La paura di restare single ti fa scegliere il partner sbagliato

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO AMORE COPPIA SESSO SESSUALITA ABBRACCIO MATRIMONIO MASTURBAZIONE ORGASMO (6)Essere single ti mette ansia? Dovresti invece cercare di restare calmo, perché la paura di restare single ti potrebbe far scegliere il partner sbagliato, rimandando così all’infinito (o precludendo) l’incontro giusto, quello romantico e duraturo. Lo sostengono gli psicologi dell’Università di Toronto che, con una ricerca condotta su 153 single pubblicata sul Journal of Personality and Social Psychology, smentiscono così anche il luogo comune per cui sarebbero soprattutto le donne a non voler restare sole. La paura della solitudine colpisce tutti allo stesso modo.

Le lamentele dei single

I ricercatori hanno stilato la classifica delle più comuni lamentele dei single, angosciati dallo stare soli. Se lei pensa soprattutto “ho paura di restare sola da vecchia” oppure “mi sento che dovrei avere una relazione romantica alla mia età” e che “le persone che non si fidanzano sono un po’ tristi”, lui invece dice “delle volte sento che tutti hanno una relazione tranne me”. Sia uomini che donne dichiarano poi, in ordine: “penso che si avvicini il momento che sia troppo tardi per avere una relazione”, “mi viene l’ansia a pensare che sarò single per sempre”, “devo trovare un partner prima che sia tardi per avere e crescere figli”, “sto diventando vecchio e sarà sempre più difficile trovare qualcuno”, “se non mi sposerò mai avrò una vita solitaria”. A lei, infine, preoccupa anche il giudizio altrui e dichiara: “come mi giudicheranno gli altri se resto sola troppo tempo?”.

La paura di restare soli

“Le persone con una forte paura di restare single sono più portate a fare scelte sbagliate nelle relazioni di coppia, scelgono il partner non adatto e restano infelici – sottolinea Stephanie Spielmann, che ha diretto lo studio. L’ansia svolge un ruolo chiave nelle future relazioni ad alto rischio di instabilità perché decise sulla scia delle proprie paure. La paura della solitudine è una esperienza dolorosa sia per gli uomini che le donne, infelici allo stesso modo – concludono i ricercatori.

Se essere single ti genera ansia o senti di scegliere continuamente il partner sbagliato, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a gestire e superare questa situazione.

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La tazzina di caffè che ti salva dal suicidio

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CAFFE CAFFEINA TAZZINA COLAZIONE BEVANDA CALDA FREDDO AUTUNNO INVERNOSe bevi caffè allontani il rischio di depressione e di suicidio. La singolare scoperta è stata fatta da uno studio condotto dalla Harvard School of Public Health. Secondo i ricercatori dell’ateneo americano, le persone che consumano dalle 2 alle 4 tazzine di caffè al giorno hanno il 50% di possibilità in meno di togliersi la vita rispetto alle altre. La ragione? La caffeina ha gli stessi effetti di un antidepressivo.

Caffè contro la depressione

Secondo quanto ha affermato lo studio il consumo di bevande contenenti caffeina ha un effetto protettivo. Già in passato la sostanza è stata considerata un ottimo antidoto contro la depressione: da una ricerca del 2011, sempre degli esperti di Harvard, era emerso infatti che le donne che bevono caffè hanno il 15% di possibilità in meno di ammalarsi di depressione.

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Sperma e sesso orale sono antidepressivi naturali per le donne

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO AMORE COPPIA SESSO SESSUALITA ABBRACCIO MATRIMONIO MASTURBAZIONE ORGASMO (2)Lo sperma e il sesso orale sono antidepressivi naturali per le donne. Detta così sembra una affermazione bislacca, magari pronunciata da un uomo piuttosto ottimista. Ed invece ad affermarlo è una ricerca di qualche tempo fa della rinomata State University di New York che ha comparato la vita sessuale di 293 donne e la loro salute mentale. Il risultato ha evidenziato come il sesso orale sia il miglior rimedio per la depressione femminile, poiché lo sperma contiene sostanze in grado di risollevare l’umore e conciliare il sonno. Inoltre contiene ormoni quali il cortisolo, l’estrogeno e l’ossitocina che hanno effetti antidepressivi.

Lo sperma contiene sostanze utili all’umore

Le donne che hanno una vita sessuale regolare e non usano protezioni sono risultate più rilassate ed hanno ottenuto punteggi più alti nei test cognitivi. Questo perché oltre agli spermatozoi lo sperma contiene ormoni come la tireotropina, un antidepressivo, la melatonina, che induce il sonno e la serotonina, il neurotrasmettitore più noto tra gli antidepressivi, a tale proposito leggi anche: Cosa contiene lo sperma?

Leggi anche: La ragazza vegana che beve sperma fresco ogni giorno

Collante per la coppia

Lo studio – pubblicato sulla famosa rivista Archives of Sexual Behavior – spiega anche che le donne hanno un meccanismo fisiologico che le permette inconsciamente di sapere se il partner saprà o meno provvedere alla propria prole. I rapporti non protetti dunque sono un “collante” per la coppia, che avrebbe modo di capire fin da subito se la relazione è destinata, almeno dal punto di vista biologico, a durare. Nel caso di donne che hanno rapporti protetti, e non sono dunque esposte allo sperma del partner, potrebbe innescarsi la ricerca di nuovi partner sessuali. Un altro aspetto interessante della ricerca è che dai risultati sembra che i livelli di felicità femminile siano correlati alla quantità di sperma “in circolo” nel corpo della donna.

Leggi anche: In un rapporto orale dove va a finire e cosa accade allo sperma ingoiato? Può dare problemi alla salute?

Meno depresse senza preservativo

Le partecipanti allo studio sono state sottoposte al Beck Depression Inventory (BDI), un test per misurare i sintomi clinici della depressione. Il test ha mostrato che le donne che hanno rapporti senza preservativo sono meno depresse di quelle che invece hanno rapporti protetti. E quest’ultime presentano sintomi di depressione minori o uguali a quelli delle donne che si astengono dal sesso. Ovvio che questo non deve essere un incitamento a non usare il profilattico, specie quando il partner è occasionale: ricordiamo infatti che il profilattico è una importante barriera ad infezioni anche gravissime, come quella da HIV; a tal proposito leggi: Sesso e AIDS: l’HIV si trasmette anche tramite il rapporto orale

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Sindrome da abbandono: cause, sintomi, a cosa può condurre e come si supera

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO BAMBINO TRISTE PIANGE DOLORE STRADA ABBANDONO DEPRESSIONEQuante volte da bambini abbiamo sofferto per la mancanza di qualcuno, magari di nostra madre uscita di casa per andare a lavorare? Una gran quantità di ricerche ha dimostrato che casi del genere possono avere ripercussioni anche da adulti andando a creare l’impalcatura di quella che prende il nome di sindrome da abbandono o sindrome dell’abbandono.

Cos’è la sindrome da abbandono?

Per sindrome da abbandono si intendere un insieme di sensazioni di disagio – dal semplice fastidio fino all’angoscia e alla depressione – determinato da abbandono reale, tradimento degli affetti o da carenze affettive. Seguendo le idee del celebre psicologo e filosofo svizzero Jean Piaget, tutto potrebbe nascere dalla “permanenza dell’oggetto“. In età molto precoce il bambino si rende conto di non essere autosufficiente e di dipendere per ogni cosa dall’oggetto (adulto), il quale c’è e non c’è. In altri termini, quando il bambino può percepire la presenza della madre o di altra figura di riferimento, è rassicurato perché ha imparato che tale figura si occupa di lui; se però la madre “scompare”, cioè si sposta fuori della percezione del bambino, allora nasce la crisi, l’angoscia, ed il bambino piange, fin quando o non viene rassicurato dalla madre, o finché non realizza che la persona permane anche se lui non la vede/sente, cioè fin quando non supera una delle fasi precoci dell’infanzia, ed entra nella successiva. Questa grande paura rimane probabilmente nel ricordo, e le emozioni possono risvegliarsi anche da adulti, quando l’oggetto, verso il quale si è strutturata una dipendenza affettiva, “scompare”. E’ interessante ricordare che possono soffrire di tale sindrome anche gli anziani abbandonati a se stessi (e in questo momento di crisi economica e sociale stanno aumentando in maniera esponenziale) e le ragazze-madri abbandonate dalla famiglia di origine.

Leggi anche: Jean Piaget e la teoria dello sviluppo cognitivo: schema, assimilazione, accomodamento, equilibrazione

Quali sono le cause della sindrome da abbandono ?

Le cause determinanti sono eventi drammatici ad esempio la morte di uno dei genitori, violenti litigi familiari, mancanza di cure, freddezza della madre. Ma anche eventi in realtà normali (ma vissuti come fortemente traumatici dal soggetto) possono determinare i sintomi della sindrome, come ad esempio la nascita di un fratellino. Tali avvenimenti determinano nel soggetto due condizioni:

  • l’incompiuta costruzione della fiducia in sé stessi;
  • la convinzione più o meno consapevole che solo delegando le responsabilità e i problemi ad un altro si riesca ad andare avanti, ciò crea nel soggetto la percezione che è giusto e preferibile dipendere da altri per superare le avversità della vita.

Leggi anche: Liberarsi dalla dipendenza affettiva e dalla paura dell’abbandono

Quali sono i sintomi della sindrome da abbandono?

I bambini che soffrono di tale sindrome possono presentare ritardi psicomotori, facilità ad ammalarsi, abulia (incapacità di prendere decisioni e portare a termine le azioni), periodiche crisi di ansia, gelosia e aggressività. Più in generale tale sindrome si manifesta con emozioni e comportamenti che possono andare dal semplice disagio alla disperazione più nera, al sentirsi privi di una parte di sé, al perdere il piacere di vivere: senza una certa persona che lo ha abbandonato, il soggetto riferisce che la sua vita non ha più alcun senso.

Leggi anche: Gelosia patologica e delirio di infedeltà: la possessività esclusiva

Una esperienza che mi ha particolarmente colpito

Un mio paziente – che è anche un caro amico d’infanzia – colpito da questa sindrome, pur essendo normalmente una persona buona e calma, ha manifestato stati di aggressività accompagnati da collera, talora sino al delirio, soltanto parlando della sua ex ragazza che lo aveva lasciato. Un chiaro sintomo è l’ostinazione del ritorno della persona amata che lo aveva abbandonato, l’ossessione che noi suoi amici dovessimo convincere, quasi con la forza, la persona amata a tornare da lui. Il suo ragionamento era “lei DEVE tornare da me” e non ammetteva alcuna eccezione che prendesse in gioco il libero arbitrio della persona amata e la sua volontà di non voler tornare da lui. La frase “lei deve tornare da me” seguita da “voi dovete aiutarmi a farla tornare” non ammette contraddittorio logico e tutto ciò a ormai quasi due anni dalla rottura del fidanzamento (fidanzamento che era durato appena pochi mesi).

Leggi anche: Morte psicogena, l’apatia che può farti morire: come uscirne

A cosa può portare la sindrome da abbandono?

La sindrome dell’abbandono induce di solito a tre tipi di comportamento: costruttivi, di attesa, o – nel peggiore dei casi – distruttivi (auto e/o etero); dipende da come si manifesta. Nei casi più gravi la sindrome dell’abbandono può condurre alla depressione e questa, purtroppo può indurre a pensieri suicidari e al suicidio.

Come superare la sindrome da abbandono?

La sindrome da abbandono può essere curata con psicoterapia e terapia farmacologica, ma nei casi meno gravi anche dei semplici consigli possono migliorare di molto la situazione. Per approfondire, leggi questo articolo: sindrome da abbandono: terapie e consigli per affrontarla e guarire

Qui puoi trovare una lista di libri che hanno l’abbandono come tema comune: https://amzn.to/2UrnyEe

Se credi di soffrire di sindrome da abbandono ed hai bisogno di supporto, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò ad affrontare e superare questo momento difficile.

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Il mio pene si sta accorciando: la sindrome della retrazione genitale

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PENE SESSO UOMO SCROTO TESTICOLI DISFUNSIONE ERETTILE IMPOTENZAEsiste una patologia che ti fa pensare che il tuo pene sia più piccolo di quello che realmente sia o che si stia accorciando nel tempo o addirittura stia rientrando nel tuo addome: si chiama Sindrome di Koro (Koro in malese significa “testa di tartaruga”) anche detta Sindrome di retrazione genitale (GRS). I pazienti affetti da tale malattia – che colpisce più gli uomini, ma non solo – vengono presi dal timore che i loro genitali (o il seno o i capezzoli, per le donne) siano più piccoli di come in realtà sono, e che si stiano riducendo e stiano rientrando all’interno del corpo fino a scomparire completamente. Tale timore genera una violenta reazione di ansia acuta. A livello fisiologico non c’è nessun danno reale, le “dimensioni” non sono davvero diminuite (né il pene sta rientrando nell’addome) e tutto funziona alla perfezione: rarissimi i casi al mondo di pazienti con Koro con contemporanea infertilità, il che fa pensare che non ci sia nessuna associazione tra le due patologie.

Leggi anche: Perché il freddo e l’ansia riducono le dimensioni del pene?

Una percezione errata

Alcuni studi hanno dimostrato, attraverso il test proiettivo DAPT (Draw-a-penis Test) che i pazienti che soffrono di questa sindrome hanno una percezione del pene (specie del loro glande) significativamente inferiore a quella mostrata da un gruppo di controllo. In realtà il pene di questi soggetti rientrava assolutamente nella media, sebbene i pazienti Koro percepissero il loro pene di diminuite misure, sia nello stato eretto, sia nello stato di riposo. Il test è stato ripetuto due anni dopo ed ha mostrato gli stessi risultati: i pazienti hanno dimostrato una notevole costanza nel mantenere immutate le loro percezioni dismorfofobiche.

Epidemie in Cina

Questa sindrome è molto diffusa in Cina (specie nella Cina meridionale e nella bassa valle dello Yang-Tze), nel Sud-est asiatico, in particolare in Malesia e in Indonesia, India, Nepal e Thailandia, anche se colpisce prevalentemente uomini di etnia cinese (tanto è vero che viene citata anche nei manuali di medicina cinese tradizionale come “conglomerato freddo nel fegato” ed “esaurimento dello yang del rene”). In Cina vi sono state violente esplosioni epidemiche di questa sindrome: in particolare nel 1948, nel 1955, nel 1966 e nel 1974: ogni volta che c’è una tensione sociale o un disastro naturale si aveva il rischio di diffusione di questa paura. L’epidemia del 1984-1985 durò oltre un anno e colpì oltre 3.000 persone in 16 città e province. A seguito di una campagna per la salute mentale però, l’epidemia non si è più verificata in Cina, il che è sicuramente dovuto anche al miglioramento delle condizioni economiche delle persone e ad una migliore qualità della vita. Questa paura di progressiva retrazione e scomparsa del pene si è diffusa paradossalmente anche in alcune nazioni africane “generose” nelle dimensioni del pene (Sudan e Congo), generando talvolta una sorta di isteria di massa, che ha prodotto omicidi di persone che si pensava fossero possedute dagli spiriti, o fossero degli “untori”. Uno studio del 1992, basato su questionari autocompilati, ha mostrato che i pazienti di questa sindrome sono in genere giovani, single, poco istruiti, religiosi e timorosi delle forze soprannaturali.

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Sintomi della sindrome della retrazione genitale

Gli episodi della sindrome di Koro hanno un inizio improvviso, di intensa ansia, che può durare per diverse ore, fino a due giorni. Questi episodi possono essere cronici e ricorrenti. I sintomi riferiti sono:

  • percezione che la forma e il tono muscolare del pene stia cambiando (capezzoli e seno per le donne);
  • timore di sterilità e di perdere la potenza sessuale;
  • reazione d’ansia acuta caratterizzata da paura di impazzire, dalla certezza di essere posseduti da spiriti maligni;
  • sensazione di morte imminente;
  • paura del cambiamento di sesso o di diventare un eunuco;
  • paura dell’ostruzione delle vie urinarie;
  • paura che il pene scomparirà nell’addome (o il seno nel torace, o il capezzolo all’interno della mammella).

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Diagnosi della sindrome della retrazione genitale

Per diagnosticare questa sindrome, che non ricade in nessuna categoria diagnostica specifica, si potrebbero usare diverse categorie del DSM:  disturbo d’ansia, disturbo da attacchi di panico, depersonalizzazione, isteria, disturbo ossessivo-compulsivo o disturbo psicotico. Anche se il concetto è controverso, nella quarta versione nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (American Psychiatric Association, 1994) sono state introdotte le sindromi “legate alla cultura” (DSM -IV: Appendice I). Il manuale definisce il Koro come un termine, probabilmente di origine malese, che si riferisce a un episodio di improvvisa ed intensa ansia che il pene (o, nelle femmine, la vulva e i capezzoli) si ritirino dal corpo causando la morte.

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Diagnosi differenziale

E’ importante fare diagnosi differenziale con patologie che influiscono realmente con le dimensioni del pene come nella Malattia di Peyronie , dove la tunica albuginea sviluppa tessuto cicatriziale che impedisce la piena espansione di un’erezione e provoca la retrazione del pene flaccido. E’ necessario fare anche differenza con la Dismorfobia peniena (distorta percezione dell’organo genitale che, pur avendo dimensioni e forme appropriate, è visto dalla persona come troppo piccolo o troppo grande o troppo curvo: manca la componente “retrazione all’interno del corpo” e quella di “rimpicciolimento”).

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Terapie folkloristiche, collari e corde

In Cina, il trattamento tradizionale è l’esorcismo, insieme a pozioni di medicina tradizionale, di solito ricavate da erbe, peni animali (di tigre e di cervo), code di cervo. Altri alimenti per la terapia sono la zuppa di pepe, la minestra di zenzero e l’alcol.
E negli “avanzatissimi” stati occidentali cosa accade? Pur se gli esami medici non hanno rivelato effettive riduzioni delle dimensioni del pene, i malati della Sindrome della retrazione genitale ricorrono spesso ad autoterapie come le trazioni meccaniche del pene. La spinta verso l’esterno che dovrebbe allungare il pene, prevede l’utilizzo di collari da mettere intorno al pene, legati a corde e ad altri sistemi di “bloccaggio”. Inutile dire che questi sistemi non solo sono assolutamente inutili: possono essere dannosi! La struttura del pene è molto complessa e delicata e può essere compromessa (anche in maniera permanente) da sistemi assolutamente “bislacchi”. Questi sistemi sono anche usati da soggetti che, pur apprezzando le dimensioni del loro pene, vogliono provare ad allungarlo lo stesso: vi dico solo che il risultato è che spesso questi soggetti ce li ritroviamo al pronto soccorso.

Trattamento della Sindrome della retrazione genitale

Per i casi sporadici occidentali il trattamento medico-narrativo è sicuramente indicato. Il trattamento farmacologico dei sintomi della Sindrome della retrazione genitale prevede l’uso di aloperidolo per 3 settimane.

Se credi di avere un problema di retrazione genitale, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere il tuo problema.

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Fobie specifiche: quando un ragno o un ascensore ci mettono nel panico

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO UOMO TRISTE TRISTEZZA SUICIDIO DEPRESSIONE PAURA AIUTOIn psichiatria, con “fobie specifiche” (anche chiamate “fobie semplici“) si intende un gruppo variegato di patologie caratterizzate da una irrazionale e fortissima reazione di ansia, paura e di fuga che compare quando il soggetto è esposto (o sa che a breve sarà esposto) a specifici oggetti, fenomeni, animali, ambienti o situazioni reali o semplicemente immaginate o raccontate. Lo stato di estrema ansia generato da tale esposizione è assolutamente irragionevole e spropositato rispetto alla gravità e/o alla pericolosità dell’oggetto, del fenomeno, dell’animale o della situazione. Le fobie specifiche fanno parte del grande gruppo dei “disturbi d’ansia“, accomunati da uno stato mentale caratterizzato da diverse forme di paura e di ansia patologica che si accompagnano spesso a manifestazioni psicosomatiche e che creano notevole disagio all’individuo, andando ad interferire con la sua vita sociale, relazionale e/o professionale. I più comuni disturbi d’ansia sono il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo da attacchi di panico e le fobie. In alcuni casi un disturbo d’ansia può associarsi ad un disturbo dell’umore, come la depressione.

Definizione di fobia specifica nel DSM-5

Il DSM-5 (l’ultima e più aggiornata versione del Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali) definisce la fobia specifica come una paura, spropositata rispetto alle comuni paure, che si manifesta in modo marcato e persistente in presenza di un oggetto o in relazione a specifiche situazioni.

Diffusione

L’incidenza delle fobie specifiche negli USA ed in Europa va dal 7 al 9%. L’età media di insorgenza è tra i 7 e gli 11 anni.

Cause e fattori di rischio

Le cause specifiche delle fobie specifiche e degli altri disturbi d’ansia, come avviene per numerose altre patologie di interesse psichiatrico, non sono ancora state comprese del tutto. Si ritiene che le fobie siano dovute ad una combinazione di fattori genetici, psicologici, fisici e ambientali. Alcune caratteristiche predisponenti (come la famigliarità con la malattia, cioè aver dei casi in famiglia di fobie o altro disturbo d’ansia) unite ad episodi particolarmente traumatici e stressanti (incontri ravvicinati con animali che si sono manifestati più aggressivi del solito, essere rimasti rinchiusi in spazi angusti e bui, lutti, licenziamenti, bullismo, abusi in tenera età, difficoltà economiche o famigliari, patologie croniche ed invalidanti, una diagnosi di malattia terminale…) possono innescare la fobia. Alcune patologie organiche, come l’ipertiroidismo o altri squilibri endocrini, sono note per causare sintomi di nervosismo cronico e di ansia, quindi potrebbero essere un fattore di rischio per i disturbi d’ansia in generale. Patologie psichiatriche (come la depressione) e neurologiche (soprattutto se croniche, invalidanti e/o incurabili) potrebbero rappresentare un altro fattore di rischio per i disturbi d’ansia in generale. La dipendenza da sostanze legali o illegali (alcol, caffeina, benzodiazepine, cannabis, cocaina, eroina ed altre sostanze psicotrope) e le dipendenze comportamentali (shopping compulsivodipendenza dal sessodisturbo da gioco d’azzardomasturbazione compulsivacleptomania, dipendenza da uso di doping, dipendenza dal lavoro, dipendenza dal cibo, piromaniadisturbo da interazione di più dipendenze…), potrebbero favorire o causare un disturbo d’ansia oppure aggravarne uno preesistente. Alcuni geni sembrerebbero essere collegati ad un maggior rischio di sviluppare i disturbi d’ansia. Alcuni farmaci antidepressivi (ad esempio gli SSRI), pur essendo spesso anche degli efficaci ansiolitici, possono causare in alcuni soggetti dei sintomi d’ansia che potrebbero essere confusi con un peggioramento della patologia iniziale. L’esposizione prolungata ad alcune sostanze chimiche, come i solventi industriali, possono favorire la comparsa di un disturbo d’ansia. Il mobbing ed il burn out sono possibili cause di un disturbo d’ansia. Un disturbo post-traumatico da stress), la dipendenza affettiva, la sindrome da abbandono, la dipendenza da un partner narcisista patologico, o la fine di una relazione possono innescare un disturbo d’ansia. Le “psico-tecnopatologie” (le malattie psicologiche causate da un abuso delle nuove tecnologie) come la dipendenza da smartphone, la dipendenza da notifiche, la dipendenza da internet e la dipendenza da social network possono causare o favorire una fobia o altro disturbo d’ansia.

Dall’evento traumatico alla fobia specifica

La fobia specifica si sviluppa in genere a causa del fatto che il paziente, in un certo momento della sua vita, ha vissuto personalmente un evento altamente traumatico, come ad esempio essere attaccati da un cane. Si possono generare le fobie più stravaganti: una persona per esempio potrebbe aver per sempre paura del colore giallo perché ad esempio al momento dell’attacco da parte del cane si trovava di fronte ad una parete gialla. Anche il solo osservare un evento traumatico senza provarlo direttamente su di sé può generare una fobia specifica: se da bambini si è visto ad esempio un cane attaccare un altro bimbo, si può generare una fobia. Non necessariamente da adulta la persona ricorda quale sia stato l’evento specifico scatenante la sua fobia, se esso è avvenuto molti anni prima, magari in tenerissima età. L’associazione evento traumatico/fobia è ancora più forte se durante l’esperienza traumatica si ha sofferto degli spiacevoli sintomi di un attacco di panico.

Caratteristiche

La fobia specifica è caratterizzata da una irrazionale e fortissima reazione di ansia, paura e di fuga (“crisi fobica“) che compare quando il soggetto è esposto (o sa che a breve sarà esposto) a specifici oggetti, fenomeni, animali, ambienti o situazioni reali o semplicemente immaginate o raccontate (“stimoli fobici” o “stimoli fobigenici“, cioè capaci di scatenare la fobia). Lo stato di estrema ansia generato da tale esposizione è assolutamente irragionevole e spropositato rispetto alla gravità e/o alla pericolosità dell’oggetto, del fenomeno, dell’animale o della situazione.
Il soggetto che soffre di grave fobia arriva al punto di organizzare la propria vita sociale e professionale in modo di evitare accuratamente il contatto diretto con gli oggetti o le situazioni che gli generano la crisi fobica. Il soggetto che ne soffre talvolta non è in grado di rappresentarsi e immaginare le situazioni o le cose temute se non per pochi attimi e può temere anche di nominarle. La paura può essere attivata sia dalla presenza reale dell’oggetto o animale o situazione, che da semplici tracce che anticipano la sua presenza o anche solo da un racconto che lo cita o dalla sua presenza in un film.
Gli adulti con fobia nella maggioranza dei casi sono in grado di riconoscere che tali reazioni non hanno una base razionale e che sono totalmente spropositate, ma non sono comunque in grado di controllarle. Una fobia può essere capace di interferire fortemente con la qualità della vita di un soggetto, sia da un punto di vista sociale, relazionale o professionale. Pensiamo ad esempio ad un soggetto che ha la fobia per i gatti: una eventuale relazione amorosa con un partner che possiede un gatto, sarebbe fortemente penalizzata e ostacolata.
La gravità del disturbo e il suo impatto sul benessere e la qualità di vita di chi ne soffre dipendono non soltanto da quanto è intensa la crisi fobica quando si è al cospetto dell’oggetto fobigenico, ma anche dall’effettiva probabilità che la persona interessata ha di venire a contatto con tale oggetto. Una persona potrebbe ad esempio aver timore di prendere un aeroplano, ma tale fobia non creerà alcun problema in persone che non devono viaggiare in aereo per lavoro e che non siano particolarmente appassionate di turismo in luoghi lontani.

Sintomi e segni associati

Oltre alle caratteristiche della crisi fobica precedentemente elencate, tipicamente chi soffre di fobia specifica tende ad avere una serie di altri sintomi e segni, tra cui:

  • stato di maggiore attivazione fisiologica e costante agitazione;
  • palpitazioni;
  • tremori;
  • sudorazione;
  • insonnia;
  • sonnolenza;
  • tachicardia (aumento della frequenza cardiaca);
  • aritmie (vari tipi di alterazione del normale ritmo cardiaco);
  • tachipnea (aumento della frequenza respiratoria);
  • ipertensione arteriosa (aumento della pressione sanguigna arteriosa);
  • dispnea (difficoltà a respirare, “fame d’aria”);
  • nausea;
  • vomito;
  • diarrea;
  • dispepsia (cattiva digestione);
  • dolori al torace e/o all’addome;
  • cefalea;
  • scatti d’ira;
  • incubi;
  • astenia (stanchezza psico-fisica);
  • difficoltà a concentrarsi;
  • vuoti di memoria;
  • allerta cronica;
  • svenimenti se posti obbligatoriamente di fronte allo stimolo fobico e senza possibilità di fuga.

Continua la lettura con: Fobie specifiche: tipi, diagnosi, terapie, farmaci, psicoterapia

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Fobia sociale: aver paura del giudizio degli altri

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA TRISTE STANCA BIANCO E NERO DEPRESSIONE SUICIDIO DISTURBO PAURAEssere agitati e un po’ intimoriti quando si devono affrontare situazioni che espongono al giudizio di altre persone, come tenere una conferenza, intervenire in un dibattito, salire su un palcoscenico per recitare, danzare, cantare o suonare uno strumento musicale in pubblico è del tutto normale. Ma quando la preoccupazione e l’ansia per la situazione che si sta per affrontare è tale da suscitare desideri di fuga e da indurre a cercare scuse e stratagemmi per non trovarsi nuovamente nella stessa situazione, si è di fronte a una vera e propria patologia psichiatrica nota come “fobia sociale”. La fobia sociale è una condizione che, se non adeguatamente trattata, può interferire seriamente con le relazioni interpersonali, le prestazioni scolastiche e lavorative, determinando un significativo scadimento della qualità di vita. La fobia sociale può interessare chiunque, ma tende a insorgere più facilmente nell’infanzia/adolescenza. Le donne hanno maggiori probabilità di soffrirne rispetto agli uomini, ma questi ultimi tendono a sviluppare forme più gravi della malattia. Una volta instaurata, la fobia sociale non si risolve quasi mai spontaneamente, ma tende a mantenersi in modo cronico, peggiorando via via nel corso della vita. In genere, chi ne soffre è consapevole dell’insensatezza delle proprie reazioni emotive e comportamentali, soffrendo oltre che dei sintomi specifici anche di un notevole senso di colpa e inadeguatezza.

Sintomi emotivi e fisici

Sintomi EMOTIVI della Fobia sociale:

  • Intensa paura di interagire con persone estranee.
  • Nervosismo e apprensione verso situazioni in cui si può essere giudicati.
  • Senso di colpa per il proprio imbarazzo/timidezza.
  • Timore che gli altri si accorgano della propria paura. Impossibilità di controllare il terrore e l’ansia provata in contesti sociali.
  • Evitamento delle situazioni che causano disagio.
  • Interferenza della ansia provata con le attività quotidiane. Difficoltà a parlare in pubblico o con estranei.
  • Difficoltà a guardare negli occhi gli interlocutori.

Sintomi FISICI della Fobia sociale:

  • Rossori e vampate.
  • Tremori e movimenti involontari.
  • Accelerazione del battito cardiaco.
  • Difficoltà respiratorie.
  • Mal di stomaco.
  • Nausea.
  • Crampi intestinali e diarrea.
  • Alterazione del tono di voce.
  • Tensione muscolare.
  • Mani fredde e sudate.
  • Confusione mentale.

Quando sintomi di questo tipo si ripresentano costantemente con un’intensità tale da creare un significativo disagio, abbassare il benessere generale del paziente ed interferire con la sua vita sociale, relazione e/o professionale, è essenziale rivolgersi al medico e intraprendere un trattamento specifico.

Trattamento della Fobia sociale

Attenuare i sintomi della fobia sociale e recuperare una vita di relazione serena e soddisfacente è possibile grazie a interventi psicoterapici abbinati a una terapia farmacologica adeguata.

Terapia farmacologica della Fobia sociale

La terapia farmacologica della fobia sociale può avvalersi di diverse tipologie di farmaci. Di norma, quelli impiegati più frequentemente sono antidepressivi della classe degli inibitori del riassorbimento della serotonina (SSRI) e della noradrenalina (SNRI). Si tratta di farmaci utilizzati anche nel trattamento di altri disturbi d’ansia e dei disturbi dell’umore che risultano efficaci anche nella fobia sociale poiché i sistemi neurobiologici coinvolti in queste diverse problematiche sono in parte sovrapponibili. SSRI e SNRI si sono dimostrati efficaci nell’alleviare tutti i principali sintomi ansiosi, determinando un significativo miglioramento già dopo 2-4 settimane dall’inizio della terapia. Per trarne i massimi benefici è importante assumerli regolarmente, seguendo le indicazioni del medico rispetto a dosaggi e tempi di assunzione. In relazione alle specifiche caratteristiche del paziente e del disturbo presente, il medico potrà decidere di proporre il ricorso occasionale ad altre tipologie di farmaci: in particolare, tranquillanti come le benzodiazepine oppure beta-bloccanti (farmaci antipertensivi utilizzati in cardiologia, che nel paziente con fobia sociale aiutano a prevenire l’insorgenza di tachicardia, alterazioni della voce e tremori). Anche in questo caso, per assicurarsi un’azione ottimale è indispensabile seguire attentamente le indicazioni del medico e rispettare i dosaggi e i tempi di trattamento prescritti.

Approccio psicoterapico nella Fobia sociale

La tipologia di supporto psicologico più usata ed efficace per superare la fobia sociale è la terapia cognitivo-comportamentale, che aiuta ad analizzare razionalmente le situazioni che generano ansia e a smitizzarle, slegandole da emozioni e presagi negativi. Nei pazienti con forme lievi può essere l’unico intervento necessario; nei casi di ansia sociale moderata-severa aiuta a ottimizzare e consolidare l’azione della terapia farmacologica. Sul piano pratico, l’approccio comportamentale prevede che la persona affetta da fobia sociale, anziché evitarle, si esponga gradualmente alle situazioni che creano disagio ed, elaborandole in chiave positiva, riesca a gestire meglio e ad adattarsi progressivamente allo stress associato. Oltre che attraverso esperienze della vita reale, questo percorso può prevedere giochi di ruolo nel contesto di terapie di gruppo che facilitano l’analisi degli elementi critici di specifiche situazioni e il confronto con altre persone che vivono un problema analogo.

Interventi di supporto nella Fobia sociale

Seguire ritmi di vita regolari. Dormire un numero sufficiente di ore per notte. Alimentarsi in modo sano. Praticare un’attività fisica moderata ogni giorno. Dedicarsi ad attività rilassanti e piacevoli con persone con cui si sente a proprio agio. Frequentare corsi indirizzati a migliorare la comunicazione in pubblico. Assumere tutte le terapie prescritte dal medico con regolarità, ai dosaggi indicati. Evitare di bere alcolici e bevande a base di caffeina. Non fumare o cercare di ridurre il numero di sigarette abituali. Frequentare gruppi di auto-mutuo aiuto e condividere la propria esperienza con altre persone affette da un problema analogo.

Se pensi di soffrire di una fobia o o di altro disturbo d’ansia, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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