Differenza tra palatoschisi, labbro leporino e labiopalatoschisi

MEDICINA ONLINE LINGUA BOCCA FRENULO ANATOMIA FISIOLOGIA ORAL TONGUE LABIOSCHISI LABBRA LEPORINO GENGIVE DENTI MANDIBOLA MASCELLA PAPILLE GUSTATIVE GUSTO CIBO FONAZIONE GLOSSODINIA PALATO SCHISILa palatoschisi è una malformazione del palato, che si presenta come una fenditura più o meno estesa della parte anteriore del palato duro.

 

 


MEDICINA ONLINE LINGUA BOCCA FRENULO ANATOMIA FISIOLOGIA ORAL TONGUE LABIOSCHISI LABBRA LEPORINO GENGIVE DENTI MANDIBOLA MASCELLA PAPILLE GUSTATIVE GUSTO CIBO FONAZIONE GLOSSODINIA PALALa labioschisi, o cheiloschisi comunemente chiamata “labbro leporino”, è invece una malformazione del labbro superiore. Nella foto vediamo un bimbo con labioschisi, prima e dopo l’intervento chirurgico correttivo.

 

 


 

MEDICINA ONLINE LINGUA BOCCA FRENULO ANATOMIA FISIOLOGIA ORAL TONGUE LABIOSCHISI  LABBRA LEPORINO GENGIVE DENTI MANDIBOLA MASCELLA PAPILLE GUSTATIVE GUSTO CIBO FONAZIONE GLOSSODINIA PALATO SCHISI.jpgQuando la fenditura tipica di una palatoschisi prosegue coinvolgendo anche il labbro superiore si parla di cheilognatopalatoschisi o labiopalatoschisi.

 

 

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Labbro leporino (cheiloschisi): tipi, cause, problematiche e cure

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Labioschisi prima e dopo l’intervento chirurgico correttivo

La cheiloschisi, comunemente chiamata “labbro leporino” nella sua forma che interessa il labbro superiore, è una malformazione della bocca che si manifesta mediamente in un neonato ogni 800. Può colpire la zona labiale, nasale e in alcuni casi anche la zona gengivale o del palato. Esistono diverse classificazioni di tale malattia, dalle più leggere alle più invasive. La malformazione si forma in gravidanza a causa di una cattiva o assente coesione del tessuto cartilagineo sotto la fossa nasale. I bambini affetti possono essere curati con la chirurgia, ma nei primi anni di vita, possono mostrare problematiche nel parlare o mangiare, in casi più gravi anche nella respirazione.

Classificazione

La cheiloschisi si suddivide in tre diverse categorie secondo la zona che colpisce.

  • La labioschisi, comunemente chiamata con il termine “labbro leporino”, interessa la zona superiore della bocca, è causata dalla mancata saldatura delle tre parti dell’embrione del labbro superiore. Può essere più lieve, colpendo la prima parte del labbro o più aggressiva andando a raggiungere la prima parte della narice.
  • La palatoschisi è una malformazione che interessa esclusivamente il palato. Può colpire solo il palato molle o solo il palato duro colpendo la parte anteriore degli incisivi. C’è una sottospecie di palatoschisi chiamata schisi sottomucose, dove la zona colpita è la muscolatura sottostante la mucosa, che non è saldata.
  • La labiopalatoschisi consiste nell’unione di palatoschisi e labioschisi, può colpire la zona mascellare, nasale o creare anomalie dentali. Può essere unilaterale o bilaterale. Unilaterale è quando il labbro si divide in due parti, bilaterale quando il labbro presenta due fessure e quindi si suddivide in tre parti.

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Eziologia

Le cause della cheiloschisi possono essere due: ereditarietà o influenza di fattori esterni. Il 20% dei bambini è affetto da cheiloschisi a causa di ereditarietà, uno o più membri familiari possiedono la stessa patologia, mentre l’80% è stato causato da fattori esterni come fumo, alcol, infezioni o farmaci.

Etiopatogenesi

Il processo di etiopatogenesi varia in base alla causa della patologia. Quando il feto è colpito da infezioni virali, quali la rosolia, la toxoplasmosi, ipo o ipervitaminosi, si infetta nelle prime dodici settimane di gravidanza. Mentre un problema secondario emerso negli ultimi anni è la mancanza di acido folico nel feto, può essere causato da una dieta trascurata da parte della madre ed è particolarmente frequente nei paesi del terzo mondo, dove l’alimentazione è scarsa; o può essere ereditario, quando il feto presenta problemi di mancanza dell’acido.

Embriologia

La formazione della bocca inizia tra la 5ª e la 7ª settimana di gravidanza. Il processo incomincia con la formazione del labbro superiore con la congiunzione di tre strutture: due processi laterali mascellari e un processo fronto-nasale. Dai due processi laterali si formano le parti latistanti del labbro superiore e l’arcata alveolo-gengivale, dal processo fronto-nasale si formano la premaxilla e la parte mediana del labbro. La malformazione nasce in questo punto del processo a causa del mesoderma che non si margina correttamente nella struttura ectodermica già fissata regolarmente. Terminato il processo di formazione del labbro superiore si congiunge il palato, che ha origine da tre strutture e si suddivide in due parti; palato primario e palato secondario. Il palato primario chiamato anche premaxilla è posto davanti agli incisivi e si origina nel processo fronto-nasale. Il palato secondario si estende dal forame incisivo fino all’ugola e si forma fra la 7ª e la 9ª settimana di gravidanza dall’unione dei due processi mascellari, detti anche palatini. I processi mascellari si congiungono alla linea mediana della premaxilla e al setto nasale.

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Epidemiologia

La malattia si sviluppa mediamente in un neonato ogni settecento nascite. Il sesso femminile è più propenso a sviluppare la labioschisi, il virus colpisce il labbro e, dipendentemente dall’individuo, il palato a un bambino su due bambine. Il sesso maschile è più incline a sviluppare la palatoschisi, il virus prende il palato escludendo il labbro a una bambina ogni due maschi. La malformazione è maggiormente diagnosticata in Asia e in Africa, dove l’igiene in gravidanza e la cura della madre sono minori.

Diagnosi

La cheiloschisi è una malformazione visibile a occhio nudo. La diagnosi viene effettuata a partire dalla dodicesima settimana quando l’embrione è abbastanza sviluppato. Il feto è controllato con le normali visite ginecologiche, per questo motivo è fondamentale per la salute del bambino la frequenza costante dal medico ginecologo.

Problematiche

I neonati affetti dalla cheiloschisi non presentano unicamente problemi fisici ma anche legati all’alimentazione, allo sviluppo dell’udito, della dentatura, alla comunicazione orale.

Allattamento

I neonati affetti da palatoschisi e labiopalatoschisi, a differenza di quelli affetti da labioschisi, hanno problemi durante l’allattamento. A causa della cavità presente nel palato i neonati non sono in grado di suzzare il capezzolo. Il medico chirurgo e il medico ortodontico possono munire il bambino di un tiralatte, un biberon particolare o delle placche che aiutano il neonato a succhiare il latte. Le placchette vengono incollate con lo stesso materiale delle dentiere, possono essere applicate sin dalla nascita e devono essere controllate periodicamente.

Alimentazione

A causa dell’apertura al palato durante l’ingerimento i liquidi e il cibo rischiano di passare nella trachea dalla bocca al naso. Per evitare questo sono stati inventati ciucci e biberon che bloccano il solco deviando il cibo verso l’esofago. Alcuni bambini portano un palato artificiale per mangiare senza problemi in attesa dell’operazione.

Infezioni uditive

I bambini con questa malformazione sono ad alto rischio d’infezioni alle vie uditive. La malformazione porta con più facilità a una produzione di un fluido all’interno delle orecchie che causa un’infezione. Se non curata, l’infezione può causare la perdita dell’udito. I neonati affetti da questa patologia devono portare dei tubi nell’apparato uditivo che aiuti il drenaggio del liquido. Le vie uditive devono essere controllate una volta l’anno.

Problemi nel parlare

Alcuni neonati presentano problemi nel parlare. La voce diventa nasale e possono esserci problemi nel comprendimento. A volte questi problemi possono essere risolti con la chirurgia, altre volte la famiglia è tenuta a recarsi dal medico logopedista.

Problemi alla dentatura

I neonati affetti possono avere problemi con la formazione della cresta alveolare. Essa è la parte superiore della gengiva che contiene i denti. La malformazione della cresta alveolare può influire sulla formazione della dentatura. I bambini con questo problema possono mostrare anomalie ai denti: rotazioni, malformazioni, mancanze o presenze extra di denti permanenti. Questi difetti possono essere curati con trattamenti ortodontici o con operazioni al cavo orale.

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Terapia

L’unica terapia attualmente esistente per il labbro leporino è la chirurgia. La prima operazione viene fatta durante il terzo mese d’età. Il processo è lungo è avviene attraverso varie sedute di rimodellamento. Nel corso della terapia, se la malformazione comprende anche il palato, può essere necessaria l’applicazione di una protesi. Quando il caso è lieve e non va a comportare seri problemi alla salute del bambino, il medico chirurgo può lasciare la scelta dell’operazione ai genitori. Al termine del trattamento i risultati sono sempre eccelsi, saranno presenti le cicatrici post-intervento.

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Palato: anatomia, funzioni e patologie più diffuse in sintesi

MEDICINA ONLINE WOMAN GIRL LIPS BEAUTIFUL SMILE WHITE TEETH DENTI BIANCHI LABBRA SORRISO RISO DONNA VISO VOLTO CARIE TARTARO PLACCA DENTIFRICIO COLLUTORIO SPAZZOLINO PULIZIA CLEANING WALIl palato è la parete superiore della cavità orale. È costituito nei 2/3 anteriori dal palato duro e nel terzo posteriore dal palato molle. Queste due porzioni normalmente sono scarsamente distinguibili alla vista, anche se il palato molle è più vascolarizzato e quindi può apparire di colore rosso più intenso, sono invece ben distinguibili al tatto.

Palato duro

Il palato duro una formazione osteo-fibro-mucosa, in quanto è costituito dai processi palatini dell’osso mascellare, dalle lamine orizzontali delle ossa palatine e da un rivestimento muco-periostale molto resistente. Il piano osseo è a volta, i cui bordi sono ancorati ai bordi delle emiarcate alveolari del mascellare; la conformazione di tale volta è variabile a seconda di età, sesso, conformazione del massiccio facciale e dallo sviluppo delle fosse nasali. In particolare, se il soggetto presenta fossi nasali strette avrà un palato ogivale, in caso di fosse nasali larghe il palato sarà più spianato e con distanza tra le due emiarcate superiori aumentata. La mucosa si presenta di colore rosa pallido, lungo la linea mediana si apprezza il rafe palatino che anteriormente termina con la papilla incisiva; da tale papilla e dal tratto anteriore del rafe si dipartono dei rilievi pleiomorfi chiamati rughe palatine, che rendono la superficie del palato duro anteriore alquanto irregolare. Tale irregolarità ha come fine l’agevolazione del processo della masticazione. La superficie posteriore appare liscia e regolare, ad un maggior ingrandimento si notano piccole crestoline da cui sboccano i dotti escretori delle ghiandole palatine.

Struttura del palato duro

La mucosa è di tipo masticatorio, ossia coperta da un epitelio pavimentoso pluristratificato cheratinizzato, la tonaca propriapresenta una tessitura di tessuto connettivo denso, con numerose e alte papille in corrispondenza dell’interfaccia con l’epitelio (circa 150 per mm quadrato). La tonaca propria è strettamente adesa al sottostante periosteo soprattutto lungo la linea mediana grazie a robusti tralci fibrosi, e l’adesione è talmente forte da rendere impossibile la scollatura dei due strati e da rendere indistinguibile la tonaca propria dalla sottomucosa; più perifericamente, cioè vicino ai processi alveolari, poggia su uno strato cellulo-adiposo nel cui contesto corrono vasi e nervi del palato. Nei 2/3 posteriori del palato duro sono presenti le ghiandole mucose palatine.

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Vasi e nervi del palato duro

La vascolarizzazione è assicurata dall’arteria palatina maggiore e dall’arteria nasopalatina, l’innervazione invece dal nervo palatino anteriore e dal nasopalatino, entrambi rami della branca mascellare del trigemino.

Palato molle

Il palato molle ha la funzione di isolare la cavità orale dalla rinofaringe durante la deglutizione, poiché il suo ricco corredo muscolare lo rende particolarmente mobile. Detto anche velo palatino, è una lamina muscolo membranosa distinta in due porzioni:

  • una orizzontale, naturale continuazione del palato duro
  • una verticale, terminante con un margine libero

La porzione orizzontale fa parte della volta della cavità orale e ne costituisce il terzo posteriore, il passaggio da palato duro a molle non è molto demarcato, anche se si nota per un colore più intenso (per la maggior vascolarizzazione) e per la presenza di un epitelio più sottile. La porzione verticale presenta una superficie concava anteriormente e leggermente a sella rovesciata. Il margine libero presenta una piccola prominenza carnosa chiamata ugola al centro, ai due lati si inarca e si sdoppia in due pieghe chiamati pilastri palatini anteriore e posteriore o pilastri palatoglosso e palatofaringeo. Tali pilastri delimitano la fossa tonsillare in cui è accolta la tonsilla palatina.

Muscoli del velo palatino

Sono presenti cinque muscoli pari.

  • Muscolo tensore del velo palatino: Origina dalla fossetta scafoidea, dalla superficie antistante al foro ovale e dalla lamina laterale della cartilagine tubarica; le sue fibre procedono da tale origine verso il basso e in avanti lungo la lamina mediale del processo pterigoideo dello sfenoide e si espande quindi sull’aponeurosi palatina. La sua contrazione determina un’estensione del palato, importante per la modulazione della voce.
  • Muscolo elevatore del velo palatino: nasce dalla faccia inferiore della piramide del temporale in prossimità dell’apice, decorre sulla parete laterale della faringe e raggiunge il palato molle per espandersi sulla superficie dorsale dell’aponeurosi palatina ed entrare in rapporto col muscolo controlaterale. La sua contrazione determina il sollevamento del palato molle.
  • Muscolo Azygos: nasce dalla spina nasale posteriore e decorre ai lati della linea mediana dell’aponeurosi palatina e termina sulla punta dell’ugola. La sua contrazione determina una contrazione dell’ugola.
  • Muscolo palatoglosso: nasce dalla faccia anteriore dell’aponeurosi palatina, decorre nello spessore del pilastro palatino anteriore e raggiunge la radice della lingua dove le sue fibre in parte si accompagnano alle fibre del muscolo stiloglosso e in parte con le fibre del muscolo trasverso. La sua contrazione restringe l’istmo delle fauci.
  • Muscolo palatofaringeo: origina dalla superficie dorsale dell’aponeurosi palatina con due fasci che confluiscono verso il margine postero laterale del palato, da cui scendono lateralmente e dietro la tonsilla palatina e terminano in parte sul margine posteriore della cartilagine tiroide e in parte dalla tonaca fibrosa della parete laterale della faringe. La contrazione determina un accorciamento della faringe.

Struttura del velo palatino

La mucosa del versante orale caratterizzata da un epitelio pavimentoso pluristratificato non cheratinizzato con presenza di alcune gemme gustative e da una tonaca propria ricca di ghiandole, fibre elastiche, con numerose papille. Lo strato muscolaredal corpo del muscolo palatoglosso. L’aponeurosi palatina è lo scheletro fibroso del palato molle ancorato anteriormente al margine posteriore della volta del palato duro e ai lati agli uncini dei processi pterigoidei dello sfenoide, indietro si perde nello spessore dei muscoli cui fa da inserzione.

Vasi e nervi del velo palatino

La vascolarizzazione è assicurata dall’arteria palatina discendente (ramo della mascellare interna) e dall’arteria palatina ascendente (ramo dell’arteria facciale). L’innervazione sensitiva è fornita dai rami del nervo sfenopalatino, quella motrice dal trigemino, dal facciale e dall’accessorio del vago tramite il plesso faringeo.

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Funzioni del palato

Il palato molle è dotato di una ricca e complessa mobilità grazie alla sua componente muscolare, e interviene in due processi complessi: la deglutizione e la fonazione. Durante la deglutizione svolge la propria funzione con due azioni:

  • La formazione del bolo alimentare, grazie alla contrazione dei muscoli palatoglossi che spingono la radice della lingua contro il margine libero del velo palatino creando una barriera contro la quale il bolo viene compattato e modellato per essere deglutito.
  • Il passaggio del bolo nel cavo faringeo, tramite l’azione dei muscoli elevatori del palato e dei muscoli palato-faringei che sollevano il velo palatino e lo addossano alla parete posteriore della faringe chiudendo le coane nasali, impedendo che il bolo possa risalire in esse. Contemporaneamente grazie ad altri gruppi muscolari la laringe sale verso l’alto e viene chiusura della stessa grazie all’epiglottide: in tal modo il bolo scende nell’esofago.

Quanto alla fonazione il palato molle interviene indirizzando il flusso d’aria in uscita dalla laringe o verso le coane o verso la cavità orale, con una gamma di movimenti di abbassamento e sollevamento che vanno da un minimo di sollevamento nella emissione delle vocali A e O e al massimo di sollevamento per la vocale I. Per le consonanti nasali si ha invece il massimo dell’abbassamento. In caso di paralisi dei muscoli del velo palatino (es.: in caso di difterite) la voce diventa nasale e durante la deglutizione di liquidi avviene il rigurgito di questi nelle cavità nasali.

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Esoftalmo: cause, sintomi, diagnosi, terapie, decompressione orbitaria

medicina online esoftalmo cause sintomi terapie occhio sporgente immagini foto.jpgL’esoftalmo è una condizione in cui l’occhio (il bulbo oculare) diventa sporgente rispetto alla sua normale posizione (ossia “protrude”). L’esoftalmo si distingue dalla proptosi (quando il bulbo è spinto in avanti e in basso): quest’ultima condizione interessa in genere un solo occhio ed è causata generalmente da processi proliferativi all’interno dell’orbita (ad esempio, da tumori). L’esoftalmo si distingue inoltre dall’enoftalmo, condizione caratterizzata dallo spostamento del bulbo oculare verso l’interno, in profondità rispetto alla sua condizione normale.
Esiste, inoltre, uno “pseudoesoftalmo” caratterizzato da una protrusione del bulbo, causato dall’aumento della lunghezza del bulbo stesso; per esempio nella miopia elevata, nel glaucoma congenito con buftalmo (occhio grande sporgente) oppure dopo numerosi interventi di indebolimento dei muscoli dell’occhio, sempre finalizzati alla correzione dello strabismo.

Fisiopatologia

L’occhio è situato nell’orbita, formata da pareti ossee che – se integre – non sono in grado di deformarsi; ogni aumento di volume del contenuto orbitario e, quindi, anche del bulbo oculare stesso, fa sì che si abbia uno spostamento del suo contenuto in avanti.
La normale posizione dell’occhio è data dalla sua grandezza, dal volume dell’orbita, dai muscoli extra-oculari e dal grasso retro-orbitario. Le variazioni di questi parametri determinano l’esoftalmo quando si ha una protrusione in avanti, mentre si ha l’enoftalmo quando si ha una retrazione del bulbo oculare.

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Cause e fattori di rischio

Tra le cause che possono creare esoftalmo riconosciamo tutte le alterazioni che creano un aumento di volume del contenuto orbitario. Si possono classificare in: cause tumorali (crescita di una massa nella cavità orbitaria); infiammatorie (l’edema dato dall’infiammazione aumenta il volume dei tessuti), l’infiammazione può essere dovuta a cause fisiche, infettive o traumatiche; alterazioni vascolari come la fistola carotido-cavernosa.
Tale alterazione è caratterizzata da un’anomala comunicazione tra la carotide interna (arteria che dal collo si porta all’interno del cranio) e il seno cavernoso (canale venoso che passa attraverso una della ossa craniche); la caratteristica di questo esoftalmo (come pure di quello legato ad un aneurisma del seno cavernoso) è la pulsatilità. La spinta sistolica (quando il cuore si contrae e pompa il sangue) fa sì che il maggior volume di sangue arrivi al seno cavernoso e tale aumento di volume si riflette sulla posizione dell’occhio, che seguirà ritmicamente le pulsazioni del cuore aumentando durante la fase sistolica e diminuendo durante la diastolica (quando il cuore si rilassa). Lo “pseudotumor orbitario” (infiltrazione e proliferazione di cellule non neoplastiche) può causare l’insorgenza di un esoftalmo nell’arco di 2-3 settimane. Tra le cause più frequenti che possono determinare l’esoftalmo c’è il morbo di Basedow la cui causa è l’ipertiroidismo. Si ha un aumento del volume dei muscoli dell’occhio a causa dell’edema e del grasso retro-bitario, che genera un esoftalmo (in genere bilaterale) oltre ad altri segni caratteristici della patologia, come l’alterata cinesi palpebrale al movimento degli occhi.

Sintomi e segni

L’esoftalmo è esso stesso un segno, anche se spesso – se molto lieve – è praticamente impossibile da vedere all’esame obiettivo ed è quasi sempre asintomatico, cioè il paziente non ha alcun sintomo. Se la protrusione diventa più importante, si possono determinare dei sintomi correlati soprattutto al fatto che sono disallineati i due assi visivi, il che dà origine alla diplopia. Per approfondire, leggi: Diplopia (visione doppia) improvvisa: cause, stress, test, cura, guarigione

La dislocazione dell’occhio può essere tale da far sì che le palpebre non abbiano la lunghezza sufficiente a coprire l’occhio, soprattutto nella parte centrale, determinando una cheratite da esposizione; questo comporta seri danni corneali e congiuntivali, fino a pericolose ulcerazioni che possono compromettere la funzione visiva e provocare forti dolori al paziente.

Leggi anche: Ptosi palpebrale congenita, monolaterale, improvvisa, cura ed intervento

Diagnosi

Si esegue tramite oftalmometro, che consente di valutare il grado di sporgenza dell’occhio rispetto allo zigomo. La tomografia computerizzata e la risonanza magnetica consentono di diagnosticare con maggior certezza la presenza dell’esoftalmo e sono indispensabili per la valutazione delle alterazioni anatomiche che lo causano. Qualora non vi siano masse (tumorali, vascolari, ecc.), la causa deve essere ricercata – il più delle volte – in uno scompenso tiroideo (sono pertanto necessari test della funzionalità della tiroide). Infine, di fondamentale importanza è l’ecografia oculare, che consente la valutazione dello stato dei muscoli extraoculari e degli altri tessuti molli orbitari.

Terapie

La terapia mira ad eliminare l’alterazione che ha causato l’esoftalmo. Fondamentale è la cura e la preservazione di un adeguata copertura della superficie oculare per evitare che la cornea rimanga scoperta dalle palpebre; ciò si attua con sostituti lacrimali (lacrime artificiali) molto densi che possano permanere sulla cornea e, nel caso di disepitelizzazione o cheratite da esposizione, iniziare prontamente una terapia antibiotica per evitare complicazioni infettive.
Fondamentale è controllare la funzionalità del nervo ottico, che potrebbe subire delle compressioni da parte della massa infraorbitaria.
Qualora l’esoftalmo dovesse rimanere anche dopo la risoluzione della patologia che lo ha generato si può prendere in considerazione l’intervento definito di “decompressione orbitaria”: consiste nell’aumentare il volume dell’orbita andando a ridurre il volume della parete mediale e di quella inferiore (che formano la scatola orbitaria); tale aumento è relativo al numero di pareti che vengono interessate dal trattamento chirurgico.

Quando serve la decompressione orbitaria

Soprattutto in caso di patologia tiroidea e, in generale, si deve effettuare l’intervento chirurgico quando si ha una otticopatia rapidamente progressiva, cioè quando la compressione orbitaria crea dei danni al nervo ottico che possono causare la perdita irreversibile della funzionalità visiva.

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Che fare?

L’esoftalmo può essere causato da molteplici fattori il cui approccio è spesso plurispecialistico, così come lo è il suo trattamento. Appena si avverte un cambiamento della posizione degli occhi o di esoftalmo o di enoftalmo bisogna subito ricorrere all’oculista, che dovrà approfondire la diagnosi con altri specialisti per determinarne la causa e possibilmente rimuoverla.

Come viene valutato?

L’entità della sporgenza dell’occhio viene misurata in millimetri con un apposito strumento (chiamato “esoftalmometro di Hertel”). Lo strumento viene poggiato sui bordi orbitari esterni e, in questo modo, viene fatta collimare sul piccolo specchio l’immagine degli apici corneali contro una scala millimetrata.
L’esame oftalmologico prevede, inoltre, l’osservazione del malato, che deve essere posto sullo stesso piano dell’osservatore (oculista) per valutare la direzione dell’esoftalmo, la sua unilateralità o bilateralità, la presenza di segni di accompagnamento tipo lo strabismo, la ptosi (abbassamento della palpebra), aspetti anomali delle palpebre (tipo cicatrici, edema) o della congiuntiva (iperemia, dilatazione abnorme dei vasi).
Inoltre, è importante, esaminare, con la palpazione, il bordo orbitario per individuare eventuali masse che spingono il bulbo ed, eventualmente il carattere pulsante della massa. Ovviamente non si può prescindere da un esame oftalmologico che comprende la misurazione dell’acuità visiva, l’esame del segmento anteriore dell’occhio (per valutare una eventuale sofferenza corneale), l’esame del fondo oculare e la valutazione della motilità oculare.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Dove si trovano le corde vocali: anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE CORDE VOCALI POLIPI NODULI GRANULOMI VOCE LESIONE PARLARE FONAZIONE LOGOPEDIA NERVI RICORRENTI LARINGE FARINGE GOLA DOVE SONO ANATOMIA A CHE SERVONO.jpgLe corde vocali (tecnicamente chiamate pliche vocali) sono lembi tendinei che, con il passaggio dell’aria, vibrano generando la voce ed è grazie a loro che parliamo e produciamo suoni. L’organo è costituito da uno scheletro cartilagineo e da un certo numero di muscoli oltre che da legamenti, fasce connettive, mucose ecc.

Nella laringe esiste un restringimento che conduce alla glottide rima glottidea: qui la mucosa si solleva d’ambo i lati in due spesse pliche trasversali che vanno, da avanti in dietro, dalla base dell’epiglottide ai processi vocali delle aritenoidi. Le due superiori si dicono corde vocali false, le due inferiori corde vocali vere labbra vocali. Fra le prime (meno sporgenti verso la linea mediana della glottide) e le seconde, si trovano i seni ventricoli di Morgagni: essi lasciano spazio sufficiente alle corde per vibrare e producono un secreto che inumidisce la mucosa laringea.

Nelle corde vere le fibre elastiche del derma, molto sviluppate, formano fasce compatte, cuneiformi in sezione trasversale, ricoperte da epitelio piatto. Nelle false, tale tessuto è meno abbondante e la mucosa è ricca di tessuto adenoide, più copioso alla superficie dei ventricoli e nella faccia postero-inferiore dell’epiglottide. Le corde vere sono estensibili e retrattili senza lasciar pieghe e conservano regolari i margini liberi destinati a vibrare per la corrente espiratoria.

Dalla loro inserzione anteriore nella tiroide, fino ai processi vocali delle aritenoidi, le corde limitano la rima vocale legamentosa della glottide, che nell’uomo adulto è lunga 17-18 mm., nella donna 12-13. Il segmento posteriore della glottide, lungo 7-8 mm., limitato dai margini mediali delle basi delle aritenoidi, si dice rima respiratoria intercartilaginea.

Sulle corde vere la mucosa s’assottiglia e aderisce saldamente e sul margine libero si fa bianca, semi-trasparente; al di sotto ritorna ordinaria e si perde in quella tracheale. Sotto la membrana limitante, coperta dall’epitelio, sono disposte numerose ghiandole, varie per grandezza.

Elemento importantissimo delle corde vocali vere sono alcuni fasci muscolari, che fanno parte della muscolatura intrinseca della laringe, il compito dei quali è d’allargare e restringere la glottide, tendere o rilasciare le corde.

La dilatazione della glottide ha per ordegni precipui i due crico-aritenoidei (postici), i quali determinano la rotazione delle basi delle aritenoidi intorno al loro asse verticale e quindi l’abduzione delle corde, la dilatazione della glottide (funzione respiratoria della laringe). La loro paralisi produrrà dispnea inspiratoria per strettura abnorme della rima glottica, ma non notevole disturbo di fonazione.

Il restringimento della glottide (adduzione delle corde) è determinato: a) dall’aritenoideo trasverso, che fa scivolare verso la linea mediana le basi delle aritenoidi; b) dai tiro-ariepiglottici e dai tiro-aritenoidei esterni, che, con l’aritenoideo trasverso, costituiscono una specie di sfintere della laringe: i due primi, dal punto d’attacco alla faccia interna della tiroide, dirigono le fibre in dietro, attraversano obliquamente le facce posteriori delle aritenoidi decussandosi sulla linea mediana, decorrono lungo la plica ari-epiglottica e si fissano alla base dell’epiglottide; i secondi dalla parte inferiore dell’angolo interno dello scudo tiroideo si dirigono in dietro e in alto verso i processi muscolari aritenoidei; c) dal crico-aritenoideo laterale, che decorre obliquamente da dietro in avanti e dall’alto in basso, in direzione antagonistica a quella del crico-aritenoideo posteriore.

La tensione delle corde è effettuata: a) dai crico-tiroidei retti e obliqui, che nel contrarsi diminuiscono la fessura esistente in avanti fra tiroide e cricoide, elevando la parte anteriore della cricoide (la più mobile) verso il margine antero-inferiore della tiroide spostabile meno facilmente e abbassando il castone cricoideo e perciò le aritenoidi, che vi sono sovrapposte; b) dalla sinergia dei genio-ioidei e tiroidei, i quali sollevando la tiroide rendono più efficace l’azione rotatoria dei crico-tiroidei intorno all’asse trasverso delle articolazioni crico-tiroidee.

Il rilasciamento delle corde è passivo, quando cessano d’agire i tensori: fatto coordinato in modo automatico alla fase inspiratoria del torace; attivo per i tiro-aritenoidei interni, che accompagnano le corde dall’angolo interno tiroideo ai processi vocali: nel contrarsi in toto avvicinano i processi vocali alla tiroide, rilasciano quindi le corde. In essi W. F. Ludwig distingue due porzioni: una ari-tiroidea già nota, l’altra ari-vocale (muscolo di Ludwig). Il tratto ari-vocale, dall’estremo inferiore della faccia anteriore dell’aritenoide decorre in fasci paralleli verso la membrana vocale, in cui termina da dietro in avanti: le fibre più brevi immediatamente davanti al processo vocale, le più lunghe presso la tiroide.

Ci sono differenze tra le corde vocali nell’uomo e nella donna? La lunghezza delle corde vocali è anatomicamente prestabilita, circa 2-3 cm, tuttavia nell’uomo esse sono generalmente più lunghe del 30% rispetto a quelle della donna e ne risulta una maggiore profondità della voce maschile, mentre le corde vocali femminili sono più sottili e ne consegue una voce più acuta. Per quel che riguarda la formazione di suoni articolati, partecipano attivamente sia le corde vocali come strumenti di produzione di suoni, sia le vie aeree superiori e i seni paranasali come cassa di risonanza, sia la cavità orale come strumento di modulazione dei suoni.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Test di Romberg: cos’è, a che serve, come si esegue

MEDICINA ONLINE Test di Romberg cos'è, a che serve, come si esegue

Il Test di Romberg è un esame diagnostico comunemente adoperato in Neurologia e Otorinolaringoiatria su pazienti che lamentano disordini dell’equilibrio o instabilità (atassia).

Come si esegue il Test di Romberg e cosa indica?

Il medico chiede al paziente di stare in piedi a talloni uniti, con le braccia distese ai fianchi o distese di fronte a se. La posizione deve essere mantenuta per 30 secondi a occhi aperti. Se il paziente riesce a mantenere la posizione e l’equilibrio con gli occhi aperti, si esclude l’atassia cerebellare. Successivamente il paziente deve mantenere la stessa postura per altri 30 secondi, questa volta con gli occhi chiusi. Nel caso in cui il paziente tendesse a barcollare fortemente o cadere nei primi 30 secondi, il test è da intendersi positivo ed indirizza l’esaminatore verso una diagnosi di ATASSIA DI INFORMAZIONE (presenza di deficit di informazione sensitiva propriocettiva e labirintica). Il test sarà invece negativo in caso di ATASSIA CEREBELLARE, in quanto la mancanza di equilibrio non deriva dalla deprivazione del senso della vista (chiusura occhi), in presenza di turbe della sensibilità propriocettiva e labirintica, ma da turbe della funzione cerebellare (il paziente barcolla già ad occhi aperti).

Una lieve oscillazione non è da considerarsi patologica. Non è infrequente il cosiddetto falso positivo, ossia la perdita di equilibrio in pazienti sani ma affetti da disturbi psicologici (ansia, stress). In tali casi il medico, che riconosce facilmente un soggetto ansioso, propone, durante il test, piccoli diversivi o distrazioni, come tracciare dei segni col dito sulla fronte del paziente, oppure fargli tastare coi pollici le altre 4 dita.

Una variante o controprova del test consiste nel far osservare al paziente, sempre in piedi in posizione “d’attenti”, il dito del medico fatto passare velocemente davanti agli occhi, da un lato all’altro. Questo senza che il paziente muova la testa, ma solo gli occhi.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Atassia ottica: cos’è e da cosa è causata?

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Potrebbe essere causata da una lesione alla cosiddetta via dorsale, ovvero la porzione cerebrale che si estende dal lobo occipitale a quello parietale e che sembra essere coinvolta nella programmazione motoria e dunque nell’elaborazione del movimento da compiere. Nell’atassia ottica si manifesta dunque una particolare difficoltà nell’interazione con un oggetto.

Nel caso dell’atassia ottica il soggetto conserva la capacità di riconoscere l’oggetto (grazie alla via ventrale che risulta dunque integra), ma non è in grado di entrare in interazione con esso a livello motorio.

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Distacco posteriore di vitreo: quali sono le cause

MEDICINA ONLINE OCCHIO EYE EYES ANATOMY RETINA FOVEA CORPO VITREO CORNEA VISTA VISION SCLERA COROIDE MACULA CRISTALLINO LIMBUS NEO MELANOMA NEVO MIOPIA DALTONISMO PRESBIOPIA STRABISMO OCNel determinare il distacco posteriori di vitreo, sono in causa molteplici fattori quali:

  • la disidratazione;
  • la miopia;
  • i traumi;
  • la chirurgia della cataratta;
  • le uveiti (vitreiti, retiniti)
  • le infiammazioni intraoculari;
  • il precario equilibrio idro-elettrolitico di chi beve poco e suda molto nei climi caldi;
  • i farmaci diuretici usati nella terapia dell’ipertensione;
  • l’eccesso di colesterolo circolante.

Ma è soprattutto l’età a provocare una progressiva fluidificazione del gel, che collassa al centro formando lacune di liquefazione, sacche all’interno delle quali si addensano aggregati di fibre più o meno isolate, ammassate in filamenti e liberamente fluttuanti, mentre le porzioni periferiche tendono a scollarsi dalle fisiologiche aderenze con la retina: è il distacco posteriore di vitreo. Presente nel 6% della popolazione tra i 45 e 65 anni, tale percentuale aumenta sino al 50-70% oltre i 65 anni e nei miopi di una certa entità. Per tali ragioni, le miodesopsie possono associarsi alla percezione di lampi di luce, anche al buio e ad occhi chiusi (fosfeni o fotopsie), che rappresentano la risposta della retina alle trazioni. In un caso su sette, a tale sintomatologia corrispondono complicazioni come emorragie e rotture della retina, che richiedono un trattamento tempestivo (laser o chirurgico) onde evitare il distacco della retina e il conseguente rischio di perdita irreversibile della vista.

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