Cosa sono le cure palliative? L’obiettivo di questo trattamento non è la guarigione in sé ma il miglioramento della qualità della vita del paziente così come della sua famiglia. Nel momento in cui quindi non si può più incidere sul decorso della malattia, vengono attivate queste misure, utili al paziente quanto a coloro che gli sono vicini, tra cui i caregiver. Vogliamo quindi approfondire il significato di cure palliative, in cosa consistono e quando diventano la Continua a leggere
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Fibrosi polmonare idiopatica: sintomi, progressione e cure
Il termine “fibrosi polmonare” comprende una serie di malattie in cui avviene una produzione eccessiva di tessuto cicatriziale che si insinua tra gli alveoli che può indurre una fibrosi. Questa può esser provocata ad esempio dall’inalazione di polveri, gas tossici o vapori, ma anche da infezioni, radiazioni o dall’assunzione di determinati farmaci. Tuttavia, ancora oggi causa di una fibrosi polmonare su due è resta sconosciuta (idiopatica): per questo viene denominata fibrosi polmonare idiopatica (abbreviato IPF, dall’inglese idiopathic pulmonary fibrosis). E’ una malattia particolarmente subdola: può essere ignorata per anni. I sintomi si manifestano solo quando ormai i polmoni sono già molto lesionati: si tratta per lo più di tosse secca e dispnea da sforzo.
Qual è la causa di questa malattia?
La IPF è fondamentalmente una malattia cronica rara, non contagiosa: studi recenti evidenziano una frequenza da 6 a 20 casi ogni 100’000 individui. Generalmente la malattia viene diagnosticata più spesso negli uomini che abbiano superato i 50 anni d’età. L’IPF si manifesta più frequentemente in alcuni gruppi familiari, quindi probabilmente i fattori genetici giocano un ruolo importante. La scienza ritiene comunque che nei pazienti affetti da IPF la rigenerazione del tessuto nei polmoni sia pregiudicata. I processi di riparazione sono compromessi e possono condurre alla cicatrizzazione del tessuto. Si tratta di un processo molto complesso che la ricerca non è ancora in grado di spiegare.
Come viene diagnosticata la IPF?
La IPF per lo più viene ignorata a lungo. I sintomi più frequenti sono tosse secca e dispnea, inizialmente sotto sforzo, in seguito anche allo stato di riposo. Nel momento in cui tali disturbi si manifestano, la malattia è già a uno stadio avanzato. La diagnosi deve essere confermata di regola in collaborazione tra pneumologi, patologi e radiologi: il test di funzionalità polmonare valuta l’efficienza dell’apparato respiratorio. Gli esami clinici e la TAC (tomografia assiale computerizzata) ad alta risoluzione confermano o meno la diagnosi. Gli pneumologi riconoscono l’immagine clinico-radiologica della fibrosi polmonare: la tipica «struttura a nido d’ape» nel tessuto. A seconda dei casi si richiede anche una broncoscopia, un esame endoscopico dei polmoni al fine di prelevare piccoli frammenti di tessuto. Se sono state escluse le altre cause note di fibrosi polmonare, si è in presenza di una IPF.
Come progredisce la IPF?
Il processo fibrotico con ispessimento dell’interstizio, provoca progressivo irrigidimento del polmone e perdita di elasticità. A causa di questo irrigidimento, respirare diventa più faticoso. Con il passare del tempo il tessuto cicatrizzato, privo di funzione, sostituisce il tessuto polmonare sano. Il volume dei polmoni diminuisce e il normale passaggio dell’ossigeno nel sangue diventa sempre più difficile. Le persone colpite soffrono di una dispnea che si aggrava progressivamente e di tosse secca. La IPF può progredire molto rapidamente: la durata media di sopravvivenza dopo la diagnosi è di varia dai 3 ai 5 anni, tuttavia si è a conoscenza di decorsi anche più lunghi.
Quali sono le terapie disponibili?
Le lesioni del tessuto polmonare sono irreversibili. I farmaci o altre misure terapeutiche impiegate attualmente possono rallentare solo in parte il processo di cicatrizzazione. I ricercatori ripongono molte speranze nei farmaci antifibrotici di nuova generazione, che evidentemente possono rallentare o arrestare il processo solo parzialmente. D’altro canto non si conoscono altri risultati dopo tanti anni di ricerca. Riguardo al trattamento si cerca di alleviare i disturbi, le complicazioni possibili ed evitare l’insorgere di malattie connesse. La terapia respiratoria e di movimento, nell’ambito di una riabilitazione polmonare, gli esercizi di rilassamento e la riduzione dello stress possono migliorare la qualità della vita dei pazienti. Nel corso della malattia, sovente è necessario l’apporto straordinario di ossigeno. Eventualmente, nei casi gravi, è necessario ricorrere al trapianto polmonare.
A che punto è la ricerca?
La ricerca è costantemente impegnata a decifrare i processi. Stiamo individuando sempre più tessere del complesso mosaico di questa malattia. Nel frattempo sono stati scoperti segnali e messaggeri chimici che conducono alla cicatrizzazione del polmone. In quest’ottica si cercano nuovi spunti per altre terapie. Sono inoltre in corso una moltitudine di studi che si spera portino a nuove conoscenze e possibilità terapeutiche. È auspicabile una terapia mono farmacologica o combinata che migliori la prospettiva di guarigione di questa malattia per ora ancora fatale.
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Miodesopsie (mosche volanti): come fare per eliminarle
Come si possono trattare le miodesopsie?
Purtroppo non esistono in commercio farmaci specifici per le miodesopsie. Una volta appurato, tramite visita medica, che non vi siano alla base complicanze più importanti, è possibile seguire sostanzialmente due strade: l’intervento laser o la vitrectomia.
Il trattamento con lo Yag Laser è quello preferibile quando i floaters (nome inglese delle miodesopsie che si riferisce al loro fluttuare all’interno dell’occhio) sono visibili e sufficientemente distanti dalla retina e dal cristallino. Si tratta di un intervento semplice e non doloroso, della durata variabile tra i 10 ed i 30 minuti, dopo il quale il paziente può riprendere le sue normali attività sportive o lavorative.
Vi sono tre tecniche adoperate per eliminare le miodesopsie con l’utilizzo del laser:
- La vaporizzazione consiste nel colpire con il laser le fibrille che compongono i corpi mobili, trasformandoli così in gas. Nel caso di distacco posteriore di vitreo si ha un anello ialino che risponde molto bene a questo trattamento.
- La delocalizzazione si effettua tagliando superiormente i sottili filamenti che tengono il corpo mobile in posizione. Come risultato, il corpo mobile cadrà verso il basso, non interferendo più nella visione.
- L’assottigliamento è la tecnica preferenziale quando i corpi da eliminare sono multipli, fibrosi e difficili da vaporizzare. Quando si localizzano, ad esempio, anche un centinaio di corpi mobili, diventa impossibile effettuare un elevato numero di spot laser per non surriscaldare troppo il vitreo. Si cerca quindi di diradare i corpi mobili.
Spesso può essere necessario più di un trattamento per ottenere un risultato ottimale ed è importante ricordare che lo scopo di questa procedura è quello di eliminare le opacità del vitreo, non di rimuoverlo.
La vitrectomia è una tecnica di micro-chirurgia oftalmica grazie alla quale viene rimosso, parzialmente o totalmente, l’umore vitreo dell’occhio. Viene utilizzata come terapia in diverse patologie oculari, quando il corpo vitreo è danneggiato irrimediabilmente e non è più trasparente e consiste nell’aspirazione dell’umore vitreo tramite l’inserimento di microsonde all’interno del bulbo oculare, di diametro estremamente esiguo, dell’ordine di 0,4 millimetri. L’operazione può essere eseguita in anestesia locale o generale con una durata variabile a seconda della gravità del problema ed il recupero post-operatorio richiede circa 24 ore. In seguito il paziente dovrà comunque seguire accorgimenti come l’instillazione di specifici colliri, determinate posture per il sonno e l’evitare sforzi e traumi.
Valutare con il proprio oculista i pro ed i contro è importante per arrivare alla migliore scelta terapeutica.
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Artrite reumatoide: stadiazione, decorso e trattamenti
Prima di iniziare la lettura, per meglio comprendere l’argomento trattato, vi consiglio di leggere prima questo articolo: Artrite reumatoide: sintomi iniziali, cause, cure e mortalità
Lo stato dell’artrite reumatoide può essere identificato analizzando il tipo di lesioni sul paziente:
- Stadio 1: È presente un infiltrato di linfociti CD4+ e macrofagi, si notano macroscopicamente tumefazioni simmetriche, non c’è arrossamento, ci sono sintomi sistemici e noduli reumatoidi. In circolo si rileva aumento degli indici di flogosi e del fattore reumatoide
- Stadio 2: Si nota flogosi e proliferazione sinoviale ed endoteliale (neoangiogenesi e formazione del panno sinoviale), il versamento si vede in ecografia come zone ipoecogene; al contrario le zone iperplastiche sono iperecogene. Inoltre sono presenti erosione dell’osso, riassorbimento della cartilagine e rottura dei tendini. Le alterazioni ossee si vedono in radiografia e ancora meglio in ecografia. Da questo stadio l’iperplasia sinoviale è irreversibile.
- Stadio 3: Si rilevano deformazioni ossee, lussazioni e fibrosi evidenti.
Il decorso è assai vario e caratterizzato generalmente da fasi di esacerbazione e remissione. Esistono forme più lievi che rispondono bene alla terapia e forme gravi che decorrono senza fasi di remissione, portando a quadri gravi di anchilosi e impotenza funzionale; in molti casi la malattia è grave non perché metta in pericolo la vita ma perché, impedendo il corretto uso degli arti e soprattutto delle mani, è assai invalidante. Chi ne è colpito può trovare difficoltà non soltanto nell’attività lavorativa ma anche nella cura della propria persona. Tra i fattori prognostici più sfavorevoli vi sono: gli alti titoli di FR, la presenza di noduli o danni vasculitici nonché la scarsa risposta alla terapia.
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Trattamenti
Il trattamento dell’Artrite Reumatoide si basa sull’uso di immunosoppressori, come il methotrexate o la leflunomide; in casi particolari si possono utilizzare anche idrossiclorochina, ciclosporina, sulfasalazina. È previsto inoltre l’uso di cortisone a cicli nelle fasi di maggiore attività di malattia, ad esempio all’esordio o nei flare, per ottenere più rapidamente la risposta clinica, e di FANS per il controllo del dolore. Nei casi non responsivi agli immunosoppressori o in pazienti con malattia particolarmente aggressiva è possibile utilizzare i farmaci biologici, anticorpi monoclonali o recettori che bloccano molecole dell’infiammazione (es anti-TNFalpha, anti-IL6, anti-IL1) o cellule dell’infiammazione come i linfociti B (anti-CD20) e i linfociti T (CTLA4).
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Cure palliative: cosa sono ed a che servono?
Una terapia si definisce “palliativa” (in inglese “palliative care“) quando non va direttamente a curare la causa della patologia, bensì si occupa di alleviare i sintomi che essa procura al paziente, dando la possibilità a quest’ultimo di godere della migliore qualità di vita possibile, specie in caso di malattia terminale, cioè una malattia che non può essere curata e che condurrà il paziente a morte in un tempo variabile.
Le terapie palliative si distinguono quindi fortemente dalle terapie eziologiche:
- terapia eziologica: cura le cause dirette della malattia ed è in grado di far guarire il paziente;
- terapia palliativa: cura i sintomi causati dalla malattia, assicura una migliore qualità di vita al paziente ma non è in grado di guarirlo.
Il paziente sotto cura palliativa riceve farmaci e si sottopone a terapie per controllare il dolore (terapia del dolore) e altri sintomi come la costipazione, la nausea e i problemi respiratori. Il paziente terminale – e la sua famiglia – riceve inoltre supporto psicologico e spirituale, in modo da non dover affrontare da solo un momento tanto difficile.
Leggi anche:
- Che significa malattia terminale?
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Chi si occupa delle cure palliative?
Le cure sono fornite grazie al contributo decisivo di medici, infermieri, psicologi, fisiatri; e associazioni di volontari specializzate che forniscono assistenza umana ed altamente professionale h24, festivi inclusi, insieme a materiale sanitario quali “aste” per flebo e materassini con lettino anti-decubito, utili in questo tipo di pazienti che sono nella maggioranza di casi allettati.
Obiettivo delle cure palliative
Obiettivo principale delle cure palliative è dare senso e dignità alla vita del malato fino alla fine, alleviando prima di tutto il suo dolore, e aiutandolo con i supporti non di ambito strettamente medico. Questo tipo di medicina non è solo una semplice cura medica, ma può favorire un percorso di riconciliazione e pacificazione rispetto alla vita del malato e delle persone che gli stanno attorno.
Le cure palliative:
- danno dignità al malato;
- affermano il valore della vita, considerando la morte come un evento naturale;
- non prolungano né abbreviano l’esistenza del malato;
- provvedono al sollievo dal dolore e dagli altri sintomi;
- considerano anche gli aspetti psicologici e spirituali;
- offrono un sistema di supporto per aiutare il paziente a vivere il più attivamente possibile sino al decesso;
- aiutano la famiglia dell’ammalato a convivere con la malattia e poi con il lutto.
“Tu sei importante perché sei tu e sei importante fino alla fine”
Frase della dottoressa Cicely Saunders, la prima a concepire gli Hospice come luogo e metodo di trattamento dei malati e delle malattie terminali.
Per approfondire, leggi:
- Assistenza del malato terminale e della sua famiglia: introduzione
- Controllo dei sintomi del malato terminale: dolore, dispnea, anoressia, perdita di appetito
- Controllo dei sintomi del malato terminale: nausea, vomito, stipsi, piaghe, confusione
- Assistenza del malato terminale: depressione, stress, afflizione
- Paziente terminale: problemi finanziari, etici e legali
- Paziente terminale: segnali di morte imminente e gestione della famiglia
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- Differenza tra fonendo, fonendoscopio, stetoscopio e stetofonendoscopio
- Esame obiettivo: come si fa l’ispezione ed a cosa serve?
- Palpazione nell’esame obiettivo: cos’è ed a che serve?
- Esame obiettivo: cos’è la percussione e perché si fa?
- Cosa sente chi è in coma?
- Stadiazione e classificazione TNM: cancro curabile o terminale?
- Differenza tra tumore benigno, maligno, neoplasia, cancro e metastasi
- Differenza tra adenocarcinoma e carcinoma con esempi
- Esperienze di pre-morte: uno scherzo del cervello o la prova che esiste il paradiso? Finalmente sappiamo la risposta
- Quando il paziente deceduto “resuscita”: la Sindrome di Lazzaro
- Differenza tra cancro e carcinoma con esempi
- Stomie: cosa sono, a che servono, quanti tipi esistono?
- Differenza tra ipertrofia muscolare sarcolplasmatica e miofibrillare
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- Differenza tra morte corporale e secunda
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Che significa malattia terminale?
Con “malattia terminale” si intende una patologia, come ad esempio un tumore maligno (cancro) metastatico, in cui il team di medici che segue il paziente capisce che non c’è più alcuna possibilità per impedire la progressione della malattia e quindi il decesso – in tempi variabili, solitamente alcuni mesi – del paziente. In questi casi la terapia eziologica (cioè quella che cura le cause che determinano la malattia) non è più necessaria e quindi viene interrotta, come anche vengono interrotti gli esami, specie se invasivi: cioè non significa ovviamente che il paziente viene lasciato solo. Si iniziano speciali protocolli di cure palliative, a tale proposito leggi: Cure palliative: cosa sono ed a che servono?
Alcune persone trascorrono gli ultimi giorni o mesi di vita a casa, mentre altri vengono ricoverati in ospedale o in strutture apposite, in entrambi i casi, però, i pazienti e le loro famiglie possono ricorrere a strutture e servizi in grado di accompagnarli nel loro percorso medico, psicologico e spirituale: tali servizi, ad esempio, sono disponibili presso gli hospice. In Italia circa 250 000 persone sono oggetto ogni anno di cure palliative, due terzi sono affetti da tumori maligni, un terzo da malattie degenerative croniche.
Per approfondire, leggi:
- Assistenza del malato terminale e della sua famiglia: introduzione
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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