L’indice di massa corporea non dice sempre la verità

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO IMC INDICE DI MASSA CORPOREA BMI BODY MASS INDEX METABOLISMO BASALE FALSO BIOIMPEDENZIOMETRIA MASSA MAGRA GRASSA MUSCOLI OBESO SOVRAPPESO CULTURISTA BODY BUILDERDue ricercatori dell’università della Pennsylvania hanno pubblicato un editoriale su Science in cui viene spiegato che in realtà è sbagliato usare oggi uno dei concetti cardine con cui viene definita l’obesità: l’indice di massa corporea (da cui l’acronimo “IMC“). In effetti non serviva una ricerca a dimostrarlo, visto che è assolutamente evidente a qualsiasi professionista della salute, quanto l’IMC da solo possa fornire una interpretazione errata della salute del paziente e della sua eventuale obesità. Certo, l’indice di massa corporea può essere un dato molto utile al medico per stabilire velocemente, con un semplice e pratico calcolo effettuato sapendo solo altezza e peso del paziente, se possa essere normopeso, sottopeso o sovrappeso, tuttavia questo è un sistema che può andar bene per una parte della popolazione, ma non per tutti. Il rischio è infatti quello di stimare come obesi dei pazienti molto muscolosi.

L’obeso “vero” ed il body builder che appare obeso

Per farvi capire quanto possa essere fuorviante l’indice di massa corporea preso da solo e senza ulteriori analisi, vedi l’immagine esplicativa in alto che descrive un caso certamente limite, ma possibile: un obeso ed un culturista che sono alti uguali (1 metro ed 80 cm) e pesano gli stessi Kg (100). Queste due persone hanno lo stesso IMC di 30.8, che corrisponde ad obesità di primo grado. Ovviamente la presenza di obesità è un dato valido realmente solo per il paziente sul lato sinistro dell’immagine, ma non certo per quello destro, che ha un peso elevato non per il grasso in eccesso (come avviene per l’altra persona), ma per i muscoli molto sviluppati. Il punto è che l’IMC non riesce a discriminare un peso elevato che dipenda dai muscoli ed un peso elevato che dipenda dal grasso: per tale motivo, ben più utile, è importante effettuare una bioimpedenziometria.

Grasso sull’addome

Dopo questa importante premessa, ritorniamo alla ricerca dell?univesità della Pensilvanya. In base ad essa le informazioni più importanti da controllare nel paziente sono la “forma” del corpo (relativa alla distribuzione del grasso), la circonferenza della vita, il rapporto fra massa magra e grassa e l’altezza. Questo nuovo sistema di calcolo Absi (acronimo di “A body shape index” ovvero “Indice della forma del corpo”) è stato definito l’anno scorso dai ricercatori del City College di New York e oggi la rivista Science ne sposa la tesi. In pratica chi è magro o solo lievemente in sovrappeso, ma ha un indice adiposo sull’addome alto, è predisposto a malattie cardiovascolari e al diabete, si legge nell’editoriale di Science, mentre quello distribuito su zone periferiche, come le gambe o i glutei, sembra essere meno pericoloso. In parole semplici, una distribuzione del grasso corporeo di tipo “androide” è molto più pericolosa di quella “ginoide”. Per approfondire, leggi: Distribuzione del grasso nell’uomo e nella donna: androide, ginoide e di tipo misto

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Grassi idrogenati vietati negli USA, ecco perché

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO HAMBURGER PATATINE FRITTE PATATE PANINO FAST FOOD JUNK FOOD FRITTI DIETA DIMAGRIRE GRASSI (10)I grassi idrogenati sono grassi che hanno subito un processo di idrogenazione, ovvero un processo chimico che, cambianodone la struttura, trasforma un grasso oleoso in grasso solido. Questo processo nel campo dell’industria alimentare comporta diversi vantaggi:

  • costi ridotti: molti produttori alimentari li utilizzano per risparmiare sui costi;
  • minore deperibilità: i grassi idrogenati deperiscono con difficoltà e danno la possibilità ai produttori di commerciare alimenti con una data di scadenza prolungata;
  • consistenza: conferiscono ai prodotti industriali una consistenza pastosa.

Rischiosi per la salute 

I grassi idrogenati però sono rischiosi per la salute. Dopo il processo di idrogenazione i grassi risultano composti da un’alta percentuale di grassi trans, causa comprovata di problemi cardiovascolari, dell’innalzamento del colesterolo cattivo e dell’abbassamento di quello buono.
L’OMS in una risoluzione del 2004, consiglia l’eliminazione dei grassi trans, che vengono segnalati tra i fattori di rischio per l’insorgere di malattie cardiovascolari (una delle più diffuse tra le malattie non trasmissibili).

Nelle merendine e nei biscotti

Si trovano soprattutto nei cibi confezionati di produzione industriale: merendine, biscotti, torte, pop-corn, tutti quelli che contengono in etichetta la scritta “oli vegetali idrogenati” o “grassi idrogenati”. La margarina è il prodotto che ne è più ricco per definizione (anche se oggi ne esistono in commercio alcune non prodotte per idrogenazione).  I “trans” sono usati da decenni nell’industria alimentare, in particolare nei prodotti da forno, perché sono pratici da usare e a basso costo. In più hanno il vantaggio di migliorare il sapore dei prodotti e la loro friabilità, e di allungarne la durata sugli scaffali. Negli Stati Uniti stanno per metterli definitivamente al bando.

Le accuse

Già da diversi anni sono ritenuti dannosi per la salute, accusati di far alzare i livelli di colesterolo cattivo, provocare danni alle arterie, e di conseguenza malattie cardiovascolari. Nel tempo, si sono accumulate le prove della loro pericolosità. Secondo uno studio del 2006 sul New England Journal of Medicine, solo negli Stati Uniti sono all’origine ogni anni di un numero di infarti compreso tra 72 mila e 228 mila. La demonizzazione dei grassi trans è andata di pari passo con la riabilitazione dei grassi saturi di origine animale, contenuti nel burro, nei formaggi, nella carne rossa. Ovviamente non si può abusarne (anche dato il loro contenuto calorico) ma, come ha sottolineato anche un recente articolo sul British Medical Journal, in base agli studi più recenti possono considerarsi scagionati dall’accusa di essere i principali responsabili dell’intasamento di vene e arterie. Addirittura, questi grassi risulterebbero protettivi per il cuore, in particolare se assunti attraverso i latticini. Per i grassi trans, invece, le accuse sembrano ormai provate al di là di ogni dubbio. Quando si pensava che “facessero bene”

La cattiva fama dei grassi trans è recente 

Fino agli anni ’80, erano considerati addirittura benefici. La margarina, come molti ricorderanno, veniva raccomandata come un sostituto del burro più leggero e salutare. La storia dei grassi trans inizia nel 1902, quando lo scienziato Wilhelm Normann scoprì che aggiungendo idrogeno agli oli vegetali, questi si solidificavano, creando nel processo grassi “trans”. Quando iniziò l’allarme contro il burro e gli altri grassi saturi di origine animale, la margarina e i grassi trans parvero l’alternativa migliore. Solo a partire dagli anni ’90 le ricerche hanno evidenziato che i trans sono responsabili di aumentare il colesterolo cattivo e di provocare danni alle arterie, infarti e ictus.

La messa al bando

Il loro uso negli ultimi anni è già fortemente diminuito. Dal 2006, negli Stati Uniti è obbligatoria la dichiarazione del contenuto di grassi trans presenti. Lo stato di New York ne ha bandito alcuni anni fa l’uso nei ristoranti. E molte industrie alimentari e catene di fast-food si sono adeguate riducendo o eliminandoli dai loro prodotti. Il bando imminente deriva dalla decisione della Food and Drug Administration, l’ente regolatorio in materia negli Usa, di toglierli dalla lista degli additivi considerati “sicuri”. La conseguenza pratica è che sarebbero le industrie a dover dimostrare che non sono dannosi, prima di usarli nei loro prodotti, che equivale a bandirli. In Europa è per ora obbligatorio solo dichiarare la loro presenza (indicata dalla dicitura “grassi idrogenati” o “parzialmente idrogenati” in etichetta), ma non la loro quantità. Solo la Danimarca ha messo per legge una soglia tollerabile del 2 per cento, che non può essere superata. Le analisi e gli studi sui prodotti mostrano che negli ultimi anni, anche in Europa, c’è stata una diminuzione costante nell’uso dei grassi trans, anche se i prodotti che li contengono non sono certo spariti dagli scaffali dei supermercati. Molte aziende, anche in Italia, semmai specificano sull’etichetta “non contiene grassi idrogenati” quando sicuramente sono assenti. Chissà se con la mossa americana cambieranno le cose anche da noi.

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Il sugo al pomodoro fa bene al cuore e combatte i tumori

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PASTA DIETA MEDITERRANEA CUCINARE CIBO DIETA DIMAGRIRE CUCINA (4)Olio extravergine d’oliva, trito di cipolla, spicchio d’aglio, pomodoro a volontà. La salsa più amata dagli italiani (e spesso simbolo – insieme alla pasta – della cucina italiana nel mondo) è anche la più benefica per la salute di cuore e arterie, grazie a 40 polifenoli antiossidanti racchiusi negli ingredienti del sugo rosso, re della dieta mediterranea. Inoltre il sugo al pomodoro sembra essere un ottimo alleato contro i tumori!

Lo studio spagnolo

Le splendide qualità del sugo al pomodoro sono confermate da uno studio spagnolo pubblicato su Food Chemistry, condotto da un gruppo di scienziati dell’Università di Barcellona confrontando diverse salse pronte vendute al supermercato, preparate con materie prime fornite da aziende agricole. Secondo gli autori della ricerca, ripresa dal quotidiano britannico Daily Mail, le virtù del sugo al pomodoro non si nascondono nei singoli ingredienti bensì nel combinarli in un mix: agli antiossidanti del pomodoro si aggiungono quelli di olio, aglio e cipolla.

Polifenoli e carotenoidi

Spiega Rosa Maria Lamuela, coordinatrice della ricerca: “Con 120 grammi di sugo aggiunto alla pasta si introducono dai 16 ai 4 milligrammi di polifenoli per porzione e dai 6 ai 10 milligrammi di carotenoidi. Questi composti sono molto utili e un loro consumo è correlato alla riduzione dei tumori e delle malattie cardiovascolari, come ha dimostrato lo studio PREDIMED (PREvention with a MEDiterranean Diet) nel quale si è valutata la frequenza dell’uso di sugo di pomodoro connessa con il rischio di patologie a cuore e vasi, senza però “misurare” esattamente che cosa, dentro all’alimento, sia responsabile dell’effetto protettivo. La nostra ricerca ha perciò individuato le sostanze responsabili dell’azione benefica del sugo”.

Sinergia tra i singoli ingredienti del sugo

I ricercatori vogliono comprendere quale sia la proporzione ideale fra i diversi ingredienti, e hanno scoperto che l’olio d’oliva è meglio di quello di girasole in quanto è più ricco di polifenoli e ha proprietà antiossidanti maggiori. “Riteniamo che una quota pari al 10 per cento del totale del sugo sia adeguata. Inoltre, abbiamo anche verificato che i benefici del sugo sono superiori a quelli derivanti dal consumo dei suoi singoli ingredienti: sembra infatti esserci un effetto sinergico fra di essi e, insieme, apportano una quantità di polifenoli maggiore rispetto a quando sono mangiati singolarmente. Il pomodoro è l’alimento più ricco di queste sostanze, infatti, ma anche cipolla e aglio ne apportano in quantità discreta per cui il ‘cocktail’ finale ne abbonda. Con notevoli vantaggi in termini di prevenzione delle malattie cardiovascolari e anche dei tumori”, ha concluso la scienziata.

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Mangiare nocciole, mandorle e pistacchi allunga la tua vita e ti mantiene in salute

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO MANDORLE NOCCIOLINE FRUTTA SECCA SEMI SEMINI (3)La notizia arriva da uno studio pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine e svolto da tre istituti di Continua a leggere

Dieta mediterranea e videogiochi ringiovaniscono il tuo cervello

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO PASTA DIETA MEDITERRANEA CUCINARE CIBO DIETA DIMAGRIRE CUCINA POMODORIProteggere la mente dal declino dovuto agli anni che passano non è solo un problema per gli anziani, dal momento che il deterioramento della funzionalità del cervello secondo alcuni studi comincia con la mezza età, ma in base ad altri avverrebbe già a partire dai 28 anni. Sia come sia, due studi americani freschi di stampa portano buone notizie. La prima è che una dieta prevalentemente mediterranea, ricca di acidi grassi Omega -3, che si trovano in pesce e pollo, e povera di grassi saturi contenuti in carne rossa e latticini, potrebbe avere un ruolo protettivo della memoria e delle abilità cognitive. Un’associazione che però non si è dimostrata stringente nelle persone con diabete. Sono state valutate le abitudini alimentari e svolti test per misurare la memoria e le capacità cognitive su una popolazione di 17.478 persone, afro-americane e bianche, con un’età media di 64 anni, nell’arco di 4 anni. Il 7% dei partecipanti alla ricerca, svolta dall’Università dell’Alabama negli Usa e da quella di Atene, in Grecia, e pubblicata sulla rivista scientifica Neurology, ha sviluppato un deterioramento del pensiero e della memoria nel corso dello studio.

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Le conclusioni cui sono giunti i ricercatori è che tra le persone sane, coloro che si attenevano più strettamente a una dieta mediterranea avevano il 19% di probabilità in meno di sviluppare problemi di tipo cognitivo. Questo beneficio si è dimostrato valido per persone bianche e di colore senza particolari differenze, ma non per il 17% dei partecipanti che erano affetti da diabete. “Siccome non esistono cure definitive per la maggior parte delle malattie da demenza, le attività modificabili, come la dieta, che possono ritardare la comparsa dei sintomi sono molto importanti”, spiega Georgios Tsivgoulis, tra gli autori dello studio. “L’esercizio fisico, evitare l’obesità e il fumo” sono altri comportamenti che giocano un ruolo decisivo. E forse anche giocare ai videogame. O almeno questo è ciò che sostiene un altro studio appena pubblicato, su PLOS One, svolto dall’Università dell’Iowa.

Basterebbero 10 ore di pratica su un semplice videogioco per ottenere un duplice effetto sul cervello delle persone anziane: non solo di prevenzione del naturale invecchiamento, con i sintomi che lo accompagnano, ma anche un aumento della velocità di elaborazione, quindi una sorta di ringiovanimento della mente. Con il passare degli anni il nostro cervello perde smalto e peggiorano gradualmente le “funzioni esecutive” come la memoria, l’attenzione, la percezione e la capacità di risolvere problemi. Il mondo scientifico si domanda oggi più che mai se e come sia possibile arrestare questo declino. Frederic Wolinski, autore principale dell’articolo, e colleghi hanno coinvolto 618 persone sane e le hanno divise in due gruppi: uno composto da individui di età compresa tra i 50 e i 64 anni e un altro di over 65. Ciascun gruppo è stato poi diviso in 4 sottogruppi: a uno sono stati assegnati dei cruciverba da risolvere al computer, ad altri tre invece un videogioco dal titolo “Road tour”.

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Il videogame richiede di riconoscere un veicolo, mostrato una volta molto brevemente, e di abbinarlo a un particolare segnale stradale mostrato insieme a tante icone false. Se il giocatore riesce ad abbinare auto e segnale 3 volte su 4 può passare al livello successivo, dove la velocità richiesta aumenta di pari passo con i segnali falsi e depistanti e così via. Lo scopo del gioco è aumentare la velocità e l’agilità con cui si identifica il veicolo e si sceglie il segnale stradale in mezzo a un mucchio di segnali messi lì solo per distrarre.

Rispetto alla velocità iniziale, valutata per ciascun giocatore alla prima partita, l’allenamento con il gioco può aiutare a diventare del 70% più veloci. I gruppi di partecipanti che hanno giocato per un totale di 10 ore, nel laboratorio o a casa, in base a una formula elaborata dai ricercatori avevano ottenuto almeno 3 anni di miglioramento cognitivo quando sono stati esaminati un anno dopo la fine dell’esperimento. Chi ci aveva giocato per almeno 14 ore di anni ne aveva guadagnati 4. “Non solo abbiamo prevenuto il declino”, dichiara soddisfatto Wolinski, “ma li abbiamo anche velocizzati”.

Migliorare la velocità di elaborazione delle informazioni da parte del cervello comporta molti benefici, uno di quelli maggiormente riconosciuti consiste nell’ampliamento del campo visivo, che tende a restringersi con l’età, dando luogo alla cosiddetta “visione a tunnel”, causa di molti incidenti stradali. Il videogame si è dimostrato assai più efficace del cruciverba nel migliorare le funzioni esecutive dei partecipanti, inclusa la concentrazione, l’ampiezza di visione e la capacità di fare multitasking. Un vero trattamento anti-età per la mente.

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Cartilagini, tendini e altri scarti triturati finiscono nel pink slime del tuo hamburger

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO HAMBURGER PATATINE FRITTE PATATE PANINO FAST FOOD JUNK FOOD FRITTI DIETA DIMAGRIRE GRASSI (9)Non leggete questo articolo se state per pranzare o cenare!

Gli Stati Uniti sono tra i principali consumatori di carne bovina al mondo e da alcune settimane il mercato delle carni è in agitazione, con i produttori che cercano di rassicurare i clienti, alla ricerca di garanzie e maggiore trasparenza, sulla genuinità dei loro prodotti. Nei primi giorni dello scorso marzo l’emittente televisiva ABC News ha mandato in onda una serie di servizi sull’utilizzo da parte dell’industria della carne bovina del cosiddetto pink slime (letteralmente “melma rosa”), una poltiglia a basso costo ottenuta con gli scarti di lavorazione delle carni bovine che viene poi aggiunta in percentuali variabili alla carne macinata – per aumentarne peso e volume – e venduta nei supermercati e nei ristoranti. Il sistema viene impiegato già da diversi anni ma l’esistenza del pink slime non era particolarmente nota, anche perché i produttori non sono obbligati a segnalare sulle confezioni la presenza dell’additivo. Per produrre il pink slime vengono utilizzate le carni di scarto degli altri processi produttivi. Gli scarti, che possono anche comprendere cartilagini, tendini e altri tessuti connettivi, vengono triturati molto finemente e separati dal grasso grazie al calore e a particolari centrifughe.

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Inserire le calorie sul menu del ristorante: mangeremmo di meno?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RISTORANTE MANGIARE CUCINA DIETA CIBO COPPIA AMORELe indicazioni delle calorie nei menu aiutano chi mangia fuori casa ad assumere una quantità adeguata di cibo? Dipende dalle condizioni esterne e dal tipo di dicitura riportata. La questione è dibattuta e gli studi condotti finora non hanno fornito risposte univoche: in certi casi il risultato è stato positivo, in altri meno.

Obbligatorio negli stati uniti

Nel frattempo, negli Stati Uniti e in altri paesi, alcune città hanno reso l’indicazione obbligatoria in certe tipologie di locali. Filadelfia dal 2010  obbliga gli esercizi che hanno più di 15 sedi in tutto il paese, ad indicare non solo le calorie ma anche il quantitavo di sodio, i grassi e gli  zuccheri. Per i fast food la norma prevede la diffusione delle calorie, mentre le altre informazioni sono a disposizione, su richiesta del cliente. Questa situazione permette di confrontare  il comportamento dei clienti di una stessa catena alle prese con menù con e senza calorie in chiaro, e tra gli stessi avventori prima e dopo l’entrata in vigore della norma. Gli autori degli studi hanno preso in esame  due tipologie di ristoranti molto diversi: quelli tradizionali, con servizio al tavolo e i fast food. I risultati differiscono ma non sono del tutto in contraddizione tra di loro.

In ristorante mangiamo troppo

Nel primo studio i ricercatori della Drexel University hanno chiesto a quasi 650 clienti di sette ristoranti  due con un menu dove comparivano le calorie e cinque senza), di fornire le ricevute della cena e di riferire che cosa avevano ordinato. Dai calcoli è emerso che  i clienti avevano consumato mediamente 1.600 calorie (1.800c on le bibite). Poiché per un adulto medio si prevede l’assunzione di circa 2.000 calorie al giorno, tutti i clienti hanno mostrato di mangiare troppo ed eccedere rispetto al fabbisogno. Analoghi eccessi si riscontrano  per i singoli ingredienti: il sodio assunto era  pari a 3200 milligrammi, quando il valore medio consigliato è di 2.300,  i grassi saturi 35 grammi, a fronte dei 20 giornalieri consigliati. Bisogna convincere  – dicono gli  autori – chi va a mangiare fuori ad assumere non più di 750 calorie, 750 milligrammi di sodio e 8 grammi di grassi saturi per pasto (valori consigliati dai nutrizionisti).

Leggere le calorie fa mangiare meno

Analizzando tutti i dati, la risposta alla domanda principale della ricerca, pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine, è stata comunque positiva rispetto all’introduzione delle indicazioni. Gli avventori dei ristoranti dove le calorie erano presenti sul menu hanno assunto in media 155 calorie in meno per le bevande  e 151 per i vari piatti, oltre a 224 milligrammi di sodio e 3,7 grammi di grassi in meno rispetto agli altri. Non solo: l’80% circa dei clienti ha riferito di aver notato le diciture e il 26% di aver scelto la pietanza tenendo conto di quanto letto. Quest’indagine mostra che l’informazione sul contenuto dei piatti è efficace, quando il pasto viene consumato in un ristorante a pieno servizio, dove presumibilmente si recano i clienti delle classi sociali meno disagiate e con un livello culturale medio o alto.

Cultura, fast food e calorie

Al contrario, quando la clientela proviene da quartieri e da fasce di popolazione con meno denaro a disposizione la situazione cambia parecchio. Lo ha dimostrato il secondo studio, condotto dai ricercatori del Langone Medical Center e presentato a un congresso della Obesity Society svoltosi nei giorni scorsi ad Atlanta. In questo caso, gli autori hanno raccolto le ricevute di 2.000 clienti di McDonald’s e Burger King di età compresa tra i 18 e i 64 anni prima e dopo l’introduzione dell’obbligo di specificare le calorie e hanno chiesto a ciascuno di loro di rispondere a una breve lista di domande sulle nuove diciture. Solo il 34% circa dei clienti di McDonald’s aveva visto le indicazioni, contro i 49% di quelli di Burger King, a riprova del fatto che non basta obbligare i gestori ad apporre il contenuto calorico sui menu ma, probabilmente, conta anche molto la chiarezza e l’evidenza con cui tale informazioni sono trasmesse. È stato evidenziato inoltre un rapporto diretto tra il livello di alfabetizzazione e l’attenzione alle calorie: coloro che avevano fatto poco o nessun caso alle calorie erano anche quelli provenienti dalle classi sociali più povere e con una bassa scolarità. Inoltre, solo il 10% dei clienti aveva modificato la scelta in base a quanto letto, e la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di mangiare in un fast food più di cinque volte a settimana, e di non aver modificato tale abitudine in seguito ai nuovi menu. Il dato è confermato da altre rilevazioni, che non hanno mai messo in luce una diminuzione della clientela né dei ristoranti né dei fast food tra prima e dopo il 2010. Anche se in questa ricerca non sono state calcolate le calorie assunte, il non avere cambiato le abitudini non depone a favore della normativa sulle indicazioni nutrizionali in chiaro.

Nel fast food non serve

Secondo gli  autori introdurre l’obbligo di indicazione delle calorie nei fast food non serve, se questa è l’unica misura adottata. Per educare i clienti è indispensabile inserire l’iniziativa in un contesto più ampio. Un commento analogo, è stato fatto anche dagli autori del primo studio, che hanno sottolineato come sia necessario abituare le persone che vanno al ristorante a scegliere un pasto adeguato, per esempio riformulando piatti e porzioni, e promuovendo le pietanze più sane.

Ulteriori dati saranno presto disponibili, alla completa attuazione del Patient Protection and Affordable Care Act, il cosiddetto “Obamacare“, il quale prevede che tutti i ristoranti e fast food con più di 20 sedi nei diversi stati forniscano i dati sulle calorie in ogni punto vendita.

FONTE: ilfattoalimentare.it

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La dieta corretta in gravidanza

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO GRAVIDANZA PANCIA MATERNITA MAMMA GINECOLOGIA CONCEPIMENTO PARTO PANCIONE FIGLIO MADRELa qualità dell’alimentazione materna durante la gravidanza è uno dei fattori che può influenzare in maniera significativa la salute della gestante durante tale periodo e la salute del nascituro, non solo durante il periodo fetale e neonatale, ma anche e soprattutto durante la vita adulta e la terza età.

FARE ATTENZIONE DA PRIMA

È  quindi opportuno prestare attenzione all’alimentazione della gestante già a partire dal periodo pre-concezionale, ovvero già prima del concepimento, fino a tutto il periodo in cui il bambino verrà allattato al seno. La fase pre-concezionale fa parte del periodo che viene chiamato “peri-concezionale” e che include, dopo il periodo pre-concezionale, il concepimento, l’impianto dell’ovulo fecondato nell’utero, la formazione della placenta e degli annessi (cosiddetta “placentazione”) e, infine, l’embriogenesi (la formazione e la crescita dell’embrione).

AUMENTI DI PESO IN GRAVIDANZA

I primi tre mesi

Nel primo trimestre di gravidanza, l’aumento di peso della mamma si deve all’aumento del volume di sangue e alla crescita dell’utero. Non è quindi un aumento di peso rilevante (può essere all’incirca di un chilo) e, a meno che non vi siano situazioni di particolari carenze o insufficienza di peso da parte della donna, non è necessario incrementare l’apporto dietetico di energia: la dieta deve essere variata, completa, equilibrata e deve includere l’integrazione con le vitamine e sostanze necessarie alla futura mamma, il cui fabbisogno non può essere soddisfatto unicamente con la dieta (soprattutto l’acido folico e il ferro). Non va quindi dato credito al detto popolare secondo il quale è bene che la donna che aspetta un bambino “mangi per due”: è anzi opportuno controllare con attenzione il peso corporeo nel tempo.

Dal quarto mese

Nel secondo trimestre, l’aumento dei tessuti materni (volume mammario, placenta, liquido amniotico, riserve di grassi) e la crescita fetale fanno sì che aumenti il fabbisogno calorico. Il peso, per donne normopeso, cresce di circa 0,5 kg alla settimana.
I LARN (Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia per la popolazione italiana) consigliano un fabbisogno aggiuntivo di 350 kcal/die per il secondo semestre di gravidanza e di 460 kcal/die per il terzo trimestre.
È bene ricordare che il fabbisogno aggiuntivo di energia in gravidanza e l’aumento auspicabile di peso va comunque stabilito individualmente e varia a seconda dell’IMC pre-gravidanza (l’Indice di massa corporea, in inglese Body mass  index – BMI, valore che si ottiene dividendo il peso in Kg per il quadrato dell’altezza in metri).
Per una donna normopeso (IMC precedente alla gravidanza compreso tra 18,5 e 24,9), ad esempio, l’incremento di peso può essere compreso tra circa 10 e 15 kg. L’intervallo cambia a seconda che il soggetto sia sottopeso o sovrappeso o in caso di gravidanza gemellare. Il fabbisogno giornaliero di una donna in gravidanza è generalmente compreso tra 1600 e 2400 kcal/die.
Un eccessivo incremento ponderale durante la gravidanza è da evitare perché responsabile di complicanze pericolose sia per la futura mamma (gestosi, diabete gestazionale, parto prematuro) che per il nascituro (macrosomia, lesioni durante il parto).

Sicuramente troverai interessante a tal proposito anche questo articolo: Quanto è normale ingrassare in gravidanza?

GLI ALIMENTI CHE NON DEVONO MANCARE IN GRAVIDANZA

Durante l’intero periodo di gravidanza, e come detto anche prima del suo inizio, è bene seguire una dieta varia e sana per assicurare al feto tutti i nutrienti di cui ha bisogno per il suo sviluppo. In gravidanza e durante l’allattamento aumenta il fabbisogno di vitamine (A, D, C, B6, B12), acido folico, sali minerali, lipidi (acidi grassi essenziali). La dieta deve soddisfare tali richieste dell’organismo sia della gestante che della nutrice in modo da garantire lo sviluppo ottimale al bambino e la salute della donna.
Gli alimenti che non devono mancare sono:

  • frutta e verdura
  • carboidrati (pane, pasta, riso, orzo, patate), limitando gli zuccheri derivanti prevalentemente da dolci e bibite
  • proteine (pesce, carne, legumi, uova)
  • latte e derivati del latte (formaggi, yogurt)
  • alimenti ricchi di fibre, per contrastare la stipsi che spesso si presenta durante gravidanza (pane pasta e cereali integrali, frutta, verdura e/o supplementazione con integratori contenenti fibre solubili).

Le donne che seguono una dieta vegetariana o vegana devono prestare attenzione ai livelli di assunzione raccomandati dalla comunità scientifica per quanto riguarda le proteine: la raccomandazione è quella di un incremento giornaliero di 6 g/die. Alle donne vegetariane in stato di gravidanza si consiglia inoltre un supplemento di vitamina B12: è opportuno chiedere al medico indicazioni su come alimentarsi al meglio.

CONSIGLI DIETOLOGICI PER LA DONNA IN GRAVIDANZA

Ecco una serie di consigli pratici dietetici per la donna in gravidanza:

  • Frazionare la dieta in 4-5 pasti suddivisi durante la giornata
  • Mangiare lentamente, l’ingestione d’aria può dare un senso di gonfiore addominale
  • Seguire una dieta quotidiana il più possibile varia e contenente tutti i principi nutritivi
  • Preferire alimenti freschi per mantenerne inalterato il contenuto di vitamine e minerali
  • Preferibilmente evitare cibi precotti o conservati in scatola che, in genere, contengono additivi
  • Evitare i cibi di origine animale crudi o poco cotti e gli insaccati (obbligatorio per le gestanti che risultano non avere sviluppato immunità contro il toxoplasma)
  • Evitare il consumo di grassi animali (burro, lardo) e preferire l’olio extravergine d’oliva
  • Evitare le bevande alcoliche e limitare il consumo di caffè
  • Limitare il consumo di sale e comunque usare il sale iodato
  • Meglio evitare i legumi secchi che potrebbero favorire la comparsa di meteorismo e coliche addominali
  • Bere abbondantemente durante tutta la giornata (2 litri di acqua, preferibilmente oligominerale)
  • Non assumere aspartame o altri dolcificanti
  • Evitare caramelle, bevande zuccherate, pasticceria, cioccolato, cibi fritti, condimenti molto elaborati
  • Consumare latte e/o yogurt, preferibilmente  a ridotto contenuto di grassi
  • Ridurre al minimo il consumo di carboidrati raffinati (zucchero, dolci, gelati) preferendo modiche quantità di pasta, pane, patate
  • Preferire le carni magre tipo pollo, tacchino, manzo cucinate alla griglia o in forno o in umido
  • Preferire pesci tipo sogliola, merluzzo, nasello, trota, palombo, dentice, orata cucinati alla griglia o al cartoccio o al vapore o in umido.
  • Evitare i pesci conservati sott’olio o in salamoia.
  • Evitare il consumo di molluschi e crostacei
  • Consumare non più di 2 uova a settimana, cucinate alla coque o in camicia o  frittata cotta al forno o in padelle antiaderenti (quindi senza condimenti)
  • Preferire i formaggi freschi tipo mozzarella o ricotta o crescenza
  • Consumare ogni giorno verdura cotta o cruda (insalata, patate, zucchine, piselli, broccoli, carote,  pomodori, peperoni eccetera) e frutta preferibilmente di stagione (mele, banane, pere, pesche, albicocche, anguria, melone, uva, fragole, kiwi).

ALTRI CONSIGLI UTILI IN GRAVIDANZA

Occorre introdurre in gravidanza gli acidi grassi essenziali, quelli che cioè non sono prodotti autonomamente dall’organismo (tra questi, gli acidi grassi monoinsaturi e gli acidi grassi polinsaturi a lunga catena, in particolar modo della serie  omega-3, tra cui il più il più importante è il DHA presente nel pesce, soprattutto quello detto “azzurro”). Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato come già il periodo prenatale presenti rischi di carenza di omega-3.

Per coprire il fabbisogno di acidi grassi essenziali, si può ricorrere su consiglio del medico ad alimenti fortificati o supplementare l’assunzione con integratori. La disponibilità di adeguate quantità di acidi grassi essenziali è importante anche per la crescita e lo sviluppo del sistema nervoso centrale neonato e serve in particolare alle strutture cerebrali e retiniche. Di norma, il pesce andrebbe consumato almeno due volte la settimana in quanto è fonte di sostanze necessarie per lo sviluppo del sistema nervoso del feto e del lattante.

MIO MARITO MI MANGIA DAVANTI

Capisco che per alcune future mamme all’ascolto seguire tutte queste regole sarà veramente durissima, specie se siete delle “buone forchette”. Molte pazienti incinta mi hanno rivelato di provare molto fastidio anche soltanto nel vedere il proprio marito che continua tranquillamente a mangiare salame, fritti e dolci, mentre loro non possono toccare neanche un goccio di vino. Lo so che è dura ma ricordiamoci che stiamo parlando di un essere indifeso che “mangia” tutto quello che voi mangiate voi, “beve” tutto quello che voi bevete e “fuma” tutto quello che voi fumate. E’ vostro figlio e se volete iniziare a prendervi cura di lui fin dal principio, dovrete faticare un po’.

E cercate di dire a vostro marito di mangiare meno fritti davanti a voi che mangiate un’insalata (farà bene anche a lui!).

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Lo staff di Medicina OnLine

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