Quando andavo al liceo, il Giulio Cesare di Roma (si proprio quello cantato da Venditti), tutti i ragazzi e le ragazze alla moda, avevano lo Continua a leggere
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Insegnare bene significa…
Essere insegnante è uno dei mestieri più sottovalutati della società, nonostante sia uno dei più importanti. Forse il più importante in assoluto.
Così come un medico ha la responsabilità della cura del corpo, l’insegnante ha la responsabilità della crescita della mente ed è ovvio che un corpo sano non è nulla senza una mente agile.
Insegnare bene è la base della crescita culturale ed economica di qualsiasi società del mondo: insegnare bene è il Futuro, del singolo e dell’intera umanità.
Insegnare bene significa creare cervelli pensanti, che domani saranno bravi medici, ingegneri, astronauti, ricercatori, politici e insegnanti, innescando un circolo vizioso benefico che conduce ad una società migliore.
Insegnare bene significa creare persone che non picchiano le proprie mogli o i propri figli, creare persone che fanno la raccolta differenziata e che non farebbero mai del male ad un animale indifeso.
Insegnare bene significa creare persone non ignoranti, teste che saranno difficilmente manipolabili da pubblicità ingannevoli, burocrati azzeccagarbugli e scaltri politici.
Insegnare bene significa salvare la vita a quei giovani che altrimenti avrebbero intrapreso loschi cammini; significa scoprire e valorizzare le qualità di ognuno perché se si giudica un pesce in base alla sua capacità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà la vita a credersi stupido.
Insegnare bene è avere ottimi insegnanti di scuola dell’infanzia, piuttosto che professori universitari, perché è da bambini che si forma la nostra mente ed un insegnante delle elementari può far più danni di uno del liceo.
Insegnare bene significa educazione, significa far comprendere il valore del sacrificio e della dedizione al lavoro, significa far capire ad un bambino che se si impegna senza risparmiarsi, può raggiungere qualsiasi obiettivo; significa motivarlo a crescere, significa equità: significa fargli capire che se è figlio di un agricoltore, può prendere lo stesso voto del figlio di un ingegnere, anzi potrà prendere un voto più alto, se saprà meritarselo. Insegnare bene significa non lasciare nessuno indietro e dare a tutti le stesse possibilità a prescindere da quanti soldi possiedano.
Insegnare bene significa allontanare l’analfabetismo funzionale e creare persone che conoscono doveri e diritti, persone che non si piegheranno mai ai soprusi ed alle dittature politiche ed economiche nascoste nelle nostre democrazie, persone che non si faranno ingannare dallo scaltro uomo politico di turno, pronto ad usare ogni spiraglio di ignoranza per acquisire potere.
Insegnare bene significa insegnare il rispetto per quello che ci appare “diverso”, per la disabilità, per una religione diversa dalla nostra. Significa insegnare il rispetto per le inclinazioni sessuali dell’altro e la tolleranza verso le sue idee, anche – e soprattutto – se non siamo d’accordo con lui. Insegnare bene è avere in mano la responsabilità della formazione di un adulto responsabile delle proprie azioni.
Insegnare bene significa creare bambini che non mangiano grasse merendine a tutte le ore, significa creare adulti sani ed in forma che a loro volta insegneranno ai propri figli quanto importante sia l’alimentazione nella loro vita, per poi avere – tra qualche anno – una diminuzione di malattie cardiovascolari mortali e di diabete. Significa dare il proprio esempio, evitando di fumare di fronte ai propri studenti.
Insegnare bene significa creare un mondo dove gli stati preferiranno affrontarsi usando il cervello per battere l’altro con l’astuzia, e non usando i muscoli per lanciare una bomba nucleare.
Insegnare bene è creare un circolo virtuoso nel quale i bravi alunni e figli di oggi saranno bravi insegnanti e genitori un domani.
Insegnare bene è affidare in buone mani la parte più importante dei nostri figli: il loro cervello.
Insegnare bene significa mostrare alla piccola grande mente di un bambino, la luce dell’infinito.
Uno stato che non valorizza l’insegnamento è un agricoltore che non semina la terra. Una politica che non valorizza l’insegnamento è la politica di uno stato che non ha, né avrà mai, alcun futuro.
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- Palloni ovali e caviglie slogate
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- La prossima volta che ti cercano
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- Ogni istante della nostra vita è una occasione per rivoluzionare tutto, completamente
Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Palloni ovali e caviglie slogate
Quando ero piccolo si giocava a calcio per strada (fermi tutti, passa una macchina, gioco fermo!), oppure nei parchi (erba alta che neanche nella jungla). Porta ottenuta abbinando un albero con zaini Invicta e felpe varie (che si riempivano inesorabilmente di polvere) con larghezza misurata coi passi o addirittura ad occhio (ovviamente le due porte avevano larghezze diverse ed una delle due squadre era inevitabilmente avvantaggiata). Quando la palla rotolava “sopra” la cartella/palo, si litigava per mezz’ora: era palo? Era fuori? Era palo interno/gol? L’altezza della porta era variabile visto l’assenza della traversa: si andava sulla fiducia ma poi si litigava su gol/non gol. Falli e rigori erano giudicati un po’ come veniva, cioè a casaccio. Fallo laterale inesistente, calci d’angolo battuti un po’ dove capitava. Fuori gioco? Ma quando mai!
Ginocchia sanguinanti ma si continuava a giocare lo stesso, rischio frattura scomposta tibia+perone sempre in agguato. Difensori che volevano segnare gol alla Van Basten ma erano giocatori ritenuti scarsi e venivano appunto relegati in difesa, scaricavano la frustrazione puntando i piedi diritto sugli stinchi degli attaccanti avversari. Ferite importanti. Sangue. Aver più paura di chiamare i propri genitori che il 118. A fine giornata vinceva la squadra che aveva meno feriti e più sopravvissuti, in stile partita a calcio di Fantozzi tra scapoli ed ammogliati. Il mattino dopo, a scuola, i lividi erano insostituibili medaglie al valore.
Nessuno voleva andare in porta, si faceva a turno, si cambiava ad ogni gol subìto e c’era chi si faceva segnare apposta, per abbandonare i pali e tornare a fare il trequartista. Erano tutti attaccanti, nessuno voleva essere il Maldini della situazione, tutti Diego Armando Maradona, nessuno che passa mai la palla. Si segna, si irride l’avversario con la faccia di Leonida che ha appena ucciso un migliaio di persiani alle Termopili, fosse anche il proprio compagno di banco che il giorno prima ti aveva passato tutto il compito di matematica.
Quando si organizzava la solenne partita, 45 minuti prima del fischio di inizio mancava sempre qualcuno per un impegno urgente, e giù di telefonate per cercare un tizio qualsiasi, disponibile da sostituire al volo. Si trovava il sostituto, ma era un pirlone alla Iturbe e nessuno lo voleva con se: giocherà il primo tempo con una squadra ed il secondo con l’altra, a mo’ di handicap, tornerà a casa abbattuto più di Fedez ad un concerto di Eminem.
Si giocava con impegno, erano tutte partite di coppa (del nonno, si lo so: battuta banale) dei campioni, tanto che a volte tutti si dimenticavano il punteggio, ed i più furbi provavano ad aggiungere uno o due gol alla propria squadra. I più fortunati avevano la maglietta di Giannini della Roma, o di Signori della Lazio, o di Hugo Sánchez del grande Real Madrid, tutti gli altri il tutone della Standa e le scarpe Superga bianche tarocche comprate alla bancarella del mercato o ereditate dal fratello più grande (una taglia più grandi fisso).
Il primo tempo finiva quando veniva sete e si correva tutti alla fontanella, chi arriva prima beve per primo. Il secondo tempo finiva quando tuo padre ti veniva a prelevare perché non avevi ancora finito i compiti per il giorno dopo, se non volevi ti prendeva per l’orecchio e ti portava via così, come un trolley all’aeroporto. Non ci facevi una gran bella figura.
Giocavi meglio quando le compagne di classe venivano a vedere la partita: se poi c’era la ragazza che ti piaceva diventavi all’istante Gianluca Vialli, solo più basso ma con più capelli. Le ragazze dopo cinque minuti si stufavano e se ne andavano e tu non te ne accorgevi e continuavi a giocare col boost inserito che manco Batistuta. Poi te ne accorgevi e acquisivi l’espressione di chi continua a parlare al telefono e si accorge che era caduta la linea dieci minuti prima.
Il solito esibizionista provava sempre a fare giocate impossibili che quando riuscivano diventavano leggendarie e si tramandavano a scuola alle matricole. Sempre lo stesso esibizionista era solito tirare super-pallonate, il pallone finiva lontano e nessuno voleva andare a raccattarlo, quando andava bene si faceva a turno. A volte finiva sotto le macchine, dietro le ruote, ci si sdraiava per terra per recuperalo e si continuava a giocare con la polvere negli occhi ed il grasso dell’automobile sulle calze e sulle caviglie. Quando la palla finiva su un balcone? Ci si attaccava al citofono e se nessuno rispondeva ci si attaccava a… un’altra cosa: fine anticipata della partita e si ritorna domani per riprendersi il pallone, che era quello buono e non il “super santos” da cinquemilalire che va a vento. Finestra rotta da una pallonata: fine ancora più anticipata e super-fuga dalle proprie responsabilità, di corsa, trasformarsi da Del Piero a Mennea e fare il nuovo record del mondo dei 200 metri piani, ma correndo con la sensazione di essere un gran fantasista.
Era sempre difficile, all’inizio della partita, ricordarsi chi erano i tuoi compagni di squadra e chi gli avversari: a quelli dell’altra squadra in possesso di palla si gridava sempre “passala a me” contando sul fatto che si confondevano e te la passavano pensando tu fossi un compagno. La paura di essere l’ultima scelta quando i “capitani” sceglievano a turno i componenti del proprio team. I capitani erano quelli che avevano più successo con le ragazze. Il proprio migliore amico diventava il più acerrimo avversario quando capitava con l’altra squadra. Se il pallone buono di pelle era il tuo, sceglievi tu chi giocava ed eri il re della partita.
Si giocava fino ad il pomeriggio tardi, quando d’inverno è buio pesto e non si vede più se quello è il pallone o una grossa pietra finita nel “campo di gioco”. Si giocava al buio della poca luce dei lampioni mezzi rotti della fredda periferia di Roma. Si giocava col gelo che, finché non ti riscaldavi un po’, stordisce e ti entra nella testa e nelle ginocchia. Si giocava quando pioveva, almeno finché le gocce non diventavano proiettili, nella tempesta ti sentivi eroico come Zola che segna il gol decisivo all’Inghilterra nel freddo gelido di quel 1997. Litigate interminabili per chi doveva tirare il rigore. Cani che interrompevano il match facendo roboanti irruzioni di campo. Partita maschi contro femmine? No mischiamo le squadre che sono sbilanciate! Quando avevi la palla al piede e correvi in porta partendo dalla tua difesa, il campo diventava lunghissimo ed in salita che in confronto quelli di Holly e Benji erano una passeggiata di salute. Tiravi come se volessi buttare giù un panzer tedesco della Seconda Guerra Mondiale. Segnavi ed esultavi come Zoff l’11 luglio dell’82.
Palloni che finiscono sulle cacche dei cani e se ne accorgeva il primo che la prendeva di testa. Palloni che rimbalzano poco perché sempre troppo sgonfi, “ti avevo detto di andarlo a gonfiare al distributore di benzina”. Palloni sempre troppo duri, che a prenderli di testa si rischiava il trauma dell’osso frontale del cranio. Palloni comprati con la colletta di 15 persone e poi si fa la conta per chi lo tiene a casa propria. Pallone nuovo, regalo di Natale, quello di cuoio cucito a mano e lo stemma del Barcellona, così bello che dici ai tuoi amici di calciarlo piano che hai paura di rovinarlo. Palloni ovali, che ci si può giocare a rugby. Palloni super tele, super economici, più leggeri di una piuma, arriva il vento e se lo porta via, difficili da controllare che manco Shevchenko o il Totti di dieci anni fa ce la potevano fare. Palloni che finiscono in mezzo alla strada e “stai attento che passano le macchine”. Palloni calciati con così tanta forza che bucano la rete che neanche Oliver Hutton. Ah no, la rete era già bucata prima, bisognava rammendarla. Palloni bucati, inservibili, sepolti in cantina perché ti dispiace buttarli perché ci hai giocato quella famosa partita in cui hai conosciuto la tua futura moglie.
“Domani abbiamo l’orale di maturità!” “Ma che ti frega, giochiamo ancora un po’”. Mamme in ansia. Mamme affacciate alla finestra. Quante “finali di coppa del mondo” interrotte da “Ninoooo è pronta la cena”. E la paura di tirare il calcio di rigore lasciava il posto ai rigatoni al sugo e basilico. Mangiare come un matto grazie alle due ore di corsa forsennata appena fatta ed al metabolismo ancora lungi dall’abbandonarti.
Tornare a casa dopo aver perso e sentirsi come Roberto Baggio dopo quel rigore sbagliato.
Tornare a casa dopo aver vinto e sentirsi come Fabio Grosso dopo quel rigore dodici anni dopo…
Quando ero piccolo, la sera tornavo a casa con le caviglie slogate; ora i bambini al massimo tornano a casa con i pollici slogati.
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L’età? E’ solo un numero
Analizzando 23 specie di vertebrati, tra cui 11 mammiferi, compreso l’uomo, 10 specie di invertebrati, 12 piante e un’alga, un team internazionale di ricercatori ha fatto una scoperta insolita: non è detto che con l’avanzare dell’età la mortalità aumenti e la fertilità cali superata l’età matura. Tra le tante specie che compongono l’albero della vita c’è una grande diversità, sia tra quelle che hanno una vita lunga sia tra le specie con vita più breve. Tra tutte le specie analizzate è l’homo sapiens nell’era post-industriale a presentare il più rapido cambiamento nella curva della mortalità. Nello studio si prende l’esempio delle donne giapponesi per dimostrare che in pochi decenni è aumentato vertiginosamente il numero di quelle che muoiono in età molto avanzata, ma lo stesso non è avvenuto per una popolazione di cacciatori e raccoglitori contemporanei, gli Aché del Paraguay, la cui curva di mortalità ricalca quella che è stata tipica dell’uomo per gran parte della sua esistenza. Le donne giapponesi che muoiono oggi vicino alla propria età terminale, stabilita per ogni specie scegliendo l’età alla quale sopravvive solo il 5% degli individui (per l’uomo è 102 anni), sono 20 volte più della media degli individui adulti delle altre specie considerate (in tutto 46), il che testimonia una notevole variabilità tra le diverse specie viventi. Sono stati i cambiamenti del comportamento e dell’ambiente, compreso per esempio l’accesso alle cure mediche, e non le mutazioni genetiche, a rendere possibile un simile allungamento della vita, che non si sarebbe altrimenti potuto ottenere in tempi tanto rapidi, ovvero nel corso di un solo secolo.
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Binge drinking sempre più diffuso tra i giovani, un problema sottovalutato
Il binge drinking (letteralmente «abbuffata alcolica») è il termine oggi in uso per misurare oggettivamente il bere eccessivo e/o a rischio, convenzionalmente indicato come 5 o più unità alcoliche bevute in un’unica occasione. James Bond, secondo un lavoro apparso di recente sul British Medical Journal (firmato da un‘equipe di specialisti che ha letto tutti i volumi della sua sagra e registrato tutti i momenti in cui l’eroe di Fleming cede ai piaceri dell’alcol), sarebbe stato un prototipo ante litteram di accanito binge drinker e per questo – secondo i ricercatori – incapace delle imprese descritte nei libri. Ma al di là delle incongruenze letterarie, il problema maggiore è che il fenomeno del binge drinking sta prendendo sempre più piede fra i giovani, a partire già dall’adolescenza e di questo si è parlato a Torino, alla giornata di studio su «Realtà e rappresentazioni del binge drinking», tra i cui promotori ci sono l’Osservatorio Permanente Giovani e Alcol, e il Dipartimento Culture Politica e Società, Università di Torino. In particolare, sono stati presentati i risultati di due indagini qualitative – realizzata dalla società Ecletica – svolte in tre città (Torino, Roma e Salerno) e sul web, che ha dato voce a un campione di 134 adolescenti (15-17 anni) e giovani (22-24 anni) che praticano abitualmente il binge drinking. Obiettivo del lavoro era cercare di spiegare il perché della differenza riscontrata in Italia (in base ai dati disponibili) tra le dichiarazioni sugli episodi di ubriacatura (13%, dato tra i più bassi in Europa) e quelle relative al binge drinking (35,5%, di poco sotto la media europea).
Continua la lettura su https://www.corriere.it/salute/pediatria/13_dicembre_16/giovani-binge-drinking-sempre-piu-diffuso-ma-cosi-diverso-dall-ubriachezza-c5f80a4c-6640-11e3-8b64-f3a74c1a95d8.shtml
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I migliori consigli per apparire sempre giovani
Nel mio studio i pazienti vengono spesso perché vogliono sentirsi e sembrare più giovani. Il mezzo può essere una dieta per snellire la linea, un trattamento anticellulite, una depilazione permanente, un filler per riempire le rughe… L’obbiettivo è quello di essere “più sani, più belli” ma l’obbiettivo vero è quasi sempre lo stesso: apparire più giovani. Soprattutto quando si inizia ad oltrepassare la soglia dei temuti -anta, sia donne che uomini iniziano spesso a sentire il peso degli anni e ciò gli procura fastidio, specie quando sentono che il dato anagrafico non corrisponde all’età mentale che sentono dentro. Ma, oltre all’aspetto fisico, cosa serve per cercare di mostrarsi sempre giovani, evitando quindi di arrivare ad essere visti o considerati vecchi prima del tempo? Entriamo nel campo della “psico-estetica”, cioè tutta una serie di atteggiamenti che possono sembrare “strambi” se siete dei trentenni, ma che vi torneranno sicuramente utili quando, tra vent’anni, potrebbe venirvi la voglia di apparire più giovani. La scrittrice e giornalista Pamela Redmond Satran suggerisce alcuni piccoli accorgimenti pratici che chiunque può mettere in pratica. In sostanza la Redmond Satran non fa che spingere le persone più mature ad avere stili, aspetto e atteggiamenti più simili a quelli dei ragazzi. Ad esempio:
- Uso dello smartphone: i giovani scrivono messaggi, quindi cercate di fare lo stesso.
- Attenti ai consigli: non date suggerimenti e consigli a chi vi circonda come farebbe un genitore o un nonno.
- Parlare a chi non si conosce: i ragazzi non danno confidenza a chi non conoscono e non fanno commenti gratuiti su tutto, quindi cercate di fare altrettanto quando siete in ascensore, in fila, in palestra o in altri luoghi.
- Peli del naso e delle orecchie: non lasciateli crescere a dismisura, tagliateli.
- Attenti al look: non dovete vestirvi come adolescenti ma nemmeno usare sempre il classico “tono su tono”. Mescolate un po’ i generi e azzardate qualche colore più vivace.
- Divertitevi con stile: ridete e divertitevi quanto volete ma non date l’idea di non farlo da decenni.
- Argomenti da evitare: in un dialogo è meglio evitare tematiche legate alla salute, alla pensione, ai figli, ai nipoti.
- Via gli occhiali: usate le lenti a contatto.
- Uscite più tardi: una cena può essere divertente ma cucinare per ore è del tutto fuori luogo. Le persone giovani si vedono solitamente in orari più tardi e si accontentano di pasti veloci e leggeri.
Tutti consigli apparentemente banali, ma interessanti. L’importante è non perdere il senso della misura: c’è il rischio di apparire grotteschi!
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Giovani troppo sedentari: colpevoli scuola e nuove tecnologie
Nel sistema scolastico francese l’educazione fisica, ritenuta parte integrante dello sviluppo psicofisico degli adolescenti, occupa il 15 per cento dell’orario complessivo scolastico. In Italia si arriva a malapena al 7 per cento. Basta questo dato per fare suonare il campanello d’allarme: troppi giovani non praticano sport, mettendo a repentaglio la loro salute. E a suonarlo a Roma, nel corso degli Stati generali della Pediatria, è stata la Società italiana di pediatria (Sip): siamo di fronte a una generazione che rischia di diventare malata.
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I giovani italiani sono più in forma dei loro genitori
Mentre il luogo comune vuole che i giovani mangino male, e non conoscano i principi di una sana alimentazione, sono invece molto più in forma dei loro padri e delle loro madri Secondo un’indagine dell’Osservatorio Nestlè-Fondazione ADI, infatti, il 66 per cento dei ragazzi italiani tra i 16 e i 34 anni è normopeso, contro il 44,6 per cento delle persone tra i 45 e i 65 anni. I dati sono stati presentati oggi a Lecce in occasione del XV Corso Nazionale ADI (Associazione di Dietetica e Nutrizione clinica).
Lo studio, spiegano i suoi responsabili, ”rappresenta una delle più complete analisi sulle abitudini alimentari e sullo stato di forma fisica della popolazione italiana: in questa edizione ha raggiunto oltre 8 mila partecipanti, per un totale di oltre 43 mila interviste in 5 anni”. Secondo l’Osservatorio ”continua il trend positivo iniziato lo scorso anno, con una percentuale stabile al 54% di coloro che risultano normopeso. Ancora alta, invece, la percentuale delle persone in sovrappeso (30%) mentre risulta leggermente in calo rispetto al passato la percentuale degli obesi, che è del 13%: erano il 16% nel 2010”.
“Abbiamo l’impressione – commenta Giuseppe Fatati, presidente Fondazione ADI e coordinatore scientifico dello studio – che le tante iniziative di sensibilizzazione ai corretti stili di vita comincino ad avere qualche successo. Purtroppo le buone abitudini sembrano limitate ai più giovani e non coinvolgono proprio le persone più a rischio, in relazione all’età, di malattie metaboliche e patologie cardiovascolari. I giovani cominciano a dare il buon esempio; la speranza è che questo trend possa in tempi brevi coinvolgere anche i meno giovani”. Un altro dato ”incoraggiante” dello studio è la diminuzione degli italiani sedentari (31% rispetto al 35% dello scorso anno); sono in aumento invece le persone che saltano i pasti (29%, contro il 26% del 2012), e in diminuzione le persone che fanno un pasto completo: ”Quest’anno sono il 15% del campione, contro il 23% dello scorso anno”. La cena, comunque, è vista quasi da tutti come un momento casalingo (93%), e da trascorrere con la famiglia e gli amici (86%).
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