Quasi tre milioni di italiani allergici a tavola: 570.000 hanno meno di 18 anni. I numeri delle allergie alimentari nel nostro Paese sono praticamente raddoppiati nel corso degli ultimi dieci anni e tale diffusione ha spinto la Società italiana di allergologia e immunologia clinica (Siaic) a mettere a punto un documento condiviso con le associazioni dei ristoratori, un piano regolamentare per tutelare il consumatore e renderlo sicuro di ciò che mangia, senza correre rischi. Il decalogo è stato al centro di una tavola rotonda sulle allergie alimentari in programma tenutasi a Cagliari il mese scorso.
Sensibilizzare gli addetti ai lavori
Si tratta di “una sensibilizzazione scientifica, ma anche umana, rivolta a tutti gli addetti ai lavori per aiutare e mettere in sicurezza gli allergici agli alimenti, per cui può essere questione vitale incappare inavvertitamente nell’alimento incriminato” spiega Donatella Macchia, allergologa al Nuovo Ospedale S. Giovanni di Dio a Firenze. “Gli chef vanno resi consapevoli che ogni ingrediente, specialmente quello aggiunto all’ultimo momento, può essere pericoloso. A volte, infatti, in sostituzione di alcuni alimenti o spezie ne vengono usati altri, spesso per arricchire il piatto con qualcosa di cui però il cliente non è a conoscenza poiché non indicato nel menu”.
Scegliere bene al ristorante
“I clienti devono essere al corrente delle loro allergie – conclude Macchia, consigliera Siaic – e cercare di scegliere alimenti abbastanza semplici, con chiare indicazioni anche delle spezie e dei vari ingredienti aggiuntivi. Ai ristoratori saranno consigliate le prime misure cui ricorrere in caso di reazioni avverse ad alimenti, sensibilizzandoli sull’importanza di un soccorso immediato con antistaminici e cortisonici, ed eventuali presidi per l’urgenza medica di cui dovrebbero essere sempre forniti tutti i luoghi pubblici”.
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Un’analisi tedesca su 18 persone sane dimostra che gli energy drink hanno un effetto diretto sull’attività del cuore. Iniziano a comparire gli studi non epidemiologici sugli effetti cardiaci degli energy drink, finora dedotti soltanto dai casi segnalati in tutto il mondo in seguito a ricoveri e anche a qualche decesso. Nei giorni scorsi è stata presentata all’ultimo meeting annuale della Radiological society of North America, una ricerca condotta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Bonn, in Germania, che documenta, senza possibilità di equivoco, l’esistenza di questi effetti.
La Stevia è una pianta erbacea arbustiva perenne, della famiglia delle Asteraceae (Compositae), cresce in piccoli cespugli su terreni sabbiosi ed in montagna. E’ originaria di una zona a cavallo del confine tra il Paraguay ed il Brasile ed è conosciuta da millenni dai popoli Indiani Guaranti del Sud-Americana per potere dolcificante delle sue foglie e per le proprietà medicinali. Deve la sua diffusione in Europa ad un botanico svizzero, Moisè Giacomo Bertoni (15 Giugno 1857 – 19 Settembre 1929) che, dopo averla identificata e analizzata, ne studiò le caratteristiche e gli usi.
Una dieta sana deve essere economicamente accessibile a tutti i gruppi di cittadini? La domanda è al centro del dibattito sia negli Stati Uniti sia in altri Paesi industrializzati. In Italia, il Barilla Center for Food and Nutrition (BCFN) è stato tra i primi a evidenziare criticamente il problema attraverso la pubblicazione della Doppia Piramide 2012. Se da un lato si afferma che per vivere in salute è indispensabile consumare almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, preferire cereali integrali, carni magre e limitare il consumo di alimenti ad alto contenuto energetico (che oltre ad avere un’elevata quantità di grassi saturi spesso presentano una qualità nutrizionale molto bassa), non è scontato che tutti possano fare queste scelte.
Tutti gli studi scientifici degli ultimi anni confermano che un’alimentazione sana e naturale è necessaria per garantire al nostro organismo il benessere psico-fisico che merita. Mangiar bene significa soprattutto prevenire le più diffuse malattie, come quelle cardiovascolari (infarto del miocardio, ictus cerebrale), quelle tumorali (si pensi a come influisce una dieta ricca di carni grasse e povera di fibre, nella patogenesi del cancro al colon retto) ed endocrine (diabete, obesità). Ma alimentazione sana non significa solo prevenzione: un paziente che mangia bene ha sempre una prognosi migliore rispetto ad un paziente con pari condizione fisica e patologia, ma che mangia “male”. Anche coloro che si sono ammalati di cancro possono andare incontro a essenziali benefici (prognosi migliore, minor rischio di recidive) seguendo un’equilibrata nutrizione. Ciò è stato dimostrato dal “progetto Diana“, introdotto dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e dall‘Istituto Europeo di Oncologia e dal professor Berrino, ossia direttore del Dipartimento di Medicina Preventiva e Produttiva dell’Istituto Nazionale di Tumori di Milano.
Per gli italiani a tavola non mancano gli errori: solo il 15% riesce a introdurre nella propria dieta giornaliera le giuste porzioni (almeno 5) di frutta e verdura consigliate dall’Organizzazione mondiale della sanità. Anche il pesce è quasi uno sconosciuto nelle tavole del Belpaese, visto che il suo consumo viene relegato in media a una volta e mezzo a settimana, mentre ampio spazio viene lasciato alla carne che nel 42% dei casi finisce nei piatti ben 3-4 volte a settimana. E lo stesso i latticini, protagonisti della portata in media 3,2 volte la settimana. È il quadro che emerge da un’indagine presentata a Milano, condotta da Gfk Eurisko su un campione rappresentativo di 800 italiani dai 18 anni in su.