Vuoi vivere fino a 140 anni? Fai come il popolo degli Hunza

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaSmettere fumare Dimagrire vivere 140 anni popolazione Hunza

Vivono ai piedi della catena dell’Himalaya, in una valle al nord del Pakistan, al confine con la Cina, e sono famosi in tutto il mondo per la loro longevità e il loro perfetto, quanto singolare, stato di salute: sembra non si ammalino mai. Vivono in media ben oltre i 100 anni, secondo alcune fonti arrivando perfino a 140 anni, gli uomini lavorano nei campi anche quando sono ultracentenari, hanno figli oltre i 70 anni, godono di un’ottima salute che li rende praticamente immuni da malattie, dalle semplici febbri fino ad arrivare a quelle degenerative, neurologiche o al cancro.

Sono gli Hunza, popolo misterioso, già oggetto di studi fin dal periodo della colonizzazione inglese di questa porzione di Asia. Un medico scozzese, Mec Carrison, accettò il posto di medico nelle Indie britanniche proprio per conoscere questa popolazione e il suo segreto di lunga vita, rimanendo sbalordito di fronte alla capacità degli Hunza di lavorare senza stancarsi, coltivando la terra o arrampicando in montagna, con carichi di pesi sulle spalle, o ancora di percorrere fino a 200 km in un solo giorno senza apparentemente affaticarsi. Tutte doti che li hanno resi famosi e particolarmente ricercati come portatori di carichi pesanti durante le spedizioni sull’Himalaya.

Il loro segreto? Nel suo libro “Gli Hunza” Ralph Bircher cerca di spiegare i motivi di tale longevità, da attribuirsi soprattutto allo stile di vita, basato su un’alimentazione vegetariana, frutto solo delle proprie coltivazioni. Questo popolo himalayano sembra infatti aver rifiutato il progresso tecnologico: si cibano (a volte molto poco, specie nel periodo invernale, quando il cibo scarseggia e arrivano a fare anche digiuni di una settimana) prevalentemente di miglio, orzo, grano saraceno, frutta, germogli di piselli, noci, legumi lessati, verdure come spinaci, rape e pomodori. Nella loro dieta rientrano anche formaggi (ma solo freschi o fermentati), pochissima carne e praticamente nessun condimento.

Tra i segreti della longevità degli Hunza ci sarebbe anche la particolare acqua alcalina che bevono: diversi studi hanno appurato che l’acqua bevuta da questa popolazione ha un elevato pH, con notevole potere antiossidante e un elevato contenuto di minerali colloidali, che renderebbero più sopportabile anche il digiuno.

Anche ai piedi dell’Himalaya, però, sta arrivando il progresso e, nonostante il rifiuto da parte del popolo Hunza, qualcuno ha iniziato ad introdurre anche tipici prodotti industriali, dalla farina 0 impoverita, allo zucchero bianco raffinato, al sale sbiancato chimicamente. Secondo alcuni esperti, i primi segni di questa “globalizzazione” si starebbero già vedendo, dalla comparsa della carie alle prime patologie cardiovascolari. Colpa di quello che qualcuno chiama “inquinamento evolutivo”?

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Perché gli uomini vivono meno delle donne?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaSmettere di fumare Dimagrire uomini vivono meno delle donneSecondo stime Istat del 2010, la vita media degli italiani è di 84,4 anni per le donne e di 79,2 anni per gli uomini. Le femmine storicamente hanno sempre vissuto più dei maschi, e non soltanto per quanto riguarda la specie umana: lo sapevate che anche nel mondo animale le femmine hanno vita più lunga? Ma per quale motivo avviene questo fenomeno? No, non voglio essere maschilista, tuttavia aprendo i libri di storia del primo anno del liceo un motivo mi appare subito evidente: il lavoro. Nel periodo preistorico è l’uomo a cacciare la selvaggina, a compiere le mansioni più rischiose, a combattere le guerre tra le varie tribù, a difendere la comunità dagli animali feroci, ad esplorare zone impervie alla ricerca di cibo e materie prime. Ovviamente ciò ha determinato una aspettativa di vita minore nell’uomo, tuttavia tutto ciò non basta a spiegare il divario tra i due sessi. Si sono fatte varie ipotesi a riguardo.

Colpa degli ormoni?

Alcuni studi sembrano indicare che una delle cause sia da ricercare negli ormoni sessuali maschili: sarebbero questi a far si che il “sesso forte” sia più vulnerabile alle malattie. Secondo uno studio condotto sui membri della corte imperiale di Chosun, che regnò in Corea dal 1392 al 1910, ad accorciare la vita sono gli ormoni sessuali maschili. Dall’analisi dei registri di corte si è infatti visto che gli eunuchi vivevano dai 14 ai 19 anni di più degli uomini non castrati, pur conducendo una vita simile.

Stili di vita

Oggi, all’origine della diversa aspettativa di vita contribuiscono però senz’altro anche gli stili di vita. Gli uomini infatti fumano generalmente di più, mangiano peggio, vanno meno dal medico e svolgono lavori più pericolosi.

Colpa dei geni?

L’equipe guidata dal professor Tomohiro Kono dell’Università dell’Agricoltura di Tokyo e dal suo collega Manabu Kawahara del Laboratorio di Ricerca e Sviluppo Animale della Saga Univesity ha creato in laboratorio femmine di topo usando il materiale genetico di due madri, quindi senza intervento maschile, scoprendo che queste «super femmine» hanno vissuto una media di 186 giorni in più rispetto ai topi nati da un tradizionale mix di geni materni e paterni.

Colpa dei mitocondri?

Una ricerca pubblicata su Current Biology da scienziati dell’università australiana di Monash, dà la colpa della minore longevità mascile alle mutazioni dei geni dei mitocondri, organuli che convertono grassi e zuccheri in energia nelle cellule. Studiando i moscerini della frutta, gli scienziati hanno scoperto come le variazioni del Dna mitocondricale incidano sull’invecchiamento precoce e sull’aspettativa di vita media dei maschi, mentre non hanno nessun effetto negativo sulle femmine.
Queste mutazioni si trasmettono di generazione in generazione solo negli individui maschili, accumulando così tutti i difetti che incidono sulla salute e quindi sulla longevità. Infatti, a differenza di tutte le altre coppie di geni di cui i figli ne ricevono metà dal genitore maschio e metà dalla madre, quelle dei mitocondri sono ereditati interamente dalla parte femminile. Significa che i mitocondri affetti da mutazioni genetiche dannose per l’uomo, ma ininfluenti per la donna, non vengono filtrati dalla selezione naturale (perché trasmessi solo dal genitore femmina), propagando l’imperfezione a tutta la progenie maschile.

Cari uomini, consoliamoci però con un fatto: gli uomini vivono meno delle donne, ma sono sani più a lungo (leggi l’articolo cliccando qui).

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L’uomo più grasso del mondo pesa 368 kg

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Dimagrire Keith Martin uomo più grasso mondoVi siete mai chiesti chi sia l’uomo più grasso del mondo e quanto pesi? Visto che Paul Mason, l’uomo che fino a qualche mese fa era il più grasso del mondo coi suoi 440 kg, ora ha perso 300 kg, il nuovo non invidiabile record oggi appartiene a Keith Martin, quarantaduenne di nazionalità inglese. La sua “dieta” è veramente assurda, pensate che la sua colazione prevede minimo otto hot dog solo per colazione. Il suo peso è di 368 kg, e proprio per questo non può assolutamente muoversi dal letto.

Un primato che però disprezza Sua maestà, proprio perché grava diverse migliaia di sterline che vengono investite puntualmente ogni mese per prestargli assistenza. Infatti, quest’uomo ha bisogno di ben 18 persone intorno a sé, tra i quali troviamo infermieri, assistenti e personale dell’ambulanza per spostarlo da una parte all’altra dell’ospedale. La sua storia è veramente drammatica, pensate che da quando è morta sua madre e lui era ancora un adolescente, è iniziato il suo travaglio. Le sue foto sono state pubblicate in anteprima dal Daily Mail. Martin è residente ad Harlesden, a nord di Londra. Viene visitato almeno due volte al giorno da altri quattro assistenti, ed inoltre tre volte a settimana quattro infermiere lo vanno a lavare e a monitorare la sua salute, infatti il suo cuore ed altri organi sono messi a rischio dal suo incredibile peso.

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Paul Mason era l’uomo più grasso del mondo, ora ha perso 300 kg

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PAUL MASON Medicina Estetica Riabilitazione Nutrizionista Dieta Grasso Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Seno Luce Pulsata  Macchie Cutanee Pene Capillari Pressoterapia Massaggio Linfodrenante.jpg

Si chiama Paul Mason e fino a pochi mesi fa era l’uomo più grasso del mondo. Dopo essersi sottoposto ad un intervento chirurgico è passato dal pesare 440 kg a 158 kg, ma i problemi per lui non sembrano essere ancora finiti. L’inglese di 51 anni è riuscito a dimagrire così tanto grazie ad un intervento di bendaggio gastrico che ha ridotto notevolmente la grandezza del suo stomaco, oltre che a una dieta ferrea. Il problema ora, come si può ben vedere dalla foto in alto, è rappresentato dalla pelle in eccesso che potrà essere rimossa non prima che il suo peso si sia stabilizzato definitivamente.

Quando è iniziato ad ingrassare Mason arrivava ad ingerire circa 20.000 calorie al giorno, quasi dieci volte la quantità indicata per un uomo. I disturbi alimentari, legati alla perdita del padre quando aveva 20 anni, lo hanno portato ad un peso spropositato e per trasportarlo in ospedale sono dovuti intervenire i vigili del fuoco. Dopo aver tirato giù la facciata della sua casa, hanno issato Mason con una gru e lo hanno accompagnato alla clinica per l’operazione. Al Daily Mail si è detto molto felice di essere riuscito a tornare in possesso della propria vita, e guardando le immagini che ci mostrano com’era e com’è, non gli si può certo dare torto.

E quindi, ora che Mason ha perso il suo record, chi è l’uomo accreditato come essere il più grasso al mondo? Scopritelo cliccando su questo link!

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Daniel, il papà che ha il singhiozzo da 14 mesi

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OSPEDALE ANAMNESI ESAME FONENDOSCOPIOA tutti è capitato un singhiozzo durato tanto, ma quel che è successo a Daniel Clavin, è incredibile. Nel 2012 il 37enne originario di Roscommon, in Irlanda, ha preso parte all’addio al celibato di un amico e la mattina successiva si è alzato dal letto con un fastidioso singhiozzo, che 14 mesi dopo non è ancora passato. Ha provato qualsiasi rimedio, ma nulla: è ancora lì, con il classico “hic” che gli compare mediamente ogni sette secondi. Il singhiozzo a volte è talmente forte che a Daniel viene il vomito, farlo svenire o svegliarlo di notte mentre dorme. Anche la moglie Susan è esasperata da questa situazione, che però non ha alcuna cura medica specifica. Tutti i medici che lo hanno visitato, non hanno infatti trovato alcun sistema per eliminare il problema.

Daniel, in un video su You Tube, ha dichiarato: «Mi sono alzato con il singhiozzo dopo un addio al celibato dove avevo sì bevuto più del solito, soprattutto birra e superalcolici, ma niente di straordinario e da allora questo incubo mi sta rovinando la vita. Ci sono giorni peggiori di altri e in quelli dispari i singhiozzi spariscono, ma a volte sono così violenti da bloccarmi la respirazione per 30 secondi. Ho imparato a controllarli e a mascherarli in qualche modo, ma quando smetto di pensarci, ecco che ritornano e anche se cerco di restare ottimista e positivo, ho ormai raschiato il barile delle soluzioni e anche gli stessi dottori non sembrano sapere più cosa fare».

Il singhiozzo prolungato di Daniel, potrebbe purtroppo essere forse la spia di una patologia, che potrebbe essere anche grave, come varie forme di cancro cerebrale e la malattia di Parkinson.

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Lo sapevi che sei 11 cm più alto del tuo bisnonno?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO MARE RELAX DONNA LEGGE LIBRO CURIOSITA RIVISTA STORIAL’Europa è nel pieno di una bufera economica di cui parleranno i libri di scuola dei nostri nipoti e di cui siamo malvolentieri gli attori principali. Lungi dal cauto ottimismo che mostrano i nostri governanti negli ultimi giorni, io penso che purtroppo l’economia italiana non navigherà in buone acque per ancora molto tempo. Perdonate il pessimismo. L’Europa intera economicamente cresce poco ma, almeno dal punto di vista dell’altezza media dei maschi, la crescita è invece elevatissima.

Leggi anche: Quanto è alto l’uomo più alto del mondo?

Tanti centimetri in più per gli europei

Gli uomini del Vecchio Continente infatti hanno guadagnato circa 11 centimetri sui propri bisnonni in poco meno di un secolo, probabilmente grazie alle migliori condizioni economiche e di salute di cui può godere. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Oxford Economic Papers e coordinata da Timothy Hatton, docente di Economia presso la University of Essex.
Il paragone è stato fatto sugli uomini di ventun’anni, mentre le donne non sono considerate nella ricerca perché non esistevano per loro dati raccolti invece per il servizio militare maschile.

Leggi anche: Quanto è alto l’uomo più basso del mondo?

La ricerca

Gli studiosi hanno analizzato le informazioni raccolte tra il 1970 e il 1980 suragazzi di 21 anni provenienti da 15 diversi Stati europei: Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, raggruppati nel Nord; Austria, Belgio, Germania, Gran Bretagna e Irlanda, il Centro, e Francia, Italia, Grecia, Portogallo e Spagna, il Sud. In tutte e tre le regioni considerate è stata osservato l’aumento dell’altezza media di circa un centimetro ogni decennio, in maniera diversa ma sempre superiore alle variazioni registrate in Africa, America Latina e Asia nello stesso periodo.

Leggi anche: L’altezza media mondiale nel 2017 di maschi e femmine [TABELLA]

L’Italia in ritardo

Nel Nord e nel Centro dell’Europa la statura è aumentata molto più rapidamente nel periodo tra le due guerre mondiali e la Grande Depressione del 1929, mentre nel Sud Europa (che include la nostra Italia) l’aumento è stato sostenuto dopo la Seconda Guerra Mondiale. La differenza sarebbe causata dagli eventi con cui un bambino si trova ad avere a che fare nei primi due anni di vita: nei Paesi del Nord, l’aumento dei redditi e le misure sociali sono arrivate qualche decennio prima rispetto al Sud e questo spiegherebbe il ritardo con cui, anche nel nostro Paese, gli uomini sono diventati più alti.

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L’ictus cerebrale che ti condanna ad essere felice per sempre

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Lo strano caso dell’ictus cerebrale che ti condanna ad essere felice perIl signore che vedete qui sopra raffigurato si chiama  Malcolm Myatt, è nato in Inghilterra 68 anni fa ed è camionista in pensione. Perchè sia diventato un caso medico famoso è presto detto: è sempre contento. E non è un modo di dire. Da quando lo ha colpito un ictus nel 2004, che ha compromesso la sensibilità della parte sinistra del suo corpo, il signor Malcolm non è più grado di provare il sentimento della tristezza. E non perché sia ottimista o stupido: semplicemente nel suo cervello, e in particolare nel lobo frontale che controlla le emozioni, lo choc della malattia ha “cancellato” la possibilità fisiologica di provare tristezza. Nella sfortuna, il signor Myatt – ribattezzato dai giornali Mr. Happy – è stato fortunato: pensate se avesse perso per sempre la possibilità di essere felice…

Continua la lettura su https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/13_agosto_13/gb-dopo-ictus-mai-triste_b3474f1e-03fa-11e3-b7de-a2b03b792de4.shtml

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Esperienze di pre-morte: uno scherzo del cervello o la prova che esiste il paradiso? Finalmente sappiamo la risposta

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Dieta Peso Dietologo Nutrizionista Roma Cellulite Sessuologia Ecografie DermatologiaSmettere fumare Esperienze pre morte

Una scena tratta da “Coma profondo” film con Michael Douglas del 1978 diretto da Michael Crichton tratto dal romanzo Coma di Robin Cook.

Le esperienze di pre-morte, anche note come NDE (acronimo per l’espressione inglese Near Death Experience, a volte tradotto in italiano come “esperienza ai confini della morte“) sono esperienze vissute e descritte da soggetti che, a causa di malattie terminali o eventi traumatici, hanno sperimentato fisicamente la condizione di coma, arresto cardiocircolatorio e/o encefalogramma piatto, senza tuttavia giungere fino alla morte.

Le caratteristiche comuni nelle esperienze di pre-morte

I soggetti reduci da tali fenomeni, una volta riavutisi, hanno raccontato di aver vissuto esperienze le quali, confrontate tra loro, risultano sempre connotate da numerosi elementi comuni:

  • l’ineffabilità, o l’estrema difficoltà nel poter descrivere la propria NDE e soprattutto lo stato di benessere vissuto;
  • la sensazione “fisica” di trovarsi fuori dal proprio corpo con la capacità di guardare il proprio corpo “dall’esterno”
    (in caso di morti violente o improvvise), l’assistere, come se si fosse una terza persona, alla constatazione della propria morte da parte di chi sopraggiunge;
  • l’attraversamento di una sorta di “tunnel” buio in fondo al quale si intravede distintamente una luce;
    lo sperimentare una sensazione di grande pace e tranquillità fuori dallo spazio come lo conosciamo e soprattutto fuori dal nostro concetto di -tempo-;
  • la “revisione” di tutti gli istanti della vita terrena vissuta. Tale revisione viene descritta con difficoltà in quanto avverrebbe in maniera totale permettendo la visione contemporanea di ogni episodio della vita (anche dimenticato, anche relativo ai momenti immediatamente successivi della propria nascita);
  • l’incontro con “altri esseri”: qualche volta definiti come spiriti sconosciuti, qualche volta persone care che hanno preceduto nella morte;
  • l’incontro con il grande “Essere di Luce” che viene descritto come una Fonte di Amore Totale e Incondizionato difficile da tradurre in parole;
  • l’arrivo di un determinato momento (ma non vi è il tempo) o “confine” che impedisce di proseguire oltre il viaggio/esperienza con la conseguente consapevolezza di dover “tornare indietro”;
  • il ritorno alla vita accompagnato da un sentimento di malinconia e/o rimpianto per non essere potuti rimanere nell’aldilà;
  • il timore di riferire l’esperienza vissuta ad altri per paura di non essere creduti ma contrastato dal desiderio di farlo come doverosa condivisione di qualcosa di estremamente prezioso e importante;
  • una volta “rientrati in vita” scompare il timore della morte ora vista come un felice passaggio ad una realtà superiore;
  • vengono modificati anche i valori sui quali la vita viene vissuta ponendo come essenziale scopo dell’esistenza l'”armonia” e l'”amore” per tutti gli esseri.

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Le ipotesi

  • Teorie scientifiche: mettono in relazione il fenomeno con peculiari alterazioni transitorie di tipo chimico, neurologico o biologico, tipicamente presenti nel corpo umano in condizioni particolari come quelle prima descritte, quali l’ipercapnia ovvero l’impiego di farmaci.
  • Teorie metafisiche e soprannaturali: collegano le esperienze di pre-morte a una sorta di presa di contatto anticipata con l’aldilà, durante la quale il soggetto ha modo di sperimentare direttamente la separazione fra anima e corpo e la sopravvivenza dell’anima come entità spirituale, rispetto alle spoglie mortali.

La risposta della scienza

La scienza ha compiuto da poco, grazie ad uno studio statunitense, un nuovo passo verso la spiegazione scientifica: le esperienze di pre-morte sembrano essere dovuti all’attività elettrica del cervello, che continua ad essere molto ben organizzata anche nei primissimi istanti dopo la morte clinica. È quanto affermano alcuni ricercatori dell’Università del Michigan in uno studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia delle scienze americana, Pnas.

Lo studio

Con un semplice elettroencefalogramma i ricercatori hanno analizzato le attività cerebrali di nove ratti anestetizzati e sottoposti ad arresto cardiaco indotto. Entro i primi 30 secondi dopo l’arresto cardiaco, in cui il cuore smette di battere e il sangue smette di fluire verso il cervello, in tutti i ratti è stata riscontrata una diffusa sovratensione transitoria di attività cerebrale altamente sincronizzata tipica di un cervello altamente eccitato, conscio. Comportamenti identici sono stati osservati anche nei ratti sottoposti ad asfissia. «La previsione che avremmo trovato alcuni segni di attività cosciente nel cervello durante l’arresto cardiaco, è stata confermata con i dati» scrive Jimo Borjigin, professore di fisiologia molecolare e integrativa e di neurologia all’Università del Michigan e coautore dello studio.

Il livello di coscienza

«Siamo stati sorpresi però – aggiunge un altro firmatario, l’anestesista George Mashour – dagli alti livelli di attività. In effetti i segnali elettrici ci indicano che il cervello ha una attività elettrica ben organizzata durante la fase iniziale di morte clinica. Questo ci suggerisce che nello stato di pre-morte esiste un livello di coscienza che normalmente si trova in una condizione di veglia». È la prima volta che viene indagata la condizione neurofisiologica del cervello immediatamente dopo l’arresto cardiaco. Una persona è definita clinicamente morta quando il suo cuore smette di battere, ed è questo il momento in cui molti dei pazienti sopravvissuti raccontano di aver percepito una luce in fondo al tunnel o di aver rivisto la propria vita scorrergli davanti. «Questo studio ci dice che la riduzione di ossigeno o di ossigeno e glucosio durante l’arresto cardiaco è in grado di stimolare l’attività cerebrale che è una caratteristica dell’elaborazione cosciente. Esso offre anche il primo quadro scientifico – conclude Borjigin – per le molte esperienze di pre-morte riportate da pazienti sopravvissuti all’arresto cardiaco».

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