I diabetici possono mangiare i dolci?

MEDICINA ONLINE MANGIARE DOLCI CIOCCOLATO FRUTTA MAGRA DIABETE CALORIE GLICEMIA GASSATA OLIGOMINARALE RICETTA INGRASSARE DIMAGRIRE INSULINA GLICATA COCA COLA ARANCIATA THE BERE ALCOL DIETA CIBO LONTANO DAI PASTI WALLP.jpgdiabetici devono stare alla larga dagli zuccheri, questo però non vuole dire che debbano rinunciare del tutto ai dolci, basta fare attenzione alla quantità e agli ingredienti.

Diabetici e dolci con la frutta
Dai dolci troppo ricchi di zucchero e creme dovrebbero stare lontani tutti, non solo i diabetici. Mentre per altri la conseguenza naturale è quella di scegliere dolci alla frutta, i diabetici in realtà devono fare attenzione anche alla frutta. Alcune varietà, contengono dosi di zucchero più alte, si pensi alle banane o ai frutti tropicali, meglio preferire mele, frutti di bosco, pesche, albicocche, melograno, meno zuccherini e quindi meglio tollerati. La considerazione però non va fatta esclusivamente sulla fonte di zuccheri, ma anche e soprattutto sulla quantità totale di zuccheri e carboidrati introdotti durante tutta la giornataPorzioni ridotte dunque sono fondamentali: il diabetico può concedersi una fetta di torta alla settimana, l’importante è non esagerare. Nel preparare un dolce alla frutta va considerato il fatto che la frutta essendo di suo zuccherina permette di usare meno zucchero nell’impasto.

Diabetici e ingredienti dei dolci
Altra questione importante è la composizione del dolce. Vanno preferiti quelli che privilegiano ingredienti a minor indice glicemico, come le farine integrali, i dolci poi dovrebbero essere poco o nulla zuccherati(esistono peraltro interessanti alternative allo zucchero), con confetture senza zuccheri aggiunti. Quanto ai dolci con frutta secca, va detto che noci, mandorle, nocciole e altri frutti secchi a guscio sono concessi, vanno invece evitati i canditi e la frutta disidrata dal momento che sono un concentrato di zuccheri. In merito all’utilizzo di yogurt nei dolci, è sempre da preferire quello bianco naturale senza zuccheri aggiunti. Via libera anche a un quadretto di cioccolato fondente, l’importante è che la pasta di cacao la faccia da padrone e che la percentuale di zuccheri aggiunti sia nulla o irrisoria. E il miele? Come lo zucchero incide sulla glicemia, però a suo vantaggio ha il fatto che essendo più dolce dello zucchero comune se ne può mettere meno per dolcificare. Attenzione infine ai dolci liquorosi: l’alcol contiene zuccheri.

I migliori prodotti per diabetici
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, estremamente utili per aiutare il diabetico ed il pre-diabetico a mantenere i giusti livelli di glicemia, perdere peso e migliorare la propria salute. Noi NON sponsorizziamo né siamo legati ad alcuna azienda produttrice: per ogni tipologia di prodotto, il nostro Staff seleziona solo il prodotto migliore, a prescindere dalla marca. Ogni prodotto viene inoltre periodicamente aggiornato ed è caratterizzato dal miglior rapporto qualità prezzo e dalla maggior efficacia possibile, oltre ad essere stato selezionato e testato ripetutamente dal nostro Staff di esperti:

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Il diabetico può bere caffè?

MEDICINA ONLINE CUCINA RICETTA GELATO AL CAFFE FATTO IN CASA CUCINARE DOLCE FACILE VELOCEAvere il diabete non significa doversi privare del caffè. La buona notizia per gli amanti della tazzina arriva da una ricerca USA pubblicata dalla rivista scientifica “Diabetes Care”.

Alcune ricerche in passato avevano sostenuto che consumare caffè potesse danneggiare la capacità di metabolizzare il glucosio nei diabetici. Un pool di ricercatori della Harvard School of Public Health, Boston, ha voluto verificarlo. Gli studiosi hanno analizato i dati di 3497 uomini diabetici seguiti dal 1986 al 2004. Nessuno aveva malattie cardiovascolari all’inizio dello studio e tutti hanno completato diversi questionari sulle loro abitudini alimentari nel corso del follow-up.

I ricercatori hanno così scoperto che consumare caffè, anche quattro o più tazze al giorno, non aumentava in modo significativo il rischio di malattie di cuore o le probabilità di morire nel corso dello studio, rispetto ai pazienti che non bevevano caffè.

Ovviamente particolare attenzione va prestata nell’uso dello zucchero: è preferibile assumerlo amaro o con il dolcificante che vi ha consigliato il vostro diabetologo.

Per approfondire: Il caffè fa ingrassare o dimagrire? Quante calorie ha?

I migliori glucometri per misurare la glicemia

I migliori apparecchi di ultima generazione per l’automonitoraggio della glicemia, selezionati, consigliati ed usati dal nostro Staff sanitario, sono i seguenti:

Sono strumenti abbastanza economici, tuttavia ottimamente costruiti, affidabili e professionali, prodotti da aziende che da anni sono leader mondiali nella produzione di tecnologie sanitarie.

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I diabetici possono mangiare i pomodori?

MEDICINA ONLINE MANGIARE POMODORO SUGO PELATI FRUTTA MAGRA DIABETE CALORIE GLICEMIA GASSATA OLIGOMINARALE RICETTA INGRASSARE DIMAGRIRE INSULINA GLICATA COCA COLA ARANCIATA THE BERE ALCOL DIETA CIBO LONTANO DAI PASTI WALLP.jpgIl pomodoro contiene mediamente 18 calorie per 100 grammi e circa 3,9 grammi di carboidrati. Il pomodoro può essere assunto dal paziente diabetico, in dosi moderate, lontano dai pasti principali e dopo parere positivo del medico.

Importante: in caso di dubbio, il paziente diabetico può – sotto controllo medico – monitorare la propria risposta glicemica all’assunzione di certi alimenti, annotando i valori su un taccuino e raffrontando le relative glicemie.

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Eutirox ed interazioni con altri farmaci e sostanze

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROIl numero di pazienti trattati con tiroxina è aumentato nel tempo. Poichè l’ipotiroidismo, che riconosce nella tiroidite di Hashimoto o autoimmune la causa più frequente, presenta sintomi e segni aspecifici, è necessario confermare la diagnosi attarverso un esame di laboratorio.
Dal momento che il TSH è totalmente sensibile alla concentrazione plasmatica della frazione libera degli ormoni tiroidei, la sua misurazione viene utilizzata per valutare l’adeguatezza della terapia sostitutiva con levotiroxina.

Molti fattori possono aumentare la richiesta di dosaggio di levotiroxina in un paziente. Tali fattori includono la compliance del paziente, interazioni farmacologiche e malattie da malassorbimento.
Il suo assorbimento dipende dal pH e in media il 60-80% della dose somministrata raggiunge il circolo sistemico in 3 ore.

Il massimo beneficio si ottiene assumendo la tiroxina un’ora prima di fare colazione. Ciò serve ad assicurare il massimo dell’acidità gastrica ai fini dell’assorbimento.

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E’ noto che determinati farmaci (amiodarone, litio e iodio) alterano lo stato tiroideo. Si ritiene che altri farmaci si interagiscono con la levotiroxina alterandone l’assorbimento.
Alcuni studi hanno dimostrato che la simultanea somministrazione di levotiroxina e ferro solfato causa una recidiva dello stato ipotiroideo in alcuni pazienti. Anche gli estrogeni possono alterare i livelli circolanti della frazione libera degli ormoni tiroidei, per cui spesso è necessario aumentare la dose per compensare il loro effetto.
Anche il carbonato di calcio, impiegato come antiacido o per ridurre il rischio di osteoporosi in menopausa, può ridurre i livelli circolanti di ormoni tiroidei, causando un aumento dei livelli sierici ci TSH.

Tuttavia, trattandosi di piccoli trial clinici o di studi relativi a casi riportati, è difficile stabilire se i risultati possano essere trasferiti alla popolazione generale.
Inoltre partendo dal presupposto che la tiroxina necessita di uno specifico pH gastrico per essere assorbita al meglio, anche gli inibitori di pompa protonica (IPP) potrebbero avere un effetto sulla tiroxina.
Proprio per determinare quali farmaci alterano l’assorbimento e/o il metabolismo della levotiroxina e per stabilire quale percentuale di pazienti possa risultare coinvolto in queste interazioni, è stato condotto uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Endocrinology.

Si tratta di un’analisi retrospettiva sulla popolazione che ha collegato i dati di laboratorio con i dati di prescrizione tra l’1 gennaio 1993 ed il 31 dicembre 2012.
La popolazione in studio era rappresentata dai residenti in Tayside (età >18 anni) cui era stata prescritta la levotiroxina in almeno 3 occasioni, in un periodo di 6 mesi, prima di iniziare il farmaco in studio (N=10.999). I soggetti rappresentavano i controlli di se stessi, prima e dopo l’inizio del farmaco in studio (ferro, IPP, glucocorticoidi, calcio, anti-H2, DMARDs, estrogeni e statine).

  • L’età media di questa popolazione era pari a 58.1 anni; (8.977 (81.6%) erano di sesso femminile e 1.311 (11.9%) erano affetti anche di diabete.
  • Su 10.999 pazienti, 6.482 erano in trattamento concomitante con un farmaco in studio e 3.809 erano in terapia con una dose costante di tiroxina per almeno 2 anni.

Durante l’anno precedente al trattamento con il farmaco in studio non sono state osservate alterazioni statisticamente significative nei livelli di TSH in tutti i gruppi con una sola eccezione. prima di iniziare il trattemnto con estrogeni, i pazienti in questo gruppo avevano una riduzione media della concentrazione di TSH di 1.47 mU/L (p=0.008), nonostante la dose di tiroxina fosse costante.

  • In ciascuna analisi il numero di pazienti variava da 96 pazienti in trattamento con (DMARDs) a 1.944 pazienti con statine.
  • Come valore basale di TSH è stato utilizzato il valore ottenuto nella più recente misurazione della concentrazione sierica prima dell’inizio dello studio.
  • E’ stato osservato un aumento statisticamente significativo del livello sierico di TSH rispetto al basale in associazione a 4 farmaci in studio: ferro, IPP, calcio ed estrogeni.
  • E’ stata osservata una riduzione statisticamente significativo del livello sierico di TSH in pazienti in trattamento con statine. Non sono state riscontrate modifiche statisticamente significative in pazienti che asumevano glucocorticoidi, anti-H2 o DMARDs.
  • Nel sottogruppo di pazienti con una dose costante di levotiroxina per almeno 2 anni (n=3.809), gli stessi 4 farmaci (ferro, IPP, calcio ed estrogeni) sono stati associati ad un aumento statisticamente significativo della concentrazione di TSH.

In particolare è stato osservato quanto segue:

  • Un aumento di <5 mU/L nel 7.5% dei pazienti trattai con ferro, nel 5.6% di quelli con IPP, nel 4.4% di quelli con calcio e nel 43% nel gruppo con estrogeni.
  • Una riduzione statisticamente significativa della concentrazione di TSH <5 mU/L nel 3.7% dei soggetti esposti a statine.
  • Nessuna modifica statisticamente significativa nei pazienti con glucocorticoidi, anti-H2 o DMARDs.

In sintesi

In questo ampio studio basato sulla popolazione è stata evidenziata la possibilità di un’interazione tra levotiroxina e ferro, calcio, IPP, statine ed estrogeni, per cui questi farmaci possono alterare l’efficacia della levotiroxina.

Per tale motivo:

  • Bisogna monitorare attentamente le concentrazioni di TSH nei pazineti esposti a questi farmaci, in quanto un trattamento non adeguato può alterare la loro qualità della vita.
  • E’ opportuno che i pazienti in trattamento prolungato con levotiroxina assumono questo farmaco 1 ora prima o 4 ore dopo un pasto o l’assunzione di ferro e calcio e ciò al fine di garantire che l’assorbimento della levotiroxina non sia alterato dalla somministrazione concomitante di altri farmaci, tra cui anche estrogeni ed inibitori di pompa protonica.

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Eutirox in sovradosaggio: cosa fare, è pericoloso, quando chiamare il medico?

MEDICINA ONLINE FARMACO EUTIROX TIROIDE LEVOTIROXINA CAPSULE DOSAGGIO COMPRESSE SOVRADOSAGGIO EFFETTI COLLATERALI NOCIVI INDESIDERATI CONTROINDICAZIONI AI PASTI DOPO I PASTI VENDITA FARMACIA GENERICO EQUIVALENTELa levotiroxina sodica è il principio attivo presente nel celebre farmaco Eutirox. La levotiroxina sodica è un ormone perfettamente uguale a quello prodotto dalla ghiandola tiroidea (T4), ma è ottenuto in laboratorio per via sintetica. La T4 contenuta in Eutirox viene convertita nel nostro organismo nell’ormone triiodiotironina (T3), che regola numerose funzioni del metabolismo umano. Eutirox si usa per trattare stati di ipotiroidismo come: gozzo, ipofunzione tiroidea, flogosi della tiroide, terapia sostitutiva dopo tiroidectomia (rimozione chirurgica della tiroide).

Dosaggio di Eutirox

Eutirox è presente sul mercato in compresse da diverse dosi, per adattarsi alle diverse situazioni cliniche:

  • 25 mcg
  • 50 mcg
  • 75 mcg
  • 88 mcg
  • 100 mcg
  • 112 mcg
  • 125 mcg
  • 137 mcg
  • 150 mcg
  • 175 mcg
  • 200 mcg.

La posologia efficace del farmaco deve essere stabilita dall’endocrinologo e può variare in baso ad un miglioramento od un peggioramento dell’ipotiroidismo. Nel caso in cui si siano assunte dosi elevate del farmaco si possono riscontrare alcuni effetti collaterali. Eutirox, preso in quantitativo eccessivo, provoca infatti una concentrazione dell’ormone tiroideo troppo elevata, dannosa per la salute. In particolare si possono riscontrare fenomeni collegati ad una brusca accelerazione del metabolismo.

Sintomi e segni di sovradosaggio di Eutirox

In caso di sovradosaggio (avvenuto per aver assunto per errore troppo farmaco o per una errava valutazione terapeutica) possono manifestarsi sintomi cardiaci (ad es. dolore anginoso, aritmie cardiache, palpitazioni) e crampi della muscolatura scheletrica. In generale i sintomi più diffusi da sovradosaggio di Eutirox sono:

  • nervosismo,
  • iperattività,
  • alterazioni della frequenza cardiaca, specie tachicardia,
  • insonnia,
  • alterazioni del ciclo mestruale,
  • aumento del numero di defecazioni giornaliere,
  • diarrea,
  • eccitabilità,
  • ansia,
  • astenia (stanchezza generale) anche in assenza di grandi sforzi,
  • crampi muscolari,
  • cefalea,
  • senso di malessere generale,
  • vampate di calore,
  • dolore al petto,
  • sudorazione,
  • debolezza muscolare,
  • aumento della fame,
  • calo ponderale.

In questi casi è consigliabile, su indicazione medica, la riduzione della posologia quotidiana o la sospensione del trattamento per alcuni giorni. Se i sintomi di sovradosaggio persistono, è consigliato consultare immediatamente il proprio medico; è importante recarsi subito dal medico anche se i sintomi sono particolarmente intensi, ad esempio in caso di severa e persistente tachicardia e/o di dolore toracico, soprattutto in caso di paziente cardiopatico.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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TSH alto, basso e valori normali: qual è il significato clinico?

MEDICINA ONLINE PESO TIROIDE IPOTIROIDISMO PARATIROIDI NODULI BILANCIA MASSA INDICE CORPOREA COCALORIE BASMATI BIANCO INGRASSARE DIETA COTTO CRUDO PIATTO CUCINA LIGHT MANGIARE DIMAGRIRE GRASSO DIABETE CARBOIDRATI GLICEMIAL’esame misura la quantità di ormone TSH (ormone tireotropo o tireostimolante) presente nel sangue.L’ormone è prodotto dall’ipofisi, una piccola ghiandola che si trova dietro il cervello e i seni nasali, e costituisce solo una parte del complesso meccanismo di regolazione sanguigna dei due ormoni tiroidei: il T4 (tiroxina) e il T3 (triiodotironina).

La tiroide è una ghiandola a forma di farfalla che si trova nella parte anteriore del collo, appoggiata sulla trachea. Ha il compito di secernere gli ormoni tiroidei, che dal sangue poi raggiungono tutti i tessuti dell’organismo. Gli ormoni tiroidei aiutano l’organismo a usare l’energia, a mantenere costante la temperatura e a far funzionare il cervello, il cuore, i muscoli e gli altri organi.

Quando la loro concentrazione nel sangue diminuisce,

  1. l’ipotalamo secerne l’ormone TRH (ormone di rilascio della tireotropina)
  2. che a sua volta stimola l’ipofisi a secernere il TSH,
  3. questo stimola la tiroide a secernere il T4 e il T3.

Quando la tiroide, l’ipotalamo e l’ipofisi funzionano correttamente, la tiroide riesce a mantenere costanti i livelli di ormoni tiroidei attivandosi solo al bisogno.

Se l’ipofisi non funziona bene, la quantità di TSH può diminuire oppure aumentare:
  • quando la concentrazione aumenta la tiroide inizia a funzionare più del normale, producendo una quantità eccessiva di ormoni T3 e T4. Il paziente quindi può manifestare i sintomi tipici dell’ipertiroidismo:
    • la tachicardia,
    • il dimagrimento,
    • il nervosismo,
    • il tremore alle mani,
    • l’irritazione agli occhi,
    • la difficoltà a dormire.
  • In caso di ipotiroidismo, invece, la quantità di ormoni prodotti dalla tiroide è insufficiente e quindi il paziente può manifestare sintomi come:
    • aumento di peso,
    • secchezza della pelle,
    • costipazione,
    • intolleranza al freddo,
    • affaticamento.

Oltre che nel caso di disfunzione dell’ipofisi, l’ipertiroidismo o l’ipotiroidismo possono verificarsi se c’è un problema all’ipotalamo (produzione di TRH insufficiente o eccessiva). I livelli di ormoni tiroidei possono anche essere alterati da diverse patologie della tiroide, indipendentemente dalla quantità di TSH presente nel sangue.

Valori Normali

A seconda delle fonti consultate è possibile trovare intervalli di riferimento diversi, si consiglia quindi per la valutazione di attenersi scrupolosamente a quello riportato sul proprio referto d’esame. Solitamente sono considerati normali i valori compresi tra 0.15 e 5. mIU/L

(Attenzione, gli intervalli di riferimento possono differire da un laboratorio all’altro, fare quindi riferimento a quelli presenti sul referto in caso di esami del sangue ed urina.)

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Interpretazione

L’esame del TSH in molti casi è l’esame di elezione per valutare la funzionalità tiroidea e/o i sintomi dell’ipertiroidismo o dell’ipotiroidismo.

Spesso viene prescritto prima dell’esame del T4 o contestualmente a quest’ultimo. Tra gli altri esami della tiroide prescritti dal medico ricordiamo l’esame del T3 e quello degli anticorpi antitiroidei (se si sospetta che il paziente soffra di patologie autoimmuni connesse alla tiroide).

  • Un valore troppo elevato spesso indica che la tiroide è poco attiva (ipotiroidismo) e non sta reagendo nel modo giusto alla stimolazione del TSH, perché c’è qualche disfunzione acuta o cronica. In rari casi il valore alto può indicare un problema dell’ipofisi, ad esempio un tumore che crea squilibri nella produzione. Infine può anche indicare che il paziente a cui è stato diagnosticato un disturbo della tiroide o che ha subito l’asportazione della ghiandola riceve una quantità insufficiente di ormone tiroideo di sintesi.
  • Un valore del TSH troppo basso può indicare che il paziente soffre di ipertiroidismo (cioè ha la tiroide troppo attiva) oppure che sta ricevendo una quantità eccessiva di ormoni tiroidei di sintesi, se è in terapia per l’ipotiroidismo o gli è stata asportata chirurgicamente la tiroide. In rari casi un valore basso può indicare che l’ipofisi ha un problema che le impedisce di produrre una quantità adeguata di ormone.

È bene sottolineare che un valore non normale indica solo che c’è un eccesso o una carenza di ormoni tiroidei nell’organismo, ma non stabilisce quale sia la causa. Un risultato non normale dell’esame del TSH di solito prelude ad altri esami di approfondimento.

Nella tabella seguente riassumiamo i possibili risultati dell’esame del TSH e i loro significati più probabili:

TSH T4 T3 Interpretation
Alto Normale Normale Ipotiroidismo lieve (subclinico)
Alto Basso Basso o normale Ipotiroidismo
Basso Normale Normale Ipertiroidismo lieve (subclinico)
Basso Alto o normale Alto o normale Ipertiroidismo
Basso Basso o normale Basso o normale Patologie non tiroidee, ipotiroidismo secondario (causato dalla ghiandola pituitaria, raro)

 

Valori Bassi

  • Gozzo multinodulare
  • Ipertiroidismo
  • Ipopituitarismo
  • Ipotiroidismo secondario
  • Morbo di Grave
  • Sindrome cerebrale organica

Valori Alti

  • Adenoma pituitario
  • Iperpituitarismo
  • Ipotermia
  • Ipotiroidismo
  • Tiroidectomia
  • Tiroidite
  • Tiroidite autoimmune
  • Tiroidite di Hashimoto
  • Tumore ai polmoni
  • Tumore al seno

(Attenzione, elenco non esaustivo. Si sottolinea inoltre che spesso piccole variazioni dagli intervalli di riferimento possono non avere significato clinico.)

Fattori che influenzano l’esame

  • Molti farmaci, tra cui l’aspirina e la terapia ormonale sostitutiva per la tiroide, possono influenzare gli esiti degli esami della funzionalità tiroidea: prima dell’esame bisogna consultare il medico per capire se è necessario proseguire la terapia.
  • Quando il medico modifica il dosaggio della terapia ormonale sostitutiva, è importante aspettare almeno un mese o due prima di ricontrollare il TSH, per permettere al nuovo dosaggio di manifestare la sua efficacia.
  • Gli esiti dell’esame possono essere influenzati dalle situazioni di forte stress e dalle malattie acute.
  • Gli esiti possono essere più bassi del normale durante il primo trimestre di gravidanza.

Quando viene richiesto l’esame

Il medico può richiedere questo esame quando il paziente presenta i sintomi dell’ipertiroidismo o dell’ipotiroidismo e/o ha il gozzo o una massa palpabile in corrispondenza della tiroide.

Tra i sintomi dell’ipotiroidismo ricordiamo:

  • Aumento di peso,
  • Diminuzione dell’appetito,
  • Secchezza della pelle,
  • Costipazione,
  • Intolleranza al freddo,
  • Gonfiore,
  • Caduta dei capelli,
  • Affaticamento e letargia,
  • Irregolarità mestruali,
  • Visione offuscata.

Tra i sintomi dell’ipertiroidismo ricordiamo:

  • Nervosismo,
  • Ansia,
  • Sudorazione eccessiva,
  • Intolleranza al caldo,
  • Dimagrimento anche se si ha più appetito del normale,
  • Iperattività,
  • Tremori,
  • Palpitazioni,
  • Oligomenorrea (alterazione del ciclo mestruale),
  • Tachicardia o aritmia atriale,
  • Ipertensione sistolica,
  • Pelle sudata e calda,
  • Ptosi palpebrale,
  • Sguardo fisso,
  • Debolezza muscolare.

Preparazione richiesta

Per l’esame del TSH non è necessaria alcuna preparazione. Alcuni farmaci possono interferire con il risultato dell’esame, quindi vi consigliamo di informare il medico di tutti i farmaci che assumete.

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Citalopram (Elopram): interruzione, astinenza, diabete e prolungamento QT

MEDICINA ONLINE DUODENO PANCREAS DIGESTIONE GLICEMIA DIABETE ANALISI INSULINA ZUCCHERO CARBOIDRATI CIBO MANGIARE DIETA MELLITO TIPO 1 2 CURA TERAPIA FARMACI STUDIO NUOVE TENOLOGIE TERAPIEIl citalopram è una molecola della famiglia degli SSRI (selective serotonin reuptake inhibitors) utilizzata per il trattamento della depressione maggiore e dei disturbi d’ansia (attacchi di panico, ansia generalizzata, disturbo ossessivo compulsivo). Al pari di altri SSRI ha anche utilizzi off-label come per il trattamento del disturbo disforico premestruale, neuropatia diabetica e dismorfofobia, per citarne alcuni. Ecco alcune avvertenze da tenere presente se assumente questo farmaco.

Interruzione del trattamento/sindrome da astinenza

La sospensione del trattamento con citalopram deve avvenire gradualmente per ridurre il rischio di sindrome da astinenza (nausea, capogiri, cefalea, vomito, dolori muscolari, acatisia, disturbi del sonno). Nella maggior parte dei pazienti i sintomi di astinenza si risolvono in 2-3 settimane ma in un numero limitato di pazienti si sono protratti per un periodo maggiore (2-3 mesi). I sintomi da astinenza si possono verificare, oltre che al termine del trattamento, alla variazione del dosaggio, al passaggio da un antidepressivo ad un altro oppure quando la dose non viene assunta. Non interrompere mai bruscamente la terapia con citalopram quando compaiono i sintomi d’astinenza. Nel database francese delle segnalazioni spontanee per le ADR, dall’introduzione in commercio dei vari SSRI fino al 2000, il citalopram è inserito al penultimo posto per la sindrome da astinenza (2 segnalazioni); la molecola meno segnalata è la sertralina (1 segnalazione) e la più segnalata è la paroxetina (29 segnalazioni).

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Prolungamento dell’intervallo QT

Poiché il citalopram può prolungare l’intervallo QT, si raccomanda cautela in caso di pazienti con prolungamento congenito dell’intervallo QT oppure in caso di associazioni farmacologiche con farmaci noti per prolungare l’intervallo QT. L’associazione degli antidepressivi con antipsicotici aumenta il rischio di prolungamento dell’intervallo QT.

Diabete

Nei pazienti con diabete la somministrazione di un SSRI può influenzare il controllo glicemico. L’aumento del tono serotoninergico indotto dall’antidepressivo, infatti, sembrerebbe aumentare la secrezione e la sensibilità all’insulina (Gulseren et al., 2005). Il dosaggio dei farmaci antidiabetici, ipoglicemizzanti orali e insulina, potrebbe richiedere quindi un aggiustamento.

Iponatremia

Gli SSRI possono indurre iponatremia (valore medio di 120 mmoli/L) con un aumento del rischio di 3,5 volte. Nella maggior parte dei pazienti questo effetto avverso si manifesta durante il primo mese di terapia; il rischio è maggiore nelle donne anziane e nei pazienti in terapia con diuretici. L’iponatremia si manifesta con confusione, convulsioni, senso di fatica, delirio, sincope, sonnolenza, agitazione, vertigini, allucinazioni; più raramente con aggressività, disturbi della personalità e depersonalizzazione. La comparsa quindi di sintomi neuropsichiatrici durante il primo mese di trattamento deve suggerire la misurazione degli elettroliti sierici.

Citalopram ed alcool

Non sono state osservate interazioni tra Citalopram e bevande alcoliche; tuttavia la loro associazione è sconsigliata.

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Diabete mellito: conseguenze e complicanze a lungo termine

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Piede diabetico

Il diabete mellito abbreviato DM è una forma di diabete ovvero un gruppo di disturbi metabolici accomunati dal fatto di presentare una persistente instabilità del livello glicemico del sangue, passando da condizioni di iperglicemia, più frequente, a condizioni di ipoglicemia. Le complicanze a breve e lungo termine del diabete mellito sono molte ed anche potenzialmente gravi e debilitanti.

Chetoacidosi diabetica

La concentrazione eccessiva di corpi chetonici nel sangue è dovuta alla carenza di insulina e al conseguente eccesso di glucagone; è tipica del DM di tipo 1 e scatenata da forti stress (infezioni, traumi, interventi chirurgici).

In condizioni normali i trigliceridi vengono immagazzinati nelle VLDL (particolari lipoproteine con funzione di trasporto); nelle condizioni di digiuno e di eccesso di glucagone accompagnato a deficit di insulina si attiva la via di formazione dei corpi chetonici: il passaggio di questi nel sangue è alla base dell’acidosi metabolica (fino a valori di pH prossimi a 7,0) che si può sviluppare nei pazienti affetti da DM.

Presenti: livelli molto elevati di iperglicemia (tra i 500 e i 700 mg/dl) e glicosuria con notevole disidratazione, dolori addominali, anoressia, vomito, nausea. In questa fase non va commesso un errore molto comune: pensare di trovarsi di fronte a una patologia gastroenterica e conseguentemente sospendere la somministrazione di insulina. Ciò potrebbe portare il paziente a una condizione di coma chetoacidosico potenzialmente mortale. Inoltre anche l’eccesso di cortisolo, o l’ormone della crescita o similare, può portare a tale complicanza.

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Caratteristico del DM di tipo 2, si osserva per lo più in pazienti anziani, nei quali la condizione diabetica è aggravata da eventi ricorrenti (per es. infezioni o ictus cerebrale) e con una alterata capacità di bere così da rendere impossibile il compenso della diuresi osmotica. Sintomi: stato confusionale fino a coma e, se non trattato, morte (che comunque sopraggiunge anche nella metà dei pazienti tempestivamente trattati). Sempre presente glicosuria abnorme (sopra i 1000 mg/dl). La chetoacidosi è assente, perché forse la concentrazione di insulina nella vena porta è sufficientemente alta da prevenire la piena attivazione della chetogenesi epatica. I livelli sierici degli acidi grassi liberi sono generalmente più bassi che nella chetosi del DM I. Nella terapia di tale forma di coma occorrono parecchi litri di soluzioni saline isotoniche, seguiti da ipotoniche e poi da soluzioni glucosate al 5%, quando la glicemia raggiunge livelli normali. Anche l’insulina è necessaria, ma a dosi più basse rispetto al coma chetoacidosico del DM I.

Complicanze a lungo termine

  • macroangiopatia diabetica: tendenza a sviluppare più precocemente e più intensamente di fenomeni di aterosclerosi, l’eccesso di glucosio nel sangue favorisce la glicazione (che, a differenza della glicosilazione, è un processo non enzimatico) delle lipoproteine a bassa densità(LDL) che è alla base dell’aterosclerosi;
  • ulcera diabetica: frequente lo sviluppo di piaghe in prossimità degli arti inferiori dovuto a sfregamenti (es. scarpe troppo strette), per questo il diabetico deve curare moltissimo la propria igiene.
  • malattia di Dupuytren;
  • sindrome del tunnel carpale;
  • glaucoma;
  • complicanze cardiache: i pazienti diabetici possono, per via dell’elevata glicemia e insulinemia, mostrare aterosclerosi, con manifestazioni molto pericolose che vanno dall’angina pectoris, all’infarto del miocardio. Per ridurre il rischio non è sufficiente controllare i gliceridi;
  • neuropatia diabetica;
  • infezioni;
  • infezioni dermatologiche;
  • infezioni orali;
  • malattia parodontale;
  • cataratta;
  • sindrome ipoglicemica.

Microangiopatie

Sono 3 le forme più famose e importanti di complicanza:

  • nefropatia diabetica, affligge il rene. Causa sovente l’insufficienza renale, la malattia di base non si mostra fino a quando si riscontra o l’insufficienza o la sindrome nefrosica;
  • retinopatia diabetica, affligge la retina. Complicanza visiva molto pericolosa, comporta negli adulti la perdita totale della vista, l’esame del fondo oculare è l’unico esame per comprendere il suo manifestarsi che può essere lento o rapido;
  • neuropatia diabetica, affligge il sistema nervoso periferico in diverse forme;
  • edema maculare.

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