Anguria: tre usi in cosmetica che ancora non conosci

MEDICINA ONLINE DOTT. EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO ANGURIA COCOMERO MELONE FA INGRASSARE DIMAGRIRE FRUTTA ACQUA CALDO ESTATEL’anguria è sicuramente uno dei frutti che più rappresentano l’estate. La sua altissima percentuale di acqua, unita alle vitamine A, B6 e C la rendono perfetta per dissetarsi, nutrire l’organismo, ma anche per realizzare delle maschere e ricette cosmetiche fai da te per la bellezza della pelle. Ecco 3 utilizzi cosmetici dell’anguria che (forse) non conosci!

Maschera idrantante con anguria: per una pelle morbida e bellissima

Prendi una fetta di anguria, elimina tutti i semini, frullala unitamente ad un cucchiaino di yogurt e, se ne sei provvista, una fettina di avocado. Tieni in posa sulla pelle per circa 15 minuti: in questo lasso di tempo le proprietà idratanti, rinfrescanti, lenitive e antiage degli ingredienti utilizzati aiuteranno la tua pelle a dissetarsi e rigenerarsi. Al termine risciacqua con cura con acqua tiepida e goditi i risultati! Il trattamento va effettuato da un minimo di una volta a settimana sino ad un massimo di 3 applicazioni.

L’anguria contro la pelle grassa, con acne e brufoli

Cerchi un rimedio efficace per combattere brufoli, acne o eccesso di sebo tipico delle pelli grasse o miste? L’anguria ti è amica! Per realizzare una maschera regolarizzante e idratante frulla un po’ di polpa del succoso frutto con mezza banana, ricca di principi attivi che riducono l’infiammazione cutanea. Il tocco magico? Una fettina di cetriolo o qualche goccia di tea tree oil da aggiungere all’impasto che dovrai tenere in posa per una decina di minuti su tutto il viso. Al termine elimina la polpa con acqua tiepida.

Rimedio naturale contro le scottature solari

L’anguria rappresenta anche un ottimo rimedio naturale contro le scottature solari. In caso di necessità, imbevi una garza sterile con il succo e tampona le zone più colpite lasciando agire per qualche minuto prima di risciacquare.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Com’è fatto il pene al suo interno?

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma COME FATTO PENE INTERNO UOMO SESSO Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgIl pene, anche chiamato verga o asta virile, è un organo maschile che appartiene sia all’apparato riproduttivo che a quello urinario. Apparentemente semplice, è in realtà un organo complesso e delicato.

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Anatomia del pene
La struttura del pene può essere distinta in tre parti:

  • radice del pene
  • asta del pene (o corpo del pene o asta peniena)
  • glande

1) Radice del pene
La radice (o crura) è la parte interna, nascosta e fissa del pene; è costituita dalle porzioni iniziali del corpo spongioso dell’uretra (bulbo) e dei due corpi cavernosi (radici), che si fissano nel perineo fornendo stabilità e ancoraggio all’asta del pene.

2) Asta del pene
L’asta del pene (o corpo del pene) è la parte esterna e mobile del pene, sormontata dal glande. Presenta una forma cilindrica e le sue dimensioni variano a seconda che si trovi in condizioni di riposo (flaccidità) o in erezione. Allo stato di flaccidità, l’asta del pene pende verticalmente verso il basso tra le due cosce, appoggiandosi allo scroto. Allo stato di erezione, invece, l’asta del pene modifica dimensioni e consistenza, allungandosi fino a 12-15 centimetri e inturgidendosi; inoltre, si solleva dallo scroto avvicinandosi all’addome. Un sottile strato di pelle avvolge e ricopre l’asta del pene lungo la sua interezza; in questa sede la cute è sottile e leggermente pigmentata, quindi più scura rispetto al colore della pelle delle rimanenti zone del corpo. La faccia superiore dell’asta (faccia dorsale) è costituita da due corpi cavernosi, mentre la faccia inferiore (ventrale) è costituita dal corpo spongioso (o corpo cavernoso dell’uretra). Il corpo spongioso e i corpi cavernosi sono le strutture erettili del pene: riempiendosi di sangue ne permettono l’erezione. Lungo la faccia inferiore dell’asta è possibile apprezzare una sporgenza longitudinale tubulare, determinata dall’uretra contenuta nel corpo spongioso. Nella parte nascosta del pene i due corpi cavernosi si continuano nelle due radici (o crura) destra e sinistra.

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3) Glande del pene
Detto anche “balano”, il glande è l’estremità distale del pene e rappresenta la terminazione del corpo spongioso. Si presenta di colore roseo-violaceo e ha forma di tronco di cono, utile a favorire la penetrazione in vagina. Il glande appare ingrossato alla base rispetto all’asta, dalla quale si separa per un breve restringimento detto solco balanoprepuziale, che delimita inferiormente il collo del pene. Alla base, dunque, il glande si espande formando un bordo arrotondando sporgente, detto corona del pene. In questa sede possono ritrovarsi delle piccole escrescenze bianco rosate, denominate papule perlacee peniene. La loro eventuale presenza è una caratteristica costituzionale dell’individuo priva di significato patologico. Nel pene normale allo stato di flaccidità, il glande è ricoperto da una strato di pelle scorrevole chiamato prepuzio.
Lo strato cutaneo interno del prepuzio, di colore più chiaro (rosato) si fonde con la corona del glande e si fissa posteriormente ad essa tramite una piega cutanea mediana chiamata frenulo (volgarmente “filetto”). Il frenulo, quindi, rappresenta il sottile lembo di pelle che unisce il glande al prepuzio. Nel pene normale in stato eretto il prepuzio scivola indietro lasciando il glande scoperto. Esistono però variabilità nella lunghezza del prepuzio, che ad esempio può non coprire completamente il glande durante lo stato flaccido o essere troppo lungo e adeso ad esso per scivolare all’indietro durante l’erezione. In quest’ultimo caso si parla di fimosi, mentre se il prepuzio si retrae solo fino al margine coronale del glande si parla di parafimosi.
La pratica della circoncisione consiste nella resezione del prepuzio; oltre al significato religioso, questa pratica ha una certa utilità nella prevenzione delle infezioni del pene e dell’accumulo di smegma (sporcizia).
A livello della corona e della superficie interna del prepuzio si registra un importante secrezione di materiale sebaceo, prodotto dalle ghiandole prepuziali (o ghiandole di Tyson); tale materiale, insieme alle cellule desquamate, è il principale costituente dello smegma, responsabile dell’odore del pene. Non tutti gli autori, però, concordano sull’effettiva esistenza di tali ghiandole.
All’apice del glande è presente l’orifizio uretrale esterno, cioè l’apertura con la quale l’uretra comunica all’esterno permettendo la fuoriuscita dell’urina, nella minzione, e dello sperma, nell’eiaculazione. Il glande è una zona erogena primaria; è infatti ricchissimo di terminazioni nervose preposte alla voluttà (piacere sessuale), che sono molto ben rappresentate anche sulla superficie interna del prepuzio e sul frenulo.

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Dimensioni e lunghezza del pene
Sebbene i valori medi pubblicati in letteratura differiscano leggermente tra loro, nei libri di testo e nelle varie fonti consultate si considera normale una lunghezza del pene allo stato eretto compresa tra 12 e 15 centimetri. Allo stato flaccido, invece, la lunghezza del pene scende a 9-10 centimetri. Per quanto riguarda la circonferenza del pene allo stato eretto, questa si aggira mediamente attorno ai 12 centimetri.
Una revisione sistematica pubblicata nel 2015 ha concluso che la lunghezza media di un pene umano eretto è approssimativamente pari a 13,12 mm ± 1,66 cm; la stessa ricerca ha concluso che la lunghezza del pene flaccido ha una scarsa correlazione con la lunghezza del pene eretto (significa che un pene corto allo stato flaccido può allungarsi sensibilmente durante lo stato eretto, e viceversa). Pare invece più significativa la correlazione con la lunghezza del pene flaccido stirato manualmente e con l’altezza dell’individuo (significa che in genere – ma non sempre – all’aumentare di questi valori tende ad aumentare anche la lunghezza del pene eretto, e viceversa).

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Disturbi e malattie del Pene
Di seguito una lista delle patologie, dei disturbi e delle condizioni che più comunemente interessano il pene:

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Differenza tra controindicazione assoluta e relativa con esempi

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROLe “controindicazioni” (in inglese “contraindication“) sono tutte quelle circostanze che sconsigliano l’impiego di un farmaco, di una terapia o di un procedimento diagnostico, in quanto aumentano il rischio nell’utilizzo di quel farmaco. Le controindicazioni possono essere assolute o relative.

Controindicazione assoluta
La controindicazione si intende “assoluta” quando mancano del tutto circostanze ragionevoli per intraprendere una determinata azione (assumere farmaci, svolgere terapie o essere sottoposto a procedimenti diagnostici) che dovrebbe portare migliorie alle condizioni del soggetto, dal momento che i rischi che si corrono nel compiere l’azione, superano i benefici. Vi è un confine fra le controindicazioni e la libertà del medico di farle eseguire al paziente: quando le controindicazioni sono così elevate da non giustificare il trattamento, il medico infrange la deontologia medica nel metterlo in atto. Ad esempio:

  • se un bimbo mostra febbre e si somministra Acido acetilsalicilico, ciò comporta sindrome di Reye, una malattia che aumenta i sintomi influenzali, fino a condizioni correlate di elevata gravità come perdita di memoria e coma, causata soprattutto da tale somministrazione.
  • se un soggetto è portatore di pacemaker, alcune terapie riabilitative (magnetoterapia) e la risonanza magnetica sono controindicate in modo assoluto.

Controindicazione relativa
La controindicazione si dice “relativa” quando una persona ha un elevato rischio di complicanze nell’utilizzare un dato trattamento o utilizza altre terapie in concomitanza che alleviano tali complicanze, oppure quando i rischi provenienti dal non effettuare quel trattamento si dimostrano molto superiori alle possibili controindicazioni. Ad esempio una donna incinta dovrebbe evitare l’assunzione di alcuni farmaci e l’esposizione ai raggi X, ma esistono condizioni di una certa gravità in cui si procede lo stesso ad una data terapia o procedimento diagnostico, dal momento che i rischi del non mettere in atto tali pratiche, superano di gran lunga il metterle in atto.

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Narcolessia: cause, sintomi, cure e terapia farmacologica

MEDICINA ONLINE Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Roma NARCOLESSIA CAUSE SINTOMI CURE FARMACI Riabilitazione Nutrizionista Infrarossi Accompagno Commissioni Cavitazione Radiofrequenza Ecografia Pulsata  Macchie Capillari Ano Pene.jpgLa narcolessia (narcolepsy) è un disturbo neurologico cronico che si manifesta con ipersonnia, cioè una eccessiva sonnolenza diurna. Il paziente ipersonniaco non riesce a rimanere vigile per tutto l’arco della giornata, può infatti andare incontro a situazioni di sonno improvviso da cui non riesce ad esimersi (per esempio si può addormentare durante una conversazione, durante un pasto o addirittura mentre sta guidando), inoltre potrebbe avere parecchie difficoltà a svegliarsi al mattino. Può essere difficile per un ammalato rimanere sveglio durante gli orari di scuola o di lavoro, ciò rende difficile – se non impossibili per il narcolettico – lo svolgimento di alcune professioni dove è necessario tenere alta la concentrazione per periodi lunghi.

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Fisiopatologia
Nel soggetto sano esistono due fasi diverse di sonno: il sonno NON REM o NREM (non rapid eye movement), costituito da sonno leggero e profondo, e il sonno REM (rapid eye movement), in cui si manifestano circa l’85% dei sogni. Nel sonno REM, inoltre, si assiste ad una condizione di paralisi a carico di quasi tutti i muscoli del corpo, eccetto i muscoli oculari e il diaframma, che sostiene la respirazione. Quando ci si addormenta, il sonno inizia nelle fasi più leggere di sonno NREM per poi approfondirsi progressivamente. Ogni 90 minuti circa il sonno NREM lascia spazio al manifestarsi del sonno REM. Nel soggetto sano questa alternanza NREM e REM si ripete più volte nel corso della notte.
Nei soggetti affetti da narcolessia si assiste ad una rapida ed atipica emergenza di sonno REM, nei 15-20 minuti che intercorrono dopo l’addormentamento, e ad intrusioni di sonno REM durante il giorno. Gli attacchi di sonno diurni compaiono in genere ogni 90-120 minuti e, spesso, al risveglio da un sonnellino di 5-15 minuti, il soggetto ricorda di aver sognato e si sente discretamente riposato.

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Che cosa causa la narcolessia?
La narcolessia è una patologia la cui causa scatenante non è ancora conosciuta. Recenti ricerche hanno mostrato che numerosi neurotrasmettitori sono coinvolti. Il più importante di questi è l’ipocretina (anche conosciuta come orexina), che nei narcolettici si è dimostrata ridotta all’interno del liquor cefalo-rachidiano, fino alla completa scomparsa nel 90% dei soggetti affetti da narcolessia con cataplessia. È stata inoltre evidenziata una riduzione dei neuroni ipotalamici secernenti questo composto in rilievi autoptici di soggetti affetti.
Solamente 1% dei casi di narcolessia presenta familiarità. Il rischio del riscontro di narcolessia fra parenti di primo grado è del 1% – 2%, quindi 30 – 40 volte più alto della popolazione generale. Questo significa che i fattori genetici giocano un ruolo fondamentale in questa patologia.

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Caratteristiche degli attacchi di sonno:

  • possono durare dai 15 ai 60 minuti ciascuno circa;
  • possono verificarsi più volte nell’arco di una giornata;
  • di solito accadono dopo aver mangiato, ma possono verificarsi in qualsiasi momento, come ad esempio durante la guida, parlando con qualcuno, o durante altre situazioni in cui c’è poco movimento;
  • in alcuni soggetti l’intensità dell’attacco è caratterizzata da una discreta progressività temporale che gli permette di interrompere consciamente le proprie azioni ed appartarsi in un luogo adatto prima di crollare a dormire.

A volte la persona può avere allucinazioni da sogno prima di dormire o durante un attacco. Quando ci si sveglia ci si sente riposati anche dopo un breve attacco. La narcolessia può anche essere associata ad una temporanea e improvvisa debolezza muscolare chiamata cataplessia, che di solito è causata da forti emozioni. Questo può essere associato a reazioni emotive come rabbia o risate ed essere simile alle crisi epilettiche e può comportare:

  • improvvisa perdita di tono muscolare;
  • temporanea incapacità di usare i muscoli (paralisi del sonno): questa condizione si verifica immediatamente dopo il risveglio o con l’insorgenza della sonnolenza.

Sintomi della narcolessia

  • attacchi di sonno improvvisi, uno o più volte al giorno;
  • eccessiva sonnolenza diurna (il narcolettico ogni 2 ore prova un forte impulso ad addormentarsi);
  • cataplessia (perdita di forze causata da forti emozioni come il riso, l’imbarazzo, la collera fino alla caduta a terra);
  • paralisi del sonno (il narcolettico si trova completamente paralizzato prima di addormentarsi o subito dopo il risveglio, mantenendosi perfettamente cosciente);
  • allucinazioni ipnagogiche (il narcolettico sogna ad occhi aperti interagendo spesso con la realtà).

Leggi anche: Paralisi del sonno e allucinazioni ipnagogiche: cause, pericoli, rimedi

Se hai il dubbio che il tuo disturbo neurologico sia la narcolessia, la prima sintomatologia che compare è l’eccessiva sonnolenza diurna; la cataplessia la puoi manifestare entro 1-4 anni dall’inizio della sonnolenza, ma può tardare anche 40-60 anni. E’ presente una rapida ed atipica comparsa del sonno REM entro 15-20 minuti dall’addormentamento, puoi avere attacchi diurni di sonno ogni 90-120 minuti, con sonnellini di 5-15 minuti durante i quali poi ricordi di aver sognato e ti senti anche sufficientemente riposato, nel complesso hai comunque una discreta resistenza al sonno fra un episodio di riposo ed il successivo.

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Come si fa diagnosi di narcolessia?
Per una corretta diagnosi di narcolessia non è sufficiente valutare solo i sintomi clinici, è fondamentale ricorrere ad un centro del sonno per una accurata diagnosi  strumentale. Per porre diagnosi di narcolessia è necessario che il soggetto lamenti presenza d’ipersonnia diurna quasi quotidiana da almeno 3 mesi, che potrà essere associata, quando presente, a storia di cataplessia.
I rilievi anamnestici devono essere confermati tramite l’esecuzione del test delle latenze multiple (Multiple Sleep Latency Test MSLT). MSLT è un test diurno dove 4-5 volte nel corso della giornata viene chiesto al paziente di provare ad addormentarsi . Ogni sessione può durare fino a 35 minuti e viene intervallata da 2 ore di pausa. Viene considerato indicativo della patologia il riscontro in corso di MSLT di una latenza media di addormentamento inferiore a 8 minuti e la comparsa di sonno REM in almeno 2 delle sedute.
Una polisonnografia notturna, in genere eseguita la sera prima dello svolgimento del MSLT, può evidenziare una comparsa precoce di sonno REM dopo l’addormentamento.
In alternativa, il dato anamnestico può essere confermato con dosaggio dell’ipocretina-1 liquorale, che deve risultare ≤110 ng/l.

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Quante persone soffrono di narcolessia?
La narcolessia sembra non avere un fattore di familiarità, infatti solo l’1% dei casi ha una predisposizione familiare e compare tra i 15 ed i 25 anni. Il disturbo della narcolessia è probabilmente sottodiagnosticato in tutto il mondo; si riscontra in 0,2-2 casi ogni 1000 abitanti e solo il 10-15% dei narcolettici presenta tutti i sintomi, inoltre l’85-100% dei pazienti narcolettici presenta gli stessi antigeni di istocompatibilità (cioè hanno un simile assetto genetico predisponente).

E’ consigliato l’uso di farmaci per la narcolessia?
Soltanto i farmaci sintomatici sono consigliati per la narcolessia con cataplessia, si tratta comunque di sostanze che attenuano/risolvono uno o più sintomi del malessere, ma non curano ciò che scatena questo disturbo neurologico.

Terapie per la narcolessia

  1. La  terapia non farmacologica più efficace si basa sui sonnellini brevi ristoratori (pochi minuti fino al massimo di 1 ora) che consentono al fisico di resistere alcune ore, dopodiché la sonnolenza ricompare. Queste brevi fasi di sonno possono variare da 6-7 al giorno. Gli adulti possono aiutarsi con l’uso di caffeina, assolutamente da evitare nei bambini.
  2.  La terapia farmacologica prevede l’assunzione secondo i casi di uno dei seguenti farmaci:
  • Modafinil;
  • Sodio Oxybato.

Il Modafinil attiva la veglia; in soggetti adulti si assume in compresse distribuite nell’arco della mattinata per controllare la sonnolenza diurna. E’ vivamente sconsigliata l’assunzione di Modafinil nelle prime ore del pomeriggio perchè si rischia di disturbare il sonno della notte successiva. Non ci sono molti dati riguardo lo studio del Modafinil nei bambini, alcuni mostrano effetti assumendo la stessa dose degli adulti, mentre ad altri è sufficiente metà della dose. Generalmente gli effetti collaterali sono leggeri e possono essere: mal di testa, ansia,nervosismo e rinite.

Il Sodio Oxybato ha proprietà sedative ed anestetiche, sostanzialmente induce in un sonno profondo, si assume in sciroppo prima di andare a letto e deve essere assunta una seconda dose dopo circa 3 ore. Il massimo dell’efficacia per combattere la sonnolenza diurna è l’associazione del sodio oxybato di notte con il modafinil di giorno. Gli effetti collaterali del Sodio Oxybato sono:

  • nausea;
  • sonnambulismo;
  • perdita di peso;
  • confusione al risveglio;
  • enuresi;
  • ipertensione arteriosa;
  • vertigini;
  • cefalea.

I farmaci prima menzionati non sono una cura definitiva: curano solo i sintomi ma non il disturbo a monte. Alcuni comportamenti consigliati sembrano però ridurre l’insorgenza di attacchi di sonno:

  • mangiare frutta e verdura durante il giorno ed evitare pasti pesanti prima di importanti attività;
  • pianificazione di un breve pisolino (da 10 a 15 minuti) dopo i pasti se possibile;
  • pianificazione di un pisolino per il controllo del sonno diurno e ridurre il numero di imprevisti e improvvisi attacchi di sonno.

In presenza di questa malattia è doveroso informare gli insegnanti e le autorità di vigilanza circa la condizione di quanti sono stati colpiti da narcolessia, in modo da non punirli per essere “pigri” a scuola o al lavoro.

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Eventuali complicazioni
La narcolessia è una malattia cronica, che dura tutta la vita. Non si tratta di una malattia mortale né pericolosa in sé, ma può diventarlose gli episodi si verificano durante la guida, l’uso di macchinari o attività simili. A tal proposito è importante che la narcolessia sia controllata con la terapia del sonno, per limitare il rischio di eventuali complicazioni, che sono:

  • infortuni ed incidenti: se gli attacchi si verificano durante le attività prima descritte;
  • riduzione di affidabilità sul luogo di lavoro;
  • riduzione delle attività sociali;
  • effetti collaterali di farmaci usati per curare la malattia.

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Herpes labiale: cause, sintomi, rimedi, trattamenti e farmaci

woman's face with a drying herpes on lipsOltre ad essere pruriginoso e doloroso, l’herpes labiale (più comunemente conosciuto come “febbre delle labbra”) può procurare disagio. Alcuni trattamenti, se impiegati alle prime avvisaglie di un focolaio, contribuiscono a ridurre la durata dell’infezione. Altri, invece, possono alleviare i sintomi. Nel corso dell’articolo, spiegheremo come riconoscere un focolaio di herpes labiale, come prevenirne la comparsa e in che modo curare questa spiacevole infezione.

La causa non è da ricercarsi nel raffreddore

L’herpes labiale non è causato dal raffreddore comune, bensì dal virus Herpes Simplex (HSV), trasmissibile attraverso il contatto con pelle infetta o fluidi corporei. Esistono due tipi di virus Herpes Simplex, il tipo 1 e il tipo 2. L’herpes labiale di solito è causato dal virus di tipo 1. Questo tipo di virus danneggia la pelle nel momento in cui inizia a riprodursi, dando così luogo alla formazione dell’herpes labiale, che può durare una settimana circa. Tra un focolaio e l’altro, il virus Herpes Simplex di tipo 1 si nasconde all’interno delle cellule nervose, impedendo quindi una guarigione permanente.

Chi può contrarre l’infezione e perché

Molte sono le persone che nel corso delle loro vita sono state infettate dal virus Herpes Simplex di tipo 1. Ma perché alcuni individui non contraggono il virus? La risposta potrebbe essere correlata al corredo genetico. Uno studio condotto nel 2008 ha identificato 6 geni presenti nella maggior parte delle persone che contraggono l’herpes labiale. Tre di questi geni possono essere relazionabili alla modalità con cui il virus Herpes Simplex di tipo 1 si riattiva, dando origine ai focolai.

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Lo stress può essere un fattore scatenante

Il virus Herpes Simplex di tipo 1, una volta penetrato nell’organismo, rimane inattivo per la maggior parte del tempo, nascondendosi nei nervi. Molte persone presentano fattori scatenanti simili, che tendono a riattivare tale virus comportando quindi la comparsa di herpes labiale. La luce del sole, la febbre, lo stress e il ciclo mestruale rientrano nella categoria dei fattori scatenanti più comuni. Alcune persone contraggono l’herpes labiale un paio di volte all’anno, ma per altre può essere un frustrante e stressante rituale mensile.

Le afte non sono la stessa cosa

L’herpes labiale di solito compare sulle labbra, mentre le afte all’interno della bocca. Le afte non comportano il virus dell’herpes e non sono contagiose. La loro causa è sconosciuta. L’herpes labiale generalmente è caratterizzato, nella fase iniziale relativa alla sua formazione, da pelle rossa e irritata. In una fase successiva si ha la formazione di vescicole, la rottura delle stesse e infine la formazione di una crosticina che coincide con l’inizio guarigione.

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Herpes labiale e contagio

L’herpes labiale è causato dal danno occorso a carico della pelle nel momento in cui il virus si riproduce all’interno delle cellule infette. La fase in cui la cute diventa pruriginosa o rossa, contraddistingue la probabile presenza del virus Herpes Simplex di tipo 1 e quindi la possibilità di trasmettere il virus stesso. La fase in cui l’herpes labiale risulta essere maggiormente contagioso, coincide con la presenza di vescicole e in concomitanza alla loro rottura, sino al momento in cui la pelle guarisce completamente tornando ad assumere un aspetto normale. Tuttavia, alcune persone possono trasmettere il virus attraverso la saliva in qualsiasi momento, anche se non hanno mai contratto l’herpes labiale.

Come avviene la trasmissione del virus?

Il virus Herpes Simplex si diffonde attraverso i fluidi corporei. Di solito è presente sulle labbra di una persona infetta, anche nel caso in cui l’herpes non sia oggettivamente visibile. Quindi, il modo principale con cui viene trasmesso è il bacio. Poiché il virus Herpes Simplex di tipo 1 può trovare terreno fertile anche nella saliva, la condivisione di posate o bicchieri può favorire l’infezione. Praticare rapporti orali può comportare la trasmissione dell’infezione da virus Herpes Simplex di tipo 1 ai genitali del partner.

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Come evitare la diffusione del virus?

La cautela è d’obbligo. Quindi è bene evitare baci, rapporti orali e la condivisione di spazzolino da denti, posate o bicchieri. Questo ridurrà notevolmente la diffusione del virus Herpes Simplex di tipo 1, anche se esiste la possibilità di non poter evitarne in toto la diffusione.

Come alleviare il dolore?

Sebbene il focolaio iniziale possa durare sino a 2 settimane, i focolai ricorrenti durano solitamente 1 settimana circa. Alcune persone possono trarre sollievo dall’applicazione di impacchi caldi o freddi. Non esiste una cura per l’herpes labiale, ma alcune creme e alcuni gel acquistabili in farmacia possono arrecare un sollievo sintomatico di bruciore e dolore.

Applicazione di creme antivirali

Le creme antivirali possono ridurre i tempi di guarigione, se applicate alle prime avvisaglie di un focolaio. Come farmaco da banco è disponibile la crema al docosanolo (Abreva). Per quanto concerne le formulazioni topiche contenenti aciclovir (Zovirax) e penciclovir (Denavir), è necessaria la prescrizione medica. Per approfondire, leggi anche: Aciclovir 400 e 800 mg compresse e sospensione orale: foglietto illustrativo

Herpes labiale e altre parti del corpo

E quando l’herpes compare in una zona diversa dalle labbra? Non è così comune, ma l’herpes labiale può comparire ovunque sul viso, anche su guance, mento o naso. Nella maggior parte dei casi tende a ricomparire nel medesimo punto. E’ possibile, sebbene sia un’eventualità piuttosto rara, che il virus dell’herpes labiale si estenda anche ad altre parti del corpo. Questo può accadere nel caso in cui si tocchi una zona con pelle lacerata o una membrana mucosa (il rivestimento protettivo umido della pelle presente in zone come occhi o vagina), dopo aver toccato la zona infetta. Questo meccanismo può comportare l’insorgenza di una infezione cutanea da herpes. Tale auto-diffusione o autoinoculazione può essere prevenuta lavandosi le mani ed evitando di toccare l’herpes labiale.

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Quando l’herpes infetta l’occhio

Tra le zone passibili ad infezione è possibile trovare dita (eczema erpetico o patereccio erpetico) e occhio (herpes oculare). L’herpes oculare colpisce principalmente la cornea. E’ la causa infettiva più comune di cecità corneale negli Stati Uniti. E’ necessario un trattamento immediato per evitare danni all’occhio. Il patereccio erpetico è doloroso. Quando i bambini contraggono quest’ultimo, di solito la causa è da ricercarsi nella diffusione del virus tramite il passaggio di quest’ultimo dalla zona infetta alle dita attraverso la suzione di dita e pollice.

Prevenzione dei focolai

Può risultare difficile prevenire completamente l’herpes labiale, ma ridurre i fattori scatenanti può essere di aiuto:

  • evitare l’esposizione alla luce solare o applicare creme solari e balsami per le labbra in grado di bloccare i raggi UV;
  • Imparare e praticare tecniche di gestione dello stress;
  • mantenere il sistema immunitario sano, dormendo a sufficienza e praticando quotidianamente attività fisica.

In caso di focolai ricorrenti o di grave entità, è consigliabile consultare il medico.

Per approfondire:

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Rigor mortis (rigidità cadaverica): perché avviene e dopo quanto tempo dalla morte?

MEDICINA ONLINE RIGOR MORTIS RIGIDITA CADAVERE MORTE TEMPO.jpgCon la locuzione latina “rigor mortis” (chiamata anche “rigidità cadaverica”) si intende una particolare rigidità muscolare che acquista un cadavere dopo un certo periodo dalla morte ed è uno dei segni riconoscibili di quest’ultima. È una condizione peculiare della muscolatura (striata e liscia) consistente in uno stato di retrazione e di compattezza che suben­tra (fase d’insorgenza) gradualmente nel cadavere. Il rigor mortis può essere accelerato in alcune condizioni, come in cadaveri di persone morte con ipertermia anche se la temperatura ambientale può essere normale, come può accadere nelle morti per overdose da cocaina, da PCP o da metamfetamine.

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Dopo quanto tempo dopo la morte si osserva rigor mortis?

Dopo la morte del soggetto, interviene una fase di flaccidezza a cui segue, dopo circa 3 ore, all’inizio dello sviluppo del rigor. La rigidezza completa impiega circa 10-12 ore per svilupparsi in un adulto medio quando la temperatura ambientale è 20-25 °C. Il corpo rimarrà apparentemente rigido per 24-36 ore (fase di stabilizzazione) a questa stessa temperatura prima che la decomposizione inizi a dissolvere i muscoli e li induca a rilasciarsi, nello stesso ordine in cui si sono irrigiditi. Se la rigidità è in via di instaurazione potrà essere modificata facilmente e riformarsi nella nuova posizione; se si è già instaurata una volta risolta non si potrà più riformare. La rigidità cadaverica è influenzata dalla temperatura ambientale: le temperature elevate accelerano la comparsa e la scomparsa del rigor. In un cadavere lasciato all’aperto, il rigor si manifesterà prima e passerà più rapidamente, se la temperatura ambientale è alta, che in un giorno di inverno freddo; se un corpo non è nel rigor completo ed è messo in refrigerazione il processo rallenta e può arrestarsi. Il periodo di risoluzione (fase di risoluzione) è anch’esso graduale, anzi è più lento di quello d’invasione. Di solito la scomparsa completa di rigor ha luogo a distanza di 3 o 4 giorni dal decesso; la risoluzione della rigidità cadaverica coincide di solito con il sopravvenire dei processi putrefattivi (in cui si ha distruzione autolitica dei ponti gelificati di acto-miosina).

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Meccanismo del rigor mortis

La contrattura cadaverica si esprimerebbe alla stessa stregua della contrazione vitale, cioè attraverso la formazione di legami tra filamenti di actina e filamenti di miosina, sì da dare origine ad acto-miosina. Affinché i filamenti di actina e miosina si stacchino è necessaria ATP; la sua mancanza, a causa della morte, provoca il rigor.
In tal senso il rapido instaurarsi del rigor in soggetti colti dalla morte durante un’intensa attività fisica è motivato dall’abbondante trasformazione dell’ATP in ADP.
A seguito del rigor mortis la rigidità delle articolazioni fa sì che le stesse assumano una posizione tale da rispettare quella in cui si trovano subito dopo il decesso; ciò è utile per poter verificare la congruità della posizione cadaverica rispetto alla posizione nell’ambiente.
Un caso particolare è quello della così detta rigidità catalettica: è un raro evento in seguito al quale la rigidità compare istantaneamente subito dopo il decesso.

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Legge di Nysten

Il rigor suole colpire inizialmente le palpebre, quindi i muscoli masseteri (perciò si chiudono presto le palpebre e la bocca in un soggetto deceduto), i muscoli del viso, del collo, del tronco, degli arti superiori ed, infine, quelli degli arti inferiori. Anche la risoluzione del fenomeno segue il medesimo ordine: la rigidità scompare prima ai masseteri, al volto, al collo e, da ultimo, agli arti inferiori. Questa sequenza che va sotto la denominazione di legge di Nysten, non ha d’altra parte valore assolutamente costante in quanto appare influenzata da molte­plici fattori.

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Fattori che influenzano il rigor mortis

La rigidità cadaverica può essere influenzata da diversi fattori che possono essere distinti in:

  • Fattori intrinseci: trofismo muscolare e intensità dell’affaticamento dei singoli muscoli al momento del decesso.
  • Fattori estrinseci: temperatura esterna.

Il fenomeno è più appari­scente nei cadaveri di individui muscolosi, ma, a parità di massa muscolare, si manifesta con maggiore intensità se all’atto del decesso esisteva una condizione di fatica. Ciò si verifica in modo spiccato nelle morti improvvise avvenute nel corso di un intenso lavoro muscolare, in seguito ad infezione tetanica, ad avvelenamento da stricnina, a malattie convulsive in genere. Per contro i muscoli atonici per malattie esaurienti, tanto più se affetti da eventi degenerativi, si irrigidiscono debol­mente e per breve tempo.
La tempera­tura elevata accelera la manifestazione della rigidità, che è invece rallentata dalle bas­se temperature.

Per approfondire: Differenza tra inumazione, tumulazione, cremazione, imbalsamazione e mummificazione

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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I cani sanno davvero imitare le espressioni dei propri simili

MEDICINA ONLINE CANE MANDIBOLA CARATTERISTICHE NASO DENTI ANIMALE DIVERSITA SFONDO HD.jpgAnche i cani sanno imitare le espressioni dei propri simili. Questo sarebbero in grado di fare i nostri graziosi animali domestici, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, condotto da alcuni ricercatori, tra cui l’italiana Elisabetta Palagi dell’Università di Pisa.

Come si descrive su GalileoNet.it, infatti, i cani riescono a riprodurre perfettamente le espressioni facciali di altri cani, come fanno gli umani. Finora si pensava che solo noi e alcune scimmie fossero in grado di imitare le espressioni per empatia, quindi a scopi sociali.

Un gruppo di ricercatori ha quindi filmato per 50 ore alcuni cani che giocavano in un parco a Palermo, notando questo comportamento involontario e della durata di frazioni di secondo. Sembra quindi che anche i cani riescano a imitare per mostrare empatia, proprio un po’ come facciamo noi.

Secondo gli autori della ricerca, il fenomeno potrebbe essere emerso durante il processo di addomesticazione dei cani stessi e per questo motivo l’intenzione è quella di ripetere lo stesso studio sui lupi per verificare questa ipotesi.

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Differenza tre Parmigiano Reggiano e Pecorino Romano: calorie ed idee in cucina

MEDICINA ONLINE FORMAGGIOLa prima, evidente differenza fra questi formaggi è il latte con cui vengono prodotti: rigorosamente di mucca il Parmigiano Reggiano, interamente di pecora il Pecorino Romano.

Molto antiche, in entrambi i casi, le origini.

Il Pecorino Romano vanta discendenza diretta dal formaggio ovino che era alla base dell’alimentazione nella città di Roma e in tutti i suoi domini. Due storici del periodo classico della latinità, Varrone e Plinio il Vecchio, nei loro scritti ne descrivono dettagliatamente la procedura di lavorazione. Non solo: grazie alla sua conservabilità, la sua presenza come alimento prediletto dai Legionari è ampiamente documentata, imponendosi presto come ideale supporto nutritivo per le truppe impegnate alla conquista dell’Impero.

Il Parmigiano Reggiano nasce invece agli albori del Medioevo nel territorio precollinare fra Parma e Reggio Emilia dominato dalla grancontessa Matilde di Canossa: la sua produzione, già notevole per qualità e quantità, era già considerata tipica e pregiata ai tempi di Giovanni Boccaccio, che nel suo “Decamerone” (1350) scrive: “… et eravi una montagna di formaggio Parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan, che fare maccheroni, e raviuoli, e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava, più se n’aveva…”. In alcuni documenti si trovano però citazioni relative a un “formaggio lodigiano” avente caratteristiche simili e, pare, di tradizione antecedente. Non si può escludere che siano stati i Longobardi, nell’espansione del loro dominio sulla penisola italica, a farsi inconsapevoli portatori di questa tradizione poco dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, qualche secolo prima dell’anno Mille.

La produzione odierna

Sia il Parmigiano Reggiano, sia il Pecorino sono prodotti ancor oggi con tecniche che si rifanno alla tradizione, con il massimo rispetto degli ingredienti e delle norme igieniche stabilite dai rispettivi disciplinari di tutela. Entrambi godono della Denominazione d’Origine Protetta, che delimita anche le zone di produzione: province di Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna e Mantova per il Parmigiano Reggiano; Sardegna (circa il 70%), Lazio e Toscana per il Pecorino Romano. Sulle forme di entrambi i formaggi, appositi simboli e scritture tutelano il consumatore e li rendono facilmente identificabili.

Valori nutritivi

Dal punto di vista nutrizionale, 100 grammi di Parmigiano Reggiano forniscono 392 calorie, con il 25.84% di grassi, il 3.21 % di carboidrati, il 35.76% di proteine e il 29.15 di acqua; 100 grammi di Pecorino forniscono invece 387 calorie, con il 26.95% di grassi, il 3.62% di carboidrati, il 31.9% di proteine e il 30,90% di acqua.
Si tratta di valori piuttosto simili, con una leggera prevalenza di contenuto proteico e minori grassi per il Parmigiano Reggiano.

Idee in cucina

Spaghetti cacio e pepe

Cuocere la pasta in abbondante acqua salata e scolarla molto al dente, conservando un po’ di acqua di cottura. Intanto, in un tegame antiaderente, versare mezzo cucchiaio d’olio extravergine di oliva (a testa) spolverato di pepe nero in abbondanza  e, in una zuppiera, amalgamare 50 grammi (sempre a testa) di pecorino grattugiato con un po’ d’acqua di cottura della pasta, mescolando energicamente il tutto fino ad ottenere una crema morbida.
Buttare gli spaghetti nel tegame con l’olio e il pepe e, sempre mescolando, versare la crema di formaggio.
Servire molto caldo aggiungendo, se necessario, altro pecorino grattugiato e altro pepe nero macinato.

Finocchi gratinati al Parmigiano Reggiano

Pulire i finocchi (uno a testa) liberandoli dalle parti più dure, tagliarli a metà e cuocerli in acqua salata o al vapore. Quando saranno cotti, ma non sfatti, farli rosolare in poco burro fino a leggera doratura. Adagiarli in una teglia da forno leggermente imburrata, spolverizzarli di abbondante Parmigiano-Reggiano e farli gratinare fino a completa fusione del formaggio. Servire molto caldo.

In conclusione

Nonostante si tratti di prodotti diversi (non dimentichiamo che il loro ingrediente principale, il latte,  è fornito da animali molto differenti fra loro), per la storia che hanno alle spalle, le proprietà nutrizionali, la flessibilità in cucina entrambi questi formaggi DOP, autentico vanto della tradizione italiana, meritano tutto il nostro rispetto.
Per quanto ci riguarda, la sfida può ritenersi chiusa in pareggio.

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