Segno di Babinski positivo: quali patologie può indicare?

MEDICINA ONLINE RIFLESSO SEGNO BABINSKI POSITIVO CORTICOSPINALE PIRAMIDALE SINTOMI CERVELLO EMORRAGIA CEREBRALE ISCHEMIA EMORRAGICA ICTUS TETRAPARESI TETRAPLEGIA MORTE COMA PROFONDO STATO VEGETATIVOA PARALISICon “segno di Babinski” o “riflesso di Babinski” in semeiotica neurologica si intende una risposta anomala al riflesso cutaneo plantare, la quale indica la presenza di una lesione a carico del tratto corticospinale del sistema nervoso (che provvede ai movimenti volontari fini dei muscoli e che, in condizioni fisiologiche, esercita un’inibizione tonica del riflesso). Il riflesso cutaneo plantare si evoca strisciando una punta smussata lungo il margine laterale della pianta del piede, partendo da sopra il tallone, e portandola verso la parte supero-interna fino al primo metatarso. Nell’adulto, in condizioni di normalità, col riflesso plantare si induce la flessione plantare (o estensione dorsale) delle dita del piede, mentre in presenza di lesioni a carico del sistema corticospinale, lo stesso stimolo evoca la flessione dorsale (o estensione plantare) dell’alluce e l’apertura “a ventaglio” delle altre dita (fenomeno di Duprè), determinando quindi l’inversione del riflesso cutaneo plantare, vedi immagine in alto.

Cause mediche di Babinski positivo in ordine di frequenza

Il segno di Babinski positivo, al di sopra dei 3 anni di età, può indicare svariate patologie:

Accidenti cerebrovascolari (ACV)

La positività del riflesso di Babinski varia in base alla sede dell’ACV. Se l’ACV interessa il cervello, causa positività unilaterale del riflesso di Babinski, associata a emiplegia o emiparesi, iperreflessia unilaterale, emianopsia e afasia. Se l’ACV interessa il tronco encefalico, causa positività bilaterale del riflesso di Babinski, associata a debolezza bilaterale o paralisi, iperreflessia bilaterale, disfunzioni dei nervi cranici, incoordinazione e andatura incerta. Segni e sintomi generalizzati di ACV possono includere cefalea, vomito, febbre, confusione, rigidità nucale, convulsioni e coma.

Paraparesi spastica familiare

Questa patologia può causare positività bilaterale del riflesso di Babinski, associata a iperreflessia e a spasticità progressiva con atassia e debolezza.

Trauma cranico

Si può avere positività unilaterale o bilaterale del riflesso di Babinski, come esito della lesione corticospinale primaria o secondaria all’aumento della pressione intracranica. Iperreflessia e spasticità si verificano frequentemente con la positività del riflesso di Babinski. Il paziente può an­che lamentare debolezza e incoordinazione. Altri segni e sintomi variano con il tipo di trauma cranico e includono cefalea, vomito, mutamenti di comportamento, alterazioni dei parametri vitali, riduzione del livello di coscienza con anomala dimensione pupillare e risposta alla luce.

Encefalopatia epatica

La positività del riflesso di Babinski si manifesta tardivamente in questa patologia, quando il paziente è prossimo al coma. È associata a ipereflessia e fetor hepaticus.

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Meningite

In quest’infezione, la positività bilaterale del riflesso di Babinski segue in genere febbre, brividi e malessere ed è asso­ciata a nausea e vomito. Quando la meningite progredisce, si manifestano anche riduzione del livello di coscienza, rigidità nucale, positività dei segni di Brudzinski e di Kernig, iperreflessia, spasticità e opistotono. Segni e sintomi associati includono irritabilità, fotofobia, diplopia, delirio e stupor che può progredire fino al coma.

Anemia perniciosa

La positività bilaterale del riflesso di Babinski si manifesta tardiva­mente in questa patologia, quando il deficit di vitamina Bpinteressa il sistema nervoso centrale. L’anemia può essere successiva al danno neurologico ed essa causa alla fine effetti gastrointestinali neurologici e cardiovascolari diffusi. Segni e sintomi gastrointestinali caratteristici includono nausea, vomito, anoressia, calo ponderale, flatulenza, diarrea e stipsi. L’emorragia gengivale e la lingua ulcerata e infiammata, possono rendere dolorosa l’assunzione di cibo, aggravando l’anoressia. Anche le labbra, le gengive e la lingua, appaiono notevolmente pallide. L’ittero può causare un colorito giallo più o meno intenso della cute. Segni e sintomi neurologici caratteristici includono neurite, debolezza, parestesia periferica, disturbi della propriocezione, in­coordinazione, atassia, positività del segno di Romberg, senso di leggerezza, incontinenza fecale e vescicale e alterazione di vista (diplopia, annebbiamento della vista), gusto e udito (tinnito). Questa patologia può anche causare irritabilità, scarsa memoria, cefalea, depressione, impotenza e demenza. Segni cardiovascolari caratteristici comprendono palpitazioni, aumento della pressione diffe­renziale, dispnea, ortopnea e tachicardia.

Sclerosi laterale amiotrofica (SLA)

In questa patologia progressiva del motoneurone, si può riportare positività bilaterale del riflesso di Babinski con RTP iperattivi e spasticità. Solitamente la SLA si manifesta con fascicolazioni, associate ad atrofia e debolezza muscolare. La mancanza di coordinazione rende le attività della vita quotidiana difficili per il paziente. Segni e sintomi associati comprendono alterazioni del linguaggio, difficoltà di masticazione, deglutizione e respirazione, pollachiuria e minzione imperiosa, nonché, a volte, soffocamento ed eccessiva scialorrea. Anche se lo stato mentale rimane intatto, la prognosi sfavorevole del paziente può portare a periodi di depressione. La paralisi bulbare progressiva interessa il tronco encefalico e può causare episodi di pianto o di riso inappropriato.

Tumori cerebrali

Quando la neoplasia interessa i fasci corticospinali, si può avere una positività del riflesso di Babinski. Il riflesso può essere associalo a iperreflessia (unilaterale o bilaterale), spasticità, convul­sioni, disfunzioni dei nervi cranici, emipa­resi o emiplegia, riduzione della sensibilità dolorosa, andatura incerta, incoordinazione, cefalea, labilità emotiva e riduzione del livello di coscienza (LDC).

Atassia di Friedreich

Questa patologia familiare può causare positività bilaterale del riflesso di Babinski. Segni associati sono archi plantari ampi, iporeflessia, ipotonia, atassia, tremori al capo, debolezza e pareste­sia.

Sclerosi multipla (SM)

Nella maggior parte dei pazienti affetti da questa malattia demielinizzante, la positività del riflesso di Babinski si manifesta alla fine bilateralmen­te. Questa è di solito successiva a segni e sintomi di SM, quali parestesie, nistagmo e offuscamento della vista o vista doppia. Segni e sintomi associati comprendono parola scan­dita (parole tagliate con pause tra le sillabe), disfagia, tremore, debolezza, incoordinazio­ne, spasticità, atassia della marcia, convul­sioni, paraparesi o paraplegia, incontinenza vescicale e, talvolta, perdita della sensibilità dolorifica, termica e propriocettiva. Anche la labilità emotiva è frequente.

Rabbia

La positività bilaterale del riflesso di Babinski, probabilmente provocata soltanto da stimoli non specifici, compare nella fase di eccitazione della rabbia. Questa fase si ve­rifica da 2 a 10 giorni dopo l’insorgenza dei sintomi prodromici, quali febbre, malessere irritabilità (che si verifica 30-40 giorni dopo il morso di un animale infetto). La rabbia è caratterizzata da una marcata agitazione e da spasmi muscolari faringei estremamente dolorosi. La difficoltà nella deglutizione cau­sa eccessiva scialorrea e idrofobia, in circa il 50% dei pazienti affetti. Possono anche comparire convulsioni e iperreflessia.

Lesione del midollo spinale

Nella lesione acuta, lo shock spinale blocca temporanea­mente tutti i riflessi. Alla fine dello shock, compare la positività del riflesso di Babinski, che è unilaterale, se la lesione colpisce solo un lato del midollo spinale (Sindrome di Brown-Séquard) e bilaterale se il danno colpisce i due lati. Piuttosto che segnalare il ritorno delle funzioni neurologiche, la comparsa di questo riflesso conferma la lesione corticospinale. È associato a iperreflessia, spasticità e perdita variabile o totale della sensibilità tattile e do­lorifica, della propriocezione e del la funzione motoria. Nelle lesioni midollari cervicali più basse, si può verificare la sindrome di Hor-ner, caratterizzata da ptosi unilaterale, miosi pupillare e anidrosi facciale.

Tumori del midollo spinale

In questa patologia, la positività bilaterale del riflesso di Babinski si verifica insieme alla perdita della sensazione dolorifica e termica della propriocezione e della funzione motoria. Sono inoltre presenti spasticità, iperreflessia, assenza di riflessi addominali e incontinenza. Può essere presente dolore diffuso al livello del tumore.

Poliomielite spinale paralitica

La positività unilaterale o bilaterale del riflesso di Babinski si verifica da 5 a 7 giorni dopo l’insorgenza del­la febbre. È associata a debolezza progressiva, parestesia, dolorabilità muscolare, spasticità, irritabilità e, in seguito, atrofia. La resistenza alla flessione del collo è frequente, così come i segni di Hoyne, Kernig e di Brudzinski.

Tubercolosi spinale

Quest’alterazione può produrre positività bilaterale del riflesso di Babinski, associata a riduzione variabile della sensazione dolorifica e termica, della proprio­cezione e della funzione motoria. Provoca anche spasticità, iperreflessia, incontinenza vescicale e assenza di riflessi addominali.

Siringomielia

In questa patologia, si ha positività bilaterale del riflesso di Babinski, insieme ad atrofia muscolare e debolezza che può evolvere verso la paralisi. È associata a spasticità, atassia e, talvolta, a dolore profon­do. I riflessi tendinei profondi possono essere ipoattivi o iperattivi. Nelle fasi tardive, com­paiono di solito disfunzioni dei nervi cranici, come disfagia e disartria.

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Fascia iliaca: anatomia e funzioni in sintesi

MEDICINA ONLINE SISTEMA APPARATO MUSCOLARE MUSCOLI OSTEOSCHELETRICO PETTORALE DELTOIDE DORSALI TORACE ADDOME RETTO FEMORALE BICIPITE TRICIPITE ADDOMINALE TRAPEZIO GEMELLO.jpgLa fascia iliaca è una lamina connettivale che avvolge i muscoli psoas e iliaco formando una guaina sottile in alto e via via più spessa, discendendo verso la fossa ilia­ca.

La fascia iliaca particolarmente spessa nella regione inguinale, dove è fortemente aderente alla parte interna del legamento inguinale e alla fascia trasversale lateralmente ai vasi femorali, e dove forma l’arcata ileopettinea. In alcuni testi, le porzioni iliache dello psoas sono descritte separatamente come fascia iliaca e fascia dello psoas.

La fascia iliaco prende attacco:

  • in alto e medialmente, sulle vertebre lombari, in corrispondenza delle quali forma una serie di arcate destinate al passaggio delle arterie, delle vene e dei nervi lombari;
  • più in basso, si fissa alla base del sacro e allo stretto superiore della pelvi;
  • lateralmente, continua nella fascia del muscolo quadrato dei lombi e si fissa lungo il margine laterale del muscolo psoas, sul legamento ileolombare e sul labbro interno della cresta iliaca.

MEDICINA ONLINE ORTOPEDIA MUSCOLI GAMBA ANCA COSCIA GINOCCHIO BICIPITE FEMORALE QUADRICIPITE PIEDE ARTICOLAZIONE COXOFEMORALE FEMORE GLUDEI SEDERE ILEO PSOAS PIRIFORME GEMELLI OTTURATORIO QUADRATO

In alto termina in corrispondenza dell’arco dia­frammatico mediale. In basso e lateralmente, la fascia iliaca si fonde con il legamento inguinale; medialmente, invece, diverge da esso e va a terminare, sotto il nome di legamento ileopettineo (o benderella ileopettinea) sulla omonima eminenza dell’osso dell’anca. La benderella ileopettinea suddivide lo spazio esistente tra legamento inguinale e osso dell’anca in due lacune: quella laterale è la lacuna dei muscoli e dà passaggio al muscolo ileo­psoas e al nervo femorale; quella mediale è la lacuna dei vasi,dove passano l’arteria e la vena femorali e vasi lin­fatici. Al di sotto del legamento inguinale, la fascia iliaca prosegue intorno al muscolo ileopsoas fi­no all’inserzione trocanterica di quest’ultimo.

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Nella porzione che riveste la fossa iliaca, la fascia sepimenta lo spazio esistente tra peritoneo parietale e mu­scolo iliaco in due logge riempite da tessuto adiposo. La più superficiale è la loggia soprafasciale (o sottoperito­neale) che si arresta al legamento inguinale; più profon­damente si trova la loggia sottofasciale che continua al di sotto dell’arcata inguinale fino al piccolo trocantere. Si comprende così la possibilità di un tragitto fra l’am­biente retroperitoneale della fossa iliaca e la coscia.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Muscoli intrinseci ed estrinseci del torace: anatomia e funzioni

MEDICINA ONLINE MUSCOLI DEL TORACE ANATOMIA FUNZIONI INTRINSECI ESTRINSECI DIFFERENZE COSTE COSTOLE PETTORALI TRASVERSO DIAFRAMMA SUCCLAVIO DENTATO TRAPEZIO SCAPOLA ROMBOIDE DORSALE.jpgmuscoli del torace hanno le principali funzioni di:

Tali muscoli si dividono in intrinseci ed estrinseci: i primi originano e si inseriscono sempre sul torace, mentre gli estrinseci interessano anche altri distretti corporei.

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Tra i muscoli intrinseci individuiamo:

  1. muscoli elevatori delle coste, che si relazionano strettamente con le vertebre della colonna vertebrale, sollevano la gabbia toracica e le ossa del torace e fanno quindi parte dei muscoli inspiratori;
  2. muscoli sottocostali che abbassano la gabbia toracica, riducendone il volume e permettendo quindi l’espirazione;
  3. muscoli intercostali che, tesi tra le varie coste, formano tre strati. Le fasce esterne, intermedie ed interne. Alcuni gruppi di intercostali abbassano la gabbia toracica altri la alzano, quindi hanno funzione sia espiratoria sia inspiratoria.
  4. Il muscolo trasverso del torace che permette la contrazione del torace e quindi il movimento espiratorio.

muscoli toracici estrinseci possono essere divisi in classi: muscoli toraco-appendicolari, muscoli spino-appendicolari, muscoli spino-costali e il diaframma. Per quanto riguarda i muscoli toraco-appendicolari troviamo:

  1. Il muscolo grande pettorale, costituito da un vasto ventre che con la sua azione adduce e ruota medialmente l’omero;
  2. Il muscolo piccolo pettorale, che ha una azione inspiratoria e serve anche ad abbassare la spalla;
  3. Il muscolo succlavio, un muscolo piccolissimo che ha stretti rapporti con la vena succlavia. Ha forma cilindrica ed è situato tra la clavicola e la prima costa, da questa e dalla sua cartilagine costale origina e si inserisce nel solco della faccia inferiore della clavicola. Prende rapporto con l’arteria e la vena succlavia e con il plesso brachiale. Serve a portare in avanti il cingolo scapolare, agisce abbassando la clavicola.
  4. Il muscolo dentato anteriore, che ha funzione di inspirazione e di spostamento in avanti della scapola. È situato nella parete laterale del torace, origina per mezzo di digitazioni dalla faccia esterna delle prime dieci coste e si inserisce sul margine anteriore della scapola. Si considerano una parte superiore, una parte inferiore ed una media. La parte superiore origina dalle prime due coste, la media dalla seconda, terza e quarta e, quella inferiore, dalle sottostanti sino alla decima. E in rapporto con le coste sulla sua faccia profonda e, su quella superficiale, con grande e piccolo pettorale, sottoscapolare e dorsale.
  5. Muscolo dentato posteriore superiore: origina dall’apice dei processi spinosi della 7° vertebra cervicale. Il ventre muscolare si divide in quattro digitazioni che si fissano al margine superiore delle coste che vanno dalla 2° alla 5°. Agisce elevando le coste.
  6. Muscolo dentato posteriore inferiore: ha origine a livello dei processi spinosi delle ultime due vertebre toraciche e delle prime tre lombari, è posto sotto al muscolo grande dorsale e, contraendosi, abbassa le coste.

muscoli spino-appendicolari invece sono:

  1. Il muscolo trapezio, che è molto vasto e con la sua azione eleva e adduce la spalla, oltre a estendere la colonna e ruotare la testa dal proprio lato. Si trova nella regione nucale e nella parte dorsale del torace, i sui fasci convergono verso la spalla e, la faccia superficiale del muscolo entra in rapporto con i tegumenti. La faccia profonda si rapporta con i muscoli sovraspinato, elevatore scapola, splenio della testa e del collo. La sua contrazione eleva ed adduce la spalla, estende la testa ruotandola verso il lato opposto;
  2. Il muscolo grande dorsale, che è formato da un grande ventre, ha il compito di addurre e ruotare internamente l’omero, oltre a contribuire all’espirazione. Ricopre la parte inferiore e laterale del dorso, e la parte laterale del torace. Origina dai processi spinosi delle ultime sei vertebre toraciche e dalle vertebre lombari. I suoi fasci muscolari circondano il grande rotondo, inserendosi poi sul solco bicipitale dell’omero. Il gran dorsale entra in contatto, con la sua parte superficiale, con il trapezio e con i tegumenti. Con la sua contrazione adduce e ruota all’interno l’omero, se prende punto fisso sull’omero eleva il tronco e le coste;
  3. Il muscolo romboide superiore e inferiore, che sostiene la scapola medialmente. Si trova nella parte inferiore della regione nucale e in quella superiore del dorso. Origina dai legamenti interspinosi dell’ultima vertebra cervicale e va ad inserirsi sul margine vertebrale della scapola. Il romboide è ricoperto dal trapezio e, contraendosi, porta la scapola medialmente;
  4. L’elevatore della scapola, che serve, oltre che per l’elevazione della scapola, per spostarla medialmente e per estendere e inclinare il collo dal proprio lato. Occupa la regione laterale e posteriore del collo, origina dai processi trasversi delle prime quattro vertebre cervicali e si porta all’angolo mediale della scapola. È ricoperto dal trapezio e dallo sternocleidomastoideo. La sua azione consiste nel sollevare e spostare medialmente la scapola.

muscoli spino-costali sono rappresentati invece solo dai muscoli dentati posteriore superiore ed inferiore, ed hanno rispettivamente azione inspiratoria (il superiore) ed azione espiratoria (l’inferiore). Sono muscoli larghi, sottili e quadrilateri. Si trovano nello strato medio dei muscoli del dorso. Importante da notare come i muscoli espiratori siano molti meno degli inspiratori in quanto l’espirazione è un processo passivo e quindi solo saltuariamente è richiesto un supporto muscolare, mentre l’inspirazione è un’azione attiva.

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Diaframma

Per quanto riguarda il diaframma, questo è un muscolo molto particolare, impari e mediano, che divide la cavità toracica da quella addominale, rappresentando il principale muscolo inspiratorio. È attraversato tramite vari orifizi dalle strutture che scendono nell’addome, ovvero principalmente l’arteria aorta, la vena cava (che risale verso il cuore) e l’esofago. La parte centrale è formata da un plateu aponevrotico che prede il nome di centro frenico. Presenta tre diverse sedi di inserzione:

  • Inserzione costale: aderisce alla faccia interna delle ultime 5 coste.
  • Inserzione sternale: piccole fibre si legano al processo xifoideo.
  • Inserzione lombare: attuata tramite i pilastri mediale (le fibre si legano al corpo di L2-L4 a destra, L2-L3 a sinistra), intermedio (fibre che raggiungono il corpo di L3 ed il sovrastante disco intervertebrale) e laterale (2 arcate fibrose che si inseriscono sul processo costiforme di L2 e alla 12a costa).

E’ innervato dal nervo frenico, ramo terminale del plesso cervicale.
Il suo ruolo è quello di elevare le ultime coste, diminuendo così la pressione intratoracica (facendo affluire l’aria ai polmoni) ed aumentando quella addominale. Per approfondire, leggi: Diaframma: dove si trova, anatomia e funzioni

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Addome acuto: linee guida, assistenza, come si indaga e trattamento

MEDICINA ONLINE DOLORE 4 QUADRANTI SETTORI 9 REGIONI ADDOMINALI SEMEIOTICA ANATOMIA TOPOGRAFICA ORGANI CONTENUTI IPOCONTRIO FIANCO DESTRO SINISTRO IMMAGINI FOSSA ILIACA LINEA SOTTOCOSTALE BISILIACACon “addome acuto” (in lingua inglese “acute abdomen”) in campo medico ci si riferisce ad un quadro clinico di dolore molto intenso ed improvviso che compare a livello dell’addome. In campo sanitario alcuni contestano il termine addome acuto, preferendogli quello di “dolore acuto addominale” (abdominal acute pain) per sottolineare il ruolo del sintomo principale, il dolore.

L’addome acuto è un campanello d’allarme da non sottovalutare, visto che spesso compare in caso di gravi complicazioni nel corso di alcune malattie, non esclusivamente addominali, come le perforazioni intestinali, le emorragie endo-cavitarie e le pancreatiti acute necrotiche. Altre volte l’addome acuto può invece costituire uno dei momenti del decorso di un evento patologico presentandosi nel caso di colecistite acuta, coliche renali, appendiciti acute.

Classificazione delle cause

Pur manifestandosi a livello addominale non necessariamente l’addome acuto è legato a malattie degli organi contenuti in questa cavità e così è possibile distinguere cause:

  • endo addominali: quando sono coinvolti gli organi che vi hanno sede: intestino, fegato, pancreas;
  • extra addominali: a partenza da organi distanti: apparato renale, aorta toracica, cuore, polmone;
  • sistemiche o generali: nel caso di patologie non specificamente legate a un organo ma che coinvolgono l’organismo nella sua totalità.

Una eziologia così varia spiega la frequenza, calcolata in oltre il 10%, con cui si osserva nelle prestazioni erogate in regime di Pronto Soccorso.
Può andare incontro a risoluzione spontanea o, nei casi di pertinenza internistica, dopo terapia farmacologica, ma il più delle volte richiede un trattamento chirurgico tempestivo e pertanto costituisce una delle cause più frequenti di ricovero nei reparti di chirurgia d’urgenza.

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Sintomi legati all’addome acuto

L’addome acuto si manifesta con una sintomatologia in cui assume carattere predominante il dolore. Ad esso si associano variamente altri segni quale il vomito, i disturbi delle funzioni intestinali, l’irrequietezza motoria, la febbre, la tachicardia, la ipotensione fino allo shock.

Dolore

È il sintomo più importante e rappresenta la risposta a stimoli di natura:

  • chimica: sostanze liberate nel corso dei processi infiammatori o necrotici o venute a contatto con il peritoneo a seguito di perforazioni o emorragie (acido cloridrico, sangue, bile, succo pancreatico)
  • meccanica: per distensione della capsula degli organi parenchimatosi, per dilatazione acuta degli organi cavi o per spasmo della loro muscolatura liscia, per compressione e infiltrazione delle terminazioni nervose sensitive.

Può essere distinto in tre tipi:

TIPI DI DOLORE ADDOMINALE
Viscerale Puro Parietale Riflesso
protopatico – mal definibile epicritico – ben localizzato irradiato
stimolazione delle fibre nervose del viscere stimolazione delle fibre nervose della parete addominale afferenza cerebrale
profondo e riferito alla linea mediana circoscritto a un’area precisa proiettato in un’area lontana

Il dolore rappresenta un sintomo importante ma la complessità della sua genesi e la varietà delle sue manifestazioni lo rendono inaffidabile ai fini di una diagnosi di certezza. Deve comunque essere sempre attentamente indagato dal punto di vista anamnestico e clinico perché per alcune malattie le sue caratteristiche possono risultare patognomoniche:

  • tempi e modalità di insorgenza: il dolore può comparire all’improvviso, con carattere brutale, raggiungendo rapidamente l’acme, come accade nel corso di una perforazione intestinale (il paziente spesso lo riferisce come un ‘colpo di pugnale’) o di un infarto intestinale, altre volte può avere carattere meno intenso e una evoluzione più graduale come nel caso di una infiammazione appendicolare.
  • sede:
    • Il dolore, nelle fasi iniziali, può essere localizzato nel quadrante che rappresenta la proiezione cutanea dell’organo coinvolto. Una colecistite acuta può esordire con un dolore circoscritto all’ipocondrio destro; la perforazione di un’ulcera duodenale con un dolore all’ipocondrio destro o all’epigastrio. Nella patologia ovarica il dolore sarà localizzato alla fossa iliaca corrispondente; a quella di destra, o fossa ileo-cecale, sarà riferita anche la sintomatologia dolorosa di una appendicite o di una calcolosi ureterale destra.
    • In altri casi il dolore, inizialmente vago, profondo e riferito alla linea mediana, si localizzerà in un secondo tempo in una zona specifica. Ne è un esempio l’appendicite acuta che può presentarsi con un dolore diffuso, mal definibile, a sede periombelicale(dolore viscerale protopatico) per circoscriversi successivamente alla fossa iliaca destra, sua sede anatomica (dolore somatico parietale epicritico secondario al coinvolgimento del peritoneo parietale).
    • Altre volte il riferimento spaziale del dolore può risultare fuorviante inducendo a errori diagnostici anche gravi. Una perforazione dello stomaco esordisce abitualmente con un dolore violento ‘a colpo di pugnale’ in regione epigastrica che, col passare del tempo, si può localizzare nella fossa ileo-cecale (dove il peritoneo viene stimolato dal succo gastrico che vi si è raccolto per gravità dopo essere fuoruscito dalla perforazione), simulando patologie più riferibili a quella zona come quelle appendicolari o ovariche. Nel corso di pancreatite o di colecistite il dolore può essere riferito rispettivamente al rachide o alla regione sottoscapolare destra. Le frequenti anomalie di posizione e morfologiche dell’appendice vermiforme sono responsabili di quadri appendicolari atipici con dolore all’ipocondrio destro che simula una colica biliare, o dolore localizzato in regione retro o sovrapubica che fa pensare ad una patologia vescicale o ginecologica, legate all’eccessiva lunghezza dell’organo che proietta la propria punta nelle regioni rispettivamente sottoepatica o pelvica.
  • natura e tipologia: il dolore può essere continuo, tipico delle patologie infiammatorie o intermittente con i caratteri della colica, se legato a malattie dei visceri cavi come l’intestino, l’uretere, le vie biliari. Si presenta come crampiforme nelle forme iniziali di occlusione intestinale, a cintura o a a sbarra nelle pancreatiti o trafittivo ‘a colpo di pugnale’ nelle patologie perforative.
  • intensità ed evoluzione: il dolore, essendo un sintomo soggettivo, è vissuto in modo diverso dai pazienti in relazione alla loro capacità di sopportazione o soglia percettiva. Tuttavia per alcune patologie, una pancreatite necrotica, la dissecazione di un aneurisma aortico, un infarto intestinale, il quadro doloroso è drammatico.
  • evocabilità. Il dolore in quanto sintomo è soggettivo ma può essere valutato anche come segno obiettivo evocandolo con manovre particolari o esercitando pressioni in distretti specifici:
    • manovra di Murphy. Consiste nella palpazione profonda dell’ipocondrio destro piegando i polpastrelli delle dita in modo da uncinare l’arcata costale. La inspirazione profonda cui viene invitato il paziente, abbassando il diaframma, consente il contatto delle dita con il bordo epatico e con la colecisti. In presenza di patologia della colecisti e delle vie biliari la manovra suscita dolore e costringe il paziente ad arrestare l’inspirazione. Si parla in questo caso di positività della manovra.
    • manovra di Giordano. L’esaminatore percuote con il bordo ulnare della mano la loggia renale del paziente seduto e con il tronco flesso. Risulta positiva quando il colpo suscita un dolore violento e ciò accade in presenza di patologie renali o dell’uretere.
    • manovra di Blumberg. Questo manovra consiste nel poggiare delicatamente le dita della mano sulla parete addominale del paziente affondandola gradualmente (prima fase) e sollevandola poi di colpo (seconda fase). Si dice positiva se il dolore che il paziente avverte durante la prima fase della manovra e che è modesto, nella seconda fase aumenta di intensità diventando violento. Costituisce un segno diretto di peritonite.
    • manovra di Rovsing. Si esercita una pressione con le dita e il palmo della mano a livello della fossa iliaca sinistra. Quindi la mano viene spostata progressivamente verso l’alto a comprimere il colon discendente. Se la manovra evoca dolore nella fossa iliaca destra si dice positiva ed è un segno incostante di appendicite acuta.
    • manovra dello psoas. Nei casi in cui il paziente tiene la coscia flessa sul bacino in posizione antalgica l’estensione forzata dell’arto suscita dolore nella fossa iliaca dello stesso lato. Un’altra manovra, positiva nell’appendicite, consiste nel comprimere la fossa iliaca destra sollevando contemporaneamente l’arto del paziente, a ginocchio rigido. La conseguente contrazione del muscolo psoas esercita una pressione sul cieco e sull’appendice infiammata suscitando dolore.
    • pressione su punti specifici: sul punto di McBurney in caso di appendicite acuta, nello scavo del Douglas raggiungibile nella donna con una esplorazione vaginale e nel maschio con quella rettale, in caso di peritonite.

Nella tabella successiva sono riportate le principali e più frequenti cause di dolore addominale con le relative proiezioni topografiche.

Alcune delle cause del dolore acuto addominale e proiezione topografica
Ipocondrio Destro Epigastrio Ipocondrio Sinistro Mesogastrio Fianco e Fossa Iliaca Destra Fianco e Fossa Iliaca Sinistra Ipogastrio Tutti i quadranti addominali
Colecistite, Colangite Perforazione gastrica Infarto splenico Infarto intestinale Appendicite acuta Diverticolite del Sigma Cistite Occlusione intestinale
Ascesso subfrenico Pancreatite Perforazione della flessura splenica del colon Dissecazione dell’aorta Patologia ginecologica annessiale dx ed urologica Patologia ginecologica annessiale sn ed urologica Patologia utero annessiale Peritonite diffusa
Perforazione della flessura epatica del colon Infarto posteriore del miocardio Polmonite basale o infarto polmonare sn Appendicite in fase iniziale Ileite terminale Colica renale Malattie mediche (porfiria, diabete)
Appendicite (appendice sottoepatica) Calcolosi ureterale sn Appendicite (appendice pelvica)

Altri sintomi

  • Vomito.
    • Può presentarsi come fenomeno neurovegetativo associato a nausea e sudorazione.
      • Spesso si accompagna al dolore che, dopo l’episodio di vomito, si attenua. È un fenomeno tipico delle coliche biliari.
      • In alcuni casi segna l’esordio sintomatico della malattia. Nausea e vomito rappresentano spesso i primi e unici sintomi di una appendicite in fase iniziale. Ciò può indurre a una frettolosa diagnosi di ‘indigestione’. Contribuisce a questo errore, che può avere gravi conseguenze, anche la comparsa in tempi successivi di un dolore del tipo che abbiamo definito viscerale protopatico e che quindi viene riferito come profondo e localizzato nella zona peri-ombelicale e non alla fossa iliaca destra sede anatomica dell’appendice!
    • Può essere di natura ostruttiva. In questi casi il tipo, la quantità e la qualità del vomito serviranno ad identificare il livello dell’occlusione.
      • Nelle occlusioni alte sarà precoce e costituito essenzialmente da succhi gastrici. La presenza o assenza di bile (che viene secreta a livello della II porzione duodenale) contribuirà a distinguere ulteriormente il livello di ostruzione.
      • Nelle occlusioni medio basse, a livello intestinale e colico, il vomito interverrà più tardivamente assumendo spesso connotati fecaloidi per diventare più raro o mancare nelle ostruzioni a livello rettale.

Il vomito è responsabile, nei casi più gravi, di squilibrio idro-elettrolitico e acido-basico.

  • Alterazioni dell’alvo. Si possono riscontrare:
    • diarrea: in alcune appendiciti e peritoniti
    • chiusura a feci e gas: nelle occlusioni intestinali e in alcune peritoniti
    • melena: nelle emorragie intestinali alte (stomaco, duodeno, intestino tenue)
    • rettorragia: nelle emorragie intestinali basse (colon e retto)
  • Shock. Può intervenire nel corso di un quadro addominale acuto scatenato da patologie particolarmente gravi o non trattate tempestivamente:
  • cardio-vascolari come l’infarto del miocardio o l’infarto intestinale,
  • emorragiche endo-addominali come la rottura di milza o la gravidanza extra-uterina
  • emorragiche endo-luminali per sanguinamento a livello gastro-duodenale, intestinale, del colon.
  • settiche e tossiche per riassorbimento peritoneale di alcune sostanze: pus (infezioni), materiale necrotico (infezioni e tumori), liquame enterico (perforazioni).

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Diagnosi di addome acuto

La diagnosi di addome acuto, ovvia in presenza di un quadro clinico localizzato all’addome e caratterizzato dalla sintomatologia dolorosa, rappresenta solo un punto di partenza di un percorso a volte anche molto complesso finalizzato a stabilire:

  • se si tratta di un quadro addominale di natura medica o chirurgica e di conseguenza la destinazione del paziente che dal Pronto Soccorso va indirizzato ai reparti di competenza: medicina generale, chirurgia d’urgenza, unità di terapia intensiva coronarica, chirurgia vascolare
  • se la situazione, nei casi di pertinenza chirurgica, consente di attendere la formulazione di una diagnosi eziologica e quindi di porre una indicazione chirurgica ‘mirata’ o piuttosto richiede un intervento urgente e indifferibile che prescinde dall’accertamento della causa scatenante. A tale indicazione chirurgica ‘generica’ si ricorre di solito in caso di:
    • emorragia endocavitaria in atto: lesioni degli organi parenchimatosi milza e fegato, gravidanza ectopica
    • perforazione dei visceri cavi:stomaco, duodeno, intestino, vie biliari
    • sofferenza vascolare degli organi: strozzamento di ernie interne, volvolo, formazione di briglie cicatriziali, infarto intestinale.

Anche se oggi, nella maggior parte dei casi, sono le indagini strumentali e di laboratorio a fornire gli elementi decisivi per la diagnosi, la semeiotica classica conserva la sua importanza. È dall’osservazione del paziente e dal confronto tra i dati che essa offre con quelli forniti dalle ricerche strumentali che dipende l’impostazione di un corretto percorso diagnostico, la scelta di una terapia chirurgica urgente o l’impostazione di determinate terapie farmacologiche che, quando applicate tempestivamente, possono modificare la prognosi di gravi patologie come un infarto cardiaco o una chetoacidosi diabetica.

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Anamnesi

I dati anamnestici possono essere raccolti direttamente dal paziente o, in caso di sua incapacità a renderli, dai familiari o eventuali accompagnatori. Fornisce indizi importanti: una storia di malattia peptica indirizzerà verso una possibile complicanza perforativa, una di aritmia cardiaca verso un infarto intestinale, un evento traumatico farà pensare lesione di organi interni con conseguente emoperitoneo.

Esame fisico

  • Ispezione del paziente: consente di valutarne il colorito, l’aspetto, il decubito, il grado di sofferenza. In corso di una colica biliare o renale il paziente si mostrerà irrequieto e agitato, se in peritonite mostrerà un viso molto sofferente, la “facies peritonitica” e la posizione caratteristica in decubito laterale con le cosce flesse sul bacino.
  • Semeiotica dell’addome.
    • ispezione: consente di valutare il grado di distensione della parete, la presenza di eventuali ernie, laparoceli o aderenze intestinali con cicatrici da pregressi interventi chirurgici che per motivi diversi sono causa di occlusione intestinale.
    • percussione: con la quale si possono evidenziare aree di ‘ottusità’ dovute a versamenti di liquido o di ‘timpanismo’ per presenza di aria, liberi in cavità o sequestrati in grande quantità nelle anse intestinali dilatate per fenomeni occlusivi.
    • auscultazione: utile a determinare la presenza e l’entità della peristalsi intestinale e di eventuali rumori idro-aerei.
    • palpazione: determinante nell’accertare:
      • la positivizzazione di alcune manovre: segno di Murphy, di Blumberg, di Rovsing,
      • la dolorabilità di alcuni punti: cistico, di McBurney
      • la insorgenza della contrattura della parete che diventa rigida, di consistenza ‘lignea’ e che rappresenta un segno importante di peritonite.
  • Esplorazione rettale e visita ginecologica. Con le quali si può evidenziare una spiccata dolorabilità alla pressione in corrispondenza dello scavo del Douglas.
  • Rilevazione: della frequenza e dei caratteri del polso arterioso e della respirazione, della pressione arteriosa, della temperatura corporea.

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Diagnostica strumentale e di laboratorio

Alla risoluzione di molti dubbi contribuiscono in maniera decisiva le indagini strumentali e di laboratorio messe in atto fin dall’arrivo del paziente in Pronto Soccorso. Spesso da sole forniscono immediatamente gli elementi necessari alla diagnosi, altre volte hanno bisogno di essere ripetute nel tempo per delineare i contorni di una malattia e la sua evoluzione. Una semplice glicemia svela prontamente un diabete scompensato, una radiografia senza mezzo di contrasto evidenziando una “falce d’aria sottodiaframmatica”, e quindi la presenza di aria libera in cavità peritoneale, costituisce una valida indicazione all’intervento chirurgico, così come la presenza di liquido in addome facilmente evidenziabile con una ecografia. Esame che in condizioni favorevoli (assenza di meteorismo) può risultare determinante nello svelare patologie importanti a carico dell’aorta e del pancreas. Per altre situazioni patologiche come un quadro occlusivo, o una emorragia gastro-enterica è la ripetizione di una radiografia o un emocromo o un esameTC che permette di valutare l’andamento clinico e suggerisce la scelta terapeutica.

Si riportano di seguito gli esami di routine o più frequentemente impiegati:

Esami di Laboratorio

  • Emocromo, ematocrito,
  • Azotemia, glicemia,
  • Dosaggio degli elettroliti,
  • Emogasanalisi,
  • Gruppo sanguigno e Fattore Rh,
  • Test di gravidanza.

Esami strumentali

  • Radiologia
    • Radiografia del torace in due proiezioni
    • Radiografia dell’addome senza mezzo di contrasto
    • Radiografia dell’addome con mezzo di contrasto iodatonidrosolubile se si sospetta una perforazione
    • Tomografia assiale computerizzata con mezzo di contrasto endovena
  • Ecografia

Diagnosi differenziale

In presenza di un Addome acuto occorre prendere alcune decisioni importanti che si presentano generalmente in quest’ordine:

  • Stabilire se si tratta di un quadro addominale chirurgico vero o falso, come spesso viene chiamato quello conseguente a patologie di pertinenza internistica:
    • Porfiria, Malattie del collageno, Crisi emolitiche, Chetoacidosi diabetica, Patologie urologiche, Infarto polmonare, Distensione acuta della glissoniana
  • Nell’ambito delle patologie di interesse chirurgico riconoscere le situazioni che richiedono l’intervento immediato:
    • Peritonite in atto
      • da processo flogistico a carico di un organo: appendice, colecisti, intestino, salpingi…
      • da perforazione di un organo cavo: stomaco, duodeno, tenue, colon, colecisti, appendice…
    • Emorragia endocavitaria: rottura di milza o di fegato, gravidanza ectopica…
    • Sofferenza vascolare: infarto intestinale, strozzamento erniario, briglie aderenziali
  • Per le altre decidere ‘se’ e ‘quando’ intervenire.

Un addome chirurgico infatti non implica necessariamente il trattamento operatorio, o quanto meno quello urgente. Per principio il ricorso alla terapia chirurgica di elezione è preferibile a quella di urgenza perché consente di pianificare l’intervento e quindi di ricorrere a laparatomie mirate ma soprattutto di preparare adeguatamente i pazienti. Inoltre molte patologie, anche gravi, possono andare incontro a risoluzione spontanea o dopo terapia medica. Un caso emblematico è quello della patologia appendicolare. Le appendiciti sono tra le prime cause di morbilità chirurgica, hanno un decorso imprevedibile, in molti casi sono di difficile inquadramento e richiedono una attenta valutazione diagnostica in senso differenziale; richiedono in definitiva una attesa vigile.

Alla diagnosi differenziale spetta quindi il compito più difficile. Fortunatamente essa si può giovare di numerose indagini strumentali, in particolare la TC, e di laboratorio ma certamente a fondamento di ogni decisione resta l’osservazione clinica del paziente perché permette di cogliere il momento in cui, come detto, un quadro acuto addominale diventa una emergenza addominale chirurgica: quando la contrattura della parete addominale è presente, non vi è più tempo di discutere sulla temperatura, che può essere normale, di prendere dieci volte un polso che sembra rassicurante, di rallegrarsi perché il vomito non è peggiorato. L’ora delle consultazioni e delle chiacchiere è passata quando, con tutta certezza, è l’ora del bisturi .

Terapia generale

Ogni addome acuto deve essere trattato, fin dall’inizio, con una serie di provvedimenti miranti a impedire o correggere gli squilibri idro-elettrolitici indotti da patologie come l’occlusione intestinale o dal vomito e dalla diarrea associate anche ad altre malattie, a sostenere l’attività cardiaca e la volemia, a fornire una adeguata copertura con antibiotici. Un discorso a parte merita la terapia del dolore in quanto, pur essendo opportuna e spesso inevitabile, va intrapresa con la consapevolezza che la somministrazione di questo tipo di farmaci può alterare la tipologia del dolore e mascherare situazioni gravi come la insorgenza di una peritonite.

Terapia specifica

Le patologie mediche capaci di determinare un addome acuto sono molteplici e ciascuna di esse richiede una sua terapia specifica. Per quanto riguarda quelle chirurgiche occorre distinguere tra gli interventi “esplorativi” e quelli “curativi”. Questi ultimi, finalizzati al controllo e alla eliminazione della causa scatenante, dipendono dalla patologia in essere: tumorale, infiammatoria, degenerativa. Gli interventi di laparotomia detti “esplorativi” comunque si propongono anche come curativi. Negli ultimi anni ha assunto una importanza sempre maggiore la chirurgia laparoscopica che da molti chirurghi viene preferita a quella aperta tradizionale. Essa infatti, essendo controindicata o inadatta in alcune situazioni come gli stati emorragici o perforativi e negli stati occlusivi avanzati, presenta molti vantaggi:

  • Sotto l’aspetto diagnostico rappresenta la soluzione ideale perché consente di esplorare tutta la cavità addominale sfruttando una via di accesso minima.
  • Essendo mini invasiva incide meno sulle condizioni generali del paziente ed evita gravi sequele legate alle laparatomie tradizionali come il laparocele.
  • Dal punto di vista terapeutico consente di risolvere rapidamente alcune situazioni patologiche come la lisi di aderenze tra i visceri o l’asportazione di briglie stenotizzanti e di affrontarne adeguatamente tante altre che sono di sua competenza.
  • Quando si riveli insufficiente o inadatta può essere rapidamente “convertita” in laparatomia tradizionale.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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E’ normale avere un seno più grande dell’altro? Rimedi?

MEDICINA ONLINE seno mammelle donna gravidanza cambia capezzoli areolaOgni ragazza sogna un seno perfetto, tonico, alto, perfettamente simmetrico, ma in realtà in natura le cose sono un po’ diverse ed è molto comune riscontrare leggere o accentuate asimmetrie tra un seno e l’altro: il seno sinistro potrebbe essere più alto o più basso, più grande o più piccolo dell’altro o viceversa. Soprattutto in fase di sviluppo, può addirittura capitare che un seno si sviluppi più velocemente dell’altro, creando un effetto di ulteriore asimmetria, tuttavia entro la fine della pubertà, entrambi i seni tendono ad essere equalmente sviluppati.

Attenzione comunque ad eventuali asimmetrie o differenze tra un seno e l’altro, specie se insorgono improvvisamente: potrebbero infatti segnalare la presenza di una patologia mammaria. Attenzione in particolare se si presentano questi segni, che potrebbero indicare cancro alla mammella:

  • un ispessimento ad una sola mammella,
  • una mammella che diventa più grande o più bassa all’improvviso,
  • un capezzolo che cambia posizione, morfologia o si ritrae (capezzolo introflesso),
  • la presenza di una increspatura della pelle o di fossette, “pelle a buccia d’arancia”,
  • un arrossamento cutaneo intorno a un capezzolo,
  • una secrezione purulenta e/o ematica dal capezzolo,
  • dolore costante in una zona della mammella o dell’ascella,
  • un gonfiore sotto l’ascella o intorno alla clavicola.

Se si presentano tali segni e sintomi, è importante effettuare al più presto una visita senologica.

Rimedi

Per rimediare ad una asimmetria di altezza del seno, potrebbe essere utile effettuare per prima cosa una visita medica per individuare eventuali problemi posturali che, in alcuni casi, possono essere la vera causa di una asimmetria. Purtroppo non esistono tante altre possibilità, se non massaggi particolari – che a mio avviso non determinano reali vantaggi – e la chirurgia, che invece è estremamente efficiente nel risolvere sia problemi relativi ad una asimmetria di altezza che di volume tra i due seni.

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Manovra e segno di Rovsing positivo o negativo: cos’è e cosa indica

MEDICINA ONLINE MANOVRA SEGNO ROVSING SIGN BILIRUBINA EMOLITICO COLESTATICO OSTRUTTIVO NEONATALE SIGNIFICATO CISTIFELLEA SCLERA COLECISTI BILE CISTICO COLEDOCO COMUNE FEGATO PANCREAS DULa manovra di Rovsing è una manovra utilizzata in semeiotica medica per indagare la presenza di un dolore addominale e di una patologia. La sua positività indica la probabile presenza di appendicite acuta. Il dolore trafittivo si manifesta in seguito a pressione nella fossa iliaca sinistra (quadrante inferiore sinistra); in caso di presenza di rene a ferro di cavallo si ha la comparsa di dolore paraombelicale con la distensione del rachide.

Come si esegue la manovra di Rovsing

Per eseguire la manovra di Rovsing, seguire i seguenti step:

  1. il paziente deve essere steso e supino (con la pancia in alto);
  2. il medico, con le dita e il palmo della mano, esercita una pressione sull’addome a livello della fossa iliaca sinistra;
  3. la mano viene spostata progressivamente verso l’alto a comprimere il colon discendente;
  4. se la manovra evoca dolore nella fossa iliaca destra, il segno di Rovsing si dice positivo ed è un segno di probabile appendicite acuta.

Cosa indica il segno di Rovsing positivo?

Come appena ricordato, il segno di Rovsing positivo è indice della probabile presenza di appendicite acuta, a tal proposito leggi anche: Appendicite acuta e cronica: cause, sintomi e terapie

Il segno di Rovsing è sufficiente per fare diagnosi?

No. Come sovente accade in semeiotica, il segno di Rovsing positivo rappresenta una indicazione di diagnosi e NON è sufficiente da solo per fare alcuna diagnosi precisa: quest’ultima va infatti indagata proseguendo con esami diagnostici di laboratorio (esami ematochimici) e di diagnostica per immagini (ecografia, RX…) che possono evitare falsi positivi e negativi.

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Colecistite acuta e cronica litiasica e alitiasica: cause, terapia, dieta e rimedi naturali

MEDICINA ONLINE ANATOMIA CISTIFELLEA COLECISTI COSE A COSA SERVE BILE GRASSI DIGESTIONE FISIOLOGIA ANATOMY OF THE BILE DUCT SYSTEM GALLBLADDER DOTTO CISTICO COLEDOCO COMUNE FEGATO PANCREAS DUODENO DIGESTIONE DIGERENTE APPARLa colecistite è una patologia caratterizzata da infiammazione della colecisti (chiamata anche cistifellea, in inglese “gallbladder“) causata frequentemente dalla presenza di un calcolo incuneato nell’infundibolo della colecisti: il calcolo ostruendo il deflusso della bile oltre a dare colica biliare, infiamma la colecisti colecistite litiasica. La colecistite può anche essere alitiasica, cioè non provocata da calcoli della colecisti. La colecistite può essere distinta anche in acuta o cronica.

Cause

La causa più frequente che blocca lo scorrimento della bile è la calcolosi biliare, ma anche la discinesia biliare può causare la colecistite. I calcoli della colecisti (o litiasi della colecisti) rappresentano una situazione caratterizzata dalla presenza di formazioni dure simili a sassi, di dimensioni variabili da pochi millimetri a qualche centimetro, all’interno della colecisti (o cistifellea). È una malattia assai frequente, presente nel 10-15% della popolazione adulta con maggiore diffusione nel sesso femminile. Il sovrappeso, il diabete di tipo 2, la stipsi, ma anche il rapido calo ponderale dovuto a diete fortemente ipocaloriche, possono predisporre alla formazione di calcoli.
Molti dei pazienti con litiasi biliare rimangono senza sintomi per molti anni (circa il 50-70%) e possono anche non svilupparne mai alcuno. In altri casi, con una frequenza difficilmente stimabile, i calcoli possono causare sintomi o complicanze anche severe, come la colecistite acuta, l’empiema della colecisti, le angiocoliti o la pancreatite acuta. Esistono diversi tipi di calcoli della cistifellea (colecisti); quelli più frequenti in occidente sono costituiti da colesterolo. Una corretta alimentazione può prevenire la formazione di calcoli o, se già presenti e sintomatici, ridurre gli episodi di coliche biliari e, se indicata, migliorare l’efficacia della terapia medica con acidi biliari.

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Segni e sintomi

Una colecistite sia di origine litiasica che alitiasica, determina dolore addominale generalizzato, vomito, indigestione, ittero e febbre. Il sintomo più comune riferibile con certezza ai calcoli della colecisti è la colica biliare postprandiale, un dolore acuto ed intermittente che interviene dopo mangiato, che corrisponde al tentativo di spostamento dei calcoli nel condotto biliare ostruito.

Diagnosi

Alla diagnosi si arriva con l’ecografia dell’addome ed esami del sangue. Gli esami ematochimici possono essere alterati con i globuli bianchi e il fibrinogeno che si alzano e può comparire febbre. All’ecografia addominale la colecisti appare ispessita rispetto al normale e all’esame obiettivo appare spesso il segno di Murphy (brusca interruzione di una inspirazione profonda a seguito di pressione bidigitale sul punto colecistico). Può comparire il Segno di Blumberg in caso di irritazione peritoneale.

Complicanze

La colecistite è una complicanza frequente della colelitiasi e se non trattata può portare a perforazione della colecisti stessa e peritonite. La colecisti è seguita da neoplasie del pancreas, colangiocarcinoma e pancreatiti.

Trattamento

Per calcoli di dimensione minore di 10 mm ci si avvale della somministrazione di acidi biliari 10-15 mg/kg/die. La metodica di elezione consiste nella colangiopancreatografia retrograda endoscopica (ERCP). L’uso della litotrissia extracorporea ad onde d’urto è indicato in combinazione con il trattamento endoscopico o nei casi in cui quest’ultimo non abbia avuto successo. In caso di litiasi biliare sintomatica si procede alla colecistectomia laparoscopica o laparotomica.

Consigli dietologici e comportamentali in caso di colecistite

  • bere molta acqua;
  • preferire pasti piccoli e frazionati nel corso della giornata per migliorare la motilità della colecisti e ridurre il rischio di sovrasaturazione in colesterolo della bile;
  • prediligere preparazioni semplici come la cottura al vapore, ai ferri, alla griglia, alla piastra, al forno, al cartoccio;
  • evitare un’alimentazione sbilanciata, troppo ricca di grassi;
  • consumare cibi che aiutano a normalizzare il transito gastrico e intestinale;
  • seguire le raccomandazioni per una corretta alimentazione nella popolazione generale in merito alla riduzione di grassi soprattutto di origine animale, di bevande ed alimenti ricchi di zuccheri e all’assunzione di adeguate porzioni di frutta e verdura;
  • In caso di sovrappeso o obesità si raccomanda la riduzione del peso e del “giro vita” ossia la circonferenza addominale, indicatore della quantità di grasso depositata a livello viscerale. Valori di circonferenza vita superiori a 94 cm nell’uomo e ad 80 cm nella donna si associano ad un rischio cardiovascolare “moderato”, valori superiori a 102 cm nell’uomo e ad 88 cm nella donna sono associati ad un “rischio elevato”. Tornare ad un peso normale permette di ridurre il rischio di calcolosi della colecisti, ma anche di ridurre gli altri fattori di rischio cardiovascolare (come ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, ipertrigliceridemia, insulino-resistenza);
  • evitare le diete fai da te! Un calo di peso troppo veloce può determinare la comparsa di calcoli biliari e inoltre un regime dietetico troppo ristretto impedisce una buona compliance ed aumenta il rischio di recuperare il peso perso con gli interessi;
  • rendere lo stile di vita più attivo (abbandona la sedentarietà! Vai al lavoro a piedi, in bicicletta o parcheggia lontano, se puoi evita l’uso dell’ascensore e fai le scale a piedi);
  • praticare attività fisica almeno tre volte alla settimana. La scelta va sempre effettuata nell’ambito degli sport con caratteristiche aerobiche, moderata intensità e lunga durata, come, ciclismo, ginnastica aerobica, cammino a 4 km ora, nuoto, più efficaci per eliminare il grasso in eccesso e prevenire la colelitiasi;
  • non fumare.

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Alimenti sconsigliati

  • Alcolici e superalcolici.
  • Grassi animali: burro, lardo, strutto, panna.
  • Salse con panna, sughi cotti con abbondanti quantità di olio, margarina.
  • Maionese e altre salse elaborate.
  • Brodo di carne, estratti per brodo, estratti di carne, minestre già pronte con tali ingredienti.
  • Insaccati: mortadella, salame, salsiccia, pancetta, coppa, ciccioli, cotechino, zampone, ecc.
  • Pesci grassi e frutti di mare.
  • Carni grasse, affumicate, marinate e salate. Selvaggina e frattaglie.
  • Formaggi piccanti e fermentati.
  • Latte intero.
  • Grasso visibile di carni e affettati.
  • Cibi da fast-food ricchi di grassi idrogenati (trans), presenti anche in molti prodotti preparati industrialmente, e piatti già pronti.
  • Dolci quali torte, pasticcini, gelati, budini. In particolar modo quelli farciti con creme.
  • Bevande zuccherate.

Alimenti consentiti ma con moderazione

  • Sale. È buona regola ridurre quello aggiunto alle pietanze durante e dopo la cottura e limitare il consumo di alimenti che naturalmente ne contengono elevate quantità (alimenti in scatola o salamoia, dadi ed estratti di carne, salse tipo soia).
  • Olii vegetali polinsaturi o monoinsaturi come l’olio extravergine d’oliva, l’olio di riso o gli oli monoseme: soia, girasole, mais, arachidi (per il loro potere calorico controllare il consumo dosandoli con il cucchiaio).
  • Uova.
  • Frutta secca.

Alimenti consigliati

  • Pane, fette biscottate, cereali per la prima colazione, biscotti secchi, pasta, riso, polenta, orzo, farro possibilmente integrali.
  • Frutta matura e verdura di stagione (variando i colori per favorire un idoneo introito di vitamine e sali minerali).
  • Carni sia rosse che bianche, magre e private dal grasso visibile.
  • Affettati, prosciutto crudo, cotto, speck, bresaola, affettato di tacchino/pollo, privati del grasso visibile (1-2 volta a settimana).
  • Pesce, fresco e surgelato.
  • Latte e yogurt parzialmente scremati.
  • Formaggi freschi e stagionati un paio di volte a settimana in sostituzione di un secondo piatto di carne o uova, come 50 grammi di Grana Padano, consigliabile anche come sostituto del sale per insaporire i primi (un cucchiaio 10 grammi). Grana Padano è un concentrato di latte, ma meno grasso del latte intero perché parzialmente decremato durante la lavorazione, il suo consumo incrementa l’apporto proteico ai pasti e favorisce il raggiungimento del fabbisogno giornaliero di calcio e vitamine come la B12 e la A.
  • Acqua, almeno 1,5 litri al giorno da distribuire durante l’arco della giornata.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Posizione di Trendelenburg (antishock): cos’è e quando è consigliata

MEDICINA ONLINE posizione di Trendelenburg anti-shock DECUBITO PRONO SUPINO LATERALE SICUREZZA SIGNIFICATO POSIZIONE LETTO STESI TERRA VISITA LETTINO SDRAIATO CHE SIGNIFICA DIFFERENZA PANCIA IN SU IN GIU.jpgLa posizione di Trendelenburg, o posizione anti-shock, è la posizione in cui è posto il paziente in caso di shock o durante l’esecuzione di particolari indagini radiologiche, nonché durante operazioni di chirurgia ginecologica e addominale. Il soggetto è supino, sdraiato in modo che il capo sia situato inferiormente a ginocchia e bacino. Questa posizione prende nome dal chirurgo tedesco Friedrich Trendelenburg, figlio dell’omonimo filosofo.

A che scopo si usa?

Lo scopo principale della posizione di Trendelenburg è quello di sfruttare la gravità per ottenere una migliore perfusione di organi vitali (detti anche nobili) quali encefalo, cuore e reni; quindi risulta utile in tutte quelle situazioni in cui l’afflusso di sangue è reso difficoltoso, ad esempio in alcuni traumi, nell’ipotensione, negli svenimenti, nello shock emorragico… Per tale motivo la posizione di Trendelenburg è definita anche posizione anti-shock. La posizione di Trendelenburg è molto utile anche in molte branche della medicina:

Diagnostica per immagini

Durante lo svolgimento di radiografia con mezzo di contrasto porre il paziente in tale posizione consente di valutare con discreta sensibilità la presenza di reflusso gastroesofageo. La maggior utilità nel far assumere al malato la posizione di Trendelenburg durante l’esame radiografico con mezzo di contrasto si riscontra però nella diagnosi di ernia iatale. Dagli ultimi studi risulta però concettualmente erronea per questo tipo di indagine, perché totalmente antifisiologica.

Chirurgia addominale

L’assunzione della posizione di Trendelenburg aiuta nella manovra di riduzione di ernia addominale.

Ginecologia

L’assunzione della posizione di Trendelenburg è indicata durante il parto complicato da mancata sufficiente dilatazione della cervice uterina, da presentazione podalica del nascituro o da prolasso di funicolo.

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