Differenza tra ipocondria e Sindrome di Münchhausen

MEDICINA ONLINE MEDICO PAZIENTE CONSULTO DIAGNOSI MEDICO DI BASE FAMIGLIA ANAMNESI OPZIONI TERAPIE STUDIO OSPEDALE AMBULATORIO CONSIGLIO PARERE IDEA RICHIESTA ESAME LABORATORIO ISTOLOGICO TUMORE CANCROLa Sindrome di Münchhausen è un disturbo psichiatrico in cui le persone colpite fingono una malattia od un trauma psicologico per attirare attenzione di medici, parenti ed amici e scatenare sentimenti di simpatia e compassione verso di sé. Per fingere una patologia che non ha, il paziente con tale sindrome usa i “disturbi fittizi” cioè quei disturbi caratterizzati da sintomi fisici e psicologici prodotti/simulati intenzionalmente al fine di assumere il ruolo di malato. Ad esempio un paziente con Sindrome di Münchhausen può riferire di avere un fortissimo dolore al petto ed al braccio sinistro che può portare un medico ad intervenire in suo soccorso, sospettando un infarto del miocardio in atto. Il soggetto solitamente passa molto tempo a leggere articoli di medicina al fine di imparare tutti i sintomi di una data patologia, con l’obiettivo di simularli di fronte al medico, cercando anche una sorta di sfida con quest’ultimo su “chi ne sa di più di medicina”.

Gli ipocondriaci sono soggetti generalmente sani che però credono realmente di essere malati. Di solito l’ipocondriaco tende a sovrastimare sintomi lievi o aspecifici, interpretandoli come segno di patologie gravi, spesso anche rare ed improbabili. Ad esempio un ipocondriaco giovane ed in forma, con un lieve dolore al braccio sinistro ad esempio derivante da una semplice epicondilite, può convincersi di avere un infarto del miocardio in atto. L’ipocondriaco passa molto tempo a leggere articoli di medicina al fine di “saperne di più” sulla malattia che pensa di avere, con l’obiettivo di fare una sorta di auto-diagnosi-precoce.

La differenza risiede quindi nel fatto che mentre un ipocondriaco crede “in buona fede” di avere realmente una malattia, sovrastimando sintomi lievi che invece non sono ricollegabili ad alcuna patologia o ricollegabili a patologie più lievi di quello che crede di avere, invece chi soffre della Sindrome di Münchhausen è conscio del fatto di essere sano e finge di essere malato per richiamare l’attenzione degli altri su di sé. Seguendo gli esempi fatti prima: l’ipocondriaco crede di avere un infarto, il Münchhausen sa di non averlo ma lo simula.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

“Instagram mi ha salvato dall’anoressia”: la storia di Emelle

MEDICINA ONLINE ANORESSIA Emelle Lewis Instagram saved my life Anorexic whose weight plummeted to just FIVE stoneÈ viva per “miracolo” Emelle Lewis, una studentessa di psicologia 22enne di Huddersfield, Gran Bretagna, così ossessionata dal suo peso corporeo da finire nell’incubo dell’anoressia e arrivare a pesare appena 31 kg.

Mi sentivo grassa e brutta

Emelle aveva solo 15 anni quando ha iniziato a dimagrire perché si sentiva “grassa e brutta”. Ha eliminato drasticamente le calorie e ha iniziato a frequentare ossessivamente la palestra.
“Tutto è iniziato al liceo – ha raccontato Emelle al Daily Mail – Mi sentivo troppo grassa. Le mie amiche erano fidanzate. Io, invece, non riuscivo a trovare un ragazzo”. Da quel momento è caduta nella trappola: si nutriva di gallette di riso, insalata e cereali. Si rifiutava di farsi curare e pensava che il resto del mondo le volesse rovinare la vita.
Era così magra che doveva indossare i suoi vestiti da bambina, ma era convinta di dover bruciare costantemente le calorie e di non poter stare mai seduta: “Quando ero malata, non pensavo di essere io il problema. Credevo di poter condurre una vita normalissima, nonostante la mia magrezza”.

Adesso sto bene: non sprecate la vita!

Poi è arrivata la svolta: “Mi ricordo che, un giorno, ero coricata e pensavo che sarei morta da un momento all’altro. Mi sono detta: ‘Non ti sei ancora realizzata. È veramente questa la fine che vuoi fare?’ No, non era quella… È stato molto difficile, ma da quel momento qualcosa nella mia testa è cambiato”. Emelle è riuscita a riprendersi, anche con l’aiuto delle storie di ragazze come lei su Instagram. Sul loro esempio ha provato a raccontarsi e a cercare di guarire.
Ora Emelle sta meglio e ha deciso di raccontare la sua storia per sensibilizzare l’opinione pubblica e persuadere altre ragazze come lei: “Adesso sto bene con me stessa. Mi piace il mio corpo. Anche se per un po’ di tempo ho dovuto ignorare la mia mente. Sono una persona più forte di prima e vedo il mondo con occhi diversi. La vita è troppo breve, non sprecatela”.

Leggi anche:

Lo Staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o unisciti al nostro gruppo Facebook o ancora seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Differenza tra dolore somatico, viscerale, superficiale e profondo

MEDICINA ONLINE DOLORE ARTO BRACCO SINISTRO FORMICOLIO CIRCOLAZIONE CANCRO TUMORE ATTACCO CARDIACO CUORE GOMITO TENNISTA ICTUS INFARTO MIOCARDIO CANCRO TUMORE SENO MAMMELLAIl dolore è una sensazione fastidiosa, ma indispensabile: immaginate se un bimbo potesse liberamente toccare una fiamma, senza provare alcun dolore. Probabilmente non solo non si gioverebbe di una importante lezione educativa (il fuoco fa male, stacci lontano!) ma rischierebbe addirittura di morire bruciato. Senza dolore, l’essere umano si sarebbe probabilmente estinto da migliaia di anni. I dolori, però, non sono tutti uguali: grazie alla semeiotica (l’importante branca della medicina che studia i sintomi ed i segni clinici del paziente) oggi facciamo un po’ di chiarezza!

Il dolore somatico

Il dolore somatico è un dolore bidimensionale, di facile individuazione e localizzazione, trafittivo e puntorio che varia secondo la posizione che si assume. All’interno di questa categoria è possibile operare un’ulteriore distinzione tra il dolore somatico superficiale e il dolore somaticoprofondo. Nel primo caso ci si riferisce al tipico dolore cutaneo, facilmente delimitabile a una determinata area; più complessa è l’individuazione e la localizzazione del dolore somatico profondo. In questo secondo caso la sensazione predominante è il bruciore (simile a quello provocato dal contatto con l’ortica) e non è facile per il paziente indicare con precisione a quale tessuto sia collegato.
Il dolore cutaneo (somatico superficiale) può palesarsi immediatamente o comparire in tempi successivi allo stimolo doloroso. La differenza tra le due manifestazioni è determinata dalla tipologia di fibre nervose che intervengono e vengono coinvolte. Entrambe sono originate da un fattore esterno che esercita un’azione sulla cute, come un taglio, una pressione, un’ustione, che avvengono in un momento preciso e limitato nel tempo. Il dolore cutaneo viene definito ricorrente quando persiste anche dopo la cessazione dello stimolo che ha provocato la sua origine; questo è intenso e accompagnato da reazioni vegetative quali nausea, vomito e malessere che va al di là del dolore.
Il dolore somatico può palesarsi diversamente secondo i casi: si distingue tra:nevralgia, termine con il quale il paziente indica un dolore continuo; causalgia, un bruciore simile a quello provocato dal contatto con oggetti roventi; crampo, una sensazione dolorosa provocata dalla contrazione improvvisa dei muscoli;colica, un dolore intenso e duraturo associato alla comparsa di una serie di malesseri quali nausea, vomito, pallore, debolezza, sudorazione eccessiva. Lo spasmo è una contrattura di breve durata, ma molto forte. Infine le doglie sono un tipo di dolore violento, caratterizzato da brevi ma continue contrazioni, associate comunemente al travaglio e al parto.

Leggi anche:

Il dolore viscerale

Il dolore viscerale, al contrario di quello somatico, è tipico di organi e visceri che sono poco irradiati o totalmente sprovvisti di recettori del dolore. La differente concentrazione di terminazioni nervose causa la comparsa di uno stimolo doloroso profondo, tridimensionale, diffuso, non facilmente localizzabile; esso non varia secondo la posizione assunta e quando è molto intenso e induce il paziente a “piegarsi in due”. È un dolore sordo, ottuso e compressivo. Chi ne soffre non riesce a circoscriverlo ad un’unica area e questo determina maggiori difficoltà per il medico a comprenderne l’origine e a formulare una diagnosi. Il dolore viscerale è spesso accompagnato da un malessere diffuso, che comprende anche la comparsa di manifestazioni vegetative (nausea, debolezza, spossatezza, a volte vomito, sudorazione, senso di svenimento).
Il dolore viscerale è provocato da infiammazioni o stimoli chimici di varia natura. Come nel caso del dolore somatico, si può distinguere tra dolore viscerale profondo e dolore viscerale superficiale. Il primo viene avvertito dal paziente intorno al viscere la cui patologia origina la manifestazione dolorosa, il secondo più in superficie, sulla cute, a volte in corrispondenza dell’organo malato

Il dolore viscerale profondo è uno stimolo difficilmente localizzabile, un malessere che si avverte nell’area del corpo limitrofa al viscere malato. A causarlo sono stimolazioni dolorose viscerali di lieve entità che non sono quindi sufficienti a determinare la comparsa del dolore nell’organo o nel viscere afflitto. Quando l’intensità delle stimolazioni dolorose aumenta, si incrementa anche lo stimolo algico con conseguente comparsa di quello che è stato definito dolore viscerale superficiale che compare dunque in superficie, in corrispondenza dell’organo o del viscere malato (dolore irradiato). Esso può manifestarsi anche in punti del corpo apparentemente non collegati con la causa del dolore. In questo secondo caso si parla di dolore riferito.
Il dolore viscerale può essere avvertito in una sede differente rispetto a quella colpita a causa di un’anomalia di innervazione del viscere oppure perché provocato da più fattori algogeni che si uniscono: all’interno del corpo può esistere ad esempio una condizione algogena di per sé insufficiente a provocare dolore. Gli impulsi derivanti da quest’ultima però possono sommarsi a quelli derivanti da un’altra struttura dolente determinando la comparsa dello stimolo doloroso al livello della struttura che tra le due è più ricca di recettori. Questo meccanismo può essere molto insidioso al momento dell’esame medico perché può depistare lo specialista e ritardare la diagnosi. Un esempio è quello del dolore dell’angina pectoris decentrato che si localizza in un dente cariato o dell’infarto che, in alcuni casi ,può portare dolori a carico dell’appendice, quando questa è già infiammata.  Non è sempre facile distinguere tra un dolore viscerale e uno somatico a causa del modo in cui la sensazione viene elaborata dalla corteccia cerebrale e poi proiettata in periferia. La differenza tra i due non è così netta, al punto che la letteratura medica distingue tra il dolore viscerale puro, il somatico puro e il dolore misto viscerale e somatico, che può presentare una variazione delle caratteristiche della manifestazione dolorosa.

Leggi anche:

Alcuni esempi di dolore

La cefalea è una forma frequente di dolore somatico che può avere svariate origini. Può manifestarsi sotto forma di semplice emicrania, definita cefalea essenziale, o essere una cefalea sintomatica, che indica quindi la presenza di altre affezioni di differente natura (pressoria, derivante da patologie rinologiche, pericraniche, o psicogena).
Anche il dolore al collo può avere interpretazioni diverse: il medico può trovarsi davanti ad un semplice dolore muscolare (torcicollo, distorsione, problemi vertebrali), o a casi in cui a causare l’affezione sono problemi tiroidei o lesioni viscerali toraciche o addominali (come pleurite, angina pectoris, ernia diaframmatica ecc..) il cui dolore al collo non è altro che un riflesso irradiato.
Ciò vale anche per il dolore toracico. Generalmente quando un paziente si presenta al pronto soccorso lamentando dolori al torace, gli viene assegnato un codice di priorità. Non sempre, però, il dolore al petto è collegato a problemi cardiaci. L’affezione delle differenti strutture del torace provoca manifestazioni differenti ed è pertanto auspicabile che il medico sappia riconoscerle per poter intervenire immediatamente o tranquillizzare il paziente laddove i sintomi lamentati non siano preoccupanti.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Operato al cervello per un tumore mentre suona il clarinetto

MEDICINA ONLINE CHIRURGO CHIRURGIA OPERAZIONE CHIRURGICA TERAPIA ASPORTAZIONE BISTURI SALA OPERATORIA TUMORE CANCRO SUTURA MASSA TUMORALE STADIAZIONE MAMMELLA POLMONI TECNICA GENERALE ADDOMINALE BIOPSIA AGOASPIRATOLo scorso settembre si è svolto un intervento chirurgico per tumore cerebrale del tutto particolare, il primo così concepito in Italia, all’ospedale S.Anna di Ferrara dal reparto di Neurochirurgia diretto da Michele Alessandro Cavallo, punto di riferimento nazionale per interventi in awake surgery (chirurgia su soggetti svegli). Il paziente, che soffriva di epilessia causata dal cancro, è stato operato da sveglio mentre suonava il clarinetto, in condizione vigile e collaborativa.

Perché un intervento svolto così?

Per capire il motivo di tale tipologia di operazione, bisogna capire che in caso di tumori cerebrali l’obiettivo neurochirurgico è doppio: asportare quanta più massa tumorale possibile e minimizzare i potenziali danni alle funzioni cerebrali provocati dall’asportazione della parte cerebrale interessata. Esistono strumenti per monitorare le funzioni motorie, ma non le sensitive ed il fatto che il paziente sia un musicista professionista ha costituito la base per tentare di presidiare, con esiti positivi, anche il sensitivo. Suonare il clarinetto, infatti, richiede movimenti veloci e precisi delle dita, quindi questa pratica ha permesso di monitorare – durante l’operazione – la capacità del cervello del paziente di saper gestire tali movimenti complessi, indicando in tempo reale che la perdita di funzione cerebrale era effettivamente la minima possibile.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Melatonina 1 e 2mg per insonnia: quando assumerla e controindicazioni

MEDICINA ONLINE SLEEPING DORMIRE BENE INSONNIA FARMACI MELATONINA INTEGRATORE 1MG 2MG 3MG 4MG 5MG CIRCADIN 2MG LENTO RILASCIO LETTO COPPIA SONNO SOGNARE CUSCINO PIGIAMA SOGNO.jpgIl nostro corpo, fin dalla preistoria, è “programmato” per possedere un orologio biologico sincronizzato con l’alternanza di luce e buio che si verifica nelle 24 ore, alternanza che prende il nome di “ritmo circadiano“. La luce del sole arriva all’occhio e ciò stimola il blocco del rilascio di una molecola chiamata melatonina, da parte del’ipotalamo, una ghiandola situata nella nostra testa. Quando invece c’è buio, nessuna luce giunge all’occhio e ciò determina un rilascio di melatonina da parte dell’ipotalamo. La melatonina, rilasciata in circolo, concilia il sonno e ci fa addormentare. Ricapitolando:

  • giorno > luce > occhio > ipotalamo > blocco del rilascio di melatonina > siamo svegli;
  • notte > buio > occhio > ipotalamo > aumento del rilascio di melatonina > sonno.

Capito questo meccanismo, è abbastanza intuitivo il fatto che l’illuminazione artificiale delle nostre case, ed ancor di più un luminosissimo schermo di uno smartphone o di un portatile, può “ingannare” il nostro ipotalamo ed impedire il corretto rilascio di melatonina che avverrebbe normalmente la sera, determinando insonnia. Per questo motivo, quando abbiamo problemi ad addormentarci, prima di usare farmaci dai pesanti effetti collaterali, possiamo usare un semplice integratore di melatonina che nella maggioranza dei casi risolverà il problema.

In quali casi è utile assumere melatonina?

In tutti quei casi in cui si soffre di insonnia e si vuole risincronizzare il sonno, in modo da dormire meglio e più ore e svegliarsi la mattina riposati. La melatonina è anche molto utile nei casi di jet lag, quando si affrontano viaggi in paesi in cui il fuso orario è diverso da quello a cui siamo abituati.

Leggi anche:

Melatonina da 1mg, 2mg, 3mg, 4mg o 5mg?

Fino al 1° gennaio 2014 la melatonina veniva venduta sotto forma di integratore con vari dosaggi, specie 1mg, 3mg o 5mg, senza bisogno da ricetta medica. Dal 1° gennaio 2014 invece il Ministero della Salute, per adeguarsi regolamento dell’UE sulle indicazioni per la salute per gli integratori, ha cambiato la regolamentazione: come integratore può essere venduta senza ricetta medica solo la melatonina da 1mg, mentre per la melatonina da 2mg o dosaggi superiori serve una ricetta, perché viene considerata un vero e proprio farmaco. Un esempio di farmaco con melatonina è il “Circadin 2mg” in cui ogni compressa contiene 2mg di melatonina a rilascio prolungato. Il Circadin costa 19,95 euro a confezione, quasi un euro a pillola e circa 3 volte di più degli integratori e personalmente a me questo “dislivello” di prezzo sembra piuttosto esagerato e di fatto molti utenti continuano ad acquistare l’integratore senza ricetta con 1mg di melatonina per compressa e – se necessario – assumere più compresse, ad esempio 3 compresse per raggiungere la dose di 3 mg.

Melatonina: quanta assumerne?

Il nostro consiglio è quello di iniziare dal dosaggio più basso, partendo quindi da una singola compressa da 1mg ed eventualmente – se l’effetto è scarso – passare al dosaggio di 2mg od oltre, sempre sotto controllo medico.

Melatonina: quando assumerla?

La melatonina va assunta per bocca, circa un’ora/mezz’ora prima dell’orario in cui ci si vuole addormentare, con un bicchiere d’acqua. Le compresse di melatonina devono essere generalmente deglutite intere e non spezzate, salvo indicazioni scritte sul foglietto illustrativo del prodotto.

Melatonina: interruzione, assuefazione e per quanto tempo

La melatonina può essere assunta anche per lunghi periodi (mesi), senza alcun problema, anche se – in caso di uso prolungato – è sempre importante chiedere il parere del medico.
Non sono noti effetti dannosi in caso di interruzione o di sospensione prematura del trattamento.
Il farmaco non genera assuefazione fisica, ma può – alla lunga – generare una certa assuefazione “psicologica”: il soggetto, così abituato a prendere la sua compressa prima di addormentarsi, in caso di sospensione potrebbe avere dei problemi ad addormentarsi.

Melatonina: controindicazioni

La melatonina non ha particolari controindicazioni, né effetti collaterali e – al di sopra dei bambini di 12 anni, può essere assunta a qualsiasi età. E’ importante ricordare che la melatonina ovviamente induce, nell’arco di 15 minuti dall’assunzione, un certo grado di sonnolenza che può interferire con la capacità di guidare veicoli o svolgere lavori pericolosi che richiedono alta lucidità per essere svolti, quindi il nostro consiglio è quello di assumerla solo quando si ha intenzione di andare a letto subito dopo ed evitare di guidare e svolgere lavori pericolosi dopo averla assunta.

Melatonina: effetti collaterali

Gli effetti collaterali associati all’assunzione di melatonina sono piuttosto rari, specie con dosaggi più bassi. Gli effetti collaterali possibili sono: irritabilità, nervosismo,  irrequietezza, insonnia, sogni anomali, ansia, emicrania, mal di testa, stanchezza,  ipertensione, dolore addominale superiore, secchezza della bocca, nausea.

Melatonina: cosa fare in caso di sovradosaggio?

Dosi al di sotto dei 5mg non determinano generalmente alcun rischio per la salute, in questo caso generalmente si prova una forte sonnolenza. In caso di assunzione da parte di bambini o di assunzione di una dose eccessiva del medicinale, sopra i 5 mg, è necessario rivolgersi al medico al più presto.

Melatonina: il migliore integratore selezionato per voi

Il miglior integratore di melatonina, selezionato, usato e raccomandato dal nostro Staff di esperti, lo potete trovare qui: http://amzn.to/2yax2CB Questo prodotto è veramente molto efficace anche perché oltre alla melatonina, contiene melissa, tiglio, valeriana, passiflora e papavero californiano, piante le cui proprietà sono perfette per farci addormentare e riposare bene.

Rimedi pratici per smettere di russare e riposare meglio

Chi russa può risolvere il problema con dei dispositivi che migliorano il flusso d’aria, come:

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

L’ansia può rovinarti la vita: il post di una 23enne diventa virale

MEDICINA ONLINE ANSIA DEPRESSIONE FACEBOOK Brittany Nichole MorefieldL’ansia ed il malessere dell’anima sono spesso insidiosi, difficile da individuare e da capire, per questo una 23enne americana chiamato Brittany Nichole Morefield, ha deciso di raccontare il suo punto di vista, quello di una ragazza che ogni giorno combatte contro l’ansia, e lo ha fatto postando su Facebook una foto in cui mostra quanto sia difficile conviverci.

«L’ansia è svegliarsi alle 3 di notte mentre si dorme profondamente, perché il tuo cuore batte all’impazzata. L’ansia è stressarsi per cose che potrebbero non accadere mai. È farsi domande sulla propria fede, sul perché il Creatore permette che mi senta in questo modo. L’ansia è chiamare tua sorella 3 ore prima che si svegli per andare al lavoro, nella speranza che ti risponda e permetta alla tua mente di non rimanere sotto attacco» racconta sul social network. Il post, diventato virale, vede ritratta la 23enne dentro la doccia, nel tentativo di calmarsi da un attacco di ansia.

«L’ansia è il tuo umore che cambia radicalmente nel giro di pochi minuti. L’ansia è piangere, è avere la nausea, è rimanere paralizzata. L’ansia è oscura. È dover inventare scuse su scuse per il tuo comportamento. L’ansia è paura, è preoccupazione».

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

Gli egoisti più felici dei “buoni”: sono meno a rischio depressione

MEDICINA ONLINE FELICITA HAPPINES GIRL WOMAN CUTE YOUNG BIKE BICICLE FLOWERS WOODS NATURA NATURE BICICLETTA DONNA FIDUCIA CORAGGIO SUCCESSO SPORT VITA ALLEGRIAUno studio recentemente pubblicato sulla rivista Nature Human Behavior, condotta da Masahiko Haruno dell’università Tamagawa di Tokyo, sembra indicare che le persone individualiste – qualcuno potrebbe dire “egoiste” – sono più felici delle persone “buone” che invece si affliggono per torti subiti dagli altri, insomma che hanno un orientamento pro sociale (a favore della società): queste ultime hanno un più elevato rischio di depressione.

La ricerca

La ricerca coinvolto un gruppo di giovani adulti al di sotto dei 30 anni ed ha innanzitutto diviso il campione in due sottogruppi: da una parte coloro che hanno un atteggiamento prosociale (caratterizzati da un profilo di attività cerebrale molto preciso e quindi riconoscibili con una risonanza magnetica), dall’altra gli individualisti. I primi, quando sono testimoni di un torto subito da altri, (anche quando il torto si traduce per loro stessi in un vantaggio economico), attivano regioni neurali legate a stress e paura (amigdala in primis), segno che sono profondamente infastiditi dalle ingiustizie. Gli altri attivano queste regioni solo quando sono loro stessi in prima persona a subire un torto, non quando l’ingiustizia ricade sugli altri ed è a loro favore.

Egoisti meno depressi

Dopo aver operato questa suddivisione i ricercatori hanno sottoposto l’intero campione a un questionario di misura della depressione clinica (chiamato “scala Beck”) che misura sintomi di depressione clinica intervenuti nelle due settimane precedenti la somministrazione del questionario: è emerso che le persone con indole prosociale, contente di fronte a condizioni di equità (ad esempio economiche) totalizzano un punteggio maggiore su questa scala quindi hanno un rischio maggiore di aver fatto esperienza di depressione nelle due settimane precedenti rispetto agli individualisti. Ciò resta vero anche a lungo termine, cioè anche se la stessa scala Beck viene riutilizzata sullo stesso campione a un anno di distanza dalla prima prova.

Leggi anche:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!

E’ più intelligente il cane o il gatto? Una ricerca ha la risposta

MEDICINA ONLINE CANI GATTI CHI E PIU INTELLIGENTE ANIMALI CERVELLO NATURA NEURONI STUDIO RICERCA NATURE CATS DOGS SMARTIER BRAIN IQ QI ANIMALE.jpgSono più intelligenti i cani od i gatti? E’ una domanda che sicuramente in molti si sono fatti almeno una volta nella vita. Fermo restando che l’intelligenza non è “unica”, bensì anche per gli animali esistono diversi tipi di intelligenza come accade nell’uomo, uno studio scientifico sembra dare una risposta abbastanza convincente alla domanda.

Lo studio

Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Frontiers in Neuroanatomy ed effettuata della Vanderbilt University in Tennessee (USA), sarebbero più intelligenti i cani, rispetto alla controparte felina. Gli scienziati sono giunti a questa conclusione non solo studiando le misure del cervello delle due specie, ma esaminando la quantità di neuroni a livello della corteccia cerebrale, le ‘piccole cellule grigie’ responsabili del pensiero, della pianificazione e del comportamento complesso.

I gatti hanno meno neuroni

La ricerca non lascia dubbi: i gatti hanno mediamente meno della metà dei neuroni rispetto ai cani, in particolare di una razza ‘modello’ per intelligenza come i Golden Retriever: 250 milioni del gatto contro ben 530 milioni del cane. Ricordiamo anche, per un confronto, che l’essere umano ne ha circa 16 miliardi.

Cani capaci di azioni più complesse dei gatti

La dottoressa Suzana Herculano-Houzel, a capo dell’indagine, ha detto alla stampa: “Sono convinta che il numero assoluto di neuroni negli animali, specialmente nella corteccia, determini la ricchezza del loro stato mentale e la loro abilità nel predire avvenimenti semplici sulla base dell’esperienza pregressa. Io sono di parte perché preferisco i cani ma questi dati scientifici indicano che sono capaci di azioni ben più complesse e flessibili rispetto ai gatti”.

Altri articoli che potrebbero interessarti:

Lo staff di Medicina OnLine

Se ti è piaciuto questo articolo e vuoi essere aggiornato sui nostri nuovi post, metti like alla nostra pagina Facebook o seguici su Twitter, su Instagram o su Pinterest, grazie!