Differenza tra periostio e pericondrio ed ossificazione indiretta (condrale)


MEDICINA ONLINE OSSA OSSO SCHELETRO CANE UOMO DIFFERENZE TESSUTO SPUGNOSO TRABECOLARE COMPATTO CORTICALE FIBROSO LAMELLARE CARTILAGINE OSSO SACRO COCCIGE BACINO SISTEMA NERVOSO CENTRALE PERIFERICO MIDOLLO OSSEO SPINALEUn osso (in inglese “bone”) è una componente anatomica del corpo umano ed insieme alle altre ossa costituisce lo scheletro umano.

Periostio

Il periostio è una membrana fibrosa di colore biancastro molto vascolarizzata che ricopre le ossa; dal periostio partono fasci di fibre connettive (fibre di Sharpey) che si estendono in profondità ancorando il periostio all’osso. Nei punti in cui l’osso si articola con altre ossa le fibre del periostio si intrecciano con quelle della capsula sinoviale, o nelle vertebre con quelle dei dischi intervertebrali. Il periostio si interrompe anche nei punti di inserzione della muscolatura lasciando il posto ai tendini. Le cavità interne dell’osso sono ricoperte da una membrana simile al periostio chiamata endostio e contengono il midollo osseo preposto all’emopoiesi, ossia la creazione di eritrociti, leucociti e piastrine.

Pericondrio

Il pericondrio è una membrana di tessuto connettivo fibroso denso che riveste le cartilagini nello sviluppo osseo e fornisce loro nutrimento. È costituito da due strati separati: uno strato esterno di natura fibrosa e uno strato più interno condrogenico. Lo strato fibroso contiene fibroblasti che producono fibre collagene. Lo strato condrogenico rimane indifferenziato e può portare alla formazione di condroblasti e condrociti. È assente nella cartilagine articolare. Il pericondrio ha inoltre importanti funzioni nella crescita e nella riparazione della cartilagine.

Trasformazione del pericondrio in periostio nell’ossificazione indiretta (condrale)

L’ossificazione indiretta o condrale è quel processo che forma l’osso a partire da una struttura in cartilagine ialina. Il termine condrale risulta più appropriato perché questo tipo di ossificazione comprende sia ossificazione endocondrale propriamente detta, che origina da cartilagine preesistente, sia ossificazione a carico del pericondrio prima e del periostio poi, ossificazione pericondrale e periostale, processo di ossificazione molto simile a quello intramembranoso. Questi due processi, endocondrale e pericondrale/periostale, avvengono contemporaneamente. Esempi di ossificazione condrale sono quelli delle ossa della base cranica, della colonna vertebrale, del bacino e degli arti.  Il modello più studiato di ossificazione condrale è quello delle ossa lunghe; per quest’ultime vi sono 3 centri di ossificazione e per quelle piatte, in genere solo 2.

La formazione delle ossa lunghe inizia con la formazione di un modello cartilagineo a cui fa seguito:

1) nella diafisi (centro di ossificazione primario):

  • un processo di ossificazione endocondrale che rimpiazza la cartilagine con tessuto osseo secondo una dinamica che pemette l’accrescimento in lunghezza dell’osso;
  • un processo di ossificazione pericondrale/periostale che garantisce l’accrescimento in larghezza dell’osso.

2) nell’epifisi (centri di ossificazione secondari) il solo processo di ossificazione endocondrale.

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Aritmia cardiaca: cause e fattori di rischio, sintomi, diagnosi e cura

MEDICINA ONLINE ARITMIA TACHICARDIA BRADICARDIA PALPITAZIONI SEMEIOTICA CUORE CARDIACA ESAME OBIETTIVO AUSCULTAZIONE FONENDOSCOPIO ORECCHIO FOCOLAIO SUCULTAZIONE POLMONARE AORTICO MITRALICO TRICUSPIDALE.jpgIl cuore è un muscolo che ha come compito fondamentale quello di far circolare il sangue in tutto il corpo. In esso è presente un circuito elettrico, detto sistema eccito-conduzione, che attiva e regola la contrazione cardiaca. Normalmente la frequenza cardiaca varia tra i 60 e i 100 battiti al minuto e le contrazioni si susseguono in modo regolare e ritmico, con solo leggere variazioni fisiologiche legate alla respirazione (i battiti tendono a rallentare durante una espirazione profonda).

L’aritmia cardiaca è un disturbo:

  • del ritmo cardiaco, in cui i battiti non sono ritmici (ad esempio: fibrillazione atriale);
  • della frequenza cardiaca aumentata (tachicardia) in cui la frequenza supera i 100 battiti al minuto a riposo;
  • della frequenza cardiaca diminuita (bradicardia) in cui la frequenza è inferiore ai 60 battiti al minuto a riposo.

L’aritmia cardiaca si verifica quando si ha un ritardo o un blocco dei segnali elettrici che controllano il battito cardiaco. Ciò accade quando le speciali cellule nervose che producono i segnali elettrici non lavorano correttamente o se il segnale non viaggia in modo normale attraverso il cuore. A tal proposito leggi: Come si muove l’impulso elettrico cardiaco nel cuore?

Un’ aritmia può verificarsi anche in seguito alla produzione di un segnale elettrico all’interno del cuore, che si aggiunge al segnale prodotto dalle cellule nervose deputate.

CAUSE E FATTORI DI RISCHIO

Tra i fattori di rischio più ricorrenti di un’aritmia, vi sono:

  • fumo;
  • abuso di alcol;
  • abuso di caffè o tè;
  • uso di droghe (es. cocaina e amfetamine);
  • effetti collaterali legati all’uso di alcuni farmaci;
  • disturbi digestivi;
  • BPCO (bronco pneumopatia cronico ostruttiva);
  • un forte stress emozionale (paura, tristezza, ira…)
  • un incremento dei valori della pressione sanguigna
  • il rilascio di particolari ormoni dello stress;
  • un infarto cardiaco;
  • condizioni mediche pregresse (ipertensione, patologie coronariche, disfunzioni tiroidee che portano all’iperproduzione o all’ipoproduzione di ormone tiroideo, patologie reumatiche del cuore).

In alcune forme di aritmia (es. la Sindrome di Wolff-Parkinson-White) possono essere convolti fattori di malfunzionamento cardiaco di tipo congenito, quindi presenti dalla nascita.

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SINTOMI

Le diverse forme di aritmia si manifestano con sintomi simili: palpitazioni, senso di debolezza, affanno e, in caso di fibrillazione atriale, sensazione particolare al petto, descritto come “tuffo al cuore” o “cuore che salta”. La sincope (perdita di coscienza di breve durata) sopraggiunge in caso di insufficiente irrorazione sanguigna del cervello (brachicardia con meno di 20 battiti al minuto o tachicardia improvvisa con una frequenza superiore a 200 battiti al minuto). Il paziente, se coricato con gambe sollevate, riacquista rapidamente conoscenza. Se però non riprende i sensi, si tratta di emergenza con pericolo di arresto cardiaco, in quel caso si rendono necessarie misure d’urgenza per salvare la vita: massaggio cardiaco, respirazione artificiale, defibrillazioni ecc. quindi potrebbe essere di vitale importanza recarsi immediatamente al pronto soccorso.

DIAGNOSI

Per una diagnosi precisa, il cardiologo ha la disponibilità di alcuni esami medici. Gli esami del sangue (marker cardiaci) misurano l’eventuale danno del cuore, i livelli di zuccheri (glicemia) e di ormoni tiroidei (TSH, T3 e T4). Nelle donne giovani, infatti, l’aritmia cardiaca può essere causata dalla tiroide che funziona troppo (ipertiroidismo) o dall’anemia. L’elettrocardiogramma (ECG) registra gli impulsi elettrici del cuore e serve per capire di quale tipo di artrite si soffre. Se le aritmie sono frequenti, il medico può chiedere di indossare un ECG portatile (Holter) per 24 ore consecutive. L’ecocardiogramma con gli ultrasuoni evidenzia le dimensioni del cuore e delle valvole cardiache; mentre una radiografia del torace aiuta a scoprire se la causa dell’aritmia cardiaca è un problema legato ai polmoni. Se l’aritmia cardiaca inizia durante o dopo l’attività fisica, il medico può prescrivere un test da sforzo, che valuta come reagisce il cuore all’affaticamento fisico. L’attività cardiaca è registrata mentre si è sopra una cyclette o su un tapis roulant. Se l’artrite compare durante il test, significa che al cuore non arriva abbastanza sangue e bisogna verificare la salute delle arterie.

CURA

Le aritmie non disturbanti di solito non necessitano di trattamenti. Se però il disturbo è frequente, si può optare per una terapia: in caso di extrasistoli, con farmaci leggermente sedativi. Se non si ottengono risultati, si procede con farmaci antiaritmici. Le tachicardie sopraventricolari si cerca di interromperle quando si sono già manifestate con farmaci antiaritmici o con l’esecuzione di manovre particolari come l’immersione del volto in acqua gelata o somministrando stimoli elettrici, cercando di prevenire la ricomparsa in futuro sempre con farmaci antiaritmici. Per le tachicardie ventricolari si usano farmaci che controllano il ritmo, anche se in alcuni casi essi non sono in grado di farlo, per cui si utilizzano piccoli sondini nel cuore collegati ad un piccolo congegno elettronico in grado di capire quando è in corso la tachicardia e di inviare stimoli elettrici che la interrompono. Le brachicardie si curano impiantano un pacemaker (stimolatore cardiaco) che sostituisce i circuiti cardiovascolari rivelatisi insufficienti, in grado di variare la frequenza cardiaca in basa a quella che la persona necessita.

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Emorragia cerebrale: non operabile, coma, morte, si può guarire?

MEDICINA ONLINE MORTE COSA SI PROVA A MORIRE TERMINALE DEAD DEATH CURE PALLIATIVE TERAPIA DEL DOLORE AEROPLANE TURBINE CHOCOLATE AIR BREATH ANNEGATO TURBINA AEREO PRECIPITA GRATTACIELO GL’emorragia cerebrale (in inglese conosciuta come intracranial hemorrhage, intracranial bleed o ICH), corrisponde ad una fuoriuscita più o meno abbondante di sangue da un vaso arterioso o venoso dell’encefalo. La fuoriuscita di sangue ha la principale conseguenza di un danno alle cellule celebrali, a causa sia della privazione del nutrimento garantito dal flusso sanguigno, che della compressione dell’ematoma sul tessuto cerebrale che si crea all’interno del cranio dal momento che quest’ultimo è inespandibile. Tale fuoriuscita di sangue è provocata dalla rottura di un vaso sanguigno che può essere sia il risultato di un picco ipertensivo che è andato a rompere un vaso cerebrale già dilatato (aneurisma cerebrale), oppure la conseguenza di un trauma, ad esempio una caduta o un incidente stradale in cui la testa viene sottoposta ad una forte decelerazione ed impatto.

Conseguenze dell’emorragia cerebrale

Le conseguenze di una emorragia variano grandemente in base a molti fattori come ad esempio:

  • lo stato di salute del paziente;
  • la sua età;
  • la zona in cui si è verificata l’emorragia;
  • la tempestività con cui il paziente è stato sottoposto a cure mediche.

L’emorragia cerebrale è comunque un evento grave, in alcuni casi gravissimo, che mette a rischio la sopravvivenza di chi lo subisce. Le sue conseguenze possono essere irreversibili o solo lievemente reversibili e rappresentare il motivo di serie disabilità cognitive e/o fisiche per il resto della vita che diminuiscono solo parzialmente con le terapie riabilitative attualmente conosciute. In alcuni casi più gravi il paziente può morire in pochi minuti per le conseguenze dell’emorragia, in altri casi altrettanto gravi il paziente sperimenta una serie di sintomi prima di entrare in stato di coma. Tali sintomi di norma compaiono all’improvviso subito dopo il trauma e possono evolvere anche molto rapidamente. Essi sono:

  • cefalea intensa ed improvvisa (descritta spesso come un colpo di pugnale alla nuca);
  • vomito;
  • nausea;
  • compromissione dello stato di coscienza e del controllo degli sfinteri;
  • emiparesi o emiplegia;
  • disturbi del linguaggio (disartria o afasia);
  • disturbi della sensibilità;
  • disturbi della coordinazione.

Molto spesso tali eventi si verificano molto presto la mattina, ciò a causa del tipico aumento della pressione arteriosa che si verifica in questi orari e che rende più probabile, ad esempio, una emorragia cerebrale da rottura di un aneurisma. Capita quindi non di rado che il soggetto venga ritrovato dai famigliari la mattina nel suo letto, in uno stato compromesso che gli ha impedito di chiedere aiuto e ciò tende a peggiorare la prognosi, dal momento che ritarda il momento delle cure.

Purtroppo spesso accade che il paziente colpito da emorragia cerebrale, entri in coma e rimanga in stato di incoscienza fino alla morte, che può sopraggiungere in tempi estremamente variabili in base all’età, alla gravità del danno cerebrale ed allo stato di salute generale del paziente. In tali casi, specie se il coma si protrae a lungo, anche se il paziente esce dal coma, difficilmente potrà tornare a svolgere una vita normale, a causa dei danni irreparabili dovuti all’emorragia cerebrale.

In altri casi il paziente rimane cosciente, ma può avere dei danni molto variabili, che riflettono la zona e la gravità del danno cerebrale, come ad esempio disturbi del linguaggio (afasie), anosognosia, disturbi del movimento, della vista… Sono comunque disponibili dei trattamenti riabilitativi che riducono, per quanto possibile, le invalidità del paziente.

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Si può guarire?

Le reazioni dell’organismo ad una emorragia, come abbiamo visto, sono estremamente variabili. Ciò dipende anche molto dalla tempestività in cui si effettuano i trattamenti medici. L’intervento chirurgico per la riduzione dell’ematoma può migliorare la situazione. Nei pazienti per i quali non è necessario l’intervento chirurgico è fondamentale un attento e continuo monitoraggio dello stato neurologico e dei parametri vitali: particolare attenzione deve essere rivolta al controllo dell’ipertensione arteriosa. In caso di importante edema cerebrale non operabile può essere richiesta la somministrazione di diuretici osmotici per ridurre l’edema (riassorbimento dell’ematoma) e ridurre la possibilità di danni al tessuto cerebrale. In caso di emorragia cerebrale in concomitanza con una terapia anticoagulante si fa solitamente uso di preparati in grado di ripristinare la normale coagulazione del sangue (vitamina K, protamina, concentrati piastrinici).

Una volta stabilizzate le condizioni del paziente, la sua prognosi rimane generalmente molto variabile in base alla tipologia di sanguinamento, dalle dimensioni dello stesso e dalla causa che lo ha provocato. Inoltre, le condizioni cliniche morbose preesistenti nel paziente possono influire in maniera negativa sulla prognosi. Molto temibili sono le problematiche di natura non neurologica che si possono sovrapporre in un paziente affetto da emorragia cerebrale. Le più frequenti sono di ordine infettivo (infezione delle vie urinarie e polmoniti in prima battuta). Seguono complicanze di ordine cardiaco in particolar modo aritmie cardiache, problematiche legate alla formazione di lesioni da decubito nei pazienti in coma o parzialmente immobilizzati, e non dimentichiamo la possibilità di un ulteriore episodio di sanguinamento cerebrale durante la degenza.

I pazienti che sopravvivono ad una emorragia cerebrale possono giovare di alcuni interventi riabilitativi, che possono migliorare la condizione cognitiva e/o fisica del paziente, anche se, per la mia esperienza, difficilmente un paziente colpito da emorragia cerebrale – specie se entrato in coma e/o anziano e/o già debilitato per altre patologie – tornerà ad essere lo stesso di prima, questo è un dato spiacevole ma deve essere chiaro fin da subito ai famigliari del paziente. Ciò però non significa che si deve perdere ogni speranza. 

Riabilitazione

L’emorragia cerebrale determina una lesione cerebrale, ed il cervello è quell’organo che ci permette di organizzare attraverso i processi cognitivi, il nostro comportamento e movimento, oltre alle nostre facoltà di linguaggio e di ragionamento.  Pertanto tutte le conseguenze di una emorragia cerebrale, vanno analizzate considerando l’alterazione dei processi cognitivi causata dall’emorragia stessa. Ho ritenuto necessario fare questa ovvia precisazione, perché comprendere al meglio le conseguenze di emorragia cerebrale, significa scegliere la migliore riabilitazione per il recuperoInfatti purtroppo spesso, le conseguenze di una emorragia cerebrale vengono individuate nei soli effetti visibili quali emiparesi e spasticità (condizione di ipertono dei muscoli), tralasciando gli aspetti cognitivi prima citati, questo non fa altro che indurre a scegliere una riabilitazione incentrata sui muscoli.  La riabilitazione post emorragia cerebrale deve coincidere con il reale problema che ha determinato le conseguenze appena descritte, dovrà quindi coinvolgere e riattivare i processi cognitivi alterati dell’emorragia cerebrale.  Attualmente la riabilitazione cognitiva, conosciuta anche come Metodo Perfetti è la risposta riabilitativa post emorragia cerebrale più adatta e corente con le reali problematiche e conseguenze. 

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Semeiotica dei reni: esame obiettivo renale

MEDICINA ONLINE APPARATO URINARIO RENI URETRA URETERI URETERE DIFFERENZA URINA AZOTEMIA PENE VAGINA ORIFIZIO SCORIE VESCICA TUMORI TUMORE CANCRO DIAGNOSI CISTOSCOPIA ECOGRAFIA UOMO DONNAI reni sono organi retroperitoneali situati nelle fosse retrolombari a lato della colonna vertebrale; sono alti circa 12 cm, larghi circa 6 cm, con uno spessore di 3 cm, lievemente obliqui verso il basso e verso l’esterno, da TH12 a L3; anatomicamente il rene sinistro si situa è in posizione poco più alta del destro. La clinica e l’esame obiettivo nefrologico sono relativamente scarni e poco utili in Medicina Intensiva, e generalmente vanno associati al contesto clinico, agli esami di laboratorio (soprattutto a livello urinario/plasmatico) ed agli esami di imaging; qui andremo ad elencare le diverse situazioni cliniche e manovre collegate.

ISPEZIONE DEI RENI

Le regioni lombo-renali si presentano lievemente concave dall’alto verso il basso e convesse dall’esterno verso l’interno; a seguito di patologie si hanno tumefazioni la cui grandezza ed estensione correla direttamente con il processo morboso in causa; tali tumefazioni occupano prima la regione lombare e laterale della cavità addominale, successivamente si sviluppano nelle regioni iliache ed anteriori verso l’ombelico, tipicamente da ascessi renali/pararenaliidronefrosi/pionefrosicisti renali e neoplasie. Se la patologia renale evolve in senso infiammatorio è frequente un arresto dei movimenti respiratori omolateralmente al lato della lesione (interessamento diaframmatico). Sono presente anche delle depressioni la cui grandezza/estensione correla direttamente con la situazione clinico-patologica in causa; solitamente da ectopia renale e spostamento renale (tipicamente ptosi renale).

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PALPAZIONE DEI RENI

Mediante la palpazione è possibile valutare la dolorabilità renale, i caratteri delle tumefazioni e le ectopie renali. Esistono diverse tecniche di palpazione del rene, che si effettuano con due mani, di cui ne esistono quattro principali:

  • Tecnica di Guyon: il paziente è supino, il medico si posiziona omolateralmente al rene da esaminare, applicando la mano omolaterale (destra per il rene destro) anteriormente, affondandola parallelamente all’asse maggiore del corpo; l’altra mano è posta posteriormente, in regione dorso-lombare. Il paziente respira profondamente; è possibile attuare la manovra del ballottamento, per valutare le dimensioni renali.
  • Tecnica di Glenard: le mani sono poste come nel metodo di Guyon, ma la mano si trova controlateralmente al rene (mano sinistra per il rene destro) con il pollice che limita lo spostamento renale, che viene palpato fra una mano ed il pollice; preferibile su bambini e/o adulti longilinei.
  • Tecnica di Israel: il paziente giace sul fianco opposto al rene da valutare, mentre il medico si posiziona alle spalle con le dita parallele le approfondì nell’addome per palpare il polo renale inferiore.
  • Tecnica di Petit (o della palpazione crociata): il medico si trova dal lato opposto a quello del rene da esaminare, con l’avambraccio che viene introdotto sotto il dorso del paziente, fino a quando la mano non poggia sulla loggia lombare, l’altra mano è posta sull’addome, sotto l’arcata costale.

Per quello che concerne la dolorabilità renale bisogna ricordarsi che il rene normalmente è insensibile alla pressione e/o altre manovre direttamente esercitate su di lui, mentre in condizioni patologiche esistono punti che diventano dolenti alla pressione, come il punto vertebrale, il punto angolo-scapolare, il punto costo-vertebrale (che si localizza fra l’ultima costa ed il margine esterno della colonna), il punto costale e la famosa manovra di Giordano dove il medico con il margine ulnare della mano tira dei leggeri colpi sulla regione renale mentre il paziente giace seduto; si parte con colpi lievi aumentando di intensità (per abituare il paziente senza spaventarlo). E’ abitudine  stendere la mano controlaterale a piatto sulla regione renale, così da distribuire ed attutire in parte il colpo. Viene definito positivo se si ha un dolore profondo quando il paziente viene toccato.

Per quello che concerne invece la dolorabilità ureterale, esso può essere evocato o accentuato mediante la compressione di alcuni punti che corrispondono in superficie al decorso profondo di queste strutture. Tali punti sono il punto ureterale superiore all’incrocio fra la linea transpilorica con la linea verticale paracentrale, il punto ureterale medio lungo la linea bisiliaca, 2 cm all’interno dell’incrocio con la linea paracentrale, il punto ureterale sovrapubico che si localizza sopra al tubercolo pubico ed il punto ureterale inferiore che si può individuare durante l’esplorazione rettale/vaginale.

Sempre durante la palpazione è è possibile valutare differenti caratteristiche renali per quello che concerne la presenza di una eventuale tumefazione renale; in particolare l’estensione e la forma che solitamente è a ovoide allungato e che può alterarsi con neoplasie o cisti, la consistenza che normalmente è duro-elastica, ma può divenire fluttuante (in caso di ascessi, cisti, idronefrosi), dura (soprattutto con la tubercolosi renale), lapidea (per carcinoma), ecc… La superficie renale solitamente é liscia, ma può essere bernoccoluta nel rene policistico, in caso di tubercolosi renale e/o per carcinomi; la mobilità espiratoria renale di solito è scarsa, soprattutto col rene sinistro perché il destro aderisce al fegato e presenta una maggiore mobilità col respiro; la spostabilità compare nel caso di ectopia (vedi oltre) mentre per quello che il ballottamento si riscontra in caso di tumefazioni renali: si percepisce meglio con la manovra di Guyon, con leggere scosse ritmiche, anche se esistono falsi positivi da masse spleniche, pancreatiche o coliche.

Le ectopie renali sono relativamente frequenti e si possono valutare tre distinte situazioni; la presenza di un rene ectopico viene definito come un rene situato in altri siti differenti dalla loggia renale, soprattutto nella cavità pelvica e/o nella fossa iliaca; spesso il rene è anche ipoplasico; la diagnosi differenziale con la ptosi renale si pone tramite angiografia, angioTC, angioRMN perché permette di vedere il differente peduncolo vascolare renale che in caso di ectopia si localizza in sede diversa rispetto alla classica emergenza dall’aorta. Il rene ptosico di contro è una ectopia acquisita e parziale, col rene che nelle forme gravi può essere completamente palpato; generalmente é secondario a fenomeni di dimagrimento importanti, con perdita del grasso della loggia renale e conseguente discesa dell’organo. Il rene mobile-migrante é definito come un rene liberamente spostabile nella cavità addominale, facilmente riportabile in sede normotopica.

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PERCUSSIONE DEI RENI

La percussione renale viene eseguita a croce sulle regioni lombo-renali, mediante percussione piuttosto forte del dito flessore sul dito plessimetro; il suono ricercato è ottuso, distinguibile dal suono timpanico intestinale. Non differisce dal suono epatico/splenico. La percussione in sede ipogastrica può essere d’aiuto in caso di ritenzione urinaria, determinando la presenza/dimensioni di un globo vescicale di ampiezza variabile, tipicamente ottuso, a forma variabile, nel contesto di un suono timpanico variabile. Va in diagnosi differenziale con il disassamento vescicale (compressione estrinseca/chirurgica), un diverticolo vescicale severo e/o la presenza di malformazioni o fratture piccolo bacino.

AUSCULTAZIONE DEI RENI

A livello clinico esistono pochi segni utili nell’auscultazione renale; può essere utile in caso di stenosi dell’arteria renale(alla ricerca dell’eziologia dell’ipertensione nefro-vascolare), tramite auscultazione in regione paraombelicale di un soffio a genesi vascolare. Tipicamente generato da aterosclerosi, iperplasia fibromuscolare, aneurismi, ecc…

CLINICA NEFROLOGICA:

La scarsità di elementi clinici nella valutazione del rene viene compensato dalla presenza di una pletora di segni riguardanti le caratteristiche delle urine, dal volume urinario, alla qualità dell’urina, alla frequenza della minzione, ecc… come aiuto per poter avere degli elementi clinici di partenza su cui impostare una corretta diagnosi differenziale.

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ALTERAZIONI QUANTITATIVE:

  • Anuria: viene definita come un volume urinario giornaliero inferiore a 100 ml die oppure come l’arresto totale dell’escrezione urinaria.
  • Oliguria: viene definita come un volume urinario giornaliero inferiore ai 400 ml die, generalmente dovuta a cause differenti classificabili in base alla sede anatomica del problema; si può parlare di forme prerenali (da ipotensione arteriosa severa, shock ipovolemico, shock cardiogeno primario/secondario, shock batteriemico, deplezione idrosalina, ipercalcemia grave, farmaci da vasocostrizione severa), forme renali (necrosi corticale acuta, necrosi tubulare acuta ischemica / tossica / da ipersensibilità, glomerulonefrite acuta, necrosi papillare o insufficienza renale cronica terminale) e forme postrenali (da uropatia ostruttiva/nefrolitiasi, neoplasie degli organi pelvici, irradiazioni, edema e fibrosi).
  • Poliuria: viene definita come un volume urinario giornaliero superiore ai 2000 ml die, che si presenta in una serie di situazioni estremamente eterogenee; si va dall’incapacità del rene di conservare l’acqua ad un esagerato apporto idrico, ecc… oppure in base alla sede anatomica del danno. Si sono farmaci a carico del tubulo contorto prossimale che possono dare diuresi osmotica (mannitolo, glucosio, urea), esistono diuretici ad azione prossimale (acqua, soluzioni ipotoniche, acetazolamide), la presenza di diabete insipido nefrogenico e/o l’ipercalcemia (alterazione sistemi trasporto prossimale). Ci possono essere alterazioni nel sistema di concentrazione controcorrente come alterazione nella struttura (pielonefrite, uropatia ostruttiva, m. cistica), alterazione del Na-trasporter (diuretici dell’ansa), perdita dell’iperosmolarità (dieta ipoproteica) e/o alterazioni a carico del dotto collettore come nel caso di assenza di ADH (diabete insipido, eccesso acqua, eccesso alcol), refrattarietà dell’ADH (forme idiopatiche, ipokaliemiche, ipercalcemiche).
  • Nicturia: in condizioni normali durante il giorno vengono eliminate quantità di urina nettamente maggiori rispetto alla notte; in diverse condizioni patologiche questo ritmo del flusso urinario può essere alterato, così che il volume delle urine notturno eguagli/superi quello diurno. Da edemi diffusi/anasarca (dovuto a scompenso cardiaco, cirrosi epatica, problematiche renali), insufficienza renale cronica dovuto ad una diuresi osmotica costante, diabete mellito scompensatodiabete insipido oppure ostruzione meccanica che si associa spesso a pollachiuria (come nel caso di un adenoma prostatico, neoplasie vescicali, ecc…).
  • Pollacchiuria: viene definita come un aumento della frequenza minzionale (al di sopra dei 5-6 episodi giornalieri), secondario a diversi fattori fisiopatologici/psicologici come la pollacchiuria nervosa, che insorge spesso in pazienti ansiosi sottoposti a stimoli emozionali. Tipicamente è dovuta a endocrinopatie quali il diabete insipido (centrale/nefrogenico), il diabete mellito, la glomerulonefrite cronica, la pielonefrite cronica, l’ipertiroidismo, l’iperparatiroidismo, e diuretici, oppure da patologie irritative come in caso di cistite, prostatite, calcolosi urinaria, neoplasie vescicali/ureterali, pielite, gravidanza, vaginite, salpingite, diverticolite, appendicite, emorroidi, ecc…, oppure da patologie ostruttive sia di tipo meccanico per ostruzione al collo vescicale da ipertrofia prostatica benigna, prostatiti, stenosi uretrali, calcoli che di tipo neurogeno da poliomielite, tabe dorsale, sclerosi multipla, neuropatia diabetica, farmaci parasimpaticolitici.

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ALTRE ALTERAZIONI CLINICHE:

  • Stranguria: viene definito come tale il dolore che accompagna o segue la minzione (da uretriti, stenosi uretrali, calcolosi vescicale, cistite, malattia prostatica, ecc…); la sensazione dolorosa può essere avvertita al glande (nelle donne in corrispondenza del meato) o all’ipogastrio, a volte anche irradiato in regione perineale/anale. In caso di reflusso vescico-ureterale il dolore può irradiarsi verso le logge renali. Se si correla alla temporalità del flusso urinario, il dolore può essere iniziale (più tipicamente da adenoma prostatico o uretrite posteriore), finale (tipicamente da cistiti, neoplasie vescicali) oppure continuo (piuttosto aspecifico, da approfondire con le opportune diagnosi).
  • Disuria: è definita come difficoltà della minzione con svuotamento vescicale; il paziente può lamentare una disuria iniziale (con difficoltà ad iniziare la minzione) o una disuria terminale (emissione di qualche goccia d’urina dopo l’apparente svuotamento completo). Spesso la condizione clinica si instaura così lentamente da essere per lungo tempo sottovalutata dal paziente. Il meccanismo fisiopatologico spesso è dovuto ad un difetto di canalizzazione dell’uretra, e/o da un difetto della contrattilità della muscolatura vescicale (detrusore) e/o dalla mancata apertura del collo vescicale. Tipicamente da traumi (sia uretrali che vescicali), malformazioni congenite/acquisite (come nel caso di fimosi, stenosi del meato e dell’uretra, diverticolite vescicale, prolasso uterino/vescicale), infiammazioni (uretrite, trigonite, prostatite, cistite, ileite regionale, colite ulcerosa), calcolosi (sia ureterale che vescicale), neoplasie (dall’ipertrofia prostatica al carcinoma prostatico, neoplasie vescicali, polipi del meato, fibroma uterino/vescicale, cisti ovariche, neoplasie intestinali, ecc…), patologie neurologiche (per poliomielite, neuropatia diabetica, neoplasie del midollo spinale, il tabe dorsale, la sclerosi multipla o aterosclerosi).

ALTERAZIONI NEL CONTROLLO URINARIO:

  • Incontinenza urinaria: si definisce come perdita della normale capacità di posporre l’atto minzionale a proprio piacimento, espletandolo in condizioni igienico-sanitarie più opportune; tipicamente é legato ad uno squilibrio fra il tono del muscolo detrusore ed il tono dello sfintere uretrale esterno. Si parla di incontinenza vera quando si ha un’insufficienza dello sfintere (che può essere leso o paralizzato) e l’urina defluisce continuamente dopo il suo ingresso in vescica, oppure di incontinenza falsa quando si ha un’insufficienza del muscolo detrusore (che può essere sovradisteso o paralizzato) e l’urina trabocca nella vescica per poi traboccare dall’uretra. Tipicamente da patologie congenite (dell’uretra o della vescica), patologie vescicali (come nel caso di cistocele, cistiti, calcolosi vescicale, sclerosi cervicale), fistole (sia vescico-vaginali che uretro-vaginali), patologie neurologiche come da traumi midollari, arteriosclerosi cerebrale/demenza senile, sclerosi multipla, neuropatia diabetica, neurolue, siringomielia, encefaliti, neoplasie midollari o del lobo frontale, ecc…, farmaci quali atropina, tranquillanti, anestetici o la chirurgia (dopo prostatectomia o chirurgia sul collo vescicale).
  • Enuresi: è definita come la mancanza di controllo della minzione (soprattutto notturno) nei bambini inferiori a 3 anni; solitamente il controllo della minzione avviene entro i primi due anni d’età e viene pertanto distinta dall’incontinenza urinaria. L’enuresi essenziale non ha un reale significato patologico, dato che entro 5-10 anni d’età cessa; più raramente la guarigione avviene durante la pubertà. Diventa patologico e particolarmente accentuato in caso di fimosibalanitistenosi uretralivulvitiparassitosi intestinalispina bifida occulta o insufficiente controllo corticale sulla minzione, condizioni che vanno controllate qualora il bambino non mostri un sufficiente controllo notturno della minzione.
  • Ritenzione urinaria (iscuria): è definita come un graduale accumulo di urina nella vescica, con incapacità ad eliminarla; spesso da stenosi uretrale, ipetrofia prostatica benigna, sclerosi del collo vescicole o altre cause (tipicamente infezioni). Appare estremamente frequente nella popolazione anziana e può essere causa di disordini neurologici con agitazione fino al delirium.
  • Iscuria paradossa: viene definita tale l’emissione spontanea dell’urina a gocce (con impossibilità di minzione volontaria), proveniente da una vescica iperdistesa che supera la tonicità degli sfinteri, senza però uno svuotamento vescicale.

ALTERAZIONI QUALITATIVE MACROSCOPICHE:

Viene definita ematuria la perdita di sangue visibile con le urine; si classifica in forme macroscopiche (se sono visibile ad occhio nudo, generalmente oltre 1 ml per litro di urina) e forme microscopiche (se tale segno è accertabile solo all’esame del sedimento urinario). In corso di ematuria macroscopica il colore delle urine varia a seconda della quantità di sangue presente (da rosa a rosso vivo), dalla permanenza nelle vie urinarie (generalmente assumono un colore brunastro se è di lunga permanenza, mentre sono più rosso vive se vengono eliminate rapidamente) e del pH urinario (per un pH acido il colore è marrone scuro, mentre per un pH alcalino il colore è piuttosto rosso vivo).

Un’eventuale ematuria dipende anche dall’associazione di farmaci (come la fenitoina, la rifampicina, la fenacetina, ecc…) e/o alimenti (soprattutto le barbabietole); tale condizione si pone in diagnostica differenziale con le urine iperpigmentate da sali biliari, porfirie o urati, ma anche per emoglobinuria (dal punto di vista clinico si ha una maggior limpidezza ed una tonalità piuttosto laccata), anche se la diagnosi di certezza si ottiene sono con l’analisi del sedimento urinario. Prima dello sviluppo delle moderne tecniche diagnostiche, per un primo studio sulla sede di sanguinamenti si utilizzava la prova dei tre bicchieri: si invita il paziente ad urinare senza interrompere il getto, in tre calici e si valuta l’aspetto dell’urina nei tre diversi contenitori. In caso di ematuria totale si ha un’ematuria riconoscibile con eguale intensità nei tre calici, probabilmente con un danno di tipo renale, mentre in caso di ematuria terminale l’ematuria appare più intensa nell’ultimo calice, probabilmente da danno vescicale e/o dall’uretra posteriore; in caso di ematuria iniziale, dove l’ematuria è più intensa nel primo calice, l’origine spesso è uretrale.

ALTERAZIONI QUALITATIVE MICROSCOPICHE:

  • Proteinuria: è definita come eliminazione di proteine attraverso il rene, per un processo fisiologico o patologico; può essere sia una proteinuria glomerulare (selettiva/non selettiva) che tubulare. Nella forma glomerulare si ha una maggiore permeabilità alle proteine; in questi casi la permeabilità alle piccole molecole non si modifica, mentre aumenta la permeabilità alle molecole più grosse (come l’albumina) aumentando pertanto il carico riassorbito, ma molte proteine a maggior peso molecolare compaiono nelle urine. Si parla di forme selettive se il peso molecolare di filtrazione è fra 60-100 kDa (come l’albumina e la transferrina), tipicamente da sindromi nefrosiche minime, oppure si parla di forme non selettive quando il peso molecolare di filtrazione è di qualsiasi dimensione (tipicamente dalle glomerulopatie in fase avanzata) con poca risposta alla terapia farmacologica. Nella forma tubulare si ha una filtrazione proteica normale, mentre il danno é situato a livello del tubulo contorto prossimale, con molecole di basso peso molecolare (generalmente filtrate dal glomerulo) che non vengono più riassorbite dal tubulo. Può essere dovuto a situazioni non patologiche (albuminuria ortostatica, stress emotivo, da sforzo, termogenica, infezioni febbrili, ecc…) o da condizioni patologiche (mieloma, sindrome nefrosica, pielonefrite, ecc…).
  • Piuria: viene definita come la presenza di pus visibile ad occhio nudo nelle urine (la leucocituria è la presenza di leucociti nelle urine visibile solo col microscopio). L’escrezione urinaria di leucociti è normale sotto ai 200.000 globuli bianchi/ora. Valori elevati sono indice di infezioni delle vie urinarie e quindi indicano la presenza di uretriteprostatitecistite o cistopielitepielonefrite, o tubercolosi renale o delle vie urinarie (con “piuria acida” e non alcalina).
  • Emoglobinuria: é definita come la presenza di emoglobina libera nelle urine; è espressione del consumo dell’aptoglobina a livello plasmatico (che solitamente capta l’eventuale Hb libera nel sangue). Può essere manifestata in maniera occasionale come per alcune anemie emolitiche durante una crisi emolitica rapida ed intensa (come per le talassemie, emoglobinopatie, sferocitosi, la PTT, fauvismo, forme autoimmuni, da ustioni/parassiti, ecc…), incidenti emolitici trasfusionali oppure nel caso di malaria (black-water fever). Può anche manifestarsi costantemente nelle sindromi emoglobinuriche come nel caso di emoglobinuria parossistica notturna (soprattutto la notte, a giorni variabili), emoglobinuria parossistica a frigore che può essere acuta (non luetica) o cronica (da lue acquisita terziaria o congenita), con emolisine difasica di Donald-Landsteiner oppure l’emoglobinuria da marcia dopo sforzi protratti in stazione eretta (da degradazione enzimatica di lipidi stremali con accelerazione dell’emolisi spontanea).
  • Mioglobinuria: è definita come la presenza di mioglobina nelle urine (sopra ai 15-20 mg/100 ml) e tipicamente è secondaria ad una rapida distruzione delle cellule muscolari. Può essere dovuta a forme di mioglobinuria parossistica idiopatica con crisi mioglobinuriche scatenate da esercizi fisici intensi, con dolori muscolari (raramente a paralisi); urine scure ma limpide. Sono positive con la tolidina (colore blu-verde a seconda della quantità di pigmento), falsi positivi con l’Hb (cmq color rosa); dal morbo di Haff: tipico nella regione baltica, post ingestione di pesci contenenti tossine miolitiche immesse dai fiumi; diffusione mini-epidemica; da crush-syndrome: sindrome da schiacciamento che provoca un danno renale da ipossia acuta (shock, ischemia renale) o da ostruzione tubulare prodotta da cilindri di mioglobina precipitati nel lume del nefrone o forme di glicogenosi tipo V: da deficit di fosforilasi muscolare; si ha mioglobinuria transitoria, astenia spiccata, crampi, mialgie post-sforzo.
  • Rabdomiolisi: sono una condizione patologica conseguente al rapido passaggio in circolo dei costituenti enzimatici, metabolici ed elettrolitici del muscolo striato, liberato dalla necrosi di tale tessuto (vedi il capitolo specifico, Capitolo 5.3). Gli enzimi CK possono aumentare molto (fino a 50.000-100.000 unità), anche se le MB-CK sono contenute all’1-2% (si pongono in diagnosi differenziale con l’infarto miocardico acuto). La rabdomiolisi comporta la presenza di mioglobinuria (condizionante urine color Coca-Cola), un danno tubulare ed una conseguente insufficienza renale acuta, associate a mialgie. Sulle cause specifiche si veda il capitolo appositamente dedicato (Capitolo 5.3); da esercizio fisico intenso (con crisi convulsive, e/o tetania), crush-syndrome o ustioniipertermia maligna/da neuroletticiischemia  intestinale (per vasocostrizione o embolie), dismetabolismi (ipokaliemia, chetoacidosi, diabete mellito), tossicosi (da eroina, cocaina, amfetamine, alcolismo), infezioni batterichefarmaci (statine associate a ciclosporina, eritromicina, fibrati, niacina, ecc…).
  • Porfirinuria: è definita come la presenza di profirine nelle urine, con un colorito bruno-scuro nelle urine; dovuto a forme di  porfiria congenita (eritropoietica): eccessiva deposizione di porfirine nei tessuti, con fotosensibilizzazione, eritrodonzia (fluorescenza rossa dei denti alla luce di Wood), con uroporfirina I e coproporfirina I nelle urine (color “rosso lavatura di carne”), oppure da forme di porfiria epatica da eccessiva produzione di porfirina nel fegato; forma acuta intermittente (crisi periodiche di coliche addominali, peggiorate con barbiturici, crisi nevrotiche/psicotiche, ecc…), forma cutanea tarda (lesioni cutanee con molta fotosensibilità, fegato cirrotico, steatonecrosi) e forme miste.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Manovra e segno dello psoas positivo o negativo: cos’è e cosa indica

MEDICINA ONLINE MANOVRA SEGNO PSOAS SIGN ITTERO BILIRUBINA EMOLITICO COLESTATICO OSTRUTTIVO NEONATALE SIGNIFICATO CISTIFELLEA SCLERA  COLECISTI BILE CISTICO COLEDOCO COMUNE FEGATO PANCREAS DUODENO DIGESTIONE DIGERENTE.jpgLa manovra dello psoas è una manovra utilizzata in semeiotica medica per indagare la presenza di un dolore addominale. La sua positività indica una possibile appendicite acuta.

Come si esegue la manovra dello psoas

La manovra dello psoas si esegue tramite questi step:

  1. il paziente è steso e supino (con la pancia in alto);
  2. il medico, con le dita e il palmo della mano, esercita una pressione sull’addome a livello della fossa iliaca destra;
  3. contemporaneamente viene sollevato l’arto del paziente, a ginocchio rigido;
  4. questa manovra comporta la contrazione del muscolo psoas che a sua volta preme sul cieco e sull’appendice: in presenza di appendicite tale manovra suscita dolore.

Cosa indica il segno dello psoas positivo?

Come prima ricordato, il segno dello psoas positivo è indice della probabile presenza di appendicite acuta, a tal proposito leggi anche: Appendicite acuta e cronica: cause, sintomi e terapie

Il segno dello psoas è sufficiente per fare diagnosi?

Se il segno dello psoas è positivo, la persona ha sicuramente l’appendicite? No. Come sovente accade in semeiotica, il segno dello psoas positivo rappresenta una indicazione di diagnosi e NON è sufficiente da solo per fare alcuna diagnosi precisa: quest’ultima va infatti indagata proseguendo con esami diagnostici di laboratorio (esami ematochimici) e di diagnostica per immagini (ecografia, RX…) che possono evitare falsi positivi e negativi.

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Oggi sono 30 anni dal Black monday: il Lunedì nero dell’economia mondiale

MEDICINA ONLINE The Wolf of Wall Street DOLLAR Martin Scorsese Leonardo DiCaprio Jordan Belfort Jonah Hill Donnie Azoff Margot Robbie Matthew McConaughey MOVIE FILM  WALLPAPER SCREENSAVER OSCAR.jpgEra un normale lunedì quel 19 ottobre del 1987, esattamente 30 anni oggi. O almeno sembrava un normale lunedì, ma non a Wall Street. Quel giorno sarebbe rimasto nella storia dell’economia mondiale, simbolo dei rischi e squilibri che tutt’ora possono scuotere le borse e vaporizzare fortune come semplici risparmi: un vero e proprio cigno nero, cioè un evento inaspettato che cambia il mondo. Parliamo del Black monday, in italiano “Lunedì nero”, quel giorno in cui la lunga ondata della crisi finanziaria partì da Hong Kong, travolse l’Europa ed infine tramortì gli Stati Uniti.

Crollo verticale

In quel 19 ottobre – citato nel film “The wolf of Wall Street” da cui è tratta l’immagine in alto –  l’indice Dow Jones cedette in un giorno 508 punti: un crollo del 22,61%, una caduta di oltre un quinto della piazza borsistica più importante al mondo, avvenuto al termine di una lunga corsa, con il Dow che era salito del 44% negli dieci mesi precedenti a quel lunedì. Ma chi aveva la vista lunga, poteva prevedere che qualcosa di grosso sarebbe successo, dal soft landing della crescita a una disfatta dell’Opec con cadute dei prezzi del petrolio, a tensioni belliche con l’Iran. Da qui al crollo il passo divenne breve: nel giro del mese di ottobre alcuni mercati internazionali avevano perso anche il doppio di quello statunitense, fino al 45% del loro valore (Hong Kong) in un vortice che vide sotto accusa, quale elemento scatenante, molteplici fatti: innovazioni quali i programmi computerizzati di trading, sopravvalutazioni sfrenate, speculazione, segmenti improvvisamente non liquidi, paura e psicologia degli investitori e precauzioni e controlli inadeguati.

Cosa ci ha lasciato, a distanza di 30 anni quell’evento così tragico per l’economia? Ci ha lasciato davvero prudenza, trasparenza, regole? Forse si. O forse no. Quello che è certo è che il rischio di una crisi economica – oggi come ieri – è sempre in agguato, un lunedì mattina normale, come tanti altri.

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Punto di Morris, Munro, Lanz, Clado, Jalaguier e gli altri punti indicanti appendicite

MEDICINA ONLINE Appendicite Punto di McBurney DOLORE 4 QUADRANTI SETTORI 9 REGIONI ADDOMINALI SEMEIOTICA ANATOMIA TOPOGRAFICA ORGANI CONTENUTI IPOCONTRIO FIANCO DESTRO SINISTRO IMMAGINI FOSSA ILIACA LINEA SOTTOCOSTALEIn semeiotica medica sono conosciuti vari punti addominali, la cui dolorabilità alla palpazione ed alla pressione è più o meno indicativa di appendicopatia, spesso appendicite (infiammazione dell’appendice vermiforme). Il più noto e usato tra tali punti è il punto di McBurney, situato sulla linea spino-ombelicale destra — ossia la linea che congiunge la spina iliaca anteriore superiore destra all’ombelico — all’unione fra il terzo esterno e il terzo medio della stessa (cioè a 2/3 della linea spino-ombelicale destra tracciata a partire dall’ombelico), secondo altri autori a metà della suddetta linea (quindi più medialmente). Per chiarire la posizione del punto di McBurney, osserva l’immagine in alto.

Altri punti e segni appendicolari usati in medicina per individuare patologie a carico dell’appendice vermiforme, sono:

  • punto di Morris: che si trova sulla linea spino-ombelicale destra (la stessa usata per il punto di McBurney), a 4 cm dall’ombelico;
  • punto di Munro (o di Sonnenburg): sulla stessa linea spino-ombelicale destra ma ancora più medialmente, all’incrocio con la linea parasternale destra;
  • punto di Lanz: all’unione fra il terzo laterale destro e il terzo medio della linea bis-iliaca (cioè sulla linea che congiunge le due spine iliache anteriori superiori, a 1/3 della lunghezza della stessa a partire dalla spina iliaca di destra);
  • punto di Clado: sempre sulla linea bis-iliaca ma all’incrocio con la linea parasternale destra;
  • punto di Jalaguier: a metà della linea spino-pubica di destra (la linea che congiunge la spina iliaca anteriore superiore destra alla sinfisi pubica);
  • segno di Aazon: comprimendo in sede appendicolare compare dolore epigastrico;
  • segno di Bastedo: insufflando aria nel colon compare dolore alla fossa iliaca destra.

I punti di Brun (o gluteo), di Neirotti, di Campanacci e di Honck sono tutti posteriori e indicativi di un’appendice in posizione retrocecale fissa. Il punto di Campanacci, in particolare, si trova nella regione dorsale, all’ultimo spazio intercostale destro, tra ascellare posteriore posteriore ed angolare della scapola (nella appendicite retrocecale).

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Come lavare i denti senza dentifricio

MEDICINA ONLINE LAVARSI I DENTI GENGIVE LINGUA LABBRA CORRETTAMENTE INCISIVI MOLARI PREMOLARI CANINI BAMBINI ADULTI DENTIFRICIO SPAZZOLARSI SPAZZOLINO MOVIMENTO COLLUTORIO FLUORO FILO INTERDENTALE BOCCA BAGNO TECNICAPrendersi cura della nostra igiene orale è una routine quotidiana fondamentale. Per avere denti belli e sani è necessario lavarli almeno tre volte al giorno, dopo i pasti principali, possibilmente con un dentifricio al fluoro di buona qualità. In casi di emergenza, se non hai la possibilità di usare spazzolino e dentifricio, risciacqua energicamente la bocca per un minuto con acqua tiepida e poi sputala: così facendo rimuoverai almeno le particelle di cibo.

Se invece non volete utilizzare sempre il dentifricio – perché magari non vi piace la sensazione che rilascia in bocca o perché non siete confidenti nelle sostanze chimiche che si trovano all’interno – potete optare per altri metodi naturali qui di seguito riportati, anche se però, per una corretta igiene, noi consigliamo di usare sempre e comunque un dentifricio al fluoro “classico”.

1. Spazzolatura senza dentifricio o altri prodotti

Se non vuoi utilizzare il dentifricio, puoi pulire i denti semplicemente spazzolandoli con lo spazzolino. Meglio se quest’ultimo ha le setole morbide,  al fine di evitare eventuali graffi o danni ai denti e alle gengive.

2. Olio di cocco

L’olio di cocco è un prodotto eccellente non solo per l’idratazione dei capelli e della pelle, ma anche per la detersione naturale dei denti. L’olio di cocco ha proprietà antibatteriche e antifungine, che lo rende ideale per prevenire ad esempio la gengivite o altre infezioni del cavo orale. Può anche essere combinato con il bicarbonato di sodio.

3. Bicarbonato di sodio

Spazzola i denti con il bicarbonato. Si tratta di un metodo naturale per lavare e sbiancare i denti noto da moltissimo tempo. Dato che il bicarbonato di sodio è molto alcalino, è in grado di neutralizzare gli acidi che causano la carie. Inoltre uccide i batteri e rinfresca l’alito. Mescola il bicarbonato con l’acqua finché non raggiunge una consistenza simile a una pasta e usalo come se fosse un normale dentifricio. Puoi anche pensare di mescolare il bicarbonato di sodio con sale marino per realizzare un dentifricio casalingo alternativo.

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4. Fragole e pomodori

Le fragole e i pomodori hanno alti livelli di vitamina C e per questo possono essere dei grandi alleati per la salute dei vostri denti.  Applicare la polpa delle fragole e dei pomodori direttamente sui denti e lasciare riposare per circa 5 minuti in modo da ammorbidire la placca. Sciacquare poi con una miscela di acqua tiepida e bicarbonato di sodio.

5. Miswak

I ramoscelli di salvadora persica vengono usati per lavare i denti da oltre 4000 anni. Le fibre legnose contengono bicarbonato di sodio e silicio, entrambi sufficientemente abrasivi per rimuovere le macchie. Questi rametti inoltre contengono degli antisettici naturali, una resina che forma una barriera protettiva sui denti e degli oli essenziali che rinfrescano l’alito. Per usare il miswak, mastica la corteccia a una estremità del bastoncino e separa le fibre rendendole simili a “setole” masticando la polpa. Alla fine puoi usare le setole per pulire i denti.

6. Olio di chiodi di garofano

L’olio di chiodi di garofano è ideale nel caso si abbiano problemi di sanguinamento delle gengive. Il modo migliore e più semplice per utilizzarlo è quello di strofinare un p’ di olio  delicatamente sulle gengive.

7. Spazzolino da denti misoka

Questo strumento sfrutta le nanotecnologie per lavare i denti. Si tratta infatti di uno spazzolino realizzato con setole estremamente fini ricoperte di ioni minerali. Quando lo inumidisci e lo strofini sui denti, gli ioni rimuovono le macchie e formano uno strato protettivo sullo smalto.

8. Sale marino

Il sale marino è un rimedio naturale utile per la pulizia dei denti, poiché i granuli riescono a rimuovere delicatamente lo lo sporco. Sciogliere un po’ di sale grosso nell’acqua tiepida prima della spazzolatura.

9. Tè verde

Alcuni studi avrebbero dimostrato che, bevendo uno o due bicchieri di estratto di tè verde al giorno,  si contribuisce a ridurre le probabilità di malattie parodontali e a proteggere la  salute orale nel lungo termine.

10. Dentifricio fatto in casa

Si tratta di un prodotto che può essere adattato ai tuoi gusti e bisogni specifici, ma devi ricordarti di includere questi tipi di ingredienti:

  • Una sostanza detergente;
  • Un prodotto abrasivo per staccare la placca;
  • Un emulsionante per consentire ai vari ingredienti di mescolarsi fra loro;
  • Un dolcificante per rendere il dentifricio gradevole;
  • Un aroma (è facoltativo ma utile sia per il sapore sia per rinfrescare l’alito).

Fatti consigliare dal tuo dentista su come prepararlo, oppure cerca una ricetta online su siti affidabili. Alcuni componenti usati solitamente per fare un dentifricio fatto in casa, sono:

  • Bentonite: è un’argilla naturale che si lega alle tossine presenti nel corpo, incluso il mercurio di alcune otturazioni. È ricca di elementi che nutrono denti e gengive.
  • Bicarbonato di sodio: questo prodotto è un abrasivo naturale meraviglioso, inoltre è alcalino e neutralizza i danni provocati dagli acidi.
  • Salvia: è uno sbiancante e astringente naturale.
  • Xilitolo: si tratta di un dolcificante naturale che rende la polvere dentifricia più gradevole.
  • Sale marino: apporta molti minerali che rafforzano i denti e alleviano l’infiammazione gengivale.
  • Menta: ha proprietà antibatteriche, antisettiche, analgesiche e rinfresca l’alito.

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