La paralisi del sonno, anche chiamata “paralisi nel sonno”, “paralisi ipnagogica” o Sleep paralysis, è un disturbo che si manifesta nella fase di addormentamento o di risveglio, nel quale per un certo lasso di tempo risulta inibito il movimento dei muscoli volontari: in pratica il soggetto è sveglio e cosciente ma non riesce a muoversi né a parlare per un periodo di tempo limitato e variabile da pochi secondi a qualche minuto. Una volta terminato l’attacco di paralisi del sonno, il soggetto riacquista la capacità di muoversi e parlare in maniera solitamente improvvisa. Fisicamente l’individuo sta bene, ma psicologicamente può essere invaso da un profondo stato di paura e di ansia, specialmente se era la prima volta che provava la paralisi del sonno e non conosceva il fenomeno.
Da cosa è causata la paralisi del sonno?
Questo stato di paralisi è dovuto ad un prolungamento eccessivo della fase di sonno REM, oppure a un suo inizio anticipato. A causare questo anticipo/prolungamento è il rilascio anomalo di quegli ormoni che determinano la paralisi e il rilassamento muscolari, tipici della fase REM. In altre parole, i meccanismi ormonali che caratterizzano la fase REM, anziché interrompersi al momento del risveglio, proseguono ancora per qualche istante, tanto che l’individuo sofferente è vigile, ma immobilizzato. Poiché la paralisi del sonno può verificarsi anche prima di addormentarsi, in tali frangenti i processi ormonali delle fasi di sonno si instaurano con leggero anticipo, nonostante la persona sia ancora sveglia. L’errata sincronia dei tempi in cui avviene il rilascio ormonale si verifica soprattutto in determinate circostanze, che potrebbero definirsi elementi favorenti (o fattori di rischio). Queste sono:
- L’età compresa tra gli anni dell’adolescenza e i 40 anni circa.
- Dormire meno del dovuto. E’ probabile che chi dorme poco, nel corso della vita, manifesti fenomeni di paralisi.
- Sonno irregolare, inteso come andare a letto e svegliarsi a orari sempre diversi. È il caso, per esempio, di chi lavora facendo i turni di notte.
- Narcolessia. Spesso, gli individui narcolettici accusano paralisi del sonno e diversi altri disturbi durante le fasi di sonno e durante la giornata.
- Storia familiare. Sembra che chi ha un familiare sofferente di paralisi del sonno, sia più portato a manifestare fenomeni simili. Tuttavia, la ricerca scientifica, in questo campo, è ancora agli inizi e merita ulteriori approfondimenti.
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La paralisi del sonno indica un danno cerebrale?
No, ma può essere legata a narcolessia o a cattivo riposo notturno. Importante notare come circa il 50% delle persone narcolettiche soffre anche di paralisi del sonno.
Quanto sono frequenti le paralisi del sonno?
Sono eventi abbastanza rari nella popolazione (circa il 5% della popolazione industrializzata riferisce di aver vissuto almeno un attacco), inoltre chi è soggetto a questi attacchi, tende mediamente a subirli poche volte nella vita, di solito tre o quattro in tutto.
Cosa sono le allucinazioni ipnagogiche?
Nel corso della paralisi ipnagogica si possono provare anche allucinazioni visive ed uditive, dette allucinazioni ipnagogiche o ipnopompiche:
- allucinazioni ipnagogiche: si verificano nel passaggio dalla veglia al sonno, quindi prima di addormentarsi;
- allucinazioni ipnopompiche: si verificano nel passaggio dal sonno alla veglia, quindi al risveglio.
Le persone sperimentano tre tipi fondamentali di allucinazioni durante paralisi del sonno:
- la presenza di un intruso vicino a sé;
- una pressione sul petto a volte accompagnata da esperienze di aggressioni fisiche e/o sessuale;
- esperienze di levitazione e di uscita dal proprio corpo.
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Chi sono i soggetti a rischio?
Le persone più suscettibili sono, di solito, quelle che dormono poco e male; tuttavia, non è escluso che all’origine ci sia una patologia grave, come la narcolessia. L’analisi delle frequenze in gruppi specifici ha messo in evidenza che il gruppo più facilmente a rischio di sperimentare questo fenomeno è quello delle persone che soffrono del disturbo da attacchi di panico, in cui il 35 per cento dei soggetti riferisce di aver vissuto simili esperienze. A seguire c’è la popolazione dei pazienti psichiatrici in generale in cui la prevalenza è del 32 per cento, e quindi quella dei giovani sotto i 18 anni con una prevalenza del 28 per cento. Donne e uomini sono, in ugual misura, tutti possibili bersagli.
Diagnosi della paralisi del sonno
Per effettuare la diagnosi, il medico procede con l’anamnesi, chiedendo al paziente:
- Come evolvono e quanto durano le paralisi
- Se si hanno allucinazioni di qualche tipo
- Se si ricorda quando è stato vittima, per la prima volta, di una paralisi e se c’è stato un cambiamento delle abitudini notturne precedentemente a quell’episodio.
- Se soffre, durante la giornata, di improvvise perdite di controllo dei muscoli (cataplessia) o di comportamento automatico, cioè la continuazione inesorabile e senza sosta delle attività in cui ci si sta cimentando.
Questi due ultimi aspetti, la cataplessia e il comportamento automatico, sono molto importanti ai fini diagnostici, in quanto, se denunciati dal paziente, potrebbero significare che la paralisi del sonno è frutto di una patologia ben più grave: la narcolessia.
In questi casi, la situazione diventa patologica e va trattata con contromisure appropriate e immediate: si pensi, infatti, al pericolo che corre un paziente narcolettico alla guida di un veicolo o impegnato in lavori pericolosi.
Cura non farmacologica della paralisi del sonno
La terapia viene stabilita in base alla severità e al numero degli episodi di paralisi denunciati da un individuo. Quasi sempre, è sufficiente aumentare il numero di ore dedicate al sonno e migliorare la qualità del riposo notturno. L’aiuto psicoterapico può essere utile per superare l’ansia legata a ripetuti attacchi di paralisi del sonno con allucinazioni.
Cura farmacologica della paralisi del sonno
La terapia farmacologica della paralisi del sonno viene prescritta solo nei casi più gravi, quando cioè gli episodi sono cronici. Essa consiste principalmente nell’assunzione di farmaci antidepressivi. Il farmaco più utilizzato è, solitamente, la clomipramina, un antidepressivo triciclico che deve essere prescritto su indicazione del medico curante, non scevro da importanti effetti collaterali. Il motivo per cui si somministrano questi preparati è il seguente: essi riducono l’intensità con cui avviene il rilassamento muscolare notturno e la profondità del sonno, in particolare della fase REM.
La durata del trattamento può variare da un mese a due; in ogni caso, sono i miglioramenti del paziente, e soprattutto il consulto medico, a stabilire se interrompere o meno la terapia.
La paralisi del sonno è pericolosa per la salute?
Le paralisi del sonno non sono pericolose per la salute, inoltre – come prima visto – sono decisamente rare. Tuttavia, per qualche soggetto, può diventare un fenomeno ricorrente, tanto da richiedere ulteriori accertamenti relativi allo stato di salute generale o alle abitudini giornaliere e notturne, allo scopo di ricercare eventuale narcolessia o motivi di cattivo riposo notturno. Il vero pericolo è rappresentato più a livello psicologico: il ripetersi delle paralisi può determinare stati d’ansia e, nei casi più gravi, depressione.
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Le allucinazioni ipnagogiche sono pericolose?
Non lo sono, ma in alcuni casi possono peggiorare la qualità della vita del soggetto. Alcune persone provano sensazioni piacevoli durante questi episodi, ma molti altri – dopo aver sperimentato una allucinazione ipnagogica spiacevole – sono addirittura spinti ad evitare di dormire per evitare di riprovarla e questo porta un notevole peggioramento della loro qualità della vita.
Curiosità sulle allucinazioni ipnagogiche
A tali allucinazioni si potrebbero attribuire, sostiene Brian A. Sharpless, ricercatore alla Penn State e all’Università della Pennsylvania, esperienze come quelle extracorporee, i “rapimenti” da parte di alieni, e le classiche possessioni da incubi e succubi della tradizione medievale. Anche nel famoso processo alle streghe di Salem avrebbe avuto un certo peso un’anomala diffusione di questo disturbo, della cui descrizione – osserva Sharpless – si trova traccia anche in Moby Dick, laddove il protagonista Ismaele una notte sente una presenza malefica nella stanza.
Paralisi nel sonno al cinema
Si fa riferimento alla paralisi nel sonno nel film horror del 2017 “Slumber – Il demone del sonno“, diretto da Jonathan Hopkins, con Maggie Q e Sylvester McCoy. Un altro film thriller horror in cui la paralisi del sonno è centrale nella trama è “Mara” del 2018, diretto da Clive Tonge, con Olga Kurylenko come protagonista.
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Jon Brower Minnoch viene considerato dal Guinness dei primati come l’uomo più pesante di tutti i tempi. Jon nacque a Bainbridge Island il 29 settembre 1941. Soffriva fin dall’infanzia di ipotiroidismo e di obesità, ma queste malattie non gli impedirono di laurearsi in filosofia con ottimi voti. Nel 1963, ovvero nell’anno della sua laurea, pesava 178 chili distribuiti in 185 centimetri di altezza. Da allora Minnoch sarebbe ingrassato ogni giorno. Questo eccessivo aumento di peso non si poteva spiegare con una semplice vita sedentaria o con un’alimentazione ricca di grassi, Minnoch era difatti affetto da una qualche malattia particolare che non gli faceva smaltire nulla di ciò che ingeriva. Già nel 1966 il suo peso era arrivato a 318 chili e ciò lo obbligò a dimettersi dall’incarico di professore. Nel settembre del 1976 arrivò a toccare quota 442 chili. Con un peso simile fu ricoverato per insufficienza cardiaca e polmonare, ma dopo due anni di dieta a 1200 calorie giornaliere la sua massa era diminuita fino a 216 chili. Per trasportarlo all’ospedale furono necessari 12 vigili del fuoco, una barella modificata ed una barca. All’University Hospital di Seattle fu posto su due letti affiancati: solo per rotolarlo su di essi erano necessarie 13 persone.
Senti un suono acuto e stridulo ed hai un brivido di fastidio del tutto particolare, diverso da quello che, ad esempio, ci procura un “normale suono” a volume troppo alto: quante volte ti è successo? È una reazione innata che
Molti animali, tra cui anche vari mammiferi a noi molto simili come il gorilla e lo scimpanzé, hanno un osso nel loro pene che gli consente una rigidità migliore e più a lungo durante rapporti sessuali. Perché l’uomo non ha alcun osso nel suo pene? Alcuni scienziati sono da anni alla ricerca della spiegazione antropologica e soprattutto evolutiva del motivo per cui gli esseri umani sono sprovvisti di un osso del pene ed oggi forse hanno trovato la soluzione dell’enigma.
A 18 anni sembrava che la sua esistenza fosse spezzata inesorabilmente: il cancro al collo dell’utero che le avevano appena diagnosticato le lasciava poche speranze di vita e le toglieva per sempre ogni possibilità di avere figli. Quel referto medico suonava come una condanna a morte che spazzava via in un colpo solo tutti i suoi sogni di adolescente. Tre anni dopo Jessica Jenkins, una parrucchiera 21enne di Rhymney, nel Galles, si ritrova guarita dal tumore e con un bimbo di tre chili tra le braccia, partorito il 2 dicembre da sua madre Julie Bradford, 45 anni, che ha portato avanti la gravidanza al posto della figlia: la ragazza, infatti, prima di cominciare le cure si era fatta prelevare 21 ovuli per avere degli embrioni da congelare e utilizzare in futuro in caso se ne fosse presentata l’occasione. Julie, già madre di tre figli, si ritrova ora a essere contemporaneamente madre e nonna del piccolo Jack.
Tutti noi lo abbiamo notato almeno una volta: gli artisti che hanno vissuto nell’antica Grecia adornavano le statue maschili con ammassi di muscoli ben definiti, con sguardi impavidi e fieri ma con un pene oggettivamente piccolo. Per quale motivo questa discrepanza? Per pudore o per paura di imbarazzare chi avrebbe ammirato l’opera d’arte? Improbabile. La ragione delle scarse dimensioni sembrerebbe essere molto più seria e si riferisce all’immagine simbolica dei giovani guerrieri: un pene grande poteva significare uno scarso controllo degli impulsi e l’incapacità di agire con moderazione.
Il tumore conosciuto più antico della storia è un odontoma, un tumore benigno che colpisce i denti adulti. E’ stato trovato nella mascella di un antenato dei mammiferi che faceva parte dei gorgonopsi. Questi feroci carnivori sono rettili che hanno vissuto nel Permiano superiore, tra 260 e 254 milioni di anni fa.