Nervo faciale: anatomia, funzioni e patologie in sintesi

MEDICINA ONLINE CERVELLO BRAIN TELENCEFALO MEMORIA EMOZIONI CARATTERE ORMONI EPILESSIA STRESS RABBIA PAURA FOBIA  NERVO FACIALE ATTACCHI PANICO ANSIA IPPOCAMPO IPOCONDRIA PSICOLOGIA DEPRESSIONE TRISTE STANCHEZZA ROMBE.jpgIl nervo faciale costituisce il VII paio di nervi cranici e comprende due distinti nervi:

  • Il nervo faciale propriamente detto, che contiene fibre motrici somatiche per l’innervazione dei muscoli mimici e degli altri muscoli derivati del secondo arco branchiale.
  • Il nervo intermedio (del Wrisberg), che comprende fibre sensitive somatiche e viscerali che hanno una origine comune nel ganglio genicolato e si portano ai 2/3 anteriori della lingua e a una ristretta area del padiglione auricolare, e fibre parasimpatiche pregangliari per le ghiandole lacrimali, per le ghiandole salivari sottomandibolare e sottolinguale e per le ghiandole della mucosa del naso e del palato. Viene considerato un nervo a se stante. Secondo Alex Alfieri riveste un importante ruolo nella chirurgia dell’angolo pontocerebellare, per esempio nel neurinoma dell’acustico Schwannoma vestibolare.

Origina anteriormente al peduncolo cerebellare, a livello dell’estremità caudale del ponte, attraversa il meato acustico interno ed entra nel canale facciale, dove si trova il ganglio genicolato. All’uscita dal canale facciale, a livello della parotide si divide in diverse diramazioni che raggiungono il cuoio capelluto, il padiglione auricolare, il volto, il platisma, il muscolo stiloioideo e il ventre posteriore del muscolo digastrico.

Funzioni

Il nervo faciale permette il movimento dei muscoli del viso che permettono la mimica facciale, cioè la capacità di esprimere sentimenti (rabbia, allergia, paura…) valendosi solo degli atteggiamenti del volto.

Patologia

Il nervo faciale può essere sede di tumori, che più spesso si sviluppano nell’angolo pontocerebellare. Molto frequente tra le patologie a carico di questo nervo risulta essere la paralisi facciale, che può essere centrale o periferica, a seconda che questa colpisca i centri nervosi centrali o periferici.

  • paralisi facciale centrale: è dovuta a lesioni delle vie piramidali legate al nucleo del nervo; causa la paresi dei muscoli mimici della metà inferiore del viso dal lato controlaterale a quello della lesione;
  • paralisi facciale periferica: è dovuta a lesioni del nucleo del nervo, della sua radice o delle sue fibre. Causa la paresi di tutti i muscoli mimici della metà del viso colpita da lesione.

Alterazioni del nervo faciale determinano quindi un impedimento parziale o totale nella mimica facciale. Patologie che interessano il nervo nervo vestibolococleare, anche chiamato nervo stato-acustico (l’ottavo del gruppo dei 12 nervi cranici), possono determinare – per vicinanza – anche alterazioni del nervo faciale: particolare importanza riveste a tal proposito il neurinoma dell’acustico.

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Nessuno può mettere Baby in un angolo

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“Nessuno può mettere Baby in un angolo”

Johnny Castle (Patrick Swayze) dal film del 1987 “Dirty Dancing” diretto da Emile Ardolino e interpretato anche da Jennifer Grey nella parte di Frances “Baby” Houseman.

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In amore chi deve fare il primo passo, l’uomo o la donna?

MEDICINA ONLINE COME RICONQUISTARE EX RAGAZZA RAGAZZO FIDANZATA FIDANZATO MARITO MOGLIE MATRIMONIO COPPIA DIVORZIO SEPARATI SEPARAZIONE AMORE CUORE FIDUCIA UOMO DONNA ABBRACCIO LOVE COUPLE WALLPAPER PHOTO HDSecondo voi in una coppia chi deve fare il primo passo? Fosse per me anche la donna ma pare che sebbene quest’ultima nel corso degli anni abbia acquistato sempre più autonomia anche nel rapporto di coppia è preferibile che la proposta di matrimonio con tanto di anello venga fatta come da tradizione dagli uomini. Lo “rivela” un articolo contenuto su repubblica.it che a sua volta riporta i dati di una ricerca scientifica che ha coinvolto diversi studenti eterosessuali cui sono state poste delle domande sul matrimonio.

Secondo la psicologa Rachael Robnett che li ha intervistati, i ragazzi quando vengono posti dinanzi al discorso matrimonio è come se volessero essere protettivi verso la fidanzata; attenzione però perchè questo che all’apparenza può sembrare un comportamento benevolo non lo è poi tanto in realtà. Spiega infatti:

Persone che ragionano in questo modo pensano che in caso di emergenza la compagna debba essere la prima ad essere salvata, o che nel quotidiano debba esser messa sul classico “vassoio d’argento”. Un’apparente gentilezza che in realtà priva la donna della propria autonomia

Pensate poi che un quarto delle intervistate non farebbe mai il primo passo perchè teme di ricevere un rifiuto; per la maggior parte dellle coppie la proposta di matrimonio deve quindi essere fatta dall’uomo, in ginocchio e con l’anello.

Ma sbaglio o le donne volevano la parità dei sessi? Da sorella più grande il mio piccolo consiglio è di fare sempre quello che vi sentite e soprattutto quando in ballo ci sono i sentimenti, dovreste a volte (forse) staccarvi un po’ dalle tradizioni; chissà, forse una proposta inaspettata che parte proprio dalla donna potrebbe rendere particolarmente felice l’uomo, no?

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Cos’è il labirinto dell’orecchio ed a che serve?

MEDICINA ONLINE ORECCHIO OTORINO CONDOTTO COCLEA CELLULE CILIATE TIMPANO OSSICINI MARTELLO INCUDINE STAFFA LABIRINTITE OTOLITI ACUFENE FISCHIO UDIRE SENSO ESTERNO MEDIO INTERNOIl labirinto auricolare è una struttura anatomico situata nell‘orecchio interno, cioè quella zona interna dell’orecchio dotata di organi per l’ascolto di suoni e di organi per il mantenimento dell’equilibrio. Nel labirinto è riempito dall’endolinfa, un fluido che permette di rilevare i movimenti della testa stimolando il nervo.

Il corretto funzionamento del labirinto dell’orecchio è necessario per il mantenimento dell’equilibrio: disturbi del labirinto possono quindi portare a conseguenze negative riguardanti le sue funzioni come il peggioramento dell’equilibrio e la perdita dell’udito e possono insorgere a seguito di attacchi batterici o virali.

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Differenza tra occhio di pernice, verruca e callo

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Estetico Medicina Estetica Roma PRURITO ALLA PELLE COSE COME FARE ALLEVIARLO Cuore Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Pulsata Peeling Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Dietologo DermatologiaLa verruca plantare o, in genere, le verruche del piede sono davvero semplici da riconoscere. Tuttavia, possono essere confuse con i calli, i duroni o l’occhio di pernice. Vediamo le terapie e le cure per le une e per le altre. La prima differenza tra una verruca e un occhio di pernice è che la prima si cura, mentre il secondo è recidivo. La verruca è causata da un virus che si impianta nelle lesioni del piede, mentre il callo è un ispessimento della pelle sottoposta a continue sollecitazioni.

L’occhio di pernice è un tipo di tiloma (ispessimento della pelle) che si sviluppa sulle dita del piede a causa di una forte pressione, solitamente dopo aver indossato scarpe nuove, strette ed inadeguate. E’ un tipo particolare di callo che, anziché svilupparsi sulla pianta del piede, tende a svilupparsi tra le dita, inoltre l’occhio di pernice ha una forma più piccola rispetto ai calli.

Detto questo, bisogna anche dire che può accadere di confondere una verruca plantare con un callo. Il motivo è semplice: somigliano abbastanza, o meglio, spesso si confondono l’una nell’altra. Nel caso dell’occhio di pernice, la faccenda si fa ancora più complicata perché, essendo questo tipo di callo posto tra le dita, se il virus della verruca è impiantato anche esso nella stessa sede,il callo potrebbe non guarire con la semplice pedicure, inducendo a pensare a un fenomeno particolarmente produttivo e fastidioso. Ad ogni modo, il dermatologo saprà diagnosticare la presenza di verruca plantare e decidere la terapia da utilizzare per l’asportazione. La verruca plantare, infatti, va trattata con la crioterapia o con il laser che attualmente sono le tecniche più innovative ed efficaci.

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Carnosina e β-alanina per incrementare la performance sportiva

MEDICINA ONLINE MILITARY FITNESS ALLENAMENTO IN PALESTRA CASERMACarnosina e β-alanina, la chiave di volta nel mantenimento e nell’incremento della performance. Se con performace pensiamo esclusivamente all’attività sportiva sicuramente non stiamo sbagliando ma il nostro punto di vista potrebbe essere estremamente limitato in quanto non stiamo considerando una serie di attività comuni, generalmente non associate in senso stretto alla prestazione sportiva, che a causa di vasta gamma di fattori possono subire una forte riduzione prestativa a volte anche con esiti potenzialmente pericolosi. E’ noto ormai da tempo come attività con un’importante componente lattacida, ovvero quelle che implicano un notevole contributo da parte del metabolismo aerobico e del metabolismo anaerobico lattacido, tendano a cagione della natura chimica delle molecole prodotte ad abbassare il fisiologico pH verso una condizione tendente all’acidosi.

Nel momento in cui la produzione di molecole a pH acido supera la capacità tampone del nostro organismo questa condizione inizia ad interferire con lo svolgimento di tutta quella serie reazioni biochimiche, fondamentali ai fini della sopravvivenza e delle normali attività, che richiedono un pH fisiologico per avvenire in piena efficienza. Questa “acidificazione” dell’organismo  responsabile in primis di un calo dei livelli di prestativi può evolvere verso quadri progressivamente più gravi nel caso non vengano presi gli opportuni provvedimenti atti a ristabilire condizioni fisiologiche.

A questo punto molto probabilmente si continuerà a pensare all’atleta come al soggetto maggiormente coinvolto da questo tipo di problematica; esaminando la questione con maggior attenzione risulta però immediatamente chiaro come anche soggetti non atleti sottoposti a notevole sforzo fisico, magari dovuto all’attività lavorativa, o soggetti con ridotte capacità di risposta, come per esempio soggetti anziani o malati possano facilmente esser preda di una simile problematica.

La carnosina è un dipeptide citoplasmatico sintetizzato a partire dai precursori L-istidina e β-alanina dalla carnosina sintetasi e degradato dalla carnosinasi che regola il suo livello cellulare. Tale molecola è presente in concentrazioni relativamente elevate nel muscolo scheletrico (5-10 mM) e in altri tessuti eccitabili, come il tessuto nervoso dove generalmente agisce come un tampone fisico-chimico.

La sua azione si esplica già entro i fisiologici range di pH. Nel muscolo scheletrico dove la sua concentrazione è massima, la carnosina fornisce un importante contributo al mantenimento del pH intracellulare, processo vitale, come precedentemente accennato, per la normale funzione muscolare durante l’esercizio fisico intenso infatti diversi studi evidenziano come il contenuto muscolare di carnosina possa essere un fattore determinante nella performance di esercizi dinamici e isometrici ad alta intensità.

Per quanto riguarda soggetti di età avanzata è stato osservato come esista una correlazione inversa tra età e contenuto muscolare di carnosina, fattore che sommandosi alla sarcopenia al declino della funzione muscolare e al deterioramento della funzione motoria tipici dell’età avanzata contribuisce notevolmente ad aumentare la frequenza di cadute, spesso causa di lesioni con esiti a volte anche gravi o letali. L’integrazione a base di sola carnosina, pur rivelandosi piuttosto utile spesso potrebbe non essere sufficiente, in quanto molto probabilmente a causa della sua natura dipeptidica la molecola non viene completamente assorbita. Esaminandone più approfonditamente il metabolismo emerge che uno dei fattori limitanti nella sintesi endogena di carnosina è la presenza di adeguati livelli di β-alanina, situazione facilmente verificabile in individui soggetti a un notevole turnover proteico come gli atleti o comunque in tutti coloro che vengono sottoposti ad attività fisica intensa. Anche una condizione di malnutrizione calorico-proteica, situazione molto frequente nelle persone anziane, può essere alla base di stati carenziali che influiscono negativamente sulla presenza di β-alanina e di conseguenza sulla sintesi di carnosina.

L’integrazione di β-alanina si è dimostrata piuttosto efficace nell’aumentare i livelli di carnosina a livello muscolare con tutti i benefici che ne conseguono. Considerati questi aspetti un approccio sicuramente razionale può essere quindi quello di associare la somministrazione di carnosina a quella di β-alanina, a questo proposito è stata messa a punto una formulazione composta da 250 mg di carnosina pura e 250 mg di β-alanina pura che prevede il rilascio del 95% degli attivi ad 8 ore, con l’obiettivo di ottimizzarne le proprietà farmacocinetiche e il grado di biodisponibilità, tale formulazione assume il nome commerciale di DDM-Carnosina.

Uno studio preliminare compiuto su 6 atleti maschi sottoposti a una sessione di allenamento severo ha permesso di evidenziare come rispetto a placebo la somministrazione di 4 compresse di DDM-Carnosina 2 ore prima della sessione di allenamento (per un totale di 1 grammo di carnosina e 1 grammo di β-alanina) abbia evidenziato una riduzione media della lattacidemia post esercizio del 30%.

Questi risultati evidenziano come l’associazione tra carnosina e β-alanina si sia rivelata, a dosaggi piuttosto contenuti, notevolmente efficace nella riduzione della produzione di lattato relativamente a un attività fisica intensa, considerando inoltre quanto detto in precedenza questa formulazione è senz’ombra di dubbio uno strumento estremamente interessante anche negli stati di affaticamento cronico correlati ad acidosi muscolari e nella prevenzione di infortuni in soggetti di età avanzata.

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Se ho fatto le lampade, posso prendere il sole senza rischi?

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medicina Chirurgia Estetica Benessere Dietologia Sessuologia Ecografie Tabagismo Smettere di fumare Pelle idratata, tonica e senza più rughe grazie alla foto-stimolazione del collageneFare le lampade non protegge la vostra pelle dai raggi solari. Le lampade donano una colorazione poco duratura ossidando solo la melanina superficiale, che non sarà in grado dunque di proteggere la pelle una volta che vi esporrete al sole, specie nei mesi e nelle ore più calde. Quindi, anche se apparentemente siete già abbronzati grazie a varie lampade, applicate sempre adeguati schermi solari prima di esporvi al sole, sia al mare che in montagna, per evitare danni anche gravi alla vostra cute.

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Uomo egoista a letto: cosa fare e come comportarsi?

MEDICINA ONLINE GELOSIA UOMO EGOISTA SAD COUPLE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA TRISTE GAY ANSIA JEALOUS LOVE COUPLE FRINEDS LOVER SEX GIRL MAN NO WOMAN WALLPAPER.jpgA tutte noi può esser capitato di aver avuto a che fare con un partner sessualmente egoista. Ma ci sono anche casi in cui siamo noi stesse a chiuderci nelle paure e a riversarle come colpe addosso all’altro. Che si tratti di rapporto occasionale o tra partner stabili, concedersi e condividere i piacere dell’intimità non sono “pratiche automatiche”. Né meccaniche. Fare sesso (e per i più fortunati, l’amore) richiede presenza, consapevolezza del proprio corpo, disinibizione e una buona capacità di comunicazione. Occorre mettersi in gioco da entrambe le parti, seguire ciò che piace a sé. E, allo stesso tempo, desiderare ciò che piace all’altro. Senza forzature, né imbarazzo. Né tantomeno richieste esplicite, poste nel modo sbagliato. La naturalezza della gestualità, la confidenza con il partner, la scelta delle parole rivestono la loro importanza. Hanno il loro perché, un loro senso. Più siamo “oneste” con i nostri bisogni, più riusciamo a scorgere quelli dell’altro. E a godere insieme. Perché l’orgasmo non è solo un gioco tra pari ma, in primis, tra specchi.

Fare sesso in modo “egoistico” significa pensare esclusivamente al proprio piacere fino a ignorare quello dell’altro?
Innanzitutto, fare sesso egoisticamente non significa essere indifferenti ai bisogni del partner. Quando facciamo l’amore, il nostro concetto di piacere personale dovrebbe espandersi per andare ad abbracciare quello del partner. È questo il senso più profondo del sesso: se vogliamo vivere una sessualità appagante, è essenziale volerci “celebrare nell’altro”. Chiaramente non si tratta di un desiderio puramente altruistico.

“Ti amo, ti desidero e quindi faccio tutto quello che puoi volere da me, ignorando il mio piacere”. Si tratta di vero altruismo, o c’è dell’altro?
Non parlerei di altruismo puro in senso stretto. Piuttosto di altruismo “corrotto”. L’altruismo inteso come “faccio qualcosa esclusivamente per te”, in realtà, presuppone una prestazione. E, nel momento in cui c’è prestazione, c’è anche ansia da prestazione. L’altro c’entra poco: ci sono più le nostre paure nel mezzo. Immaginiamo un uomo che accarezza una donna. Se lo fa con un altruismo “corrotto”, lo fa solo per lei. Ma quale donna sarebbe appagata se sapesse che il suo uomo la sta accarezzando esclusivamente per il suo piacere, e non per il proprio?

E quale genere di “altruismo” proporrebbe?
Nessuno. L’altruismo puro nel sesso non esiste. Così come l’egoismo non è sempre e solo patologico. Il sano egoismo ci porta a condividere la sfera sessuale “servendoci dell’altro” ma con desiderio e nell’esplorazione di noi stessi. “Ti accarezzo e ti do piacere ma lo faccio nel modo in cui piace a me”: questo è sano egoismo, per esempio. Mentre se ti abbraccio sto realizzando anche un mio desiderio, non solamente assecondando il tuo. Allora non c’è prevaricazione e diventa un modo di crescere intimamente insieme all’altro, con l’appagamento di entrambi.

Quindi possiamo dire che un “diktat del sesso” sia raggiungere il piacere sessuale attraverso noi stesse e insieme all’altro?
Esatto. L’altro diventa uno strumento per entrare in contatto col proprio piacere, ma anche “parte di noi”. Al contrario, quando amiamo egoisticamente in modo “patologico” ci concentriamo esclusivamente sui nostri bisogni e l’altro diventa un oggetto “non personificato”. Una comodità, o per così dire l’equivalente di uno schema masturbatorio in coppia.

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Con quale frequenza gli uomini tendono a essere egoisti?
Partiamo dall’assunto che gli uomini sono un po’ egoisti per propria natura. Ma aggiungerei che fa parte del loro piacere riuscire a dare piacere alla partner. Insomma, è un egoismo “sano”. Poi, chiaramente, c’è quello patologico.

Mi viene da pensare, per esempio, al caso in cui lui raggiunga velocemente l’orgasmo. Ai preliminari mancati, o non fatti con amore
Esattamente. L’uomo che nega i preliminari alla donna sta negando il piacere dell’altra e non si può più parlare di sano egoismo. Il momento sessuale smette di essere vissuto come uno spazio di coppia: diventa un momento di “singletudine”.

Cosa può fare la donna contro questa forma di egoismo maschile?
Chiaramente la sua grande abilità sta nel richiamare il partner al piacere. E il modo più giusto per farlo è quello di ingannare l’uomo, vale a dire di usare le parole corrette per stimolare il suo piacere senza farlo cadere nella prestazione.

Ha qualche “formula” di richiamo da consigliare per facilitare la richiesta?
“Così mi fai impazzire ma se fai così mi piace di più”. Oppure: “Toccami lì che sei fantastico”. Si può ricorrere anche a gesti. In generale bisogna valorizzare l’uomo, ricalcando ciò che già dà e che può dare di più, senza critiche o lamentele. Quando facciamo notare all’altro ciò che ci manca, lo riconduciamo alla dimensione della prestazione: lo allontaniamo, intimamente, da noi.

Quindi sta invitando le donne a farsi avanti e a superare l’imbarazzo del chiedere?
Si. Gli uomini fanno fatica a capire le cose. Più la partner è chiara e comunica le sue preferenze erotiche, più facilita il “compito” dell’uomo. In particolare a letto. Una donna senza freni e che sa chiedere a letto viene percepita stimolante dell’uomo. Viceversa, una donna imbarazzata lo mette in difficoltà.

E se a lui non piace ciò che piace a noi? Se ci dice a priori di no?
Non ci si altera. Si lascia perdere, senza insistere, per poi tornarci in un secondo momento. È comunque difficile che a lui non piaccia qualcosa che non piaccia a te. Alla fine arriverà a piacergli, e non perché glielo hai imposto ma perché lo hai portato a farlo facendo leva sul suo coinvolgimento sessuale e sul desiderio.

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Quindi tutti gli uomini “patologicamente egoisti” possono cambiare o no?
Gli uomini possono diventare “sani egoisti” a meno che non siano profondamente insicuri. Facciamo un esempio classico: l’eiaculazione precoce. In questo caso l’uomo è un egoista patologico perché è insicuro e ha dei problemi che cerca di mascherare. Il riassunto del suo rapporto erotico sarà: saltare i preliminari perché ha paura di durare meno, mettere in atto subito la penetrazione e durare poco, per poi fare finta di niente rispetto al piacere di lei. Perché sa che, tanto, non potrebbe fare altrimenti né meglio né di più.

E cosa accade se anche lei è un’insicura?
Avremo due persone eroticamente insoddisfatte che, se sono brave, vanno da un sessuologo. O che, in alternativa, rischiano di lasciarsi, o di trovarsi un amante con cui tutto è più facile perché lì non c’è vincolo emotivo né ansia da prestazione

Alla fine, anche nel sesso, è tutto un gioco di specchi. Più siamo puliti più riusciamo a vedere i nostri bisogni e a farli vedere all’altro
Esatto. La donna che ha paura di esporsi, per esempio, è una donna che non potrà mai pretendere dal compagno il massimo. Quando la donna fa “l’indifferente” a letto, è percepita come poco eccitata e, di riflesso, eccitante. Chiaramente è questione di tempo e allenamento. Con tempo e dialogo anche l’egoismo sessuale si può smussare.

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