Fenazil (prometazina) 15mg 2% pomata, foglietto illustrativo

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROCategoria Farmacoterapeutica

Antipruriginosi, inclusi antistaminici, anestetici, ecc.

Indicazioni

Uso temporaneo nel caso di punture di insetti ed altri fenomeni irritativi cutanei localizzati, quali rossore, bruciore e prurito.

Principio attivo: Prometazina Cloridrato

Forma: Pomata

Fornitore: Sella Srl

Conservazione: NON CONSERVARE AL DI SOPRA DI +30 GRADI CENTIGRADI

Categoria merceologica: FARMACO DA BANCO

Confezione: TUBETTO

Controindicazioni/Eff.Secondar

Ipersensibilita’ verso i componenti o altre sostanze strettamente correlate dal punto di vista chimico. Non risultano limitazioni d’uso durante la gravidanza e l’allattamento; e’,comunque, consigliato l’uso solo dopo aver consultato un medico.

Posologia

Applicare un leggero strato di Fenazil Pomata sulla parte interessata,massaggiando fino a penetrazione completa. Ripetere l’applicazione 3- 4 volte al giorno. Non superare le dosi consigliate.

Interazioni

Evitare l’uso contemporaneo di altri farmaci per uso topico dermatologico.

Effetti Indesiderati

L’applicazione topica della Prometazina puo’, in qualche caso, indurresensibilizzazione cutanea fino a forme di fotosensibilizzazione. L’uso, specie se prolungato, dei prodotti per uso topico puo’ dare origine a fenomeni di sensibilizzazione: in tal caso, interrompere il trattamento econsultare il medico, per istituire una idonea terapia.

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Panettone fatto in casa: ingredienti e ricetta facile, veloce e gustosa

MEDICINA ONLINE NATALE DOLCI NATALIZI PANDORO PANETTONE TORRONE NOCCIOLE CIOCCOLATO BIANCO SFOGLIATA LIEVITAZIONE OFFELLA INGREDIENTI ZUCCHERO VENEZIANA A VELO CALORIE RICETTE DIFFERENZE DIETA CIBO DOLCE COLOMBA PASQUA.jpgIl re di tutte le feste è sicuramente il Panettone. Insieme al Pandoro è il dolce natalizio per eccellenza che seppur d’origine Lombarda, in questo Santo giorno è presente su tutte le tavole degli italiani. Prepararlo a casa è una piccola sfida che in molti scelgono di accogliere ed oggi vi aiuteremo ad affrontarla con il piede giusto, grazie ad una delle migliori ricette del mastro Alfonso Pepe. Al contrario di quanto possa sembrare non è un’impresa così ardua… basterà avere pazienza e prendersi il tempo necessario per la preparazione perché il panettone richiede tempi di lievitazione abbastanza lunghi. Nella versione che vi presentiamo infatti il panettone è stato preparato utilizzando il lievito naturale, questo permetterà di ottenere una consistenza soffice che si conserva a lungo e un aroma più ricco! Ma in alternativa potrete sempre scegliere di preparare il panettone con lievito di birra, ugualmente soffice e buonissimo! Imbandite la tavola delle feste con i dolci della vostra tradizione ma per un Natale perfetto il panettone non può mancare; preparandolo a casa stupirete i vostri familiari!

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Ingredienti per il primo impasto per 1200 g di impasto

  • Farina Manitoba 250 g
  • Lievito madre (rinfrescato tre volte nell’arco della giornata) 65 g
  • Acqua (temperatura ambiente) 125 g
  • Burro morbido 70 g
  • Zucchero 65 g
  • Malto 2 g
  • Tuorli 50 g

PER IL SECONDO IMPASTO

  • Farina Manitoba 62 g
  • Zucchero 50 g
  • Burro morbido 40 g
  • Tuorli 50 g
  • Uvetta sultanina 150 g
  • Sale fino 2 g
  • Baccello di vaniglia 1
  • Miele di acacia 16 g
  • Cedro candito 30 g
  • Arancia candita 70 g
  • Pasta di arance 75 g
  • Pasta di mandarini 30 g
  • Pasta di limoni 20 g

PER IMBURRARE LA SUPERFICIE

Burro 20 g

PER LA PASTA DI MANDARINI (FACOLTATIVA)

Mandarini (o arance o limoni) 250 g
Zucchero 125 g

Per il primo impasto

Panettone

Per preparare il panettone iniziate a realizzare il primo impasto. Versate in una ciotola il malto (1), i 65 g di zucchero semolato (2) e i 125 g d’acqua a temperatura ambiente (3).

Panettone

Mescolate con una frusta fino a far sciogliere lo zucchero (4); dopodichè versate lo sciroppo in una planetaria dotata di una frusta a foglia (5). Aggiungete quindi i 250 g di farina manitoba in una volta sola (6) ed iniziate ad impastare.

Panettone

Basteranno circa 5 minuti e non appena l’impasto avrà preso consistenza (7) aggiungete 65 g di lievito madre rinfrescato 3 volte nell’arco della giornata (8) e continuate ad impastare a velocità moderata. Nel frattempo preparate un’emulsione di burro e tuorli. Trasferite 70 g di burro morbido in una ciotolina e lavoratelo con una frusta a mano fino ad ottenere una consistenza cremosa. Aggiungete circa la metà dei tuorli (9) e mescolate.

Panettone

Unite poi i restanti (10) e mescolate nuovamente modo da ottenere un’emulsione omogena (11). A questo punto aggiungetene metà nella planetaria in funzione (12).

Panettone

Per favorire l’assorbimento utilizzando una leccarda staccate l’impasto che sarà rimasto attaccato alla foglia e azionate nuovamente la planetaria. Quando l’impasto risulterà ben asciutto e il burro sarà stato assorbito completamente unite la parte restante dell’emulsione di burro e tuorli (13). Lavorate ancora fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo (14), dopodichè trasferitelo su un piano di lavoro, aiutandovi con un tarocco (15).

Panettone

Date una forma sferica all’impasto (16), trasferitelo all’interno di una ciotola di vetro, coprite con pellicola per alimenti (17) e lasciate lievitare per circa 12 ore ad una temperatura di circa 26° fino a che l’impasto non sarà triplicato di volume (18). Nel frattempo, se preferite preparare in casa la pasta di mandarini, arance o limoni guardate il box in fondo.

Per il secondo impasto

Panettone

Per il secondo imasto del panettone utilizzando un tarocco staccate il primo impasto (lievitato) dalla ciotola di vetro e trasferitelo in planetaria, sempre dotata di foglia. Aggiungete 65 g di farina manitoba (1) e azionate la macchina a velocità moderata fino a quando non sarà completamente assorbita. Unite poi le masse aromatiche, ovvero la pasta di arancia, quella di mandarini e quella di limone (2); aggiungete poi il miele (3)

Panettone

e i semi della bacca di vaniglia (4). Azionate nuovamente la planetaria fino a far assorbire completamente gli aromi (5). Nel frattempo preparate nuovamente l’emulsione con 40 g di burro e 50 g tuorli, unendoli in due volte come fatto in precedenza (6).

Panettone

Non appena il vostro impasto risulterà elastico, spegnete la macchina e aggiungete 50 g di zucchero (7). Azionate nuovamente la macchina per pochi minuti e unite un pizzico di sale (8). Lasciatelo assorbire e spegnete di nuovo la planetaria. Aggiungete l’emulsione di burro sempre in due volte (9)

Panettone

e ultimate di lavorare l’impasto, fino a che risulterà ben incordato (10). Nel frattempo mettete a mollo l’uvetta (11) e tagliate a cubetti sia il cedro che l’arancia candita (12).

Panettone

A questo punto scolate per bene l’uvetta e versatela in una ciotola, aggiungete anche arancia e cedro e mescolate (13). Per esser certi che l’impasto è pronto spegnete la macchina, prelevatene una porzione e se allargandola con le mani risulterà sottile ma non si spezzerà facilmente significa che ha raggiunto la giusta elacisticità (14); se così non fosse lavorate l’impasto ancora qualche minuto, altrimenti aggiungete il mix di frutta candita e uvetta in planetaria (15) e azionatela nuovamente a velocità moderata.

Panettone

Quando il mix di frutta candita e uvetta saranno ben incorporati spegnete la macchina, staccate la foglia e lasciate riposare l’impasto per circa 20 minuti all’interno della ciotola della planetaria (16), coprendola un canovaccio. Dopodichè trasferitelo su un piano, dategli alcune pieghe (17) e lasciate riposare per altri 30 minuti a temperatura ambiente (18); non ci sarà bisogno di coprirlo. Non preoccupatevi se l’impasto dovesse risultare un pò appiccicoso aiutatevi a lavorarlo utilizzando un tarocco.

Per formare e cuocere il panettone

Panettone

Trascorsi i 30 minuti prelevate 1050 gr di impasto, arrotondate delicatamente in modo da dare una forma sferica e trasferite all’interno di uno stampo di carta da 1 kg (le dimensioni esatte sono 22 cm di diametro e 8 cm di altezza) (1). Utilizzate l’impasto rimasto (circa 150 g) per preparare due piccoli panettoncini utilizzando gli stampi da muffin (2). Scaldate il forno a 35°, poi spegnetelo, coprite il panettone con una cupola di vetro (3) e riponete il panettone e i panettoncini a lievitare in forno per 6-8 ore.

Panettone

Una volta lievitato lasciatelo scoperto a temperatura ambiente per circa 30 minuti, in questo modo si formerà in superficie una sottile pellicina. Con un taglierino fate un’incisione a croce (4) e mettete una noce di burro al centro della croce (5). Infornate a 175° in modalità statica per 50 minuti, dopo 20-25 minuti sfornate i panettoncini e proseguite la cottura del panettone per i restanti minuti. Poi sfornatelo

Panettone

e infilzatelo con 2 stecchini d’acciaio sui due bordi esterni (7). Lasciatelo raffreddare capovolto per tutta la notte, utilizzando due pentole o due ciotole della stessa altezza per fissarlo (8). Il mattino successivo giratelo, togliete gli stecchini e il vostro panettone sarà pronto da gustare (9)!

Per preparare la pasta di mandarini

Panettone

Se volete potete realizzare la pasta dei vari agrumi in casa. Per realizzare quella al mandarino come prima cosa lavateli (1) ed eliminate le estremità; quindi senza sbucciarli tagliateli prima a metà (2) e poi a fette che dovrete dividere nuovamente a metà (3).

Panettone

Trasferitele in un tegame e unite lo zucchero (4), mescolate (5) e lasciate maturare per circa 15-20 minuti fino a che lo zucchero si sarà sciolto (6).

Panettone

A questo punto ponete sul fuoco e cuocete a fuoco basso per 35-40 minuti (7). Una volta cotti lasciate intiepidire e frullate il tutto con un mixer ad immersione (8), fino ad ottenere la vostra pasta di mandarini (9).

Consiglio

Prima di utilizzare il lievito madre rinfrescatelo 3 volte nell’arco della stessa giornata ad intervalli di circa 2 ore, fino a che non sarà raddoppiato di volume. Per i rinfreschi utilizzate una farina manitoba.

Per preparare la pasta di agrumi (facoltativa) potete utilizzare la stessa tecnica che abbiamo utilizzato per preparare quella ai mandarini. Le dosi resteranno invariate.

Una volta che il panettone sarà freddo chiudetelo in un sacchetto per alimenti per 2 giorni, in questo modo sprigionerà tutti i profumi.

Conservazione

Il panettone grazie al lievito madre una volta cotto si conserva ben chiuso in un sacchetto di plastica per 1 settimana. In alternativa è possibile congelarlo una volta cotto.

Fonte originale: Giallo Zafferano

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Sindrome del pene piccolo: quando si può parlare di patologia?

MEDICINA ONLINE SESSO ANALE ANO RETTO LUBRIFICANTE FECI PAURA CLISTERE COUPLE AMORE DONNA PENE EREZIONE IMPOTENZA DISFUNZIONE ERETTILE VAGINA SESSULITA SESSO COPPIA JEALOUS LOVE COUPLE FL’organo genitale maschile, nella storia della civiltà occidentale è stato da sempre considerato come un elemento che andava ben al di là di una semplice parte del corpo. Come sottolinea David Friedman (2007) “il pene era un’idea, uno strumento concettuale, ma in carne e ossa, che determinava il posto dell’Uomo nel Cosmo”. Con questa affermazione è chiaro che pur riconoscendo il fatto “scientifico” che gli uomini abbiano un pene, non è altrettanto scontato immaginare l’idea che questi possano averne al riguardo, quello che solitamente arrivano a provarne a livello emotivo e soprattutto l’uso che ne fanno! Ogni cultura ha la sua proiezione giusta o sbagliata dell’organo genitale, quindi la corrispondente immaginativa che, inevitabilmente, solleva elementi psicologici e psicopatologici della sessualità maschile.

Anatomia tutta al maschile

Dando un breve sguardo alla storia è chiaro ad esempio quanto il pene venisse associato al potere. In primis un potere di tipo “divino”, infatti come sottolinea Sarah Dening in The Mythology of Sex quando un re succedeva ad un altro, era consuetudine che il nuovo eletto mangiasse il pene del suo predecessore onde assorbirne la sacra autorità. Ma anche nella Bibbia è facile ritrovare il membro virile, anche se sotto mentite spoglie (la coscia), dove venivano addirittura effettuati giuramenti sacri fra Israeliti. Infatti, come viene narrato dalla Genesi nel momento in cui Giacobbe lottò con Dio quest’ultimo gli toccò la cavità della coscia. Da quel momento sembra che Giacobbe ogni qual volta avesse dovuto fare giurare o promettere qualcosa a qualcuno invocasse l’importanza di mettere la mano sotto la sua coscia. A tale riguardo, la riprova sta nel fatto che molti dei traduttori della Bibbia hanno spesso utilizzato il termine “coscia” come eufemismo di pene.
Sembra abbastanza chiaro quindi che, sin dai tempi dei tempi, l’organo genitale maschile acquisti un significato importantissimo nella sperimentazione e affermazione di sé degli uomini.

Leggi anche: Micropene: intervista a due uomini che hanno il pene piccolo

E le dimensioni?

Storicamente si sono osservati importanti passaggi legati al concetto delle dimensioni dell’organo genitale maschile anche se tendenzialmente l’idea di grande e grosso riecheggia fino a nostri giorni. In Grecia infatti, gli artisti erano soliti dipingere schiavi e forestieri con peni particolarmente enormi a segno di disprezzo e disdegno. Per i greci le dimensioni dovevano essere molto simili a quelle di un giovane atleta adolescente; nel pene veniva osservata “la misura della prossimità [dell’individuo greco] al potere divino, alla divina intelligenza…” (Friedman, 2007). Come viene sottolineato anche dagli scritti di Aristotele un pene piccolo era migliore di uno più grande, in quanto “scientificamente” nel secondo caso, lo sperma si raffredda, divenendo meno fecondo. Si ricorda quanto la curiosità della meccanica dell’erezione e dell’orgasmo siano cresciute costantemente con l’intelligenza dell’uomo. Al fine di fare maggiore chiarezza rispetto all’oscillazione dell’importanza del pene come piccolo, ovvero grande si deve arrivare fino ai romani, dove la divinità di Priapo (amato in Grecia, ma considerato nume minore) divenne l’icona più significativa, in quanto rappresentazione di estrema virilità. Priapo con il suo enorme membro poteva penetrare uomini e donne dando estrema prova di forza e potere.
Ecco quindi che un pene grande rappresentava il potere di Roma che si incarnava ed ogni uomo adulto che metteva in mostra la sua “nuda” verità (un esempio erano le terme romane) poteva suscitare negli altri una chiara e forte invidia.
Quindi tra i greci e i romani si osserva una particolare differenza nella concezione di dimensione del membro maschile associabile al concetto di “potere”, pur avendo in comune la rappresentazione mentale di forza associata a procreazione. Ma anche il concetto di “piacere” sembrerebbe essere percepito e vissuto con modalità differenti. Per i romani infatti era usuale, come rilevano alcuni referti importantissimi (un esempio sono gli affreschi rinvenuti nella Casa dei Vettii a Pompei), godere della breve esperienza fornita dalla vita. Un altro esempio può essere ancora più esaustivo: sempre a Pompei i romani erano soliti fare scolpire dei bassorilievi raffiguranti un pene eretto con una particolare effige: “Hic habitat felicitas (Qui abita la felicità).

Leggi anche: Le dimensioni del pene contano o no? Le confessioni senza censura delle mie pazienti ed i loro consigli per avere un pene più bello

Il pene eretto è potere, il pene non eretto è mancata potenza

Quindi, nonostante le divergenze osservate nelle varie forme e soprattutto dimensioni del pene nelle diverse culture, l’organo genitale maschile continua ancora oggi a suscitare attenzioni e preoccupazioni da parte degli stessi uomini. Ciò che sembra essere rimasto ancorato alle idee e ai pensieri dei nostri avi è sicuramente l’associazione dell’organo sessuale maschile al concetto di “potere” e non a caso infatti, qualora in un uomo venissero riscontrate disfunzionalità dell’erezione, quest’ultimo si sentirebbe colpito da “impotenza“, che negli ultimi anni è stata più correttamente definita “disfunzione erettile“. A tale riguardo si ricorda quanto medici e sessuologi continuino ancora oggi ad evidenziare l’importanza nel ridefinire tale esperienza negativa. L’inesattezza del termine impotenza rispetto a quello più corretto di disfunzione erettile, può costantemente causare disagi di natura psicologica procurando nell’uomo una forte componente negativa di tipo ansioso-depressivo, coinvolgendolo in un malessere non più focalizzato solo sull’erezione, bensì generalizzato nell’esperienza di vita (non sono più in grado di fare nulla!). Molti uomini hanno la convinzione che il loro pene non sia collegato al loro cervello, come se avesse una propria autonomia. Spesse volte infatti anche nell’attività clinica viene osservata una forte tendenza a non comprendere l’esatta funzionalità dell’organo genitale, dando per scontato l’esistenza di un “pulsante”, situato ipoteticamente in prossimità del pene, che si è guastato e non risponde più a certi comandi. Tale fantasia è strettamente correlata ad un immaginario maschile che, come già accennato in precedenza, fa fatica a svincolarsi da certi stereotipi che continuano ad essere trasmessi culturalmente soprattutto dagli stessi appartenenti a questo “genere”.

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Dismorfofobia peniena e la sindrome da spogliatoio

Sembra che nel percorso evolutivo di un maschio “sano” la fantasia di non avere una dimensione del proprio organo genitale adeguata, conforme agli standard sociali, sia un passaggio pressoché obbligato. Quello che più colpisce riguarda essenzialmente la paura in tali individui di non sentirsi conformi anatomicamente rispetto alla dimensione del proprio organo genitale nello stato di riposo.
Ecco svelata la sindrome da spogliatoio. Infatti la maggior parte dei giovani adolescenti che iniziano ad entrare in contatto con i propri coetanei, oppure con individui anche più adulti durante l’attività sportiva, tendono a confrontarsi costantemente focalizzando soprattutto l’attenzione sulla zona genitale, rischiando di preoccuparsi ed incastrarsi in pensieri assolutamente impropri.
Lo stato di flaccidità del pene ha una dimensione del tutto variabile e questo dipende essenzialmente da alcuni fattori:

  • la struttura anatomica costituzionale dell’individuo;
  • agenti ambientali come temperature troppo elevate (il pene si distende), ovvero troppo fredde (il pene si restringe);
  • condizioni di “salute” dello stesso individuo.

Inoltre è importante sottolineare quanto la percezione che un uomo può avere del proprio organo genitale sia “visivamente” distorta rispetto al possibile confronto con un altro simile posizionato di fronte. L’auto-osservazione, se non effettuata allo specchio rimanderà costantemente una prospettiva completamente differente (alto-basso) rispetto a quanto osservato frontalmente. Il pene di chi abbiamo di fronte apparirà inevitabilmente più allungato e proporzionato! Spesse volte infatti, nell’attività clinica è possibile intervenire rapidamente su quegli individui che sentono di avere una certa inadeguatezza rispetto al proprio organo genitale, facendoli semplicemente confrontare con se stessi di fronte ad uno specchio. Se non sussistono altre disfunzionalità di tipo psicopatologico, la possibile presa di coscienza permetterà un primo passo importante verso il processo di adeguamento delle proprie sensazioni psico-corporee.
Cosa più pericolosa riguarda invece il disagio vissuto da alcuni uomini rispetto alla convinzione costante e destrutturate di non avere un organo genitale adeguato sia questo nello stato di flaccidità, che in quello di erezione.
La dismorfofobia peniena infatti evidenzia il forte stato stressogeno in un uomo a prescindere dall’età, dalle esperienze vissute e dal contesto sociale di riferimento. Tale stato è alla base di un costante disagio di tipo ansioso con presunti tratti depressivi. Il non riuscire a svincolarsi da pensieri ossessivi oltre ad incastrarlo in un circolo vizioso, portano lo stesso individuo ad isolarsi e chiudersi costantemente in se stesso allontanandolo quindi dal contesto sociale di appartenenza.
Le presunte motivazioni riguardano sia elementi psicologici o psicopatologici, ma anche possibili caratteristiche anatomiche dello stesso organo genitale.

Leggi anche: La sindrome da spogliatoio o dismorfofobia peniena: quando il pene sembra deforme o più piccolo o più grande di quanto realmente sia. Diagnosi e cure

Qual è la dimensione “normale” dell’organo genitale maschile?

I diversi studi effettuati sulla misurazione del pene, considerando la difficoltà a procedere in un’indagine valutata come invasiva e le varie tecniche di misurazione utilizzate, hanno evidenziato alcune dimensioni standard, ovvero relative alla media della popolazione (normalità statistica). La concordanza dei dati evidenzia una dimensione a riposo pari a 8-10 cm in lunghezza (dalla radice dorsale del pene alla punta). Allo stato di erezione, invece, la lunghezza media varia tra i 12-16 cm con una circonferenza pari a 12 cm
Probabilmente l’uomo che rimane legato al concetto di potenza-virilità non valuterà positivamente tali dati numerici, bensì continuerà a confrontarli con le dimensioni degli organi genitali di uomini più dotati. Ecco che il confronto fatto con la pornografia può rimandare costantemente ad una visione distorta. A tale riguardo è necessario ricordare che un pene per essere definito piccolo, o come viene scientificamente nominato micropene deve avere una dimensione in erezione sotto i 7 cm. Questo è stato definito in base all’impossibilità, di un pene con tali dimensioni in erezione, di riuscire a penetrare la cavità vaginale. Infatti, le dimensioni del canale vaginale a riposo sono di circa 7,5 cm, quindi un pene che in erezione ne misura mediamente il doppio non avrà particolari difficoltà durante il coito. Avendo accennato alle caratteristiche dei genitali femminili è importante ricordare che la dimensione della larghezza vaginale ha invece una particolarità. Infatti, la vagina può essere definita una cavità virtuale, le sue pareti sono normalmente a contatto e quindi si adattano al pene durante il coito. Ha una grande elasticità e si conforma a dimensioni diverse, non perdendo mai il contatto con il pene che la penetra. Spesso alcuni uomini durante la penetrazione hanno la convinzione che il loro pene non sia adatto per quella vagina. Questo viene riportato essenzialmente in alcune sensazioni dove è presente un’abbondante lubrificazione vaginale. Forse sarebbe necessario ricordarsi però che, se la vagina è particolarmente lubrificata, la donna sta vivendo un costante e piacevole stato di eccitazione.

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Quando si può parlare di patologia?

Alcuni dati scientifici evidenziano quanto la richiesta di risoluzione di adeguamento psico-fisico rispetto ad una dismorfofobia peniena sia in aumento. Infatti dagli ultimi convegni di andrologia e sessuologia si evince un incremento di tali richieste. Durante le visite andrologiche il 20% richiede un possibile intervento risolutivo anche di tipo chirurgico, mentre l’80% di uomini che effettua una visita per disagi non inerenti alla possibile micropenia, comunque pone la domanda relativa alla presunta “normalità” della dimensione del loro organo genitale. Questo fa molto riflettere sulla “potenza” del confronto tra gli uomini, come anche sull’ipotesi che “essere migliori (potenti)” significhi avere un pene più grande! L’idea che l’ignoranza in materia e la scarsa educazione socio-affettiva delle persone continui a mantenere alto il grado degli stereotipi e dei pregiudizi, sembra confermare un forte disagio psicologico che risulta essere tendenzialmente invalidante. Esistono diversi quadri clinici, molto rari, che nell’età infantile e in quella adulta osservano una conformazione ridotta delle dimensioni del pene. In queste casistiche è possibile rilevare la vera forma patologica del micropene, quindi un organo genitale con una dimensione in erezione al di sotto dei 7 cm.
Vi sono sindromi genetiche come quella denominata Klinefelter, dove il soggetto nasce con una conformazione anatomica dei genitali esterni essenzialmente poco sviluppata.
Anche disagi di tipo endocrino come l’ipogonadismo-ipogonadotropo evidenziano una particolare difficoltà nello sviluppo dei genitali maschili. Inoltre, alcune forme di anomalie di tipo funzionale, se non risolte chirurgicamente, possono impedire un corretto sviluppo del pene, ovvero una regolare funzionalità erettile. Nello specifico si ricorda l’ipospadia (uno sbocco anomalo del meato uretrale).
Per risolvere alcune delle forme più gravi e pericolose di micropene si ricorre essenzialmente agli interventi chirurgici, ma vista la rarità di tali disfunzioni e la richiesta di allungamento del pene, tale metodica acquista sempre di più un interesse di tipo estetico.
A tale riguardo gli allungamenti del pene che, come sottolineano molti urologi ed andrologi nella maggior parte dei casi non sarebbero “funzionalmente” necessari, riguardano in primis la recisione del legamento sospensore e le innovative tecniche di stiramento ed elongazione dei corpi cavernosi.
Nel primo caso la possibilità di recidere tale legamento, che sostiene l’asta del pene alla base del pube sulla sacca scrotale, consente all’organo genitale di cadere a piombo sopra i testicoli acquistando in media circa 2 cm. Spesse volte tale intervento viene richiesto dagli attori porno per aumentare ulteriormente le loro dimensioni già consistenti.
Per quanto riguarda invece le tecniche di elongazione consistono in sedute definibili fisioterapiche, dove vengono applicati dei tutori all’organo genitale al fine di creare, per mezzo di una costante trazione, un aumento di circa 3 cm.

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Conclusioni

Il fenomeno della sindrome del pene piccolo sembra essere in costante aumento e l’importanza di una chiara diagnosi differenziale utile a comprender il vero stato delle reali dimensioni dell’organo genitale, diventa fondamentale nonché indispensabile.
Non è un caso che alcuni studiosi hanno rilevato quanto la richiesta di eventuali interventi di allungamento non fosse direttamente correlata ad una reale caratteristica di micropene. A tale riguardo il disagio rimanda essenzialmente ad una dismorfofobia peniena, che difficilmente si sarebbe risolta con l’ausilio di tecniche di allungamento chirurgiche e/o fisioterapiche.
Quando il disagio è più di natura psicologica diventa necessario un intervento sessuologico utile a ridimensionare il vissuto catastrofico, che si manifesta nell’espressione di una precisa inadeguatezza fisica.
La possibilità di rieducare e fare riappropriare alcuni uomini della loro sicurezza e stima di sé è alla base di una modificazione e di una migliore percezione di alcune parti del proprio corpo. Per quanto riguarda l’organo genitale, probabilmente si tratta di riappropriarsi di uno status di “potere” necessario al buon funzionamento intimo e soprattutto “relazionale”.

Se pensi di soffrire del pene piccolo, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere il tuo problema.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Bootstrap paradox e paradosso della predestinazione: spiegazione ed esempi nei film

MEDICINA ONLINE RITORNO AL FUTURO 1 Back to the Future 1985 American science-fiction Robert Zemeckis Bob Gale Michael J. Fox Marty McFly Christopher Lloyd Dr. Emmett Doc Brown FILM CINEC’è un uomo che ha una macchina del tempo ed è appassionato della musica di Ludwig van Beethoven. Usa la sua macchina del tempo per andare a trovarlo nella Germania del XVIII secolo. Eppure l’uomo non riesce a trovare Beethoven. Nessuno lo ha mai sentito nominare: letteralmente non esiste. Il viaggiatore del tempo è nel panico: non può esistere un mondo senza la musica di Beethoven. Per fortuna ha portato con sé tutti gli spartiti da far autografare. Così li copia uno per uno, e li fa pubblicare diventando egli stesso Beethoven. La domanda è: chi ha composto la musica di Beethoven? 

L’aneddoto viene raccontato in “Doctor Who” (stagione 09, episodio 04) ed è un tipico esempio di “Bootstrap paradox” anche chiamato “Casual loop” o “Loop casuale”. Lo avete “subìto” in diversi film, come l’Esercito delle 12 scimmie, Arrival, Looper, L’inquilino del terzo piano, Synchronicity, Project almanac, Terminator, ma anche nel cartone “Futurama” nell’episodio in cui Fry diventa il nonno di sé stesso. Qualcuno potrebbe spiegarlo con una sola frase:

E’ nato prima l’uovo che ha generato la gallina o la gallina che ha generato l’uovo?

Cerchiamo di capirci qualcosa elencando varie tipologie di paradossi temporali, avvertendo il lettore che il resto dell’articolo è ricolmo di SPOILER!

Ritorno al futuro (Robert Zemeckis – 1985)

In “Ritorno al Futuro” Marty McFly torna indietro per salvare il matrimonio dei genitori che, minacciato, minaccia a sua volta l’esistenza di Marty stesso e dei suoi fratelli. Se lo scopo del viaggio nel tempo fosse stato opposto, cioè se il figlio avesse voluto impedire il matrimonio e la propria nascita, mettendo pertanto in dubbio non solo la propria esistenza ma anche il viaggio temporale stesso, avremmo avuto una variante del cosiddetto “Paradosso del nonno”, volto appunto a dimostrare la presunta impossibilità del viaggio nel tempo: se torni indietro ed uccidi tuo nonno, tu non puoi nascere e se non nasci non puoi neanche tornare indietro nel tempo ad uccidere tuo nonno. Questo è un paradosso temporale che potrebbe farci pensare al fatto che esistano molteplici universi paralleli, che si creano in continuazione ad ogni bivio delle esistenze di ogni essere vivente, come in un enorme diagramma di flusso.

Un sensazionale paradosso a loop di Ritorno al futuro è la canzone “Johnny B. Goode“: l’ha inventata davvero Chuck Berry, o Chuck Berry l’ha soltanto “copiata” dopo averla al telefono sentita suonare a Marty? Ma come faceva Marty a suonarla se per inventarla Chuck Berry doveva prima sentirla suonare a Marty che per suonarla aveva bisogno che Chuck l’avesse prima inventata? Questo è un paradosso simile a quello citato dal Doctor Who su Beethoven, ricordato all’inizio di questo articolo.

Il nome del protagonista di Ritorno al Futuro è – secondo alcuni – esso stesso un paradosso: il fatto che si chiami “Marty” è una decisione della madre, ma la causa della decisione della madre è molto probabilmente il fatto che Marty sia andato indietro nel tempo e – conoscendola – le abbia ispirato questo nome. Ma come poteva ispirarle il nome se non era ancora nato e quindi in quell’universo non era potuto ancora andare indietro nel tempo ad ispirare questo nome alla madre? Insomma, la causa di un evento è determinata dall’evento stesso che però non può esistere senza la causa: ciò interferisce con il nostro rapporto causa-effetto. Tuttavia, quando il Doctor Who ne parla, sembra voler comprendere sotto tale denominazione un altro paradosso, un’implicazione del primo: se l’aver interferito con la linea temporale NON impedisce al corso degli eventi di procedere come sempre, come lo si conosceva prima del viaggio temporale, parliamo di “Predestination Paradox”. In altre parole gli eventi sono già scritti e tutto quello che farai nel passato non modificherà il futuro ed anzi probabilmente saranno proprio le tue azioni, che svolgerai nel tentativo di impedire l’evento, ad innescare una serie di eventi che condurranno proprio a quell’evento.

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Terminator (James Cameron – 1984)

Kyle Reese proviene da un futuro devastato dalla guerra nucleare, dove a comandare sono i robot, e fa parte della resistenza capeggiata da John Connor, faro e guida di chi ha ancora speranza e forze per lottare. Kyle si offre volontario per una missione nel passato il cui scopo è salvare la madre di Connor, Sarah, dal Terminator, a sua volta inviato nel passato ad ucciderla. Ora, benché non lo si veda, quel John Connor è il perno del paradosso: avvertita la minaccia per sua madre e quindi per se stesso, fa in modo che ad andare indietro nel tempo sia… il suo futuro padre. Nel passato, infatti, come ben si sa, Kyle si innamorerà di Sarah e le darà un figlio di nome John: il bambino diventerà proprio quel comandante che Kyle tanto rispetta e ama. Potremmo parlare di un paradosso simile a quello di Marty e dei suoi genitori, un altro “Paradosso del nonno al contrario”, ma di certo è più gradevole – e più corretto – riconoscere in “Terminator” un bell’esempio di “Causal loop”. John Connor è la “causa” dell’esistenza di sua madre che, a sua volta, è la “causa” della nascita e dell’educazione di John Connor.

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Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (Alfonso Cuarón – 2004)

Ecco lo strumento per viaggiare nella quarta dimensione: la giratempo. Harry e Hermione interferiscono con la propria linea temporale per salvare non solo l’ippogrifo Fierobecco, ma anche Sirius Black, fuggito dalla prigione di Azkaban. E l’ippogrifo viene dunque portato via appena prima della sua esecuzione, e Sirius, fatto evadere dalla torre di Hogwarts in cui era temporaneamente rinchiuso, gli viene messo in groppa per volare lontano, in un luogo sicuro. Solo in apparenza, però, il presente, che prevedeva nere conseguenze sia per l’uomo che per la creatura magica, viene fatto deviare dal suo corso originale: si rivela essere, al contrario, immutato, e anzi ciò che ne è origine e causa nasce proprio dalla piccola avventura di Harry e Hermione. L’esempio più adatto è l’ormai classica scena del primo Patronus di Harry: il giovane mago salva il se stesso del passato eseguendo un incantesimo, di cui non ha ancora piena padronanza, con una sicurezza concessa unicamente dall’essersi visto, nel passato, nel bel mezzo della suddetta evocazione, impeccabile ed efficacissima.

Harry: “Avevi ragione, Hermione! Non era mio padre che avevo visto! Ero io! Ho visto me stesso mentre evocavo il Patronus, prima. Sapevo di farcela, stavolta, perché… l’avevo già fatto!Per te ha senso?”

Hermione: “No!”

Tutto questo gioca evidentemente con il concetto di predestinazione, di impossibilità effettiva di modificare il destino di ognuno: in questo caso parliamo allora, innanzitutto, di “Predestination Paradox”.

Kimagure orange road (Izumi Matsumoto)

Nel manga Kimagure orange road di Izumi Matsumoto (tradotto in italiano con “È quasi magia Johnny“) il protagonista, Kyōsuke Kasuga (Johnny nell’edizione italiana) è un ragazzo quindicenne dai poteri paranormali, innamorato della sua compagna di classe Madoka Ayukawa (Sabrina). In un episodio del manga, trasposto anche nell’anime, Kyōsuke parte dal 1987 (cioè il suo presente) e torna indietro nel tempo di sei anni (nel 1981) e conosce la Madoka bambina, salvandole la vita. Ma come faceva Madoka ad essere viva nel presente (1987) PRIMA che Kyōsuke tornasse nel passato a salvarla, se – senza il suo intervento – lei sarebbe morta sei anni prima? Inoltre nel manga Madoka si ricorda che qualcuno le ha salvato la vita PRIMA che Kyōsuke partisse (ma ovviamente lei non conosce i poteri di Kyōsuke quindi razionalmente scarta l’ipotesi che sia stato lui viaggiando nel tempo a salvarla). Quindi è tutto già scritto? Andare nel passato serve solo a ribadire (anzi a far accadere) le cose già successe e non a cambiarle? E come fanno ad essere già successe se la persona che le faceva succedere non esisteva ancora? Secondo alcuni ciò è possibile perché nel presente di Kyōsuke questo avvenimento era già accaduto in quello che era il suo futuro, in una tesi condivisa non solo da molti appassionati da fantascienza, ma anche da alcuni fisici. E’ un concetto presente in molte altre opere, basti pensare al Dottor Manhattan, sensazionale personaggio della serie a fumetti Watchmen o a quello che accade nell’antologia di racconti Storie della tua vita di Ted Chiang, da cui è stato tratto il celebre film Arrival. Secondo questa visione del tempo, la linea temporale della nostra esistenza si estenderebbe contemporaneamente sia “indietro” (il passato) che “avanti” (il futuro) quindi, per ogni istante del presente di Kyōsuke, lui esiste anche in ogni istante che compone il suo futuro e il suo passato facendo di essi il “presente” di ognuno. In pratica nell’oggi di Kyōsuke è già “incluso” il fatto che avesse salvato Madoka, prima ancora che partisse per il passato. Ovviamente sono solo supposizioni: solo inventando una vera macchina del tempo potremmo – forse – sapere la verità!

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Predestination (Michael e Peter Spierig – 2014)

Non soltanto basato su, ma interamente costituito da un paradosso è invece il nostro terzo film, quello più adatto a concludere un articolo del genere. Un clamoroso SPOILER, per chi non lo ha visto, da qui in poi: proseguite a vostro rischio! In predestination il protagonista è una donna che

  1. diventa un uomo (cambiando sesso);
  2. torna nel passato;
  3. mette incinta sé stessa quando era ancora una donna.

Già a questo punto la trama è interamente un paradosso geniale, ma il bello deve ancora venire, perché il protagonista prende il frutto di questo auto-incesto, una bambina, e la trasporta indietro nel passato in un orfanotrofio. La neonata altri non è che il/la protagonista stesso/a che è contemporaneamente madre, padre e figlia di questa singolare famiglia basata su quello che reputo il re dei paradossi.

Il Bootstrap paradox è abbastanza evidente: come faceva la protagonista a mettere al mondo una bambina, se per farlo la protagonista doveva esistere e per esistere doveva essere prima stata messa al mondo, e per essere messa al mondo doveva necessariamente partorire sé stessa? Chi ha dato origine a questo serpente che si morde la coda? Apparentemente niente è nessuno: la protagonista è letteralmente frutto del “nulla esistente“.

La pellicola è una piccola opera d’arte, complicata ma nitida e chiara. Condurre lo spettatore con così tanta attenzione e premura attraverso il nodo di un Bootstrap paradox d’antologia, nella sua forma assoluta, è una dimostrazione di abilità notevoli (nonché di un certo ordine mentale). Ed è una minuscola e deliziosa gioia perdersi in ragionamenti del genere, talmente intricati e – proprio per questo – così affascinanti.

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
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Zdenek Spicka: l’uomo che ispirò Smoke on the water dei Deep Purple

MEDICINA ONLINE Zdenek Spicka l’uomo che ispirò Smoke on the water dei Deep Purple MUSICA ROCK STORIA FRANK ZAPPA Casinò di Montreaux Durante l’esecuzione di King Kong GIORNALE PHOTO PICTURE HD WALLPAPERL’uomo nella foto è Zdenek Spicka, ovvero la persona che (indirettamente) ha regalato al mondo uno dei riff più famosi della storia del rock, grazie a cui intere generazioni di chitarristi hanno mosso i primi passi e preso confidenza con lo strumento.

È il 4 dicembre 1971 ed il “buon” Zdenek decide di andare a sentire Frank Zappa al Casinò di Montreaux. Durante l’esecuzione di “King Kong”, quel vecchio volpone di Spicka pensa bene di celebrare la sua gioia sparando in aria con una pistola lanciarazziIl soffitto del Casinò di Montreaux era fatto quasi esclusivamente di materiali altamente infiammabili come tendaggi e legno e tutto prende fuoco in un attimo. Nasce un rogo enorme con fiamme altissime ed un’imponente colonna di fumo a sovrastare il lago di Ginevra. Il Casinò viene completamente distrutto (ci vorranno 4 anni per ricostruirlo), Frank Zappa perde tutta la sua strumentazione, ma, incredibilmente, nessuno si ferisce in maniera grave e nessuno perde la vita.

Quella sera all’interno del Casinò ci sono anche i Deep Purple: si trovano a Montreaux, nel Rolling Stones Mobile Studio, per lavorare a quello che sarà il loro nuovo album (“Machine head”). È proprio da quell’incendio che nasce “Smoke on the water“, una delle canzoni più famose della storia del rock con un riff tanto accattivante, quanto semplice da spingere tanti giovani neo-chitarristi a prendere in mano lo strumento e ad iniziare a suonare. Il titolo del pezzo è da attribuire ad un sogno fatto da Roger Glover, bassista dei Deep Purple, qualche notte dopo l’incendio. Il riff è, ovviamente, figlio di Ritchie Blackmore.

Il mitico “Some stupid with a flare gun” del testo è proprio il nostro Zdenek.

Nessuno sa che fine abbia fatto Spicka. La leggenda narra che (per timore di essere riconosciuto e linciato da altri spettatori o arrestato dalla polizia) abbia abbandonato immediatamente il luogo del concerto e, dopo aver tagliato capelli e barba, sia salito, la sera stessa, sul primo aereo disponibile, sparendo per sempre.

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Fluoxetina (Fluoxeren): lista degli effetti collaterali e diabete

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROFluoxetina cloridrato – comunemente fluoxetina – è un principio attivo appartenente alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina usato, al pari degli altri SSRI, per il trattamento di disturbi psichiatrici come depressione maggiore, disturbi d’ansia (attacchi di panico, ansia generalizzata, disturbi ossessivi-compulsivi) e bulimia.

Effetti collaterali

Gli effetti collaterali più comuni (verificatesi in più del 5% dei pazienti che assumevano fluoxetina) sono:

  • Disturbi gastro intestinali (nausea, diarrea)
  • Sonnolenza o insonnia
  • Disfunzioni sessuali (diminuzione libido, anorgasmia)
  • Sintomi simil influenzali (riniti, faringiti, spossatezza, dolori muscolari)
  • Tremori, ansia, nervosismo
  • Sudorazione, vasodilatazione

Sono in genere autolimitanti, cioè tendono a presentarsi nei primi giorni di assunzione per poi sparire nel corso delle prime settimane di trattamento; gli effetti collaterali sulla sfera sessuale tendono invece a comparire nel corso delle prime settimane di trattamento e a persistere nel corso dell’assunzione (raramente può accadere che le disfunzioni sessuali persistano per un tempo indefinito, anche anni, dopo la sospensione del trattamento, tale sindrome prende il nome di Post-SSRI Sexual Dysfunction). Tra tutti gli SSRI, la fluoxetina è considerato il più attivante (è quello che causa il maggior tasso di nervosismo ed insonnia); è inoltre quello che causa il maggior tasso di reazioni cutanee (rash, prurito, dermatiti).

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Diabete

La somministrazione di un SSRI può influenzare il controllo glicemico. L’aumento del tono serotoninergico indotto dall’antidepressivo, infatti, sembrerebbe aumentare la secrezione e la sensibilità all’insulina. Con fluoxetina si è osservata ipoglicemia durante la terapia e iperglicemia alla sospensione del trattamento. Il dosaggio dei farmaci antidiabetici — ipoglicemizzanti orali e insulina — potrebbe, quindi, richiedere un aggiustamento.

Iponatriemia

Gli SSRI possono indurre iponatriemia (valore medio di 120 mmoli/L) con un aumento del rischio di 3,5 volte. Nella maggior parte dei pazienti tale effetto si manifesta durante il primo mese di terapia; il rischio è maggiore nelle donne anziane e nei pazienti in terapia con diuretici. L’iponatriemia si manifesta con confusione, convulsioni, senso di fatica, delirio, sincope, sonnolenza, agitazione, vertigini, allucinazione e, più raramente, con aggressività, disturbi della personalità e depersonalizzazione. La comparsa di sintomi neuropsichiatrici durante il primo mese di trattamento deve di conseguenza suggerire la misurazione degli elettroliti serici.

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Fluoxetina (Fluoxeren): meccanismo d’azione del farmaco

MEDICINA ONLINE FARMACO FARMACIA PHARMACIST PHOTO PIC IMAGE PHOTO PICTURE HI RES COMPRESSE INIEZIONE SUPPOSTA PER OS SANGUE INTRAMUSCOLO CUORE PRESSIONE DIABETE CURA TERAPIA FARMACOLOGICA EFFETTI COLLATERALI CONTROFluoxetina cloridrato – comunemente fluoxetina – è un principio attivo appartenente alla classe degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina usato, al pari degli altri SSRI, per il trattamento di disturbi psichiatrici come depressione maggiore, disturbi d’ansia (attacchi di panico, ansia generalizzata, disturbi ossessivi-compulsivi) e bulimia; può però essere utilizzato offlabel anche per altre patologie come il disturbo disforico premestruale, ed eiaculazione precoce solo per citarne alcune.

Meccanismo d’azione

La fluoxetina è in grado di legare e bloccare l’attività del trasportatore della serotonina, senza evidenziare, a dosi terapeutiche, affinità significative per quelli della noradrenalina e della dopamina. Ciò porta ad un incremento delle concentrazioni di serotonina nel vallo sinaptico. Fluoxetina, ad alte dosi (60-80 mg) mostra una non trascurabile affinità per il recettore della serotonina 5HT2C, ciò potrebbe contribuire a rafforzarne gli effetti terapeutici.

La fluoxetina (e il suo metabolita nor-fluoxetina) si sono inoltre dimostrati in grado di aumentare le concentrazioni cerebrali di Allopregnenolone, un potente agonista dei recettori GABA-A (noti per mediare effetti ansiolitici). Entrambi si sono poi mostrati in grado di agire, alla stessa maniera, su questo stesso recettore; ciò potrebbe mediare parte degli effetti teraputici della fluoxetina.

Inoltre la Fluoxetina agisce come agonista del recettore σ1 con una potenza maggiore di quella del citalopram ma inferiore a quella della Fluvoxamina. Tuttavia la rilevanza clinica di questa proprietà non è chiara.

Fluoxetina agisce poi da bloccante del canale anoctamina 1, un canale del cloro attivato dal calcio. Altri canali ionici, come il recettore nicotnico per l’acetilcolina e il recettore della serotonina 5HT3 sono inibiti a concentrazioni terapeutiche dalla fluoxetina.

Fluoxetina inibisce inoltre la sfiengomielinasi acida, un regolatore chiave della concentrazione di cerammidi.

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Differenza tra insufficienza cardiaca e scompenso

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Estetico Medicina Estetica Roma RICONOSCERE INFARTO DEL MIOCARDIO Vita Cuore HD Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Pulsata Peeling Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Nei Dietologo DermatologiaL’ insufficienza cardiaca è una sindrome caratterizzata dall’incapacità del cuore di fornire il sangue in quantità adeguata rispetto all’effettiva richiesta dell’organismo o la capacità di soddisfare tale richiesta solamente a pressioni di riempimento ventricolari superiori alla norma. Tipicamente nell’insufficienza cardiaca si verifica una ridotta contrattilità del miocardio misurata come frazione di eiezione. Ciò può portare un uno stato patologico chiamato scompenso cardiaco acuto, cioè la manifestazione clinica dell’insufficiente lavoro cardiaco.

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Insufficienza cardiaca compensata
Non necessariamente una insufficienza cardiaca determina uno scompenso cardiaco acuto. Poniamo ad esempio il caso di una stenosi della valvola aortica che ha, come risultato, un maggior lavoro del cuore per riuscire a spingere il sangue nel corpo con livelli pressori adeguati. A causa di questo surplus di lavoro, il cuore cronicamente va incontro ad ipertrofia concentrica per mantenere una adeguata gittata (Legge di Laplace). Finchè ci riesce la situazione è “compensata”, per quanto sia la portata ridotta e fissa. Quindi l’insufficienza c’è ma è compensata.

Insufficienza cardiaca scompensata
Progressivamente (anche dopo anni) l’ostio della valvola aortica ridurrà ulteriormente le sue dimensioni, in alcuni casi passando allo scompenso vero e proprio: il volume residuo nel ventricolo aumenta, non riuscendo al cuore in sistole di emettere un adeguato volume sistolico. Questo porterà ad una dilatazione delle pareti e allungandosi le fibre la tensione esercitata per “spremere” sangue non sarà più sufficiente (Legge di Starling).
Questo comporterà un aumento della pressione telediastolica sinistra e quindi – andando a ritroso nel circolo – ipertensione venosa polmonare passiva. Nei polmoni avremo edema interstiziale e quindi dispnea da sforzo, aumento di postcarico sul cuore destro con edemi declivi e turgore giugulare. A livello renale avremo oliguria per ridotta pressione nelle arteriole essendo la gittata cardiaca ridotta ecc.. Tutto questo è ciò che clinicamente notiamo e che chiamiamo scompenso cardiaco.

Per cui insufficienza cardiaca e scompenso, pur usati come sinonimi nell’uso comune, non lo sono necessariamente perché l’insufficienza cardiaca può avere una fase piuttosto lunga di compenso, una fase in cui il paziente sta bene, piuttosto che determinare immediatamente scompenso cardiaco.

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