Tiroide, tumori in crescita a causa dell’inquinamento

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Plastica Cavitazione Pressoterapia  Massaggio Linfodrenante Dietologo Roma Cellulite Amore Sessuologia Sesso PSA Pene Ecografia TUMORI TIROIDE CRESCITA INQUINAMENTOI tumori della tiroide sono aumentati negli ultimi 20 anni di quasi tre volte, e fra le cause di questo boom ci sono anche quelle ambientali. Lo hanno affermato gli esperti dell’Associazione Italiana tiroide (Ait) durante il loro congresso annuale in corso a Roma.
Secondo gli ultimi dati disponibili in Italia ci sono circa 14mila nuovi casi di tumori che coinvolgono la ghiandola tiroidea l’anno, di cui poco solo più di 3mila riguardano gli uomini. ”Quello della tiroide, i cui casi sono quasi triplicati in 20 anni, rappresenta il 2 per cento di tutte le diagnosi tumorali che si fanno in Italia” ha spiegato Paolo Vitti, segretario Ait . “L’aumento è considerevole, e dipende sia da un miglioramento delle capacità di diagnosi, sia da fattori tossici ambientali, come l’esposizione a sostanze tossiche o la carenza di iodio. Per fortuna con i mezzi attuali è possibile fare una diagnosi precoce e curare in tempo questi tumori. Non a caso anche se l’incidenza è aumentata la mortalita è rimasta costante”.

I fattori di rischio

Uno studio italiano fatto in Sicilia ha confermato che vivere in zone vulcaniche aumenta il rischio, mentre il legame tra inquinanti e questi tipi di cancro non ha ancora prove definitive. ”I rifiuti tossici sono fortemente sospettati, ma ancora non c’è una prova definitiva” afferma Vitti “anche perché mancano i registri dei tumori per poter trarre conclusioni”.
Tra le cause accertate di aumento del rischio c’è l’esposizione a radiazioni, comprese quelle derivanti da alcuni test diagnostici. ”Per alcuni esami come la Tac, un piccolo aumento c’è, e bisogna tenerne conto ad esempio se i pazienti sono bambini, ma non bisogna fare allarmismi” ha spiegato massimo Salvatori dell’università Cattolica di Roma durante la sessione del congresso dedicata a questo tema.
Per un certo periodo è finita sotto accusa anche la mammografia, mentre poi è emerso che l’aumento del rischio è così piccolo che ci vogliono un miliardo di donne che fanno il test per avere 56 casi in più”.

I problemi dei pazienti

Liste d’attesa troppo lunghe, differenze nelle comunicazioni da parte dei dottori, e l’arrivo di un farmaco generico su cui però ci sono forti dubbi sull’effettiva equivalenza con l’originale. Queste sono le principali preoccupazioni delle persone con malattie della tiroide. ”Le liste d’attesa sono in alcune zone insopportabili” ha spiegato Anna Maria Biancifiori, presidente del Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini “per una ecografia ad esempio si possono aspettare fino a 20 mesi nelle strutture pubbliche, oppure si è costretti ad andare a pagamento, ma questo vale anche per molti altri esami e per le stesse terapie radiologiche”.
Un altro problema emerso è la differenza tra le indicazioni dei medici su terapie, necessità di ricovero, protezione dalle radiazioni. ”Da una indagine fatta sui social media sono emerse notevoli differenze – ha sottolineato Paola Polano dell’Associazione Atta Lazio. “Mancano indicazioni precise e univoche persino su cosa fare dei vestiti usati mentre si segue la terapia con i radiofarmaci. Questo sconcerta i pazienti, che poi si rivolgono a noi con delle domande a cui forse dovrebbero rispondere gli esperti. Inoltre anche sulle esenzioni abbiamo registrato diverse disparità”.

L’equivalente della tiroxina

Preoccupazione inoltre è stata espressa per l’arrivo dell’equivalente (quello che prima veniva chiamato “farmaco generico”) della tiroxina, il farmaco usato per l’ipotiroidismo da almeno 6 milioni di italiani, che secondo diverse associazioni di endocrinologi del mondo potrebbe dare problemi. ”Effettivamente non ci sono ancora prove scientifiche dell’equivalenza, e in queste condizioni è meglio aspettare prima di cambiare farmaco” afferma Biancifiori. “Si tratta di una terapia che ha un costo molto basso, ci sono altri modi per risparmiare. Inoltre le prime segnalazioni dei pazienti sul generico che abbiamo avuto non sono positive”.

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Nelson Mandela e la lotta all’AIDS

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Roma Medicina Chirurgia Estetica Rughe Cavitazione Dieta Peso Dimagrire Endocrinologo Pancia Grasso Dietologo Cellulite Cibo Dermatologo Psicologo Pene Cuore Amore HIV Sessuologo Sesso NELSON MANDELA AIDSLa lotta all’Aids accompagnò la sua vita, segnandola anche con un lutto importante, la morte di suo figlio Makgatho a causa della malattia nel 2005. Ma già prima, e in maniera particolare dopo aver lasciato la presidenza del Sudafrica nel 1999, Nelson Mandela si dedicò alla sensibilizzazione sul problema Aids, vera e propria piaga in Sudafrica. Secondo le Nazioni Unite, il tasso di infezioni Hiv fra gli adulti nel Paese è aumentato da meno dell’1% nel 1990 a circa il 18% nel 2012. E si tratta attualmente della Nazione con più sieropositivi al mondo, con oltre 6 milioni di nuove infezioni ogni anno, inclusi 410.000 bambini da 0 a 14 anni, su una popolazione di 51 milioni di persone.

Con la sua opera ‘Madiba’ diede vita a una campagna per stimolare più ricerca sull’Hiv/Aids, l’educazione sul sesso sicuro e un migliore trattamento per le persone colpite, facilitando l’accesso alle cure antiretrovirali. In occasione della Giornata mondiale contro l’Aids nel 2000, lancio un messaggio di forte impatto: “Il nostro Paese si trova ad affrontare un disastro di proporzioni incommensurabili causato dall’Hiv. Siamo di fronte a un nemico silenzioso e invisibile che sta minacciando il tessuto stesso della nostra società. Siate fedeli a un solo partner e utilizzare il preservativo. Date al vostro bambino amore, risate e pace, non l’Aids“.

Nel 2003 la Nelson Mandela Foundation lanciò una campagna di fundraising chiamata 46664, il numero della cella di Mandela a Robben Island. Successivamente, paragonò l’urgenza e il dramma della lotta del suo Paese contro l’Hiv/Aids alla lotta contro l’apartheid. Pop star come Beyonce, Youssou N’Dour e Dave Stewart parteciparono a un concerto voluto da Mandela, tenutosi a Città del Capo nel 2003, seguito in tv da oltre due miliardi di persone. “Era uno statista che aveva posto l’Aids in cima alla sua agenda e ha usato la sua presenza sulla scena mondiale per convincere i leader del Pianeta ad agire con decisione. La sua eredità varrà per generazioni”, ha detto Michel Sidibe, capo dell’Unaids.

“La lotta all’Aids – commenta all’Adnkronos Salute Mauro Moroni, presidente nazionale di Anlaids – ha conosciuto in Nelson Mandela un attivista instancabile ma sempre capace di un approccio profondamente umano: il suo modo di combattere il diffondersi dell’infezione da Hiv in Sudafrica e globalmente si è perfettamente integrato con le sue scelte politiche e umane improntate al superamento delle divisioni, alla comprensione verso l’altro, all’accoglienza per le diversità”.

“Bisogna anche sottolineare le particolari condizioni in cui Madiba ha operato contro l’epidemia; egli ha dovuto condurre la sua lotta in un contesto in cui le stesse autorità politiche preposte alla salute negavano la connessione tra Hiv e Aids e addirittura l’esistenza stessa dell’Aids. Il suo è un esempio straordinario di contrasto all’ignoranza, al pregiudizio e alla presunzione. Si tratta di una lezione alla quale molti politici e attivisti in tutto il mondo dovrebbero guardare con profondo rispetto e sensibilità. Con Nelson Mandela scompare un esempio reale; spero che il suo messaggio non si perda nelle difficoltà quotidiane che ciascuno di noi è costretto ad affrontare”.

“Mandela – aggiunge Alessandra Cerioli, presidente della Lega italiana lotta all’Aids (Lila) – ha profondamente segnato la vita del Sudafrica e la storia dell’Aids, è infatti con lui, nel 1997, che viene varata la legge ‘Medicines and Related Substances Control Amendment Act‘, che ha reso disponibili i farmaci salvavita più economici e sdoganato definitivamente la necessità di aggirare i brevetti e diffondere i generici, salvando milioni di persone. Notiamo anche che l’annuncio della sua morte arriva in un momento in cui l’Italia può vergognarsi un po’ meno, di fronte alla sua memoria, avendo preso pochi giorni fa, dopo anni di latitanza, un impegno concreto con il Fondo Globale di lotta contro Aids, tubercolosi e malaria”.

FONTE: https://www.adnkronos.com/tag/AdnKronos-Salute/

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Qual è l’orario migliore per bere il caffè?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CAFFE CAFFEINA TAZZINA COLAZIONE“Drogati di caffeina” a parte, forse oggi abbiamo una risposta più precisa grazie alle ricerche di Steven Miller, neuroscienziato della Uniformed Services University of the Health Sciences, nel Maryland. L’orario ideale per bere il caffè sarebbe tra le 9,30 e le 11,30, comunque un paio d’ore dopo essersi svegliati. Secondo l’esperto, infatti, sarebbe quello il momento per godere a pieno dei benefici della caffeina, perché nell’organismo si abbassano i livelli di cortisolo (meglio noto come l’ormone dello stress) rispetto a quando si è appena svegli. Al momento del risveglio, spiega il neuroscienziato sul suo blog, c’è un picco di questo ormone nel sangue, che dovrebbe farci sentire più svegli vanificando sostanzialmente gli effetti della caffeina o ancora peggio creando assuefazione e facendoci sentire di volta in volta la necessità di berlo sempre più forte per ottenere degli effetti sull’organismo. Lo stesso accade all’ora di pranzo e tra le 17,30 e le 18,30, tutti orari non indicati per bere il caffè. I livelli di cortisolo variano però da persona a persona, conclude Miller, per questo gli orari indicati potrebbero non essere validi proprio per tutti.

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La bufala dell’influenza contratta sui mezzi pubblici

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO AUTOBUS PULLMAN TRASPORTO PUBBLICO METROPOLITANA VIAGGIO POSTI SEDILI (1)Non è vero che l’influenza si contrae più facilmente sui mezzi pubblici. A smentire tale “mito” che circola su uno dei più comuni malanni della stagione invernale un sondaggio a cui sono stato sottoposti gli inglesi, l’Annnual Uk flusurvey. Dai dati del sondaggio – basato anche sulle abitudini giornaliere degli intervistati in fatto di cibo, di spostamenti e di condivisione degli ambienti lavorativi o scolastici – è emerso che il numero di persone che utilizzavano con regolarità i mezzi pubblici e hanno preso l’influenza era molto simile a quello di coloro che invece per spostarsi sceglievano l’automobile. Dai risultati appare chiaro come gli uomini colpiti dall’influenza siano risultati in proporzione un numero minore rispetto alle donne e ai bambini, che non solo sono risultati più soggetti a contrarre il malanno di stagione ma di conseguenza sono considerati gli “untori” per eccellenza. Dal sondaggio anche una conferma: i fumatori sono il 12% più a rischio di ammalarsi.

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In Italia aumentano i neonati prematuri a causa dello stile di vita delle mamme

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO NEONATO BAMBINO FIGLIO PARTO GRAVIDANZA MATERNITA CONCEPIMENTO OSTETRICIA (2)In Italia i bambini nati pretermine, ovvero i prematuri, continuano ad aumentare, ma è migliorata notevolmente anche la loro sopravvivenza. Ad affermarlo è la Società Italiana di Neonatologia (Sin), in occasione della V Giornata Mondiale del Neonato Prematuro che si celebra il 17 novembre. Tra le cause del fenomeno, avvertono gli specialisti, gravidanze sempre più brevi e stili di vita inadeguati delle mamme, l’aumento dell’età media delle gestanti e l’aumento delle gravidanze medicalmente assistite. Nel 2012, secondo i dati più recenti, sono nati in Italia 534.186 bambini, di questi il 7,2% sono prematuri, l’1% ha un peso inferiore a 1.500 grammi ed il 6,2% tra 1.500 e 2.500 grammi.

La Sardegna è la regione dove nascono più prematuri (pari al 7,7%), le Marche e il Molise quelle con il minor numero. Il 98,2% dei nati prematuri, ad ogni modo, affermano i neonatologi, non ha problemi né complicazioni e grazie alle cure ricevute nelle Terapie Intensive Neonatali viene dimesso in buona salute. Tuttavia, sottolinea il presidente della Sin, Costantino Romagnoli, ”diminuire il numero dei nati pretermine è una delle grandi sfide sociali dei nostri tempi, così come curarli adeguatamente, e per questo chiediamo al ministro della Salute di inserirla come priorità nel Patto per la Salute. Anche se abbiamo fatto progressi enormi nel trattamento dei bambini nati prima della 37/a settimana, bisogna cercare di evitare i parti pretermine e ciò significa recuperare una dimensione naturale e più ‘slow’ della gravidanza, che la maggior parte delle donne, soprattutto quelle che lavorano, vivono con molto stress, e che si ripercuote sulla gestazione e sul parto”. Se la mortalità neonatale dei nati pretermine diminuisce, aumenta il numero di neonati da trattare, con una ripercussione sul Sistema Sanitario Nazionale, che significa anche un aumento dei costi a breve e a lungo termine”.

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La depressione fa invecchiare prima

MEDICINA ONLINE DONNA TRENTANNI SINGLE PAURA RAPPORTO SESSO SAD TRISTE PIANTO RAGAZZA FIDANZATA AMORE PRINCIPESSA TRISTEZZA DEPRESSIONE MENTE EMOZIONI SESSO SEX GIRL YOUNG CUTE CRYING VERY UNHAPPY WALLPAPEROltre a provocare moltissimi disagi nel paziente, la depressione può favorirne l’invecchiamento. A rivelarlo è una ricerca olandese, del Vu University Medical Centre di Amsterdam, pubblicata sulla rivista Molecular Psychiatry. Gli studiosi hanno esaminato 2400 persone affette e non da depressione, studiando in particolare i loro ‘telomeri’ (cioè le parti terminali dei cromosomi che proteggono il Dna dal danneggiamento) e scoprendo che nelle persone depresse tali telomeri risultavano più corti rispetto a quelli che non erano stati mai affetti da questa patologia.

Gli anni passano, i telomeri si accorciano
Il fenomeno dell’accorciamento progressivo dei ‘telomeri’ risulta legato all’invecchiamento, spiegano gli studiosi: ogni anno perdiamo tra le 14 e le 29 coppie di basi del Dna (che ne misurano la lunghezza), ma nelle persone depresse questa perdita risultava ben più significativa, pari a 83-84 coppie di basi, che corrispondevano a un'”anzianità” cellulare di sei-otto anni maggiore.

Come limitare la depressione e quindi il processo di invecchiamento?
In questo caso a venire in aiuto è un altro recente studio, pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, che ha misurato gli effetti benefici della luce, soprattutto quella naturale, sul trattamento e la prevenzione della depressione. Gli esperti in questo caso raccomandano 20-30 minuti al giorno di attività all’aperto, come giardinaggio o passeggiate. Ovviamente ciò non basta assolutamente a curare la depressione, malattia che necessita un aiuto specifico da parte del medico.

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I consigli per rimettersi in forma dopo aver smesso di fumare

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO FUMO SIGARETTA NICOTINA TABAGISMO TOSSICODIPENDENZA UOMOUno dei timori più comuni di chi smette di fumare è che questo possa portare ad un incremento incontrollato del peso. Se è vero che è possibile aumentare anche di nove chili nel primo anno d’astinenza da fumo, alcuni studi incoraggianti hanno mostrato che questo incremento di peso iniziale tende a raggiungere il massimo dopo sei mesi da quando si è smesso di fumare e che molte persone riescono a ritornare al loro peso normale entro un anno. Per chi volesse smettere di fumare, ma non è sicuro di esserne in grado, potrebbe essere di conforto sapere che gli ex fumatori, facendo regolare esercizio fisico, hanno maggiori possibilità di tenere sotto controllo il proprio peso di chi continua a fare vita sedentaria. Potrebbe essere banale, ma come al solito la scienza non ammette affermazioni prima di averle avvalorate da precisi studi.

Una vita attiva: il metodo migliore per riprendere la linea
Ricercatori americani, che hanno condotto studi sugli effetti dell’astinenza da fumo sull’incremento di peso in circa 9000 donne ex fumatrici, hanno rilevato che una vita attiva è il miglior modo di controllare il peso nei due anni successivi all’ultima sigaretta. Le fumatrici “leggere” (fino a 24 sigarette al giorno), che facevano 1–2 ore di attività fisica alla settimana, avevano un incremento del peso di circa 2,2 chili mentre quelle “pesanti” (25 o più sigarette al giorno), aumentavano di peso almeno del doppio. I ricercatori hanno osservato inoltre che all’aumentare dell’esercizio fisico migliorava il controllo del peso. Quando i livelli di attività fisica venivano incrementati di oltre 2 ore alla settimana, i fumatori leggeri riuscivano a contenere l’aumento di peso in 1,5 chili e i fumatori pesanti in 3 chili.

Perché smettere di fumare ci fa aumentare di peso?
La tendenza ad immagazzinare grasso è in parte dovuta al rallentamento del metabolismo che si verifica quando la nicotina viene eliminata dalla dieta in quanto, come la caffeina, essa è in grado di aumentare leggermente il metabolismo. Il fumo e la nicotina possono anche avere altri effetti fisiologici sui meccanismi comportamentali e sensoriali che agiscono sull’assunzione di cibo e fanno aumentare il desiderio di mangiare quando queste sostanze vengono eliminate dalla dieta. Questi meccanismi non sono ancora stati ben identificati ma varie ricerche hanno mostrato che il 70 per cento degli incrementi di peso possono essere spiegati con l’aumento dell’assunzione di calorie. In particolare uno studio ha dimostrato che le donne avevano aumentato il consumo di cibo e bevande di quantità che in media portavano ad un aumento di 227 calorie al giorno.

A tale proposito troverai molto interessante questo articolo: Per quali motivi si ingrassa dopo aver smesso di fumare?

Meno calorie introdotte e più bruciate
Per tutti coloro che stanno pensando di smettere di fumare ma sono preoccupati dal rischio di aumentare di peso, la soluzione migliore sembra essere quella di affrontare il problema da entrambe le parti dell’equazione del bilancio energetico: prestare attenzione alle calorie introdotte e fare attività fisica per bruciarne in buona quantità.

I consigli per perdere peso dopo aver smesso di fumare

  • Fare qualunque tipo di esercizio in modo regolare e allenarsi per più di 2 ore alla settimana.
  • Fare tre sessioni, di 25 minuti ciascuna, di allenamento muscolare per rallentare la naturale riduzione della massa muscolare dovuta all’età e il rallentamento del metabolismo.
  • Tenere un diario della propria dieta per cinque giorni, prima di smettere di fumare.
  • Tenere un diario della propria dieta dopo avere smesso di fumare. Confrontare la dieta prima e dopo avere smesso di fumare e individuare quando si consuma più cibo e i tipi di alimenti che si consumano.
  • Imparare ad affrontare i momenti difficili e consumare, in questi momenti, frutta, verdura e alimenti magri.

I migliori prodotti per il fumatore che vuole smettere di fumare
Qui di seguito trovate una lista di prodotti di varie marche, pensati per il fumatore che vuole smettere di fumare o che ha smesso da poco e vuole perdere peso:

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