Differenza tra caffeina e caffeina anidra

MEDICINA ONLINE CAFFE CAFFEINA THE TE TEINA ECCITANTE ASTINENZA GINSENG LUNGO CORTO ORZO MACCHIATO CALDO FREDDO TAZZA GRANDE VETRO DIFFERENZE COFFE ESPRESSO AMERICANO WALLPAPER PIC PICTURE HI RES PHOTOLa caffeina è una sostanza introdotta nell’organismo principalmente mediante l’assunzione di caffè o di tè, apprezzata per i sue proprietà energetiche ed utile per chi sta seguendo una dieta dimagrante, al punto che, soprattutto per chi va in palestra, ne è stato tratto un tipo di integratore alimentare, la caffeina anidra. Procedendo con ordine, vediamo quali sono gli effetti della caffeina e le sue caratteristiche, per poi passare ad analizzare la caffeina anidra, cercando di rendervi consci dei possibili rischi di un uso errato di questa sostanza, in termini di quantità, di modalità di utilizzo, di tempistica, di regime alimentare e di stile di vita in generale che ruotano intorno alla sua assunzione regolare, che siate sportivi o meno.

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La caffeina è presente nel caffè in quantità pari a 100 mg per una tazzina, si trova nel tè ed anche nel cacao. Dopo averla assunta, viene assorbita rapidamente fino al picco di presenza nel plasma intorno ai 120 minuti dopo ma con una durata degli effetti pari solo a 2-4 ore. Viene distribuita ai diversi tessuti e metabolizzata nel fegato in dimetilxantine. Gli effetti della sua introduzione nell’organismo sono i seguenti:

  • Aumento della concentrazione nel sangue degli acidi grassi, grazie alla stimolazione della lipolisi
  • Mediazione della vasodilatazione a livello muscolare
  • Rilascio della muscolatura bronchiale e facilitazione della respirazione
  • Miglioramento delle capacità cognitive e dello stato di veglia, anche notturna
  • Aumento della diuresi
  • Riduzione della sensazione di dolore, grazie alla limitazione dell’attivazione dei nocicettori
  • Rilascio di adrenalina e conseguente aumento del battito cardiaco
  • Vasodilatazione a livello muscolare e degli organi vitali
  • Aumento dei secondi messaggeri tipo l’AMPc e attivazione dei segnali intracellulari, atti al funzionamento delle cellule

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Per gli sportivi, la caffeina è utile a:

  • migliorare le prestazioni in termini di resistenza e di forza, grazie al risparmio del glicogeno muscolare in cambio di quello lipidico, ed al migliore afflusso di calcio nei muscoli scheletrici con una contrazione agevolata, oltre alla vasodilatazione muscolare;
  • ridurre il senso di affaticamento fisico, grazie al miglioramento del metabolismo ossidativo ed all’effetto analgesico
    ottenere un effetto ergogenico, utile sia negli sport di endurance, che intermettenti, che di forza.

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Viene spesso associata all’uso di altre sostanze, come ad esempio la taurina, e risulta determinante perché è essa che agisce anche nelle veci dell’altra sostanza implicata nei processi di miglioramento delle prestazioni dell’organismo, attivandosi nel produrre i benefici ricercati. La dose consigliata è tra i 2 ed i 4 mg/kg, fino ad un massimo di 300 mg/giorno(3-5 tazzine di caffè), sempre per uno sportivo (non per un lavoratore sedentario!). L’ideale, visti i tempi di assorbimento e di termine della sua efficacia, è tra due ed un’ora prima della prestazione o dell’allenamento. Assumere caffeina per tempi prolungati ne riduce l’effetto energizzante; per beneficiare nuovamente dell’effetto ergogenico è pertanto consigliabile eliminarne il consumo per una settimana, per poi riprenderlo. Se l’atleta, nelle urine del controllo antidoping, presenta un valore di caffeina superiore a 0,012 mg/ml, ossia circa 6-8 tazzine di caffè, viene considerato positivo e punibile con la squalifica.

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La caffeina si potrebbe associare a carboidrati a medio indice glicemico oppure a vitamine come la niacina, che sono ambedue presenti nel caffè in tazza. Non è utile invece associarvi un integratore come la creatina, poiché la presenza di caffeina riduce la biodisponibilità della sostanza. Bisogna fare attenzione al consumo eccessivo, che può condurre ad effetti quali tremori muscolari, ansia, tachicardia, insonnia, eccitazione; l’uso cronico può causare reflusso gastroesofageo, ulcere, esofagiti, ipertensione, tachicardia, emicrania, impedimento nell’assorbimento di calcio e ferro. Chi ha una malattia epatica, renale, cardiovascolare, è al di sotto dei 12 anni o è in stato di gravidanza, non ne dovrebbe assumere. Si possono verificare interazioni con sostanze quali farmaci antiepilettici e anticompulsivi, così come l’uso di contraccettivi ne aumenta l’efficacia del 50%.

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La caffeina anidra è un integratore alimentare presentato con l’aspetto di una polvere bianca, solubile in acqua bollente, in etere o etanolo anidro, è nociva se ingerita allo stato puro, è di grado farmacopea quindi non ha restrizioni in campo dermo-cosmetico, mentre per uno scopo dimagrante si deve necessariamente essere seguiti da un medico. Impiega circa 60 minuti per agire, contro i 45 della caffeina, e molto più tempo per mobilitare i grassi; si trova confezionata anche in pastiglie di 200 mg ciascuna, quindi la dose consigliata è di mezza tavoletta, dato che si tratta pur sempre di caffeina, ma senza acqua (anidra). Alcuni sportivi o “fissati” per la palestra la sniffano, saltando il metabolismo epatico, per raggiungere una maggiore concentrazione ematica, correndo così il rischio di intossicarsi, se per caso hanno aggiunto altre sostanze che ne favoriscono l’assorbimento; la dose di 800 mg che alcuni suggeriscono (pari a 10 tazzine di caffè) può essere talmente nociva da causare gravi danni a tutti i livelli.

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Spesso la caffeina viene usata nelle creme anticellulite, per trattare le adiposità localizzate favorendo la mobilitazione dei trigliceridi dell’adipe sottocutanea, e nelle diete dimagranti, in particolare 5-6 tazzine di caffè aumentano il metabolismo basale del 10-15%, con il consumo di 100-500 calorie in più al giorno, in relazione alla taglia ed alla massa muscolare dell’individuo (che deve essere perfettamente in forma e nutrirsi in modo corretto o superiore al necessario, quindi in sovrappeso, e non in sottopeso o normale).

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E’ importante sapere che il caffè dopo il pasto non facilita la digestione, ma la rallenta, soprattutto se vi si aggiunge molto zucchero, panna o alcolici, anche se la sensazione è quella di una digestione facilitata.

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Differenza tra Gabapentin e Pregabalin

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACI EFFETTI COLLATERALI INDICAZIONI CONTROINDICAZIONI EFFETTO DOSE DOSAGGIO PILLOLE CREMA PASTIGLIE SUPPOSTE SIRINGA INIEZIONE EMIVITA FARMACOCINETICAGabapentin (Neurontin) in monoterapia è un’alternativa alla Carbamazepina (Tegretol) in monoterapia nell’epilessia parziale, e ai farmaci antidepressivi triciclici nel dolore neuropatico associato a diabete o alla nevralgia post-erpetica.

Pregabalin (Lyrica) è un analogo del GABA strettamente correlato al Gabapentin.
Il farmaco è stato approvato in due indicazioni: epilessia parziale refrattaria e dolore neuropatico.

Nei pazienti con epilessia parziale non adeguatamente controllata da una combinazione di 2 o 3 antiepilettici, tre studi clinici controllati con placebo della durata di 12 settimane hanno indicato che il trattamento aggiuntivo con Pregabalin al dosaggio di 600mg/die è in grado di ridurre della metà la frequenza delle crisi convulsive nel 50% dei pazienti.
Il Pregabalin non è stato messo a confronto con altri enti-epilettici di seconda linea.

Nel dolore neuropatico, 12 studi clinici controllati con placebo hanno valutato il Pregabalin nei pazienti con diabete o con nevralgia post-erpetica.
Un’elevata percentuale di pazienti, da un terzo alla metà, ha presentato una riduzione di almeno il 50% nel punteggio relativo al dolore dopo trattamento con Pregabalin al dosaggio di 600mg/die assunti in 2 o 3 dosi.
Nell’unico studio clinico che ha preso in considerazione l’Amitriptilina (75mg/die), quest’ultima è risultata più efficace del placebo, a differenza del Pregabalin.
Non esiste alcuno studio che ha analizzato l’effetto del Pregabalin dopo fallimento del trattamento con Amitriptilina e Gabapentin.

Il profilo delle reazioni avverse del Pregabalin è risultato simile a quello del Gabapentin con una prevalenza di reazioni neuropsicologiche (capogiri e stato di torpore).

Il Pregabalin allo stesso modo del Gabapentin può portare ad un aumento di peso e ad edema periferico, specialmente nei pazienti anziani.

Casi di restrizione del campo visivo sono stati riportati con Pregabalin nel corso degli studi clinici.

Studi su animali hanno suggerito un possibile rischio di emangiosarcoma, sebbene non sia mai stato descritto alcun caso nell’uomo.

Il Pregabalin, come il Gabapentin, viene eliminato immodificato nelle urine, con un limitato rischio di interazioni associate al citocromo P450.
La dose di Pregabalin dovrebbe essere ridotta nei pazienti con moderata insufficienza renale (clearance della creatinina al di sotto dei 60ml/min).

Secondo gli Autori dell’articolo, il Pregabalin non offre alcun vantaggio nei pazienti con epilessia parziale, per i quali diversi altri farmaci anti-epilettici sono disponibili.
I pochi trattamenti disponibili per il dolore neuropatico hanno un’efficacia limitata, ed il Pregabalin dovrebbe essere impiegato quando i farmaci triciclici o il Gabapentin dovessero fallire. Tuttavia non è certo che il Pregabalin sia efficace in questi pazienti; non esistono studi clinici di confronto.

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Come trovare ed eliminare facilmente i pidocchi?

MEDICINA ONLINE PIDOCCHI CAPELLI BAMBINO MAMMA CERCARE ELIMINARE UCCIDERE HAIR PEDICULOSI PARASSITI RADICE TESTA PERICOLOSI.jpgI pidocchi sono degli insetti di colore bianco-grigiastro capaci di infestare sia gli animali sia gli uomini, tuttavia le specie che attaccano il genere umano sono la Pediculs Humanus, che colpisce il cuoio capelluto, e la Pthirus Pubis, che invece si riproduce peli pubici, ciglia e sopracciglia.
Il Pediculus Humanus è il pidocchio più temuto dai più piccoli, poiché non appena i bambini cominciano l’anno scolastico spesso diventano vittime di questi fastidiosi parassiti che, dopo essersi insediati nel cuoio capelluto, aderiscono al capello formando le uova, che si schiudono dopo sette giorni. Una volta nati, i pidocchi i nutrono del sangue, ecco perché provocano un forte prurito nel soggetto colpito da peducolosi.
Di seguito riportiamo alcune indicazioni su come individuare questi parassiti e come debellarli.

Prevenire la peducolosi

E’ importante non scambiarsi indumenti, in particolare cappelli, sciarpe e maglioni. Se si hanno dei sospetti di peducolosi è opportuno applicare un prodotto specifico sotto forma di gel, lozione, mousse termosensibili.

Come individuare i pidocchi

La peducolosi provoca arrossamento cutaneo, specialmente vicino alle orecchie e sulla nuca, provocando prurito al cuoio capelluto, specialmente di notte. In presenza di questi sintomi è necessario ispezionare attentamente il cuoio capelluto aiutandosi con un pettine a denti fitti e una lente d’ingrandimento.

DOTT. EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DIRETTORE MEDICINA ONLINE PIDOCCHIO AL MICROSCOPIO CAPELLI PELI CUOIO CAPELLUTO COME TROVARLI ELIMINARLI PETTINE SHAMPO

Un pidocchio al microscopio

Come debellare i pidocchi

Lavare abiti e copricapo, coperte e cuscini ad una temperatura di almeno a 60 C°; mentre spazzole, elastici per capelli e fermagli dovranno restare a bagno in acqua molto calda e sapone per almeno 1 ora. Mettere in sacchetti di plastica gli oggetti che non possono essere lavati. Ripetere la procedura dopo una settimana, cambiando la tipologia del prodotto usato per detergere alla terza recidiva della peducolosi.
Oltre al trattamento per l’ambiente circostante, vestiti e oggetti, occorre fare molta attenzione nel curare il soggetto attaccato, utilizzando frequentemente un pettine a denti fitti per rimuovere le lendini, ovvero le uova del parassita. Non porta invece alcun vantaggio il taglio dei capelli, che rischia invece di creare disagio nel bambino e, soprattutto, nella bambina.
Eliminare in modo definitivo i parassiti con una terapia indicata dal pediatra, che potrà consigliare prodotti a base di permetrina, piretrine naturali sinergizzate, malathion e dimeticone.

False credenze sui pidocchi

Diffuse false credenze sui pidocchi, sono:

  • “La pediculosi è sinonimo di sporcizia.” E’ falso, al contrario vengono attaccati più facilmente i capelli puliti, in particolare quelli fini e chiari.
  • “Il pidocchio salta da una testa all’altra.” Non è vero, perché il pidocchio non può muoversi da solo ma è necessario un contatto diretto.
  • E’ necessario disinfestare i luoghi in cui sono state persone affette da pediculosi.”Non è vero poiché sugli oggetti i pidocchi non vivono più di un giorno, poiché non trovano nutrimento.
  • “La pediculosi si previene o si cura con l’uso di shampoo.” Falso, infatti, le formulazioni diluite o che seguite da un precoce risciacquo hanno una scarsa efficacia, anzi possono indurre resistenza agli insetticidi. Qualsiasi prodotto, per debellare i pidocchi, deve rimanere a contatto con i capelli per alcune ore o, meglio, per tutta una notte.
  • “Il soggetto colpito deve rimanere isolato a lungo.” No, un bambino ad esempio, potrà tornare a scuola il giorno successivo al primo trattamento.
  • “I pidocchi possono portare altre malattie.” Falso, la pediculosi del capo non ha conseguenze sulla salute, il pidocchio infatti non è in grado di trasmettere agenti infettivi da un soggetto all’altro.
  • “Gli animali domestici portano i pidocchi.” Non è vero, poiché il pidocchio del capo colpisce sono gli esseri umani, mentre le specie ospitate dagli animali non possono infestare gli uomini.

Prodotti contro i pidocchi

I migliori prodotti per eliminare definitivamente i pidocchi, consigliati dal nostro Staff di esperti:

Continua la lettura con: Perché vengono i pidocchi, come riconoscerli ed eliminarli

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Differenza tra acetilcolina e noradrenalina

MEDICINA ONLINE SINAPSI SISTEMA NERVOSO ACETILCOLINA NORADRENALINA DOPAMINA NEUROTRASMETTITORI CERVELLO SISTEMA NERVOSO AUTONOMO CENTRALE SIMPATICO PARASIMPATICO NEURONI GLIA CERVELLETTO SNC ORMONI.jpgL’attivazione del sistema ortosimpatico determina un dispendio di energie prontamente messe a disposizione dalla degradazione del glicogeno in glucosio, dall’idrolisi dei lipidi e dall’accelerazione dell’attività cardiaca; in tal modo l’organismo si prepara a reagire ad una condizione di forte stress, ad un trauma, a repentini sbalzi termici o ad un grave sforzo fisico (“reazione di attacco o fuga”). Questa risposta immediata ad una condizione sfavorevole è possibile perché l’ortosimpatico generalmente esplica la sua azione in maniera diffusa.

Il sistema parasimpatico, al contrario dell’ortosimpatico, si attiva in condizioni di recupero o riposo da parte dell’organismo; pertanto, questo sistema svolge un ruolo di fondamentale importanza per le funzioni digestive, per il recupero delle riserve energetiche e per il ripristino delle fisiologiche condizioni pressorie e cardiache. La risposta conseguente all’attivazione del parasimpatico è detta “di tipo settoriale”, cioè interessa un’area localizzata dell’organismo. Il parasimpatico, con la sua attività trofotropica, è quindi responsabile del mantenimento delle funzioni vitali dell’organismo.

In condizioni fisiologiche, le funzioni di orto e parasimpatico sono tra loro in equilibrio, ed eventuali situazioni di leggero squilibrio vengono fisiologicamente corrette attraverso “meccanismi di alto riflesso”, mirati – a seconda dei casi – ad aumentare o diminuire rispettivamente l’azione di orto e parasimpatico.

Un esempio può essere il comune calo pressorio: i barocettori vasali percepiscono tale abbassamento e trasmettono il segnale ai centri vasomotori a livello dell’encefalo, dove viene elaborata la risposta consistente in una riduzione dell’attività del parasimpatico (ricordiamo infatti che questo sistema provoca riduzione dell’attività cardiaca e vasodilatazione) e nel potenziamento dell’attività dell’ortosimpatico, che accresce il grado di contrazione della muscolatura liscia vasale riportando la pressione a valori fisiologici. In presenza di patologie conclamate si avrà un’errata prevalenza di un sistema sull’altro; la somministrazione di determinati farmaci va a correggere questo squilibrio.

La trasmissione dell’impulso nelle vie efferenti è mediata da neuroni pre-gangliari COLINERGICI, indifferentemente che siano dell’orto o del parasimpatico: ovvero rilasciano a livello sinaptico il neurotrasmettitore Acetilcolina (Ach). L’Ach interagisce con i recettori canale nicotinici presenti sui gangli; i recettori così attivati inviano l’impulso alle fibre post-gangliari, che giungono fino all’organo effettore rilasciando: quelle appartenenti al parasimpatico il neurotrasmettitore acetilcolina e quelle appartenenti all’ortosimpatico Noradrenalina (Nor).
L’innervazione somatica, che controlla tutta la muscolatura scheletrica, possiede fibre neuronali prive di gangli, originate dal midollo spinale (motoneuroni spinali), ma anch’esse colinergiche; quest’ultime interagiscono con recettori nicotinici “muscolari”, così denominati perché situati sui muscoli scheletrici. I recettori nicotinici muscolari si differenziano dai recettori nicotinici presenti sui gangli, perciò i farmaci che agiscono su tali recettori devono avere un’azione selettiva, viceversa si rischierebbe di compromettere l’intera trasmissione simpatica pre-gangliare. Un discorso a parte va fatto per la midollare del surrene, la cui innervazione simpatica si differenzia da tutti gli altri organi perché mancante del neurone post-gangliare; in altre parole, il neurone pre-gangliare libera Ach direttamente sul recettore nicotinico presente nella midollare del surrene, che rilascerà il neurotrasmettitore Adrenalina direttamente nel torrente ematico, attraverso cui raggiunge i suoi siti attivi interagendo con i recettori adrenergici.

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La vasectomia è reversibile?

MEDICINA ONLINE CHIRURGIA CHIRURGO MEDICO VASECTOMIA TUMORE CANCRO INTERVENTO BISTURI CARDIOCHIRURGIA NEUROCHIRURGIA MAMMELLA SENO TESTICOLO BRACCIA GAMBA AMPUTAZIONE VASCOLARE TAGLIO VELa vasectomia è un intervento chirurgico che rende l’uomo sterile, cioè non in grado di mettere incinta una donna. Tale intervento blocca i piccoli condotti, chiamati dotti deferenti, attraverso i quali in condizioni normali passano gli spermatozoi prodotti dai testicoli, che, unendosi al plasma seminale prodotto da prostata e vescicole seminali, forma il liquido seminale (lo sperma). La vasectomia ha quindi l’effetto di rendere lo sperma virtualmente libero dagli spermatozoi.

La vasectomia è reversibile?

Per alcuni uomini è stato possibile rendere reversibile l’intervento, ma l’operazione inversa richiede procedure chirurgiche costose ed invasive ed il successo non è garantito, per tale motivo è importante riflettere attentamente prima di intraprendere una soluzione potenzialmente irreversibile.
Se è vero che la vasectomia è difficilmente reversibile, è però anche vero che – anche in caso di vasectomia perfettamente riuscita – la gravidanza è comunque possibile, seppur raramente: si stima che 15 coppie su 10.000 abbiano un figlio durante il primo anno successivo alla vasectomia. La possibilità di gravidanza è più probabile negli anni immediatamente successivi all’intervento e diminuisce negli anni successivi.

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Allattamento: quali sono gli alimenti da evitare?

MEDICINA ONLINE NEONATO BIMBO BAMBINO PIANTO CONGENITO LATTE ALLATTAMENTO SEN MADRE FIGLIO GENITORE BIMBI LATTANTE MATERNO ARTIFICIALE DIFFERENZA PICCOLO PARTO CESAREO NATURALE PIANGEREDurante la fase di allattamento del neonato è opportuno fare attenzione alla tipologia dei cibi che fanno parte della dieta della madre, poiché le sostanze che essi contengono, così come il loro sapore, passano attraverso il latte e quindi vengono assimilati dal bambino.

Sostanze da evitare
E’ importante avere dunque un’alimentazione varia e sana, con qualche accortezza in più evitando, se possibile, di assumere farmaci, nicotina e alcol, poiché potrebbero portare ad una diminuzione del consumo del latte da parte del bambino e di conseguenza uno sviluppo irregolare.
Un bicchiere di vino, caffè e tè, sono concessi di in quantità moderate, ogni tanto.

Alimenti da evitare
Succhi di frutta, bevande zuccherate e in generale bibite o dolci che contengono un’elevata quantità di zucchero, sono da evitare poiché possono provocare disturbi gastrointestinali nel neonato.
Crostacei, frutti di mare, mirtilli, pesche e fragole invece potrebbero in futuro provocare allergie nel bambino.

Alimenti da consumare moderatamente
Oltre agli alimenti da evitare ci sono dei cibi particolari che possono essere assunti con moderazione, poiché il bambino potrebbe in un primo momento rifiutare di prendere il latte.
Si tratta di alimenti dal sapore deciso e forte, come castagne, asparagi, cavoli e derivati, peperoni, porri, aglio e cipolla; ma anche le carni molto saporite, come selvaggina, cavallo o salumi piccanti e anche il pesce affumicato. Meglio evitare inoltre le spezie forti o piccanti, come il curry o il peperoncino.
E’ dunque opportuno assumere certi cibi in quantità moderata, questo per vedere la reazione del bambino: se piacciono significa che è possibile continuare a consumarli, se invece il neonato sembra non gradire il sapore del latte, meglio evitarli.

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Farmaci antidepressivi: cosa sono, a cosa servono e quali tipi esistono

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICGli antidepressivi sono una classe di farmaci, appartenenti alla categoria degli psicofarmaci, utilizzati nel trattamento di diverse patologie psichiatriche. Nonostante il loro nome, gli antidepressivi si sono dimostrati efficaci non soltanto nella cura della depressione, ma anche nella cura di altre condizioni quali i disturbi dell’ansia (ansia generalizzata ed attacchi di panico), il disturbo ossessivo compulsivo, i disturbi dell’alimentazione, disturbo post traumatico da stress, alcuni disturbi della sfera sessuale (come l’eiaculazione precoce o le parafilie patologiche) e alcuni disturbi mediati dagli ormoni (come la dismenorrea, vampate post-menopausa o il disturbo disforico premestruale). Da soli o assieme agli anticonvulsivanti (per esempio, la carbamazepina o il valproato), alcuni di questi farmaci possono essere usati per il trattamento del deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e l’abuso di sostanze stupefacenti. Gli antidepressivi sono talvolta utilizzati per il trattamento di altre condizioni non prettamente psichiatriche come le emicranie, il dolore cronico, l’enuresi notturna, fibromialgia, disturbi del sonno o della roncopatia.

I farmaci più comunemente associati a questa classe sono gli inibitori della monoamino ossidasi (MAOIs), gli antidepressivi triciclici (TCAs), gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRIs) e della serotonina-noradrenalina (SNRIs), gli antidepressivi atipici (o di seconda generazione). La loro efficacia, meccanismo di azione ed effetti collaterali sono continuo oggetto di approfondimento e ne fanno una delle classi di farmaci maggiormente studiate.

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Tipi di antidepressivi

Esistono molti composti approvati per il trattamento della depressione che possono essere classificati in base al loro meccanismo d’azione fondamentale, principalmente in inibitori del reuptake delle monoammine (che bloccano i processi di recupero di questi neurotrasmettitori), inibitori degli enzimi degradativi (come gli IMAO) e agonisti/antagonisti recettoriali (cioè dei farmaci in grado di attivare o disattivare particolari “interruttori” biologici).

Anche altri farmaci formalmente approvati per altri disturbi e che non rientrano nella categoria degli antidepressivi hanno un effetto antidepressivo ma i limiti del loro utilizzo (dovuti ad esempio ad uno scarso profilo di effetti collaterali, al potenziale d’abuso, alla scarsa tollerabilità nel lungo termine) hanno causato controversie circa il loro utilizzo per tale scopo ed inoltre la prescrizione per condizioni altre da quelle ufficialmente approvate rappresenta sempre un rischio, nonostante la possibile efficacia superiore. Ad esempio gli antipsicotici a basso dosaggio e le benzodiazepine possono essere utilizzati per la gestione della depressione (anche in aggiunta ad un antidepressivo), sebbene l’uso di benzodiazepine possa causare dipendenza e quello di antipsicotici altri effetti collaterali. Gli oppioidi sono stati utilizzati per trattare la depressione maggiore fino alla fine degli anni cinquanta e le anfetamine fino alla metà degli anni sessanta. Sia gli oppioidi che le anfetamine inducono una risposta terapeutica molto veloce, mostrando risultati entro ventiquattro o quarantotto ore e i loro indici terapeutici sono maggiori di quelli degli antidepressivi triciclici. In un piccolo studio pubblicato nel 1995, l’oppioide buprenorfina si è mostrato essere un buon candidato per il trattamento della depressione grave, resistente al trattamento. Recentemente altre sostanze d’abuso come la ketamina o la psilocibina, opportunamente utilizzate, hanno mostrato degli spiccati e rapidi effetti antidepressivi e i loro derivati saranno probabilmente alla base di una futura generazione di farmaci.

Anche alcuni estratti di origine naturale, spesso classificati come integratore alimentare, mostrano un effetto antidepressivo (anche se la portata del loro effetto è stata a volte messa in discussione): ad esempio l’estratto dell’erba di San Giovanni è comunemente utilizzato come antidepressivo specialmente in Europa; alcuni probiotici hanno mostrato di migliorare sintomi di ansia e depressione in trial clinici e modelli animali, mettendo in luce il collegamento tra salute intestinale e mentale; L’Acetil l-Carnitina ha mostrato in uno studio rapido effetto nel trattamento della distimia; l’inositolo in uno studio ha mostrato in uno studio un effetto ansiolitico paragonabile a quello della fluoxetina; l’Adenosil Metionina (SAMe) è ampiamente pubblicizzato come alterativa naturale agli antidepressivi; la nicotinaagisce come antidepressivo, tramite la stimolazione del rilascio di Dopamina e Norepinefrina e la desensibilizzazione dei recettori della nicotina a seguito della tolleranza.

Principali farmaci antidepressivi

Nella sequente tabella elenchiamo le principali classi di antidepressivi con i rispettivi principi attivi:

  • TCA (antidepressivi triciclici)
    • Imipramina, Amitriptilina, Clomipramina, Doxepina, Dosulepina, Trimipramina, Nortriptilina,
  • IMAO ( inibitori delle monoamino ossidasi)
    • Tranilcipromina, Fenelzina, Isocarboxazide, Moclobemide
  • SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina)
    • Citalopram, Escitalopram, Paroxetina, Fluoxetina, Fluvoxamina, Sertralina
  • NaRI (Inibitori della Ricaptazione della NorAdrenalina)
    • Reboxetina
  • SNRI (inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina)
    • Venlafaxina, Duloxetina
  • NDRI (inibitori della ricaptazione della noradrenalina e della dopamina)
    • Bupropione
  • Altri
    • Mirtazapina, Trazodone, Agomelatina, Tianeptina, Sulpiride\Amilsupride, Mianserina

Criteri di prescrizione di un farmaco antidepressivo

Attualmente non è possibile stabilire quale particolare alterazione del funzionamento cerebrale sia la causa di un disturbo depressivo in un dato paziente, per cui non è possibile prevedere quale sarà il farmaco più efficace per il trattamento della patologia. I diversi farmaci antidepressivi hanno mostrato una capacità all’incirca comparabile nel determinare una riduzione dei sintomi (nel caso di disturbo grave e persistente) e prevenire le ricadute depressive (rispetto al placebo) mostrando differenze significative essenzialmente nel profilo degli effetti collaterali e secondari (attivazione, sedazione, ansiolisi etc.). Sulla base di ciò la scelta dell’antidepressivo si basa principalmente sulla valutazione del suo profilo di effetti collaterali e della tollerabilità per un dato paziente, per questo la scelta ricade di norma su un SSRI\SNRI.

A tal proposito nel 2003 la SOPSI (Società italiana di psicopatologia) ha effettuato un’indagine conoscitiva su un campione di 750 Psichiatri italiani, a cui sono state somministrate 28 domande a risposta multipla che esploravano l’area della diagnosi e quella del trattamento farmacologico dei disturbi depressivi.

Tra i vari aspetti esplorati dall’indagine, un aspetto particolare valutato è stato quello dei criteri di scelta tra un SSRI ed un farmaco ad azione sulla Noradrenalina. Secondo i risultati la prescrizione di un antidepressivo SSRI sarebbe preferibile nei quadri caratterizzati da una spiccata componente ansiosa e di agitazione, mentre i farmaci noradrenergici sarebbero più indicati nei quadri melanconici e nelle personalità premorbose evitanti e passive.

Il trattamento viene di norma protratto per alcune settimane prima di poterne valutare l’efficacia (che si instaura e aumenta nel corso delle prime settimane di trattamento) e nel caso non dovessero esserci sostanziali miglioramenti, si può optare per un aggiustamento terapeutico (variazione del dosaggio o passaggio ad altro farmaco) seguendo il metodo del “trial and error”. Un protocollo terapeutico utilizzabile può essere quello suggerito dai risultati dello STAR*D Trial (Sequenced Treatment Alternatives to Relieve Depression) uno dei maggiori studi condotti sul tema. Alcuni autori ed istituzioni criticano l’uso degli SSRI\SNRI come trattamento di prima linea per la depressione a causa dello scarso rapporto tra efficacia ed effetti collaterali.

Inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI)

Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (In inglese: selective serotonin reuptake inhibitor “SSRI”) sono una classe di antidepressivi considerati lo standard corrente per la terapia farmacologica della depressione perché caratterizzati da un favorevole profilo di effetti collaterali e da bassa tossicità. Una possibile causa (o concausa) della depressione è il quantitativo inadeguato di serotonina, un neurotrasmettitore utilizzato nel cervello anche per trasmettere segnali tra i neuroni. Si ritiene che gli SSRI funzionino aumentando la concentrazione di serotonina nelle sinapsi prevenendone la ricaptazione (un processo biologico di recupero e riciclo dei neurotrasmettitori). I primi a scoprire una SSRI, la fluoxetina, sono stati Klaus Schmiegel e Bryan Molloy della Eli Lilly. Questa classe di farmaci include:

  • Citalopram (Elopram, Seropram in Italia; Celexa in USA)
  • Escitalopram (Cipralex, Entact in Italia; Lexapro in USA)
  • Fluoxetina (Fluoxeren, Fluoxetina generica in Italia; Prozac in Italia e USA)
  • Fluvoxamina (Dumirox, Fevarin, Maveral, Fluvoxamina generica in Italia; Luvox in USA)
  • Paroxetina (Daparox, Eutimil, Sereupin, Seroxat, Stiliden, Paroxetina generica in Italia; Paxil in USA)
  • Sertralina (Tatig, Sertralina generica in Italia; Zoloft in Italia e USA)

Tipicamente questi antidepressivi hanno meno effetti avversi rispetto ai triciclici, oppure gli inibitori della monoaminossidasi, anche se si possono verificare effetti collaterali come la sonnolenza, la bocca secca, irritabilità, ansietà, insonnia, diminuzione dell’appetito, e diminuzione della pulsione e capacità sessuale. Alcuni effetti collaterali possono diminuire quando una persona si abitua al farmaco, ma altri effetti collaterali possono essere persistenti. Anche se più sicuri rispetto alla prima generazione di antidepressivi, gli SSRI potrebbero non funzionare per molti pazienti, con una efficacia minore rispetto alle precedenti classi di antidepressivi.

Un lavoro di due ricercatori ha messo in discussione il legame tra carenza di serotonina e sintomi della depressione, evidenziando che l’efficacia del trattamento a base di SSRI non prova tale legame. La ricerca indica che questi farmaci possono interagire con i fattori di trascrizione conosciuti come “clock genes”, che possono avere un ruolo nelle proprietà di dipendenza dei farmaci (abuso di farmaci) e probabilmente nell’obesità.

Per approfondire:

Inibitori della ricaptazione della serotonina e della norepinefrina (SNRI)

Gli inibitori della ricaptazione della serotonina-noradrenalina (in inglese: serotonin-norepinephrine reuptake inhibitor “SNRI”) sono antidepressivi che agiscono sia sul circuito della noradrenalina che sulla serotonina, avendo perciò un meccanismo d’azione simile a quello dei triciclici ma con meno effetti collaterali. Questi tipicamente hanno effetti collaterali ed efficacia simili a quelli degli SSRI e come questi quando interrotti possono presentare una sindrome da sospensione (withdrawal syndrome) per cui si raccomanda la lenta diminuzione del dosaggio (“wash-out” del farmaco). Questi includono:

  • Desvenlafaxina (Pristiq)
  • Duloxetina (Cymbalta, Xeristar in Italia e USA)
  • Milnacipram (Ixel)
  • Venlafaxina (Efexor, Zarelis)

Questi farmaci inibiscono il riassorbimento della serotonina e della noradrenalina dalle sinapsi bloccando l’attività dei rispettivi “trasportatori” (delle proteine in grado di raccoglierli dallo spazio sinaptico e trasportarli all’interno del neurone). L’inibizione del processo di ricaptazione prolunga l’effetto del neurotrasmettirore sul neurone postsinaptico, per questo è anche il motivo per cui questo tipo di farmaci è chiamato inibitore duale della ricaptazione.

Per approfondire: Inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI)

Inibitori della ricaptazione della noradrenalina (NaRI)

Gli inibitori della ricaptazione della noradrenalina NaRI oppure NRIs (dall’inglese Norepinephrine (noradrenaline) reuptake inhibitors) agiscono incrementando la trasmissione noradrenergica mediante il blocco del trasportatore (e quindi del reuptake) della noradrenalina (nota anche come norepinefrina). Alcuni studi indicano che gli NRI abbiano effetti positivi sulla capacità di concentrazione mentale e in particolare sulla motivazione. Questa classe include:

  • Atomoxetina (Strattera)
  • Mazindolo (Mazanor, Sanorex)
  • Reboxetina (Davedax, Edronax)
  • Viloxazina (Vivalan)

Alcuni di questi (come l’atomoxetina) sono specificatamente approvati per il trattamento dei deficit di attenzione; la reboxetina è utilizzata anche per il trattamento del dolore neuropatico mentre la viloxazina mostra risultati promettenti nel trattamento dell’enuresi notturna e della narcolessia. La loro efficacia nel trattamento della depressione (rispetto ad altre classi di antidepressivi) è stata però oggetto di critiche.

Leggi anche:

Antidepressivi atipici

Inibitori del reuptake della nor-epinefrina e della dopamina (NDRI)

Gli inibitori della ricaptazione della noradrenalina e della dopamina (sigla NDRI, dall’inglese: norepinephrine-dopamine reuptake inhibitor) diminuiscono la ricaptazione neuronale della dopamina e della noradrenalina (o norepinefrina). Questi includono:

  • Bupropione (Elontril, Wellbutrin, Zyban)
  • Metilfenidato (Ritalin)

Il metilfenidato è approvato per il trattamento del deficit di attenzione ed iperattività. Sono preferiti nelle forme depressive caratterizzate da astenia ed ipersonnia, rallentamento cognitivo e quando gli effetti collaterali di altre classi di antidepressivi, come ad esempio di aumento di peso e disfunzioni sessuali, risultano intollerabili.

Farmaci che aumentano selettivamente la ricaptazione della serotonina\meccanismo vario (SSREs)

Hanno un meccanismo d’azione complesso e multifattoriale

  • Tianeptina (Stablon, Coaxil, Tatinol)

Agonisti melatonergici

Agiscano attivando i recettori della melatonina e, in misura minore, agiscono su altri target neuronali

  • Agomelatina (Valdoxan, Melitor, Thymanax)

Antagonisti serotoninergici

Bloccano l’azione della serotonina su particolari sotto classi recettoriali

  • Nefazodone (Serzone)

Antidepressivi specifici noradrenergici e serotonergici (NaSSA)

Gli antidepressivi specifici noradrenergici e serotoninergici o NaSSA (dall’inglese noradrenergic and specific serotonergic antidepressant) costituiscono una classe di antidepressivi che si crede diano luogo ad un aumento della neurotrasmissione noradrenergica (noradrenalina) e serotoninergica (serotonina) grazie al blocco dei recettori adrenergici presinaptici alfa-2 ed al contemporaneo blocco di alcuni recettori della serotonina. Possono presentare effetti collaterali come sonnolenza, aumento dell’appetito e di peso; questi includono:

  • Mianserina (Lantanon in Italia, Tolvon in USA)
  • Mirtazapina (Remeron, Avanza, Zispin)

Antidepressivi ad azione serotoninergica mista (SARI)

Agiscono come potenziatori dell’attività serotoninergica (attraverso il blocco del reuptake) ma bloccando o attivando contemporaneamente alcuni sottotipi recettoriali

  • Vortioxetina (Brintellix)
  • Trazodone (Trittico)
  • Vilazodone (Viibryd)

Antidepressivi che potenziano l’attività dopaminergica

  • Agonisti dopaminergici, non sono specificatamente approvati per il trattamento della depressione ma hanno mostrato potenziale antidepressivo in diversi studi.

Alcuni antipsicotici a basse dosi potenziano l’attività dopaminergica invece di inibirla, risultando in un’attività antidepressiva ed ansiolitica.

  • Amisulpride (Deniban)
  • Sulpiride (Dobren).

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Inibitori della ricaptazione della dopamina

Aumentano le concentrazioni sinaptiche di dopamina bloccandone il processo di ricaptazione

  • Amineptina (Survector)

Antidepressivi triciclici (TCA)

Gli antidepressivi triciclici o TCA (dall’inglese: Tricyclic antidepressant) sono la classe più vecchia di farmaci antidepressivi, dopo gli IMAO che, storicamente, furono i primi in assoluto. I triciclici bloccano la ricaptazione di alcuni neurotrasmettitori come la noradrenalina (norepinefrina) e la serotonina. Attualmente vengono usati meno comunemente a causa dello sviluppo di farmaci più selettivi e con meno effetti collaterali. Molti di questi farmaci, inoltre, interagiscono con recettori neurotrasmettitoriali, tra cui i recettori colinergici muscarinici, i recettori serotoninergici e i recettori istaminici.

Inibitori delle mono-amino-ossidasi (IMAO)

Gli inibitori delle monoamino ossidasi IMAO oppure MAOI (dall’inglese monoamine oxidase inhibitors) sono stati tra i primi antidepressivi ad essere scoperti. Pur mostrando una elevata efficacia terapeutica, spesso sono utilizzati solo come trattamento di seconda linea quando altri farmaci antidepressivi si rivelano inefficaci dal momento che esistono interazioni potenzialmente anche gravi tra questa classe di medicamenti e alcuni cibi o farmaci (cioè quelli contenenti amine simpaticomimetiche come la tiramina, contenuta particolarmente nei cibi stagionati come alcuni formaggi, vino rosso). Comunque, queste precauzioni non si applicano a una nuova formulazione in cerotto transdermico di selegilina, che grazie al fatto di bypassare il metabolismo epatico non è mai stato correlato all’induzione di tachicardia e di crisi ipertensive. Inoltre non si applicano agli IMAO di nuova generazione detti reversibili inibitore reversibile della monoaminoossidasi A (RIMA) di cui fanno parte moclobemide (Aurorix o Manerix) e tolaxotone.

Il gruppo di farmaci MAOI include:

  • Isocarboxazide (Marplan)
  • Moclobemide (Aurorix, Manerix)
  • Fenelzina (Nardil)
  • Selegilina (Eldepryl, Emsam)
  • Tranilcipromina (Parnate).

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Farmaci potenzianti l’effetto antidepressivo

L’effetto terapeutico di alcuni antidepressivi può essere amplificato dall’aggiunta di altri farmaci. Il loro effetto è sinergico, cioè queste associazioni generano un effetto terapeutico maggiore di quello ottenibile dalla somma degli effetti dei singoli farmaci.

Di questi “potenziatori” si trovano:

  • Antidepressivi
  • Ansiolitici
  • Ormoni tiroidei
  • Antipsicotici
  • Anticonvulsivanti
  • Stimolanti

Gli ansiolitici possono venire prescritti in associazione agli antidepressivi per migliorarne l’efficacia o trattare altri aspetti della patologia. In particolare i sedativi, come le benzodiazepine, vengono prescritti per attenuare gli stati d’ansia e favorire il sonno; a volte vengono prescritte per nelle prime settimane di trattamento con gli SSRI\SNRI per mitigarne alcuni effetti collaterali. A causa dell’alto rischio di dipendenza, questi medicinali sono pensati per agire solamente a breve termine o per uso occasionale. L’aggiunta di buspirone, un ansiolitico atipico, ad un trattamento con antidepressivo SSRI ha dimostrato di incrementarne gli effetti terapeutici senza sortire particolari effetti collaterali aggiuntivi. Gli antipsicotici di seconda generazione come il risperidone, l’olanzapina e la quetiapina possono essere prescritti in aggiunta ad un trattamento antidepressivo nei casi di depressione resistente al trattamento nel caso il solo farmaco antidepressivo abbia fallito nel generare sufficienti effetti terapeutici. Possono inoltre essere sfruttati per aumentare la concentrazione plasmatica di un altro farmaco, per alleviare i sintomi psicotici e paranoidi, ansiosi e di irritabilità che spesso accompagnano il disturbo depressivo. Tali farmaci comunque, in particolare ad alti dosaggi, possono causare effetti collaterali importanti come offuscamento della vista, spasmi muscolari, irrequietezza, discinesia tardiva e aumento di peso. Farmaci più nuovi, come l’aripiprazolo, possono perciò essere preferiti anche se la sicurezza di queste combinazioni dovrà essere ancora approfonditamente studiata. Per questo motivo tali combinazioni sono considerati degli approcci di seconda linea. Comuni sono le combinazioni tra diversi antidepressivi per potenziarne sinergicamente l’efficacia. A volte piccole dosi di un altro antidepressivo possono essere aggiunte per incrementare la concentrazione plasmatica (e quindi la potenza) di un altro utilizzato a dosaggio pieno, o per sfruttarne alcuni effetti collaterali (come ad esempio quelli sedativi). A questo scopo, ad esempio, il trazodone viene a volte utilizzato come adiuvante del sonno per i suoi effetti sedativi o nell’ambito di una terapia combinata per potenziare l’effetto degli antidepressivi SSRI\SNRI. Anche il nefazodone viene a volte aggiunto ad un SSRI per potenziarne l’efficacia. Altri antidepressivi che vengono comunemente combinati sono il buproprione con un SSRI, al fine di ottenere un maggiore effetto terapeutico ed anche per contrastare alcuni effetti collaterali degli SSRI come quelli sulla sfera sessuale e la sedazione; la mirtazapina con venlafaxina, una combinazione usata particolarmente in Canada per i casi di depressione resistente al trattamento, prende il nome colloquiale di “california rocket fuel”. Psicostimolanti sono aggiunti a volte alla cura antidepressiva se il paziente soffre di anedonia, ipersonnia e/o eccessiva alimentazione e scarsa motivazione. Tali sintomi sono comuni in depressioni atipiche e possono essere risolti aggiungendo alla cura dosi moderate di anfetamine (Adderall), metilfenidato (Ritalin) oppure modafinil (Provigil, Alertec) poiché queste sostanze possono migliorare il grado di motivazione personale e il comportamento, sopprimendo l’eccessivo appetito e sonno. In particolare il Modafinil è unico per effetti sul sonno: aumenta infatti l’attenzione e riduce la sonnolenza quando il paziente è nello stato attivo, senza inibire il normale sonno. Questi accorgimenti medici possono ristabilire il desiderio sessuale, sebbene questo sia solamente un effetto collaterale e non costituisca la ragione di prescrizione di tali psicostimolanti. Farmaci di tale natura devono essere somministrati con estrema cautela in alcuni tipi di pazienti: gli stimolanti infatti possono indurre episodi maniaco-depressivi in persone affette da disordine bipolare.

Il litio è uno stabilizzante dell’umore ed è il trattamento elettivo per il disturbo bipolare, spesso è usato insieme ad altri medicinali per il trattamento di episodi maniacali o della depressione. Alcuni anticonvulsivanti, come la carbamazepina (Tegretol), valproato di sodio (Epilim) e lamotrigina (Lamictal) sono utilizzati come stabilizzatori dell’umore, particolarmente nel disturbo bipolare, spesso in associazione a degli atnidepressivi. Sia il litio che la lamotrigina sono stati studiati e utilizzati per aumentare gli effetti antidepressivi nella depressione unipolare resistente. Diversi ormoni sono stati sperimentati in combinazione con un farmaco antidepressivo per potenziarne gli effetti. In particolare la tireoiodina, un ormone tiroideo, può essere somministrato in pazienti con depressione refrattaria ad altri trattamenti, in aggiunta ad un farmaco antidepressivo, anche se la funzionalità tiroidea è nella norma. Alcune evidenze ci sono per il potenziamento con alcune sostanze di derivazione naturale come acidi grassi Omega-3, SAMe, acido folico, inositolo, minerali come zinco e magnesio, vitamine soprattutto del gruppo B ad alte dosi.

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Differenze tra asino, somaro, ciuco, mulo, giumenta, cavallo e bardotto

MEDICINA ONLINE DIFFERENZA ASINO SOMARO CIUCO MULO GIUMENTA CAVALLO BARDOTTO ANIMAL MANDIBOLA CARATTERISTICHE NASO DENTI ANIMALE DIVERSITA SFONDO HD.jpgLa classificazione degli animali può, in molti casi, dare origine a molti dubbi, infatti alle volte non si è capaci di identificare se due nomenclature distinte fanno riferimento allo stesso animale o se, al contrario, si tratta di una specie o di una sottospecie, per esempio.
Alcune creature vengono conosciute con nomi simili ma in realtà fanno parte di specie differenti, mentre altri, appartenenti alla stessa classe animale, possono essere chiamati in modi diversi. Non ti preoccupare, approfondiremo questo argomento in seguito.
Se sei capitato su questo articolo è perché probabilmente sei un po’ confuso a riguardo, pertanto, ti aiuteremo a risolvere i tuoi dubbi.

Differenza tra asino, ciuco e somaro

Quando parliamo di asini tutti possiamo evocare l’immagine di animali con delle caratteristiche orecchie lunghe e una coda molto folta. Li associamo a creature che per molto tempo sono state utilizzate come animali da soma.
Ritornando a quello che abbiamo accennato prima, a volte la gente fa confusione a causa dei tanti modi di chiamare uno stesso animale, come nel caso di asino, ciuco e somaro. Sappi che non c’è alcuna differenza in questo caso, si parla di sinonimi che vengono utilizzati per designare la stessa creatura.
Le parole asino, somaro e ciuco si utilizzano per descrivere la stessa specie animale, che in latino viene definita Equus asinus. In tutti e tre i casi si parla di un animale che insieme alle zebre e ai cavalli fa parte della famiglia degli equidi.

Differenza tra mulo e bardotto

Per quanto riguarda mulo e bardotto, è tutta un’altra storia. Queste parole non sono sinonimi, infatti, mulo non si riferisce a un asino (Equus asinus), ma al frutto dell’incrocio tra un asino maschio e una giumenta che non è altro che un cavallo femmina.
Neanche la parola bardotto fa riferimento a un somaro, bensì a un ibrido tra un cavallo maschio e un asino femmina. È molto più complesso e raro l’accoppiamento che porta a un bardotto rispetto a quello del mulo.

Differenza tra asino e cavallo

L’asino si differenzia dal cavallo per le seguenti principali caratteristiche anatomiche e di conformazione esteriore:

  • minore statura; mancanza di un tipo brachimorfo;
  • testa pesante e grossolana con arcate orbitarie e creste zigomatiche pronunciate;
  • ganasce molto sviluppate;
  • labbra grosse; orecchie lunghe;
  • garrese poco sviluppato;
  • dorso spesso insellato;
  • groppa stretta e spiovente (mulina);
  • ventre grande e cascante;
  • arti sottili e asciutti;
  • piede stretto e piccolo (incastellato), con la suola molto concava e con l’unghia durissima;
  • pelo meno abbondante e più grossolano; criniera meno abbondante, con peli diritti;
  • coda non interamente rivestita di peli, ma solo verso l’estremità;
  • mancanza delle castagnette (tipici rilievi cornei alla superficie interna dell’avambraccio ed al lato interno del metatarso) agli arti posteriori.

Il raglio dell’asino è tipicamente rumoroso. L’asino viene adoperato per il tiro, per la sella e soprattutto per il basto. Il rendimento lavorativo, specie se paragonato alle sue dimensioni, all’alimentazione generalmente scarsa quantitativamente e di poco significato nutritivo, all’allevamento quasi sempre molto trascurato, è da considerare notevole e superiore a quello del cavallo, anche per la maggiore resistenza.

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