Che cos’è l’intelligenza umana: definizione, significato e psicologia

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA SONNAMBULO ATTACCHI PANICO ANSIA VERTIGINE LIPOTIMIA IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA ROMBERGL’intelligenza è considerata la capacità di un persona (o più genericamente di un “agente”) di affrontare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi o sconosciuti; nel caso dell’uomo e degli animali l’intelligenza pare inoltre identificabile anche come il complesso di tutte quelle facoltà di tipo cognitivo o emotivo che concorrono o concorrerebbero a tale capacità. Tradizionalmente attribuita alle sole specie animali, oggi l’intelligenza viene da alcuni attribuita, in misura minore, anche alle piante, mentre il campo di ricerca dell’intelligenza artificiale tenta di creare delle macchine che siano in grado di riprodurre o di simulare l’intelligenza umana. Sebbene abbia sviluppato dei modelli per la valutazione dell’intelligenza, la comunità scientifica ancora non concorda universalmente su una definizione unica di cosa essa sia.

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La valutazione dell’intelligenza

Per quanto riguarda l’intelligenza umana sono stati sviluppati dei modelli per la valutazione o “misura” della stessa. Va però precisato che tali modelli valutano solo aspetti specifici della capacità intellettiva degli individui: i risultati dei test d’intelligenza vanno considerati come giudizi validi solamente in riferimento a dei singoli aspetti, e non all’intelligenza dei soggetti testati nel suo complesso.

Di seguito sono elencati i principali test psicometrici (in ordine cronologico di ideazione):

  • Alfred Binet (1911) ed in seguito Lewis M. Terman all’Università di Stanford (1916) costruiscono un test che prende in considerazione soltanto quegli aspetti dell’intelligenza utilizzati in ambito scolastico, composto dunque da prove (diverse) strettamente inerenti all’ambito scolastico stesso. Erede contemporaneo del test sono le Scale d’intelligenza Stanford-Binet. Concetto chiave è il quoziente d’intelligenza (QI) come rapporto tra età mentaleed età cronologica moltiplicato 100. Il valore 100 del quoziente intellettivo è considerato il valore medio della popolazione. Il test Stanford-Binet misura un solo fattore di “intelligenza”, e propone prove suddivise per fasce di età; non ha validità per individui più grandi di 13 – 14 anni.
  • Il Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS, 1939) riprende i tipi di compito dello Stanford-Binet, nonché il concetto di quoziente intellettivo, e li ricostruisce per gli adulti. È costituito da più sub-test, ciascuno dei quali è composto da voci a difficoltà progressiva. Il WAIS, al contrario dello Stanford-Binet, non prevede un solo fattore di intelligenza generale, ma comprende anche una serie di dimensioni, coerenti al loro interno per tipologia di prove, che compongono il test: prove verbali (cultura generale, comprensione, analogie, memoria di cifre, ragionamento aritmetico), le prove di performance (riordinamento di figura, completamento di figura, disegno di cubi, ricostruzione di figura, associazione di simboli o numeri).
  • Per entrambi questi test (Stanford-Binet e WAIS) è chiara l’importanza, sulla misura finale, del livello di scolarizzazione del soggetto. Si sono quindi progettati dei test d’intelligenza “culture free”, non influenzati dal tipo di educazione e di cultura del soggetto messo sotto analisi; i più noti sono quello delle matrici progressive di Raven (1938), matrici numeriche da completare e il Culture fair intelligence test (1949) di Cattell. Studi su questi test sembrerebbero dimostrare che essi non discriminano in modo adeguato i soggetti con intelligenza superiore alla norma, mentre sembrerebbero più adatti per valutare i soggetti svantaggiati.

Gli studi differenziali sull’intelligenza

Con il diffondersi estensivo degli strumenti per la misura dell’intelligenza, si è focalizzata l’attenzione sulle differenze individuali ad essa legate. Le diversità in questione sono state infatti un significativo campo di discussione tra coloro che ne identificano le cause all’aspetto genetico e coloro che invece assegnano una maggiore importanza ai fattori ambientali. Alcuni studi mostrano come la presenza di alcune patologie psichiatriche, come la depressione, influisca sulla performance al test d’intelligenza WAIS-R: più è severa la patologia più la performance al test è deficitaria. Il che tuttavia non suggerisce una globale differenza nell’intelligenza tra individui depressi e individui sani, quanto piuttosto un ruolo negativo del verificarsi degli episodi depressivi sul modo in cui vengono svolti i test d’intelligenza. Gli studi differenziali sull’intelligenza evidenziano una forte correlazione tra QI (quoziente intellettivo) di gemelli monovulari. Si evidenzia inoltre che lo sviluppo delle capacità cognitive è fortemente influenzato dai fattori ambientali (si pensi agli studi portati avanti sulle differenze nell’intelligenza tra bianchi e neri, ricondotte non a differenze cognitive, ma piuttosto al fattore interveniente del livello socio-demografico). La psicologia risolve la dialettica tra componenti innate e ambientali nello sviluppo dell’intelligenza evidenziando come la componente genetica sembra rappresentare una disponibilità, mentre la componente educativa rappresenta un fattore di innesco per tradurre un potenziale in una funzionalità effettiva. Per quanto riguarda l’avanzare dell’età, il rendimento su alcune scale del WAIS tende a diminuire, mentre su altre rimane stabile o aumenta. Riprendendo la distinzione proposta da Raymond Cattell tra intelligenza fluida e cristallizzata, caratteristiche legate all’intelligenza fluida tendono a diminuire dopo i 60 anni, mentre l’intelligenza cristallizzata aumenta in maniera costante per tutta la vita.

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L’apporto cognitivista: il problem solving

Il problem solving è un processo mentale volto a trovare un percorso che porta il cambiamento da una situazione iniziale ad una disposizione finale. La capacità di problem solving è spesso adoperata come misura empirica dell’intelligenza; infatti nel problem solving viene contestualizzato il pensiero logico misurato dal quoziente d’intelligenza, che viene applicato alla risoluzione di problemi specifici. Coi test sul problem solving, i soggetti forniscono in genere prestazioni più elevate e considerate più attendibili. Il problem solving rappresenta l’approccio cognitivista allo studio dell’intelligenza. La definizione dell’intelligenza in termini di problem solving rappresenta il primo passo compiuto dagli psicologi da una visione dell’intelligenza di tipo scolastico a concetti più differenziati, come per esempio intelligenza fluida-cristallizzata (Raymond Cattell), o intelligenza logica-creativa, e recentemente i concetti di intelligenze multiple (Howard Gardner) e intelligenza emotiva (Daniel Goleman). Dal punto di vista storico risulta importante il contributo di Wertheimer. Max Wertheimer (1965) distingue una intelligenza logica, esprimentesi ad esempio nel ragionamento analitico, e una intelligenza creativa, orientata alla sintesi e alla costruzione del nuovo. La prima orientata ai problemi convergenti, la seconda orientata alla soluzione di problemi divergenti.

Le intelligenze multiple

Lo psicologo statunitense Howard Gardner, sulla base di ricerche e letteratura su soggetti affetti da lesioni di interesse neuropsicologico, arriva a distinguere ben 9 manifestazioni fondamentali dell’intelligenza, derivanti da strutture differenti del cervello e indipendenti l’una dall’altra. Ecco, qui di seguito, i nove macro-gruppi intellettivi:

  1. Intelligenza Linguistica: è l’intelligenza legata alla capacità di utilizzare un vocabolario chiaro ed efficace. Chi la possiede solitamente sa variare il suo registro linguistico in base alle necessità ed ha la tendenza a riflettere sul linguaggio.
  2. Intelligenza Logico-Matematica: coinvolge sia l’emisfero cerebrale sinistro, che ricorda i simboli matematici, che quello di destra, nel quale vengono elaborati i concetti. È l’intelligenza che riguarda il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e le catene logiche.
  3. Intelligenza Spaziale: concerne la capacità di percepire forme e oggetti nello spazio. Chi la possiede, normalmente, ha una sviluppata memoria per i dettagli ambientali e le caratteristiche esteriori delle figure, sa orientarsi in luoghi intricati e riconosce oggetti tridimensionali in base a schemi mentali piuttosto complessi. Questa forma dell’intelligenza si manifesta essenzialmente nella creazione di arti figurative.
  4. Intelligenza Corporeo-Cinestesica: coinvolge il cervelletto, i gangli fondamentali, il talamo e vari altri punti del nostro cervello. Chi la possiede ha una padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti. In generale si può riferire a chi fa un uso creativo del corpo, come i ginnasti e i ballerini.
  5. Intelligenza Musicale: normalmente è localizzata nell’emisfero destro del cervello, ma le persone con cultura musicale elaborano la melodia in quello sinistro. È la capacità di riconoscere l’altezza dei suoni, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche. Chi ne è dotato solitamente ha uno spiccato talento per l’uso di uno o più strumenti musicali, o per la modulazione canora della propria voce.
  6. Intelligenza Intrapersonale: riguarda la capacità di comprendere la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale per ottenere risultati migliori nella vita personale, e anche di sapersi immedesimare in personalità diverse dalla propria. È considerata da Gardner una “fase” speculare dell’intelligenza interpersonale, laddove quest’ultima rappresenta la fase estrospettiva (vedi anche intelligenza emotiva).
  7. Intelligenza Interpersonale: coinvolge tutto il cervello, ma principalmente i lobi pre-frontali. Riguarda la capacità di comprendere gli altri, le loro esigenze, le paure, i desideri nascosti, di creare situazioni sociali favorevoli e di promuovere modelli sociali e personali vantaggiosi. Si può riscontrare specificamente negli psicologi, più genericamente in quanti possiedono spiccata empatia e abilità di interazione sociale.
  8. Intelligenza Naturalistica: consiste nel saper individuare determinati oggetti naturali, classificarli in un ordine preciso e cogliere le relazioni tra di essi. Alcuni gruppi umani che vivono in uno stadio ancora “primitivo”, come le tribù aborigene di raccoglitori-cacciatori, mostrano una grande capacità nel sapersi orientare nell’ambiente naturale riconoscendone anche i minimi dettagli.
  9. Intelligenza Esistenziale o Teoretica: rappresenta la capacità di riflettere consapevolmente sui grandi temi della speculazione teoretica, come la natura dell’universo e la coscienza umana, e di ricavare da sofisticati processi di astrazione delle categorie concettuali che possano essere valide universalmente.

Sotto questi aspetti/teoria il significato del concetto di intelligenza è da intendersi dunque come particolari abilità di cui è dotato l’individuo. Sebbene queste capacità siano più o meno innate negli individui, non sono statiche e possono essere sviluppate mediante l’esercizio, potendo anche “decadere” col tempo. Lo stesso Gardner ha poi menzionato il fatto che classificare tutte le manifestazioni dell’intelligenza umana sarebbe un compito troppo complesso, dal momento che ogni macro-gruppo contiene vari sottotipi.

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L’intelligenza artificiale

La locuzione “intelligenza artificiale”F (o IA) indica sia la proprietà di una macchina di imitare, del tutto o in parte, l’intelligenza biologica, sia il ramo dell’informatica che mira a creare le macchine capaci di tale imitazione, attraverso “lo studio e la progettazione di agenti intelligenti” o “agenti razionali”, dove un agente intelligente è un sistema che percepisce il suo ambiente e attua le azioni che massimizzano le sue possibilità di successo. I successi ottenuti nel campo dell’intelligenza artificiale riguardano per ora problemi vincolati e ben definiti, come la capacità delle macchine di sostenere giochi, la risoluzione di cruciverba e il riconoscimento ottico dei caratteri, e alcuni problemi più generali come quello delle automobili autonome. Il concetto di IA forte non è ancora realtà, ma è un obiettivo della ricerca a lungo termine. Tra le caratteristiche che i ricercatori sperano che le macchine possano un giorno esibire, vi sono il ragionamento, la capacità di pianificare, apprendere, percepire, comunicare e manipolare oggetti. Non vi è attualmente consenso su quanto vicino si possa andare nel simulare il cervello (umano nello specifico).

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Tricofagia (sindrome di Raperonzolo), tricobezoario, tricotillomania, pica, picacismo: cosa sono e quali sono le cure?

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Tricofagia

La tricofagia (dal greco τριχοφαγία: τρίξ “capello” + φάγειν “mangiare”) è l’impulso non volontario di mangiarsi i capelli; spesso essi – se abbastanza lunghi – sono inseriti in bocca quando sono ancora attaccati alla testa, per poi essere staccati ed ingoiati. La tricofagia viene anche chiamata “sindrome di Raperonzolo” o “sindrome di Rapunzel“, in riferimento proprio alla principessa Raperonzolo ed alla sua lunga e folta chioma. La tricofagia appartiene al campo della psichiatria e colpisce soprattutto le donne sotto i 20 anni ed i bambini. La tricofagia compare nella letteratura scientifica per la prima volta già nel 1889, ma solamente nel 1987 viene riconosciuta come disturbo vero e proprio.

Tricobezoario

Essendo lunghi e fatti di cheratina, i capelli non vengono smaltiti come le altre sostanze di cui ci cibiamo, ma si attorcigliano nei tratti dello stomaco o dell’intestino. Può capitare che essi – accumulandosi nel tratto gastrointestinale – causino sintomi quali indigestione e dolore gastrico, organizzandosi in una struttura solida e intricata cui si dà il nome di tricobezoario (vedi foto in alto in questo articolo); in questi casi, può risultare necessario un intervento chirurgico per rimuovere la massa. Nel 2007 fu documentata la rimozione di un tricobezoario di circa 4,5 kg dallo stomaco di una diciottenne di Chicago. Nel 1999 una ragazza britannica morì per un’emorragia interna dovuta a un intervento chirurgico atto a rimuovere un tricobezoario.

Leggi anche: La metà di noi al liceo ha sofferto di onicofagia e molti ne soffono tuttora senza saperlo, di che malattia si tratta?

Tricotillomania e pica

La tricofagia viene diagnosticata attraverso altre due sindromi specifiche, che sono la tricotillomania e il pica (picacismo).

Le persone che soffrono di Tricotillomania, anche in forma momentanea, non riescono a resistere all’impulso di strapparsi i capelli, solitamente nello stesso punto, lasciando sulla cuoio capelluto vistose aree di alopecia. Con questi capelli poi, inconsapevolmente giocherellano per ore infilandoseli in bocca fino ad ingoiarli. Un gesto di tensione diretto a scaricare una forte dose di stress, che comporta però, col tempo, ai dei rischi seri per la salute. I capelli ingeriti, infatti, non sono assimilati dagli organi come il cibo, ed uno dopo l’altro, per la loro lunghezza e sostanza, si arricciano e si raggomitolano tra loro formando una palla che ostruisce il passaggio degli altri alimenti.

Il termine “pica” fa riferimento ad un uccellino, la gazza eurasiatica, che ha delle insolite abitudini come quello di cibarsi di sostanze non nutritive come la terra, l’argilla, sassi e rametti. Se compiuto in tenera età tale comportamento, denominato “picacismo” può essere scambiato con l’abitudine degli infanti di tastare e conoscere ogni cosa intorno a loro mettendosela in bocca, ma spesso nasconde ben altro. La sindrome denominata Pica non fa riferimento ad una curiosità soddisfatta con l’unico modo conosciuto dai bambini attraverso la bocca, ma alla necessità del soggetto di ingerire sostanze anomale come la sabbia, il sale, il sapone, leccando per terra o mangiando prodotti non commestibili.

Solitamente si verifica nei bambini molto piccoli od incapaci di comunicare il bisogno da soddisfare determinati bisogni, oppure nelle donne in gravidanza che patiscono delle anomali “voglie”. La ricerca del motivo che scatena la causa dello stress è fondamentale per risolvere il problema ed il disagio che esso esprime e ciò può avvenire grazie all’intervento di una apposita terapia psicoterapica.

Terapie

Le terapie relative a queste condizioni, sono principalmente volte a due obiettivi:

  1. la rimozione del groviglio di capelli che, accumulandosi nell’apparato digerente, può portare a conseguenze perfino mortali;
  2. aiutare il paziente a smettere di ingerire capelli con un supporto psicologico e psichiatrico.

Rimozione del tricobezoario

Nella maggior parte dei casi, l’intervento chirurgico è necessario per rimuovere il tricobezoario (vedi il video pubblicato più in alto), tuttavia – se la sua massa non è di dimensioni eccessive – è anche possibile scioglierlo con l’ausilio di prodotti chimici, romperlo in pezzi di minor dimensione con un laser, oppure rimuoverlo in endoscopia. Questi metodi meno invasivi non garantiscono però il successo dell’intervento alla pari della chirurgia, specie in caso di masse molto grandi.

Supporto psicologico e farmacologico

Un percorso psicoterapeutico è caldamente raccomandato per prevenire future problematiche legate alla tricofagia. In particolare, ciò è fondamentale per i soggetti affetti da pica da stress o da tricotillomania, poiché è molto probabile che tornino a sviluppare la sindrome di raperonzolo non appena rimosso il tricobezoario. Un trattamento psicologico efficace per la cura della tricofagia, come di tutti i disturbi ossessivo compulsivi (tra cui vi sono la tricotillomania e la dermatillomania) è la terapia cognitivo comportamentale; questa, attraverso precisi protocolli di intervento, si pone l’obiettivo di interrompere la dinamica che porta il soggetto a gestire le proprie problematiche e il proprio distress attraverso gesti di tipo compulsivo. Farmaci antidepressivi potrebbero essere utili per migliorare la condizione, specie se affiancati dalla psicoterapia.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Uomo distante e che si allontana: cosa fare e come gestire il rapporto?

MEDICINA ONLINE GELOSIA UOMO DISTANTE ALLONTANA RAGE HUNGRY SAD COUPLE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA JEALOUS LOVE COUPLE FRINEDS LOVER SEX GIRL MAN NO WOMAN WALLPAPER.jpgQuando frequenti un uomo può capitare di iniziare a notare dei cambiamenti. Dopo una prima fase in cui lui è preso, presente e “carino”, potresti ad un certo punto, percepirlo “strano”, più distaccato, più distante.

Cosa succede?

Sta cambiando qualcosa nei suoi sentimenti per te o fa tutto parte del normale sviluppo del vostro rapporto? La verità è che quando un uomo inizia a raffreddarsi un po’, le tue sensazioni la contano giusta. Non sei impazzita, né diventata paranoica: se lui è più freddo, forse è più freddo davvero. Il punto è che in questi casi, presa dal panico, potresti optare per la soluzione peggiore esistente al mondo: chiedergli spiegazioni. Cosa succede se chiedi motivo della sua insicurezza ad una persona già insicura di per sé? Secondo te dopo le tue domande, la sua insicurezza ed il suo distacco diminuiranno o aumenteranno? Bene, qui bisogna agire in modo intelligente e non darti la zappa sui piedi da sola. Se il tuo lui sta attraversando una fase di insicurezza rispetto al vostro rapporto, un interrogatorio ti aiuterà a chiarirgli le idee, certo, ma proprio nella direzione che tu vorresti evitare. E sentendosi messo all’angolo, lui, asfissiato, scapperà. Ma che fare con le tue emozioni impazzite? Come gestire il tuo panico ora che sai che riversarle su di lui va contro il tuo obiettivo (ossia tenerlo con te)?

Cosa fare quindi?

Ecco i cinque errori che secondo il nostro Staff (composto sia da uomini che da donne) non dovresti commettere se il tuo lui si allontana:

Evitare pressioni inutili

Se ci accorgiamo che il nostro partner si sta allontanando, nella nostra mente inizia a risuonare un pensiero sempre più prepotente ” mi starà tradendo? “.
Non iniziate inutilmente a chiedergli se vi sta tradendo, sarebbe inutile, non lo ammetterà mai, anche perché se così non fosse peggiorereste solo le cose, non è facile vivere accanto a chi dimostra palesemente di avere dubbi sulla fedeltà.

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Evitare di “dare solo una sbirciatina”

Prese dai dubbi sul motivo per cui il vostro partner è un po’ distante potrebbe venirci in mente di ” dare una sbirciatina” al suo smartphone.
Ormai i moderni telefoni cellulari sono delle vere e proprie fonti inesauribili di informazioni e di conversazioni fatte nei vari social coma Facebook o Instagram, quindi quale posto migliore dove scoprire “qualcosa”? Non fatelo, primo perché è vietato dalla legge (violazione della privacy), secondo perché potreste trovare cose che non vi piacerebbero, è sempre meglio un bel confronto-scontro diretto che confessare di aver guardato nel cellulare e passare dalla parte del torto.

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Evitare di chiedere agli amici

Tra uomini ci si dice di tutto, anche le cose più intime, allora perché non chiedere ad un amico se sa il motivo di questo inspiegabile allontanamento?
La cosa sarebbe sensata se non ci fosse tra gli uomini un radicato e forte senso di cameratismo, quello che si rivelano non esce mai dal loro circolo, sembra come la frase del celebre film “Fight club”, dove le prime regole fondamentali sono quelle di non parlare assolutamente del club e di tutto quello che riguarda il club, credo di essermi spiegata abbastanza.

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Evitare i pedinamenti

Lo so che vedere i film polizieschi americani vi può indurre a pensare di sapere tutto sugli inseguimenti, ma non è così, rischiate di sembrare più il protagonista della “Pantera rosa” che goffo ed impacciato tenta di risolvere i casi. Se vi dovesse venire la malsana idea di seguirlo pensate sempre alla grandissima figuraccia che ci fareste se si accorgesse di essere seguito: lasciate stare, anche perché – in certi casi – rischiate di essere denunciate per stalking.

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Evitare la troppa accondiscendenza

Vedere la propria storia, tutti i nostri sogni e progetti dissolversi come una bolla di sapone non è piacevole, siamo portate quindi a diventare estremamente accondiscendenti con il nostro lui pur di salvare il nostro amore.
La frase che dovete evitare assolutamente è ” certo amore facciamo come vuoi tu” o frasi simili, forse il vero motivo per cui il nostro lui si sta allontanando è proprio questo.
Diventando estremamente accondiscendenti facciamo diventare la nostra storia come un lungo rettilineo da percorrere in macchina con sempre lo stesso paesaggio, dopo un poco può stancare.
Care ragazze se il vostro lui si sta allontanando prendete il volante della vostra storia e iniziate a percorrere strade con curve e paesaggi interessanti, mi raccomando lasciate a casa telefoni e amici e se poi la storia proprio non va ricordate che i vecchi detti non sbagliano mai ” si chiude una porta e si apre un portone”.

Se credi di avere dei problemi con il tuo partner e non riesci a gestire da sola questa situazione, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a superare questo momento difficile.

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Ipotesi di Sapir-Whorf e determinismo linguistico: esempi e spiegazione

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO Ipotesi di Sapir-Whorf e determinismo linguisticoIn linguistica, l’ipotesi di Sapir-Whorf (in inglese “hypothesis of linguistic relativity” o “Whorfianism” o “Sapir-Whorf hypothesis“, da cui l’acronimo SWH), conosciuta anche come “ipotesi della relatività linguistica” o semplicemente “relatività linguistica“, afferma che Continua a leggere

La psichiatria in palestra: dalla lunghezza del pene fino a chi è la più anoressica

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma PSICHIATRIA IN PALESTRA PENE ANORESSICA Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgFrequento palestre da quando avevo tredici anni ed ho capito una cosa: nel caso in cui voleste avere lo spettacolo di un gran numero di “malati mentali” che Continua a leggere

L’esperimento di Jane Elliott per spiegare il razzismo ai bambini

MEDICINA ONLINE JANE ELLIOTT RAZZISMO ESPERIMENTO BAMBINI PEDIATRIA.jpgSiamo nel 1968 in una piccola scuola di Randall, nello Iowa, USA, dove lavora Jane Elliott, una educatrice e un’attivista per i diritti civili. Quando Continua a leggere

Favole nei bambini: quando iniziare a raccontarle e quanto sono importanti?

MEDICINA ONLINE FAVOLA FIABA BIMBO RACCONTO BAMBINO ETA INIZIARE UN ANNO ANNI FAVOLE IMPORTANTI.jpgÈ già qualche anno che vivo il ritorno piacevole di ascoltare e raccontare favole. Favole della buonanotte, favole africane, fiabe medioevali, fiabe giapponesi. Ogni volta è come entrare in contatto con qualcosa di speciale, e la cosa più speciale che ad ogni lettura, ascolto o visione, la magia si ripete. Vedere una favola rappresentata a teatro, al cinema o sui fogli di un libro non cambia di molto il risultato. Perché in ognuno di noi c’è ancora una parte bambina che con le fiabe è cresciuta e attraverso le quali ha imparato a conoscere se stesso, ad accettarsi e a vincere le proprie paure.

Le favole guidano i bambini nella scoperta del proprio mondo emotivo

Le favole danno la possibilità ai bambini, e non solo, di entrare alla scoperta del proprio mondo emotivo. È possibile attraverso le fiabe apprendere schemi nuovi di comportamento, imparare a rispondere più efficacemente a situazioni difficili o di disagio. In questo modo si impara a non rimanere vinti dalle emozioni che si vivono. Riconoscersi nei protagonisti, identificandosi, darà loro modo di entrare in contatto con quelle emozioni, impareranno a riconoscerle, a dargli un nome e quindi ad esprimerle. Spesso, quando si ascolta una fiaba si viene totalmente assorbiti da questa. Ancora di più nel caso dei bambini. Il bambino infatti entra totalmente nel mondo fatato, si veste degli abiti e delle azioni dei suoi protagonisti. Eccolo diventare allora una fata, un leone, un mago, una Winx, un principe o una principessa.

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Un momento speciale

Il momento delle storie raccontate e ascoltate dalla mamma e dal papà, magari accoccolati tra le loro braccia, prende un significato emotivo molto più grande del gesto in sé. È unico nel suo genere. Il tempo del racconto prima di andare a ninna è molto importante per la relazione tra genitori e figli. Il tempo che un genitore dedica al proprio figlio parla di generosità, istruisce circa il piacere del dare e del ricevere. È un tempo che manifesta affetto e pazienza. È un tempo ricco di presenza, in cui il solo “stare” è già di per sé un momento che dona sicurezza al bambino, lo aiuta nella crescita delle sue capacità emotive e cognitive. Questo spazio può essere riempito di domande, racconti su come è andata la propria giornata, riflessioni, fantasie e immagini. È uno spazio fecondo in cui possono crescere la fiducia verso se stessi, la capacità di superare piccole paure, insicurezze e conflitti. Per cui è molto meglio far addormentare i bimbi in questo modo, piuttosto che davanti alla tv o nella stanza da soli. Le favole possono essere utili a favorire la fiducia in se stessi, a comprendere meglio alcuni eventi che possono essere fonte di disagio, e in ultimo  forniscono e lasciano traccia, nella memoria emotiva, di cosa vuol dire “sentirsi accuditi e accolti”, esperienza fondamentale per la crescita. Lavorando con gli adulti, mi capita di rilevare nel mio lavoro, come alcuni di questi non abbiano sviluppato nella loro vita uno spazio di accoglienza e di accudimento verso le loro sensazioni dolorose, risultando incapaci di reperire dentro loro stessi momenti in cui si siano sentiti accuditi, accolti, ascoltati. Pensate, quindi, come può essere importante il momento delle favole della buonanotte: 15 minuti a sera potrebbero aiutare vostro figlio nel futuro a far fronte a numerose esperienze dolorose. Perché attraverso le favole, attraverso l’uso della metafora, si aiutano i bambini a scoprire diversi modi di interpretare le situazioni e a migliorare le loro capacità di risolverle. Le favole insegnano ad avere pazienza, a essere empatici, ad osservarsi, ad avere coraggio, ad apprendere regole di comportamento, a capire cosa sono la bellezza e la generosità. In questo modo aiutiamo i bambini a sviluppare l’intelligenza emotiva. Questa è una grande risorsa che non in tutti è sviluppata, ma è di fondamentale importanza per la gestione delle emozioni (ansie, paure, ecc) e per migliorare le capacità relazionali con gli altri.

Da che età?

Ci sono favole per ogni età. Per quanto possa sembrare incredibile, già ad un anno, i bambini possono prestare attenzione a brevi e semplici racconti, per esempio piccoli libricini fatti di figure semplici. Poi crescendo, si noterà che i bimbi sono in grado di seguire racconti via via sempre più complessi. Intorno ai 3-4 anni il loro interesse sarà focalizzato attorno a quelle storie che rimandano alle loro attività quotidiane, come per esempio mangiare, dormire, vestirsi, giocare, lavarsi denti. Invece attorno ai 4-5 anni gli piacerà ascoltare e identificarsi con storie riguardanti fate, principesse, cavalieri, maghi, animali. È importante sviluppare il “muscolo” dell’immaginazione, sia per l’età bambina che, in futuro, per quella adulta. E’ utile per capire e superare i drammi della vita, come l’abbandono, la cattiveria, la paura. La lettura delle fiabe viene vissuta piacevolmente da entrambi i sessi. E così come abbiamo detto all’inizio di questo scritto le favole non sono ad uso esclusivo dei bambini. Se un adulto rifiuta o si trova in difficoltà rispetto al contatto con questo mondo, ci sarebbero da porsi diverse domande riguardo alle cause di tale posizione. Quindi sceglietevi una bella favola, che sia in un libro, a teatro, al cinema e…buona immersione!

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L’abuso verbale ed emozionale nella coppia

MEDICINA ONLINE GELOSIA UOMO VIOLENTO VIOLENT RAGE HUNGRY SAD COUPLE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA JEALOUS LOVE COUPLE FRINEDS LOIl partner abusatore, che sia maschio o femmina, ha un obiettivo fondamentale: vuole controllare e dominare il proprio compagno o la propria compagna. L’abuso verbale è il mezzo attraverso il quale raggiunge questo scopo. È egocentrico, impaziente, distaccato, poco empatico, estremamente geloso e sospettoso. Per mantenere il controllo sul partner e sulla situazione, l’abusatore cerca di isolare il partner dagli amici e dalla famiglia. Il suo umore tipicamente slitta dal romanticismo alla rabbia. La paura della rabbia (verbale) ti costringe alla sottomissione.

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Sei vittima di un abuso verbale?

L’abuso verbale e emozionale comincia in modo innocuo, ma cresce via via che l’abusatore comprende che non lo lascerete nonostante i suoi comportamenti. A volte gli eventi scatenanti sono il matrimonio o la maternità. Tuttavia, guardandoti indietro puoi riconoscere dei segnali dell’incubo che vivi ora: gelosia, sospetto, tentativi di controllo. Spesso sono gli amici e la famiglia ad avvertirti, ma ancora più spesso non vengono ascoltati. Le persone più a rischio sono quelle remissive. Se ti ritieni una di esse allora dovresti chiederti se qualche volta hai accettato il comportamento del tuo partner per evitare il confronto. Ti è familiare la sensazione di reprimere la tua rabbia per non scatenare la sua? Dopo aver risposto a tono agli attacchi del tuo partner ti senti in colpa? Vorresti dirgli un sacco di cose ma quando cominci poi ti rendi conto che sono tutte cose che non puoi dire? Se ti riconosci in questi comportamenti e pensieri probabilmente sei stato abusato verbalmente e emotivamente.

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Cosa sono l’abuso verbale ed emotivo nella coppia?

Sono comportamenti atti a denigrare, controllare, manipolare e punire il proprio partner. Se non ti senti libero di essere in un luogo senza che il tuo partner lo sappia significa che lui ha il potere di controllare i tuoi spostamenti. Se non ti senti libero di parlare con una persona perché sai che non farebbe piacere al tuo partner significa che lui può controllare le tue amicizie. Se non ti senti libero di contraddire il tuo partner perché temi di farlo arrabbiare significa che può controllare la tua vita.

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Tecniche di abuso verbale

Le principali tecniche di abuso verbale, sono:

  1. Opposizione: questa tecnica usati dall’abusatore consiste nell’attaccare tutto quello che dici, sfidare le tue percezioni, le tue supposizioni, i tuoi pensieri e le tue credenze. Ti tratta sempre come un avversario da combattere.
  2. Bloccaggio: in questo caso l’abusatore risponde alle tue parole chiudendo il discorso con delle frasi come adesso non ho voglia di parlare, che sciocchezze dici, ma figurati, non so di cosa parli, che tradotte significano tutte “stai zitto”!
  3. Sminuire le emozioni: minimizza o scredita i tuoi pensieri, le tue emozioni e i tuoi sentimenti. In questo modo sottolinea che non conta quello che provi o peggio che è sbagliato.
  4. Negazione: nega sia esistita discussione o litigio con te. Tu provi a sostenere la verità di quei ricordi ma alla fine ottieni solo di dubitare della tua memoria o della tua visione del mondo.

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Come contrastare l’abuso nella coppia?

Per prima cosa ricorda che l’obiettivo dell’abusatore non è vare ragione nella discussione, è avere il controllo su di te. Se ti focalizzi sui contenuti cadrai nella sua trappola e proverai a rispondere razionalmente, negando le accuse e cercando di difendere te stesso. Quando questo avviene hai perso, nel momento in cui senti il bisogno di giustificare le tue azioni (corrette e oneste) al tuo partner, significa che lui ti ha soggiogato. Quello che devi fare è metterti sempre sul suo stesso piano e devi farlo cercando di mantenere la calma, altrimenti se ti arrabbi rischi che lui faccia la vittima per scatenare il tuo senso di colpa. Nel concreto si tratta di rispondere a quello di cui ti accusa con lo stesso tono con il quale vieni accusato.

Se credi di essere intrappolata o intrappolato in una relazione tossica o che il tuo partner usi l’abuso verbale nei tuoi confronti, prenota subito la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a gestire ed a superare questa situazione.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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