Soffriva di violenti mal di testa, i medici hanno scoperto che qualcosa viveva nel suo cervello

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma MAL DI TESTA VIVEVA CERVELLO Verme HD Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Luce Pulsata Peeling Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Nei Dietologo DermatologiaHa vissuto per quattro anni con mal di testa molto forti e convulsioni. Perdeva spesso la memoria e avvertiva odori particolari che solo lui sentiva. Quando finalmente i medici sono riusciti a capire il motivo di ciò, hanno fatto una scoperta incredibile: qualcosa viveva nel suo cervello. Hanno trovato un verme parassita nel cervello del loro paziente, un verme che in genere si trova in crostacei e rane cinesi. La disavventura è capitata a un uomo britannico di 50 anni , originario della Cina, che si è rivolto ai medici perché soffriva di violenti mal di testa e sentiva strani odori. Si tratta del primo caso del genere in Gran Bretagna, anche se altre situazioni analoghe si sono già registrate in passato, soprattutto in Cina. La tenia lunga un centimetro si è fatta strada da una parte all’altra del cervello del paziente e i medici dell’ospedale Addenbroke a Cambridge si sono resi conto della presenza del parassita osservando attentamente una serie di scansioni effettuate al cervello nel corso di quattro anni.

Una lesione “in movimento”

Il paziente ha cominciato a stare male nel 2008. Soffriva di violenti mal di testa, convulsioni, perdita di memoria e sentiva strani odori. Dopo una serie di accertamenti, una risonanza magnetica ha evidenziato un gruppo di anelli nel lobo temporale destro. I medici hanno pensato a tutto: dalla sifilide, all’Hiv fino alla tubercolosi, ma l’uomo è risultato negativo a tute queste patologie. Solo scansioni successive hanno rivelato che la lesione costituita dagli anelli si era spostata di vari centimetri (vedi foto in alto, il parassita è indicato dalla freccia) e tutto è stato presto compreso. Dopo aver subito due biopsie i chirurghi nel 2012 hanno rimosso la tenia dal cervello del paziente, che ancora oggi continua a soffrire di problemi legati al fatto di aver convissuto per tanto tempo con il parassita.

Parassita rarissimo

I genetisti sono poi riusciti a identificare la «creatura»: una rara specie di tenia nota come Spirometra erinaceieuropaei. Dal 1953 a oggi sono stati segnalati solo 300 casi di infezione su esseri umani a causa di questo parassita, ma solo due casi si sono verificati in Europa. Questo genere di parassita che può crescere fino a un metro e mezzo si trova in genere nei crostacei e nelle rane in Cina, può infettare cani e gatti, ma anche in Cina le infezioni nell’uomo sono rare: solo mille casi dal 1882 a oggi. «Non ci aspettavamo di osservare un’infezione di questo tipo nel Regno Unito – ha spiegato il dottor Effrossyni Gkrania-Klotas, uno dei medici dello staff che si è occupato del caso – ma siamo riusciti a studiare il genoma, cosa che in futuro ci aiuterà a trattare questo genere di infezione molto rara».

L’infezione visitando la Cina

Lo sfortunato paziente sospetta di aver preso il parassita durante una delle sue visite in Cina, anche se non è chiaro come sia avvenuta l’infezione. Si sa che una fonte di infezione è l’uso di un impacco fatto con carne cruda si rana, rimedio tradizionale cinese per calmare il dolore agli occhi. Il caso ha dato origine ad un articolo molto interessante, pubblicato su Genome Biology: The genome of the sparganosis tapeworm Spirometra erinaceieuropaei isolated from the biopsy of a migrating brain lesion.

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Come riconoscere la cellulite?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OSPEDALE ANAMNESI ESAME OBIETTIVO SEMEIOTICA FONENDOSCOPIO ESAMELa cellulite (anche detta cellulite estetica per distinguerla dalla cellulite infettiva, più correttamente denominata panniculopatia edemato-fibro-sclerotica o PEFS) indica una alterazione del tessuto sottocutaneo che è ricco di cellule adipose. Presenta una localizzazione elettiva nella regione trocanterica e supero-laterale delle cosce e in quella laterale e mediale delle ginocchia.

Alterazioni del tessuto

Il derma della cute sovrastante il tessuto adiposo affetto da cellulite è stato esaminato tramite microscopia elettronica, con le seguenti risultanze: aumento dei glicosaminoglicani, incremento dell’attività dei fibroblasti, alterazioni della parete dei microvasi, rarefazione delle fibre di collagene e sub elastiche epidermiche, maggior presenza di liquidi interstiziali. In sintesi: il quadro istochimico indica un’anomala evoluzione della risposta connettivale, esitante nell’abnorme neofibrillopoiesi.

Le alterazioni del derma sono secondarie al danno dell’ipoderma

L’esame riconduce ad alcune osservazioni morfoistochimiche di S. B. Curri condotte negli anni ’80, volte alla classificazione del quadro patologico della cellulite. Secondo Curri, le alterazioni del derma sono secondarie e successive, nel tempo, al danno dell’ipoderma e ad esso conseguenti e proporzionali, come gravità ed estensione. Perciò Curri specificava e proponeva il termine di panniculopatia edemato-fibro-sclerotica (PEFS), senza il termine dermo o dermato, ponendo l’accento, sul piano eziopatogenetico, alla fase finale del processo, caratterizzato dalla sclerosi diffusa e dalla comparsa del nodulo dolente, alla pressione profonda. Veniva escluso, quindi, qualsiasi processo infiammatorio e si proponeva la denominazione onnicomprensiva di liposclerosi con stasi capillaro-venulare. La struttura portante dell’impalcatura tassonomica e nosologica della cellulite diventava perciò l’alterata permeabilità capillaro-venulare, con rallentamento della velocità e del volume di flusso sanguigno (vasomotion) a livello microcircolatorio distrettuale.
Veniva studiata l’unità microvascolo-tessutale del sottocutaneo, la quale, nella sua integra espressione è caratterizzata da una rete capillare a maglie ravvicinate e strettamente comunicanti con l’adipocita, con assenza di anastomosi artero-venose, con estreme ramificazioni longitudinali e perpendicolari dei vasi, collegate alla rete del derma e a quella muscolare. L’ipotesi patogenetica era il processo abiotrofico regressivo dell’unità microvascolo-tessutale, conseguente a una condizione talora inquadrabile nella fase preclinica dell’insufficienza venosa, vale a dire conseguente a un primitivo difetto dei dispositivi arteriolari di modulazione del flusso (ridotta vasomotion) ed evolventesi in una cronica microcircolatory maldistribution. Su questa base etiopatogenetica veniva tracciata la sequenza del processo regressivo: rallentamento della circolazione ematica, sludge eritrocitari, compromissione dell’equilibrio idrostatico capillare, ridotta ossigenazione parietale e tessutale, danno endoteliale, permeabilità delle pareti vasali, aumento dei fluidi interstiziali con relativo contenuto proteico, edema interadipocitario, rotture delle membrane adipocitarie, neofibrillopoiesi con ispessimento dell’intreccio, ipossia e danno ossidativo, aggregati adipocitari conglobati in capsule di collagene, infine, evoluzione sclerotica irreversibile.

Evoluzione della cellulite

Curri, identificava quattro stadi evolutivi della PEFS, ancor oggi di riferimento nella diagnosi: edema, sclerosi, fibrosclerosi localizzata con micronoduli, sclerosi diffusa con macronoduli. Le osservazioni morfo-istochimiche di Curri sono, oggi, globalmente accettate, ma la controversia sulla etiopatogenesi della cellulite è ancora aperta.Alla luce delle attuali conoscenze possiamo indicare che il processo presenta nella sua sequenza evolutiva:

  • Un edema da eccessiva idrofilia della matrice intercellulare.
  • Un’alterazione microcircolatoria, cui fa seguto l’evoluzione fibrosclerotica.
  • Ernie adipocitarie intradermiche, tipiche del sottocutaneo femminile.
  • Una diseguale risposta dei tralci connettivali interlobulari, indipendente dal grado di sovrappeso.
  • Una proteolisi dei suddetti tralci, prodotta dalle metalloproteinasi e da altri enzimi endogeni.
  • Una condizione cronica, subclinica, d’infiammazione.

Altre analisi morfologiche del sottocutaneo, poste in essere da tecnologie innovate e più performanti, quali l’ecografia e la risonanza magnetica, hanno aggiunto ulteriori considerazioni. Innanzi tutto il decorso dei tralci connettivali, che nell’uomo è obliquo e delimitano lobuli adipocitari piccoli mentre nella donna è perpendicole al derma e separa lobuli più voluminosi. Gli apici dei lobuli giungono a premere contro il derma reticolare sotto forma di papille adipose. Aumentando lo spessore del sottocutaneo, le papille adipose diventano ipertrofiche sino a rendere il confine dermo-ipodermico di aspetto collinare, con un alternanza di rilievi e di depressioni, che nella loro massima espressione porta al fenomeno della mattress skin.

Le donne inoltre, sembrano avere un confine dermo-ipodermico più irregolare e discontinuo, ovvero un piano di demarcazione più predisposto alla protrusione delle papille adipose: i lobuli adipocitari, anche quelli di piccole dimensioni, arriverebbero ad insinuarsi nello spessore del derma reticolare (buccia d’arancia). Anche a pari obesità, si nota una differenza tra i due sessi: le donne manifestano più elevati spessori del sottocutaneo con la presenza di una condizione fibrotica, quest’ultima totalmente assente nel maschio. La pannicolopatia non apparirebbe come la condizione successiva a stasi, con relativa involuzione sclerotica dell’unità microvascolo-tessutale, ma come alterazione dei tralci connettivali interlobulari, che oltre alla costituzionale sottigliezza, o lassità, diventano oggetto di fibrosclerosi, di stiramento e lacerazioni parziali, o d’ispessimento reattivo, conportante la retrazione meccanica del piano dermico (cute crateriforme). Le lacerazioni dei tralci interlobulari sembrano favorite da elastasi e collegenasi endogene correlate all’attività degli estrogeni e dall’azione di altri enzimi come le matalloproteinasi correlabili al processo infiammatorio.

L’evoluzione patogenetica sarebbe accresciuta dalla presenza dei glicosaminoglicani, che per loro caratteristica chimica intrappolerebbero l’acqua liberatasi dagli enzimi, impedendone il legame con il collagene: fibre di collagene deidratate, rigide e fragili risultano meglio predisposte all’attacco enzimatico e, pertanto, contribuiscono al processo abiotrofico della matrice. Il processo, tuttavia, non può essere circoscritto all’evoluzione morfoistochimica di alcune componenti tissutali. Occorre ritornare agli adipociti e agli altri elementi cellulari della matrice, nel loro intreccio di relazioni sistemiche con gli organi e i vasi, per comprendere l’etiopatogenesi complessiva della pannicolopatia. L’alterazione nell’attività endocrina e paracrina degli adipociti (resistenza insulinica nei soggetti obesi), il rilascio di molecole aterogene, come il rilascio di enzimi proteolitici e di citochine flogogene, l’aumentato infiltrato macrofagico, la riduzione dei fattori di crescita (endoteliali) e di difesa, rappresentano nell’insieme eventi causali che indurrebbero a una condizione cronica di basso livello infiammatorio. In questo contesto, la cellulite sarebbe degna di chiamarsi tale.

Il quesito di fondo permane la conoscenza della stadiazione del processo pannicolopatico, prima di adire alla terapia. Si può comprendere come il solo calo ponderale, condotto nel breve termine e con diete estreme, o la correzione dermocosmetica, o quella chirurgica, non vadano a mutare la condizione cellulitica, anzi spesso ne aggravano il quadro.

Si può comprendere come, preliminare all’adozione di un corredo diagnostico strumentale – ecografia, termografia, capillaroscopia – si debba inserire la sequenza ordinata e semeiologica del sottocutaneo, tra cui: l’anamnesi prossima e remota, l’ispezione, lo sfioramento superficiale, la palpazione superficiale e profonda, la palpazione digitale mirata. Modalità di esecuzione, significati diagnostico e prognostico, in relazione a quadri anatomo – patologico ed istologico di riferimento, permetteranno la classificazione dello stadio pannicolopatico e costituiranno la base degli interventi correttivi.

L’anammnesi

La  raccolta dei dati anamnestici pone, in sequenza, la disamina dei seguenti parametri:

  • le abitudini alimentari;
  • la comparsa del menarca;
  • l’assunzione di contraccettivi;
  • il numero delle gravidanze portate o meno a termine;
  • la situazione psico-fisica e neuroendocrina contingente;
  • la storia ponderale recente;
  • la farmacoterapia attuale e pregressa;
  • l’attività fisica giornaliera.

In breve, il soggetto dovrà, dapprima, essere inquadrato nella tipologia psico-somatica, raccogliendo il maggior numero possibile di informazioni, così da poter valutare le interferenze sul quadro clinico attuale.

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L’esame obiettivo

È rivolto alla valutazione dello stato tissutale, con focus sulla condizione degli arti inferiori per l’osservazione di eventuale stasi, o di insufficienza venosa. Si valuterà la presenza di:

  • Edema malleolare;
  • Senso di pesantezza agli arti inferiori
  • Parestesie (e/o bruciori);
  • Crampi diurni;
  • Crampi notturni;
  • Teleangectasie;
  • Varici.

I soggetti con PEFS lamentano spesso parestesie, senso di pesantezza, d’intorpidimento e di tensione degli arti inferiori, piedi freddi, crampi e  dolori.
Molti pazienti presentano una sintomatologia poco eclatante; va posta quindi l’attenzione anche alle manifestazioni clinicamente poco appariscenti, o transitorie, o stagionali, che rientrano comunque nella flebopatia ipotonica, o fase preclinica delle macroflebopatie da stasi. In altri termini, l’assenza di varicosità  macroscopiche o di taleangectasie, non esclude di per sé la presenza di un  processo pannicolopatico. Così pure costituisce un errore di valutazione negare a priori l’esistenza di una pannicolopatia in soggetti giovani, normopeso, di apparente buona muscolarità e somaticamente gradevoli all’ispezione. Anche pochi segni, o sintomi, dovranno pertanto orientare verso l’indagine strumentale per la conferma del dato anamnestico.

L’ispezione

Dopo aver proceduto alla valutazione dello stato nutrizionale del soggetto in esame, si procede all’ispezione della superficie cutanea. Va eseguita sul paziente in posizione eretta, dapprima  frontalmente e poi posteriormente e da ambo i lati, destro e sinistro, con particolare riguardo alle regioni: trocanterica, supero-laterale, supero-mediale e posteriore delle cosce e delle ginocchia, addominale, sovrapubica, gluteale.

Si considera la presenza o meno di adiposità localizzata (cosidetti cuscinetti di grasso in regione trocanterica) e si apprezzano volume e forma delle cosce e dei glutei.
I segni e i sintomi, valutabili all’ispezione, sono nell’ordine:

  • La scabrosità cutanea generalizzata (skin roughness o pelle a buccia di arancia).
  • La scabrosità cutanea localizzata, caratterizzata  dalla  presenza di introflessioni crateriformi o irregolari della superficie cutanea (madras skin o mattres phenomenon); oppure della  cosidetta quilt skin o cute a coltrone  in cui predominano le ondulazioni lineariformi, in genere con  andamento trasversale rispetto all’asse maggiore dell’arto.
  • La superficie della cute appare segmentata in settori di forma rettangolare, trapezioidale o romboidale, irregolari.
  • Il  colore della pelle, con  particolare riguardo alle sedi con tonalità  grigio-giallastra.
  • Il pallore cutaneo (cute pallida) che denuncia la presenza di aree ipotermiche.
  • Le teleangectasie, o microvaricosità, o venulo-ectasie intradermiche, con particolare riguardo alla localizzazione in corrispondenza delle regioni supero-medio­ ed infero-laterale delle cosce.

Se ne apprezzeranno le diverse estrinsecazioni anatomo-cliniche, quali:

  • Le microvarici rosse, di raro riscontro.
  • Le microvarici bleu-violacee, con aspetto a stella, o aracniforme, o ramificate: a placca, a grappolo d’uva, puntiformi, arboriformi, sinuosità  semplice o complessa.
  • Le smagliature cutanee (striae atrophicae distensae cutis) di cui si apprezzano la lunghezza, la forma, la profondità, il colore (striature rosse o striature bianche).
  • Le eventuali cicatrici.
  • Le atrofie cutanee.
  • Le ipercromie da iperpigmentazione, le discromie e le ipocromie.

Particolare attenzione va posta agli ematomi da traumi di scarsa entità, quale segno di abnorme fragilità capillare.

L’esame obiettivo

È rivolto alla valutazione dello stato tissutale, con focus sulla condizione degli arti inferiori per l’osservazione di eventuale stasi, o di insufficienza venosa. Si valuterà la presenza di: la palpazione superficiale e profonda.

La palpazione costituisce il cardine semeiologico imprescindibile, su cui si basa la diagnosi di presunzione. Va premesso che è necessario un periodo di apprendimento, per facilitare la corretta interpretazione delle singole percezioni tattili.

La sensibilità cresce e si affina solo con l’esperienza personale. Ad esempio, ci si adagia spesso alla compressione di una grossa plica cutanea tra le due mani, per provocare la comparsa della pelle a buccia d’arancia: è una manovra ricorrente seppur errata.La semeiotica clinica è già apprezzabile al semplice sfioramento con i polpastrelli delle dita, alla palpazione pluridigitale superficiale o profonda ed infine alla palpazione monodigitale mirata.

Gli elementi palpatori, utili per giungere alla diagnosi, hanno diverso peso semeiologico: per l’approfondimento suggeriamo l’Atlante Semeiologico del Prof. S.B. Curri.

Alcune manovre evidenziano la presenza di macronoduli o la sensazione palpatoria di fine granulia, o il dolore spontaneo o provocato, oppure ancora le cosidette placche cellulitiche, o piastroni indurati. Altre, consentono solo un giudizio più sfumato e meno rigido: saranno le tecniche strumentali allora a darne il quadro clinico definitivo.

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Grazie mille, anzi… un milione!

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma GRAZIE MILLE ANZI MILIONE Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Luce Pulsata Peeling Pressoterapia Linfodrenante Mappatura Dietologo Dermatologia DermatoscopiaGrazie! Si dico proprio a te che la notte scorsa, poco dopo mezzanotte, ti sei collegato a questo blog: non lo sapevi ma col tuo click hai permesso, a questo sito, di totalizzare il PRIMO MILIONE DI VISUALIZZAZIONI! Ed ovviamente grazie anche a te che stai leggendo ora: non sei magari il milionesimo visitatore, ma sei comunque l’anima di questo sito! GRAZIE GRAZIE GRAZIE  a tutti i lettori, continuate a seguirmi!

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Qual è la differenza tra la depilazione definitiva con luce pulsata fatta dal medico e quella fatta dall’estetista?

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO DONNA NUDA BELLA CORPO ESTETICA BELLEZZA FISICO MAGRAMolti pazienti di entrambi i sessi mi chiedono quale sia la differenza della luce pulsata (strumento che si usa per depilazione permanente e fotoringiovanimento) fatta dal medico e quella fatta dall’estetista.

Il decreto del 12-5-2011 firmato dal ministro della Salute dott. F. Fazio, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n°163 del 15-7-2011, stabilisce che il personale non medico impiegato nel settore estetico (estetista), NON è autorizzato ad utilizzare dispositivi per depilazione ad impulsi luminosi (Luce Pulsata) qualora la fluenza (per capirci: la “potenza”) dei suddetti dispositivi risulti superiore a 26 joule/cm2 con sistema di raffreddamento cutaneo integrato o di 13 joule/cm2 se sprovvisto di raffreddamento.

La legge stabilisce quindi da molti anni che solo i medici possono utilizzare dispositivi a Luce Pulsata ad elevata potenza e pertanto ad elevate prestazioni, per le procedure di depilazione definitiva.

Le estetiste che usino strumenti con potenza superiore a 26 joule/cm2 hanno in mano – senza averne le competenze – uno strumento capace di determinare danni permanenti alla vostra salute ed alla vostra bellezza. Ancora più importante: compiono un reato grave (esercizio abusivo della professione medica).

Le estetiste che usano strumenti con potenza inferiore a 26 joule/cmhanno in mano uno strumento che è si legale, ma è anche estremamente meno potente rispetto a quello che possono per legge usare solo i medici. In definitiva il medico è autorizzato ad usare uno strumento molto più efficiente rispetto a quello che per legge possono usare le estetiste, con differenze – nel risultato finale – estremamente evidenti. A voi la scelta.

Leggi anche: Quali sono le differenze tra la cavitazione fatta dal medico e quella fatta dall’estetista?

Sullo stesso argomento ti consiglio di leggere inoltre: il mio articolo sulla Radiofrequenza Monopolare, dove parlo anche della questione “Radiofrequenza dal medico o dall’estetista?”

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
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Polvere toracica: le case dei fumatori sono inquinate come Pechino

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO INQUINAMENTO FUMO CAMINO INDUSTRIA GAS SCARICO PM10 NANOPARTICELLE NUBE TOSSICAIl tabagismo, come ormai sanno anche i sassi, rappresenta una delle più diffuse (e, da ex fumatore, aggiungo io “stupide”) cause principali di morte evitabili, in quanto la tossico-dipendenza da nicotina risulta uno dei maggiori fattori nello sviluppo di patologie quali tumore al polmone, enfisema e patologie cardiovascolari, oltre ad avere un ruolo eziologico importante in quasi tutte le altre malattie conosciute. Risultano piuttosto risaputi anche i danni che può provocare il fumo passivo, ovvero sia quella quantità di fumo assorbita involontariamente per la semplice presenza contemporanea di fumatori all’interno di un ambiente condiviso: ciò nonostante, spesso vengono dimenticati e sottovalutati.

La ricerca

Per comprendere quanto invece possa essere estremamente pericoloso il fumo passivo, i ricercatori dell’Università di Aberdeen hanno condotto uno studio, pubblicato sulla rivista specializzata Tobacco Control e sul British Medical Journal, in cui andavano ad analizzare l’atmosfera di 93 abitazioni di fumatori, mettendola a confronto con quella di 17 case di non fumatori. Il risultato ha evidenziato come nei salotti delle prime i livelli di inquinamento erano circa 10 volte superiori a quelli dove non veniva accesa alcuna sigaretta.

Inquinamento tre volte superiore ai limiti di sicurezza

Misurando la quantità di particelle inquinanti presente nell’atmosfera delle abitazioni in cui il tabagismo è un’abitudine, si riscontrano livelli di tre volte superiori a quelli che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha imposto come limite di sicurezza. La conseguenza diretta di una tale scoperta risulta piuttosto eloquente: chi convive con un fumatore risulta esposto a standard di particolato fine paragonabili a quelle delle città più inquinate del mondo, come Londra o Pechino (vedi foto in alto!).

Polvere toracica

Il particolato fine, o PM2,5, è composto da varie particelle tossiche per l’organismo: è definito come polvere toracica, in quanto in grado di penetrare in profondità all’interno dei polmoni durante la respirazione, e viene generalmente utilizzato per quantificare i livelli di inquinamento atmosferico. Tale risultato mette in luce un tipo di inquinamento di cui si parla poco, quello indoor, ovvero sia quello presente nelle nostre case e dovuto precipuamente al fumo passivo: dunque, se ci sta a cuore la nostra salute e quella di coloro i quali vivono assieme a noi, occorre spegnere una volta per tutte la sigaretta. Io ci sono riuscito: potete riuscirci anche voi!

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Scleroterapia per eliminare i capillari dilatati

Dott Emilio Alessio Loiacono Medico Chirurgo Specialista in Medicina Estetica Roma SCLEROTERAPIA ELIMINARE CAPILLARI Radiofrequenza Rughe Cavitazione Cellulite Peeling Pressoterapia Linfodrenante Dietologo Dieta Dermatologia Gambe Gonfie Edemi DonnaLa scleroterapia è una tecnica cosmetica per trattare i vasi sanguigni sottili, ossia i capillari. Questo trattamento esiste dagli anni ’20, quando si usava per curare le vene varicose (dilatate) ed è usato oggi per risolvere il problema dei capillari dilatati. I capillari possono comparire in qualsiasi parte del corpo, ma le zone più frequenti sono attorno al naso e sulle gambe.

Cause dei capillari dilatati

Molti fattori sono responsabili per la comparsa dei capillari dilatati. Spesso la causa è da trovare nella familiarità, nella gravidanza, o nel caso di donne con squilibrio ormonale. A volte i capillari dilatati si presentano come effetto collaterale di alcuni medicinali o in conseguenza di un forte impatto.

Come funziona il trattamento?

Con un ago molto sottile si inietta una soluzione speciale, lo Scleremo, che provoca la contrazione e il restringimento delle pareti capillari fermando il flusso sanguigno nel canale venale. Con questa procedura i vasi rimangono senza sangue e spariscono da soli. Per garantire ottimi risultati, l’iniezione nelle vene si fa strettamente sotto una luce speciale e con l’aiuto di una lente di ingrandimento particolare. La scleroterapia è la terapia più efficace per rimuovere i capillari dilatati e si usa anche per rimuovere le vene varicose più lievi.

Il trattamento è doloroso?

Questo procedimento non è molto doloroso: si usa un ago molto piccolo, nella maggior parte dei casi non c’è nemmeno bisogno di anestetico. Succede che le zone trattate restino un po’ più sensibili del solito nei due giorni successivi al trattamento.

Quanti trattamenti sono necessari?

Per ottenere risultati migliori è sufficiente una cura che comprende da 2 a 5 trattamenti. Molto dipende – ovviamente – dalla situazione di partenza e dalla compattezza dei vostri capillari.

Quanto durano i risultati?

I capillari trattati scompaiono per sempre. Ovviamente, se la causa originale medica dei capillari rimane, c’è la possibilità che nuovi capillari appaiano: essi dovranno essere trattati con un nuovo ciclo di trattamento. Uno stile di vita sano, un’alimentazione corretta e praticare dello sport sono, come sempre, la maniera migliore per impedire la formazione di nuovi capillari una volta che quelli vecchi siano stati trattati.

Il trattamento di scleroterapia è sicuro?

Le vene trattate con questo intervento sono vene superficiali, che non hanno alcuna funzione vitale, sono solo un disagio estetico. Questo trattamento esiste da decenni e ha dimostrato di essere molto sicuro ed efficace, specialmente se effettuato da un medico esperto. Le reazioni allergiche sono molto rare, e gli effetti collaterali molto lievi.

Quali sono gli effetti collaterali della scleroterapia?

Le possibili reazioni sono legate alla tolleranza delle iniezioni, che comprende lividi, gonfiore, rossore e prurito. Sono rari i casi di effetti collaterali duraturi come una pigmentazione prolungata o piccole cicatrici. Questi ultimi dono effetti rari, soprattutto se il trattamento si svolge da un medico esperto e, se si presentano, sono effetti molto più accettabili dei propri capillari dilatati. Reazioni allergiche sono molto rare.

Consigli per un rapido recupero dopo scleroterapia:

  • Se siete inclini a fare lividi, usate delle pastiglie o della crema contro i lividi un giorno prima e 5 giorni dopo l’intervento.
  • Se trovate dei lividi, applicate del ghiaccio o la crema contro i lividi dopo il trattamento.
  • Evitate saune, bagni turchi e bagni di sole per un paio di giorni dopo l’intervento.
  • Evitate di fare esercizi eccessivi per 3 giorni dopo l’intervento.
  • Evitate bagni caldi per 6 ore dopo l’intervento.
  • I capi più comodi dopo l’intervento sono pantaloni scuri e larghi.
  • Provate ad usare delle calze contenitive (o collant da 10 denari) per 2 o 3 giorni dopo l’intervento. Vi preghiamo di portarvele per poterle usare subito dopo il trattamento.
  • Le reazioni comuni dopo il trattamento sono rossore, gonfiore, prurito, sensibilità nella zona trattata e lividi. Tutte queste reazioni scompaiono nel giro di una settimana.
  • Se per caso non avete chiare le istruzioni, avvertite degli effetti collaterali o se dubitate dei risultati, chiamate subito il vostro medico di fiducia.

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I dieci fantastici usi del bicarbonato che ancora non conosci

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO BICARBONATOIl bicarbonato di sodio è un fantastico alleato per la nostra salute e per la nostra bellezza, tuttavia non tutti conoscono fino in fondo tutti i modi in cui può tornarci utile. Vediamo oggi una lista di dieci usi del bicarbonato. Cominciamo prima a farci una semplice domanda:

Cos’è il bicarbonato di sodio?
L’idrogenocarbonato di sodio o carbonato acido di sodio o carbonato monosodico (o bicarbonato di sodio che è il nome più comune, commercialmente noto come “bicarbonato“) è un sale di sodio dell’acido carbonico. A differenza del carbonato, l’idrogenocarbonato mantiene uno ione idrogeno dell’acido corrispondente. È tra gli additivi alimentari codificati dall’Unione Europea. In natura è presente disciolto nelle acque superficiali e sotterranee; il suo nome risale all’epoca di Lavoisier (XVIII secolo) quando i sali erano considerati la combinazione di un ossido metallico con un ossido non metallico. Vediamo ora insieme tutti i benefici che il bicarbonato è in grado di regalarci.

1) Mani e piedi
Possiamo utilizzare il bicarbonato di sodio unito all’acqua per la pulizia delle mani, specialmente se sono molto sporche o presentano cattivi odori. Serve anche come pediluvio rilassante. Leggi anche: Lavarsi veramente bene le mani non è così facile come sembra: ecco i trucchi per farlo nel modo giusto!

2) Respirazione
Possiamo fare dei suffumigi per decongestionare le vie respiratorie, nel caso in cui siamo colpiti dal raffreddore. Leggi anche: Laringite, asma, sinusite, raffreddore: riduci i sintomi con i suffumigi

3) Digestione
Il bicarbonato è un digestivo antiacido. Di solito lo si prende insieme al limone, dalle innumerevoli proprietà benefiche, per evitare i gonfiori e per essere aiutati nella digestione. Leggi anche: Acidità di stomaco e bruciore: tutti i farmaci antiacidi

4) Pulizia dei denti
Possiamo utilizzare il bicarbonato come dentifricio, magari con l’aggiunta di qualche goccia di olio essenziale di menta. Leggi anche: Il cioccolato fondente protegge i nostri denti da carie e placca

5) Punture di insetti
E’ ottimo anche contro le punture degli insetti e le irritazioni. In questi casi basterà mescolarlo con un po’ d’acqua, per ricavarne un amalgama da applicare sulla pelle. Si può fare anche una pomata per le scottature con il bicarbonato. Leggi anche: Quante sono, a cosa servono, perché “ronzano”: dieci cose che non sai sulle zanzare

6) Sport
Se facciamo sport, possiamo bere degli integratori di bicarbonato di sodio con l’acqua, che ci aiutano a rimediare all’accumulo di acido lattico e a migliorare le nostre prestazioni.

7) Scrub
Possiamo utilizzare il bicarbonato per lo scrub del viso e del corpo. Unendolo all’acqua, difatti, si può ottenere un ottimo esfoliante: lo si deve massaggiare sulla pelle e poi si risciacqua con acqua tiepida. Inoltre si può strofinare sui talloni e sulle zone ruvide del corpo, per ammorbidirle. Leggi anche: Lo scrub: a che serve e da cosa è composto?

8) Capelli
Il bicabonato può essere aggiunto al tuo shampoo, per eliminare i residui di calcare dai capelli e per renderli piuttosto morbidi. Leggi anche: Si lava i capelli senza shampoo per venti giorni: il risultato è incredibile

9) Deodorante
Non dimentichiamo gli effetti deodoranti del bicarbonato. Possiamo ottenere un prodotto liquido, sciogliendone 2 cucchiaini in un bicchiere d’acqua, lasciando riposare per 24 ore, per poi trasferire il tutto in un contenitore spray.

10) Alito cattivo
E’ possibile utilizzare il bicarbonato di sodio anche come collutorio: se lo sciogliamo in mezzo bicchiere d’acqua, possiamo risciacquarci la bocca e aiuta a sconfiggere l’alito cattivo. Inoltre con esso possiamo pulire fino in fondo le dentiere e gli apparecchi per i denti.

Il miglior bicarbonato in commercio, selezionato ed usato dal nostro Staff, è questo: https://amzn.to/3LXbYp7

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Dott. Emilio Alessio Loiacono
Medico Chirurgo
Direttore dello Staff di Medicina OnLine

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Beth, la “bella addormentata” esiste davvero

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO OSPEDALE ANAMNESI ESAME OBIETTIVO SEMEIOTICA FONENDOSCOPIO ESAME (4)Beth Goodier, giovane inglese ventenne raffigurata nella foto in alto, soffre di una patologia piuttosto particolare: la cosiddetta «sindrome della bella addormentata» (nome scientifico: “Sindrome di Kleine-Levin”). Si tratta di un disturbo neurologico che comporta crisi di eccesso di sonno che possono durare per giorni o addirittura settimane. Questa malattia – così particolare – fa parte delle ipersonnie, cioè un gruppo di disturbi del sonno che si manifestano in un eccessivo e prolungato stato di sonno dell’individuo, costante nel tempo, associato alla difficoltà di svegliarsi o nel riuscire a rimanere svegli ovvero situazioni di sonno improvviso cui la persona non riesce ad esimersi (si può osservare la stessa dormire mentre è in conversazione o mentre sta pranzando). Durante la veglia la persona affetta da ipersonnia può risultare apatica, o con un eloquio incoerente oppure può presentare irrequietezza. Si contrappone all’insonnia.

Continua la lettura su https://www.corriere.it/salute/speciali/2014/sonno/notizie/beth-bella-addormentata-vivente-02930122-591c-11e4-aac9-759f094570d5.shtml#:~:text=di%20Emanuela%20Di%20Pasqua&text=Di%20questa%20condizione%20non%20si,sue%20lunghe%20ore%20di%20sonno.

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