguito da 1 mese (o più) di uno (o più) dei seguenti sintomi:
    • preoccupazione persistente di avere altri attacchi;
    • preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze (per es., perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire”);
    • significativa alterazione del comportamento correlata agli attacchi.

Se fossimo in presenza di agorafobia la diagnosi sarà di disturbo da attacchi di panico con agorafobia. Il medico deve valutare che gli attacchi non siano dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (ad esempio una droga o un farmaco) o di una condizione medica generale (ad esempio ipertiroidismo) per questo tali condizioni dovranno essere escluse. Gli attacchi di panico non devono inoltre essere meglio giustificati da altro disturbo mentale, come fobia sociale, fobia specifica, disturbo ossessivo-compulsivo o disturbo post-traumatico da stress.

Attacco di panico nel DSM-5

La definizione di episodio di “attacco di panico” nel DSM-5 è un periodo preciso di intensa paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

  • palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia;
  • sudorazione;
  • tremori fini o a grandi scosse;
  • dispnea o sensazione di soffocamento;
  • sensazione di asfissia (mancanza d’aria);
  • dolore o fastidio al petto;
  • nausea o disturbi addominali;
  • sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;
  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi);
  • paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • paura di morire;
  • parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
  • brividi o vampate di calore.

Ricordiamo che sono sufficienti quattro sintomi di quelli sopra descritti per essere in presenza di un attacco di panico.

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