Una vita più lunga, ma meno sana di quella dei nonni e dei bisnonni: è quanto aspetta le generazioni più giovani secondo un ampio studio epidemiologico Continua a leggere
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Obesità e fumo insieme: danni esponenziali per la nostra salute
L’obesità e il tabagismo sono due condizioni che già prese singolarmente sono pericolose per la salute, ma insieme i loro effetti negativi sarebbero esponenziali. Quando un obeso è anche fumatore i rischi per la salute infatti aumentano enormemente ed a quelli noti se ne aggiungono altri che non sono ancora mai stati investigati a fondo. Ha finalmente provato a farlo uno studio appena presentato al meeting dell’American Chemical Society, con risultati poco rassicuranti. Diversi tumori, l’infarto e l’ictus sono stati da tempo collegati al fumo e all’obesità; quello che queste due condizioni possono fare insieme è da un lato aumentare il rischio di incorrere in alcune di queste conseguenze negative, dall’altro alterare alcuni meccanismi metabolici con il risultato che, per esempio, alcune medicine potrebbero non essere assorbite in dosi sufficienti per essere efficaci, oppure al contrario potrebbero essere assorbite in quantità eccessive. Un altro modo in cui l’accoppiata è perdente è il ruolo dell’obesità nell’intensificare il potenziale cancerogeno delle sigarette.
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Con la dieta mediterranea ti difendi dal diabete
La dieta mediterranea riduce di oltre il 10% il rischio di ammalarsi di diabete. E se chi la segue limita anche il consumo di carboidrati, la riduzione del rischio può arrivare al 20%. Lo dimostra uno studio degli epidemiologi dell’Irccs Mario Negri di Milano, guidati dal dott. Carlo La Vecchia. La ricerca è pubblicata su ‘Diabetologia’, rivista scientifica dell’Easd, l’European Association for The Study of Diabetes.
Gli autori hanno analizzato i dati di 22.295 partecipanti alla coorte greca dello studio ‘Epic’ (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), tuttora in corso, diretto da Antonia Trichopoulou. All’interno del campione, seguito attivamente per 11 anni, si sono registrati 2.330 casi di diabete di tipo 2, la forma ‘adulta’ legata agli stili di vita. Le informazioni sui consumi alimentari, raccolte tramite questionario, hanno permesso ai ricercatori di definire per ogni partecipante un punteggio da 0 a 10 in base alla minore o maggiore aderenza alla dieta mediterranea (Dm), e un punteggio che misura i carboidrati disponibili nella dieta in termini di carico glicemico (Gl).
Chi aveva un punteggio di dieta mediterranea sopra a 6 – riferiscono dall’Istituto diretto da Silvio Garattini – mostrava un rischio di diabete ridotto del 12% rispetto a chi aveva un punteggio Dm minore di 4. Per contro, chi era nel livello più alto di Gl aveva un rischio di diabete aumentato del 21% rispetto a chi era nel livello più basso. Inoltre, una dieta che combinava aderenza alla dieta mediterranea e basso carico glicemico riduceva il rischio di diabete del 20%.
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Ci ammaliamo perchè la società è iper-tecnologica ma il nostro corpo è ancora fermo all’età della pietra
Che cos’hanno in comune reflusso acido, acne, ansia, depressione, asma, diabete di tipo 2, piedi piatti, pressione alta, alcuni tipi di cancro, sindrome da colon irritabile, lombalgia e osteoporosi? Sono alcune delle malattie non trasmissibili che potrebbero essere dovute al fatto che il nostro corpo non si è ancora adattato al cambiamento delle condizioni di vita avvenuto tra l’età primitiva e i giorni nostri.
Lo sostiene nel suo libro, appena uscito in America, The story of the human body: Evolution, Health and Disease (La storia del corpo umano: Evoluzione, Salute e Malattia), il biologo evoluzionista dell’Università di Harvard Daniel Lieberman, che spiega come il nostro corpo paleolitico sia probabilmente la causa di molti nei moderni mali che ci affliggono.
Il nostro corpo ha preso forma in tempi in cui vivevamo nelle caverne, il cibo era scarso, procacciarselo era difficile e passavamo buona parte del nostro tempo a scappare dalla minaccia costituita dai predatori. Oggi il modo in cui il nostro organismo funziona non è molto diverso da allora, il nostro stile di vita invece sì e questo comporta uno squilibrio nelle nostre reazioni biologiche.
Un esempio classico è rappresentato dalla sedentarietà e dal consumo di zuccheri. Per un fisico, come il nostro, abituato al continuo movimento necessario per procurarsi da mangiare senza morire sbranato dalle belve feroci, l’assenza quasi totale di moto, resa possibile da lavori sedentari e mezzi di trasporto che fanno tutta la fatica al posto nostro è una iattura. Così come l’ampia disponibilità di zucchero, che ai primordi era un bene decisamente di lusso, manda in tilt un sistema abituato a consumarne assai poco. E causa diabete e obesità e altri disturbi legati al fatto che non abbiamo la capacità di metabolizzare simili quantità di carboidrati semplici.
E che dire dello stress? Produce il cortisolo, un ormone che rilascia zucchero nel sangue per prepararci ad affrontare il peggio. Ci rende vigili e quindi pronti alla battaglia ma ha il difetto di farci desiderare un ulteriore approvvigionamento di energia per affrontate eventuali altre sfide. Ecco come lo stress ci induce a mangiare cibi ricchi di zuccheri e ipercalorici che purtroppo sono fin troppo facili da reperire nella nostra epoca.
E se i meccanismi indotti dallo stress non sono cambiati, dal Paleolitico ad oggi è purtroppo cambiato lo stimolo. Fa notare Lieberman che mentre per i nostri antenati cavernicoli lo stress era intenso ma di breve durata (per esempio l’inseguimento di una belva feroce) oggi molto dello stress che proviamo è legato a fattori sociali (lavoro, soldi, problemi personali e di relazione) e diventa perciò cronico, con conseguenze devastanti sull’organismo.
Anche l’abbondanza di allergie e malattie autoimmuni che affliggono l’uomo moderno sarebbero il risultato di un ambiente radicalmente mutato in cui ci troviamo a vivere con corpi assai simili a quelli che avevamo centinaia di migliaia di anni fa. Il nostro sistema immunitario, abituato a dover far fronte a germi di ogni tipo, negli ambienti sempre più sterili che abbiamo creato si ritrova ad essere un motore che gira a vuoto e a volte finisce per ritorcere le proprie armi, in larga parte inutilizzate, contro se stesso. Ecco spiegato il dilagare i malattie autoimmuni, dal diabete alla celiachia, dall’artrite reumatoide alla psoriasi.
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Camminare fa risparmiare i soldi delle tasse
Che cosa può convincere un gruppo di persone obese a camminare per almeno 5.000 passi al giorno per un anno? Non la promessa dei benefici per la salute cardiovascolare, nemmeno la minaccia rappresentata dai rischi che la sedentarietà abbinata all’obesità porta con sé. Può però riuscire nell’ardua impresa un premio per l’assicurazione sanitaria più alto.
Accade negli Stati Uniti, dove il sistema sanitario si basa sulle assicurazioni private che però, vista la notevole diffusione dell’obesità e le sue importanti implicazioni a livello di salute, cominciano a mal sopportare l’idea che i loro assicurati non facciano nulla per migliorare il proprio “profilo di rischio”. Così La Blue Care Network ha iscritto un folto gruppo dei propri assicurati in sovrappeso a un programma di fitness basato sull’uso di un pedometro che dava diritto a uno sconto del 20% sul premio da pagare.
I ricercatori delle Università del Michigan e di Stanford hanno analizzato i risultati di questo esperimento pilota, convinti che sia quella la direzione che sempre più compagnie di assicurazione prenderanno in America. Dopo un anno il 97% delle oltre 6.000 persone coinvolte nel programma erano riuscite a raggiungere o superare l’obiettivo di fare 5.000 passi al giorno tutti i giorni, compresi coloro che avevano giudicato ingiusto e coercitivo l’obbligo di fare fitness per ottenere lo sconto.
In pratica aderire a WalkingSpree, il programma basato sul camminare, equivaleva a indossare un pedometro fornito dalla compagnia di assicurazione, scaricandone poi quotidianamente i dati su un apposito sito internet che teneva traccia del comportamento degli iscritti. “Vi è un dibattito etico intorno all’idea di costringere qualcuno a essere personalmente responsabile per i costi sanitari legati alla sedentarietà”, commenta Caroline R. Richardson, tra gli autori dello studio pubblicato su Translational Behavioral Medicine. “Ma ci aspettiamo di vedere sempre più tentativi di questo tipo per motivare finanziariamente comportamenti salutari”.
Per alcune famiglie lo sconto arrivava a consistere anche di 2.000 dollari l’anno, un bel risparmio davvero. Secondo gli autori i programmi di fitness sponsorizzati da aziende e compagnie di assicurazione aumenteranno per effetto delle politiche dell’Affordable Care Act, (il cosiddetto Obamacare) perché consentono di risparmiare sui costi sanitari se impiegati e assicurati mantengono abitudini sane.
E se la stragrande maggioranza dei 6.548 partecipanti ha mantenuto il patto, e ha davvero camminato quei 450.000 passi a trimestre che erano richiesti dal programma, solo un terzo di loro lo ha fatto controvoglia, mentre gli altri due terzi si sono detti soddisfatti del programma. E se lo hanno trovato facile da seguire e ne hanno tratto beneficio, c’è da sperare che continueranno a camminare e contare i passi anche in futuro, senza bisogno di sconti o incentivi economici.
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Vuoi che la tua vita si allunghi di tre anni?
Vuoi che la tua vita si allunghi di tre anni? Credo di si visto che vivere è una esperienza meravigliosa! Come fare per vivere tre anni in più? La risposta è impegnarsi per mezz’ora al giorno in una attività fisica moderata per 5 giorni a settimana. La scienza ci dice infatti che coloro che si impegnano in una qualche forma di regolare esercizio fisico, anche di moderata intensità, per circa 150 minuti totali alla settimana, hanno un’aspettativa più elevata di 2,4-3 anni rispetto ai sedentari totali o a chi si muove poco.
E’ arrivato a tale conclusione uno studio condotto da un team della Queen’s University in Ontario, Canada, pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine.
Abbiamo già scritto su queste pagine che la sedentarietà fa tanti morti quanto il fumo, che l’esercizio fisico andrebbe prescritto dal dottore, che ogni ora in meno passata in posizione seduta regala giorni o mesi di vita aggiuntivi. Ma qual è il messaggio più efficace per invogliare le persone al movimento: lo spauracchio di ciò che può andar male se non lo fanno o la promessa di un bel riconoscimento se invece lo fanno? Insomma funziona di più il bastone o la carota?
Secondo gli scienziati canadesi autori della ricerca la carota è sicuramente un buon sistema per motivare i cambiamenti comportamentali, e spingere le persone a “fare la cosa giusta”. E le conclusioni del loro studio presentano tutti i requisiti essenziali che un messaggio salutistico dovrebbe idealmente avere per essere efficace: sono semplici da capire, specifici per l’individuo e possono essere formulati in una cornice positiva, incoraggiante.
Utilizzando i dati di diversi studi e database sulla popolazione americana (National Health and Nutrition Examination Survey, National Health Interview Study, U.S. Life Tables), Ian Janssen e colleghi hanno confrontato l’aspettativa di vita a ogni età degli adulti sedentari, poco attivi e attivi (che svolgevano almeno 150 minuti di attività fisica a settimana). Hanno scoperto che per gli uomini di 20 anni l’aspettativa di vita aumentava fino a 2,4 anni tra gli attivi rispetto ai sedentari, mentre tra le donne della stessa età l’aumento registrato era addirittura di 3 anni.
Come si fa a totalizzare questi magici 150 minuti che possono regalarci due anni e mezzo di vita in più? Per esempio con 10 minuti di camminata a passo sostenuto 3 volte al giorno per 5 giorni a settimana: magari andando e tornando almeno in parte a piedi dall’ufficio e facendo una breve passeggiata nella pausa del pranzo. L’ideale sarebbe abbinare a questo esercizio aerobico anche un po’ di tonificazione che coinvolga i principali gruppi muscolari (gambe, addome, braccia, spalle, petto, dorso). Un po’ di sollevamento pesi o anche semplici esercizi nei quali si usa il proprio corpo come resistenza (flessioni, affondi) possono bastare.
Il Centro americano per la prevenzione e il controllo delle malattie suggerisce che i benefici aumentano col crescere del tempo dedicato all’attività fisica: l’optimum sarebbe arrivare ad almeno 300 minuti di attività moderata, ovvero 5 ore a settimana. O in alternativa due ore e mezza di attività ad alta intensità, come corsa, nuoto, bici, tennis, basket o altri sport di squadra. A voi la scelta.
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10 mila passi al giorno per rimanere in salute: come riuscire a farli?
L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) raccomanda di fare almeno 10 mila passi al giorno, che tradotti in Km sono circa 7, un obiettivo, per molti, davvero irraggiungibile. In realtà, non è proprio così, e basterebbero piccoli accorgimenti per riuscire a camminare tutti un po’ di più. Infatti, anche semplicemente compiendo le normali attività quotidiane, guardando le vetrine, facendo le pulizie di casa, portando fuori il cane, andando a buttare la spazzatura, riusciamo a fare anche fino a 5mila passi al giorno.
Ed ecco, allora, che lasciando la macchina un po’ più lontana dal luogo di lavoro, scendendo una fermata prima dall’autobus, accompagnando i figli a piedi a scuola, facendo un giro un pò più lungo mentre portiamo fuori il cane, facendo le scale, invece di prendere l’ascensore, riusciamo, anche se non proprio ad arrivare ai 10mila passi, almeno ad avvicinarvisi. D’altronde la sedentarietà è associata a tutta una serie di conseguenze negative per l’organismo: predispone all’obesità, allo sviluppo di diabete, cardiopatie.
Un po’ di sano movimento, invece, migliora tutta una serie di parametri, che giovano alla nostra salute: tiene sotto controllo il peso, riduce il colesterolo LDL (quello “cattivo” per intendersi), riduce la pressione arteriosa, favorisce il controllo glicemico ed inoltre influisce sul buonumore e sulla riduzione dello stress. Ovviamente, non stiamo parlando di fare chissà che tipo di attività fisica intensa, stiamo parlando semplicemente di camminare, di muoversi un po’ di più rispetto a ciò cui siamo abituati , di fare magari, se ci va, una passeggiata in bicicletta o una bella nuotata.
Anche ballare, ad esempio, è un tipo di attività non troppo intensa, che ci permette, divertendosi, di consumare calorie in più. L’importante è riuscire a fare tutto ciò con regolarità, deve diventare parte, anche questo, del nostro stile di vita, a cui dedicarsi giornalmente, o almeno tre-quattro volte alla settimana. Muniamoci, allora, di un podometro, cioè di un piccolo contapassi, uno strumento che, posizionato in vita, conta (seguendo i nostri movimenti) i passi che facciamo durante tutto il giorno e cerchiamo di porci via via sempre degli obiettivi maggiori. Saremo incentivati a muoverci di più! E allora… buone passeggiate!
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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine
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Gli uomini vivono meno delle donne, ma sono sani più a lungo
Le donne vivono ancora più degli uomini (se volete sapere il perché cliccate qui), ma quest’ultimi si ammalano di meno. Lo sostiene il rapporto Healthy Life Years coordinato da Eurostat e dall’Institut National de la Santè et la Recherche. Secondo lo studio, infatti, in Europa una donna vive 82,6 anni contro i 76,6 dell’uomo: 5.9 anni di differenza.
Se però si vanno a conteggiare gli anni senza malattie, la differenza si assottiglia sensibilmente. L’aspettativa per le donne è 62 anni, per gli uomini 61,3. Insomma solo 0,7 anni di differenza. L’uomo vive l’80% della propria vita in buona salute, la donna il 75.
In Italia addirittura la situazione è inversa: i maschi vivono in buona salute 63,4 anni, contro i 62,5 delle donne.
Una questione di cromosomi
“Gli uomini in media hanno una salute migliore delle donne, soffrono meno delle malattie, fanno ricorso più raramente al medico e alle medicine. Però muoiono prima. Le ragioni biologiche di questo fenomeno non sono note”, spiega Claudio Franceschi, professore specializzato nei centenari dell’Università di Bologna.
La questione potrebbe essere legata ai cromosomi e agli stili di vita ipotizza Franceschi: “Le donne hanno più attenzione per il loro corpo. E il fatto di avere due cromosomi X anziché uno come l’uomo potrebbe rappresentare un vantaggio. Il cromosoma X è infatti più grande e importante dell’Y. Avendone due copie, le donne hanno maggiore scelta genetica”.
Stili di vita
E il riavvicinamento degli uomini alle donne per ciò che riguarda la longevità, per l’Office of National Statistics inglese sarebbe dovuto proprio alla scelta di stili di vita poco sani da parte delle donne – fumo e alcol – e alla maggior attenzione maschile alla salute degli ultimi anni: in molti fanno sport e hanno abbandonato le sigarette.
La ricerca è “maschilista”?
Per Giovannella Baggio, direttrice della medicina interna all’azienda ospedaliera di Padova e del Centro di studi nazionale per la salute e la medicina di genere, alla base di questo fenomeno ci sono anche dei motivi sociali: “Le donne si ammalano di più perché sono meno studiate rispetto agli uomini. Tutta la ricerca in medicina dal Dopoguerra si è concentrata sull’universo maschile. Ma le malattie cardiovascolari o articolari, che sono fra le principali cause di disabilità tra le persone anziane, seguono percorsi diversi fra i due sessi”. Sarà forse anche per questo che le aspettative di vita tra i sessi nel 2030 dovrebbero essere pari.
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