Disturbo d’ansia generalizzato: avere sempre ansia ma non capire per cosa

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DEPRESSIONE TRISTE SUICIDIO ANSIA PAURA PIOGGIA NEGATIVITA MORTECon disturbo d’ansia (in inglese “anxiety disorder”) in medicina ed in particolare in psichiatria, si identifica uno stato mentale caratterizzato da diverse forme di paura e di ansia patologica che si accompagnano spesso a manifestazioni psicosomatiche e che creano notevole disagio all’individuo, andando ad interferire con la sua vita sociale, relazionale e/o professionale. I più comuni disturbi d’ansia sono il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo da attacchi di panico e le fobie. Il disturbo ossessivo-compulsivo, una volta inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una nuova categoria specifica, denominata Disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati. Il disturbo post-traumatico da stress, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito nella categoria denominata Disturbi correlati a trauma e stress. In alcuni casi un disturbo d’ansia può associarsi ad un disturbo dell’umore, come la depressione.

Differenza tra ansia e disturbo d’ansia

E’ importante ricordare che, nel linguaggio comune il termine “ansia” viene spesso usato in modo improprio, riferendosi a generiche condizioni di apprensione, nervosismo e stress, molto comuni nella vita quotidiana di ognuno di noi, che però nella maggioranza dei casi non hanno nulla a che vedere con il disturbo d’ansia, che è una patologia psichiatrica vera e propria. L’ansia presente nel disturbo d’ansia (“ansia patologica”) non è un semplice disagio transitorio e fisiologico che si verifica durante determinati episodi della nostra vita, bensì un sintomo abnorme che interferisce severamente con la nostra vita sotto diversi aspetti, da quello sociale e relazionale, fino a quello lavorativo. Ad esempio nel disturbo d’ansia generalizzato, di cui parlerò in questo articolo, il paziente tende a vivere in uno stato di allerta cronica causata da nessun motivo specifico e razionale e sente di temere per qualcosa ma spesso senza essere capace di esprimere specificatamente di che cosa abbia paura. Il lettore può quindi facilmente intuire quanto tale condizione sia differente da quella che nel linguaggio comune sia denominata “ansia”, che può essere la normale risposta a periodi particolarmente stressanti con cause ben specifiche (ad esempio “ho ansia per l’esame universitario che ho domani”; oppure “devo affrontare un colloquio di lavoro e sono ansioso”).

Disturbo d’ansia generalizzato

Il “disturbo d’ansia generalizzato“, detto anche “disturbo d’ansia generalizzata” (da cui l’acronimo DAG), in inglese Generalized anxiety disorder, da cui l’acronimo GAD, è un tipo specifico di disturbo d’ansia caratterizzato da sintomi fisici e psichici dell’ansia che NON sono concentrati verso una particolare causa o situazione specifica (da cui la denominazione “generalizzata”).

Epidemiologia

Il disturbo d’ansia generalizzato interessa soprattutto le donne (rapporto femmine maschi 3:2) e complessivamente il 3-5% della popolazione. Il disturbo può venir sottovalutato dai pazienti ed è generalmente cronico: di solito si presenta in età infantile, tanto che il paziente riferisce di essere ansioso “da sempre”.

Storia dei criteri diagnostici

L’American Psychiatric Association ha introdotto il disturbo d’ansia generalizzato come diagnosi nel DSM-III nel 1980, quando la nevrosi d’ansia è stata suddivisa in DAG e disturbo di panico. La definizione nel DSM-III richiedeva ansia o preoccupazione diffusa e incontrollabile che fosse eccessiva e irrealistica e persistesse per 1 mese o più. Alti tassi di comorbilità di disturbo d’ansia generalizzato e depressione maggiore hanno portato molti ricercatori a suggerire che il DAG sarebbe stato meglio concettualizzato come un aspetto della depressione maggiore piuttosto che un disturbo indipendente. Molti critici hanno affermato che le caratteristiche diagnostiche di questo disturbo non erano ben stabilite fino al DSM-III-R. Poiché la comorbidità di DAG e di altri disturbi diminuiva nel tempo, il DSM-III-R ha modificato il tempo necessario per una diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato a 6 mesi o più. Il DSM-IV ha cambiato la definizione di preoccupazione eccessiva e il numero di sintomi psicofisiologici associati richiesti per una diagnosi. Un altro aspetto della diagnosi che il DSM-IV ha chiarito è quello che costituisce un sintomo che si verifica “spesso”. Il DSM-IV richiedeva anche difficoltà nel controllare la preoccupazione per la diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato. Il DSM-5 sottolinea che le preoccupazioni eccessive devono verificarsi il più delle volte e su una serie di argomenti diversi. È stato affermato che i continui cambiamenti nelle caratteristiche diagnostiche del disturbo hanno reso difficile la valutazione delle statistiche epidemiologiche come la prevalenza e l’incidenza, oltre ad aumentare la difficoltà per i ricercatori nell’identificare le basi biologiche e psicologiche del disturbo. Di conseguenza, anche la preparazione di farmaci specializzati per il disturbo è stata ed è ad oggi più difficile.

Cause e fattori di rischio

Le cause specifiche del disturbo d’ansia generalizzato e degli altri disturbi d’ansia, come avviene per numerose altre patologie di interesse psichiatrico, non sono ancora state comprese del tutto. Si ritiene siano dovuti ad una combinazione di fattori genetici, psicologici, fisici e ambientali. Alcune caratteristiche predisponenti (come la famigliarità con la malattia, cioè aver dei casi in famiglia di disturbo d’ansia) unite ad episodi particolarmente traumatici e stressanti (lutti, licenziamenti, difficoltà economiche o famigliari, patologie croniche ed invalidanti, una diagnosi di malattia terminale…) possono innescare il disturbo d’ansia generalizzato. Alcune patologie organiche, come l’ipertiroidismo o altri squilibri endocrini, sono note per causare sintomi di nervosismo cronico e di ansia, quindi potrebbero essere un fattore di rischio per i disturbi d’ansia. Patologie psichiatriche (come la depressione) e neurologiche (soprattutto se croniche, invalidanti e/o incurabili) potrebbero rappresentare un altro fattore di rischio per i disturbi d’ansia. La dipendenza da sostanze legali o illegali (alcol, caffeina, benzodiazepine, cannabis, cocaina, eroina ed altre sostanze psicotrope) e le dipendenze comportamentali (shopping compulsivodipendenza dal sessodisturbo da gioco d’azzardomasturbazione compulsivacleptomania, dipendenza da uso di doping, dipendenza dal lavoro, dipendenza dal cibo, piromaniadisturbo da interazione di più dipendenze…), potrebbero favorire o causare un disturbo d’ansia oppure aggravarne uno preesistente. Gli studi sui possibili contributi genetici allo sviluppo del disturbo d’ansia generalizzato hanno esaminato le relazioni tra geni implicati nelle strutture cerebrali coinvolte nell’identificazione di potenziali minacce (ad esempio, nell’amigdala) e anche implicati nei neurotrasmettitori e nei recettori dei neurotrasmettitori noti per essere coinvolti nei disturbi d’ansia. Più specificamente, i geni studiati per la loro relazione con lo sviluppo di disturbo d’ansia generalizzato o che hanno dimostrato di avere una relazione con la risposta al trattamento includono:

  • PACAP (polimorfismo A54G): la remissione dopo 6 mesi di trattamento con Venlafaxina ha suggerito una relazione significativa con il polimorfismo A54G (Cooper et al. 2013);
  • Gene HTR2A (allele rs7997012 SNP G): si suggerisce che l’allele HTR2A sia implicato in una significativa riduzione dei sintomi di ansia associati alla risposta a 6 mesi di trattamento con Venlafaxina (Lohoff et al. 2013);
  • Regione del promotore SLC6A4 (5-HTTLPR): si suggerisce che il gene del trasportatore della serotonina sia implicato nella significativa riduzione dei sintomi di ansia in risposta a 6 mesi di trattamento con Venlafaxina (Lohoff et al. 2013).

Alcuni farmaci antidepressivi (ad esempio gli SSRI), pur essendo spesso anche degli efficaci ansiolitici, possono causare in alcuni soggetti dei sintomi d’ansia che potrebbero essere confusi con un peggioramento della patologia iniziale. L’esposizione prolungata ad alcune sostanze chimiche, come i solventi industriali, possono favorire la comparsa di un disturbo d’ansia. Il mobbing ed il burn out sono possibili cause di un disturbo d’ansia. Un disturbo post-traumatico da stress), la dipendenza affettiva, la sindrome da abbandono, la dipendenza da un partner narcisista patologico, o la fine di una relazione possono innescare un disturbo d’ansia. Le “psico-tecnopatologie” (le malattie psicologiche causate da un abuso delle nuove tecnologie) come la dipendenza da smartphone, la dipendenza da notifiche, la dipendenza da internet e la dipendenza da social network possono causare o favorire un disturbo d’ansia.

Fisiopatologia

La fisiopatologia del disturbo d’ansia generalizzato è un’area di ricerca attiva e continua che spesso coinvolge l’intersezione di genetica e strutture neurologiche. Il disturbo d’ansia generalizzato è stato collegato ai cambiamenti nella connettività funzionale dell’amigdala e alla sua elaborazione della paura e dell’ansia. Le informazioni sensoriali entrano nell’amigdala attraverso i nuclei del complesso basolaterale (costituito da nuclei basali laterali, basali e accessori). Il complesso basolaterale elabora i ricordi sensoriali legati alla paura e comunica informazioni riguardanti l’importanza della minaccia per la memoria e l’elaborazione sensoriale altrove nel cervello, come la corteccia prefrontale mediale e le cortecce sensoriali. Le strutture neurologiche tradizionalmente apprezzate per il loro ruolo nell’ansia includono l’amigdala, l’insula e la corteccia orbitofrontale (OFC). Si ritiene che i cambiamenti in una o più di queste strutture neurologiche consentano una maggiore risposta dell’amigdala agli stimoli emotivi negli individui che soffrono di disturbo d’ansia generalizzato rispetto agli individui sani. È stato suggerito che gli individui con disturbo d’ansia generalizzato abbiano una maggiore attivazione dell’amigdala e della corteccia prefrontale mediale (mPFC) in risposta agli stimoli rispetto agli individui sani. Tuttavia, l’esatta relazione tra l’amigdala e la corteccia frontale (ad esempio, la corteccia prefrontale o la corteccia orbitofrontale) non è completamente compresa perché ci sono studi che suggeriscono un’attività aumentata o diminuita nella corteccia frontale in individui che hanno un disturbo d’ansia generalizzato. Di conseguenza, a causa della tenue comprensione della corteccia frontale in relazione all’amigdala negli individui con disturbo d’ansia generalizzato, è una questione aperta se gli individui che soffrono di disturbo d’ansia generalizzato hanno un’amigdala che è più sensibile di un’amigdala in un individuo senza disturbo d’ansia generalizzato o se l’iperattività della corteccia frontale è responsabile dei cambiamenti nella risposta dell’amigdala a vari stimoli. Studi recenti hanno tentato di identificare regioni specifiche della corteccia frontale, come ad esempio la corteccia prefrontale dorsomediale (dmPFC), che possono essere più o meno reattive in individui con disturbo d’ansia generalizzato o reti specifiche che possono essere implicate in modo differenziale in individui con disturbo d’ansia generalizzato. Altre linee di studio indagano se i modelli di attivazione variano in individui che hanno una disturbo d’ansia generalizzato in età diverse rispetto a individui sani della stessa età (ad esempio, l’attivazione dell’amigdala negli adolescenti con disturbo d’ansia generalizzato).

Sintomi e segni

I sintomi caratteristici del disturbo d’ansia generalizzato sono quelli degli stati d’allarme, contraddistinti da una condizione psichica di generale attesa apprensiva, e da numerosi segni e sintomi fisici di attivazione vegetativa (hyperarousal), tra cui:

  • sonnolenza;
  • emicrania;
  • extrasistoli;
  • tachicardia;
  • vertigini;
  • insonnia;
  • paura che da un momento all’altro possa capitare qualcosa di negativo;
  • ipertensione arteriosa;
  • tachipnea (aumento della frequenza respiratoria);
  • dispnea (senso di “fame d’aria”);
  • difficoltà a concentrarsi;
  • tensione muscolare;
  • irrequietezza;
  • disturbi del sonno;
  • incubi frequenti.

Oltre a questi sintomi, prettamente “fisici” se ne accompagnano di cognitivi quali ad esempio: sensazione di testa vuota, derealizzazione e depersonalizzazione. Eventi casuali e difficoltà della vita quotidiana possono diventare fonte di estrema preoccupazione per il paziente, che tende a vivere in uno stato di allerta cronica, tanto da arrivare ad interferire anche pesantemente con la sfera sociale, relazionale e/o lavorativa. Nel commentare le sue difficoltà, il paziente è di solito assai preciso e appropriato nel riconoscere la discrepanza tra dimensione reale delle difficoltà da affrontare e quota d’ansia che queste evocano e sente di temere per qualcosa ma senza essere capace di esprimere la cosa specifica che gli genera questa paura e questa tensione.

Diagnosi

Per fare diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato, il paziente deve soddisfare i criteri diagnostici presenti nel DSM 5 (la quinta e più recente edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ):

  • Eccessiva ansia e preoccupazione, che si verificano nella maggioranza dei giorni, per almeno 6 mesi, riguardo numerosi eventi o attività (lavoro, scuola, vita sociale).
  • L’individuo trova difficile controllare la preoccupazione.
  • L’ansia e la preoccupazione sono associati a 3 o più dei seguenti sintomi:
    • Irrequietezza;
    • Facile affaticabilità;
    • Difficoltà di concentrazione;
    • Irritabilità;
    • Tensione muscolare;
    • Turbe del sonno.
  • L’ansia, la preoccupazione o i sintomi fisici causano disagio clinicamente significativo o ostacolano le aree di funzionamento sociale o lavorativo.
  • Il disturbo non è attribuibile ad effetti fisiologici di sostanze o altra condizione medica.
  • Il disturbo non è meglio spiegato da sintomi di altri disturbi psichici.

Continua la lettura con: Disturbo d’ansia generalizzato: terapia farmacologica e psicoterapia

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Disturbi d’ansia: quando preoccupazione, nervosismo e agitazione ci rendono la vita impossibile

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RAGAZZA TRISTE DONNA DEPRESSIONE STANCA PAURA FOBIA PENSIERI SUICIDIO FIUMA PONTEAnsia e stress sono fenomeni di cui tutti fanno esperienza nella vita ma entro certi limiti, non sono necessariamente reazioni negative perché possono dare la spinta per essere più pronti ed efficienti. Se gli episodi ansiosi sono fastidiosi, ma gestibili, occasionali e di durata limitata nel tempo, quindi, non ci si deve preoccupare. E’ importante consultare il medico e lo psicoterapeuta – che vi guideranno eventualmente in un percorso di riabilitazione specifico – quando preoccupazione, nervosismo, irritabilità e agitazione:

  • diventano estremamente intensi;
  • sono persistenti, di lunga durata;
  • non sono in alcun modo controllabili;
  • impediscono di svolgere serenamente le attività quotidiane, interferendo con le relazioni familiari, sociali e professionali, riducendo significativamente la qualità di vita.

In relazione alla causa, alla risposta individuale alle sollecitazioni esterne ed alla natura delle manifestazioni, si possono individuare diverse tipologie di disturbo d’ansia:

Il disturbo ossessivo-compulsivo, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una nuova categoria specifica, denominata Disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati.

Il disturbo post-traumatico da stress, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una categoria denominata Disturbi correlati a trauma e stress.

Se pensi di soffrire di un disturbo d’ansia, di disturbo ossessivo-compulsivo o di disturbo post-traumatico da stress, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere definitivamente il tuo problema.

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L’uomo che è convinto di essere un cane

Il cervello umano è capace di tutto, ne sono sempre più convinto. Yahoo ci racconta la storia di Gary Matthews, un tecnico informatico di 48 anni convintosi di essere un cane, al punto di farsi chiamare Boomer, primo passo per farsi accettare dal mondo nella sua nuova vita canina.

UN UOMO-CANE

Boomer mangia dalla ciotola del cane, adora gli ossi ed i biscotti e mangia cibo per cani ogni giorno. L’ha confermato lo stesso Matthews alla ABCNews: «Si tratta di una cosa speciale e lo faccio per sentirmi vicino all’essenza di un cane. Mangio le scatolette ma anche il cibo da umani come la pizza». L’uomo si diverte anche a vestire il suo costume da cane costruito con listarelle di carta. E così Matthews, vestito con il suo costume da cane, gira per Pittsburgh, negli Usa, abbaiando alle auto di passaggio e scavando buche nei cortili. «Quando esco mi piace scodinzolare come un cane. Vado nelle feste per bambini perché ai piccoli piace il costume ed è il modo che ho per raggiungere le persone e diffondere il messaggio per cui potrei essere tutto nella vita».

UN’OSSESSIONE CHE VIENE DA LONTANO

«A volte -continua Matthews- mi piace dormire nella mia cuccia, costruita sul tetto di casa da me. È fatta di legno e posso spostarla come voglio. Vado lì e leggo un libro, ha la luce ed è come se fosse un piccolo club». La sua segreteria telefonica come messaggio ha un’abbaiata ed ha anche un sito, Boomer the Dog, ed un podcast. La sua ossessione è nata a causa di un telefilm, «Here’s Boomer», dedicata ad un cane randagio, ma già in passato rimase affascinato da Pongo, protagonista de «La carica dei 101», quando aveva 11 anni, e da allora ha intensificato la sua passione canina al punto da iniziare ad imitare i cani. Il padre assecondò questa passione ma ad un certo punto iniziò a preoccuparsi quando il ragazzo iniziò a mostrare segni della sua ossessione, con il tecnico che ancora oggi non riesce a spiegare il perché della sua attitudine, limitandosi a dire che è solo un’espressione della propria personalità.

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Vuoi comprare tutto? Impara a capire se soffri di shopping compulsivo

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FONTE DI QUESTO ARTICOLO

Lo shopping compulsivo, come molti oggi sanno, non è il breve e piacevole momento che si vive quando compriamo qualcosa. La dipendenza dallo shopping è un comportamento disadattivo usato per evitare la realtà sgradevole. Alcuni esperti ritengono che durante l’azione compulsiva il compratore adotta una specie di auto medicazione, cioè ottiene una variazione positiva nel proprio organismo. Lo shopping compulsivo non è stato ancora classificato formalmente come disturbo comportamentale specifico dall’American Psychiatric Association (Hanson, 1993).
Lo shopping compulsivo, è anche detto oniomania dal greco onios che vuol dire  “da vendere”, cioè “mania di comprare ciò che è in vendita”; l’andare nei negozi e acquistare tutto porta ben presto ad un disastro economico. Ha inoltre un effetto limitato: tolta l’etichetta del prezzo dell’oggetto comprato scema la sensazione di benessere. Il primo a parlare di questa dipendenza fu Krapelin nel 1915. La sensazione di benessere di cui sopra è causata da una forte liberazione di dopamina, essa agisce sul sistema nervoso simpatico causando l’ accelerazione del battito cardiaco e l’innalzamento della pressione sanguigna, cui fa seguito, a merce conquistata, un senso di soddisfazione e di rasserenazione.

Non solo donne

E’ curioso rilevare che lo shopping compulsivo, al contrario di quello che molti credono, non è un problema unicamente femminile: in misura minore ma anche gli uomini ne soffrono. Il punto di vista tradizionale delle donne che soffrono dell’acquisto compulsivo è probabilmente risultato dal fatto che la maggior parte degli studi fatti erano rivolti principalmente alle donne. Queste, infatti, sono più inclini ad ammettere la loro dipendenza mentre gli uomini sono restii.

Classificazione della patologia

La diatriba relativa alla classificazione di questo disturbo dipende da diversi fattori. In primo luogo si nota che, a differenza delle classiche dipendenze, in questo caso non è prevista l’assunzione di sostanze esterne come nel caso dell’alcolismo o della tossicodipendenza. Questo aspetto è di fondamentale importanza ed evidenzia che la mancanza del rischio oggettivo e concreto di mettere a repentaglio la propria vita (come invece accade nei nei due casi citati di dipendenza da sostanze) induce nella società una visione poco critica delle conseguenze che lo shopping compulsivo può generare nella vita dei soggetti dipendenti.
In secondo luogo il disturbo presenta diversi aspetti riconducibili ad altre patologie già chiaramente classificate quali la depressione, il disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo del controllo degli impulsi. Nell’episodio compulsivo la modificazione della serotonina porta a percepire, oltre alla sensazione di benessere, la possibilità di risolvere le proprie difficoltà. Questa falsa sensazione del proprio stato è l’elemento essenziale che induce il compratore a ripetere ossessivamente l’atto al fine di trovare il proprio equilibrio ed il proprio piacere. L’atto del comprare compulsivamente è spesso accompagnato da rimorso, vergogna, colpa irreparabile ed impossibilità di aiuto. Queste emozioni, associate ad una diffusa depressione, aumentano la dipendenza. Le conseguenze per il compulsive shopper sono diverse: contrarre debiti abbastanza elevati, timore di essere scoperti, atti disperati per nascondere la propria colpa. I soggetti colpiti da questa dipendenza sono spesso portatori di altri disturbi: alcoolismo, disturbi alimentari, etc.

Acquistare invece di vivere

“L’emozione è comprare tanto, non comprare qualcosa; il piacere è come quello provato per la droga, è allontanare l’angoscia del vuoto”.  dice M., una paziente dipendente dalla shopping Per molti anni M. è stata una compratrice accanita e si identificava con quello che T.  Hine, uno storico del materialismo culturale, autore di “Siamo tutti dei clienti”, scriveva in proposito: “Un soggetto diventa un compulsive shopper se non può pagare gli oggetti che compra, ma finchè acquista e paga viene classificato come buon cliente”. Nella nostra società questa concezione relativa alla dipendenza in oggetto ha condizionato molti compratori a diventare compulsive buyer ed a iniziare una catastrofica discesa delle proprie finanze. M., nel giro di pochi anni si era ritrovata con debiti enormi. Aveva pienamente aderito al detto: “In shop we trust”, manifesto delle ragazze Shopaholic, in un blog sugli acquisti. Gli episodi di shopping compulsivo hanno una frequenza media di 17 episodi mensili ed una durata che oscilla dall’ora alle sette ore per episodio. Casi estremi sostengono di avvertire l’impulso a comprare ogni ora (sebbene ciò sia infrequente). In media 7/8 ore la settimana sono pervase da questo impulso a comprare. I tentativi di opporsi a tale comportamento irrefrenabile vengono descritti spesso come fallimentari; circa il 74% delle volte in cui i soggetti sperimentano l’impulso a comprare esso ha come conseguenza l’acquisto. E’ comunque probabile che i consumatori compulsivi abbiano, fin dall’inizio, poca stima di sé, confermata e rinforzata, poi, dalle conseguenze negative del loro comportamento. Faber e O’Guinn (1988) osservarono che il livello di autostima degli shopper compulsivi era significativamente più basso rispetto a quello dei normali consumatori (14,81 contro 10,66). I dati qualitativi fornirono ulteriori esempi dei sentimenti di inadeguatezza e della scarsa stima di sé che spesso provano le persone con problemi d’acquisto.

Come si guarisce: psicoterapia e farmaci

I primi passi per evidenziare il problema sono, innanzitutto, ammettere di averlo e, poi, chiedersi perché si compra: per aumentare il senso di autostima, per una depressione, etc. Indagando sul trattamento del disturbo, nonostante la limitatezza delle ricerche, emerge come l’uso della psicoterapia, sia pur con un setting talvolta modificato, risulti molto efficace. La psicoterapia psicodinamica in alcuni casi può essere il trattamento di scelta per quei pazienti con un elevato funzionamento, in grado di tollerare le regole imposte dal setting, preferibilmente non rigido, con una buona dose d’introspezione con cui, però, non va dimenticato l’utilizzo di qualche strategia volta alla modificazione del sintomo, quale la stesura di un diario quotidiano.
Le modalità di trattamento medico ricalcano in parte quelle delle tossicodipendenze e in parte quelle del disturbo ossessivo-compulsivo: terapia farmacologica con stabilizzatori dell’umore – sali di litio, acido valproico, carbamazepina- e/o antidepressivi – bubropione o citalopram, clomipramina, fluoxetina, fluvoxamina, paroxetina e sertralina. Il paziente che assume questi farmaci deve essere assolutamente controllato da un medico.

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Ladra in boutique con licenza di rubare: «Sono malata di shopping compulsivo»

DOTT. EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO MEDICINA ONLINE SHOPPING DONNA NEGOZIO CLEPTOMANIA RUBARE VESTITI COMPULSIVO DIPENDENZA SOLDI DISOCCUPAZIONE NEGOZIO CARTA CREDITO IVA CAPITALISMO GUARDAROBATradita dallo shopping compulsivo (scopri cos’è e se lo hai anche tu cliccando sul link) una signora rischia la denuncia, ma è “vittima” di una vera e propria malattia con tanto di certificazione psichiatrica: la farà franca la 47enne che, tempo fa, si è infilata in borsetta un vestito griffato da 220 euro in un noto negozio della città di Treviso. Non solamente una passione o un vizio, quello di spendere in vestiti, scarpe e borsette senza riuscire a resistere alle firme, ma una vera a propria patologia che la spinge a mettere le mani su capi d’abbigliamento e, senza rendersene conto, ad appropriarsene senza pagarli.

La signora, cliente conosciuta dalla proprietaria della boutique, si aggirava tra gli espositori chiedendo maggiori informazioni su un abito che era intenzionata ad acquistare. La titolare ha accompagnato la donna nel retro del negozio, verso i camerini ed è qui che ha osservato la 47enne richiudere la borsetta come se ci avesse appena infilato dentro qualcosa. Mentre la signora si provava l’abito, la titolare si è accorta che da un espositore mancava un vestito dal valore di 220 euro e ha chiamato la polizia. Sul posto è giunta subito una volante che ha accertato la situazione e accompagnato la donna negli uffici per essere denunciata. La procedura, però, è stata sospesa dato che dagli archivi è emerso come non si trattasse del primo colpo della 47enne. In passato era stata segnalata per un taccheggio di merce di basso valore in un centro commerciale della zona. In quell’occasione, negli uffici, era pervenuta anche la relazione psichiatrica di un medico che certificava la sua tendenza allo shopping compulsivo con aspetti comportamentali cleptomanici.

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Stress e preoccupazioni ti fanno ingrassare di più

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OBESITA GRASSO SOVRAPPESO DIETA DIMAGRIRE METRO ADDOME PANCIA GRASSOAffermazione banale per molti, ma non per la scienza: essa abbisogna di prove scientifiche e lunghi esperimenti per dimostrare anche la più banale delle affermazioni: questo è il caso.

Uomini e donne in sovrappeso tendono ad acquistare ancora più chili se si trovano in situazioni di stress lavorativo o conducono una vita ricca di preoccupazioni, di carattere famigliare o finanziario.  

La ricerca

Uno studio in merito è stato pubblicato qualche tempo fa sulla rivista American Journal of Epidemiology, per il quale i ricercatori hanno analizzato i dati di uno studio nazionale condotto negli Stati Uniti su 1.355 uomini e donne a cui sono stati misurati peso e livello di stress nel 1995 e poi nel 2004. I risultati hanno evidenziato una stretta correlazione tra l’aumento di peso e lo stress cui le persone erano sottoposte nella loro vita. Gli uomini in sovrappeso o obesi tendevano infatti ad aumentare di peso in caso di stress lavorativo o di fronte a preoccupazioni legate a problemi finanziari. Per le donne vale lo stesso concetto anche se cambiano i motivi: mentre per l’uomo sono lavoro e soldi le cause del disagio, per le donne lo stress è causato principalmente da difficili relazioni familiari oppure dal sentimento di non riuscire a controllare la propria vita.

Impatto maggiore se si parte già da un sovrappeso

L’effetto dello stress non ha avuto lo stesso impatto sulle persone di peso normale, ma solo su coloro che, all’inizio della ricerca erano già in sovrappeso o obesi. Tali risultati suggeriscono non solo che in questo periodo di recessione economica statisticamente potrebbe esserci un ulteriore aumento delle persone in sovrappeso, ma anche che, nei programmi di rieducazione e di recupero della forma fisica normale, le persone potrebbero avere bisogno, accanto a diete e programmi riabilitativi, di terapie mirate alla riduzione dello stress per ottenere migliori risultati.

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Quelli che preferiscono stare con una ragazza virtuale piuttosto che con una in carne ed ossa

MEDICINA ONLINE PC COMPUTER UOMO MAN DAD ACCUMULO DIGITALE SINDROME DAD TABLET SMARTPHONE GIGABYTE TERABYTE SCARICARE DOWNLOAD SENZA ALCUN CONTROLLO MEMORIA ACCUMULARE PORNO PORNOGRAFIA LAVOROAvere un rapporto costante con una donna virtuale creata da un dispositivo elettronico vi sembra roba da matti? Se la vostra risposta è affermativa siete d’accordo probabilmente con la maggior parte delle persone. Ma c’è sicuramente chi non la pensa come voi. In Giappone vive infatti una generazione di otaku, di appassionati in maniera ossessiva a manga, anime, e altri prodotti correlati, che ama coltivare relazioni pseudo-sentimentali con ragazze che vivono nei giochi per tablet, Nintendo, o altri congegni portatili.

A SPASSO CON LA DONNA VIRTUALE

E’ il caso di Nurikan e Tuge, due adulti di 38 e 39 anni, incontrati dalla giornalista della Bbc Anita Rani, che nel loro rapporto di coppia virtuale fingono e credono di avere 15 o 17 anni. Vivono in compagnia di una ragazza che in realtà non esiste e ad essa si relazionano come un’amica di liceo a cui dedicare tante attenzioni. Nurikan è sposato e dice di tenere nascosta alla moglie la sua storia con Rinko. Yuge non disdegna l’idea di frequentare una donna vera, ma si diverte molto, nel frattempo, a scattare le foto dei luoghi visistati con la sua Ne-Ne, che in realtà vive in una piccola console riposta nel cestino della bici.

PROBLEMA DEMOGRAFICO

Niente rapporti carnali ovviamente, per gli appassionati delle relazioni virtuali. Il quartiere di Akihabara a Tokyo, luogo di riferimento della subcultura otaku, è il luogo adatto per scoprire il fenomeno delle strane relazioni di coppia, fenomeno che favorisce, tra l’altro, l’accentuarsi del problema demografico del paese. L’emergere di una generazione che preferisce manga, anime e computer al sesso non aiuta certamente a risolvere il basso tasso di natalità nazionale. Al ritmo attuale la popolazione nipponica si ridurrà di un terzo entro il 2060, e aumenta il numero di quesi giovani che Kunio Kitamura, rappresentante dell’Associazione per la pianificazione delle famiglie, parlando con la Bbc definisce «erbivori», privi di desideri carnali.

POCHI RAPPORTI SESSUALI

Le statistiche confermano. Secondo una ricerca del ministero della Salute, nel 2010 non mostrava interesse per il sesso il 36% appena dei maschi giapponesi di età compresa tra i 16 e i 19 anni, una cifra raddoppiata nel giro di soli due anni. Ma non solo. In un recente sondaggio solo il 27% delle donne e degli uomini giapponesi hanno dichiarato di avere più di un rapporto sessuale a settimana. Dati ai quali si aggiunge il calo di matrimoni, il tasso esiguo, solo il 2%, di bambini nati fuori dal matrimonio, e, infine, l’immigrazione quasi nulla. La bomba demografica, insomma, è pronta ad esplodere.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

Sei mancino? Hai un rischio maggiore di sviluppare schizofrenia

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO UOMO ARRABBIATO TRISTE DEPRESSO RABBIA URLO PAURA FOBIA DISPERAZIONE AIUTOUn gruppo di scienziati statunitensi ha a lungo studiato le connessioni fra la mano con cui si scrive, che riflette l’emisfero dominante, e il cervello, con dei risultati interessanti e curiosi. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista ‘Sage Open’ ha infatti scoperto che fra le persone affette da patologie mentali, i mancini hanno una maggiore probabilità di soffrire di disordini psicotici come schizofrenia, piuttosto che di disturbi dell’umore.

Jadon R. Webb dello Ut Southwestern Medical Center, ha affermato: “I nostri risultati hanno mostrato una evidente prevalenza di mancini fra i pazienti con disordini psicotici come schizofrenia e disordini schizoaffettivi, rispetto al gruppo di pazienti con disturbi dell’umore come depressione o disordini bipolari”.

Gli studiosi hanno esaminato 107 pazienti di cliniche psichiatriche pubbliche: l’11% di quelli che avevano ricevuto una diagnosi di disordini dell’umore erano mancini, come nella popolazione generale; questa cifra saliva però al 40% fra quelli con schizofrenia o disturbi schizoaffettivi. Secondo gli scienziati, dietro questi numeri potrebbe esserci una variazione nella lateralizzazione del cervello, oltre a fattori come l’etnia e i risultati scolastici.

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