Proprietà dell’aglio: antibiotico, antitumorale, afrodisiaco, abbassa la pressione ed il colesterolo

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO AGLIO VEGETALI (2)Non sarà l’alimento che ci rende più desiderabili in una serata galante, tuttavia l’aglio è uno di quei cibi con proprietà meravigliose che la natura ci mette a disposizione per darci la possibilità di mantenerci in salute. Ad esempio questa pianta – appartenente alla famiglia delle Liliaceae – ha azione chelante, cioè favorisce l’aggregazione delle molecole di alcuni metalli pesanti come mercurio e cadmi (tanto diffusi nel nostro ambiente industrializzato ed inquinato) favorendone così l’espulsione da parte dell’organismo e confermandosi, come vedremo continuando la lettura, un fattore protettivo nei confronti nei tumori. Utile anche contro le allergie; è un antinfiammatorio e un antibatterico ed antimicotico naturale; è poi un vero tesoro di antiossidanti e contrasta il processo di invecchiamento a carico dei tessuti rendendoci anche più giovani e belli. Ha notevole attività antispastica, utile per prevenire spasmi muscolari e dolori addominali; aiuta a prevenire ed alleviare la claudicazione intermittente (dolore nelle gambe provocato dall’arteriosclerosi); incrementa leggermente il livello di serotonina nel cervello aiutando a combattere lo stress e la depressione; se hai smesso di fumare ti aiuta a non ingrassare e ripulisce il circolo dalle scorie della sigaretta. L’aglio era anche usato dagli antichi Greci e Romani per aumentare la virilità maschile e la libido: grazie alla sua azione vasodilatatrice, l’aglio ha in effetti la proprietà di favorire l’afflusso sanguigno ai genitali, permettendo una più facile erezione del pene e contrastando la disfunzione erettile.

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Le fibre contenute in frutta e verdura riducono l’assorbimento dei grassi e prevengono il cancro al colon

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO VERDURA CIBO VEGETALI DIETA DIMAGRIRE CUCINA (3)Sia la frutta che la verdura contengono fibre insolubili e fibre solubili. Le fibre insolubili assorbono molta acqua e ciò favorisce il transito intestinale, prevenendo diverticolosi, coliti, stitichezza e cancro al colon. Vanno assunte accompagnate da molta acqua. Le fibre solubili formano, a contatto con l’acqua, una massa in grado di ridurre l’assorbimento di grassi e zuccheri e conferire un senso di sazietà. Il consumo giornaliero consigliato di fibra è di circa 30 grammi, con un rapporto tra fibre insolubili e solubili di 3 a 1. In qualsiasi caso prima di iniziare qualsiasi dieta, chiedete sempre il parere del vostro medico di fiducia! SEMPRE! Un consiglio utile per chi decide di cominciare a inserire più frutta e verdura nella propria dieta è di procedere per gradi: le dosi vanno aumentate progressivamente nell’arco di 20-30 giorni. Grazie a questa lenta progressione il paziente si evita il rischio di incorrere in fastidiosi problemi intestinali come diarrea, meteorismo e colite.

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Colesterolo alto: come abbassarlo con i “cibi SI”e tenerlo sotto controllo

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO HAMBURGER PATATINE FRITTE PATATE PANINO FAST FOOD JUNK FOOD FRITTI DIETA DIMAGRIRE GRASSI (4)Molti sono i fattori che possono incidere sulla quantità di colesterolo nel sangue: l’età, il sesso, la mancanza di attività fisica, il fumo, lo stato di salute generale e per le donne la menopausa. Gli alimenti hanno un ruolo molto importante per mantenere sano il cuore, si parla di quelli da consumare con parsimonia, dal burro alla carne rossa, ma poco si sa degli alimenti da inserire nella dieta di tutti i giorni per prevenire l’innalzamento dei valori del colesterolo. Vediamo qui di seguito le virtù e i difetti dei principali alimenti.

I “Cibi Sì”

I legumi

Sono l’alimento vegetale più ricco di proteine, anche se il loro apporto proteico non è paragonabile a quello della carne o del pesce. Tuttavia il loro abbinamento con i cereali (grano, orzo, avena e riso…) ne valorizza e completa il quadro proteico, come dimostra la tradizione dei popoli del mondo: in oriente riso e soia o azuki, mais e fagioli rossi in Messico, pasta e fagioli in Italia.

Come consumarli

Sia allo stato fresco che allo stato secco. Ovviamente i legumi freschi, rispetto a quelli secchi, hanno una percentuale di acqua molto superiore (dal 60 al 90% contro il 10-13%) e quindi a parità di peso hanno un contenuto inferiore a livello proteico, glucidico e calorico. Quando sono freschi dunque non si differenziano di molto dalle verdure fresche. Molto più interessanti per il loro valore nutrizionale si rivelano invece i legumi secchi, ricchi di proteine, carboidrati e sali minerali (calcio, fosforo) ma anche di ferro, zinco, magnesio e piccole quantità di vitamine B1,B2, PP, A, E. Oltre ad essere un alimento con molte proprietà nutrizionali, i legumi sono sempre più presi in considerazione dai nutrizionisti per le qualità extranutrizionali. Grazie alla presenza di particolari fibre (come le pectine) sono sicuramente uno dei migliori alleati naturali per diminuire i livelli di colesterolo nel sangue. Inoltre, questi preziosi semi contengono particolari sostanze come le saponine, che legano il colesterolo e ne facilitano l’eliminazione, impedendone in questo modo l’assorbimento.

Come evitare alcuni possibili inconvenienti

Come è stato già detto, è importante abituare l’intestino ai legumi gradatamente, in modo tale da far crescere i nuovi enzimi in grado di compiere il delicato lavoro di digestione. Si possono inizialmente usare legumi decorticati, come le lenticchie rosse, che non hanno la fibra esterna ricca di zuccheri indigesti. Queste si possono usare per preparare delle zuppe a base di verdure e patate che hanno una funzione addensante. Successivamente e gradatamente si possono aggiungere i legumi con il rivestimento esterno, come ceci o fagioli in una minestra oppure ad un’insalata di riso o di verdure, per poi passare a veri e propri secondi piatti.

La cottura dei legumi secchi

Regola di fondamentale importanza per ottenere un buon risultato è quella di mettere i legumi a bagno in acqua fredda per qualche ora o addirittura tutta la notte (vedi tabella) perché questi semi, oltre che di proteine, sono ricchi anche di amidi, che se non hanno assorbito acqua a sufficienza, rischiano di compromettere la buona cottura dei legumi che rimarranno duri. Durante l’ammollo è meglio cambiare spesso l’acqua perché in acqua si perdono delle sostanze che ostacolano l’assorbimento di alcuni sali minerali come il ferro. Un buon risultato è garantito oltre che da un adeguato tempo di ammollo, anche da una cottura lenta e graduale. È consigliabile poi aggiungere all’acqua fredda di cottura, erbe aromatiche come salvia, rosmarino, timo, alloro, che oltre ad apportare sostanze antiossidanti e sali minerali, aiutano a digerire meglio i legumi ed a ridurre la comparsa di fastidiosi gas intestinali. Per rendere i legumi morbidi aggiungere il sale verso la fine della cottura. Attenzione poi all’età dei legumi: se troppo vecchi non arriveranno mai a reidratarsi nel modo giusto per quanto bicarbonato si aggiunga in cottura o in ammollo.

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Gli omega-3, amici del cuore e non solo

Non tutti i grassi sono nemici della salute, quelli contenuti nel pesce ne sono un chiaro esempio. Il pesce contiene grassi di qualità superiore (omega-3) e anche in minor quantità rispetto agli altri prodotti di origine animale. Basta pensare che i grassi contenuti in 100 g di mozzarella, sono uguali a quelli di 6,50 Kg di merluzzo. Numerosi studi confermano il ruolo positivo del pesce nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, e nel controllo del livello di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Infatti i grassi contenuti nel pesce hanno un alto potere antinfiammatorio, favoriscono la fluidificazione del sangue, abbassano il tasso dei trigliceridi nel sangue, svolgono un’azione antitrombotica e sono dei buoni antiaritmici. Il pesce più ricco di omega-3 è quello azzurro, quello che vive nei paesi freddi e quello selvatico (es. alici, sarde, sgombri). Gli acidi grassi omega-3 sono presenti solo in pochi organismi vegetali: oltre che nelle alghe si trovano anche nei semi di lino, nella soia, nelle noci e in diverse erbe selvatiche. Il pesce si è rilevato, inoltre, un valido alleato per chi ha difficoltà a mantenere il peso forma: è un alimento poco calorico rispetto alle altre fonti proteiche, come evidenziato da questi esempi:

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Contrariamente a quello che si crede, il pesce (soprattutto quello di mare) ha lo stesso valore proteico della carne bovina, in quanto contiene le stesse quantità di aminoacidi essenziali, quelli che il nostro organismo non riesce a sintetizzare, ma ricava solo attraverso la dieta. Le fibre del pesce contengono più acqua e meno tessuto connettivo rispetto alla carne, rendendolo così un alimento molto digeribile, adatto a tutti, dagli anziani ai bambini.

Come cucinare il pesce

Per i motivi appena spiegati, il pesce dovrebbe avere un posto di primo piano nella nostra dieta ed essere presente da due a tre pasti ogni settimana. La scarsa informazione sul valore nutrizionale e l’idea molto diffusa, a torto, che il pesce sia difficile da cucinare fanno sì che questo alimento sia poco consumato dagli italiani. Per valorizzare al meglio le proprietà dietetiche del pesce e soprattutto la sua digeribilità, è meglio utilizzare tecniche di cottura leggere e condimenti con pochi grassi. Con il caldo estivo è da preferire la cottura alla griglia, veloce, pratica e nello stesso tempo leggera. Altrettanto sane e gustose sono le cotture al cartoccio, al forno ed alla crosta di sale, che sfruttano il normale contenuto di grassi del pesce e che sono poco impegnative e rapide. La bollitura, altra tecnica di cottura usata per preparare il pesce, è da preferire per le zuppe, perché diversamente si rischia di perdere in acqua importanti nutrienti. La frittura, senza dubbio saporita, rende il pesce molto più calorico e poco digeribile, ed è consigliabile solo occasionalmente.

I Cibi “No”

Burro e Margarina

Burro e margarina sono due prodotti che spesso vengono messi sotto accusa, soprattutto quando si parla di patologie del cuore. Per mantenere il cuore sano, tutti i nutrizionisti sono d’accordo nel dire che è meglio cucinare e condire con l’olio extravergine d’oliva, piuttosto che con i grassi solidi. Bisogna essere morigerati e usarne il meno possibile, ma questo non significa rinunciare ad una fetta di dolce natalizio, ad una cena al ristorante o ancora ad un momento di festa. In piccole quantità, soprattutto a crudo, il burro può completare un piatto e renderlo molto saporito. Questo condimento, che nasce dalla panna, contiene meno calorie dell’olio a parità di peso, ma al contrario di questo è ricco di grassi animali e di colesterolo. La margarina, considerata un’alternativa al burro, può essere a base di grassi idrogenati, ottenuti da oli liquidi che con l’aggiunta di atomi di idrogeno si trasformano in sostanze solide, o non idrogenati, ottenuti separando la parte satura (più dannosa) da quella insatura (parte buona) di una sostanza grassa. È consigliabile evitare quanto più possibile gli alimenti che contengono grassi idrogenati e non idrogenati, accertandone la presenza in biscotti, dolci, merendine, prodotti da forno confezionati, gelati. Tra la margarina ed il burro, è meglio scegliere il burro, da utilizzare comunque in piccole quantità.

Grassi vegetali

Con il termine grassi si identificano quelle sostanze che a temperatura ambiente si trovano allo stato solido e che sono ricchi di acidi grassi saturi (dannosi). Questi ultimi sono anche noti come grassi animali (contenuti in carne, latte, formaggio…), purtroppo non si trovano solo in questi cibi, ma anche in prodotti da forno confezionati quali merendine, biscotti, snack salati, etc. Sulle etichette di molti prodotti si trova spesso riportata la scritta “grassi vegetali” (in genere olio di cocco e di palma). La scritta “vegetale” può trarre in inganno, perché ci fa pensare a qualcosa di leggero. Questi, soprattutto l’olio di cocco, contengono una quantità di grassi saturi superiore a qualsiasi altro grasso animale, in grado anch’essi di contribuire ad innalzare il colesterolo pur essendo d’origine vegetale. Quindi non sempre ciò che è vegetale è sano e non tutto ciò che è animale è sempre dannoso (es. pesce).

Il sale

Il consumo quotidiano consigliato si aggira intorno ai 2-3 grammi, mentre nella pratica comune si arriva a consumarne anche 6 grammi; basti pensare non solo al sale che aggiungiamo al cibo, ma anche e soprattutto a quello che si trova negli alimenti conservati, nei formaggi soprattutto se salati e negli insaccati. Oltre che alla quantità bisogna anche considerare la qualità: non tutto il sale è uguale. C’è una grande differenza tra quello che può essere il sale marino integrale rispetto al comune sale da cucina raffinato. Il sale che compare più spesso sulle nostre tavole è quello raffinato, cioè privato del magnesio, dello iodio e dei moltissimi oligoelementi necessari al nostro organismo. In questo caso ci troviamo di fronte a percentuali altissime di cloruro di sodio (anche il 96%), come il Salgemma, a cui vengono poi aggiunte sostanze contro l’umidità e la formazione di grumi. Anche il processo di essiccazione riveste la sua importanza. Per abbreviare i tempi di lavorazione molti produttori di sale marino integrale, essiccano i loro prodotti in forni speciali, dove il sale può essere sottoposto fino a temperature di 1200°C; in questo caso il cloro evapora e si crea un disequilibrio tra i vari elementi. Per garantire tutte le sue proprietà il sale dovrebbe essere essiccato per alcuni mesi in ambienti areati, dal clima caldo e secco. Un buon sale marino integrale, che presenta tutte queste caratteristiche lo si può tranquillamente trovare nei negozi di alimenti naturali. Anche se usiamo del sale di buona qualità, la regola non cambia: bisogna cercare di usarne poco, in quanto un consumo eccessivo di sale può favorire l’insorgenza di diversi disturbi come l’ipertensione arteriosa, disturbi renali, perdita di calcio (osteoporosi) e maggior rischio di tumore allo stomaco.

Come fare per usarne poco

Occorre ricordare che l’uso del sale può essere sostituito dalla presenza di spezie ed erbe aromatiche, che apportano sapore e gusto pur essendo meno pericolose per l’organismo. In commercio si possono trovare sotto diverse forme e preparati: intere: sono le migliori perché mantengono sicuramente il loro aroma per molto tempo, a patto naturalmente che vengano ben conservate; in polvere: possono essere interessanti dal punto di vista della praticità, ma purtroppo il loro aroma tende ad essere disperso più facilmente; estratti: si rischia però di trovare in questi preparati aromi di sintesi e non estratti naturali. Se tenute con cura non irrancidiscono facilmente e non perdono rapidamente né il loro aroma nè tanto meno il sapore. Questi tipi di aromi non sono da confondersi con l’uso di preparati per gli arrosti o per il pesce, in cui è stata aggiunta una certa quantità di sale nella loro composizione. Inoltre, è da ricordare che, riducendo il sale, gradatamente ci si abituerà a consumarne meno. Attenzione anche al dado da cucina, sicuramente molto pratico, ma spesso ricco di sale e grassi. Naturalmente occorre accostare ad ogni alimento la sua spezia o erba aromatica, ma in questo non esistono regole precise, perché molto dipende dal gusto personale. Qui di seguito vengono dati alcuni esempi di accostamento.

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FONTE DI QUESTO ARTICOLO: https://www.fondazioneserono.org/oncologia/consigli-alimentazione-malati-tumore/alimenti-anti-tumore/come-tenere-sotto-controllo-il-colesterolo/

I migliori prodotti per abbassare il colesterolo e dimagrire

Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, che sono estremamente utili per abbassare il colesterolo e dimagrire, fattori che diminuiscono il rischio di ipertensione, ictus cerebrale ed infarto del miocardio:

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McDonald’s ai propri dipendenti: “Non mangiate al fast food, fa male alla salute”

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO HAMBURGER PATATINE FRITTE PATATE PANINO FAST FOOD JUNK FOOD FRITTI DIETA DIMAGRIRE GRASSI“Meglio non mangiare cibo da fast food”. Incredibile ma vero, a pronunciare queste parole è stata la famosa catena di fast food McDonald’s! Per la serie: evviva la coerenza!
Tramite McResource Line (un sito web a cui possono accedere soltanto gli impiegati di McDonald’s) la catena di ristorazione statunitense ha consigliato ai suoi dipendenti di “non mangiare fast food perchè fa male alla salute”. Subito dopo che la notizia si era diffusa al di fuori dei confini aziendali, pare che la raccomandazione sia stata cancellata ed il sito chiuso temporaneamente, ma ai tempi di screenshot e di social, già mezzo mondo ne è venuta a conoscenza. In questo preciso momento il sito appare ancora offline ed anzi, pare che McDonald’s abbia chiuso McResource Line per sempre dopo questa gaffe. “Il fast food è veloce poco costoso e un’alternativa veloce alla cucina casalinga ma l’eccesso di calorie, i grassi saturi, lo zucchero e il sale contenuti in questi prodotti possono portare all’obesità”. Ecco altri consigli che McDonald’s dispensa ai propri dipendenti. Il mio consiglio è quello di non mangiare al fast food, se proprio vi capita almeno seguite i miei consigli per mangiare al McDonald’s senza ingrassare (o quasi).

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Tutti in cura con i farmaci anticolesterolo

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO FARMACISTA FARMACIA FARMACO PILLOLA COMPRESSA PASTICCA MEDICAMENTO INTEGRATORE ALIMENTARE PRINCIPIO ATTIVO VITAMINE (4)Per buttarla in scherzo si potrebbe dire che, a dar retta alle raccomandazioni americane, a non prendere le medicine anticolesterolo rimarranno solo i bambini. Le nuove linee guida pubblicate un paio di settimane fa dall’American college of cardiology e dall’American heart association su chi e quando dovrebbe prendere le statine hanno suscitato un putiferio. Le nuove indicazioni introducono due sostanziali novità rispetto al passato. La prima è che non c’è più un livello fisso cui mirare nell’abbassare il colesterolo cattivo: si dice solo che i medici devono valutare il rischio complessivo del paziente, se ha già avuto o no un infarto, se ha altre malattie, se è iperteso e, nel caso abbia anche il colesterolo alto, occorre prescrivergli le statine per abbassarlo.

Questo primo cambiamento è stato accolto con favore dalla comunità medica. «Si è riconosciuto che non ci sono prove convincenti che ad abbassare il colesterolo cattivo oltre una certa soglia, il che fra l’altro significa dare al paziente un alto dosaggio di farmaci, si salvino vite» osserva Cesare Sirtori, direttore del Centro dislipidemie dell’Ospedale Niguarda di Milano. «Si torna a considerare più importante il paziente specifico piuttosto che il dato del colesterolo, come già facciamo in Italia con le carte del rischio sviluppate con il Progetto cuore» aggiunge Aldo Maggioni, direttore del centro studi dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri.

Ma proprio qui nasce il problema. Le linee guida americane raccomandano un nuovo sistema per il calcolo del rischio in base al quale, di fatto, una persona sana con le analisi a posto, che non fuma e non ha altre malattie, più o meno allo scoccare dei 60 anni (58 per un uomo, 63 per una donna) deve iniziare a prendere le statine. Invecchiando si diventa in automatico consumatori di farmaci anticolesterolo? Il buon senso dice che c’è qualcosa che non funziona. Diversi esperti hanno già preso posizione dicendo che il rischio così calcolato è fasullo. Alcuni hanno parlato di «calculator-gate» a proposito del pasticcio di questa storia. Oltretutto contraddittoria: nelle nuove linee guida prima si riconosce che ridurre a ogni costo il colesterolo non è così importante. Ci si aspetta di conseguenza che i medici vengano invitati a prescrivere meno farmaci. E invece alla fine viene fuori un sistema che sicuramente allarga (a dismisura secondo alcuni) la quantità di persone in cura con le statine.

Questi farmaci hanno avuto uno spettacolare successo commerciale negli ultimi trent’anni. In Italia sono al primo posto di spesa fra le medicine per il cuore (12,40 euro a testa l’anno). Eppure, il successo in farmacia non coincide con la loro attuale reputazione. I loro effetti collaterali sembravano irrilevanti vent’anni fa. «Oggi» dice Sirtori «uno su quattro dei miei pazienti ha problemi muscolari o di altro tipo con le statine e mi chiede di smettere di prenderle. Oltre i 70 anni, poi, il colesterolo un po’ alto è un fattore di rischio inferiore a tanti altri. Se poi il colesterolo “buono” ha valori elevati, le statine potrebbero addirittura essere controindicate». In Italia è improbabile che si arrivi a eccessi come quelli americani, dove una persona su quattro oltre i 40 anni prende le statine. Le carte del rischio italiane sono più prudenti. E da noi, più che affidarsi agli algoritmi, il medico di solito visita il paziente, indaga sulle sue abitudini e sulle malattie presenti in famiglia. La ricetta è solo l’ultimo passo, quando i benefici della pillola superano i rischi.

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Il colesterolo alimenta il cancro al seno

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DIMAGRIRE GRASSO DIETA DIETOLOGIA CALORIE IPOCALORICA OBESO OBESITA SOVRAPPESO KG BILANCIA (2)Un derivato del colesterolo può alimentare la crescita e la diffusione del cancro al seno, secondo un gruppo di ricercatori della Duke University (Usa), che aprono con i loro studi alla prospettiva di assumere farmaci come le statine per prevenire il tumore. Il lavoro, pubblicato sulla rivista ‘Science’, aiuta anche a spiegare perché l’obesità è un importante fattore di rischio di neoplasie. Studi precedenti avevano già ipotizzato che il grasso nelle persone in sovrappeso contribuisse a mandare in circolo ormoni come gli estrogeni, che guidano la crescita dei tumori. Il team americano dimostra ora che il colesterolo ha un effetto simile.

Il colesterolo, all’interno del nostro organismo, viene diviso in 27Hc, sostanza che può imitare gli estrogeni e produrre gli stessi loro effetti in alcuni tessuti. Esperimenti su topi hanno evidenziato che una dieta ricca di grassi, che aumenta i livelli di 27Hc nel sangue, danno luogo a tumori che risultano il 30% più grandi rispetto a quelli che possono insorgere in topi che seguono una dieta normale. E le neoplasie hanno anche maggiori probabilità di diffondersi, soprattutto quello al seno.

Uno dei ricercatori, Donald McDonnell, sottolinea: “Molti studi hanno finora dimostrato un legame tra obesità e cancro al seno. In particolare, il colesterolo elevato è associato al rischio di malattia. Ma il meccanismo che spiega il fenomeno non era ancora stato identificato. Quello che abbiamo rilevato è una molecola (non il colesterolo in sé, ma un metabolita) chiamata 27Hc che ‘imita’ l’estrogeno e può dar vita autonomamente alla crescita del cancro al seno”.

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Grassi idrogenati vietati negli USA, ecco perché

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO HAMBURGER PATATINE FRITTE PATATE PANINO FAST FOOD JUNK FOOD FRITTI DIETA DIMAGRIRE GRASSI (10)I grassi idrogenati sono grassi che hanno subito un processo di idrogenazione, ovvero un processo chimico che, cambianodone la struttura, trasforma un grasso oleoso in grasso solido. Questo processo nel campo dell’industria alimentare comporta diversi vantaggi:

  • costi ridotti: molti produttori alimentari li utilizzano per risparmiare sui costi;
  • minore deperibilità: i grassi idrogenati deperiscono con difficoltà e danno la possibilità ai produttori di commerciare alimenti con una data di scadenza prolungata;
  • consistenza: conferiscono ai prodotti industriali una consistenza pastosa.

Rischiosi per la salute 

I grassi idrogenati però sono rischiosi per la salute. Dopo il processo di idrogenazione i grassi risultano composti da un’alta percentuale di grassi trans, causa comprovata di problemi cardiovascolari, dell’innalzamento del colesterolo cattivo e dell’abbassamento di quello buono.
L’OMS in una risoluzione del 2004, consiglia l’eliminazione dei grassi trans, che vengono segnalati tra i fattori di rischio per l’insorgere di malattie cardiovascolari (una delle più diffuse tra le malattie non trasmissibili).

Nelle merendine e nei biscotti

Si trovano soprattutto nei cibi confezionati di produzione industriale: merendine, biscotti, torte, pop-corn, tutti quelli che contengono in etichetta la scritta “oli vegetali idrogenati” o “grassi idrogenati”. La margarina è il prodotto che ne è più ricco per definizione (anche se oggi ne esistono in commercio alcune non prodotte per idrogenazione).  I “trans” sono usati da decenni nell’industria alimentare, in particolare nei prodotti da forno, perché sono pratici da usare e a basso costo. In più hanno il vantaggio di migliorare il sapore dei prodotti e la loro friabilità, e di allungarne la durata sugli scaffali. Negli Stati Uniti stanno per metterli definitivamente al bando.

Le accuse

Già da diversi anni sono ritenuti dannosi per la salute, accusati di far alzare i livelli di colesterolo cattivo, provocare danni alle arterie, e di conseguenza malattie cardiovascolari. Nel tempo, si sono accumulate le prove della loro pericolosità. Secondo uno studio del 2006 sul New England Journal of Medicine, solo negli Stati Uniti sono all’origine ogni anni di un numero di infarti compreso tra 72 mila e 228 mila. La demonizzazione dei grassi trans è andata di pari passo con la riabilitazione dei grassi saturi di origine animale, contenuti nel burro, nei formaggi, nella carne rossa. Ovviamente non si può abusarne (anche dato il loro contenuto calorico) ma, come ha sottolineato anche un recente articolo sul British Medical Journal, in base agli studi più recenti possono considerarsi scagionati dall’accusa di essere i principali responsabili dell’intasamento di vene e arterie. Addirittura, questi grassi risulterebbero protettivi per il cuore, in particolare se assunti attraverso i latticini. Per i grassi trans, invece, le accuse sembrano ormai provate al di là di ogni dubbio. Quando si pensava che “facessero bene”

La cattiva fama dei grassi trans è recente 

Fino agli anni ’80, erano considerati addirittura benefici. La margarina, come molti ricorderanno, veniva raccomandata come un sostituto del burro più leggero e salutare. La storia dei grassi trans inizia nel 1902, quando lo scienziato Wilhelm Normann scoprì che aggiungendo idrogeno agli oli vegetali, questi si solidificavano, creando nel processo grassi “trans”. Quando iniziò l’allarme contro il burro e gli altri grassi saturi di origine animale, la margarina e i grassi trans parvero l’alternativa migliore. Solo a partire dagli anni ’90 le ricerche hanno evidenziato che i trans sono responsabili di aumentare il colesterolo cattivo e di provocare danni alle arterie, infarti e ictus.

La messa al bando

Il loro uso negli ultimi anni è già fortemente diminuito. Dal 2006, negli Stati Uniti è obbligatoria la dichiarazione del contenuto di grassi trans presenti. Lo stato di New York ne ha bandito alcuni anni fa l’uso nei ristoranti. E molte industrie alimentari e catene di fast-food si sono adeguate riducendo o eliminandoli dai loro prodotti. Il bando imminente deriva dalla decisione della Food and Drug Administration, l’ente regolatorio in materia negli Usa, di toglierli dalla lista degli additivi considerati “sicuri”. La conseguenza pratica è che sarebbero le industrie a dover dimostrare che non sono dannosi, prima di usarli nei loro prodotti, che equivale a bandirli. In Europa è per ora obbligatorio solo dichiarare la loro presenza (indicata dalla dicitura “grassi idrogenati” o “parzialmente idrogenati” in etichetta), ma non la loro quantità. Solo la Danimarca ha messo per legge una soglia tollerabile del 2 per cento, che non può essere superata. Le analisi e gli studi sui prodotti mostrano che negli ultimi anni, anche in Europa, c’è stata una diminuzione costante nell’uso dei grassi trans, anche se i prodotti che li contengono non sono certo spariti dagli scaffali dei supermercati. Molte aziende, anche in Italia, semmai specificano sull’etichetta “non contiene grassi idrogenati” quando sicuramente sono assenti. Chissà se con la mossa americana cambieranno le cose anche da noi.

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Stress e preoccupazioni ti fanno ingrassare di più

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OBESITA GRASSO SOVRAPPESO DIETA DIMAGRIRE METRO ADDOME PANCIA GRASSOAffermazione banale per molti, ma non per la scienza: essa abbisogna di prove scientifiche e lunghi esperimenti per dimostrare anche la più banale delle affermazioni: questo è il caso.

Uomini e donne in sovrappeso tendono ad acquistare ancora più chili se si trovano in situazioni di stress lavorativo o conducono una vita ricca di preoccupazioni, di carattere famigliare o finanziario.  

La ricerca

Uno studio in merito è stato pubblicato qualche tempo fa sulla rivista American Journal of Epidemiology, per il quale i ricercatori hanno analizzato i dati di uno studio nazionale condotto negli Stati Uniti su 1.355 uomini e donne a cui sono stati misurati peso e livello di stress nel 1995 e poi nel 2004. I risultati hanno evidenziato una stretta correlazione tra l’aumento di peso e lo stress cui le persone erano sottoposte nella loro vita. Gli uomini in sovrappeso o obesi tendevano infatti ad aumentare di peso in caso di stress lavorativo o di fronte a preoccupazioni legate a problemi finanziari. Per le donne vale lo stesso concetto anche se cambiano i motivi: mentre per l’uomo sono lavoro e soldi le cause del disagio, per le donne lo stress è causato principalmente da difficili relazioni familiari oppure dal sentimento di non riuscire a controllare la propria vita.

Impatto maggiore se si parte già da un sovrappeso

L’effetto dello stress non ha avuto lo stesso impatto sulle persone di peso normale, ma solo su coloro che, all’inizio della ricerca erano già in sovrappeso o obesi. Tali risultati suggeriscono non solo che in questo periodo di recessione economica statisticamente potrebbe esserci un ulteriore aumento delle persone in sovrappeso, ma anche che, nei programmi di rieducazione e di recupero della forma fisica normale, le persone potrebbero avere bisogno, accanto a diete e programmi riabilitativi, di terapie mirate alla riduzione dello stress per ottenere migliori risultati.

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