Brielle e Kyrie, gemelle e figlie di Heidi e Paul Jackson, erano nate il 17 ottobre 1995, con dodici settimane di anticipo. Secondo i protocolli ospedalieri del tempo se capitava un parto gemellare prematuro, era obbligatorio collocare ogni gemello dentro incubatrici separate, per ridurre i rischi di infezione. Questo fu Continua a leggere
La frutta è meglio sbucciarla o mangiarla intera? Come eliminare i batteri ed i pesticidi?
Ammettiamolo, almeno una volta nella vita ci siamo fatti questa domanda esistenziale: buccia o non buccia? O meglio, la frutta è meglio mangiarla intera o sbucciata? Tanto per cominciare è meglio dire che – con o senza buccia che sia – la frutta è meglio mangiarla… sempre! Essa è un alimento prezioso ed indispensabile per l’alimentazione quotidiana ed è un alimento, che insieme alla verdura io consiglio sempre ai miei pazienti, ed in grande quantità. In qualunque momento della giornata, la frutta sarà un ottimo spuntino, poco calorico e ricco di sali minerali e vitamine. Addirittura se consumata durante i pasti, contribuisce all’assorbimento del ferro degli altri vegetali e a pulire la bocca dai grassi e dai residui di cibo. Il mio consiglio è quello di mangiare frutta almeno 5 volte al giorno.
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Frutta con buccia o senza buccia?
Passiamo ora alla domanda sopra esposta. In realtà se ci pensate bene non possiamo neanche immaginare di sbucciare tutta la frutta che mangiamo (pensiamo all’uva, alle ciliegie) e ci sono alcuni tipi di frutta e verdura che non hanno una vera e propria buccia (ad esempio tutti gli ortaggi a foglie, le fragole). La questione si pone quindi solo per alcuni tipi di frutta (come mele, pere, pesche…) e di verdure a frutto (come pomodori, cetrioli, peperoni, carote, patate). Il mio personale consiglio è quello di non sbucciare né la frutta né gli ortaggi per assumere una maggiore quantità di fibra e antiossidanti. Tuttavia è importante che la frutta sia biologica, possibilmente coltivata in zone a voi vicine: è solitamente più ricca di nutrienti e con minor rischio di sostanze nocive. Suggerisco comunque di lavare molto bene questi cibi prima di consumarli, indipendentemente dal fatto che siano biologici o meno. Lavando bene la frutta si riducono infatti in maniera molto significativa sia i residui di fitofarmaci che i microorganismi eventualmente presenti sulla buccia della frutta e degli ortaggi.
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Come lavare frutta e verdura per eliminare i batteri?
Lavate la frutta e verdura in acqua e bicarbonato e sciacquate per bene.
Come lavare frutta e verdura per eliminare i pesticidi?
Aggiungete alcune dosi di limone e aceto all’acqua con cui laverete frutta e verdura, per ottenere una soluzione disinfettante.
Quali sono i frutti che contengono statisticamente meno pesticidi?
Prima di chiudere vorrei ricordare ai miei lettori che esistono dei frutti che possono essere consumati con maggior sicurezza poiché il loro processo di coltivazione prevede un trattamento “meno invasivo” degli altri. Questi frutti più “puri” sono: l’anguria, i pompelmi, i kiwi, il mango, l’avocado, l’ananas ed i meloni.
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Dimmi come dormi e ti dirò chi sei
Home Crux ci mostra un’indagine condotta dallo Sleep Assessment and Advisory Service che ha intervistato un campione di persone chiedendo loro Continua a leggere
I chili in più si ereditano: scoperto il gene “interruttore” del grasso
I chili di troppo si possono ereditare dai genitori: a sostenerlo è una ricerca – pubblicata online su ‘The American Journal of Human Genetics’ – condotta tra Israele e Stati Uniti, che ha identificato il gene che regola il peso corporeo nell’uomo e nei topi. La medicina ha già da tempo evidenziato l’importanza dei fattori genetici nell’obesità, dimostrando che l’ereditarietà gioca un ruolo nel 40-90% dei casi. Lo studio fa pendere la bilancia ancor di più verso l’ereditarietà, mostrando che la perdita di un particolare gene negli esseri umani e nei topi provoca obesità patologica.
John Martignetti della Scuola di Medicina del Mount Sinai di New York City, ha affermato: “Partendo dalla scoperta del gene in una sola famiglia con obesità patologica, questi studi hanno portato all’identificazione di un gene che sembra fondamentale per regolamentare lo stato nutrizionale. Questo gene è presente non solo negli esseri umani e nei topi, ma anche in un animale unicellulare. In pratica, la natura ritiene questo gene così importante che ne ha conservato la struttura per più di 700 milioni di anni”.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Attenta ai tuoi trucchi: sono pieni di batteri
Il Daily Mail ci parla di una scoperta allarmante avvenuta in un cofanetto di trucco di una donna che si è scoperto contenere 241 colonie diverse di batteri. La scoperta, resa possibile solo grazie ad un’attenta analisi al microscopio, ha confermato che anche le cose all’apparenza più pulite nascondono una sorpresa.
Il microbiologo dottor Farbod Nekouei ha spiegato alla ragazza proprietaria del cofanetto, Megan Duncan, produttore esecutivo di Fox 29, che doveva buttare via i trucchi immediatamente se voleva evitare di soffrire d’infezioni cutanee o irritazioni. A seguito di questa notizia, le colleghe hanno fatto controllare anche i loro trucchi per capire se anche questi vennero contaminati, scoprendo che i batteri si erano annidati anche nei loro prodotti. Secondo la società europea di clinica microbiologica e malattie infettive, nel mondo le infezioni cutanee avvengono per il 50 per cento dei casi in questo modo.
Il pennello spazzola ciglia di una donna è risultato positivo a quattro colonie di batteri micrococcus luteus, organismo presente tra gli altri posti sulla pelle umana, nell’acqua, nella polvere e nel suolo, viene ritenuto inoffensivo anche se a volte ha infettato persone dal sistema immunitario particolarmente debole. Su un mascara invece sono stati trovati degli stafilococchi. Secondo il dottor Nekouei, quando i cosmetici cominciano a diventare troppo vecchi, i batteri iniziano a proliferare. Quindi o si comprano trucchi nuovi o si lavano attentamente i propri strumenti, anche per evitare fastidiose infezioni.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Il miracolo del piccolo Ward Miles
Era nato il 20 Luglio 2012, era nato 3 mesi e mezzo prima del termine, pesava soltanto 680 grammi e ha trascorso i suoi primi 107 giorni di vita in un ospedale nel Michigan. Ward Miles era nato con gravi problemi cardiaci, ma i suoi genitori non si sono arresi ed ora ha 16 mesi e gattona per casa. Eccolo qui, felice e sorridente! Il filmato giorno dopo giorno, dal primo abbraccio in corsia a oggi è diventato subito virale, una speranza per tutti i genitori e per tutti i bambini, un inno all’amore e alla vita. Le prime immagini del video ritraggono la mamma che abbraccia il suo bambino 4 giorni dopo la sua nascita. Quello è stato il primo abbraccio che ha ricevuto!
Ecco il video del piccolo Ward Miles:
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Sindrome da abbandono: cause, sintomi, a cosa può condurre e come si supera
Quante volte da bambini abbiamo sofferto per la mancanza di qualcuno, magari di nostra madre uscita di casa per andare a lavorare? Una gran quantità di ricerche ha dimostrato che casi del genere possono avere ripercussioni anche da adulti andando a creare l’impalcatura di quella che prende il nome di sindrome da abbandono o sindrome dell’abbandono.
Cos’è la sindrome da abbandono?
Per sindrome da abbandono si intendere un insieme di sensazioni di disagio – dal semplice fastidio fino all’angoscia e alla depressione – determinato da abbandono reale, tradimento degli affetti o da carenze affettive. Seguendo le idee del celebre psicologo e filosofo svizzero Jean Piaget, tutto potrebbe nascere dalla “permanenza dell’oggetto“. In età molto precoce il bambino si rende conto di non essere autosufficiente e di dipendere per ogni cosa dall’oggetto (adulto), il quale c’è e non c’è. In altri termini, quando il bambino può percepire la presenza della madre o di altra figura di riferimento, è rassicurato perché ha imparato che tale figura si occupa di lui; se però la madre “scompare”, cioè si sposta fuori della percezione del bambino, allora nasce la crisi, l’angoscia, ed il bambino piange, fin quando o non viene rassicurato dalla madre, o finché non realizza che la persona permane anche se lui non la vede/sente, cioè fin quando non supera una delle fasi precoci dell’infanzia, ed entra nella successiva. Questa grande paura rimane probabilmente nel ricordo, e le emozioni possono risvegliarsi anche da adulti, quando l’oggetto, verso il quale si è strutturata una dipendenza affettiva, “scompare”. E’ interessante ricordare che possono soffrire di tale sindrome anche gli anziani abbandonati a se stessi (e in questo momento di crisi economica e sociale stanno aumentando in maniera esponenziale) e le ragazze-madri abbandonate dalla famiglia di origine.
Leggi anche: Jean Piaget e la teoria dello sviluppo cognitivo: schema, assimilazione, accomodamento, equilibrazione
Quali sono le cause della sindrome da abbandono ?
Le cause determinanti sono eventi drammatici ad esempio la morte di uno dei genitori, violenti litigi familiari, mancanza di cure, freddezza della madre. Ma anche eventi in realtà normali (ma vissuti come fortemente traumatici dal soggetto) possono determinare i sintomi della sindrome, come ad esempio la nascita di un fratellino. Tali avvenimenti determinano nel soggetto due condizioni:
- l’incompiuta costruzione della fiducia in sé stessi;
- la convinzione più o meno consapevole che solo delegando le responsabilità e i problemi ad un altro si riesca ad andare avanti, ciò crea nel soggetto la percezione che è giusto e preferibile dipendere da altri per superare le avversità della vita.
Leggi anche: Liberarsi dalla dipendenza affettiva e dalla paura dell’abbandono
Quali sono i sintomi della sindrome da abbandono?
I bambini che soffrono di tale sindrome possono presentare ritardi psicomotori, facilità ad ammalarsi, abulia (incapacità di prendere decisioni e portare a termine le azioni), periodiche crisi di ansia, gelosia e aggressività. Più in generale tale sindrome si manifesta con emozioni e comportamenti che possono andare dal semplice disagio alla disperazione più nera, al sentirsi privi di una parte di sé, al perdere il piacere di vivere: senza una certa persona che lo ha abbandonato, il soggetto riferisce che la sua vita non ha più alcun senso.
Leggi anche: Gelosia patologica e delirio di infedeltà: la possessività esclusiva
Una esperienza che mi ha particolarmente colpito
Un mio paziente – che è anche un caro amico d’infanzia – colpito da questa sindrome, pur essendo normalmente una persona buona e calma, ha manifestato stati di aggressività accompagnati da collera, talora sino al delirio, soltanto parlando della sua ex ragazza che lo aveva lasciato. Un chiaro sintomo è l’ostinazione del ritorno della persona amata che lo aveva abbandonato, l’ossessione che noi suoi amici dovessimo convincere, quasi con la forza, la persona amata a tornare da lui. Il suo ragionamento era “lei DEVE tornare da me” e non ammetteva alcuna eccezione che prendesse in gioco il libero arbitrio della persona amata e la sua volontà di non voler tornare da lui. La frase “lei deve tornare da me” seguita da “voi dovete aiutarmi a farla tornare” non ammette contraddittorio logico e tutto ciò a ormai quasi due anni dalla rottura del fidanzamento (fidanzamento che era durato appena pochi mesi).
Leggi anche: Morte psicogena, l’apatia che può farti morire: come uscirne
A cosa può portare la sindrome da abbandono?
La sindrome dell’abbandono induce di solito a tre tipi di comportamento: costruttivi, di attesa, o – nel peggiore dei casi – distruttivi (auto e/o etero); dipende da come si manifesta. Nei casi più gravi la sindrome dell’abbandono può condurre alla depressione e questa, purtroppo può indurre a pensieri suicidari e al suicidio.
Come superare la sindrome da abbandono?
La sindrome da abbandono può essere curata con psicoterapia e terapia farmacologica, ma nei casi meno gravi anche dei semplici consigli possono migliorare di molto la situazione. Per approfondire, leggi questo articolo: sindrome da abbandono: terapie e consigli per affrontarla e guarire
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Se credi di soffrire di sindrome da abbandono ed hai bisogno di supporto, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò ad affrontare e superare questo momento difficile.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Il mio pene si sta accorciando: la sindrome della retrazione genitale
Esiste una patologia che ti fa pensare che il tuo pene sia più piccolo di quello che realmente sia o che si stia accorciando nel tempo o addirittura stia rientrando nel tuo addome: si chiama Sindrome di Koro (Koro in malese significa “testa di tartaruga”) anche detta Sindrome di retrazione genitale (GRS). I pazienti affetti da tale malattia – che colpisce più gli uomini, ma non solo – vengono presi dal timore che i loro genitali (o il seno o i capezzoli, per le donne) siano più piccoli di come in realtà sono, e che si stiano riducendo e stiano rientrando all’interno del corpo fino a scomparire completamente. Tale timore genera una violenta reazione di ansia acuta. A livello fisiologico non c’è nessun danno reale, le “dimensioni” non sono davvero diminuite (né il pene sta rientrando nell’addome) e tutto funziona alla perfezione: rarissimi i casi al mondo di pazienti con Koro con contemporanea infertilità, il che fa pensare che non ci sia nessuna associazione tra le due patologie.
Leggi anche: Perché il freddo e l’ansia riducono le dimensioni del pene?
Una percezione errata
Alcuni studi hanno dimostrato, attraverso il test proiettivo DAPT (Draw-a-penis Test) che i pazienti che soffrono di questa sindrome hanno una percezione del pene (specie del loro glande) significativamente inferiore a quella mostrata da un gruppo di controllo. In realtà il pene di questi soggetti rientrava assolutamente nella media, sebbene i pazienti Koro percepissero il loro pene di diminuite misure, sia nello stato eretto, sia nello stato di riposo. Il test è stato ripetuto due anni dopo ed ha mostrato gli stessi risultati: i pazienti hanno dimostrato una notevole costanza nel mantenere immutate le loro percezioni dismorfofobiche.
Epidemie in Cina
Questa sindrome è molto diffusa in Cina (specie nella Cina meridionale e nella bassa valle dello Yang-Tze), nel Sud-est asiatico, in particolare in Malesia e in Indonesia, India, Nepal e Thailandia, anche se colpisce prevalentemente uomini di etnia cinese (tanto è vero che viene citata anche nei manuali di medicina cinese tradizionale come “conglomerato freddo nel fegato” ed “esaurimento dello yang del rene”). In Cina vi sono state violente esplosioni epidemiche di questa sindrome: in particolare nel 1948, nel 1955, nel 1966 e nel 1974: ogni volta che c’è una tensione sociale o un disastro naturale si aveva il rischio di diffusione di questa paura. L’epidemia del 1984-1985 durò oltre un anno e colpì oltre 3.000 persone in 16 città e province. A seguito di una campagna per la salute mentale però, l’epidemia non si è più verificata in Cina, il che è sicuramente dovuto anche al miglioramento delle condizioni economiche delle persone e ad una migliore qualità della vita. Questa paura di progressiva retrazione e scomparsa del pene si è diffusa paradossalmente anche in alcune nazioni africane “generose” nelle dimensioni del pene (Sudan e Congo), generando talvolta una sorta di isteria di massa, che ha prodotto omicidi di persone che si pensava fossero possedute dagli spiriti, o fossero degli “untori”. Uno studio del 1992, basato su questionari autocompilati, ha mostrato che i pazienti di questa sindrome sono in genere giovani, single, poco istruiti, religiosi e timorosi delle forze soprannaturali.
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Sintomi della sindrome della retrazione genitale
Gli episodi della sindrome di Koro hanno un inizio improvviso, di intensa ansia, che può durare per diverse ore, fino a due giorni. Questi episodi possono essere cronici e ricorrenti. I sintomi riferiti sono:
- percezione che la forma e il tono muscolare del pene stia cambiando (capezzoli e seno per le donne);
- timore di sterilità e di perdere la potenza sessuale;
- reazione d’ansia acuta caratterizzata da paura di impazzire, dalla certezza di essere posseduti da spiriti maligni;
- sensazione di morte imminente;
- paura del cambiamento di sesso o di diventare un eunuco;
- paura dell’ostruzione delle vie urinarie;
- paura che il pene scomparirà nell’addome (o il seno nel torace, o il capezzolo all’interno della mammella).
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Diagnosi della sindrome della retrazione genitale
Per diagnosticare questa sindrome, che non ricade in nessuna categoria diagnostica specifica, si potrebbero usare diverse categorie del DSM: disturbo d’ansia, disturbo da attacchi di panico, depersonalizzazione, isteria, disturbo ossessivo-compulsivo o disturbo psicotico. Anche se il concetto è controverso, nella quarta versione nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (American Psychiatric Association, 1994) sono state introdotte le sindromi “legate alla cultura” (DSM -IV: Appendice I). Il manuale definisce il Koro come un termine, probabilmente di origine malese, che si riferisce a un episodio di improvvisa ed intensa ansia che il pene (o, nelle femmine, la vulva e i capezzoli) si ritirino dal corpo causando la morte.
Diagnosi differenziale
E’ importante fare diagnosi differenziale con patologie che influiscono realmente con le dimensioni del pene come nella Malattia di Peyronie , dove la tunica albuginea sviluppa tessuto cicatriziale che impedisce la piena espansione di un’erezione e provoca la retrazione del pene flaccido. E’ necessario fare anche differenza con la Dismorfobia peniena (distorta percezione dell’organo genitale che, pur avendo dimensioni e forme appropriate, è visto dalla persona come troppo piccolo o troppo grande o troppo curvo: manca la componente “retrazione all’interno del corpo” e quella di “rimpicciolimento”).
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Terapie folkloristiche, collari e corde
In Cina, il trattamento tradizionale è l’esorcismo, insieme a pozioni di medicina tradizionale, di solito ricavate da erbe, peni animali (di tigre e di cervo), code di cervo. Altri alimenti per la terapia sono la zuppa di pepe, la minestra di zenzero e l’alcol.
E negli “avanzatissimi” stati occidentali cosa accade? Pur se gli esami medici non hanno rivelato effettive riduzioni delle dimensioni del pene, i malati della Sindrome della retrazione genitale ricorrono spesso ad autoterapie come le trazioni meccaniche del pene. La spinta verso l’esterno che dovrebbe allungare il pene, prevede l’utilizzo di collari da mettere intorno al pene, legati a corde e ad altri sistemi di “bloccaggio”. Inutile dire che questi sistemi non solo sono assolutamente inutili: possono essere dannosi! La struttura del pene è molto complessa e delicata e può essere compromessa (anche in maniera permanente) da sistemi assolutamente “bislacchi”. Questi sistemi sono anche usati da soggetti che, pur apprezzando le dimensioni del loro pene, vogliono provare ad allungarlo lo stesso: vi dico solo che il risultato è che spesso questi soggetti ce li ritroviamo al pronto soccorso.
Trattamento della Sindrome della retrazione genitale
Per i casi sporadici occidentali il trattamento medico-narrativo è sicuramente indicato. Il trattamento farmacologico dei sintomi della Sindrome della retrazione genitale prevede l’uso di aloperidolo per 3 settimane.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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