Soffriva di violenti mal di testa, i medici hanno scoperto che qualcosa viveva nel suo cervello

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma MAL DI TESTA VIVEVA CERVELLO Verme HD Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Luce Pulsata Peeling Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Nei Dietologo DermatologiaHa vissuto per quattro anni con mal di testa molto forti e convulsioni. Perdeva spesso la memoria e avvertiva odori particolari che solo lui sentiva. Quando finalmente i medici sono riusciti a capire il motivo di ciò, hanno fatto una scoperta incredibile: qualcosa viveva nel suo cervello. Hanno trovato un verme parassita nel cervello del loro paziente, un verme che in genere si trova in crostacei e rane cinesi. La disavventura è capitata a un uomo britannico di 50 anni , originario della Cina, che si è rivolto ai medici perché soffriva di violenti mal di testa e sentiva strani odori. Si tratta del primo caso del genere in Gran Bretagna, anche se altre situazioni analoghe si sono già registrate in passato, soprattutto in Cina. La tenia lunga un centimetro si è fatta strada da una parte all’altra del cervello del paziente e i medici dell’ospedale Addenbroke a Cambridge si sono resi conto della presenza del parassita osservando attentamente una serie di scansioni effettuate al cervello nel corso di quattro anni.

Una lesione “in movimento”

Il paziente ha cominciato a stare male nel 2008. Soffriva di violenti mal di testa, convulsioni, perdita di memoria e sentiva strani odori. Dopo una serie di accertamenti, una risonanza magnetica ha evidenziato un gruppo di anelli nel lobo temporale destro. I medici hanno pensato a tutto: dalla sifilide, all’Hiv fino alla tubercolosi, ma l’uomo è risultato negativo a tute queste patologie. Solo scansioni successive hanno rivelato che la lesione costituita dagli anelli si era spostata di vari centimetri (vedi foto in alto, il parassita è indicato dalla freccia) e tutto è stato presto compreso. Dopo aver subito due biopsie i chirurghi nel 2012 hanno rimosso la tenia dal cervello del paziente, che ancora oggi continua a soffrire di problemi legati al fatto di aver convissuto per tanto tempo con il parassita.

Parassita rarissimo

I genetisti sono poi riusciti a identificare la «creatura»: una rara specie di tenia nota come Spirometra erinaceieuropaei. Dal 1953 a oggi sono stati segnalati solo 300 casi di infezione su esseri umani a causa di questo parassita, ma solo due casi si sono verificati in Europa. Questo genere di parassita che può crescere fino a un metro e mezzo si trova in genere nei crostacei e nelle rane in Cina, può infettare cani e gatti, ma anche in Cina le infezioni nell’uomo sono rare: solo mille casi dal 1882 a oggi. «Non ci aspettavamo di osservare un’infezione di questo tipo nel Regno Unito – ha spiegato il dottor Effrossyni Gkrania-Klotas, uno dei medici dello staff che si è occupato del caso – ma siamo riusciti a studiare il genoma, cosa che in futuro ci aiuterà a trattare questo genere di infezione molto rara».

L’infezione visitando la Cina

Lo sfortunato paziente sospetta di aver preso il parassita durante una delle sue visite in Cina, anche se non è chiaro come sia avvenuta l’infezione. Si sa che una fonte di infezione è l’uso di un impacco fatto con carne cruda si rana, rimedio tradizionale cinese per calmare il dolore agli occhi. Il caso ha dato origine ad un articolo molto interessante, pubblicato su Genome Biology: The genome of the sparganosis tapeworm Spirometra erinaceieuropaei isolated from the biopsy of a migrating brain lesion.

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Subito dopo il matrimonio scopre di essere malata di cancro e sceglie la morte

Brittany Maynard, 29 anni, statunitense, si era da poco sposata con suo marito quando, nel gennaio dell’anno scorso, le è stato diagnosticato un tumore al cervello. Passa del tempo, si cercano possibili cure, ma non c’è nulla da fare: si tratta del glioblastoma multiforme. La sopravvivenza a tre anni è appena del 7%. A Brittany i medici danno solo 14 mesi di vita. Negli ultimi tempi le sue capacità intellettive sono purtroppo peggiorate, la malattia le ha causato atroci dolori. Consapevole dello stato in cui si trova, Brittany ha deciso di farsi e di fare un particolare “regalo” al marito per il suo compleanno. Ha deciso di darsi la morte. La data scelta è il primo novembre, cioè tra tre settimane, esattamente due giorni dopo il compleanno di suo marito. In quel giorno si spegnerà, grazie ai farmaci prescritti dal suo medico, circondata dal calore del marito, di sua mamma e del cane Charlie. La famiglia di questa sfortunatissima donna si è spostata appositamente da San Francisco nell’Oregon, per aver accesso al “Death with Dignity Act.” L’Oregon è infatti uno dei cinque stati degli U.S.A. che permette di usare questo particolare “trattamento” medico. Il suo non è un suicidio, tiene a precisare: «Non c’è una cellula del mio corpo che voglia morire», ha detto Brittany, «Io voglio vivere. Vorrei che ci fosse una cura per la mia malattia, ma non c’è… Essere in grado di scegliere di andare con dignità è meno terrificante».

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Quando il paziente deceduto “resuscita”: la sindrome di Lazzaro

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OSPEDALE ANAMNESI ESAME OBIETTIVO SEMEIOTICA FONENDOSCOPIO ESAME (2)E se il paziente, dopo essere deceduto, tornasse in vita? Raro, ma può succedere: è la sindrome di Lazzaro. Di cosa si tratta esattamente? La sindrome di Lazzaro è caratterizzata dalla spontanea – ed inaspettata – riattivazione del sistema cardiocircolatorio dopo che la rianimazione cardiopolmonare ha fallito. Il nome di questa curiosa sindrome deriva da Lazzaro di Betania che, secondo quanto narrato nel Nuovo Testamento, sarebbe stato resuscitato da Gesù. Si tratta di un fenomeno estremamente raro, riscontrato in circa venti casi documentati negli ultimi cinquanta anni.

Il caso Colombiano: donna “resuscita” poco prima di essere sepolta

Uno di questi pochissimi casi è avvenuto quattro anni fa: gli addetti delle pompe funebri della città colombiana di Cali hanno avuto uno shock, quando una donna di 45 anni, dichiarata clinicamente morta dai medici, ha improvvisamente iniziato a respirare e a muoversi, mentre veniva preparata per la sepoltura.
Gli strumenti medici non rilevavano più sulla paziente né la pressione arteriosa, né la frequenza cardiaca, secondo Miguel Angel Saavedra, un medico della clinica dove la donna era stata ricoverata. Il personale medico così ha firmato il certificato di morte. Si è trattato della “sindrome di Lazzaro”, secondo i medici di quell’ospedale. La donna in realtà era morta, ma ha poi cominciato a respirare di nuovo e a fare dei movimenti. Successivamente la donna venne riportata all’ospedale dove purtroppo entrò in coma.

“Fenomeno Lazzaro”: il caso nel Regno Unito

Altro caso nel Regno Unito. Due medici inglesi, Vedamurthy Adhiyaman, geriatra al Glan Clwyd Hospital e Radha Sundaram, specialista in anestesia e terapia intensiva al John Radcliffe Hospital definirono alcuni anni fa “fenomeno Lazzaro” il caso di un loro paziente di 70 anni che aveva subito un’arresto cardiaco in ospedale. Le tecniche di rianimazione non avevano dato risultati sperati, ma dopo quaranta minuti in cui era a tutti gli effetti morto, improvvisamente iniziò a respirare di nuovo, mentre la sua circolazione sanguigna si riattivava spontaneamente.

Cause della sindrome di Lazzaro

Le cause della sindrome di Lazzaro non sono state ancora definite, vi sono solo teorie a riguardo. Una di queste teorie si basa sull’accumulo di pressione all’interno del torace in conseguenza delle manovre di rianimazione.

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La teoria dell’accumulo di pressione

Nel corso della rianimazione cardiopolmonare una eccessiva ventilazione del paziente risulta estremamente dannosa in quanto comporta un aumento di pressione intratoracica e viene a ridurre il già scarso ritorno venoso durante l’arresto cardio-circolatorio. Le manovre di compressione toracica all’inizio di ogni “ciclo” di RCP servono a ripristinare una più bassa pressione intratoracica. Solo dopo la normalizzazione della pressione toracica le ulteriori compressioni divengono realmente efficaci nello “spremere” il sangue dalle cavità cardiache e nei vasi polmonari, in quantità decisamente maggiore rispetto al volume contenuto nel solo cuore,  permettendo un flusso nei vasi arteriosi. Le ventilazioni eccessive contrastano questa azione ed impediscono la ripresa di circolo.
Si pensa che la normalizzazione della pressione al termine della rianimazione cardiopolmonare possa permettere l’espansione del cuore, cui consegue la riattivazione del nodo senoatriale e l’instaurarsi di nuovo del battito cardiaco e quindi della “resurrezione” del paziente.

Altre teorie

Oltre alla teoria sull’accumulo di pressione all’interno del torace in conseguenza delle manovre di rianimazione, vi sono altre teorie che sembrerebbero spiegare la sindrome di Lazzaro. Le maggiori teorie considerano come principali  fattori l’iperpotassiemia e l’utilizzo di alte dosi di adrenalina, tuttavia la scienza è ancora lontana dal trovare una spiegazione veramente valida.

Curiosità

Un caso di sindrome di Lazzaro è alla base del thriller del 2015 “The Corpse of Anna Fritz”, film spagnolo scritto e diretto da Hèctor Hernández Vicens.

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Indifferenza ed anaffettività: ecco come si manifesta il disturbo schizoide di personalità

Malinconia Edvard Munch 1892 olio su tela Oslo Nasjonalgalleriet

Particolare di “Malinconia” di Edvard Munch, datato 1892. Olio su tela, cm 64 x 96. Collocata all’Oslo Nasjonalgalleriet

Il disturbo schizoide di personalità (così come definito secondo i criteri diagnostici DSM-IV–TR e, similmente, nell’ICD-10) è un disturbo di personalità caratterizzato dalla difficoltà nello stabilire relazioni sociali e, soprattutto, dall’assenza del desiderio di stabilirle. La vita delle persone che soffrono di questo disturbo è strutturata in modo da limitare le interazioni con gli altri: hanno pochi amici stretti o confidenti, scelgono lavori che richiedono un contatto sociale minimo o nullo, non sono coinvolti in relazioni intime e in genere non si costruiscono una propria famiglia. Appaiono distaccati e freddi, estremamente riservati e indifferenti all’approvazione o alle critiche degli altri e ai loro sentimenti. Hanno scarsa capacità ad esprimere sentimenti sia positivi che negativi verso gli altri e a provare piacere nello svolgere qualsiasi attività. L’incapacità, o grande difficoltà, di “partecipare alla vita”, che sembra caratterizzare i soggetti affetti da disturbo schizoide, si manifesta principalmente nella vita emotiva e di relazione e talvolta può non avere effetti visibili in altre sfere; ad esempio nell’ambito di lavori non competitivi e solitari questi soggetti possono investire grandi energie e riportare evidenti successi.
I dati epidemiologici di questa patologia non sono stabiliti chiaramente, alcuni studi confermano che colpisce circa il 6% della popolazione italiana e alcuni studi riportano un rapporto maschi-femmine di 2:1.

NOTA BENE: come hai già intuito, questo è un articolo sul disturbo schizoide di personalità. Se invece stai cercando informazioni su “uomo anaffettivo”, leggi invece questo articolo: “Se tu non mi ami è colpa mia”: i pensieri di una donna che ama un uomo anaffettivo

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Come si manifesta il disturbo schizoide di personalità?
Come già accennato nell’introduzione, le persone che presentano questo tipo di disturbo provano un senso di lontananza, di distacco e freddezza nei confronti degli altri e una mancanza di interesse verso un legame profondo con persone reali. Non mostrano e non provano forti emozioni né positive né negative, spesso appaiono e si sentono indifferenti e privi di desideri (anaffettivi), forse per un’incapacità a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri. La mancanza di desiderio e piacere ad avere relazioni con altre persone li porta ad isolarsi o comunque ad avere relazioni formali e/o superficiali, senza che questo causi loro particolare sofferenza; prevalgono pensieri tipo “preferisco farlo da solo”, “preferisco stare solo”, “non mi sento motivato”, “che importa”. Nelle situazioni sociali in genere le emozioni dominanti sono l’indifferenza e la freddezza, anche se a volte possono provare un’ansia intensa o la sensazione di “essere controllati”. Gli individui che presentano questo disturbo possono inoltre avere una particolare difficoltà nell’esprimere la rabbia, anche in risposta ad una provocazione diretta, questo li porta a reagire passivamente alle circostanze avverse e contribuisce a dare l’impressione che manchino di emozioni. La rabbia in questo caso non è del tutto assente: rimane pericolosamente nascosta dentro al soggetto o comunque poco manifestata.

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Sesso e disturbo schizoide di personalità
L’indifferenza verso gli altri e verso la socialità si manifesta chiaramente anche nella sfera sessuale. Lo scarso desiderio di interazione riguarda in maniera caratteristica le esperienze sessuali che sono rare o del tutto assenti, in ogni caso sono poco appaganti in senso affettivo e viste più come obbligo sociale che come esperienza piacevole. Il sesso non sembra destare, nel soggetto affetto, la stessa emozione e trasporto di un soggetto non affetto.

Leggi anche: Amnesia post sesso: è possibile dimenticarsi di un rapporto sessuale?

Come faccio capire se soffro di disturbo schizoide di personalità?
Come fare a capire se si soffre (o se una persona cara soffra) di disturbo schizoide di personalità? A tale proposito vi consiglio di leggere questo mio articolo: Come capire se soffro di disturbo schizoide di personalità? I 20 comportamenti caratteristici

Diagnosi in base al DSM-IV-TR 

  1. Il soggetto non prova desiderio o piacere ad avere relazioni strette con altre persone, inclusa la famiglia
  2. Predilige quasi sempre attività solitarie o che implicano relazioni del tutto superficiali.
  3. Ha poco o nessun interesse in relazioni ed esperienze sessuali reali.
  4. Non prova vero piacere in nessuna o quasi nessuna attività.
  5. Manca di amicizie strette o confidenti oltre ai parenti di primo grado.
  6. Appare emotivamente indifferente a critiche o elogi.
  7. Dimostra “freddezza” emozionale, distacco oppure appiattimento emotivo.

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Diagnosi differenziale con altre patologie con caratteristiche simili
Alcuni sintomi presenti in questo tipo di disturbo si possono ritrovare anche in altre patologie, è quindi in genere necessario rivolgersi a persone competenti che possano fare una diagnosi seria ed accurata. Nelle persone che presentano un disturbo evitante di personalità l’isolamento sociale è si ugualmente presente, ma è vissuto con profonda sofferenza e nel soggetto è presente il desiderio di avere relazioni interpersonali che è invece completamente assente nel disturbo schizoide. Nella diagnosi differenziale devono essere escluse anche le diagnosi di autismo e di sindrome di Asperger.
Alcune caratteristiche del disturbo schizoide di personalità possono anche essere causate da patologie neurologiche, che devono essere escluse.
La schizofrenia ha molti tratti in comune con il disturbo schizoide di personalità: oltre al ritiro sociale, vi sono altri elementi comuni, come, ad esempio, l’anedonia (l’incapacità di provare appagamento o interesse per attività comunemente ritenute piacevoli (come il cibo o il sesso), l’anaffettività, l’inadeguatezza interpersonale, ma in questo caso le capacità cognitive e logiche sono intaccate e, a differenza dello schizoide, il soggetto non è pienamente consapevole della realtà. Le caratteristiche sono comunque molto simili per questo le due patologie hanno in comune la medesima radice: il greco skizo, che significa “scissione”. In passato il disturbo schizoide di personalità è stato anche definito, impropriamente, “pre-schizofrenia”.

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Quali sono le cause del disturbo schizoide di personalità?
Allo stato attuale della ricerca scientifica, non esistono – per questa patologia – delle cause certe e specifiche. Alcune caratteristiche possono però essere certamente annoverate tra i possibili fattori di rischio: sembrano essere coinvolti fattori di vulnerabilità temperamentali presenti fin dall’infanzia come emozionalità ristretta, scarsa empatia, isolamento, stile deficitario nella comunicazione, sostanziale incapacità a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri. Tali caratteristiche hanno origine sia a livello di ereditarietà, sia a livello di ambiente.

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Il ruolo della madre nel disturbo schizoide di personalità
Fattori ambientali importanti alla base di questo disturbo di personalità sono ovviamente costituiti dalla famiglia e dai rapporti che il soggetto instaura con le figure genitoriali, in special modo con la figura materna. Gli schizoidi sono degli individui che, nella primissima infanzia, si sono visti mancare – o è stata molto scarsa – la componente affettiva soprattutto materna. Questo fa sì che il soggetto sviluppi una reazione di difesa istintiva: poiché da piccolo non ha avuto dalla madre quello di cui necessitava, cioè amore, comprensione, rispetto e valorizzazione, lo schizoide ha imparato ad instaurare relazioni superficiali con gli altri per non aver paura di subire di nuovo lo stesso allontanamento affettivo che ha subito dalla madre. Il risultato finale di questa paura è che l’individuo preferirà la solitudine alle relazioni, viste tendenzialmente appunto come false e instabili e inconsciamente pericolose. Tratti in comune sono presenti anche nella Sindrome da abbandono.

Quando si manifestano i primi sintomi del disturbo schizoide di personalità?
L’esordio del disturbo schizoide di personalità può verificarsi a qualsiasi età, anche se solitamente avviene nella prima infanzia o comunque entro l’inizio dell’età adulta.

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Quali sono le conseguenze del disturbo schizoide di personalità?
Le conseguenze più evidenti per chi presenta questo tipo di disturbo sono:

  • un eccessivo isolamento sociale, che può causare, oltre ad una totale assenza di amicizie, problemi e difficoltà sul luogo di lavoro;
  • possibilità di funzionare solo in spazi sociali molto ristretti e stabili;
  • difficoltà a rispondere appropriatamente ad eventi importanti della vita, reazione passiva alle circostanze avverse che porta quindi a subire anche situazioni indesiderate;
  • assenza di piacere e continua sensazione di vuoto interno e di un’esistenza priva di significato.

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Come si cura il disturbo schizoide di personalità?
L’obiettivo finale del trattamento è quello di migliorare la qualità di vita del paziente in accordo con le sue esigenze e tenendo conto delle sue difficoltà e priorità. La terapia di questo disturbo è molto difficile, in quanto chi ne è affetto non ne riconosce la necessità e raramente richiede aiuto, ciò rende anche difficile la diagnosi e quindi la terapia inizia solitamente molto tardi.
I trattamenti possibili sono diversi. Una terapia tipica è il trattamento cognitivo-comportamentale, esso è rappresentato da una psicoterapia individuale a lungo termine che miri ad individuare pensieri, emozioni e comportamenti disfunzionali che caratterizzano il soggetto.
Anche la terapia di gruppo può risultare utile: dopo un periodo di silenzio il paziente può lasciarsi coinvolgere ed i componenti del gruppo possono rappresentare il solo contatto sociale presente nella vita del soggetto schizoide.
Anche la terapia farmacologica è importante, spesso accostata alla psicoterapia. Si usano vari farmaci, decisi dal medico in base ad ogni singolo caso.

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Il nostro cervello è fatto al 75% di acqua…

MEDICINA ONLINE CERVELLO INTELLIGENZA IDEA STUDIOIl nostro cervello è fatto al 75% di acqua; per certe persone che conosco questa percentuale si avvicina decisamente al 100%. Anche a voi capita altrettanto?

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Vacanze al mare: cinque motivi per cui il tuo cervello è felice in acqua

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO MARE SPIAGGIA ESTATE CALDO NUOTARE COSTUME DA BAGNO PISCINA (8)Il mare vi è sempre piaciuto più di ogni altra cosa? Ogni estate siete pronti a trascorrere tutte le vostre vacanze a due passi dall’acqua? Vi sarà capitato, nel corso della vostra vita, di rinunciare a un soggiorno marittimo, magari per accontentare il vostro compagno o la vostra compagna e andare finalmente in montagna, o in quella capitale europea che ancora manca alla vostra lista. Bene, da oggi avete un’arma in più – un vero e proprio trattato – da usare a vostro vantaggio nel momento topico in cui si decide dove trascorrere le ferie. Il titolo è un po’ lungo, perché molte sono le prove scientifiche che l’autore, Wallace J. Nichols, porta a sostegno della sua tesi: andare al mare non solo fa bene, ma è necessario per la nostra mente. Il titolo, dicevamo: “Blue Mind: The Surprising Science That Shows How Being Near, In , On, Or Under Water Can Make You Happier, Healthier, More Connected, And Better At What You Do” (“Mente Blu: la scienza sorprendente che mostra come stare vicino, sopra, dentro o sotto l’acqua possa renderti più felice, più sano, più connesso e migliore in ciò che fai”). In una parola, come possa tirare fuori il meglio di te. Il volume raccoglie oltre dieci anni di ricerca scientifica che dimostrano come la vicinanza all’acqua stimoli il nostro cervello al rilascio di sostanze chimiche collegate alla felicità, come dopamina, serotonina e ossitocina.

Continua la lettura su https://www.huffingtonpost.it/2014/08/26/vacanze-al-mare_n_5716313.html

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Esibizionista, riservato, timido, narcisista: scopri quale “tipo da spiaggia” sei

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA MARE COSTUME ABBRONZATURA ESTATE CALDO SPIAGGIA BAGNO SOLE VACANZEOgnuno di noi ha un carattere che ci contraddistingue: quando andiamo in spiaggia ciò diventa particolarmente evidente. Nei vari gruppi che si vedono al mare è spesso abbastanza facile capire al volo chi è l’esibizionista del gruppo, chi è il timido, e chi è quello che vuole semplicemente stare “per i fatti suoi”.

E voi, che tipo da spiaggia siete?

1) LA RAGAZZA TRANQUILLA/RISERVATA

Chi è: ragazza tranquilla, va in spiaggia per rilassarsi e non le interessa fare nuove amicizie.
Dove si mette: sceglie posti defilati, spesso al margine esterno dello stabilimento.

Una persona non interessata alla “caccia” costruirà per sé un isolamento fisico marcato: sdraio vicino al limite dello stabilimento, auricolari, aspetto rilassato, occhi socchiusinessun segnale di disponibilità alla conversazione. Se è sola, è probabile che cerchi di occupare la sdraio vicina con una borsa o qualche oggetto: per creare una difficoltà in più a chi volesse sedersi accanto a lei, che dovrebbe chiederle di spostarlo. Non è del tutto isolata dal resto della spiaggia, ma – di fatto – ha eretto una vera e propria barriera tra lei e gli altri bagnanti.

2) LA RAGAZZA ESTROVERSA

Chi è: ragazza estroversa, in cerca di conoscenze.
Dove si mette: la si incontra lungo il passeggio centrale, dove può osservare più persone.

Una donna che vuole sedurre ha gioco facile in spiaggia. Una ragazza a caccia ha più possibilità di conoscere ragazzi più “sinceri” se sceglie una sdraio lungo la passerella centrale, dove può osservare i ragazzi che non sono ancora entrati nel personaggio. La zona del “bagnasciuga”, infatti, è anche scenograficamente simile a un palcoscenico (con le sdraio come platea), invece camminando lungo la passerella si è più spontanei, più inclini al sorriso sincero. La variante più “esibizionista” è invece spesso stesa sul lettino, vicinissima al bagnasciuga, non di rado in topless ed accanto al proprio ragazzo/amiche altrettanto esibizionisti.

3) IL CONTROLLORE DELLA SPIAGGIA

Chi è: spesso è un papà. Vuole proteggere i suoi figli e poter osservare tutto quello che avviene.
Dove si mette: sceglie la fila più lontana dalla battigia, senza sdraio alle spalle.

Ci sono poi dei tipi da spiaggia che cercano davvero poco l’interazione con gli altri. Il primo si potrebbe definire “il controllore”: di solito è un maschio adulto con figli, che non ama molto la spiaggia, specie se affollata, perché non gli permette di tenere costantemente sotto controllo la prole; ma, nello stesso tempo, è felice di portarvi i bambini che amano giocare all’aperto. Il suo luogo ideale è l’ultima fila, meglio se in posizione leggermente sopraelevata. Come da una postazione di vedetta, può controllare quello che succede in gran parte dello stabilimento: non perde di vista i figli e, nello stesso tempo, ha le spalle protette dal fatto che nessuno può sostare dietro di lui.

4) IL RAGAZZO ESTROVERSO

Chi è: non ha difficoltà a relazionarsi con gli altri, vuole conoscere persone.
Dove si mette: è sempre in prima fila, vicino al luogo dei giochi e degli incontri.

Un estroverso si trova a proprio agio nella prima fila, a pochi metri dalla battigia, da qui può seguire la parte più attiva della spiaggia, cioè lo spazio di chi entra in mare ridendo per l’acqua troppo fredda, delle passeggiate (specialmente ragazze!), dei gruppi di amici che giocano a palla. Una persona estroversa si piazza nel migliore punto di osservazione, pronto a cogliere i segnali di disponibilità degli altri per fare nuove amicizie.

5) IL “BRIATORE” (DEI POVERI)

Chi è: non ama mischiarsi con gli altri, resta sulla sua barca.
Dove si mette: mai in spiaggia. Dalla barca però “domina” (e si fa guardare) avvicinandosi alla riva.

In spiaggia spesso non ci va proprio: o, meglio, occupa il palcoscenico dalla posizione che gli permette il maggiore esibizionismo. È un’imitazione del “modello Briatore”, rigorosamente in barca, che si avvicina alle spiagge per farsi notare. Non mira a quelle più esclusive (si sentirebbe uno dei tanti e sa che sarebbe poco notato), ma mostra la propria “forza” al comando di un grosso motore, davanti a spiagge più popolari, dove sa che viene subito adulato ed invidiato (almeno questo è quello che pensa lui!). Non vuole mischiarsi con “il popolo della sabbia” e non accetta di dipendere dalla natura per spostarsi: non lo si vedrà tanto facilmente su una barca a vela.

6) IL “CRISTIANO RONALDO” DELLA SPIAGGIA

Chi è: tipo sportivo, dinamico, che punta molto sul proprio aspetto per farsi notare.
Dove si mette: dovunque può praticare sport: si incontra spesso sulla battigia, impegnato in giochi.

Il luogo dei giochi è anche, spesso, il preferito di chi ha la personalità del seduttore. Si posiziona sulla battigia, insieme al suo gruppo di amici di cui si sente il leader. Qui si mette in mostra, fa notare il proprio corpo, l’abbronzatura: spesso non va neppure ad attaccare discorso con le ragazze, si lascia ammirare per un po’, mostrando la propria leadership attraverso l’abilità con la palla… E’ proprio quel tipo che si lancia in rovesciate improbabili o che spara (inutili) pallonate al largo. E’ quello che a pallavolo cerca sempre la schiacciata, ed ogni tanto riesce ad esibirsi anche in qualche bel gesto atletico che farà finire la palla, guarda caso, vicino ad una bella ragazza.

7) IL TIPO TIMIDO

Chi è: timido, non ha voglia di conoscere nuova gente. Si isola anche dagli amici con cui è arrivato.
Dove si mette: al centro degli ombrelloni, per non essere notato, senza partecipare alle attività degli altri.

Sarà più probabile che un introverso occupi un ombrellone al centro dello stabilimento, lontano dal passeggio: magari indossando occhiali da sole, che lo aiutano a “schermarsi” dal mondo, e ascoltando musica con i propri auricolari: le sdraio intorno gli offrono una barriera fisica su tutti i lati, il che lo fa sentire protetto. Tende anche ad isolarsi dagli stessi amici del gruppo con cui è arrivato in spiaggia. Non vuole essere considerato asociale, ma – di fatto – si autoesclude dai suoi stessi amici.

8) L’INTROVERSO ESTREMO

Chi è: l’introverso “estremo” non parla, legge intensamente e non ama l’abbronzatura.
Dove si mette: sceglie un posto al centro, ma non lascia quasi mai l’ombra.

E’ una versione “estrema” del tipo precedente. Va in spiaggia quasi per necessità, stanco del “Ma non ti abbronzi nemmeno un po’ quest’anno?” di amici e parenti). Sceglie un posto totalmente all’ombra e spesso tiene la maglietta addosso. Si copre il corpo per comunicare indisponibilità e si mantiene protetto dal cono dell’ombrellone. Difficilissimo da coinvolgere in una conversazione, solitamente è geloso della privacy e concentrato nelle proprie letture, di solito colte.

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Difficoltà a dimagrire? Attenti allo stress: rallenta il metabolismo

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OBESITA GRASSO SOVRAPPESO DIETA DIMAGRIRE METRO ADDOME PANCIA GRASSOAvete presente quando non riuscite a smettere di mangiare, in genere porcherie ipercaloriche, perché siete stressate? Ecco, la fame nervosa potrebbe non essere l’unico legame che unisce stress e sovrappeso. Uno studio dell’americana Ohio State University, appena pubblicato su Biological Psychiatry, rivela che lo stress è un fattore che rallenta il metabolismo, quindi quando si mangia un pasto ipercalorico si fa più fatica a bruciarlo se si è stressati. Gli autori avvertono che i risultati sono validi solo per le donne, sulle quali sono stati compiuti esperimenti e misurazioni. Mentre per gli uomini, che hanno una maggiore massa muscolare, potrebbero non entrare in gioco gli stessi meccanismi.

Leggi anche: Fame nervosa: cause, sintomi e cure

A 58 donne con un’età media di 53 anni i ricercatori hanno chiesto di mangiare solo i pasti standardizzati forniti dal laboratorio per 24 ore e poi di digiunare per 12 ore prima di presentarsi per una visita che ne avrebbe verificato lo stato di salute mentale, i livelli di attività fisica e, tramite un’intervista, eventuali precedenti di depressione e presenza di fattori di stress nelle 24 ore precedenti allo studio vero e proprio. Nel corso di due incontri 31 donne hanno dichiarato di aver avuto almeno un episodio stressante prima della visita, e 21 prima di entrambe le visite. Nella maggior parte dei casi si era trattato di problemi interpersonali come litigi con colleghi o mariti, problemi con i bambini o problemi sul lavoro.

A questo punto a tutte è stato servito un pasto composto da uova, salsiccia, salsa e biscotti con un contenuto energetico approssimativo di 930 calorie e ben 60 grammi di grasso. I ricercatori hanno chiesto alle partecipanti di consumare il pasto in 20 minuti e per le successive 7 ore hanno misurato il tasso metabolico di ciascuna per 20 minuti ogni ora, grazie all’analisi del flusso di ossigeno e anidride carbonica inspirati ed espirati. “Misurando lo scambio di gas possiamo determinare il loro tasso metabolico: di quanta energia il loro corpo ha bisogno durante il periodo di misurazione”, spiega Martha Belury, professore di Nutrizione umana alla Ohio State e co-autrice dello studio.

“Le partecipanti bruciavano meno calorie nel corso delle 7 ore successive al pasto quando avevano avuto un fattore di stress nella propria vita il giorno precedente”, racconta Belury. Quanto meno? Per l’esattezza 104 calorie meno rispetto a quelle bruciate dalle donne non stressate, una differenza che può tradursi in un aumento di peso di quasi 5 kg in un solo anno.

Grazie a diversi prelievi del sangue effettuati nel corso della giornata è stato anche possibile seguire “cosa accadeva a livello metabolico dopo aver ingerito un pasto ad alto contenuto di grassi”, aggiunge Janice Kiecolt-Glaser, che insegna Psichiatria e Psicologia ed è autrice principale dello studio. Nelle donne stressate l’insulina raggiungeva un picco subito dopo il pasto e poi scendeva fino a raggiungere i livelli osservati nelle donne non stressate dopo circa un’ora e mezza. Più alti livelli di insulina contribuiscono allo stoccaggio del grasso e alla sua minore ossidazione. In pratica ostacola la trasformazione delle grandi molecole di grasso in molecole più piccole che possono essere utilizzate come carburante dall’organismo. Tutto il grasso che non è bruciato viene immagazzinato e contribuisce all’aumento di peso.

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Gli autori hanno valutato anche il ruolo di una passata depressione sul funzionamento del metabolismo delle donne analizzate e hanno appurato che questa da sola non influisce sul tasso metabolico, ma combinata allo stress comporta un maggiore innalzamento dei trigliceridi dopo il pasto. Alti livelli di questi grassi nel sangue rappresentano un rischio cardiovascolare. L’abbinata di una passata depressione con recenti episodi stressanti sembra quindi essere la combinazione peggiore.

“Sappiamo che non sempre possiamo evitare i fattori di stress nella nostra vita”, chiosa Belury, “ma una cosa che possiamo fare per prepararci a questa eventualità è avere cibi sani a portata di mano nel frigo e nell’armadietto dell’ufficio. Così quando quei fattori di stress entrano in gioco, possiamo mangiare qualcosa di sano invece di rivolgerci a più comode ma molto più caloriche alternative”.

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Lo staff di Medicina OnLine

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