Doping sempre più diffuso tra i giovani, anche sotto i 12 anni

MEDICINA ONLINE KIDS PLAY FOOTBALL CALCIO SOCCER ALLENAMENTO PALLONE SPORT DOPING ADOLESCENTE MIGLIORE PUBERTA SVILUPPO ETA EVOLUTIVA CONSIGLIO SQUADRA SALUTE FORZA MEDICO DELLO SPORT VISITA AGONISTICOIl doping si diffonde sempre più tra i giovani sportivi, addirittura sotto i dodici anni. E anche se questi ultimi non sono sottoposti a controlli, forse sono già  sottoposti a questo tipo di sollecitazioni.  A lanciare l’allarme è Francesco Botrè, direttore del Laboratorio antidoping della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI).

Quanto è diffuso il fenomeno e quali sono le sue radici?
Purtroppo non ci sono dati sugli adolescenti, perché in laboratorio analizziamo i campioni in maniera assolutamente anonima, senza nemmeno sapere a quale sport si riferiscano. Però chiaramente il pericolo esiste. Nello sport agiscono le stesse sollecitazioni che si incontrano in altri campi: l’uso di sostanze e farmaci inizia come “aiutino” alla prestazione, per fare meglio, ma anche per essere “in” a scuola, con gli amici. È a rischio soprattutto chi non è in grado di raggiungere un livello che è considerato accettabile di prestazione con i propri mezzi. Dopodiché diventa indispensabile. I luoghi più a rischio (palestra,  piscine…) sono quelli nei quali la pratica sportiva diventa assidua e il bisogno di gareggiare e vincere ‒ ma anche di costruirsi un fisico “speciale” ‒ supera le altre motivazioni, quelle più sane e più corrette, basate sulla fiducia nei propri mezzi e sul confronto leale e aperto con gli avversari. Il punto è che però il doping non è una scorciatoia, è una deviazione. Se la società è basata solo sul risultato e non sul percorso che si fa per ottenerlo, è chiaro che qualsiasi strada lecita o illecita che permette di raggiungere l’obiettivo diventa appetibile.

Quali sono i rischi per la salute?
L’abuso prolungato, ad esempio degli anabolizzanti, comporta in un primo tempo alterazioni reversibili che si ripercuotono spesso anche sull’umore, ma che più avanti diventano irreversibili e mettono a dura prova il lavoro del fegato e dei reni i cui valori di funzionalità risultano alterati agli esami del sangue.

Servono più controlli?
Va tenuta alta la soglia di attenzione sulla necessità  di proteggere i giovani da una stimolazione eccessiva verso la prestazione. Non è però facendo tanti controlli sui ragazzi che si risolve la situazione: è soprattutto un problema di prevenzione e di educazione.

Cosa può fare il pediatra?
Il pediatra è un osservatore privilegiato, arriva dove l’allenatore, il genitore, l’insegnante o il parroco non possono arrivare. È essenziale che i pediatri siano sensibilizzati. Innanzitutto sui rischi sanitari, e poi su quelli etici. Intanto l’auto-somministrazione di sostanze dopanti, vietata per legge, provoca alterazioni che possono non essere così facilmente evidenti (stanchezza, irritabilità, disattenzione, calo dell’autostima, calo o aumento dell’appetito e del peso, aggressività, insonnia). Il pediatra ha un ruolo fondamentale perché è in grado di cogliere, se preparato, i cambiamenti del ragazzo, di parlare con lui e con i genitori, di correggere la situazione e di ristabilire una giusta scala di priorità nelle aspettative del ragazzo e dei suoi genitori, prima che sia troppo tardi.

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Proviron ® Mesterolone: effetti, dosaggi ed effetti collaterali

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma IO DICO NO AL DOPING IN PALESTRA SEMPRE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari Ano PeneProviron ® è il nome commerciale di uno steroide anabolizzante orale, il mesterolone (1 metil-diidrotestosterone). Questo ormone si distingue per la sua elevata attività androgena a cui contrappone una bassissima tendenza alla conversione in estrogeni. In ambito medico il Proviron ® viene generalmente usato per trattare disfunzioni sessuali come quelle causate da un ridotta produzione di testosterone. Questo steroide anabolizzante non stimola il corpo a produrre più testosterone ma si sostituisce ad esso mimandone l’attività. I suoi effetti anabolici sono tuttosommato ridotti in quanto a livello muscolare il mesterolone viene rapidamente ridotto in un metabolita inattivo. Il Proviron ha una elevata affinità per le SHBG, proteine plasmatiche che fungono da trasportatori di ormoni steroidei nel torrente circolatorio.

Di tutto il testosterone prodotto dal corpo umano soltanto una piccola quota circola nel sangue in una forma libera. All’interno del torrente circolatorio, così come succede per molti altri ormoni, il testosterone si trova legato in gran parte (c.a 98%) a specifiche proteine plasmatiche (Sex Hormon Binding Protein) che lo inattivano temporaneamente. In base alle richieste metaboliche una piccola quota di questi legami può rompersi, lasciando il testosterone libero di migrare nelle cellule e regolare la trascrizione genica.

Per legarsi a tali proteine il Proviron ® rompe il legame steroidi-SHBG  rendendo liberi tali ormoni e migliorando di conseguenza gli effetti anabolici. Anche per questo motivo viene spesso associato ad altri steroidi anabolizzanti (in modo da migliorare l’effetto complessivo dello stack). Il mesterolone viene inoltre utilizzato per la sua azione inibitoria sull’enzima aromatasi. Grazie a tale caratteristica viene fortemente ridotta la conversione in estrogeni di testosterone e derivati (compresi buona parte degli steroidi anabolizzanti). Il Proviron viene quindi utilizzato per prevenire ritenzione idrica, ginecomastia ed aumento del tessuto adiposo. Per amplificare tali effetti nei cicli di massa (quando i culturisti utilizzano grossi quantitativi di steroidi anabolizzanti aromatizzabili come dianabol e testosterone), il Proviron ® viene spesso associato al Nolvadex ®, un farmaco in grado di bloccare a livello tissutale il legame tra estrogeni e recettori. Nei periodi pregara il Mesterolone viene utilizzato per aumentare il rapporto tra androgeni ed estrogeni migliorando così la definizione muscolare e riducendo ritenzione idrica e masse adipose.

EFFETTI COLLATERALI

Se vengono rispettati i livelli di assunzione consigliati il Mesterolone è generalmente ben tollerato. Alcuni soggetti predisposti possono tuttavia accusare i tipici disturbi associati ad un aumentato livello androgeno (acne, alopecia, eccessiva peluria, sensibile incremento di aggressività e libido). Tali effetti sono dose dipendenti e aumentano se il Proviron viene abbinato ad altri anabolizzanti androgeni. In virtù di tali effetti collaterali, comuni anche al Nolvadex ®, attualmente l’Arimidex ® – un antiestrogeno altrettanto potente ma privo di effetti androgeni – viene considerato una valida alternativa ai tradizionali antiestrogeni. Pur essendo uno steroide anabolizzante orale il Mesterolone non rientra nella categoria dei 17-alfaalchilati e come tale non è tossico per il fegato.

MODALITÀ D’ASSUNZIONE (penalmente perseguibile e associata a gravi e numerosi effetti collaterali)

Come sostanza anabolizzante nel bodybuilding: il Proviron ® viene assunto a dosi di 25-100 mg al giorno (1-4 compresse). Le donne utilizzano quantitativi inferiori nell’ordine dei 25 mg al giorno per non più di 4-5 settimane, onde evitare un’eccessiva virilizzazione (abbassamento del tono della voce, irregolarità mestruali, irsutismo, ipertrofia clitoridea).

EFFETTI ANABOLIZZANTI: 100-150*

EFFETTI ANDROGENIZZANTI: 30-40*

ATTIVITÀ ESTROGENICA: nessuna

ATTIVITÀ PROGESTINICA: non rilevante

* l’ormone di riferimento è il testosterone (100/100)

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Accertati di essere a conoscenza degli effetti collaterali e delle ripercussioni legali derivanti dall’utilizzo degli steroidi anabolizzanti (regolamentate dalla legge in materia antidoping 14 dicembre 2000, n. 376 e successivi aggiornamenti, e dalla legge in materia di disciplina degli stupefacenti D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 e successivi aggiornamenti).

Tale farmaco è uno dei prodotti più contraffatti. Oltre a sconsigliarne l’acquisto in assoluto, se ne sconsiglia in particolare il suo acquisto via internet o dal mercato nero, per evitare farmaci contraffatti estremamente pericolosi per la salute.

Tali indicazioni hanno esclusivamente scopo informativo e NON intendono in alcun modo sostituirsi al parere di un medico o favorire l’utilizzo di steroidi anabolizzanti, né tanto meno promuovere specifici prodotti commerciali, eventualmente indicati a puro scopo informativo. Il ricorso agli steroidi anabolizzanti al di fuori dell’ambito medico è una pratica pericolosa ed aberrante dalla quale ci discostiamo CONDANNANDOLA E SCORAGGIANDOLA nella maniera più assoluta.

Fonte: my-personaltrainer.it

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I 5 piloti della Ferrari più forti e vincenti della storia: siete d’accordo?

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I piloti della Ferrari Eddie_Irvine, Nicola Larini e Michael Schumacher con Luca Cordero di Montezemolo nel 1996, accanto alla F310

Quali sono i più forti e vincenti piloti della storia del Cavallino? Ecco i primi cinque per noi:

Alberto Ascari

Partiamo dagli albori della Formula 1. Il primo Campionato mondiale piloti di categoria si svolse nel 1950 con monoposto che oggi apparirebbero assai spartane ma sicuramente molto affascinanti e altrettanto pericolose. I costruttori e i piloti in gara erano molti: l’Alfa Romeo, che avrebbe dominato il campionato, faceva correre addirittura sei piloti, compresi il vincitore finale Nino Farina e il leggendario Juan Manuel Fangio; c’erano poi varie Maserati, varie Talbot-Lago e soprattutto le Ferrari, una delle quali era guidata da Alberto Ascari, trentaduenne figlio di un celebre pilota degli anni ’20 che ben aveva impressionato prima della guerra e nelle varie gare non ufficiali disputate tra il 1947 e il 1950, sia con le monoposto da corsa che nelle gare a ruote coperte.
Quel primo campionato non andò benissimo – Ascari conquistò solo un paio di secondi posti, a Montecarlo e Monza – ma a partire dall’anno successivo il pilota italiano poté rivaleggiare per le prime posizioni, dando vita a una storica rivalità con l’argentino Fangio: l’Alfa infatti si aggiudicò le prime tre gare abbastanza facilmente, ma poi cominciò la rimonta delle auto di Maranello, con la prima vittoria assoluta in un Gran Premio per la monoposto dell’argentino José Froilán González, poi replicata da Ascari.
Si arriva così all’ultimo Gran Premio con Fangio e Ascari a pari punti: in Spagna l’italiano conquistò la pole e pareva avviato al primo titolo iridato, ma un’errata scelta dei pneumatici gli costò cara e la vittoria di Fangio gli fece perdere il titolo.
L’anno dopo, però, Ascari si rifece subito: un incidente capitato a Fangio impedì infatti al suo principale avversario di partecipare al Mondiale e l’Alfa Romeo decide pure di rinunciare; la Ferrari ebbe così vita facile, col suo pilota vincente in tutte le gare da lui disputate (6 su 8) e capace di aggiudicarsi il campionato con un punteggio record, dando alla scuderia di Enzo Ferrari il primo dei suoi titoli.
L’anno dopo Fangio tornò in corsa, questa volta con la Maserati, ma alcuni problemi nelle prime gare permisero ad Ascari di accumulare di nuovo sufficiente vantaggio e conquistare il secondo titolo consecutivo. Nel 1954 Ascari passò quindi alla Lancia, non riuscendo però a ripetersi né con la nuova auto, né con la Maserati, né infine con la Ferrari (che tornò a guidare in chiusura di campionato), stante il dominio della Mercedes di Fangio.
Il 1955 fu però l’anno purtroppo decisivo nella vita del pilota milanese: il campionato decise di disputarlo ancora con la Lancia, ma fu costretto al ritiro sia all’esordio in Argentina che, soprattutto, a Monaco, dove finì addirittura in acqua a causa di una macchia d’olio; la tragedia arrivò pochi giorni dopo, quando Ascari decise quasi all’ultimo momento di uscire di casa per andare a provare la nuova Ferrari 750 che si stava testando a Monza: voleva fare solo tre giri di prova, ma la macchina sbandò e si capovolse, vedendolo morire sul colpo. A tutt’oggi è l’ultimo italiano ad aver vinto un campionato di Formula 1.

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Mike Hawthorn

Poco più giovane di Ascari, ma tra quelli divenuti famosi più o meno negli stessi anni ci fu anche il britannico Mike Hawthorn, altra leggenda delle vetture col motore anteriore e le piste prive di sistemi di sicurezza. Dopo un esordio sulla Cooper, nel 1953 approdò infatti in Ferrari, dove dimostrò sia nel 1953 che nel 1954 una buona continuità di rendimento, classificandosi quarto e terza nella classifica finale.
Per un paio d’anni passò in altre scuderie, ma nel ’57 rientrò a Maranello, dove nel 1958 poté finalmente gareggiare per il titolo iridato: il campionato si rivelò pericoloso e spettacolare come i precedenti (durante le gare trovarono la morte quattro piloti, tra cui i ferraristi Musso e Collins, con i quali Hawthorn aveva uno strano legame di amicizia e rivalità) e vedeva per la prima volta favoriti i piloti britannici, a causa della ormai digerita scomparsa di Ascari e del calo di Fangio, che alla fine di quella stagione si sarebbe definitivamente ritirato dalla categoria.
Fin da subito la lotta per il titolo parve infatti una questione tra Sterling Moss – che guida prima una Cooper-Climax e poi una Vanwall – e Hawthorn, mentre alle loro spalle ben impressionavano gli altri britannici Tony Brooks, Roy Salvadori e lo stesso Peter Collins. Alla penultima gara, a Monza, Moss si presentò davanti ad Hawthorn in classifica, ma il pilota della Vanwall, che partiva in pole position, ruppe il cambio e lasciò via libera alla vittoria del compagno di scuderia Brooks, mentre il secondo posto del pilota Ferrari consentì a quest’ultimo di balzare in testa al campionato prima dell’ultima gara in Marocco (tra l’altro, l’unica mai disputata in quel circuito).
In Africa, ad ottobre, Hawthorn partì addirittura in pole, ma Moss tentò il tutto per tutto per rincorrere il titolo, vincendo la gara; il secondo posto del ferrarista, comunque, bastò per aggiudicarsi il campionato, facendo così di Hawthorn il primo britannico a salire sul tetto del mondo.
Da vincitore, decise però subito di ritirarsi dalla Formula 1: la scomparsa dell’amico Peter Collins infatti l’aveva molto scosso e forse si riteneva in parte responsabile pure della morte di Luigi Musso, come avrebbe poi spiegato tempo dopo l’allora fidanzata di Musso, Fiamma Breschi, affermando che Hawthorn aveva rifiutato di concedere un prestito al pilota italiano poco prima che questi, a causa dei propri debiti, spingesse troppo sull’acceleratore per aggiudicarsi il ricco premio del Gran Premio di Francia.
Pochi mesi dopo il ritiro, nel gennaio del ’59, anche Hawthorn trovò la morte: mentre stava correndo con la sua Jaguar a velocità elevata su una strada verso Londra (e, probabilmente, mentre stava facendo una corsa clandestina con Rob Walker, erede della dinastia di produttori di whisky della Johnnie Walker e capo del team di F1 per cui correva proprio Sterling Moss), uscì di strada in circostanze mai del tutto chiarite, forse a causa dell’asfalto sdrucciolevole in un punto particolarmente pericoloso o di uno di quei black-out che stavano diventando sempre più frequenti e dovuti a problemi ai reni che secondo i medici l’avrebbero comunque condannato a una morte per malattia nel giro di pochi anni. Morì sul colpo, a 29 anni d’età.

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Niki Lauda

Se i piloti di cui vi abbiamo parlato finora sono vissuti agli albori della Formula 1 e il loro ricordo, forse, è in parte sbiadito, lo stesso non può dirsi per quello di Niki Lauda, grande pilota degli anni Settanta e Ottanta il cui mito è stato di recente ravvivato grazie al film Rush di Ron Howard.
Rampollo di una ricca famiglia viennese, Lauda arrivò alla massima categoria nel 1971 con la March, passando due anni dopo alla Brown e poi tentando il grande salto già nel 1974, con la firma per la Ferrari: dopo i fasti di Ascari e più in generale degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta, la casa di Maranello non era riuscita più a ripetersi, mancando da dieci anni il titolo piloti e quello costruttori, e sperava quindi di rifarsi presto col promettente austriaco.
Lauda, soprattutto a partire dal suo secondo anno in rosso, invertì infatti completamente la tendenza, riuscendo, prima in coppia con Clay Regazzoni e poi con Gilles Villeneuve, a conquistare due titoli personali (gli ultimi, se si esclude quello del ’79 di Jody Scheckter, prima dell’avvento di Schumacher vent’anni dopo) e tre per il mondiale costruttori.
Nel ’75, dopo un inizio fiacco che invece aveva visto primeggiare i brasiliani Emerson Fittipaldi – campione in carica che correva per la McLaren – e José Carlos Pace (della Brabham), Lauda ingaggiò una serie di quattro vittorie e un secondo posto in cinque gare, distanziando Fittipaldi e arginandone il successivo tentativo di rimonta.
L’anno dopo, nel ’76, si verificarono i fatti raccontati in Rush, con Lauda che fu vittima di un terribile incidente al Nürburgring (che gli fece seriamente rischiare la vita) e con il pilota della McLaren, James Hunt, che poté così recuperare molti dei punti che lo separavano dal leader della classifica; il campionato si decise comunque all’ultima corsa, in Giappone, quando Lauda decise di ritirarsi per le pericolose condizioni della pista – dovute alla pioggia battente – mentre Hunt riuscì ad arrivare sul podio, sopravanzando l’avversario di un solo punto nella classifica finale.
L’anno successivo, però, Lauda tornò rapidamente ad imporsi, conquistando con due gare d’anticipo il suo secondo mondiale (e non disputando nemmeno gli ultimi due GP, ufficialmente per indisposizione ma in realtà per la rottura dei rapporti con la Ferrari). Nel 1978, così, passò alla Brabham, senza ottenere i successi sperati, e nel 1979, a trent’anni, decise di ritirarsi per dedicarsi alla sua nuova compagnia aerea, la Lauda Air.
Rientrò in Formula 1 nel 1982, guidando per quattro anni una McLaren e conquistando un ulteriore titolo iridato, nel 1984. Per il suo stile gelido e meticoloso era soprannominato il computer (in tempi in cui i computer non erano ancora un oggetto di largo consumo) e, pur concedendo molto poco allo spettacolo, è ancora oggi considerato uno dei piloti più efficaci della storia, sia per la capacità di dare consigli ai tecnici su come migliorare le prestazioni della vettura, sia per la sicurezza con cui chiudeva le gare a proprio vantaggio.

Gilles Villeneuve

Avremmo potuto creare questa classifica solo sulla base delle vittorie conseguite in carriera, ma, ci sembrava, non avremmo reso giustizia ai piloti; perché vincere un Gran Premio o un campionato del mondo non è solo questione di talento, ma anche di vettura, ed è innegabile che ci siano state stagioni in cui vincere con la Ferrari era più facile ed altre in cui anche solo piazzarsi sul podio era praticamente un’impresa. Per questo, abbiamo cercato di individuare cinque piloti andando almeno in parte al di là delle vittorie, ma scegliendo quelli che ci sembravano più talentuosi e amati.
E uno di questi, e forse il più sfortunato di tutti, è stato indubbiamente Gilles Villeneuve, il pilota canadese classe 1950 dotato di uno stile di guida molto spettacolare che trovò la morte proprio alla guida di una Ferrari nel maggio del 1982, durante le qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Alla Formula 1 era arrivato piuttosto tardi, dopo esperienze anche diversissime (per un certo periodo aveva corso anche con le motoslitte) e tra l’altro grazie alla raccomandazione del James Hunt di cui abbiamo già parlato; esordì come terza guida della McLaren nel 1977 per una sola gara e venne poi ingaggiato dalla Ferrari per disputare quelle ultime due gare che Lauda non voleva più correre.
Nonostante la stampa fosse molto dubbiosa a causa dei numerosi incidenti in cui il canadese rimaneva coinvolto, venne confermato da Enzo Ferrari e, dopo una prima stagione di assestamento, nel ’79 si rese protagonista di alcune gare memorabili, anche se più per i sorpassi arditi che non per i punti conquistati, arrivando comunque a fine stagione secondo dietro al compagno di squadra Scheckter.
Il 1980 e il 1981 furono annate sfortunate soprattutto per l’incapacità della Ferrari di fornirgli una monoposto competitiva, anche se leggendarie furono le prestazioni di Villeneuve a Montecarlo e in Canada, quando chiuse la gara al terzo posto nonostante il piegamento e infine il distaccamento di un alettone.
Nel 1982, dopo due ritiri e una squalifica, Villeneuve arrivò secondo a San Marino (dietro al compagno di squadra Didier Pironi, in una gara colma di polemiche visto che i due piloti Ferrari avevano avuto l’ordine di rallentare e non disturbarsi, mentre Pironi superò Villeneuve all’ultimo giro) e si presentò in Belgio, per il GP successivo, colmo di rabbia verso il compagno di scuderia e lo stesso team Ferrari.
Un’incomprensione col tedesco Jochen Mass durante le prove – con Villeneuve che tentava di sorpassarlo a destra e il tedesco che contemporaneamente si spostava proprio a destra per lasciargli spazio a sinistra – però provocò uno spaventoso incidente, dal quale il pilota canadese uscì profondamente ferito e in fin di vita. Sarebbe morto poche ore dopo, quando la moglie, viste le condizioni ormai disperate, decise di far staccare le macchine che lo tenevano in vita artificialmente.

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Michael Schumacher

Dei quattro piloti che abbiamo presentato finora, tre hanno trovato la morte alla guida di un volante in età ancora molto giovane, mentre uno – Lauda – ha rischiato fortemente di aggiungersi alla lista. Purtroppo, in passato correre per le prime posizioni significava anche rischiare costantemente la vita, e bisogna essere altamente soddisfatti per i progressi che hanno fatto la Formula 1 e più in generale la FIA per migliorare la sicurezza dei piloti (e degli spettatori, visto che negli anni ’50 di Ascari non era raro che fossero anche loro a morire in pista).
Purtroppo però a volte non è solo la velocità in automobile a colpire duramente i piloti, ma anche una sorta di bizzarra maledizione, com’è accaduto a Michael Schumacher, che dopo una carriera ricca di successi in Formula 1 è stato vittima di un incidente sugli sci lo scorso dicembre che l’ha indotto in coma per vari mesi; nonostante le sue condizioni di salute non siano chiare, le notizie ci riferiscono che da pochi giorni abbia quantomeno iniziato un percorso di riabilitazione che speriamo sia pienamente fruttuoso.
Per quanto riguarda la carriera automobilistica di Schumacher ci sarebbe tantissimo da dire, ma ci limiteremo, per ragioni di spazio, a qualche dato: attualmente il pilota tedesco è infatti il più vincente della storia della Formula 1, detenendo il record di sette titoli mondiali (due con la Benetton e cinque, consecutivi, con la Ferrari), di maggior numero di vittorie nei Gran Premi, di Gran Premi corsi e di Gran Premi vinti con la stessa scuderia (e cioè con la Ferrari).
Al team del cavallino rampante arrivò nel 1996 dopo i due titoli vinti con la Benetton, ma il primo anno non riuscì ad andare oltre il terzo posto in graduatoria dietro a Damon Hill e Jacques Villeneuve della Williams, mentre in quello successivo una lunga battaglia punto a punto con Villeneuve vide il tedesco presentarsi da primo in classifica all’ultimo GP, quello di Jerez de la Frontera, dove però una sua manovra azzardata per bloccare il sorpasso dell’avversario gli costò la gara, il titolo e la successiva squalifica da parte della FIA.
Nel 1998 poi il testa a testa fu invece con Häkkinen della McLaren, che comunque nell’ultima gara del campionato ebbe vita facile a causa di vari problemi, meccanici e non, occorsi a Schumacher. Nel 1999 infine fu di nuovo la sfortuna ad impedire al tedesco di lottare per il titolo, visto che si ruppe una gamba nel GP di Gran Bretagna, saltando così sei gare e dicendo addio ad ogni velleità di titolo.
Tutto cambiò, però, come detto a partire dal 2000, quando Schumacher, ormai alla guida di una monoposto finalmente molto competitiva, iniziò ad inanellare una serie impressionante di vittorie, superando spesso i 100 punti in classifica e conquistando decine di Gran Premi; ma il resto, come si suol dire, è storia nota, nel bene e purtroppo anche nel male

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I 20 giocatori più pagati al mondo nel 2017

MEDICINA ONLINE CRISTIANO RONALDO REAL MADRID MONEY RICH GOL GOAL CORNER FLY EMIRATES FOOT TALL WEIGHT HEIGHT SHORT SOCCER PORTOGALLO  EUROPE MONDIALE PALLONE CALCIO FOOTBALL LEGEND WALLPAPER PICS PHOTO PICTURE HD HI RESCristiano Ronaldo mette la freccia e supera Lionel Messi. Nella classifica dei 20 giocatori più pagati al mondo 2017 (stilata da France Football) il portoghese torna in testa, mettendosi alle spalle l’eterno rivale argentino.

Considerando ingaggi lordi, bonus e proventi pubblicitari, il giocatore che ha intascato di più nella stagione 2016-17 è l’attaccante portoghese del Real Madrid. Nella classifica i primi 4 posti sono occupati da giocatori della Liga, che in totale porta 8 calciatori nei primi 20; la Premier League è presente con altri 4 giocatori, poi troviamo la Bundesliga (o meglio, il solo Bayern Monaco) con 4 giocatori e il campionato cinese altri 4 calciatori. Ecco la classifica completa dei 20 giocatori più pagati al mondo 2017 secondo la graduatoria della rivista francese

1) Cristiano Ronaldo (Real Madrid), 87,5 milioni di euro

Un 2016 da urlo per il portoghese, e non solo per i successi (Champions League, Europeo con la nazionale e Pallone d’oro) in campo. Il rinnovo di contratto fino al 2021 da 21 milioni di euro circa netti (44 lordi) con il Real Madrid e quello a vita con Nike hanno permesso a CR7 di prendere la testa della classifica di France Football: senza contare gli altri introiti dagli accordi commerciali, come quelli con Pokerstars e Clear, e gli investimenti negli hotel che portano il suo nome.

2) Lionel Messi (Barcellona), 76,5 milioni di euro

Il re ha perso la corona. Cristiano Ronaldo ha interrotto il dominio dell’argentino, anche perché al contrario del rivale il talento del Barcellona attende ancora il rinnovo di contratto (che scade nel 2018) con i catalani. Intanto, si può consolare con gli incassi da sponsor quali Adidas, Huawei, Gatorade, Pepsi, Pringles, Tata Motors, Turkish Airlines e Gillette, tra gli altri.

3) Neymar (Barcellona), 55,5 milioni di euro

Per la quarta volta di fila sul podio, il brasiliano del Barcellona si piazza terzo nella classifica dei 20 giocatori più pagati al mondo 2017: dopo aver superato la soglia dei 40 milioni di euro nella scorsa stagione, nell’ultima annata ha superato quota 50 milioni. E dire che potrebbe essere più vicino a Messi, se solo il suo contratto non fosse interamente garantito per 25 milioni di euro a stagione: France Football, infatti, nella classifica ha considerato solo la parte fissa da 15 milioni netti, e non i bonus da altri 10 milioni. Intanto però il brand Neymar è sempre più in crescita.

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4) Gareth Bale (Real Madrid), 41 milioni di euro

Il gallese sale dal 7° posto del 2016 ai gradini del podio, grazie al corposo rinnovo con il Real Madrid e all’accordo di sponsorizzazione con Nissan.

5) Ezequiel Lavezzi (Hebei Fortune), 28,5 milioni di euro

Il primo dei “cinesi” è l’argentino ex Napoli e Paris Saint Germain: l’attaccante oggi all’Hebei Fortune infatti porterà a casa 27,5 milioni lordi a stagione dal contratto con il club della Chinese Super League.

6) Oscar (Shangai SIPG), 25,5 milioni di euro

Il brasiliano ex Chelsea è stato il colpo più costoso dell’ultimo mercato invernale: dall’Inghilterra è volato in Cina per 67,8 milioni di euro. Non da meno è l’ingaggio, da 23 milioni più 10 di bonus alla firma: in questo caso, però, France Football considera solo i primi 6 mesi di stipendio con la maglia dello Shanghai SIPG.

7) Zlatan Ibrahimovic (Manchester United), 25,1 milioni di euro

Il passaggio dal Psg al Manchester United ha fatto scendere in graduatoria lo svedese, che è passato da 4° a settimo nella classifica dei 20 giocatori più pagati al mondo 2017: colpa del contratto con i Red Devils da “soli” 14,6 milioni di euro annui.

8) Thomas Müller (Bayern Monaco), 23,5 milioni di euro

L’attaccante tedesco non è più il giocatore con il più alto stipendio in Bundesliga (16 milioni di euro), ma è quello più appetibile a livello di sponsorizzazioni, come dimostra l’accordo con Barilla.

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9) Andres Iniesta (Barcellona), 23,5 milioni di euro

Il centrocampista spagnolo è uomo immagine per molti marchi: birra (Damm), auto (Nissan), elettronica (Xperia Sony XZ). E a questo aggiunge uno stipendio da 15 milioni di euro.

10) Toni Kroos (Real Madrid), 23,5 milioni di euro

Il Real Madrid lo ha blindato con un rinnovo da 20 milioni lordi a stagione: il resto lo fanno gli accordo di sponsorizzazione con Adidas, PlayStation e Sony.

11) Hulk (Shangai SIPG), 22,5 milioni di euro

12) Paul Pogba (Manchester United), 22,1 milioni di euro

Il passaggio al Manchester United ha permesso al 24enne francese di raddoppiare lo stipendio (da 8,3 a 17,4 milioni lordi annui), mentre sul fronte sponsor l’accordo con Adidas gli garantisce circa 4 milioni annui.

13) Robert Lewandowski (Bayern Monaco), 22 milioni di euro

Il centravanti polacco ha tolto lo scettro a Müller: grazie all’ultimo rinnovo da 17 milioni a stagione con il Bayern è diventato il più pagato in Germania.

14) Sergio Ramos (Real Madrid), 22 milioni di euro

Nonostante l’addio allo sponsor Nike, il capitano del Real Madrid può accontentarsi con lo stipendio da 20 milioni annui.

15) Carlos Tevez (Shangai Shenhua), 22 milioni di euro

Lo stipendio da 38 milioni annui con lo Shanghai Shenhua lo porterà in alto nella prossima stagione: nella classifica attuale infatti France Football ha considerato i sei mesi con il Boca Juniors (1,2 milioni) e gli altri sei mesi con il nuovo club cinese (19 milioni).

16) Manuel Neuer (Bayern Monaco), 21,3 milioni di euro

17) Wayne Rooney (Manchester United), 19,7 milioni di euro

18) Luis Suarez (Barcellona), 19,5 milioni di euro

19) Jerome Boateng (Bayern Monaco), 19 milioni di euro

20) Sergio Aguero (Manchester City), 19 milioni di euro

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Masturbazione e sesso riducono o migliorano le prestazioni sportive?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma CLASSIFICAZIONE GRUPPI SPORT AGONISTICHE Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata Macchie Capillari An PeneGli atleti hanno a lungo portato avanti la teoria che il sesso prima di una gara rappresenti uno spreco di energia. Muhammad Ali, per primo, ha dichiarato di non avere rapporti sessuali durante le sei settimane precedenti un incontro di boxe. Ma gli scienziati affermano che non ci sono evidenze fisiologiche che suggeriscano che la masturbazione o il rapporto sessuale prima di una competizione sia dannoso. Al contrario, alcuni studi suggeriscono che il sesso pre-gara può aiutare gli atleti alzando, per esempio, i loro livelli di testosterone.
Non sono chiari, tuttavia, quali siano gli effetti psicologici che il sesso può provocare riguardo alle prestazioni dell’atleta. Alcuni scienziati suggeriscono che l’astinenza potrebbe aiutare gli atleti a concentrarsi meglio. Lo specialista in medicina dello sport, Ian Shrier della McGill University di Montreal (Canada), ha affermato che il sesso può influenzare le prestazioni sportive in due modi: indebolendo fisicamente l’atleta oppure influenzandone psicologicamente lo stato d’animo. La prima ipotesi è stata successivamente smentita, la seconda non è stata ancora testata.
La tradizione all’astinenza è particolarmente seguita negli sport di potenza, come ad esempio la boxe o il calcio.

Livelli di testosterone

Sono in molti a pensare che l’atto della eiaculazione faccia diminuire nel corpo il livello di testosterone, ormone del desiderio sessuale e dell’aggressività. Il professore di endocrinologia Emmanuele A. Jannini, dell’Università degli Studi dell’Aquila ha affermato che questa idea è completamente sbagliata. Dice Jannini: “dopo tre mesi senza sesso, situazione molto comune tra alcuni atleti, il livello di testosterone si riduce drasticamente quasi al livello presente nei bambini. Si pensa dunque che questa situazione sia utile per un pugile?”
Possiamo quindi affermare che gli scienziati respingono l’idea della negatività del sesso prima di una gara.

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Sesso e psicologia

La psicologia può influenzare vari fattori nell’atleta:

  • l’aspetto ormonale;
  • la gestione della fatica;
  • le motivazioni.

Occorre rilevare la differenza nello stato emotivo del soggetto fra prima e dopo l’attività sessuale. Se tale stato è uguale, il sesso non modifica la prestazione. Se invece è alterato, occorre verificare se la variazione è positiva o negativa. Dal punto di vista ormonale, un perdurante stato di eccitazione può portare a un depauperamento delle riserve ormonali e nervose del soggetto oppure caricarlo nel modo giusto. In genere la curva ha la classica forma a campana, in cui lo stato di carica raggiunge un massimo (che dovrebbe coincidere con la gara) e poi rapidamente scende anche al di sotto dei valori normali (stanchezza da sovreccitazione). Questo aspetto, tranne casi eccezionali, non è mai così eclatante da penalizzare la prestazione oltre misura. Sicuramente l’aspetto psicologico del dopo-rapporto influisce più sensibilmente sulla gestione della fatica. La variazione dello stato emotivo rielabora in modo diverso la fatica. L’eccitazione del dopo rapporto può anestetizzare la fatica oppure il rilassamento eccessivo (siamo già nella fase di scarico) può abbassare la nostra soglia di fatica perché siamo meno propensi a soffrire in una situazione in cui ci aspettiamo solo relax. Lo stesso discorso vale per le motivazioni che possono essere rese più granitiche oppure più fragili dalla visione e dalle aspettative che abbiamo in quel momento. Contrariamente a quanto si possa credere, questo punto può essere in controtendenza a quello precedente. Avere un rapporto con la persona desiderata da tantissimo tempo, se per l’eccitazione seguente al fatto, può innalzare la nostra soglia di fatica, certamente diminuirà le motivazioni perché l’attività sportiva sarà ridimensionata dal fatto nuovo che è intervenuto nella nostra vita.

Sesso e perdita di energia

L’attività sessuale “ruba” preziosa energia allo sport? L’energia è sicuramente il fattore più trascurabile, a meno che non si parli di una notte intera di amore conclusasi nell’immediata vicinanza di una gara. Le calorie consumate sono sicuramente inferiori a quelle di un buon riscaldamento con allunghi.

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Sesso e dolori muscolari

L’attività sessuale potrebbe aiutare le donne a combattere dolori muscolari o altre lesioni sportive, come afferma Barry Komisaruk, un professore di psicologia alla Rutgers University di Newark (New Jersey). E’ stato scoperto infatti, che la stimolazione sessuale ha nelle donne il potente effetto di bloccare il dolore. Questo effetto può durare anche un giorno intero nel caso di dolori muscolari cronici. Uno dei meccanismi attraverso i quali tutto ciò è possibile, è dovuto al fatto che l’attività sessuale blocca il rilascio della sostanza trasmettitrice del dolore. Komisaruk ha anche scoperto che la stimolazione vaginale ha un forte effetto sullo stress muscolare delle gambe, che aumenta in alcune donne e diminuisce in altre. Molto meno si sa sugli effetti psicologici del sesso sulle prestazioni atletiche.

Sesso e sonno

Alcuni esperti dicono che gli allenatori favoriscono l’astinenza semplicemente perché vogliono che gli atleti dormano abbastanza prima del grande evento arrivando quindi molto riposati. Quando il sesso disturba il normale ritmo sonno-veglia, sicuramente la prestazione viene penalizzata. La colpa però non è del sesso in sé quanto del fatto che è la causa della perdita o dell’alterazione del sonno.

Sesso ed ansia

Gli psicologi hanno dimostrato che esiste un livello di attenzione e di ansia necessario per produrre le migliori prestazioni possibili. Eccessiva ansia e aggressività possono invece causare una riduzione delle prestazioni.
“Se gli atleti sono troppo ansiosi il giorno prima di un evento, il sesso potrebbe rappresentare una rilassante distrazione,” ha scritto Shrier. “Se sono già rilassati o, come alcuni atleti, hanno poco interesse nel sesso la notte prima di una grande competizione, un buon riposo notturno è tutto ciò che occorre”. I risultati dipendono quindi dalla personalità dell’atleta e dalla routine: la coerenza è fondamentale. In generale un atleta dovrebbe evitare di provare qualcosa di nuovo, se non lo ha prima sperimentato in condizioni di minore importanza o non è sua abitudine.

Ampia variabilità soggettiva

Jannini dice che gli effetti del sesso nello sport variano da atleta in atleta. Alcune personalità hanno bisogno di una maggiore concentrazione e il sesso non fa quindi al caso loro. Altri atleti potrebbero invece avere bisogno di quel po’ di trasgressione che alla fine può fare la differenza. “In questo caso”, dice Jannini, “vorrei suggerire un rapporto sessuale completo e soddisfacente la sera prima della competizione”. Come abbiamo visto non c’è una vera risposta univoca alla domanda che valga per tutti: nel dubbio vi consiglio di provare su voi stessi gli effetti di una certa attività sessuale prima dello sport e di regolarvi di conseguenza.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Come ed in quanto tempo avviene il cambio gomme in Formula 1?

MEDICINA ONLINE F1 FORMULA 1 GOMME TIRES PNEUMATICI DIFFERENZE MESCOLA ULTRASOFT SUPERSOFT MEDIUM HARD SOFT DURE MORBIDE GRIP ASCIUTTO RAIN BAGNATO PISTA INTERMEDIE COLORS FULL WET BLUE.jpgCosa succede nei pochi secondi di un pit stop di Formula 1? Tutto si svolge in pochissimi secondi ed ogni tecnico si muove con una specie di coreografia provata e riprovata un numero elevatissimo di volte, al fine di non intralciarsi ed effettuare ognuno le operazioni assegnategli. Ecco come si svolge il pit stop:

  • la vettura si ferma per il pit stop e viene alzata da terra da due meccanici con appostiti carrelli;
  • quattro meccanici (uno per ruota) con pistole ad aria compressa svitano il gallettone centrale, una specie di dado che fissa le ruote alla vettura;
  • altri quattro meccanici (uno per ruota) tolgono le gomme usate,
  • altri quattro meccanici (uno per ruota) infilano le gomme nuove;
  • i quattro meccanici con la pistola rimettono il gallettone e lo fissano;
  • come operazione finale viene serrato un piccolo fermo di sicurezza sul gallettone per impedire che il dado si sviti in modo accidentale;
  • la vettura può ripartire.

Quanto tempo serve per un cambio gomme?

Il cambio pneumatici avviene in un tempo variabile, di solito tra circa 3 e 4 secondi, salvo imprevisti, che negli ultimi anni sono diventati abbastanza rari, specie da quando non è più possibile per motivi di sicurezza effettuare il rifornimento durante il pit stop (in quei casi il pit stop durava circa 4 secondi in più). A tal proposito, leggi anche: Qual è stato il pit stop più veloce della storia della Formula 1?

Quanti meccanici compiono il cambio gomme?

Come abbiamo visto i meccanici che lavorano su ogni ruota sono tre, più due destinati ai carrelli per alzare la vettura; in totale, quindi, il cambio dei pneumatici in Formula 1 impegna contemporaneamente 14 persone; anche se al pit stop sono presenti varie altre figure professionali, ognuno con uno specifico compito, che fa salire il numero di tecnici coinvolti nel pit stop ad oltre 20 persone.

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Differenza tra omega 3, omega 6 ed omega 9: quale integratore scegliere?

MEDICINA ONLINE INTEGRATORE ALIMENTARE DIETA DIETARY SUPPLEMENT COMPLEMENT ALIMENTAIRE SUPLEMENTO DIETETICO Nahrungsergänzungsmittel.jpgOmega 3, 6 e 9: cosa sono?
I primi due sono generalmente definiti grassi essenziali, perché l’organismo non può produrli da sé ma li dobbiamo assumere con la dieta. E tutti e 3 sono anche dei grassi polinsaturi, in contrapposizione ai grassi monoinsaturi (che si trovano ad esempio nell’olio di oliva) e ai grassi saturi (che troviamo invece nella carne, nel cocco, nel formaggio).

Gli omega 3 sono presenti in natura in 3 forme: ALA, EPA e DHA
I grassi che appartengono alle sostanze chiamate OMEGA 3 contengono i seguenti acidi simili nelle loro strutture ma con benefici diversi:

  • Acido α-linolenico (ALA): presente principalmente nella verdura a foglie verdi, semi di soia, semi di lino (il più ricco in assoluto);
  • Acido acido eicosapentaenoico (EPA): presentie principalmente nell’olio di fegato di merluzzo, sgombro, aringa e olio di aringa, salmone e olio di salmone;
  • Acido docosaesaenoico (DHA): presente principalmente in sgombro, olio di pesce, alcuni tipi di alghe

Questi grassi acidi insaturi sono definiti “essenziali” in quanto non sono sintetizzabili nell’organismo e come tali devono essere introdotti mediante l’alimentazione. A livello delle mucose intestinali sono molto importanti per la protezione locale e generale del corpo per l’opera di assorbimento delle sostanze tossiche. Molto rilevante la loro azione nei meccanismi immunitari e di modulazione nella reazione infiammatoria come i mediatori chimici (aspirina e FANS).
Sebbene solo i primi siano essenziali e l’organismo è teoricamente in grado di convertirli nelle altre due forme (EPA e DHA), questo processo si è rivelato altamente inefficiente, in altre parole: se la tua dieta contiene solo omega 3 ALA e non omega 3 EPA e DHA, corri il rischio di entrare in carenza. E questa purtroppo è una situazione all’ordine del giorno, infatti, mentre gli ALA sono presenti anche in alcuni vegetali (semi di lino, semi di chia, noci), gli EPA e i DHA si trovano solamente nelle fonti animali. In condizioni naturali la carne sarebbe una buona fonte di questi grassi, ma in pratica non lo è per via degli allevamenti intensivi e l’alimentazione (tristemente innaturale) a base di cereali a cui viene sottoposto il bestiame. Rimane quindi il pesce come fonte abbondante di grassi omega 3, ma se non consumi salmone almeno 3 volte a settimana, una via intelligente è quella di ricorrere alle capsule di olio di pesce.

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Effetti specifici di EPA E DHA
EPA

  • contrastare il trigliceridi;
  • azione antitrombolica per il contrasto con l’aggregazione piastrinica;
  • effetto antiaritmico perché stabilizza il ritmo cardiaco e abbassa il rischio di infarto;
  • azione antinfiammatoria.

DHA

  • contrasta il trigliceridi;
  • azione antipertensiva;
  • azione antinfiammatoria;
  • migliora i sintomi della depressione.

Omega 6: quali sono e dove trovarli
Gli omega 6 sono grassi molto più comuni nella dieta occidentale, tanto che una carenza è virtualmente impossibile. Quello che invece è possibile, anzi direi all’ordine del giorno, è un eccesso di omega 6. Gli omega 6 si comportano da antagonisti riguardo gli omega 3, ciò significa che più omega 6 assumi, più avrai bisogno di integrare omega 3. Ne consegue che un ottimo metodo per non entrare in carenza di omega 3, è ridurre il consumo di omega 6. Sebbene questi ultimi si trovino un po’ dappertutto, dai cereali alle carni (appunto perché il bestiame viene nutrito con cereali), le fonti più abbondanti sono gli oli vegetali, in particolare l’olio di girasole, ma anche quello di mais, di arachidi, di soia e così via. Questi oli sono presenti praticamente in qualsiasi cibo pronto al supermercato, quindi leggi bene l’etichetta. Una regola semplice: gli unici oli utili e sani sono quello di oliva (purché di buona qualità), di cocco e di lino. Assumere troppi omega 6 e pochi omega 3 non è un errore senza conseguenze: può portare a diverse patologie fino anche a danni al tessuto cerebrale.

Omega 9: quali sono e dove trovarli?
A differenza dei precedenti, i grassi Omega 9 non sono essenziali, nel senso che l’organismo è in grado di produrli in modo autonomo a partire da altri grassi. Per questo motivo non sono interessanti dal punto di vista dell’alimentazione e se ne sente parlare di rado. Il più importante di questi è l’acido oleico, che si trova abbondantemente ad esempio nell’olio di oliva.

Integratori di omega 3, 6 e 9: servono davvero?
Integratori di omega 3-6-9 non hanno effetti collaterali (come si sente dire a volte) ma sono assolutamente inutili. Come detto gli omega 9 non sono essenziali e comunque si trovano nell’olio di oliva. Mentre gli omega 3 e 6 sono spesso presenti in un rapporto sfavorevole o al massimo pari, quindi anche qui davvero pochi benefici. Gli unici che ha senso integrare sono quindi gli Omega 3, dopo esserti assicurato che non provengano da fonte vegetale e contengano EPA e DHA.

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Uso specifico di omega 3, 6 e 9

  • OMEGA 3: olio di Pesce. Specifico per prevenzione e contrasto di problemi cardiovascolari, prezioso nel diabete alto colesterolo e trigliceridi alti e in caso di artriti, reumatismi, disturbi infiammatori. Ha un elevato effetto anticoagulante inibendo la viscosità delle piastrine.
  • OMEGA 6 (EFA) olio di Boraggine. Per depurare il sangue, per il drenaggio cutaneo, ha potere antidepressivo e disintossicante sul fegato. Stimola e rivitalizza le ghiandole surrenali agendo sulla ricostituzione della corteccia e quindi indispensabile dopo l’assunzione di cortisone e steroidi. Rassoda il seno e mantiene sani i capelli e le unghie.
  • OMEGA 9 olio di Lino. Utile per la riduzione del colesterolo totale, facendo diminuire il colesterolo LDL e aumentando quello HDL, per la prevenzione dei calcoli biliari, lubrifica i vasi sanguigni. Ha un forte effetto antinfiammatorio. Fornisce energia e dona un umore più sereno e tranquillo.

Una miscela ben bilanciata di acidi grassi indispensabili 3-6-9 porta a benefici sensibili su:

  • Concentrazione colesterolo “cattivo”, inibendo la formazione del LDL e favorendo l’incremento del HDL;
  • trigliceridi;
  • aggregazione piastrinica;
  • pressione arteriosa e sulla viscosità ematica;
  • artrite reumatoide;
  • allergie;
  • asma;
  • problemi dermatologici.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo

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Nuoto e triathlon: quanto conta e come allenarsi

MEDICINA ONLINE NUOTO PISCINA TRIATHLON ALLENAMENTO MARE ACQUA ALLENARSI MUSCOLI.jpgIl triathlon è uno sport giovane e anche per questo in forte crescita: negli ultimi 10 anni ha visto un vero e proprio boom di partecipazioni alle gare.
Inizialmente tutti i triatleti, anche quelli professionisti, venivano da uno (o due) degli sport che compongono il triathlon, e soprattutto da corsa e ciclismo; oggi stanno comparendo i primi atleti di nuova generazione, che “nascono” triatleti, ovvero che si allenano nei tre sport fin dall’inizio della loro carriera sportiva. Ma questo accade solo ad altissimo livello, tra i professionisti: la stragrande maggioranza degli agonisti non professionisti sono atleti di altri sport, e in particolare ex runner ed ex ciclisti, che alla ricerca di nuovi stimoli si danno al triathlon.
In questo articolo proverò, dati alla mano, a collocare le tre frazioni, e soprattutto il nuoto, in funzione dell’economia della gara, analizzando quanto contano le diverse frazioni nella prestazione finale, e spiegando in che modo approcciare l’allenamento per ottimizzare la prestazione in gara.

Quanto conta la frazione a nuoto?
La frazione a nuoto è la più breve delle tre, e non di poco. Nelle gare corte e medie la durata è poco più della metà rispetto alla corsa, e un terzo rispetto al ciclismo. Nelle gare lunghe (mezzo iroman e ironman) il divario si allarga ulteriormente, arrivando a più di 1/3 rispetto alla corsa e a 1/6 rispetto al ciclismo. Da questo punto di vista, il nuoto è la frazione che conta meno in assoluto. Abbassare di 5 minuti il tempo sulla frazione a nuoto in un ironman per un nuotatore con un minimo di esperienza è veramente tanto. Sul tempo finale di gara quanto contano 5 minuti, per il 90% dei partecipanti? Qualcosa compreso tra il niente e lo zero.
Alla fine della gara quello che conta è il tempo finale. Un guadagno prestazionale identico dal punto di vista quantitativo comporterà un guadagno in termini assoluti molto inferiore nel caso del nuoto, rispetto agli altri due sport. Quindi ha davvero poco senso cercare di guadagnare posizioni in classifica puntando sul nuoto, a meno di non essere molto ottimizzati negli altri due sport, ed essere ancora immaturi proprio nel nuoto. In altre parole: se uno sa a malapena nuotare e fa una fatica immane anche solo per arrivare in fondo è ovvio che deve allenarsi soprattutto nel nuoto… Ma non per andare più forte: per imparare a nuotare!
Tolti questi casi estremi (che pure esistono), va valutata molto attentamente l’opportunità di “sacrificare” le altre due frazioni per ottenere un guadagno nel nuoto percentualmente di un certo spessore, ma che alla fine potrebbe non concretizzarsi in un guadagno nel tempo totale di gara.
Tuttavia, nelle gare corte e medie c’è il fattore scia che può ribaltare la situazione. Quello che abbiamo detto vale sicuramente nelle gare “no draft”, dove la scia è vietata nella frazione di ciclismo. Nelle gare dove la scia è consentita la frazione a nuoto assume un’importanza fondamentale, almeno per le posizioni di vertice. Il triatleta professionista, che si cimenta nelle gare corte (sprint e olimpico) deve necessariamente eccellere nel nuoto e nella corsa. Ovviamente non può essere un ciclista mediocre, tuttavia la possibilità di sfruttare la scia comporta un certo “livellamento” della prestazione, da un lato impedendo a chi ha un vantaggio di sfruttarlo appieno, dall’altro consentendo chi ha una lieve carenza di impedire che questa si trasformi in uno svantaggio cronometrico. Non dimentichiamoci che a livello dei primissimi le differenze sono minime: ma sono queste differenze che determinano il vincitore. Differenze minime nel ciclismo possono essere compensate dalla scia, nel nuoto e nella corsa no (o meglio, molto meno: nel nuoto la scia ha una certa importanza).
Per l’atleta amatoriale, invece, l’importanza del nuoto dipende da diversi fattori, e i più importanti sono:

  • la possibilità di usare la muta;
  • il valore assoluto come nuotatore;
  • le caratteristiche del percorso di ciclismo.

Partiamo dalla tipologia del percorso di ciclismo. Ci sono gare totalmente in pianura, dove la scia conta per un fattore 100, gare con saliscendi dove conta per un fattore molto variabile, ma sempre inferiore a 100, e gare in cui conta poco, perché composte esclusivamente da salite importanti, e discese, senza tratti abbastanza lunghi di pianura. In queste ultime la possibilità di stare in scia praticamente è come se non ci fosse, diventano in sostanza gare “no-draft” anche se non lo sono. In queste gare il nuoto conta molto meno rispetto agli altri due sport, come abbiamo visto.
Nelle altre gare il nuoto conta nella misura in cui si riesce a trovare un gruppo competitivo nella frazione di ciclismo, sia numericamente che come prestazione. Qui si aprono scenari molto diversi, che dipendono molto dal secondo fattore: il valore assoluto come nuotatore. Gli esempi di ritmo gara riportati vanno intesi in vasca da 50 m e sono ovviamente indicativi.
Un nuotatore scarso (che si trova nel 25% inferiore, ovvero che ha un passo gara – per 100 m – sugli 800 superiore a 2′) avrà meno probabilità di trovare un forte gruppo di ciclisti col quale collaborare (o mettersi a ruota).
Un nuotatore mediocre (che si collochi intorno alla mediana nella classifica del nuoto, o ancora meglio un poco sopra, ovvero che ha un passo gara – per 100 m – sugli 800 compreso tra 1’50” e 1’40”) troverà facilmente un nutrito gruppo per fare un ottimo crono nella frazione in bicicletta.
Un buon nuotatore (che si colloca nel 25% superiore, ovvero che ha un passo gara – per 100 m – sugli 800 inferiore a 1’40”) uscirà dall’acqua probabilmente insieme a ciclisti ancora più forti, ma attenzione: potrebbe trovare piccoli gruppi, e questo vale soprattutto per le gare in piscina con batterie da 50-60 atleti, dove essere nel top 10-15% del nuoto può significare trovarsi da soli, o in gruppi ristrettissimi di 2-4 atleti dove solo per stare in scia bisogna spendere un sacco di energie.
Apro parentesi: lo so bene, cari nuotatori all’ascolto, che uno che fa gli 800 con passo 1’40” non è un buon nuotatore, ma sappiate che invece nel triathlon lo è, perché è abbondantemente sopra la media! Chiudo parentesi.

Non è raro che questi gruppetti, che magari partono con un vantaggio di un minuto acquisito nella frazione a nuoto, vengano recuperati verso la fine della frazione di ciclismo dal gruppone che spesso si forma dietro, con qualche buon ciclista in grado di tirare il gruppo sopra i 40 km/h di media, e gli altri che stanno a traino spendendo pochissimo. Ma anche quando conservano un po’ di vantaggio, potrebbero averlo fatto spendendo troppo, e ritrovarsi per questo a perderlo nella frazione di corsa.
Morale della favola: per cogliere i vantaggi della scia, ovvero per ritrovarsi in un gruppo competitivo nella frazione di ciclismo, è sufficiente essere nuotatori nella media, o appena sopra. I veri penalizzati sono i nuotatori decisamente sotto la media, diciamo quelli sotto i 3/4 della classifica. Essere nuotatori nel top 25% può dare vantaggi o svantaggi a seconda della situazione, soprattutto nelle gare in piscina. In quelle in acque libere le potenziali situazioni di svantaggio si riducono parecchio (perché si parte tutti insieme o in gruppi molto più numerosi, ed è meno probabile il fatto di trovarsi soli o quasi).
Consideriamo ora, brevemente, il fattore muta. La muta è un grande vantaggio per tutti, ma soprattutto per i nuotatori scarsi. Infatti il più grande vantaggio della muta è il miglioramento del galleggiamento, un fondamentale del nuoto che proprio per questo è un fattore critico soprattutto per il nuotatore mediocre (intorno al 50% della classifica) o scarso (sotto al 25%). Man mano che si risale la classifica il galleggiamento penalizza sempre meno i nuotatori e quindi la muta conferisce un vantaggio via via minore. In parole povere, il galleggiamento è il collo di bottiglia nella prestazione di un nuotatore scarso, un fattore importante in un nuotatore mediocre o di poco sopra la media, uno dei tanti fattori che determinano la prestazione in un nuotatore nel top 25%. Dunque il fattore muta è simile al fattore scia nella bici: un “livellatore” della prestazione. E non dimentichiamoci mai che nel nuoto la scia è consentita, e conta. Non come nel ciclismo, dove si arriva al 30%, ma un buon 10-15% delle energie consente di risparmiarlo. E conta tanto di più quanto più si va forte (come nel ciclismo). Purtroppo, questo è un fattore che va a vantaggio solo dei nuotatori più forti. Il nuotatore scarso dalla scia otterrà poco o niente, a maggior ragione perché stare in scia è difficile anche dal punto di vista tecnico. Se sommiamo questi fattori, abbiamo una riprova del fatto che nel triathlon il nuoto conta molto meno rispetto alle altre due frazioni.

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Numeri a conferma
Tutte le cose che ho prima enunciato sono verosimili, in teoria. Ma in pratica?
Ho analizzato le classifiche maschilli di svariate gare di triathlon sprint e olimpico svolte in Italia nel 2015 e nel 2016, cercando una conferma delle mie teorie.
È vero che la scia livella la prestazione nel ciclismo?
Direi senz’altro di sì. Infatti, nei percorsi totalmente pianeggianti e con scia consentita, il gap tra i migliori e i peggiori nel ciclismo è inferiore del 20/30% rispetto alle gare con salite o no-draft.
È vero che le gare con molto dislivello sono equivalenti alle gare no-draft?
Diciamo che sono molto simili. Il gap tra i migliori e i peggiori è dello stesso ordine di grandezza.
È vero che la muta livella la prestazione?
Questo non sono riuscito a dimostrarlo, a mio parere per diversi motivi, prima fra tutte la difficoltà di trovare informazioni (a posteriori) sull’obbligatorietà o meno della muta nelle varie gare, e secondo perché in quasi tutte le gare in acqua libere la muta è consentita, e quindi l’unico confronto sicuro che si può fare è tra le gare in piscina (praticamente sempre senza muta) e quelle in acque libere. Questo confronto non ha (in prima battuta) evidenziato differenze. Bisognerebbe approfondire la cosa con ulteriori analisi, meglio strutturate.
Un’altra cosa interessante che è venuta fuori è la seguente:
il gap tra i migliori e i peggiori nel nuoto è maggiore rispetto agli altri due sport, rispettivamente del 5-10% rispetto a quello riscontrato nella corsa e del 30% rispetto al ciclismo.
Questo potrebbe essere dovuto al fatto che il nuoto è uno sport dove la tecnica è più importante della forma fisica, e la tecnica non si impara in breve tempo e soprattutto non si impara con i tradizionali metodi di allenamento, mentre per raggiungere il top della forma fisica possono bastare pochi anni di allenamento (ed è quello che solitamente accade nella corsa e nel ciclismo).
Oppure che ci sono più ex ciclisti ed ex runner che si cimentano nel triathlon, rispetto agli ex nuotatori. Molti nuotatori con pochissima esperienza alle spalle potrebbe determinare un divario maggiore tra i bravi e gli scarsi.
O entrambe le cose…

La scelta della gara
Premesso che un atleta amatoriale dovrebbe gareggiare con l’unico obiettivo di divertirsi, e quindi dovrebbe importargli molto poco della classifica, tuttavia bisogna anche ammettere che uscire per ultimi dalla piscina e sciropparsi 20 o 40 km da soli o quasi nella frazione di ciclismo potrebbe non essere così divertente… Dunque vediamo come ci si dovrebbe comportare per ottimizzare il risultato, sia dal punto di vista degli allenamenti, che da quello della scelta delle gare in cui cimentarsi.
Abbiamo visto che il nuoto è importante solo nelle gare in cui la frazione di ciclismo è in piano, ed è consentita la scia. In questo caso essere nuotatori scarsi fa la differenza, perché si rischia di rimanere soli o con gruppi di ciclisti non particolarmente veloci. Dunque, i nuotatori scarsi (che stanno entro il 25% dei peggiori) dovrebbero evitare questo tipo di gare, soprattutto se la frazione a nuoto si svolge in piscina. Meglio puntare su gare no-draft, soprattutto se si è forti ciclisti, oppure gare con grandi dislivelli, dove ci si godrà la frazione in bici superando decine di atleti. Ovviamente è meglio scegliere gare ove la muta è consentita, sempre che ci si trovi a proprio agio in acque libere. La muta dà un grande vantaggio soprattutto agli atleti più lenti, se non altro perché annulla la sgradevole sensazione di “affondare” che affligge i nuotatori meno dotati.
I forti nuotatori, ma di livello inferiore nelle altre due frazioni, dovranno puntare sulle gare con frazione di nuoto in acque libere dove troveranno comunque folti gruppi con cui aggregarsi nella frazione in bici. Nelle gare in piscina, soprattutto se si ha rank alto o si gareggia come amatori, si rischierà di trovarsi da soli o in piccoli gruppi, e se la gara è pianeggiante, poi in bici sono dolori. Un’alternativa sono le gare no-draft oppure le gare con molto dislivello (soprattutto se oltre ad essere buoni nuotatori, si è anche buoni ciclisti).

La scelta degli allenamenti
Per quanto riguarda gli allenamenti, è un fatto che il nuoto rappresenti per moltissimi triatleti la bestia nera, poiché la maggioranza sperimenta la frustrazione di non ottenere buoni risultati, in termini di miglioramento, adottando gli stessi metodi utilizzati nella corsa e nel ciclismo (cioè allenando il “motore”). Questo semplicemente perché il nuoto è uno sport in cui la tecnica è più importante della forma fisica, e per allenare la tecnica bisogna utilizzare strategie completamente diverse. Se sommiamo le due cose (nuoto poco influente per la brevità della prova + difficoltà di miglioramento rispetto a corsa e ciclismo) possiamo concludere che per migliorare la prestazione nel triathlon dovrebbero concentrarsi sul nuoto (dedicandogli più tempo rispetto a corsa e ciclismo) solo gli atleti con reali difficoltà, come quelli che hanno paura di stare in acqua, o di nuotare in acque libere, o che arrivano trafelati in fondo alle prove in acqua pur con tempi molto alti. Oppure gli atleti già al top delle loro capacità nelle altre due discipline, e con ampi margini di miglioramento solo nel nuoto. Ma consci del fatto che, nel nuoto, non basta macinare km per arrivare al top.
Tutti gli altri ovviamente dovranno allenare la frazione a nuoto, ma tenendo a mente che ogni progresso conta, in percentuale, molto meno rispetto a bici e corsa. E anche che passare dall’essere nuotatori scarsi a nuotatori nella media significa fare un salto notevole, per il quale ci potrebbero volere anni e non è detto, tra l’altro, che lo si riesca a fare. Quindi che si fa? Si va in piscina una volta a settimana, o addirittura meno? Tutt’altro. In piscina bisogna andarci, ma con obiettivi completamente diversi rispetto a quando inforchiamo le scarpette da corsa o da bici.
Quello che mi sento di consigliare come allenamento del nuoto per il triatlon, è quello di concentrarsi sull’economia del gesto, dedicare almeno 1/3-1/4 dell’allenamento agli esercizi per migliorare i fondamentali del nuoto, e poi impostando gli allenamenti su una velocità “di crociera” a ritmi compresi tra la soglia anaerobica e la soglia aerobica (dunque non troppo intensi), e imparare a nuotare a questi ritmi in modo fluido ed efficiente, cercando la lunghezza della bracciata piuttosto che la frequenza, evitando di sottoporsi ad allenamenti massacranti (quindi evitare di unirsi alle varie squadre master, dove il massacro è assicurato), ma curando la tecnica, l’economia del gesto, risparmiando energie per gli allenamenti di corsa e in bici. Se gli allenamenti in piscina diventano non dico defaticanti, ma quasi… Il vostro triathlon ne gioverà sicuramente, nel complesso. Magari non otterrete un vantaggio cronometrico nel nuoto… Ma ricordate che fare lo stesso tempo con meno fatica significa poi andare più forte nelle altre due frazioni. Una nuotata più rilassata ed efficiente vi farà andare più forte una volta usciti dall’acqua.
Un’altro consiglio, dedicato ai nuotatori molto scarsi, quelli che hanno imparato a nuotare da adulti e si scoprono essere poco o per nulla dotati di talento naturale: visto che verosimilmente parteciperete solo a gare in cui è consentita la muta, usatela anche negli allenamenti! O quantomeno utilizzate dei costumi (ne esistono, basta cercare su internet) che garantiscano un maggior galleggiamento. Non ha molto senso nuotare con le gambe affondate di mezzo metro, per poi trovarsi in gara con un assetto completamente diverso, garantito dalla muta. Cercate di trovare in allenamento le stesse condizioni della gara, o almeno condizioni simili. Altro consiglio: nuotate in vasca da 50, se possibile, per riprodurre le condizioni che troverete in acque libere.
E i forti nuotatori? A loro basterà mantenere la prestazione, con gli allenamenti per la distanza di gara che sicuramente sanno già fare grazie alla loro esperienza, impostando uno o due allenamenti a settimana (meglio uno che due), giusto per non perdere la forma. E potersi così concentrare sugli altri due sport. Questo allenamento settimanale è importante che sia intenso e tarato in modo specifico sulla distanza di gara. La prestazione la si mantiene solo mantenendo l’intensità, piuttosto che il volume o la frequenza di allenamento.

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