Non usare Facebook per 7 giorni e sarai più felice e soddisfatto della tua vita

MEDICINA ONLINE FACEBOOK SOCIAL NETWORK INTERNET WEB WWW PC TABLET SMARTPHONE CELLULARE TABLET SCHERMO INSTAGRAM TWITTER MEDIA PROFILO FOLLOWER FOLLOW WALLPAPER USER.jpgPrendi il tuo smartphone, il tuo tablet ed il tuo pc ed elimina completamente Facebook per almeno una settimana: la tua esistenza sarà più felice e positiva e sarai più soddisfatto della tua vita. E’ questo il risultato a cui è giunta una ricerca in cui sono stati coinvolti 1095 individui, di cui una parte doveva astenersi dall’uso del social per 7 giorni di seguito. Lo studio è stato diretto da Morten Tromholt dell’Università di Copenhagen e pubblicato sulla rivista ‘Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking’, e suggerisce che l’uso di questo social network (specie se troppo frequente) ha effetti negativi sul benessere e l’umore. I risultati di questo studio potrebbero estendersi anche ad altri popolari social, come Twitter ed Instagram.

L’esperimento

Nell’esperimento una parte dei partecipanti si è astenuto per una settimana dall’uso del social. Il loro livello di benessere, soddisfazione e umore sono stati misurati all’inizio e alla fine dell’esperimento. Confrontando i due gruppi (chi doveva chiudere Facebook e chi poteva continuare a usarlo a piacere) è emerso che la pausa dal social ha effetti estremamente positivi sulle due dimensioni principali del benessere, ovvero l’umore e la soddisfazione per la nostra vita. Probabilmente ciò accade perché tutti tendono a mostrare sui social solo gli aspetti più belli della loro vita e quindi la nostra vita vera coi suoi problemi, se confrontata con quella apparentemente perfetta degli altri utenti, può apparire peggiore di quella che è realmente.

Pausa dal social

Spiega Tromholt: “Ormai gran parte delle persone usa Facebook tutti i giorni ma pochi sono consapevoli delle conseguenze di ciò. Ho chiesto ai partecipanti di valutare il proprio livello di felicità e soddisfazione nella vita, il loro livello di autostima e le loro emozioni (positive e negative). E’ emerso che chi aveva fatto una pausa dal social presentava un aumento del livello di soddisfazione per la propria vita e delle emozioni positive. I risultati sono molto evidenti soprattutto per coloro che usano Facebook tantissimo o che lo usano solo passivamente, cioè senza mai fare azioni (postare contenuti o commenti) ma solo seguendo l’attività altrui”. E voi, riuscireste a far a meno dei vostri social per almeno una settimana? Lo studio dice che ne vale la pena!

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Fino a che età si cresce in altezza nell’uomo e nella donna

MEDICINA ONLINE TALL SHORT MAN GIRL WOMAN BOY ALTEZZA STATURA AUMENTARE AUMENTO ALTEZZA CENTIMETRI LUNGHEZZA MONDO MEDIA ITALIANA ITALIA MONDO MEDIA PER REGIONE OSSA ORMONI GH CRESCITA PUBERTA SALDATURA OSSEAL’aumento della statura durante lo sviluppo è il risultato della crescita in senso longitudinale delle ossa lunghe, la quale è garantita dalla presenza della cosiddetta cartilagine di coniugazione, la cui saldatura al termine dello sviluppo preclude ogni ulteriore incremento staturale: proprio osservando radiograficamente lo stato delle cartilagini, è possibile vedere – durante la pubertà – a quale stadio di sviluppo è il giovane ed in qualche modo prevedere quale sarà l’ulteriore accrescimento della sua statura.

La crescita del’altezza è regolata da diversi ormoni; prima della pubertà lo stimolo per l’allungamento delle ossa lunghe è dato principalmente dal GH (od ormone somatotropo), in sinergia con gli ormoni tiroidei, nonché con l’insulina ed i fattori di crescita insulino simili (che ne potenziano gli effetti). Un difetto od un eccesso di questi ormoni, in modo particolare di GH, T3 e T4, determina alterazioni della crescita (nanismo o gigantismo).

Lo stop alla crescita

Al termine della pubertà, indicativamente verso i 17 anni per le femmine e verso i 20 anni per i maschi, la crescita staturale in genere si blocca. L’accrescimento si arresta perché le epifisi si collegano alle metafisi e le cartilagini di accrescimento cessano di funzionare: da questo momento in poi non è più possibile aumentare la propria lunghezza ossea. Responsabili di questo blocco sono gli ormoni sessuali, che dopo aver indotto una rapida accelerazione della crescita nel periodo puberale, ne determinano il definitivo arresto. In alcuni casi un lieve aumento di altezza può essere possibile anche dopo le età prima indicate.
Nelle femmine, la massiccia secrezione di estrogeni in epoca puberale induce la chiusura delle cartilagini di coniugazione delle ossa lunghe, terminando di fatto, la fase di accrescimento staturale, motivo per cui le bambine che hanno avuto un menarca (prima mestruazione) precoce, tendono a smettere di crescere prima delle coetanee che invece hanno avuto un menarca tardivo. Analogo discorso nel maschio, dove l’increzione di androgeni aumenta di riflesso anche la produzione di estrogeni (per attività periferica dell’enzima aromatasi), determinando la saldatura dei dischi intercartilaginei e l’arresto della crescita.

Alimentazione ed attività fisica per raggiungere la massima altezza possibile

L’ipogonadismo (ridotta sintesi di ormoni sessuali) causa gigantismo per mancata chiusura delle piastre epifisarie in epoca puberale. Da notare che la secrezione di GH è influenzata positivamente dall’esercizio fisico e negativamente dall’obesità (un motivo in più per inculcare una sana cultura sportiva ai nostri figli). Tra i fattori ambientali capaci di influenzare la crescita in altezza, un ruolo predominante è ricoperto dall’alimentazione e quindi dal corretto apporto di nutrienti, come dimostra il cosiddetto secular trend (o andamento secolare della crescita). Nel secolo appena trascorso, infatti, i bambini che abitano nei Paesi di sviluppo hanno raggiunto stature sempre maggiori, di pari passo con il progredire del benessere economico nazionale. In Italia, ad esempio la statura delle reclute militari è aumentata di circa 10 cm tra il 1861 ed il 1961.

Prodotti per apparire più alti

Per sembrare più alti possono essere utilissimi alcuni prodotti, tra cui:

Integratori utili per aumentare l’altezza

Alcuni integratori potenzialmente utili per fornire un adeguato apporto di nutrienti all’organismo ed aumentare le possibilità di sviluppare la massima altezza possibile, sono i seguenti, selezionati dal nostro Staff medico:

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Braccio sinistro dolorante, intorpidito e pesante: mi devo preoccupare?

MEDICINA ONLINE DOLORE ARTO BRACCO SINISTRO FORMICOLIO CIRCOLAZIONE CANCRO TUMORE ATTACCO CARDIACO CUORE GOMITO TENNISTA ICTUS INFARTO MIOCARDIO CANCRO TUMORE SENO MAMMELLAIl dolore, l’intorpidimento, il formicolio e qualsiasi altra sensazione inusuale, quando sono localizzati al braccio sinistro, in assenza di traumi, sono tipi di sintomi che generano molta ansia nelle persone in quanto vengono immediatamente associati all’attacco di cuore. In realtà, pur essendo in effetti il dolore e l’intorpidimento al braccio sinistro dei sintomi distintivi dell’infarto del miocardio, sono molte le condizioni che possono provocarli e, nella maggior parte dei casi, certi timori sono fortunatamente infondati. Bisogna considerare, infatti, che un braccio è costituito da varie strutture (muscoli, ossa, tendini ecc.) e, conseguentemente, un problema a una di queste (un’infezione, un processo infiammatorio, un problema muscolare, un disturbo nervoso, un trauma di vario tipo ecc.) può essere, fra le altre cose, causa di dolenzia o di alterata sensazione rispetto al solito. Il dolore, come qualsiasi sensazione riferita al braccio, inoltre, può essere determinato da patologie di un’altra parte del corpo apparentemente “insospettabile”: in questo caso si parla di “dolore riferito”.

Dolore al braccio sinistro: quali sono le cause principali

Come detto, una sensazione particolare al braccio sinistro può riconoscere diverse cause e, se in certi casi può essere piuttosto facile capirne i motivi (come nel caso di un trauma diretto), in determinate circostanze può non essere facile identificarli. Le due cause più “pericolose” per la salute, sono:

  • angina pectoris: una sindrome clinica provocata da un’ischemia miocardica di tipo transitorio (diminuzione temporanea del flusso sanguigno al muscolo cardiaco);
  • infarto del miocardio: provocato da una prolungata assenza di flusso sanguigno al cuore, quasi sempre causata da una ostruzione a livello delle coronarie.

Altre cause di dolore al braccio sinistro, sono:

  • artrosi cervicale;
  • attacco di panico;
  • cattiva circolazione (sanguigna e linfatica);
  • contratture muscolari;
  • errata postura;
  • recente mastectomia (rimozione del seno in caso di cancro alla mammella);
  • lesioni del plesso brachiale;
  • epicondilite (gomito del tennista);
  • lesioni e traumi muscolari, tendinei, articolari;
  • neuropatia periferica;
  • sindrome del cuore infranto;
  • reflusso gastroesofageo;
  • sindrome dello stretto toracico superiore;
  • vaccinazione recente;
  • tendiniti.

Quando preoccuparsi?

Come appena visto, una sensazione di dolore, formicolio o intorpidimento può essere determinata da molte cause, alcune più gravi, altre meno gravi quindi è necessario non sopravvalutare, ma neanche sottovalutare il fenomeno, specie se intenso ed improvviso. La patologia più temuta è ovviamente l’infarto del miocardio, per riconoscerla bisogna ricordare quali sono gli altri sintomi che si associano al dolore al braccio, che sono:

  • dolore toracico,
  • senso di oppressione,
  • sensazione di pesantezza a livello toracico,
  • sensazione di bruciore al petto,
  • sudori freddi,
  • vomito,
  • respiro affannoso,
  • senso di svenimento,
  • perdita di coscienza,
  • frequenza cardiaca aumentata.

In questi casi è opportuno richiedere un intervento medico il più tempestivamente possibile in quanto c’è una forte probabilità di un attacco di cuore. In ogni caso, anche se non si riscontrano gli ultimi sintomi elencati, è opportuno un controllo medico che, in base alla causa che determina la strana sensazione al braccio, vi fornirà la terapia adeguata.

I migliori prodotti per la cura delle ossa e dei dolori articolari

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche per il benessere di ossa, legamenti, cartilagini e tendini e la cura dei dolori articolari. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Chemioterapia: quali effetti collaterali mi devo aspettare?

MEDICINA ONLINE NAUSEA MAL DI PANCIA REFLUSSO GE ESOFAGO STOMACO DUODENO INTESTINO TENUE DIGIUNO ILEO APPARATO DIGERENTE CIBO TUMORE CANCRO POLIPO ULCERA DIVERTICOLO CRASSO FECI VOMITO SANGUE OCCULTO MILZA VARICI CIRROSI FEGATOCon “chemioterapia” in oncologia si indica una modalità terapeutica che distrugge le cellule neoplastiche attraverso la somministrazione di farmaci particolari, chiamati chemioterapici. La chemioterapia può essere sistemica o loco-regionale (a seconda del campo d’azione del farmaco) e può essere neoadiuvante o adiuvante.

La chemioterapia porta con sé una serie di effetti collaterali molto comuni, come ad esempio:

  • nausea;
  • vomito;
  • stanchezza;
  • ulcere;
  • dolore e infiammazione in bocca;
  • perdita di appetito;
  • diarrea;
  • stipsi;
  • alterazione del gusto e perdita di appetito;
  • infezioni, anemia e sanguinamento;
  • caduta dei capelli, problemi con unghie e pelle;
  • alterazione nervosa;
  • problemi sessuali;
  • alterazione fertilità.

Astenia (stanchezza)

Il senso di stanchezza tipico della chemioterapia può dipendere non solo dai farmaci chemioterapici, ma anche da altri fattori, come:

  • l’impegno dell’organismo nella lotta contro la malattia;
  • la mancanza di sonno;
  • la difficoltà a mangiare adeguatamente;
  • la possibilità che subentri un’anemia;
  • il basso livello di globuli bianchi dovuto al trattamento;
  • il disagio psicologico di dover affrontare una situazione potenzialmente mortale.

Si può avvertire la stanchezza in maniera più marcata nei giorni in cui ci si sottopone alla chemioterapia e in quelli immediatamente successivi. È bene quindi chiedere aiuto a parenti e amici, per esempio per le incombenze domestiche e la cura dei figli, soprattutto in queste fasi e prevedere di potersi assentare dal lavoro, ridurre gli orari oppure portarlo avanti, per quanto possibile, da casa.

Nausea e vomito

Non tutti i medicinali usati in chemioterapia provocano nausea e vomito e comunque, anche per quelli che di solito provocano questi disturbi, è impossibile prevedere se lo faranno, e in che entità, nel singolo individuo. Quando si verificano, i disturbi compaiono a partire da alcuni minuti fino a diverse ore dopo la somministrazione del farmaco. Possono durare per ore, più raramente per qualche giorno. Se la sostanza ha determinato questi sintomi la prima volta, è probabile che lo farà anche nelle somministrazioni successive. I medici possono controllarli con farmaci detti antiemetici, che di solito vengono dati in vena insieme alla chemioterapia e poi proseguiti per via orale o intramuscolare a casa. Vanno presi regolarmente anche se ci si sente abbastanza bene, perché questi prodotti funzionano meglio a scopo preventivo che curativo. Se nonostante ciò, i disturbi fossero particolarmente impegnativi, è bene informare il medico, che potrà cercare altre soluzioni.

Inoltre, è bene avvisare il personale di cura se il vomito:

  • vi preoccupa perché è particolarmente violento o prosegue per più di uno o due giorni;
  • vi impedisce di bere;
  • compare senza ragione apparente (per esempio a distanza di tempo dall’ultima seduta di chemioterapia).

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Dolore, infiammazione e ulcere in bocca

Questi disturbi possono comparire da cinque a dieci giorni dopo l’inizio del trattamento e in genere si risolvono gradualmente nelle tre-quattro settimane dopo che è finito. Il medico potrà consigliarvi dei risciacqui, per evitare che le ulcere si infettino, e degli analgesici per tenere a bada il dolore, in modo che non vi impedisca di mangiare e bere.

Sapore cattivo in bocca o alterazione del gusto

Alcuni medicinali usati in chemioterapia modificano il gusto dei cibi, che può risultare più salato, amaro o metallico. Il fenomeno regredisce alla fine del trattamento ma prima che passi sono necessarie a volte alcune settimane.

Perdita di appetito, diarrea o stipsi

Non preoccupatevi se non riuscite a mangiare il giorno del trattamento o quello successivo, purché poi torni l’appetito tra una seduta e l’altra. È importante invece bere molto, per evitare la disidratazione, soprattutto se le cure causano diarrea. Se compare stipsi, si può cercare di rimediare anche con una dieta ricca di fibre. Tutti questi effetti collaterali si combattono con i medicinali prescritti o somministrati direttamente dal medico insieme alla chemioterapia, ma anche con un’alimentazione adatta.

Infezioni, anemia, sanguinamenti

I farmaci usati in chemioterapia ostacolano il rinnovamento delle cellule del sangue che quindi possono scendere a livelli pericolosi. Il calo dei globuli bianchi può favorire infezioni. Avvisate subito il medico in caso di:

  • febbre alta;
  • sensazione di freddo e brividi;
  • tosse;
  • mal di gola;
  • mal di testa;
  • mal di muscoli.

Il calo dei globuli rossi può portare ad anemia, per la quale ci si può sentire particolarmente stanchi o può mancare il fiato. Il calo delle piastrine può facilitare i sanguinamenti dalle mucose o la formazione di lividi (ecchimosi). Se questi effetti si fanno particolarmente impegnativi i medici possono provvedere con appositi farmaci o con trasfusioni di sangue.

Caduta dei capelli, disturbi alla pelle e alle unghie

La caduta dei capelli, dei peli, di ciglia e sopracciglia è considerato un segno caratteristico della chemioterapia, e anche per questo è una delle conseguenze più temute dai pazienti: non solo perché incide in maniera significativa sulla propria immagine, ma anche perché rende evidente a chiunque il proprio stato di malattia. In realtà, non tutti i farmaci usati per la cura dei tumori provocano questo effetto indesiderato, né tutti lo fanno con la stessa intensità. Alcuni rendono solo i capelli più fini e radi, altri non agiscono a questo livello. Inoltre è bene ricordare che il fenomeno è reversibile e i capelli ricominciano a crescere dopo poche settimane dalla fine del trattamento. In genere la capigliatura ha recuperato un aspetto normale entro quattro-sei mesi dal termine delle cure, anche se è possibile che ricrescendo i capelli acquistino un colore diverso o risultino più ricci. Nel frattempo, se non ci si sente a proprio agio, è possibile ricorrere a foulard, cappelli o parrucche, che però possono risultare fastidiose, soprattutto d’estate. In ogni caso conviene chiedere informazioni al personale infermieristico: molti centri prevedono consulenze specifiche anche su questi aspetti, compreso anche il make up adatto a mascherare gli effetti più visibili delle cure. In alcuni casi è possibile cercare di prevenire la caduta dei capelli indossando durante le sedute una particolare cuffia ghiacciata: riducendo l’apporto di sangue al cuoio capelluto si cerca di diminuire anche la quantità di farmaco che raggiunge i bulbi piliferi. Il metodo comunque non è utilizzabile in tutti i casi, per cui conviene discuterne in anticipo con il proprio medico. Alcuni farmaci usati in chemioterapia possono rendere la pelle secca e sensibile o provocare reazioni cutanee. È bene mettere sempre una crema protettiva quando ci si espone al sole. Anche le unghie ne possono risentire, diventando secche, scheggiate o striate.

Alterazioni nervose

Talvolta la chemioterapia può provocare una neuropatia periferica, che si manifesta con alterazioni della sensibilità, formicolii, sensazione come di punture di aghi soprattutto alle mani e ai piedi. In genere regredisce al termine delle cure, ma solo dopo diversi mesi. Le cure possono anche compromettere in varia misura l’udito. Anche questo fenomeno può essere transitorio ma se vi accorgete di sentire male, avvisate il medico che potrà talvolta adeguare il dosaggio dei farmaci.

Danni ad altri organi

Dei  trattamenti contro il cancro possono talvolta risentire, in maniera transitoria o permanente, i più importanti organi dell’organismo (cuore, fegato, reni e polmoni). Sarà cura dei medici cercare fin dall’inizio le cure più adatte al singolo paziente, in relazione ad altri eventuali problemi di salute preesistenti, oppure cambiare terapia nel caso si manifestasse sofferenza a livello di queste funzioni essenziali. Alcuni tipi di chemioterapia possono anche favorire la formazione di trombi, vale a dire vale a dire coaguli di sangue all’interno di una vena o un’arteria. Nel caso in cui una gamba si gonfiasse oppure il paziente si sentisse mancare il respiro è importante avvisare subito il proprio medico.

Conseguenze su sessualità e fertilità

La stanchezza provocata dalla malattia e dalle cure e la preoccupazione per la propria salute possono togliere interesse per la vita sessuale in questo periodo. È importante tuttavia mantenere aperto il dialogo con il partner anche su questo tema delicato, ed eventualmente cercare la collaborazione di personale esperto. Oltre agli aspetti psicologici ci possono essere anche difficoltà di tipo fisico: le mucose femminili, danneggiate dalla chemioterapia, possono rendere doloroso il rapporto. In questo caso ci si può aiutare con un gel lubrificante.
Per le coppie in età fertile è importante garantirsi una contraccezione sicura perché molti farmaci usati in chemioterapia potrebbero provocare malformazioni nel feto. Infine, sebbene i farmaci in genere non passino nello sperma e nel liquido vaginale, l’uso del preservativo può evitare di passare al partner anche piccole quantità di sostanze farmacologicamente attive. Una grossa preoccupazione di chi si deve sottoporre alla chemioterapia in giovane età è la possibilità che le cure compromettano la fertilità futura. È bene parlare di questo aspetto con il proprio medico prima dell’inizio delle cure perché nelle scelte terapeutiche si tenga conto anche del desiderio di avere in futuro dei figli. Oggi, soprattutto in funzione della sempre maggiore quota di bambini e ragazzi che guariscono dal cancro, e in particolare dalle leucemie, si presta molta attenzione a questo aspetto e molti ricercatori sono impegnati a cercare soluzioni su questo fronte: gli schemi di chemioterapia sono sempre meno aggressivi, si può prevedere la raccolta e il congelamento di sperma e ovociti prima del trattamento. Sono innumerevoli i racconti di persone che, guarite dal cancro, si sono formate una loro famiglia.

Effetti collaterali: solo brutte notizie?

Fortunatamente no, dal momento che è bene ricordare che:

  • la maggior parte di questi effetti collaterali è generalmente di breve durata;
  • tali effetti indesiderati spesso si attenuano o svaniscono del tutto al termine del trattamento o dopo poco tempo dal termine;
  • esistono farmaci e metodi efficaci per alleviare la maggior parte di questi effetti collaterali.

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Chemioterapia a domicilio o in ospedale: dove farla?

MEDICINA ONLINE ITALIAN AMBULANCE DOCTOR NURSE AMBULANZA STRADA EMERGENZA INFERMIERE MEDICO PORTANTINO ITALIA PRONTO SOCCORSO OSPEDALE BARELLA CORSA MORTE MALATTIA DOLORE INCIDENTE ICTUSCon “chemioterapia” in oncologia si indica una modalità terapeutica che distrugge le cellule neoplastiche attraverso la somministrazione di farmaci particolari, chiamati chemioterapici. La chemioterapia può essere sistemica o loco-regionale (a seconda del campo d’azione del farmaco) e può essere neoadiuvante o adiuvante. A seconda del tipo di malattia, dei farmaci utilizzati e delle diverse condizioni cliniche la somministrazione della chemioterapia può avvenire in diversi luoghi.

A domicilio

Se la terapia deve essere presa per bocca, la si può fare stando a casa. Qualche volta i medici possono ritenere opportuno effettuare la prima somministrazione in ospedale per verificare che non ci siano reazioni indesiderate, altrimenti ci si reca in ambulatorio solo per regolari controlli ed esami del sangue. La cura può avvenire a domicilio anche quando avviene tramite un’infusione continua di farmaci mediante una pompa per la chemioterapia collegata alla linea centrale o alla PICC. Ha le dimensioni di una bottiglietta d’acqua e può essere tenuta sempre con sé, in una apposita borsa o attaccata a una cintura che verrà consegnata in ospedale. Non richiede batteria ma periodicamente deve essere sostituita.

Durante un ricovero in ospedale

A volte può essere necessaria una permanenza in ospedale di una o più notti, soprattutto nei casi in cui:

  • i farmaci devono essere somministrati molto lentamente e in maniera controllata;
  • c’è la possibilità di reazioni indesiderate;
  • occorre somministrare molti fluidi tramite flebo prima e dopo il trattamento;
  • devono essere date alte dosi di medicinali (in questo caso la permanenza può durare anche settimane).

In appositi ambulatori

Sono i cosiddetti day-hospital, dove ci si reca nei giorni prestabiliti. Lì si resta per il tempo necessario a eseguire gli esami preliminari al trattamento e a ricevere l’infusione, per poi rientrare a casa in giornata. È questa la modalità più comune.

Le sostanze usate per la chemioterapia possono essere irritanti per la pelle e pericolose al di fuori del loro uso terapeutico. È per questo che il personale indossa guanti, mascherina, grembiuli di plastica e occhiali protettivi. Per la stessa ragione il materiale che è venuto a contatto con i farmaci deve essere smaltito in maniera differenziata e con particolari cautele.

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Chemioterapia: modi di assunzione dei farmaci chemioterapici

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  • chemioterapia sistemica: i farmaci sono assunti per bocca in forma di compresse, oppure iniettati per via endovenosa o intramuscolare ed in questo caso i farmaci entrano nella circolazione sanguigna e raggiungono e distruggono le cellule neoplastiche che si sono diffuse a distanza.
  • chemioterapia loco-regionale: il farmaco chemioterapico è somministrato direttamente nella colonna spinale, in una cavità organica, quale l’addome, o in un organo. In questo caso il farmaco agisce principalmente sulle cellule neoplastiche presenti in una data regione specifica.

Il metodo con cui la chemioterapia viene somministrata varia in base al tipo di cancro, alla sua localizzazione, allo stadio in cui si trova e alle condizioni del paziente. Le principali vie di somministrazione sono di seguito elencate.

VIA ENDOVENOSA

Questa modalità di somministrazione prevede un accesso al circolo sanguigno (accesso venoso), che dev’essere mantenuto aperto per il tempo necessario al completamento della cura.
La chemioterapia può essere somministrata tramite:

  • Siringa, quando il farmaco è somministrato in tempi brevi (al massimo alcuni minuti);
  • Flebo, quando il farmaco dev’essere somministrato in un intervallo che va da trenta minuti ad alcune ore;
  • Pompa per infusione, quando il farmaco dev’essere somministrato lentamente (goccia a goccia) anche per giorni;
  • Infusione continua per un periodo che va da settimane a mesi, in questo caso il paziente avrà sempre con sé la pompa per infusione.

La chemioterapia endovenosa comporta una ripetuta iniezione di sostanze irritanti che possono provocare flebiti. Per cercare di ovviare a questo problema sono stati ideati metodi alternativi di somministrazione endovenosa; con questi metodi l’accesso venoso è mantenuto aperto e non è necessario dover cercare ogni volta una vena per somministrare il farmaco.
Fra questi metodi alternativi troviamo:

  • Agocannula o catetere venoso periferico: è costituito da un tubicino sottile che, tramite un ago, è inserito in una vena della mano o del braccio. Con questo sistema possono essere sia somministrati farmaci che prelevati campioni di sangue. Può essere tenuto per alcuni giorni.
  • Cateteri venosi centrali, sono tubicini di materiale compatibile con l’organismo (di solito silicone o poliuretano) che raggiungono le grosse vene che si trovano vicino al cuore. Questi cateteri possono essere
    • esterni, vengono inseriti in anestesia locale, in ambiente sterile;
    • interni, sono inseriti con un piccolo intervento chirurgico.

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VIA ORALE

L’assunzione di chemioterapici per via orale può essere utilizzata da sola o in associazione a terapie per via endovenosa. Nel caso in cui si tratti di capsule o compresse, queste possono essere fornite direttamente al paziente, che può assumerle a casa.
In questo caso è importante che siano seguite con diligenza tutte le direttive del medico sulla modalità di assunzione e che sia letto attentamente il foglietto illustrativo.

VIA ARTERIOSA

Consiste nell’inserimento di una cannula all’interno dell’arteria principale che irrora la zona in cui è presente il tumore. Di solito è utilizzata per carcinomi al fegato (in tal caso i chemioterapici vengono somministrati attraverso l’arteria epatica).
È una tecnica che richiede un alto livello di qualificazione e viene praticata solo in centri specializzati.

VIA INTRACAVITARIA

La somministrazione avviene in una cavità naturale dell’organismo:

  • Via intravescicale, il chemioterapico è somministrato direttamente nella vescica attraverso l’uso di un catetere;
  • Via intraperitoneale, la somministrazione avviene fra i due strati costituenti il peritoneo (la membrana che riveste la parete e i visceri addominali);
  • Via intrapleurica, la somministrazione avviene fra i due strati che costituiscono la pleura (la membrana che riveste il torace e i polmoni).

VIA INTRATECALE

Impiegata solo in alcuni tipi di tumori cerebrali e leucemie. Il chemioterapico viene somministrato nel fluido cerebrospinale attraverso la colonna vertebrale.

VIA INTRAMUSCOLARE

È una via poco utilizzata. È praticata a livello della coscia o dei glutei e determina un rilascio del chemioterapico più lento rispetto alla via endovenosa.

VIA SOTTOCUTANEA

Questa via è impiegata soprattutto per farmaci ematologici. La somministrazione avviene a livello della coscia, dell’addome o del braccio.

Chemioterapia antineoplastica di combinazione

La chemioterapia antineoplastica di combinazione consiste nell’utilizzo di due o più farmaci antitumorali (cocktail di farmaci), con lo scopo ti trarre vantaggio dalle diverse modalità con cui questi agiscono sul tumore.
L’approccio chemioterapico combinato si basa sul presupposto che più farmaci, con diversi meccanismi d’azione, possano dare effetti sinergici (cioè operare insieme per ottenere un effetto non ottenibile se usati singolarmente) e/o che possano ritardare l’insorgenza della resistenza al singolo farmaco.
Talvolta, grazie alla somministrazione combinata, i farmaci possono essere somministrati con dosaggi inferiori rispetto a quelli che sarebbero necessari se venissero somministrati singolarmente. La somministrazione di un dosaggio minore di farmaci potrebbe tradursi in una riduzione della tossicità e degli effetti collaterali.
Tuttavia, questo approccio terapeutico può anche presentare svantaggi, quali l’eventuale insorgenza di effetti collaterali multipli e la possibilità che si verifichino interazioni negative fra i componenti del cocktail una volta che questi sono stati somministrati.

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Noduli al seno: quando preoccuparsi ed andare dal medico?

MEDICINA ONLINE MAMMELLA SENO PETTO DONNA UOMO QUADRANTI Q1 Q2 Q3 Q4 FEMMINA FEMMINILE MASCHILE CAPEZZOLO AREOLA MUSCOLI PETTORALI CASSA TORACICA DOTTI GALATTOFORI INTROFLESSO PAGET TESSUTO ADIPOSO ECOGRAFIA MAMMOGRAFIAQuando si scopre una formazione sospetta nel proprio seno, è importante ricordarsi che non tutti i noduli al seno indicano cancro: ad esempio i fibroadenomi sono molto diffusi e benigni. La presenza di una formazione, tuttavia, non va mai sottovalutata, specie se è comparsa dal nulla, tende ad ingrandirsi e contemporaneamente sono presenti una serie di altri segni e sintomi che potrebbero rafforzare il sospetto di cancro alla mammella, tra i quali:

  • un ispessimento diverso dagli altri tessuti della mammella,
  • una mammella che diventa più grande o più bassa,
  • un capezzolo che cambia posizione, morfologia o si ritrae (capezzolo introflesso),
  • la presenza di una increspatura della pelle o di fossette, “pelle a buccia d’arancia”,
  • un arrossamento cutaneo intorno a un capezzolo,
  • una secrezione purulenta e/o ematica dal capezzolo,
  • dolore costante in una zona della mammella o dell’ascella,
  • un gonfiore sotto l’ascella o intorno alla clavicola.

La presenza di dolore (“mastodinia“) può essere indicativo sia di tumore ma anche di altre patologie. I sintomi sono tanto più indicativi di malattia maligna quanto più si presentano monolateralmente (cioè ad una sola mammella e non ad entrambe). Di tanto in tanto, il tumore alla mammella si presenta come malattia metastatica che corrisponde alla diffusione del cancro oltre all’organo di origine. I sintomi in caso di tumore metastatico dipenderanno dalla localizzazione delle metastasi le cui sedi più comuni sono ossa, fegato, polmoni e cervello. Una inspiegabile perdita di peso può talvolta preannunciare un tumore alla mammella occulto, così come la presenza di febbre o brividi. Dolori alle ossa o alle articolazioni possono a volte essere manifestazioni della presenza di metastasi, così come l’ittero o sintomi neurologici. Questi sintomi sono definiti non-specifici, nel senso che potrebbero essere anche manifestazioni di molte altre malattie.

La maggior parte dei sintomi correlati alla mammella, tra cui la maggior parte dei noduli, non risultano poi essere indice di un tumore sottostante. Meno del 20% dei noduli, per esempio, sono cancerogeni e le patologie mammarie benigne, quali mastiti e fibroadenoma della mammella sono le cause più comuni dei sintomi. Tuttavia, la comparsa di un nuovo sintomo deve essere presa seriamente in considerazione sia dal paziente che dal medico, per via della possibilità di incorrere in un tumore alla mammella a qualsiasi età.

Tutti i segni e sintomi finora elencati sono ancora più indicativi di cancro mammario, se il paziente presenta i seguenti fattori di rischio:

  • sesso femminile (ricordiamo infatti che il cancro mammario può colpire anche l’uomo, ma molto più raramente);
  • età avanzata (>30 anni, specialmente superati i 50 anni);
  • fumo di sigaretta;
  • genetica (altri casi in famiglia: madre, sorella…);
  • mancanza di procreazione;
  • esposizione ad inquinamento atmosferico;
  • mancanza di allattamento al seno;
  • elevati livelli di alcuni ormoni;
  • dieta ricca di grassi;
  • obesità.

Va infine ricordato che la presenza dei segni e sintomi elencati non assicurano una diagnosi corretta: quest’ultima si dovrà infatti avvalere di esami strumentali (ecografia, mammografia, biopsia…) e di laboratorio.

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Come riconoscere un nodulo maligno da uno benigno?

Sentire qualcosa sotto le dita quando si palpa il seno è sempre un elemento di ansia per una donna. Eppure i cosiddetti “noduli” non sono, nella maggior parte dei casi, sintomi preoccupanti. Come spiegano le linee guida della Società italiana di senologia, molto dipende dall’età di comparsa della formazione. Fra i 20 e i 30 anni sono molto comuni i fibroadenomi, duri e fibrosi, dovuti alle variazioni ormonali tipiche dell’età. Possono essere dolorosi, specie in alcune fasi del ciclo, e regrediscono o diminuiscono con le gravidanze e l’allattamento. Fra i 30 e i 50 anni, invece, sono comuni le cisti sierose, costituite da una capsula contenente liquido. Il medico esperto è capace, già alla palpazione, di distinguere una formazione benigna da una maligna. La prima in genere si muove se spostata con i polpastrelli, mentre una formazione maligna rimane aderente al piano sottostante. Inoltre fibroadenomi e cisti hanno un contorno regolare, mentre spesso le neoformazioni maligne hanno bordi irregolari.

Perdita di peso immotivata

La maggior parte delle donne potrebbe essere davvero felice di perdere peso senza ragione e, soprattutto, senza fatica. Rimane il fatto che se fluttuazioni di piccola entità sono normali e possono dipendere da fattori stagionali, ormonali o persino emotivi, legati allo stress, un dimagrimento di cinque o più chilogrammi in un mese (o del cinque per cento del proprio peso in sei mesi, o meno) in assenza di una dieta o di un aumento sostanziale dell’esercizio fisico e quindi del metabolismo basale, merita una visita di controllo. Le cellule cancerose sono infatti dotate di un metabolismo molto attivo e un aumentato consumo energetico da parte dell’organismo è un segno che qualcosa non va per il verso giusto. Attenzione però: prima di pensare a un tumore, bisogna escludere altre condizioni o patologie più comuni, come un disturbo della tiroide (ad esempio ipertiroidismo, molto frequente nel sesso femminile) oppure una patologia gastrointestinale che interferisce con l’assorbimento delle sostanze nutritive, oppure l’anoressia nervosa. Anche iniziare a fumare o l’uso di droghe può determinare perdita di peso. Per capire la causa della perdita di peso, il medico potrà prescrivere alcuni esami del sangue, che verificheranno la presenza di carenze, di anemia o di infiammazione in corso. Inoltre verranno valutati i livelli degli ormoni tiroidei. Solo se gli esami del sangue non saranno risolutivi e se la perdita di peso continuerà ad aumentare, il medico ricorrerà a esami strumentali come ecografie, radiografie e TC.

Cambiamenti a carico del seno

La maggior parte delle donne conosce bene la conformazione del proprio seno anche quando non ha l’abitudine di praticare l’autopalpazione. Gli esperti segnalano però un’eccessiva attenzione alla presenza di noduli e formazioni solide e una scarsa attenzione ad altre manifestazioni che possono essere indicative di un cancro del seno come un arrossamento persistente della cute in una determinata zona della mammella e un ispessimento della pelle (che talvolta assume il tipico aspetto a buccia d’arancia). In ambedue i casi questi sintomi potrebbero essere un segnale di una forma di neoplasia con una forte componente infiammatoria. Anche cambiamenti a carico del capezzolo meritano una visita dal medico: modifiche della forma (retrazioni o protrusioni inusuali), così come la perdita di sangue, siero o latte (ovviamente in un momento in cui non si sta allattando) vanno verificate con un esperto. Questi procederà a esaminare il seno al tatto, farà alcune domande riguardanti la salute della donna in generale e il suo stato ormonale in particolare. In caso di perdite dal capezzolo vengono richiesti anche alcuni esami del sangue, tra i quali la misurazione della prolattina, un ormone che stimola la produzione di latte e che può aumentare anche in alcuni tumori benigni o in seguito ad alcune terapie farmacologiche. In caso di sospetto, il medico generalmente prescriverà, a seconda dell’età e del sintomo, una ecografia (sotto i 35 anni) o una mammografia (sopra i 35 anni) o entrambe.

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Sanguinamenti non comuni

Perdere sangue (tranne ovviamente durante il ciclo mestruale) è sempre un segno di qualcosa che non va. E se la perdita ematica con le feci, specie se rossa, è quasi sicuramente dovuta a emorroidi infiammate (ma merita, almeno fino alla diagnosi, un controllo più approfondito), la presenza di sangue nelle urine richiede un esame delle stesse e un’ecografia renale. Nel primo caso il sangue potrebbe nascondere un cancro del colon, in costante aumento anche tra le donne perché legato a scorrette abitudini di vita. In questo caso è spesso utile ricorrere alla ricerca del sangue occulto nelle feci anche se si è al disotto dei 50 anni di età, momento a partire dal quale questo esame è consigliato pur in assenza di sintomi. La tappa successiva è l’ecografia addominale o più spesso, la colonscopia, che permette di fugare ogni dubbio. L’esame delle urine e l’eventuale analisi di cellule epiteliali staccatesi dalla parete della vescica permette di diagnosticare eventuali infezioni e di escludere un cancro della vescica. L’ecografia renale studia invece l’intero decorso dell’apparato urinario e può mettere in luce anche la presenza di calcoli renali.

Dolore

Si dice sempre che se fa male, non è un cancro. Una voce popolare non priva di fondamento che però non tiene conto di alcuni casi nei quali un dolore sordo e persistente può essere un campanello d’allarme per una malattia neoplastica. Il dolore al seno è infatti spesso presente nel tumore mammario, così come il dolore osseo, specie alla schiena, merita sempre un approfondimento se non scompare nel giro di qualche settimana o con l’aiuto di farmaci antinfiammatori, dal momento che potrebbe indicare metastasi. Il dolore è un sintomo molto complesso da inquadrare, poiché può avere molte cause, quindi la presenza di dolore non indica necessariamente cancro o metastasi.

Linfonodi ingrossati

È bene ricordare che, quando si nota un linfonodo ingrossato, nella maggioranza dei casi la causa del disturbo è infettiva. Questi piccoli noduli posti nelle intersezioni strategiche del corpo umano (alla base del collo, sotto le ascelle, nell’inguine, nel torace tra i due polmoni) hanno infatti il compito principale di filtrare gli agenti infettivi e favorire la produzione di anticorpi in grado di combatterli. Trovare un linfonodo ingrossato è quindi un’evenienza piuttosto comune. I linfonodi sono anche importanti in un gran numero di malattie autoimmuni, come il lupus eritematoso sistemico, e ciò proprio per il loro ruolo di sentinelle del sistema immunitario. Quando bisogna preoccuparsi? Secondo gli esperti dell’ASCO, bisogna far valutare dal medico qualsiasi linfonodo che non diminuisca di volume nel giro di una decina di giorni. Inoltre se un linfonodo ascellare continua ad aumentare di volume, è necessaria una ecografia di controllo ed eventualmente una biopsia. I linfonodi possono aumentare di volume sia per neoplasie del sistema linfatico stesso (come le leucemie) sia per invasione da parte di cellule maligne provenienti da neoformazioni di organi vicini.

Febbre persistente

La febbre non è un sintomo tipico delle malattie oncologiche, almeno in fase iniziale: è più comune nelle forme metastatiche e per questo in genere non la si considera allarmante. Nonostante ciò è possibile che in alcuni casi un tumore alteri i sistemi di controllo della temperatura corporea. Può accadere, per esempio, nel caso di tumori del fegato e del pancreas.

Stanchezza inspiegabile

Una stanchezza anomala che perduri a lungo può essere provocata da carenze nutrizionali o da anemia. Ma anche l’anemia stessa è un sintomo che può fungere da campanello d’allarme per una malattia oncologica, non solo della mammella. Ecco perché qualsiasi senso di spossatezza che duri oltre due settimane in assenza di una malattia o di una situazione oggettiva che lo giustifichi deve essere riferita al medico, che valuterà la necessità di procedere con altri esami.

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