Disturbo da attacchi di panico: sensazione di morte imminente e angoscia

Dott. Loiacono Emilio Alessio Medico Chirurgo Medicina Chirurgia Estetica Rughe Cavitazione Dieta Dimagrire Pancia Grasso Dietologo NutrizionistaDimagrire Sessuologo Aiuto Supporto psicologico Roma ATTACCHI DI PANICOCon disturbo d’ansia (in inglese “anxiety disorder”) in medicina ed in particolare in psichiatria, si identifica uno stato mentale caratterizzato da diverse forme di paura e di ansia patologica che si accompagnano spesso a manifestazioni psicosomatiche e che creano notevole disagio all’individuo, andando ad interferire con la sua vita sociale, relazionale e/o professionale. I più comuni disturbi d’ansia sono il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo da attacchi di panico e le fobie. Il disturbo post-traumatico da stress, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una categoria denominata Disturbi correlati a trauma e stress. Il disturbo ossessivo-compulsivo, una volta inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una nuova categoria specifica, denominata Disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati. In alcuni casi un disturbo d’ansia può associarsi ad un disturbo dell’umore, come la depressione.

Differenza tra ansia e disturbo d’ansia

E’ importante ricordare che, nel linguaggio comune il termine “ansia” viene spesso usato in modo improprio, riferendosi a generiche condizioni di apprensione, nervosismo e stress, molto comuni nella vita quotidiana di ognuno di noi, che però nella maggioranza dei casi non hanno nulla a che vedere con il disturbo d’ansia, che è una patologia psichiatrica vera e propria. L’ansia presente nel disturbo d’ansia (“ansia patologica”) non è un semplice disagio transitorio e fisiologico che si verifica durante determinati episodi della nostra vita, bensì un sintomo abnorme che interferisce severamente con la nostra vita sotto diversi aspetti, da quello sociale e relazionale, fino a quello lavorativo.

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Disturbo da attacchi di panico

Il disturbo da attacchi di panico (da cui l’acronimo DAP), anche chiamato disturbo di panico, in inglese denominato panic attack o panic disorder (da cui gli acronimi PA e PD), è un tipo specifico di disturbo d’ansia caratterizzato da improvvisi ed intensi stati di fortissima ansia accompagnati da altri sintomi psicologici e fisici. Gli stati d’ansia, denominati “attacchi di panico“, si presentano in maniera imprevedibile, generalmente senza una causa scatenante razionale e specifica oppure, se presente, tale causa è rappresentata da un evento che, per la persona sana, non rappresenta fonte di timore. La terapia è di tipo psicoterapico con l’associazione, nei casi più gravi, dei farmaci. In alcuni casi un disturbo da attacchi di panico può associarsi ad una fobia.

Epidemiologia

Il disturbo da attacchi di panico rappresenta uno dei più comuni disturbi psicologici: si calcola che circa 10 milioni di italiani abbiano subito uno o più attacchi di panico nel corso della loro vita. Il disturbo di solito esordisce nella tarda adolescenza o nella prima età adulta ed ha un’incidenza da due a tre volte maggiore nelle donne rispetto agli uomini.

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Cause

Le cause specifiche del disturbo da attacchi di panico e degli altri disturbi d’ansia, come avviene per numerose altre patologie di interesse psichiatrico, non sono ancora state comprese del tutto. Si ritiene siano dovuti ad una combinazione di fattori genetici, psicologici, fisici e ambientali. Alcune caratteristiche predisponenti (come la famigliarità con la malattia, cioè aver dei casi in famiglia di disturbo da attacchi di panico o di altro disturbo d’ansia) unite ad episodi particolarmente traumatici e stressanti possono innescare un disturbo d’ansia. Eventi particolari capaci di tale innesco, sono ad esempio lutti, licenziamenti, difficoltà economiche o famigliari, patologie croniche ed invalidanti, una diagnosi di malattia terminale, violenza sessuale subita in tenera età, aver subito torture o aver vissuto un evento catastrofico come un incidente aereo o un terremoto. Alcune patologie organiche, come l’ipertiroidismo o altri squilibri endocrini, sono note per causare sintomi di nervosismo cronico e di ansia, quindi potrebbero essere un fattore di rischio per il disturbo da attacchi di panico. Patologie psichiatriche (come la depressione) e neurologiche (soprattutto se croniche, invalidanti e/o incurabili) potrebbero rappresentare un altro fattore di rischio per i disturbi d’ansia. La dipendenza da sostanze legali o illegali (alcol, caffeina, benzodiazepine, cannabis, cocaina, eroina ed altre sostanze psicotrope) e le dipendenze comportamentali (shopping compulsivodipendenza dal sessodisturbo da gioco d’azzardomasturbazione compulsivacleptomania, dipendenza da uso di doping, dipendenza dal lavoro, dipendenza dal cibo, piromaniadisturbo da interazione di più dipendenze…), potrebbero favorire o causare il disturbo da attacchi di panico o un altro disturbo d’ansia, oppure aggravare un disturbo preesistente. Gli studi sui possibili contributi genetici allo sviluppo del disturbo d’ansia generalizzato hanno esaminato le relazioni tra possibili geni implicati nelle strutture cerebrali coinvolte nell’identificazione di potenziali minacce (ad esempio, nell’amigdala) e anche implicati nei neurotrasmettitori e nei recettori dei neurotrasmettitori noti per essere coinvolti nei disturbi d’ansia. Alcuni farmaci antidepressivi (ad esempio gli SSRI), pur essendo spesso anche degli efficaci ansiolitici, possono causare in alcuni soggetti dei sintomi d’ansia che potrebbero essere confusi con un peggioramento della patologia iniziale. L’esposizione prolungata ad alcune sostanze chimiche, come i solventi industriali, possono favorire la comparsa di un disturbo d’ansia. Il mobbing ed il burn out sono possibili cause di un disturbo d’ansia. Un disturbo post-traumatico da stress), la dipendenza affettiva, la sindrome da abbandono, la dipendenza da un partner narcisista patologico, o la fine di una relazione possono innescare il disturbo da attacchi di panico o un disturbo d’ansia. Le “psico-tecnopatologie” (le malattie psicologiche causate da un abuso delle nuove tecnologie) come la dipendenza da smartphone, la dipendenza da notifiche, la dipendenza da internet e la dipendenza da social network possono causare o favorire il disturbo da attacchi di panico o altro disturbo d’ansia, o peggiorare un disturbo d’ansia già esistente nel paziente.

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Caratteristiche dell’attacco di panico

L’attacco di panico in genere è improvviso ed è caratterizzato da un intenso stato di ansia, paura, angoscia, desiderio di fuga immediata, paura di morte imminente. L’attacco si presenta in maniera imprevedibile, generalmente senza una causa scatenante razionale e specifica. Quando una causa specifica è presente, essa è rappresentata da eventi e circostanze assolutamente innocue e come tali percepite dalla maggioranza delle persone sane, eventi e circostante che invece vengono viste dal paziente come situazioni catastrofiche o realmente pericolose. L’attacco di panico può innescarsi anche in momenti assolutamente tranquilli e, apparentemente, senza alcuna circostanza specifica, ad esempio mentre il paziente sta tranquillamente seduto in poltrona a guardare la televisione o mentre legge un libro o nel sonno, mentre dorme.

Sintomi e segni associati

L’attacco di panico descritto nel paragrafo precedente, si può accompagnare a numerosi altri sintomi e segni, tra cui:

  • sensazione di asfissia o iperventilazione, con sindrome da iperventilazione psicogena;
  • tachipnea (aumento della frequenza respiratoria);
  • dispnea (“fame d’aria”);
  • tachicardia (aumento della frequenza cardiaca);
  • ipertensione arteriosa (aumento della pressione arteriosa);
  • tremori alle braccia e/o alle gambe;
  • vertigini;
  • pallore nel viso;
  • oppressione o fastidio al petto;
  • sensazioni di sbandamento, instabilità e svenimento;
  • ipotensione arteriosa (abbassamento della pressione arteriosa);
  • svenimento (sincope o lipotimia);
  • palpitazioni;
  • sensazioni di torpore;
  • paura di impazzire;
  • paura di perdere il controllo sulle proprie azioni;
  • nausea;
  • diarrea;
  • sensazioni di irrealtà, di stranezza, di distacco dall’ambiente e da sé stessi (derealizzazione e depersonalizzazione);
  • vampate o brividi di freddo;
  • paura di stare sempre peggio e di non riuscire a riprendersi;
  • sensazione di formicolio agli arti e alle mani (parestesia).

Conseguenze

Il disturbo da attacchi di panico, come gli altri disturbi d’ansia e le patologie psichiatriche in generale, è in grado di interferire severamente con la nostra vita sotto diversi aspetti, da quello sociale e relazionale, fino a quello lavorativo. Il paziente, per timore di avere un attacco di panico in pubblico, potrebbe ad esempio isolarsi e, nei casi più gravi, soffrire di depressione ed avere ideazioni suicidarie. Alcuni pazienti potrebbero, a causa della patologia, essere impossibilitati a svolgere un dato lavoro o essere licenziati per aver commesso azioni sconsiderate a lavoro a causa di un attacco di panico.

Durata dell’attacco di panico

Gli attacchi di panico possono avere una durata molto variabile: alcuni attacchi durano alcuni secondi, altri possono durare alcune ore. Nella maggioranza dei casi un attacco di panico non dura più di 30 minuti.

Diagnosi

La diagnosi di un disturbo da attacchi di panico si basa soprattutto sui suoi segni e sintomi caratteristici. Un’anamnesi familiare di disturbi d’ansia è d’aiuto, poiché la famigliarità (cioè, l’avere dei casi in famiglia di disturbo da attacchi di panico o altro disturbo d’ansia) sembra essere un importante fattore di rischio per il disturbo. E’ importante anche diagnosticare una eventuale altra patologia di interesse psichiatrico associata, come un disturbo dell’umore (ad esempio la depressione) o un disturbo da stress post-traumatico. All’insorgere delle prime crisi è frequente che tale disturbo non venga riconosciuto dal soggetto e di conseguenza non venga trattato e scambiato per altre patologie specialmente di natura cardiologica, polmonare o endocrina.

Disturbo di panico nel DSM-5

Secondo la quinta e più recente edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), per la diagnosi di disturbo di panico devono essere presenti entrambi i seguenti criteri diagnostici:

  • Presenza di attacchi di panico inaspettati ricorrenti (per la definizione di “attacco di panico”, vedi il prossimo paragrafo);
  • Almeno uno degli attacchi è stato seguito da 1 mese (o più) di uno (o più) dei seguenti sintomi:
    • preoccupazione persistente di avere altri attacchi;
    • preoccupazione a proposito delle implicazioni dell’attacco o delle sue conseguenze (per es., perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, “impazzire”);
    • significativa alterazione del comportamento correlata agli attacchi.

Se fossimo in presenza di agorafobia la diagnosi sarà di disturbo da attacchi di panico con agorafobia. Il medico deve valutare che gli attacchi non siano dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (ad esempio una droga o un farmaco) o di una condizione medica generale (ad esempio ipertiroidismo) per questo tali condizioni dovranno essere escluse. Gli attacchi di panico non devono inoltre essere meglio giustificati da altro disturbo mentale, come fobia sociale, fobia specifica, disturbo ossessivo-compulsivo o disturbo post-traumatico da stress.

Attacco di panico nel DSM-5

La definizione di episodio di “attacco di panico” nel DSM-5 è un periodo preciso di intensa paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

  • palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia;
  • sudorazione;
  • tremori fini o a grandi scosse;
  • dispnea o sensazione di soffocamento;
  • sensazione di asfissia (mancanza d’aria);
  • dolore o fastidio al petto;
  • nausea o disturbi addominali;
  • sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento;
  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi);
  • paura di perdere il controllo o di impazzire;
  • paura di morire;
  • parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio);
  • brividi o vampate di calore.

Ricordiamo che sono sufficienti quattro sintomi di quelli sopra descritti per essere in presenza di un attacco di panico.

Se pensi di soffrire di disturbo da attacchi di panico o di altro disturbo d’ansia, prenota la tua visita e, grazie ad una serie di colloqui riservati, ti aiuterò a risolvere definitivamente il tuo problema.

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Disturbo d’ansia generalizzato: avere sempre ansia ma non capire per cosa

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO CHIRURGO DEPRESSIONE TRISTE SUICIDIO ANSIA PAURA PIOGGIA NEGATIVITA MORTECon disturbo d’ansia (in inglese “anxiety disorder”) in medicina ed in particolare in psichiatria, si identifica uno stato mentale caratterizzato da diverse forme di paura e di ansia patologica che si accompagnano spesso a manifestazioni psicosomatiche e che creano notevole disagio all’individuo, andando ad interferire con la sua vita sociale, relazionale e/o professionale. I più comuni disturbi d’ansia sono il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo da attacchi di panico e le fobie. Il disturbo ossessivo-compulsivo, una volta inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una nuova categoria specifica, denominata Disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati. Il disturbo post-traumatico da stress, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito nella categoria denominata Disturbi correlati a trauma e stress. In alcuni casi un disturbo d’ansia può associarsi ad un disturbo dell’umore, come la depressione.

Differenza tra ansia e disturbo d’ansia

E’ importante ricordare che, nel linguaggio comune il termine “ansia” viene spesso usato in modo improprio, riferendosi a generiche condizioni di apprensione, nervosismo e stress, molto comuni nella vita quotidiana di ognuno di noi, che però nella maggioranza dei casi non hanno nulla a che vedere con il disturbo d’ansia, che è una patologia psichiatrica vera e propria. L’ansia presente nel disturbo d’ansia (“ansia patologica”) non è un semplice disagio transitorio e fisiologico che si verifica durante determinati episodi della nostra vita, bensì un sintomo abnorme che interferisce severamente con la nostra vita sotto diversi aspetti, da quello sociale e relazionale, fino a quello lavorativo. Ad esempio nel disturbo d’ansia generalizzato, di cui parlerò in questo articolo, il paziente tende a vivere in uno stato di allerta cronica causata da nessun motivo specifico e razionale e sente di temere per qualcosa ma spesso senza essere capace di esprimere specificatamente di che cosa abbia paura. Il lettore può quindi facilmente intuire quanto tale condizione sia differente da quella che nel linguaggio comune sia denominata “ansia”, che può essere la normale risposta a periodi particolarmente stressanti con cause ben specifiche (ad esempio “ho ansia per l’esame universitario che ho domani”; oppure “devo affrontare un colloquio di lavoro e sono ansioso”).

Disturbo d’ansia generalizzato

Il “disturbo d’ansia generalizzato“, detto anche “disturbo d’ansia generalizzata” (da cui l’acronimo DAG), in inglese Generalized anxiety disorder, da cui l’acronimo GAD, è un tipo specifico di disturbo d’ansia caratterizzato da sintomi fisici e psichici dell’ansia che NON sono concentrati verso una particolare causa o situazione specifica (da cui la denominazione “generalizzata”).

Epidemiologia

Il disturbo d’ansia generalizzato interessa soprattutto le donne (rapporto femmine maschi 3:2) e complessivamente il 3-5% della popolazione. Il disturbo può venir sottovalutato dai pazienti ed è generalmente cronico: di solito si presenta in età infantile, tanto che il paziente riferisce di essere ansioso “da sempre”.

Storia dei criteri diagnostici

L’American Psychiatric Association ha introdotto il disturbo d’ansia generalizzato come diagnosi nel DSM-III nel 1980, quando la nevrosi d’ansia è stata suddivisa in DAG e disturbo di panico. La definizione nel DSM-III richiedeva ansia o preoccupazione diffusa e incontrollabile che fosse eccessiva e irrealistica e persistesse per 1 mese o più. Alti tassi di comorbilità di disturbo d’ansia generalizzato e depressione maggiore hanno portato molti ricercatori a suggerire che il DAG sarebbe stato meglio concettualizzato come un aspetto della depressione maggiore piuttosto che un disturbo indipendente. Molti critici hanno affermato che le caratteristiche diagnostiche di questo disturbo non erano ben stabilite fino al DSM-III-R. Poiché la comorbidità di DAG e di altri disturbi diminuiva nel tempo, il DSM-III-R ha modificato il tempo necessario per una diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato a 6 mesi o più. Il DSM-IV ha cambiato la definizione di preoccupazione eccessiva e il numero di sintomi psicofisiologici associati richiesti per una diagnosi. Un altro aspetto della diagnosi che il DSM-IV ha chiarito è quello che costituisce un sintomo che si verifica “spesso”. Il DSM-IV richiedeva anche difficoltà nel controllare la preoccupazione per la diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato. Il DSM-5 sottolinea che le preoccupazioni eccessive devono verificarsi il più delle volte e su una serie di argomenti diversi. È stato affermato che i continui cambiamenti nelle caratteristiche diagnostiche del disturbo hanno reso difficile la valutazione delle statistiche epidemiologiche come la prevalenza e l’incidenza, oltre ad aumentare la difficoltà per i ricercatori nell’identificare le basi biologiche e psicologiche del disturbo. Di conseguenza, anche la preparazione di farmaci specializzati per il disturbo è stata ed è ad oggi più difficile.

Cause e fattori di rischio

Le cause specifiche del disturbo d’ansia generalizzato e degli altri disturbi d’ansia, come avviene per numerose altre patologie di interesse psichiatrico, non sono ancora state comprese del tutto. Si ritiene siano dovuti ad una combinazione di fattori genetici, psicologici, fisici e ambientali. Alcune caratteristiche predisponenti (come la famigliarità con la malattia, cioè aver dei casi in famiglia di disturbo d’ansia) unite ad episodi particolarmente traumatici e stressanti (lutti, licenziamenti, difficoltà economiche o famigliari, patologie croniche ed invalidanti, una diagnosi di malattia terminale…) possono innescare il disturbo d’ansia generalizzato. Alcune patologie organiche, come l’ipertiroidismo o altri squilibri endocrini, sono note per causare sintomi di nervosismo cronico e di ansia, quindi potrebbero essere un fattore di rischio per i disturbi d’ansia. Patologie psichiatriche (come la depressione) e neurologiche (soprattutto se croniche, invalidanti e/o incurabili) potrebbero rappresentare un altro fattore di rischio per i disturbi d’ansia. La dipendenza da sostanze legali o illegali (alcol, caffeina, benzodiazepine, cannabis, cocaina, eroina ed altre sostanze psicotrope) e le dipendenze comportamentali (shopping compulsivodipendenza dal sessodisturbo da gioco d’azzardomasturbazione compulsivacleptomania, dipendenza da uso di doping, dipendenza dal lavoro, dipendenza dal cibo, piromaniadisturbo da interazione di più dipendenze…), potrebbero favorire o causare un disturbo d’ansia oppure aggravarne uno preesistente. Gli studi sui possibili contributi genetici allo sviluppo del disturbo d’ansia generalizzato hanno esaminato le relazioni tra geni implicati nelle strutture cerebrali coinvolte nell’identificazione di potenziali minacce (ad esempio, nell’amigdala) e anche implicati nei neurotrasmettitori e nei recettori dei neurotrasmettitori noti per essere coinvolti nei disturbi d’ansia. Più specificamente, i geni studiati per la loro relazione con lo sviluppo di disturbo d’ansia generalizzato o che hanno dimostrato di avere una relazione con la risposta al trattamento includono:

  • PACAP (polimorfismo A54G): la remissione dopo 6 mesi di trattamento con Venlafaxina ha suggerito una relazione significativa con il polimorfismo A54G (Cooper et al. 2013);
  • Gene HTR2A (allele rs7997012 SNP G): si suggerisce che l’allele HTR2A sia implicato in una significativa riduzione dei sintomi di ansia associati alla risposta a 6 mesi di trattamento con Venlafaxina (Lohoff et al. 2013);
  • Regione del promotore SLC6A4 (5-HTTLPR): si suggerisce che il gene del trasportatore della serotonina sia implicato nella significativa riduzione dei sintomi di ansia in risposta a 6 mesi di trattamento con Venlafaxina (Lohoff et al. 2013).

Alcuni farmaci antidepressivi (ad esempio gli SSRI), pur essendo spesso anche degli efficaci ansiolitici, possono causare in alcuni soggetti dei sintomi d’ansia che potrebbero essere confusi con un peggioramento della patologia iniziale. L’esposizione prolungata ad alcune sostanze chimiche, come i solventi industriali, possono favorire la comparsa di un disturbo d’ansia. Il mobbing ed il burn out sono possibili cause di un disturbo d’ansia. Un disturbo post-traumatico da stress), la dipendenza affettiva, la sindrome da abbandono, la dipendenza da un partner narcisista patologico, o la fine di una relazione possono innescare un disturbo d’ansia. Le “psico-tecnopatologie” (le malattie psicologiche causate da un abuso delle nuove tecnologie) come la dipendenza da smartphone, la dipendenza da notifiche, la dipendenza da internet e la dipendenza da social network possono causare o favorire un disturbo d’ansia.

Fisiopatologia

La fisiopatologia del disturbo d’ansia generalizzato è un’area di ricerca attiva e continua che spesso coinvolge l’intersezione di genetica e strutture neurologiche. Il disturbo d’ansia generalizzato è stato collegato ai cambiamenti nella connettività funzionale dell’amigdala e alla sua elaborazione della paura e dell’ansia. Le informazioni sensoriali entrano nell’amigdala attraverso i nuclei del complesso basolaterale (costituito da nuclei basali laterali, basali e accessori). Il complesso basolaterale elabora i ricordi sensoriali legati alla paura e comunica informazioni riguardanti l’importanza della minaccia per la memoria e l’elaborazione sensoriale altrove nel cervello, come la corteccia prefrontale mediale e le cortecce sensoriali. Le strutture neurologiche tradizionalmente apprezzate per il loro ruolo nell’ansia includono l’amigdala, l’insula e la corteccia orbitofrontale (OFC). Si ritiene che i cambiamenti in una o più di queste strutture neurologiche consentano una maggiore risposta dell’amigdala agli stimoli emotivi negli individui che soffrono di disturbo d’ansia generalizzato rispetto agli individui sani. È stato suggerito che gli individui con disturbo d’ansia generalizzato abbiano una maggiore attivazione dell’amigdala e della corteccia prefrontale mediale (mPFC) in risposta agli stimoli rispetto agli individui sani. Tuttavia, l’esatta relazione tra l’amigdala e la corteccia frontale (ad esempio, la corteccia prefrontale o la corteccia orbitofrontale) non è completamente compresa perché ci sono studi che suggeriscono un’attività aumentata o diminuita nella corteccia frontale in individui che hanno un disturbo d’ansia generalizzato. Di conseguenza, a causa della tenue comprensione della corteccia frontale in relazione all’amigdala negli individui con disturbo d’ansia generalizzato, è una questione aperta se gli individui che soffrono di disturbo d’ansia generalizzato hanno un’amigdala che è più sensibile di un’amigdala in un individuo senza disturbo d’ansia generalizzato o se l’iperattività della corteccia frontale è responsabile dei cambiamenti nella risposta dell’amigdala a vari stimoli. Studi recenti hanno tentato di identificare regioni specifiche della corteccia frontale, come ad esempio la corteccia prefrontale dorsomediale (dmPFC), che possono essere più o meno reattive in individui con disturbo d’ansia generalizzato o reti specifiche che possono essere implicate in modo differenziale in individui con disturbo d’ansia generalizzato. Altre linee di studio indagano se i modelli di attivazione variano in individui che hanno una disturbo d’ansia generalizzato in età diverse rispetto a individui sani della stessa età (ad esempio, l’attivazione dell’amigdala negli adolescenti con disturbo d’ansia generalizzato).

Sintomi e segni

I sintomi caratteristici del disturbo d’ansia generalizzato sono quelli degli stati d’allarme, contraddistinti da una condizione psichica di generale attesa apprensiva, e da numerosi segni e sintomi fisici di attivazione vegetativa (hyperarousal), tra cui:

  • sonnolenza;
  • emicrania;
  • extrasistoli;
  • tachicardia;
  • vertigini;
  • insonnia;
  • paura che da un momento all’altro possa capitare qualcosa di negativo;
  • ipertensione arteriosa;
  • tachipnea (aumento della frequenza respiratoria);
  • dispnea (senso di “fame d’aria”);
  • difficoltà a concentrarsi;
  • tensione muscolare;
  • irrequietezza;
  • disturbi del sonno;
  • incubi frequenti.

Oltre a questi sintomi, prettamente “fisici” se ne accompagnano di cognitivi quali ad esempio: sensazione di testa vuota, derealizzazione e depersonalizzazione. Eventi casuali e difficoltà della vita quotidiana possono diventare fonte di estrema preoccupazione per il paziente, che tende a vivere in uno stato di allerta cronica, tanto da arrivare ad interferire anche pesantemente con la sfera sociale, relazionale e/o lavorativa. Nel commentare le sue difficoltà, il paziente è di solito assai preciso e appropriato nel riconoscere la discrepanza tra dimensione reale delle difficoltà da affrontare e quota d’ansia che queste evocano e sente di temere per qualcosa ma senza essere capace di esprimere la cosa specifica che gli genera questa paura e questa tensione.

Diagnosi

Per fare diagnosi di disturbo d’ansia generalizzato, il paziente deve soddisfare i criteri diagnostici presenti nel DSM 5 (la quinta e più recente edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali ):

  • Eccessiva ansia e preoccupazione, che si verificano nella maggioranza dei giorni, per almeno 6 mesi, riguardo numerosi eventi o attività (lavoro, scuola, vita sociale).
  • L’individuo trova difficile controllare la preoccupazione.
  • L’ansia e la preoccupazione sono associati a 3 o più dei seguenti sintomi:
    • Irrequietezza;
    • Facile affaticabilità;
    • Difficoltà di concentrazione;
    • Irritabilità;
    • Tensione muscolare;
    • Turbe del sonno.
  • L’ansia, la preoccupazione o i sintomi fisici causano disagio clinicamente significativo o ostacolano le aree di funzionamento sociale o lavorativo.
  • Il disturbo non è attribuibile ad effetti fisiologici di sostanze o altra condizione medica.
  • Il disturbo non è meglio spiegato da sintomi di altri disturbi psichici.

Continua la lettura con: Disturbo d’ansia generalizzato: terapia farmacologica e psicoterapia

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Disturbi d’ansia: quando preoccupazione, nervosismo e agitazione ci rendono la vita impossibile

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RAGAZZA TRISTE DONNA DEPRESSIONE STANCA PAURA FOBIA PENSIERI SUICIDIO FIUMA PONTEAnsia e stress sono fenomeni di cui tutti fanno esperienza nella vita ma entro certi limiti, non sono necessariamente reazioni negative perché possono dare la spinta per essere più pronti ed efficienti. Se gli episodi ansiosi sono fastidiosi, ma gestibili, occasionali e di durata limitata nel tempo, quindi, non ci si deve preoccupare. E’ importante consultare il medico e lo psicoterapeuta – che vi guideranno eventualmente in un percorso di riabilitazione specifico – quando preoccupazione, nervosismo, irritabilità e agitazione:

  • diventano estremamente intensi;
  • sono persistenti, di lunga durata;
  • non sono in alcun modo controllabili;
  • impediscono di svolgere serenamente le attività quotidiane, interferendo con le relazioni familiari, sociali e professionali, riducendo significativamente la qualità di vita.

In relazione alla causa, alla risposta individuale alle sollecitazioni esterne ed alla natura delle manifestazioni, si possono individuare diverse tipologie di disturbo d’ansia:

Il disturbo ossessivo-compulsivo, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una nuova categoria specifica, denominata Disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi correlati.

Il disturbo post-traumatico da stress, precedentemente inserito tra i disturbi d’ansia, nel DSM-5 è stato inserito in una categoria denominata Disturbi correlati a trauma e stress.

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Capezzolo introflesso: cause, sintomi e cure

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO SENO MAMMELLA CAPEZZOLO AREOLAIl capezzolo introflesso è una malformazione caratterizzata dall’assenza di prominenza del capezzolo, che risulta quindi come «risucchiato» all’interno del seno. Vari i gradi dell’anomalia, che può interessare sia una sola mammella che entrambe. Nella forma lieve, detta reversibile, il capezzolo, introflesso a riposo, può estroflettersi manualmente o con il freddo, mentre nelle forme più gravi rimane introflesso anche se stimolato.

CAUSE

Questa anomalia è determinata da dotti galattofori (i tubicini che durante l’allattamento portano il latte al capezzolo) troppo corti, che trattengono all’interno della mammella il capezzolo. L’origine del problema, che colpisce in media 20 donne su mille, è di solito ereditario; in rari casi può essere causato da infiammazioni o da interventi chirurgici. Infine, si può presentare dopo l’allattamento e, purtroppo in alcuni tumori della mammella.

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TRATTAMENTI

Quando il capezzolo introflesso non è espressione di patologia e non crea disagio nella paziente, una delle soluzioni può anche essere quella di non fare assolutamente nulla. In caso di patologia si dovrà affrontare la causa a monte che ha determinato l’introflessione del capezzolo. In caso di disagio la medicina estetica può intervenire in vari modi.

Ventosa
Nei casi più lievi, per correggere l’anomalia si può ricorrere a dispositivi, simili a piccole ventose, che, creando dall’esterno un vuoto con pressione negativa, spingono il capezzolo in fuori. Devono essere applicati per circa 6-8 ore al giorno per almeno tre mesi. Gli svantaggi? Sono scomodi e visibili attraverso i vestiti. Inoltre, se la pelle è molto delicata, possono provocare l’ulcerazione del capezzolo.

Trattamento chirurgico
L’alternativa chirurgica consiste nell’effettuare una piccola incisione a livello del capezzolo, attraverso la quale rimuovere i tralci fibrosi e i dotti galattofori troppo corti. Al termine dell’operazione, il capezzolo verrà suturato sia all’interno (pull out), per proiettarlo in fuori, che sulla cute esterna (per affrancare meglio i margini). Poi verrà posizionata una medicazione ad anello (detta a ring). L’intervento, che ha una durata di 30-60 minuti, avviene in anestesia locale e in regime di day surgery. La medicazione applicata sulla mammella verrà rimossa dopo circa 5-7 giorni, eventuali punti di sutura, se non riassorbibili, dopo circa 10 giorni. Inizialmente la zona potrà risultare tumefatta, ma il gonfiore si ridurrà progressivamente fino a scomparire nell’arco di due settimane circa. All’inizio la sensibilità di areola e capezzolo potrebbe essere alterata: ma si tratta di una condizione provvisoria, destinata a tornare alla normalità nell’arco di alcune settimane o di pochi mesi. In seguito a questa operazione, non è più possibile allattare.

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L’Italia è la nazione dove si fanno meno figli al mondo

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO SBADIGLIO NEONATO BAMBINO SONNO DORMIRESempre meno bimbi in Italia. Ogni anno ci sono più morti che nascite. La popolazione italiana continua a crescere unicamente grazie all’immigrazione, col risultato che – se non si invertirà la tendenza – tra poche decine di anni in Italia sarà difficile trovare un “italiano di settima generazione”! Gli italiani over 65 anni sono in aumento e rappresentano ben un quinto della popolazione italiana, anche i cittadini stranieri sono in costante aumento e costituiscono circa l’8% del totale, sono i giovanissimi che invece diminuiscono drammaticamente di numero.

Non solo il nostro Paese è all’ultimo posto nella classifica mondiale della natalità: sta anche diventando la patria dei figli unici. Da un indagine Istat il 47% delle famiglie italiane ha solo un figlio, il 43% ne ha due e solo il 10% ha 3 o più figli. Si può quindi sostenere che l’Italia è diventata il paese dei figli unici. Le ragioni sono molteplici, dipendono sia dalla crisi economica che ha colpito le famiglie italiane già da diversi anni, sia dal fatto che le donne in Italia tendono ad avere il primo figlio sempre più tardi e questo riduce la possibilità di un secondo figlio. Inoltre in Italia mancano i supporti sociali per le famiglie e ci sono liste di attesa per gli asilo nidi.

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Politelia: quando i capezzoli sono troppi, cause e terapie

La politelia (dal greco poli che significa tanti e thélé, capezzoli) è il tipo più comune di malformazione che riguarda il seno. Come il nome stesso suggerisce, consiste nella presenza di capezzoli in più, i cosiddetti capezzoli soprannumerari, anche detti capezzoli accessori.

Mammelle in sovrannumero

Una condizione correlata è la polimastia, ossia la presenza di uno o più seni sovrannumerari, a tal proposito leggi anche: Polimastia: quando la donna ha troppi seni

Quali sono le cause della politelia?

Ancora non sono del tutto chiare, tuttavia è una malformazione presente fin dalla nascita (in circa sei donne su cento) e l’origine sembrerebbe ereditaria. Secondo le teorie evoluzionistiche, nel DNA umano è scritto che l’uomo deriva da altri mammiferi e per questo può potenzialmente sviluppare più capezzoli. La linea mammaria si sviluppa nell’embrione tra la quarta e la quinta settimana di vita, quando si inizia a vedere bilateralmente un ispessimento sul torace. Durante il secondo e terzo mese, gli elementi ghiandolari delle mammelle si formano a livello di quarta e quinta costa, con regressione del resto dell’ispessimento. Se la regressione non è completa, possono residuare alcuni foci che danno origine appunto alla politelia.

Leggi anche: Storia di un seno: dall’embrione alla menopausa

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Come sono fatti i capezzoli in soprannumero, dove si trovano ?

I capezzoli accessori si presentano di solito come una macula di colore, forma, bordi  e struttura variabile. Tale macula nel 75% dei casi, ha un diametro che può raggiungere al massimo il 30% del diametro dei capezzoli principali quindi il capezzolo accessorio è quasi sempre molto più piccolo rispetto a quelli fisiologici del soggetto. I capezzoli in soprannumero quasi sempre sono singoli e di frequente si presentano lungo la linea mammaria, l’area che decorre dell’ascella fino all’inguine, avvicinandosi gradatamente all’ombelico (guardate la figura 1 presente qui sopra per avere una idea più chiara della linea mammaria). Molto raramente si trovano su schiena, spalle o collo ed ancora più raramente vanno a situarsi in posti ancora diversi rispetto a quelli fin qui citati. Di solito sono asintomatici, ma talvolta possono cambiare colore, diventare tumefatti o addirittura secernere latte in alcuni momenti della vita, come adolescenza, ciclo mestruale, gravidanza. Piccola curiosità: contrariamente a quanti molti pensano, la politelia non colpisce esclusivamente le donne: non di rado l’ho riscontrata anche in alcuni miei pazienti maschi.

Leggi anche: Perché agli uomini piace così tanto il seno delle donne?

Come si risolve il problema della politelia?

Se il capezzolo in più è asintomatico, nascosto alla vista e non crea particolare disagio al soggetto, si può anche lasciare dove si trova. Altrimenti si può rimuovere, ovviamente attraverso un trattamento chirurgico. L’intervento è relativamente semplice e paragonabile a quello per l’asportazione di un neo: in sostanza, il chirurgo «ritaglia» con il bisturi l’area intorno al capezzolo con una forma a losanga e poi sutura i due lembi di pelle. Di solito si usano i punti riassorbibili. La cicatrice, la cui lunghezza dipende dal diametro della lesione, è in genere poco visibile. L’intervento dura 20-30 minuti e si esegue in anestesia locale. A volte capita che il capezzolo sia scoperto dal medico di famiglia che, constatata l’anomalia, prescriverà una visita dal chirurgo di sua fiducia. Sarà poi quest’ultimo a decidere e a programmare l’intervento, che è ambulatoriale e permette di tornare subito a lavoro ovviamente facendo attenzione a non procurare tensione nella zona dell’intervento.

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Freddo e mani ruvide: crema emolliente, guanti, saponi non aggressivi ed altri consigli per proteggere la pelle

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO NEVE FREDDO MONTAGNA COPPIA SESSO AMORE (3)Freddo, vento, umidità, ma anche il caldo secco dei termosifoni: per colpa loro le mani diventano ruvide appena arriva il grande freddo. Serve la protezione giusta: come ottenerla? Ecco alcuni rapidi consigli! Si ai guanti. Se all’esterno la temperatura è rigida, scegliete un modello di pelle, che crea una barriera contro il gelo, a differenza della lana, che disperde il calore. Si alle creme idratanti ed soprattutto alle creme emollienti: scegliete formulazioni a base di burro vegetale come avocado, karitè, cocco o aloe. No ai saponi aggressivi e non dimenticate di asciugare bene le mani dopo averle lavate. Sicuramente troverai interessante anche: Idratare la pelle durante i primi freddi autunnali

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Avete sempre freddo? Ecco la dieta che vi riscalda!

MEDICINA ONLINE EMILIO ALESSIO LOIACONO MEDICO RISTORANTE MANGIARE CUCINA DIETA CIBO CHEFAvete sempre freddo? L’ultimo gelido week end vi ha costretto a tirare fuori tutte le sciarpe di lana che avevate rinchiuso mesi fa negli armadi? Sappiate che il freddo si combatte non solo con giacche e termosifoni: potete sconfiggerlo anche a tavola! Legumi, carne, frutta e verdure di stagione, come spinaci, zucchine e broccoli, aiutano l’organismo ad alzare la temperatura. Questi cibi, grazie al loro apporto calorico, danno una marcia in più al metabolismo, che riesce a produrre più energia e più calore.

Attenzione alle diete troppo severe con pochissime calorie e pochi grassi: tali diete esagerate, fatte in periodi freddi, rallentano la capacità di regolare la temperatura corporea, ed anche per questo tendo a sconsigliarle ai miei pazienti. Attenzione anche all’alcol che, dopo una iniziale vasodilatazione che determina una sensazione di calore, lascia spazio ad una vasocostrizione che ti farà sentire parecchio freddo!

Leggi anche: Naso chiuso (congestione nasale): cause, rimedi naturali e farmaci

Ora una breve parentesi scientifica per farvi capire quanto può essere soggettiva la sensazione di freddo. Il termometro del corpo è composto dai termorecettori cutanei, microscopici sensori in grado di rilevare il caldo e il freddo: percepiscono le variazioni di calore dell’ambiente e innescano la risposta. Che è affidata a neuroni termosensibili, posti nell’ipotalamo. Lo scopo è mantenere costanti i gradi corporei attraverso un meccanismo di termoregolazione, che disperde calore (se fa caldo) o ne favorisce la produzione (se fa freddo). La pura verità è che si sa ancora ben poco sulla struttura delle terminazioni nervose termorecettive, e ancora meno sulle modalità in cui gli individui percepiscono le sensazioni di caldo e freddo. Restano poco chiari i meccanismi per i quali, a parità di temperatura, alcune persone avvertono una sensazione confortevole e altre hanno freddo. Nelle persone “freddolose” la temperatura percepita dai termorecettori viene interpretata come gelida indipendentemente da un riscontro oggettivo, ossia anche in presenza di temperature abbastanza elevate. Non esistono farmaci o terapie: oltre a curare il regime alimentare, l’unica soluzione rimane coprirsi di più. Anche l’uso di farmaci vasodilatatori non ha giustificazione scientifica e può avere effetti negativi. Ma ora passiamo all’argomento “caldo”: quali cibi ci riscaldano di più?

Leggi anche: Sinusite: cause, sintomi e cure di una malattia del freddo molto diffusa

I CIBI ANTI-FREDDO PER ECCELLENZA

LEGUMI
I cibi ricchi di ferro hanno un effetto anti-gelo. Questo minerale contribuisce infatti a creare una sorta di scudo nei confronti del freddo. Del resto, quando il ferro scarseggia e si ha l’anemia sideropenica, uno dei disagi accusati è proprio la scarsa resistenza alle basse temperature. Dove si trova il ferro assimilabile dall’organismo? Nei legumi, negli ortaggi a figlia verde, nella carne e nel pesce.

KIWI
Quando il termometro si abbassa, la pelle del viso comincia a tirare, arrossarsi e screpolarsi. Per difenderla, un aiuto arriva dal kiwi. Contiene ben 85 milligrammi di vitamina C ogni cento grammi di frutto (contro i 50 milligrammi di media degli agrumi). La vitamina C è importante per la produzione del collagene, che costituisce la struttura di sostegno dei tessuti connettivi in generale e del derma in particolare.

BROCCOLI
I carotenoidi, precursori della vitamina A, sono raccomandati dal ministero della Salute perché in grado di stimolare le difese immunitarie, più fragili in inverno. Dove si trovano? Oltre che nei broccoli (il cui sapore personalmente non mi fa del tutto impazzire) li possiamo trovare in abbondanza anche in in carote, zucca, patate, pomodori, spinaci, carciofi, barbabietole rosse, cavolfiori, peperoni.

Leggi anche: Proteggere la pelle di viso, mani e corpo dal freddo: rimedi e consigli

BISTECCA
Consumare proteine sviluppa calore, quindi nel tuo menù dell’inverno non dovrebbe mancare un po’ di carne, ma anche latte, uova, pesce, prosciutto e legumi. Attenzione però a non esagerare con le proteine: gli eccessi non sono salutari, perché appesantiscono il lavoro di fegato e reni.

FRUTTA E VERDURA
Per tenere alla larga l’influenza e i mali di stagione, porta a tavola frutta e verdura (l’Oms raccomanda 5 porzioni al giorno) di tutti i colori. In questo modo puoi rinforzare il tuo sistema immunitario.

NOCI
Per prevenire il raffreddore, mangia tutto l’anno cibi ricchi di zinco: oltre a noci, carne di manzo, uova (il tuorlo), ostriche, crostacei, cereali, legumi e verdure. E ancora: germe di grano, lievito di birra e lecitina di soia.

SPREMUTE D’ARANCIA
Per prevenire il raffreddore le spremute d’arancia sono utili. Contengono una discreta quantità di vitamina C e di antocianidine, sostanze che hanno potere protettivo sulle cellule e anche sul sistema immunitario.

YOGURT
Secondo una ricerca dell’Università degli Studi di Milano, pubblicata sul Journal of Clinical Gastroenterology, l’impiego costante di probiotici riduce i casi di infezione e rende le forme influenzali meno aggressive.

MANDORLE
Il tocoferolo (vitamina E) è raccomandato dal Ministero della Salute nella stagione invernale perché in grado di fare da scudo contro raffreddori e influenze. È contenuto soprattutto in mandorle, nocciole e olio extravergine d’oliva.

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ACQUA E TÈ
Pur se senti meno bisogno di bere rispetto ai mesi caldi, anche d’inverno devi idratarti: non farti mancare acqua, tè, tisane e minestre.

ALCOL? NO GRAZIE
Attenzione agli effetti degli alcolici: dopo una iniziale vasodilatazione, con sensazione di calore, possono lasciare spazio a una vasocostrizione con sensazione di freddo.

NON ESAGERARE COI DOLCI
Una cosa che mi è spesso successa è di trovarmi nello studio di fronte alla solita signora convinta che poteva combattere il freddo mangiando più dolci: “I dolci sono pieni di calorie che fanno aumentare il calore del corpo“. Ecco, mi spiace ma non è esattamente così che funziona! Una fetta di torta non può aiutarti a sentire meno il freddo: gli zuccheri hanno anzi un basso potere termogenico e i grassi l’hanno ancora più basso. Ricordate che sono le proteine ad aver il più alto valore di  ”Termogenesi Indotta dalla Dieta”. Insomma, i dolci fanno aumentare le calorie ma non il calore!

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