La convinzione di moltissimi appassionati di corsa, almeno di quelli meno esperti, è che correndo sia automatico per loro perdere peso: quindi è normale che poi rimangano delusi se ciò non avviene. Questo può dipendere dallo stile di corsa: se le uscite sono frequenti e di lunga durata, il runner deve prevedere variazioni di ritmo o di pendenza, intervallando corsa in piano con corsa in salita oppure variando di frequente la velocità. Non è comunque l’unico fattore che influisce sul peso corporeo del runner: molto importante è anche abbinare alla corsa un regime alimentare equilibrato e vario.
Ci sono alcuni errori che il runner deve evitare se vuole mantenere una buona linea. Per iniziare, è bene che i pasti siano distribuiti durante il giorno: mangiare tanto a cena, ad esempio, significa assicurarsi energia in eccesso, poiché il dispendio in quel particolare momento della giornata è più basso. Il rischio è quindi quello di accumulare depositi adiposi. Altrettanto sbagliato è eccedere in quantità dopo una seduta di allenamento o una competizione: se è vero che l’organismo deve essere aiutato a recuperare le energie spese, è anche vero che l’apporto calorico deve essere commisurato all’effettivo dispendio energetico.
Bisogna poi fare attenzione a stimare con precisione il proprio fabbisogno energetico: nel calcolarlo, si deve tenere conto non soltanto dell’attività fisica giornaliera ma anche del cosiddetto metabolismo basale, definito come il dispendio energetico di un organismo a riposo e comprende l’energia necessaria per le funzioni metaboliche vitali. Quando possibile, è meglio evitare il riferimento a tabelle generiche e consultare uno specialista.
È bene poi che il runner riduca drasticamente il consumo di bevande gassate e alcoliche, che per il loro contenuto di zuccheri semplici aumentano la glicemia. È bene inoltre evitare gli snack, che non saziano e hanno un notevole apporto calorico, per via dei grassi saturi funzionali alla loro preparazione e conservazione.
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Lo staff di Medicina OnLine
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Saltare una o più giornate di allenamento è veramente un’impresa ardua per il vero appassionato del fitness: io stesso mi sono dovuto imporre dei periodi di stop per forti dolori all’articolazione scapolo-omerale ed in quei momenti stavo più male per il non poter allenarmi, piuttosto che per il dolore alla spalla in sé. L’appuntamento fisso con la sfida contro me stesso e contro i miei limiti non la salterei neanche se un meteorite colpisse la terra ed in questo so di essere in buona compagnia. Eppure ci sono dei momenti in cui il “non allenarsi” fa parte dell’allenamento stesso, è ad esempio il caso di quando si verifica l’overtraining. Di cosa si tratta? La sindrome da sovrallenamento, o sindrome da overtraining, è l’insieme di sintomi che si manifestano a seguito (in genere non nell’immediato) di un periodo di allenamento molto intenso e/o con elevato volume di lavoro, in cui l’organismo non è riuscito a recuperare.
RIO DE JANEIRO – Il primo acuto di questi Giochi. Assoluto. Stupefacente. L’atletica si presenta con un colpo da maestra, di quelli che addirittura dispiace arrivino così presto, di mattina, in uno stadio mezzo vuoto. E oltretutto quel po’ gente che c’era non dava l’impressione di apprezzare adeguatamente lo spettacolo, come se i presenti, chiassosi ma distratti, non si rendessero conto di ciò che stava accadendo sotto i propri occhi, di cosa stava maturando un giro dopo l’altro, del fatto che una ragazza etiope di 24 anni stava cucendo la storia su questa pista, colpa anche dell’altoparlante che continuava a invitare a prestare attenzione all’eptathlon (non ce ne vogliano Ennis e compagne).
Fate lunghissime sessioni di corsa pensando di fare qualcosa di buono per la vostra salute? Forse vi state sbagliando! Uno studio del Frederiksberg Hospital di Copenhagen ha confermato una tesi che a qualcuno sembrerebbe quasi ovvia: i ricercatori danesi hanno scoperto che per fare del bene al nostro corpo, serve una moderata quantità di esercizio fisico, evitando gli eccessi. Per arrivare a queste conclusioni, 
Dormire troppo poco provoca la morte delle cellule cerebrali. Lo dicono i risultati di una ricerca condotta da un team di ricercatori della School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, che ha condotto uno studio sugli effetti della deprivazione del sonno sui topi. E se le conclusioni degli scienziati americani dovessero valere anche per l’uomo, questo può significare una cosa sola, e cioè che è perfettamente inutile cercare di «recuperare il sonno perso» dopo un periodo particolarmente intenso.
Immaginate di essere un uomo preistorico e di stare passeggiando tranquilli lungo il bosco alla ricerca di cibo. All’improvviso vi ritrovate davanti un leone di grossa taglia decisamente affamato, che vi viene incontro mostrando i denti con aria minacciosa. Cosa fate? Per sopravvivere avete probabilmente solo tre soluzioni possibili: